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Posts Tagged ‘ufficio’

Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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Foto di una scollatura con collanaSi chiamava Erika. Ma perché devo essere sempre così laconico? Si chiamava Erika, sì! con la Kappa. Cioè si chiama Erika e la conoscono tutti. Di un rosso vivo e falso ha sempre un sorriso e una battuta per ognuno. Ma forse quella kappa era stata solo un suo vezzo, una delle sue tante civetterie, che poi si è trovata addosso. Sposata con due figli ormai grandicelli, maschio e femmina, pare non volersi liberare di quella patina da ragazza impertinente.
Erika doveva essere stata una bella donna, certamente lo era stata ma gli anni non perdonano nessuna distrazione, ma è ancora oggi una donna con un suo intrigante fascino, un sorriso malizioso sempre pronto e una sua grande sicurezza, insomma è simpatica e divertente. E’ così con tutti ovvero ogni suo gesto è colmo di quella provocazione femminile e le sue parole piene di più o meno sfacciati e sfaccettati sottintesi. Provocare le è naturale come tante cose che entrano dentro nella pelle e si fanno come parte di te senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Le è facile entrare in confidenza e giocare con senso di complicità e di intimità.
Avevo sentito delle chiacchiere nei suoi confronti ma io non sono tipo da dar retta alle chiacchiere e avevo sempre pensato che il suo era solo tanto fumo; fumo senza arrosto. Lei cura ancora molto la sua persona e anche il suo vestire che spesso sembra studiato ad attirare la curiosità maschile e soprattutto ad imbarazzare e provocare; a mostrare magari quanto più si può senza raggiungere la sconvenienza ma esaltando le sue grazie. Magari cose corte e/o attillate, bottoni che sono rimasti come casualmente slacciati, malizie tutte al femminile anche un po’ inadatte alla sua età, ma non è raro trovare nelle donne vanità simili. Lei è sempre al centro di ogni occasione così come in queste parole che girano su loro stesse. Pareva allora inoltre divertirsi particolarmente con me. Per dirla tutta spesso avevo avuto l’impressione che si spingesse anche un po’ oltre, ma alla sua allegria viene perdonato quasi tutto. Ne avevo parlato in varie occasioni, ora non più, con Vittoria, mia moglie, certo glissando su alcune cose o senza scendere troppo nei particolari; parlarne non mi sarebbe stato comunque facile, soprattutto con una donna e ancora di più con una moglie, ma i miei dubbi restavano. Non era insolito che le sentissi fare apprezzamenti pesanti, allusioni a prestazione e cose di questo genere, con quell’espressione soddisfatta in volto, quasi in una sfida. Ma perché parlare tanto, troppo, di lei quando nella realtà lei è sempre una che va direttamente al nocciolo delle cose, pronta a dire pane al pane, eccetera? Perché per lunghi tratti del nostro lavorare nella stessa sede lei mi è stata parecchie volte di vero imbarazzo e non solo se restavamo un attimo da soli. Come quando sembrava fantasticare proprio su di me o mi provocava chiedendomi “non vuoi vedere cosa ho indossato sotto? son certa ti piacerebbe.” o altre amenità simili come quando mi assicurava che lei era rossa naturale e mi chiedeva se non le credevo e se volevo controllare.
Non che fosse mai successo molto anzi nulla perché il suo sembrava restare un gioco e il suo divertimento non chiedere altro e non andare oltre. Infatti se si accorgeva che soffermavo troppo il mio sguardo dentro la sua scollatura o sulle sue gambe, invero un po’ massicce, o, che ne so? sulle natiche di quel suo sedere abbondante, non le sfuggivano certo le cose, o se nei miei occhi appariva, come diceva dopo lei, quell’interesse che sfiorava la libidine, lei non perdonava mai una virgola, prima ancora che completassi un gesto di allungare le mani o che ne so ma anche subito a ridosso delle sue più ardite provocazioni, lei scivolava via soddisfatta ridendo con quel suo singhiozzo cantilenante un po’ sguaiato canzonandomi dopo il suo solito “dimmi cosa mi faresti”?
Scappava; ed io restavo lì come un imbecille; questa è la sacrosanta assoluta verità. Un imbecille come un sedicenne e questo doveva divertirla molto. Mi son sempre chiesto se il mio atteggiamento partecipasse a quello che era lei, se in qualche modo collaboravo, magari inconsapevolmente, a quel suo gioco e se era quel rossore che riusciva a darmi a renderla così spavalda, persino sfacciata, perché le sue domande potevano diventare delle vere e proprie staffilate come quando mostrava curiosità indiscreta e spudorata delle mie intimità. Io non cerco casini perché di quelli ne ho già abbastanza ma mi sembra ancora che con gli altri non si spingesse a tanto, ma questa può essere solo una mia confortante considerazione. E’ per tutto questo e anche per quello che non ho ricordato di rammentare che sono restato di sasso ieri mattina quando le mie solite attenzioni su di lei, la scollatura era veramente generosa anche se il suo seno abbondante comincia a mostrare segni di cedevolezza, non hanno provocato la solita fuga. Tutto poteva rimanere in quell’atmosfera di eccitato solito cameratismo un po’ spinto invece… Me ne vergogno a raccontarlo perché io sono un uomo assolutamente discreto e del tutto diversamente da lei, ma tanta è stata la mia sorpresa quando è andata come al solito alla porta ma stavolta diversamente ha fatto girare la chiave nella toppa chiudendoci soli all’interno e stavolta non ha detto la solita frase lasciandomi allibito. Il suo sorriso era diverso ieri, in quel momento, era solo ammiccante e sembrava seriamente curiosa e dalle sue labbra è uscita come una promessa e una sfida stavolta una frase nuova il cui suono non le avevo mai sentito: “dimmi cosa mi farai!”. A dare ascolto le chiacchiere di prima avrebbe dovuto saperne una più del diavolo…

