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Posts Tagged ‘Un altro mondo è possibile’

Nel corpo di un bellissimo commento di un’amica, Francesca, ad un mio post sulla manifestazione “Se non ora quando?” Lei acclude e mi dedica un racconto scritto da un suo amico. Spero che nessuno dei due se la prenda se, data la bellezza dello scritto, dedico lo stesso a tutti i miei pochi lettori e lo trasformo in un post. La foto a corredo è stata scattata durante la minifestazione da Marzia Dal Gesso.

Ragazze durante la manifestazione del 13 febbraio 2011 in Campo Santa MargheritaPrigionieri della verità
Ci sono brani della letteratura, versi di una poesia, che ti conquistano al primo sguardo. Quelli che, quando li leggi per la prima volta, fanno affiorare dentro di te un desiderio irrequieto, che hai la necessità di colmare con tutte le tue forze, prima che ti imprima dentro la sua immagine. È difficile liberarsi, da quell’immagine. Succede tutto in un istante, appena gli occhi si posano su quelle parole così vive, che scuotono nel profondo la nostra coscienza addormentata. Ci rendiamo conto che forse siamo diversi da come vorremmo essere, che il mondo sta girando nel verso sbagliato, che siamo spettatori del nostro tempo e non protagonisti. Ed è strano, capirlo così: con la bocca spalancata, le pupille inchiodate su quelle righe, lo sguardo oltre i confini dell’universo, e il nostro corpo che resta lì, scosso da un lieve tremore che corre lungo la schiena curva. Non siamo abituati, a uno spettacolo di consapevolezza come questo. Ci hanno insegnato che la vita è una prova difficile dalla quale dobbiamo uscire vincitori. Ci hanno spiegato l’idioma della realizzazione, precisando come dobbiamo comportarci quando chi ci sta intorno corre più di noi. Ci hanno ripetuto il decalogo del successo, instillando nelle nostre abitudini la condotta del consumo, della fretta, della semplificazione. Ma dico, chi si crede di essere questo autore morto cento anni fa, per catapultarsi nella mia vita senza permesso, entrare nella mia quotidianità sfondando il muro di sicurezza che mi sono costruito con fatica, e sconquassare con fragore ogni mio progetto? Eppure, senza preavviso, un giorno succede. E la cosa migliore, in tutto questo, è che sei tu, a volerlo. Perché per quanto sei stato allenato a fingere che vada tutto bene, ti addormenti con un’ansia leggera nel cuore, scosso da quello che ti succede intorno. Perché ogni gesto quotidiano che svolgevi con diligenza portava nascosto un sogno mascherato. E allora basta poco, a volte: un sorriso, le parole di un libro, un quadro, una manifestazione di piazza, un amore. E tutto quello che come una tempesta ci turba l’animo, ci squassa, ci scrolla, ci sbatte addosso la verità che teniamo celata, esce di colpo allo scoperto. Non possiamo più fuggire davanti a noi stessi, siamo diventati prigionieri della verità. È un momento commovente, quello in cui una persona sceglie di salpare dalla riva salda delle sue certezze per abbandonarsi alla corrente dell’ignoto, verso il racconto tutto da scrivere di una nuova consapevolezza. E un istante dopo, come prima naturale reazione a questa inaspettata epifania, dobbiamo condividere con chi ci sta intorno la nostra rinnovata passione. In quei momenti intravedo una piccola speranza per questo mondo assurdo che corre a capo chino verso un futuro insostenibile: percepisco la rabbia, la passione, la frenesia di chi si è accorto che può fare la differenza e non sa più temporeggiare. Il sipario si è alzato, non c’è più tempo per le scuse: sta a noi prendere in mano il nostro destino e diventarne i timonieri senza rimorsi. Contro vento, contro corrente, testa alta senza paura, all’arrembaggio di una nuova avventura.
Maggioni Marco

