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[Storia di Gualtiero detto Guy]¹

La paura dei venditori immigrati abusiviNon è raro trovarlo in portineria di quel condominio popolare con il bocchino della tromba fra le labbra che ci da dentro a tutto spiano. Gonfia le guance che sembra Gillespie e stringe gl’occhi e suona la sua musica silenziosa verso il cielo. Allora non fa caso a nessuno e prende assoli come solo i grandi sanno. Non c’è musica più bella e più nera della sua. Allora mi è facile capire perché gli angeli hanno scelto questo strumento, mentre suona con loro.
A causa di un brutto incidente, che gli occorse in autostrada mentre partiva per le ferie e che gli valse questo posto, Guy ha perso l’uso della mano sinistra. Il braccio pende completamente inutile alla fine del braccio rinsecchito. Questa menomazione gli crea disagio in tutti i suoi movimenti ma lui non vive il suo stato come una menomazione. E questo non può creare ostacoli alla sua musica. C’è sempre un bicchiere pieno sulla tavola di casa sua.
A volte, mentre se ne va distratto, dimentica anche di essere per la strada o in qualsialtro posto. Silenzioso e assorto con la destra fa virtuosismi incredibili privo anche dell’ancia. Le dita che frugano l’aria premono rapide sui pistoni mimando interamente qualche grande classico, nota per nota, della registrazione tal dei tali. E suona. Suona spostando il capo a scatti di lato o si suona fin dentro allo stomaco. Suona da per tutto e quando non suona le sue dita tamburellano e tengono il tempo perché la musica, quella musica, per lui è tutto; è la sua stessa vita.
Non beve e non fuma Gualtiero, perché questo è il suo nome completo, quel nome che nessuno ormai rammenta più per intero. Tutti lo conoscono così e lui è personaggio molto conosciuto. E’ molto magro con naso che gli ombreggia la bocca. Ha sempre un po’ di peli ispidi di barba mal rasata e i capelli radi tagliati cortissimi che accarezza verso la fronte e ha sempre un sorriso largo stampato in viso. Non ricordo mai di averlo visto se non sorridente.
Continuamente con la mano buona si tira su, data la magrezza, i pantaloni prendendoli per il davanti, sulla fibia della cinta. E ha un incedere leggermente claudicante e dinoccolato grazie a quella maledetta disgrazia. Quasi come avesse un equilibrio incerto. E’ un po’ come se quello scheletro di poco rivestito non fosse altro che una struttura morbida, di gomma. Tutto questo lo aiuta a farne il bianco più negro del luogo.
Nessuna banda dei dintorni potrebbe suonare mai senza invitarlo a unirsi con loro. Nessuna serata sarebbe possibile senza di lui, anche solo a far baldoria e tirare notte. Non si può passare dalle sue parti senza andare a bere un gotto da lui. Anche perché lui sogna in grande ma con gli amici ama la compagnia e non guarda la musica; suona all’occorrenza.
Prima non badava molto al vestire ma da quando si è sposato la moglie si prende cura anche di questo e ha sempre una lunga sciarpa intorno al collo. Forse è un po’ meno lui ma lei se lo coccola come un cucciolo. Lei è molto più alta di lui e questo accentua il senso di protezione che esprime il loro abbraccio. Quando gli mette la mano sulla spalla lui si fa piccolo piccolo come sotto un’ala piumata; il pulcino.
E’ stato un matrimonio il loro, come se ne son visti pochi, e non solo dalle nostre parte. In un’area allestita con capannoni, grande come due campi da calcio. E c’era la pista per ballare, naturalmente; dove si è ballato per due giorni. E c’era il posto per mangiare e per due giorni quel nuovo paese ha mangiato e bevuto. Ha cantato, gridato, brindato e fatto i suoi bisogni nei bagni in lamiera o dietro la sponda del canale. Non si ricorda a memoria una festa paesana tanto grande. Quattro maiali di notevoli dimensioni hanno fatto le porchette e non sono sopravvissuti. Vagoni di cibo sono stati spazzati via come foglie dal vento. La catasta vuota delle botti di birra ha richiesto due camions. Il parmigiano veniva affrontato con tanto di accetta per ridurlo in scaglie.
Ma dentro al suo cuore ha sempre avuto un grande cruccio: quella maledetta canzone che non è mai riuscito a suonare. Nota per nota l’ha ricostruita tutta, ogni passaggio, ogni sfumatura ma giunto sempre in quel preciso punto la tromba del maestro prendeva un acuto in modo divino, la sua cornetta precipitava in un raglio sgraziato; o guaiva. Ogni volta sperava, si emozionava e con l’incedere dello spartito si caricava e poi quel suono, cadeva e gli precipitava addosso lo sconforto e la rassegnazione più assoluta.
Nel bene o nel male con quella musica sognava e si addormentava. Forse è questo che distingue i semplici mortali dagli Dei –si diceva; e sempre dopo l’ennesima delusione riponeva lo strumento nella custodia, la sbatteva in un angolo imprecando e poteva stare anche giorni senza riprenderlo in mano. E anche se durava poco per quel poco restava scontroso. Ma poi c’era sempre qualcuno e una ragione per svuotare quel bicchiere di vino. Tornava con gli uni a fare quella loro musica campagnola da ballo sull’aia e con gli altri ad accompagnare improbabili cantanti che inseguivano inverosimili ska e con altri ancora a intonare marcette o tutto quello che era tessuto nelle note.
Forse bisognava essere stati nel Delta, a New Orleans, per suonare e vivere quella musica. Forse non bastava averla vista in faccia ma sarebbe stato necessario averla accompagnata, la morte, almeno per un breve tragitto. E aver bevuto di quelle notti e veder salire le puttane e poi ridiscendere ancora tristi. E aver sfidato il cielo e aver fatto a chi la suona più forte. Forse neanche la luna è la stessa. Certo quella musica non lo era perché gli mancava una nota, sempre quella. E vallo a spiegare tu che era semplicemente un mezzo quando questa diventa un tutto.

Il disco girava sul piatto: “The complete town hall concert”² pieno di nomi mitici e di suoni mitici. Con quel “St. Louis blues” che restava inarrivabile. E c’era anche il grande Jack. Ma su tutti quella tromba rantolante.³
Prese il disco fra il pollice e l’indice. Lo tenne piatto e deciso colpì l’angolo della cassa. Il disco andò in frantumi.


1] Il titolo deriva da: Dippermouth (o più semplicemente Dipper) perché aveva una bocca a forma di mestolo.
2] I grandi suoi classici dal 1928: Ain’t Mibehavin’
3] Satchmo (da Satchelmouth, bocca a forma di borsa).
scritto il 11.11.1994

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