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pittura con tecnica mista su cartone telatoEra uno di tanti giorni uguali di una vita normale, anzi era una mattina come tante e come sempre si era recato al suo ufficio.
Giunse con gli usuali dieci minuti di ritardo affrettando come sempre il passo nell’ultimo tratto. Ricordò in seguito come facesse particolarmente freddo in quella occasione.
Accomodò diligentemente il soprabito sull’ometto e appese quest’ultimo all’attaccapanni. Aggrovigliò la sciarpa con un po’ di sufficienza e questa cadde; la raccolse e la buttò sopra il cappotto.
Come meccanicamente ogni mattino prese a riordinare la sua scrivania: mancava una rapidograph. La cosa gli parve strana ma non lo allarmò. Chiese ai colleghi inutilmente, infine concluse che sarebbe rispuntata prima o poi, nel momento meno atteso, come sempre avviene.
In fondo provava una sottile soddisfazione di sé, faceva un buon lavoro, e questo non poteva che essere notato. Era sicuro che presto ne avrebbe nuovamente tratto i frutti. Si! Tutto apparentemente era come sempre, di una normalità assoluta. La rapidograph non ricomparve.

Fu da quel mattino, come in seguito avrebbe notato, che presero via via a sparirgli delle cose; piccole cose. Prima una matita, poi una penna, poi ancora una penna, una gomma, la sua agenda. Aveva allora cominciato a sentirsi a disagio.
Ancora all’inizio aveva pensato, con poca convinzione, a disordine; a distrazione. In seguito ad uno scherzo. Celava quel crescente imbarazzo fingendo impacciata noncuranza.

In fondo la sua era una scrivania in un luogo di passaggio e ogni ipotesi che formulava poteva trovare in ciò una ulteriore plausibilità. Eppure questo lo rese maggiormente silenzioso; anche in casa. Pensieroso, quasi riflessivo.
Quando la cosa durava ormai da tempo e sempre più gli riusciva impossibile nasconderla, pensò sinistramente a dispetti dovuti chissà a quale sentimento; antipatia? Invidia? Prese a prestare maggiore attenzione ai colleghi, i colleghi presero a cambiare sotto i suoi occhi. I sorrisi presero a sembrargli falsi. Si sentiva osservare, e peggio, dietro alle spalle.
Ma contemporaneamente si chiedeva dove potevano essere finiti tutti quegli attrezzi. Erano come cari scomparsi che conservavano nome e cognome e i loro caratteri d’identità. Il suo sguardo s’era fatto indagine; gli sembrò di riconoscere un portamine sopra un’altra scrivania. Allora; perché?
Ma nel tempo anche questa certezza si affievolì. Eppure niente può sparire nel niente.