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Se l’altra metà del cielo scende in Piazza.
Campo Santa Margherita a Venezia: folla per "Se non ora quando?"Piazza santa Margherita a Venezia. Piazza del Popolo a Roma. Piazza Castello a Milano. Piazza Maggiore e Piazza XX settembre a Bologna. Piazza della Repubblica a Firenze. A Torino piazza San Carlo. Piazza Unità d’Italia a Trieste. Piazza Caricamento a Genova. Piazza Dei signori a Padova. Piazza del Popolo, mai nome e risuonato più opportuno, a Pesaro. Piazza Dante a Napoli. Piazza Verdi a Palermo. E ancora alla basilica del Sacro Cuore, in cima a Montmartre, a Parigi. E poi a Londra. Fino a Tokio. Ma a ricordarle tutte non c’è tempo bastante. Mi scuso solo con quelle rimaste fuori.
Ho sentito tante storie, ognuna con le sue ragione. Alcune sono state lette da quel palco di Roma. Altre erano solo nella folla, nel vociare, in quel popolo. Confuso? non credo. Ho ascoltato le opinioni del prima e del dopo. Cercando di portare quasi lo stesso rispetto per tutte. Cercando di capire. In quelle contro e in qualcuna pro m’è sembrato di trovare molta grossolanità. Ben oltre le posizioni espresse. Certo non sono qui per spiegare, non ho tanta presunzione. Le trovo grossolane anche perché ho visto la passione che ha messo Lei. che l’ha spinta in quella Piazza (come molte altre). La stessa passione e le stesse ragioni che la spingono da allora. E allora nessuno sapeva nemmeno chi era questo premier. Probabilmente cantava ancora nelle navi da crociera.
Di piazze ne ho viste tante. Circa cinquant’anni. Credo di esserci andato una prima volta con una candela in mano credendo di salvare una vita. E nemmeno era una piazza, né un campo, era solo un campiello. E’ stato quello l’inizio. Era solo il 1960. Non è passato troppo tempo. Sono io ad essere vecchio. E ho visto piazze festose e piazze tristi e piazze di lotta. Le provocazioni e le rabbie. Il Vietnam, il Che, il Chile e Salvador. Le stragi nere e quelle cosiddette rosse. Gli anni di piombo. La strategia della tensione. Tutta una collana di romanzi criminale, visto che è di moda. E non sarebbe servito andare al cinema per vedere i noir americani. Alcune le ho raggiunte a piedi, più spesso con lunghi viaggi in treno; col vino e le cibarie, con le nostre canzoni. Non ne vedrò mai abbastanza. Sempre le emozioni. Immense stavolta. Sono le mie Piazze del mio Mondo. Di un Mondo ancora possibile. E’ bello vederle affollate.
E c’erano quelle della CGIL, ma non credo sia un partito. E mille cartelli e striscioni. Sciarpe bianche, come chiesto, come Ross, e fiocchi rosa. Nessuna bandiera, tranne quella dell’ANPI. Anche questa non la credo partito. Non erano tutte di una parte, questo è certo. E nemmeno erano tutte quelle di quella parte. Certo erano tante. Tantissime. Da sembrare tutte. Un mondo diverso. Allegro. Colorato. Anche arrabbiato. Erano semplicemente donne (sono belle le nostre donne). E le poche “forze dell’ordine”, in assetto antisommossa, apparivano anacronistiche. Sembravano figure di una farsa. Devono aver provato vergogna ché son sparite subito dentro un portone. Non era una Piazza contro. Non come si vuol far credere. Non era contro altre donne. Non per una morale contra un’altra morale. Per una etica e contro una diversa etica. Bello il cartello “Non buone né cattive ma solo donne”. Era a favore. A favore di una cosa soprattutto: LA DIGNITA’. Certo un po’ anche contro Berlusconi. Non è questo il tema che mi interessa; che mi prefiggo. E di questo lascerei parlare eventualmente Lei. Certo contro i fascismi. Ma questo non è ancora un paese antifascista? La Piazza lo era. Sicuramente contro questa politica. In realtà semplicemente alternativa.