Improvvisamente ogni ipotesi gli venne meno, gli era sparito il telefono. Chiamò casa dal bar e continuando a fingere una sempre più improbabile indifferenza cambiò le sue abitudini e prese a chiamare lui la moglie ma riuscì a nasconderle il motivo senza destare in lei sospetti. Anzi, da quel momento non fece più cenno di quelle strane sparizioni nemmeno con lei.
Arrivò per alcuni giorni più presto, tanto da presentarsi, in una occasione, addirittura prima dell’apertura, incontrò le donne delle pulizie ancora affaccendate; le cose continuavano a sparirgli ormai con la regolarità di una al giorno.
Tornò alle sue abitudini, ai suoi ritardi, anzi questi si fecero più pesanti. Il lavoro cominciava a risentirne e lui a sentirsi sconfitto da quel fatto ma non sarebbe indietreggiato.

Nel tempo lavorare si rese difficile. Una pratica di quotidiana amarezza. Gli cominciavano a mancare troppe cose per poterne fare a meno senza destare interesse, senza richiamare le curiosità. Chiese, sì, qualcosa in prestito; ma solo quando proprio non poté farne a meno. Indagò se poteva rimproverarsi qualcosa; senza soddisfazione né risultati.
Nessuno sembrava notare i cambiamenti, invero evidenti, che lo riguardavano. La sua scrivania sembrava un deserto. Sembrava un’immagine vuota, mutilata.

Una domenica, mentre pensava a quegl’ultimi mesi, comodo davanti alla televisione che dava la solita partita che ormai non lo interessava più, se ne accorse con terrore: stava scomparendo.
Solo un dito per fortuna, si disse, un mignolo; cosa di poco conto e poi della mano sinistra. Non erano i colleghi, né c’era una cospirazione (questo almeno l’aveva capito) ma qualcosa che gli era impossibile comprendere. Quanto avrebbe potuto nasconderlo?
Ormai si aggrappava alle residue speranze ma chi gli avrebbe creduto? Neanche un medico, anzi, neanche uno sciamano avvezzo a tutto avrebbe potuto.
Gli fu facile celare la perdita di quel dito anche con sua moglie, quella notte inventò una scusa, dovette mentirgli e questo gli costò fatica perché non l’aveva mai fatto. In ufficio fu anche più semplice, al caso teneva quella mano in tasca.

Lentamente anche le residue speranze vennero meno, si aggrappava ormai alle idee più folli. Sognava che si trattasse di uno strano malore passeggero; di ritrovare tutto nella sua cantina o in soffitta (e andò a vedere); che il progredire del male si arrestasse; di ritrovarsi intatto d’improvviso, come svegliandosi da un sogno. Non si svegliò, naturalmente.

Quando la cosa non poté più essere celata fece chiamare al lavoro e si diede ammalato. Subito dopo gli venne a mancare anche la voce. Era strano, va bene che non aveva mai dato confidenza a nessuno, eppure gli sembrava strano comunque che, fin da quel momento, nemmeno un collega avesse pensato di chiamarlo, di accertarsi delle sue condizione, anche solo per cortesia.
Ora sì avrebbe voluto chiedere aiuto ma ormai ne era impossibilitato. Ma come poteva non accorgersi la sua stessa moglie che si stava trasformando in niente?
Non tumefazione, non metamorfosi, proprio spariva nel nulla. Pezzo dopo pezzo.
Avrebbe voluto implorarla ma gl’occhi si erano visti privare di ogni espressione e lei passava affaccendata, presa dalla sua smania per l’ordine e la pulizia. Passava il panno sui mobili scansandolo distrattamente. Sembrava già non vederlo affatto.

Dormiva ormai sul divano e il dormire gli era fatica. La sua parte di letto non esisteva più. I pensieri nel buio si facevano incubi e di lui rimaneva così poca cosa che gli era difficile trovare una posizione comoda e confacente.
Non riusciva neanche a leggere, in verità non gli interessava nemmeno più, non riusciva a pensare ad altro. Ormai diagnosticato il decorso aveva preso a contare i giorni e questi si assottigliavano rapidamente.
Ascoltava la musica che la moglie sceglieva alla radio e quelle canzoni, che gli erano per tanto tempo sembrate sciocche ed inutili, ora erano per lui tutto, di più, la vita stessa.
Di quante poche cose è composto un essere umano? In fondo non aveva mai avuto più di due mani, una testa, due piedi, ecc… In un insieme assemblato con molta parsimonia.

Quando rimase di lui solo un orecchio la moglie, intenta e affannata come sempre, prese quella mostruosità e la buttò, con le cicche, nell’immondezzaio.
Lo spazzino passò come al solito verso le dieci, raccolse i rifiuti con ciò che di lui rimaneva.
Sopra la discarica saliva un fumo nero ma non un grido lo lacerò.¹


1] scritto il 20 maggio 1991
Le date riportate sono sempre approssimative, significa che non è stato scritto dopo quella data. A pensarci è per me sconvolgente pensare che son passati almeno vent’anni. E’ questo un racconto (che non ho riletto e pertanto potrebbe contenere degli errori) in qualche modo importante perché rappresenta uno dei punti nei quali avevo perso (o mi era stato fatto perdere) interesse allo scrivere.

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L’ufficio (come si confà o come sembra essere di prassi) era poco illuminato da una luce soffusa; il mobilio di vero legno finto antico; una libreria piena di volumi dai colori stinti (con prevalenza di oltremare, grigio e rosso); un grande tavolo colmo di carte sparse, qua e là pesanti fermacarte e necessaire per scrivere per un numero di pezzi esagerati; uno scrittoio forse in pelle e un portacenere sporco; attorno sedie dal lungo schienale e dal sedere basso.
L’avvocato era uomo di bassa statura come assiso sprofondato in un’enorme poltrona, gli occhiali spessi con le lenti sporche, e dietro mostrava occhi furbi e sfuggenti.
Cercò gl’atti e li trovò a fatica col gesto di chi ne era proprio certo poi prese a leggerli scorrendoli col dito, con grande fretta e parlandoci sopra. Anzi prese a parlare seguendo con gl’occhi il dito che correva sopra quei fogli.
Ma anche la sua voce aveva strani itinerari: correva ad altre cause simili ma ben più gravi. A quella disputa famigliare che costò la perdita dell’intera proprietà in discussione (ed era di grande valore), divorata da parcelle e altri costi legali. Solo dispetti, forse.
Saltava alla giovinezza, al collegio, agli amici e come a sé rammentava. Si formava nella sua voce una folla di nomi solo a lui importanti e famigliari. Si distrasse dalla pratica e continuò a parlare. Ma tacque su quello che fu uno dei suoi primi amori.
Mi pose poche domande e non aspettò mai le mie risposte; come le conoscesse già. Mi salutò dicendomi che non c’erano problemi, che la vittoria era certa. Che erano bazzecole. Di chiamarlo per un altro incontro.
Il giorno fuori si disfaceva in una sera ancora incerta.¹