C’era un cartello giallo con una scritta nera diceva “Addio Bocca di rosa con te se ne parte la primavera”. Le mie ragioni contano poco. Sono andato anche e soprattutto perché credo che l’alternativa debba ritrovare la Piazza. Perché credo che dovremmo ritrovare luoghi e parole d’ordine che credevamo ormai nostro patrimonio. Ripercorrere quelle strade. Quelle esperienze. Richiamarle a nuova vita. Denudare le nostre facce. Metterle assieme. Certo sono andato con la donna che amo. Una donna che ammiro. Che rispetto. Con cui condivido molto se non tutto. Anche naturalmente l’amore. E persino una sottile ironia a volte necessaria per parlare delle cose e soprattutto di noi. Certo mica eravamo da soli già prima di arrivare in quella piazza. C’era anche la strega perché le nuove streghe sembrano tornate. Ricordo anche quegli anni. Insomma: “tremate perché si sono incazzate”.
Non ho mai dubitato che ci potranno salvare solo le donne. Ma non è solo di questo che questa m’è sembrata la più bella. Certo anche di questo. Al di là dei bizantinismi. In realtà questo premier ha contro la Piazza. Altrove ci sarebbe di che rinunciare. In realtà non ha nemmeno una vera maggioranza. Non nel paese. Non ha più alcun mandato derivato dal voto. Come dice lui “dal voto sovrano”. In realtà è sovrano il voto, non lui. Comunque son stanco di Piazze tristi. La mia canzone ne ricorda una delle tante. Vorrei poterla scordare. Scordare non è tra le mie qualità la più frequentate. Nemmeno sarebbe giusto. Vorrei sempre Piazze così. Quello che mi interessa è che è solo una Piazza contro questa politica. E’ una piazza dentro la crisi della politica. Della politica e del suo modo di organizzarsi. La crisi dei soggetti Partito. Ancora una volta.
Non è una novità. Io la vedo così. Usare vecchi schemi rende grossolana l’analisi. L’analisi di movimenti, e momenti, che nascono spontaneamente e spontaneamente si auto-organizzano. Non riusciamo a capirlo. Non abbiamo chiavi cognitive. Interpretarli, incanalarli sarebbe un primo passo verso un cambiamento. Sarebbe anche probabilmente la loro morte. Certo non hanno ancora saputo esprimere leaders “credibili”, ma credo ci siano cose che accomunano la gente di quel mondo. Cose che sono “senza se e senza ma”. Parole d’ordine. Cominciamo, per esempio, col dire che l’acqua è di tutti. Sarà il petrolio di domani. E’ di tutti. Cominciamo a difendere il mondo che anche quello è di tutti. Parliamo di sviluppo sostenibile e di fonti energetiche alternative. Torniamo a combattere la guerra come mezzo per regolare le controversie territoriali. E gli interessi. E la finanza. Condanniamola come mezzo e punto. Combattiamo qualsiasi forma di discriminazione e di razzismo. Ritroviamo buon senso e dialogo. Etc. Nessun tentennamento. Perché le maggioranze si costruiscono, nel paese. Le alleanze si fanno con le persone. E allora quel mondo sarà sempre lì. Pronto a spendersi. Perché la maggioranza non è nel portafoglio, è ancora nel cuore.¹