1] scritto non dopo il 18 aprile 1991

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luna, castello, uccello e personaggiGregorio era addetto alla corrispondenza. Come ogni mattino prese a girare di ufficio in ufficio lasciando rapido le buste nelle vaschette di plastica delle scrivanie.
Un rapido: “Scusate” – seguito da un altrettanto rapido – “…giorno“.
Poi chiudeva silenziosamente e con cura la porta dietro sé per andare a bussare educatamente alla successiva. Lungo il corridoio si permetteva di fischiettare un motivo sottovoce. Quel motivo che, come ogni mattina, l’aveva accolto al suo svegliarsi. Ogni giorno diverso. Fischiettava, anzi sibilava.
Faceva quel lavoro con serena gioia e questo negava alla ripetitività del gesto qualsiasi appesantimento, stanchezza. Tutti avevano simpatia per quel ragazzo rubizzo e lui cercava di essere gentile con tutti; sempre pronto a fornire piccoli servizi extra. Mai invadente.
A molti, con la posta, lasciava il giornale. Verso qualcuno, nei cui confronti sentiva maggior confidenza, lanciava un appena ardito “Il tempo sembra mettersi al meglio“. Oppure (al caso) un: “Speriamo che il tempo si mantenga“. Ricordava sempre i titoli e sapeva chi si compiaceva nel sentire nella sua voce quel “dottore” assumere un tono più alto e rispettoso o una maggior enfasi. Non si dimenticava mai di festeggiare i rientri dalle ferie con un sorridente: “Ben tornato“.
In men che non si dica si era guadagnato il permesso di prendere il caffè alle 10,30 dalla macchina posta in ufficio progetti. Questo certo perché sul suo lavoro, sebbene semplice, egli metteva la massima cura e attenzione.
Ma quel mattino si sentiva, se era possibile, più allegro del solito. Aveva fatto l’usuale colazione abbondante e seppure una leggera stanchezza affiorasse si sentiva leggero. Il canto che il risveglio gli aveva legato alle labbra era pur esso allegro, un allegro motivo della pubblicità. La sera prima si era recato con Irma, per la prima volta, a teatro.
Tutto gli era sembrato bello, lassù, dal loggione. Le luci, il tramestio prima dell’inizio e il chiacchierio in platea; e lo stesso riconoscere laggiù, eleganti, i suoi, per così dire, se poteva permettersi, colleghi. Aveva provato un leggero senso di correità e familiarizzazione. Aveva abbracciato teneramente la sua ragazza e aveva seguito con attenzione tutto lo spettacolo tenendole la mano. Forse quella era la felicità.
Certo il suo gesto era solo più febbrile (quel mattino) e così cercava più spesso l’orologio. Poi si ricomponeva ed entrava nella stanza successiva. Ma quando entrò nell’ufficio economato dai frammenti ebbe modo di accorgersi che stavano parlando della commedia vista la sera prima. Si attardò solo un attimo sulla soglia per ricostruire almeno un brandello di quel colloquio. O forse per non interromperlo. Ma quel che bastava per rimanere sorpreso che il dottor De Santi si fosse distratto – come lo stesso diceva – e si fosse lasciato sfuggire quel particolare eppure importante. Gli sembrava enorme. Gli sembrava quasi non avesse capito …anzi; certo. Ma poi quella era una sottigliezza che forse solo in una mente allenata con cura (come si dice: un palato fine) o una attenzione massima come la sua, cioè come quella richiesta a chi si reca per la prima volta ad uno spettacolo simile (e ne è disponibile senza superficiale arroganza), poteva trovare. Eppure il dottor De Santi gli era sempre sembrato persona così affabile e (per questo) sensibile; affidabile.
Avrebbe voluto, anzi, egli stesso chiedergli delle spiegazioni, ma certo non era il caso di intromettersi, di lasciar affiorare tanta arroganza; di permettersi.
Prese le lettere che ancora gli rimanevano e uscì, ma nell’uscire si lasciò scappare un sorriso e un: “Proprio una bella commedia“.
Nel chiudere la porta dietro sé ebbe il tempo di vedere come tutti gl’occhi presenti nella stanza, come in un gesto solo, si fossero mossi nella sua direzione.¹


1] scritto il 14.04.1991

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Alla soglia dei quarant’anni s’accorse, non senza stupore, che l’altro sesso mostrava un nuovo, improvviso, interesse nei suoi confronti. I primi ad accorgersene erano stati gl’altri; lui non vi aveva fatto caso.
Piccoli segni. Il cortese cedere il passo di giovani e avvenenti donne. Il liquido dialogare di graziose ragazze fattosi naturale e generoso. Gl’occhi che seguivano il suo passo. Sorrisi. Insistenze.
Eppure usciva sempre alla stessa ora, alla stessa ora rientrava. Continuava a compiere i soliti consueti gesti; meccanicamente, ormai. Il caffè alla solita ora, al solito bar. Ma servito con insolita grazia dalla solita ragazza che adesso ostentava le lunghe gambe fasciate da calze scure e lasciate scoperte da corte gonne con insistita civetteria.
Come sempre non portava la camicia più di un giorno e la barba era frettolosamente rasata. I suoi saluti rimanevano più rantoli o mugugni che gesti gioviali, ma gioviali erano le risposte. Vestiva allo stesso modo. Leggeva lo stesso giornale che la giovane sposa gli porgeva con un sorriso ogni giorno più luminoso.
Ne rideva con i colleghi d’ufficio ma erano sempre due differenti modi di riderne. Lentamente ne prendeva coscienza e lentamente ne provava una sottile, perversa, soddisfazione. Nel suo parlare appariva un impercettibile segno di rivalsa. Nel loro un frammisto sentore di invidia e di rabbia, ma sempre impercettibile; mascherato di cortesia.
Portando a passeggio il cane si scoprì persino a parlare del tempo con l’elegante inquilina del piano di sopra. Tutto ciò che era femminile dimostrava un’eloquente cordialità nei suoi confronti.
Se stava leggendo indagavano rapide su cosa stava attirando la sua curiosità e poi inventavano pretesi interessi per poter avviare un pur minimo discorso.
Fu in quei giorni che capì come tutti gli oggetti di culto abbiano bisogno di godere di attenzioni raffinate e qualitativamente selettive per non essere inscatolati per consumi senza consapevolezza. Ecco, forse era la consapevolezza… o forse l’ammirazione deve essere determinata. Anche l’estetica doveva avere una sua cultura.
Non ci si può porre davanti all’opera di un grande maestro come ci si pone davanti ad una scatola di gamberetti surgelati. L’opera perderebbe il suo spazio e il suo spessore. Non vi è, e non vi può essere, confidenza. Ripeteva mentalmente la formula: “ammirazione”.
Questo gli fu più chiaro quando lo interloquì affabilmente quella donna nei confronti della quale aveva sempre provato una celata ma sana forma di ripugnanza. Non era capace di essere sgarbato ma tratteneva a stento la sua insofferenza.
Non tutto però scorreva liscio; Claudia era radiosa persino alle prime ore del mattino ma i colleghi affidavano sempre meno a lei le pratiche da portargli e sempre più preferivano recapitargliele personalmente; si dimostravano gentili ma concludevano le frasi con vezzosi nomignoli o allusivi titoli.
Chissà se in qualche modo la primavera che si avvicinava aveva un ruolo ma certo le gambe si accavallavano lente e generose. Era un continuo aggiustarsi di calze. Uno trafficare di trucchi e di cosmetici. I profumi si facevano nubi.
Come sempre accade eppure questo lo mutò. Guardò la sua donna, della quale aveva raccolto confidenze e ignorato debolezze, e la vide. Non reggeva un perché ma in fondo erano esistite mai delle ragioni?
Le sensibilità, per altro distanti, erano meno che un pretesto e non era certo per l’avvenenza che si erano disputato per quasi vent’anni lo stesso spazio nello stesso letto, senza discostarsi; che le aveva prestato quelle attenzioni che solitamente sostituiscono le prime calorose effusioni. Un tempo questo interminabile; gli sembrò.
Quelle debolezze non riuscivano più a nascondere la loro gravità, persino la loro enormità. Lei non riusciva nemmeno più a restare almeno giovane. I seni si erano appesantiti, gli occhi incupiti e ingrigiti. Fili bianchi fra i capelli. Disordine per la casa. Qua e là indumenti. Cenci.
Sì, non era nemmeno mai stata elegante; né nel vestire né tantomeno nel parlare. Sempre quella sua approssimazione. Quel suo vivere le cose senza bisogno di compierle. La vacuità dei suoi discorsi. Si sentiva soffocare assalito dai suoi mille problemi inutili. Imparava la scortesia.
Forse a volte i sentimenti non fanno questioni di dimensioni ma possono avere un involucro molto fragile. Provava ormai un vero e proprio ribrezzo per quel corpo e per quella voce. La sera si fermava e guardare la televisione e si coricava che lei già dormiva.
Non vi era in lui rancore; affioravano appena rimpianti. Non le rimproverava niente di importante ma un insieme di minuscoli segni. Qualcosa di fisico e di attuale; se mai grazia aveva avuta.
Quella notte, prima di raggiungere il letto, si sedette in bagno ma non riuscì a mettere a fuoco la sua attenzione sul libro. Rilesse più volte le stesse poche righe e quelle lo respingevano, restavano estranee. Impenetrabili. Depose quel libro a terra e si soffermò solo alcuni istanti a fissarlo.
Cercò di pensare ai programmi che aveva seguito. Ai risultati della giornata. A Claudia. A una qualsiasi Claudia. Sentiva il respiro pesante della moglie nella stanza accanto. Cercò di pensare al giorno seguente. Frugò, inutilmente.
Lo specchio ripeteva le fonti di luce; la piccola stanzetta era completamente illuminata. Una sola presenza, la sua. Particolare: il suo viso.
Si sorrise dietro le palpebre chiuse a dolcemente si amò.¹


1] 4 febbraio 1991

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Non c’è niente da fare: lo sono sempre stato, distratto. Come quella donna che ha perso i figli. Per quanto faccia, per quanto stia attento. E’ più forte di me. Forse me l’hanno scritto nel dna. Alzo gli occhi e incespico nel gradino. Eppure è sempre stato là. Eppure l’ho fato per anni, ogni giorno, ogni santo mattino. Rincaso e suono al piano di sopra. Al piano di sotto; che quella è anche bisbetica. Se non avessi sempre avuto persone attente vicino a me chissà quante ne avrei combinate e come sarei finito.
Non conto neanche tutti gli ombrelli di cui ho disseminato ogni posto in cui sono andato. E quelli non sono nulla: mi son perso due cani, peccato che uno era uno splendido esemplare di terrier di razza, e persino un cardellino. Per non contare quante volte prendo il giornale, lo pago e lo lascio all’edicolante.
Come quel giorno che mi sono accorto solo dopo essere arrivato in ufficio che non avevo gli occhiali sul naso. A proposito di giornali è successo quando mi sono messo per leggere il giornale. E’ stato imbarazzante perché alle dieci avevo un appuntamento. Ho detto prego si accomodi a Giselda e ho accolto l’ingegnere Fillicuti con un sonoro e garbato dica pure signora. Fortuna che non m’è passato a tiro altrimenti rischiava che mi scappasse anche una gran pacca sulle chiappe.
Non fossi in questa situazione mi verrebbe da ridere a pensare alla faccia che avrebbe potuto fare. Che poi, a rifletterci, comunque, in quello stato, mica avrei potuto vedere la sua espressione. Insomma ho combinato comunque un gran casino. Alla fine son dovuto correre a casa. Perché tutto poi si risolve. Ma la pacca a quello di Giselda l’ho data appena son tornato. E mi son preso anche gli interessi; perché in fondo sono sempre stato anche fortunato. E poi anche lei, Giselda, non è proprio un aquila; porta lenti proprio spesse. Comunque a lei non importa come sono, tra noi funziona perché lei mi accetta per quello che sono. Chissà come avrà preso la notizia. Non si è ancora fatta vedere. Forse deve ancora riprendersi.
Per quello nemmeno mia figlia si è ancora fatta vedere. Avrà avuto da fare. I giovani hanno sempre da fare. Mi spiace solo che non mi ha portato a far vedere il nipotino. I bambini danno sempre allegria. Deve essere stata proprio la mano che la santissima vergine non ha mancato di mettermi in testa se non sono caduto dentro quel giorno che ho aperto la porta dell’ascensore e la cabina non era al piano. Certo che li dovrebbero fare più sicuri certi arnesi e non si dovrebbe aprire la porta. Quella volta me la sono proprio vista brutta. O come quella volta che dovevo andare a Firenze e son finito a Mantova. Ho preso il treno sbagliato, ma, in quel caso, non è stata tutta colpa mia. Hanno cambiato il binario all’ultimo momento. Non ho sentito l’annuncio per l’altoparlante. C’è sempre una gran confusione nelle stazioni. E poi proprio in quel momento mi ha sorriso una che era proprio una bella bionda. Insomma è stato un insieme di coincidenze. Poteva capitare a chiunque, solo che capitano sempre e solo a me.
Quando ho visto Clara ai giardini ero certo che si stesse baciando con uno. Se non era lei a dirmi che stava semplicemente parlando con un’amica sarei rimasto nella mia convinzione. Certo che è una strana ragazza, ma dovevo immaginarlo perché mia figlia è anche sempre stata molto seria. Non mi sono mai dovuto preoccupare di lei. E non era nemmeno la prima volta: andava alle medie quando l’ho vista armeggiare con l’ipod credendo di vederla fumare. Anche quella volta avevo messo quelli da sole di Assunta invece di quelli miei da vista. Il fatto è che ho sempre tante cose per la testa.
Sono arrivato da Varalli senza la pratica. Sottobraccio portavo l’elenco telefonico. Ma ne potrei raccontare da restare senza voce. L’ultima volta non sono stato attento di respirare come si deve. Così mi sono distratto una volta di troppo. Deve essere stato con i funghi. Mi sono soffocato come un qualsiasi stupido. Assunta, mia moglie, lo sapeva come ne vado ghiotto. Più che mangiarli li ho sempre divorati; con ingordigia. Non posso che dare la colpa a me stesso. Non posso che dirmi: “Così impari”; non fosse che a volte, come questa, è un po’ tardi per imparare la lezione.
Figuriamoci poi se da me ci si può aspettare che me ne accorga quando mia moglie è stata dal parrucchiere. Eppure almeno quando sono alla guida mi sembra di essere sufficientemente presente. Non sono solo colpa della mia distrazione quei quattro incidente, di cui due per tamponamento, che ho avuto. Ora mia moglie, Assunta, continua ad aver cura di me. Continua a parlarmi anche se non le posso rispondere. Viene a portarmi i fiori e a sistemarmi. E non è mancata nemmeno puntualmente per il due di novembre. La tomba è sempre perfettamente in ordine; santa donna.
Ma chi è quel tipo che arriva e va via sempre con lei, sottobraccio? E che l’aspetta mentre lei sistema la mia ultima dimora? Ha un comportamento strano e non è che mi piaccia proprio tanto. Soprattutto non mi piace che si tocchi davanti a me e che le tocchi il culo mentre si allontanano. Però la sua faccia non mi sembra nuova. Ho come la sensazione di averla già vista, anche se non ricordo dove. Però ricordo solo ora quello che dovevo dire ad Assunta. Speriamo si sia accorta da sola che ho lasciato acceso il gas con la moka sopra.

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Lui avrebbe preferito un tavolo quadrato, non che avesse antipatia o altro per quelli tondi, era solo che gli dava un senso di ordine. Anche quel giorno era accuratamente rasato e aveva quel dopobarba discreto. Salutò tutti a voce bassa ma calda e chiuse la porta dietro a sé. Aprì la posta infilando con attenzione il tagliacarte e tagliando le buste senza alcuna sbavatura. Nessuno sapeva nulla di superfluo di lui, non era uomo facile a confidarsi, ne tanto meno nulla di quello. Solo lo infastidiva il non riuscire ad applicarsi sulla corrispondenza dei clienti; distratto. Dettò al registratore un paio di risposte poi si lasciò un ultimo attimo alla poltrona cercando di liberarsi di tutto. Unica eccezione che si concesse è che mancò al caffè delle dieci e dodici. Lasciò la chiavetta sulla scrivania con dentro gli ultimi due euro. Naturalmente controllò l’ordine perfetto dell’ufficio e vergò due righe di commiato e, ordinato e preciso com’era, si impiccò con la cravatta. Ludovica ne restò delusa; non avrebbe saputo dire dove finiva la sua ammirazione.

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