Se non ora quando? Adesso.


1] Foto da Facebook dell’amico Paolo Firla.

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Foto di una manifestazione delle tute biancheE’ un po’ che non scrivo. Un bel po’. Riciclo. Non può essere una crisi creativa. Mica sono un creativo. Sono uno che semplicemente gode. Un logorroico della parola scritta. E’ che ho anche altro a distrarmi. Lo so che probabilmente è solo la prima scusa ignobile. Né ho poca voglia. Non mi viene. Insomma accetto e soccombo. Non mi sembra importante. Mi sento vuoto. Sterile. Forse non è tempo di parole. Così, come detto, torno a vecchie cose. Le uso. Finiranno. E poi? Nemmeno le ricordavo. Nemmeno le rileggo. Capita persino che ci trovi errori che vedo anch’io. Basterebbe mettersi davanti alla tastiera. Intanto sto qui a dire nulla. E rileggo quello che ho messo ieri. Ancora un raccontino. Ancora della serie Profili. Quella scritta per quell’amico. A proposito: l’ho già detto che per quella cortesia ho perso la sua amicizia? Certo che l’ho già detto. Senilità. E che non andavano bene per il suo blog? E allora potrebbero non andare nemmeno per questo. Un racconto, quello, ancora di ricordi. E sensazioni (ma perché oggi parlo sincopato?). Ancora un ritorno indietro. Al passato. Forse avrei dovuto postarli, questi racconti, in rispetto degli anniversari. Almeno come in questo caso. Non amo così tanto le date. Mi dimentico. A volte scordo persino il mio. E poi li sto mettendo nell’ordine esatto in cui mi sono usciti. Così. Anche per dimostrarmi che vincevo il rischio della ripetizione. Ma quelle erano allora fisime mie. Nel frattempo sono passati circa più di tre anni (quel “circa più” l’ho messo volontariamente). Forse sono anche quattro. Anni importanti. Non è l’importanza che mi toglie la voglia. Che mi detta questa apatia. E ancora un racconto che va tra cronaca privata e reticenza. Che non si pone il problema della chiarezza. Di facilitare la lettura. E ancora in racconto fin troppo breve. Scritto di parole una in seguito all’altra. In forma di poesia. Ma forse ce ne sono già tanti. E il mondo potrebbe benissimo sopravvivere anche senza questa immondizia. Bene, casca a fagiolo questo che è un post di silenzio. Un insieme di righe per non dire nulla. Ma ho aspettato un amico, anzi due. Non è arrivato nessuno. Il caffè si sta freddando. Nemmeno questo può togliere la speranza. E l’entusiasmo. Dove sono tutti? So che ricomincerò la battaglia che ho perso cento volte. So che affronterò tutti i miei dubbi. E li metterò ancora a tacere. Per tirare avanti. Per andare oltre. Perché non ho alternative. Non è questo quel mondo. E questa non è merda peggiore. E’ solo merda. E tutta la merda è uguale. Anche se sembra impossibile che si possa morire di freddo. Oggi. In quella stessa città. A Bologna. In centro di una città che è in centro al mondo. In quella Bologna che è piena di vite. Per quello non so se lo è ancora anche di bulloni. Che non si è mai piegata. Non vuoi accettarlo ma è. La politica non ha tutte le risposte. Allora pensavo che bastasse non trovarsi nel mezzo. Pare impossibile ma a volte non ci puoi fare niente. E altre volte si presentano scelte che non vorresti dover fare. Sono belli i sogni. Hanno un solo vizio: non possono prescindere dalla realtà. Almeno certi. Né dalla vita. A volte dovrei avere il coraggio di mentire; alla vita e a Lei, alla mia compagna. Dirle che si può. Non ricorrere alla mascalzonata della verità. Lasciarle quella speranza. Dirle che ha ragione: che un altro mondo è possibile. Farle credere che anch’io ci credo ancora. La mia colpa è che è vero: alla fine torno a crederci. Testardo. Ma chi mi ha cambiato Il Capitale. C’è la Politica e la politica. La differenza è nella pi. E fosse solo quello. Ma inutile darsi delle arie. E’ meglio restare all’ultimo fatto di Bologna. E sentirne il peso. Non possiamo proibire l’inverno. Non ci sono alternative, non possiamo nemmeno proibire di volersi il male. Forse ci resta solo la rabbia perché bisognerebbe almeno salvare i figli, gli innocenti. E lascio a chi legge la vigliaccheria di trovare metafore; io non ce le ho messe. Almeno non l’ho fatto consapevole e volontariamente. Potrei sempre Poi Scrivere che ogni riferimento è puramente casuale. Perché, cara amica, l’uomo che è sbarcato nel futuro ha veduto che non ne valeva la pena. E allora… cambiamo la realtà.

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Bandiera rossaSono tornato dalle vacanze, anzi la testa è rimasta nel blu di un mare stupendo, nei tramonti mozzafiato; a Ponza. Cerco di ritrovare la quotidianità, non è tra le cose più semplici. Ritrovo il mio blog; questo spazio. Naturalmente leggo commenti ad un vecchio mio post; il post su Carlo Giuliani nell’anniversario del suo “assassinio”. Non me li aspettavo. Io avevo scritto semplicemente «Ci sono giorni in cui è tempo solo di silenzio, ma anche un silenzio può fare rumore»; null’altro. Me li aspettavo; sempre quando si va a certi argomenti vengono stimolati commenti di varia natura. Non avevo detto nient’altro, ma chiarisco il mio pensiero senza entrare polemicamente in alcune osservazioni mosse sulla “vittima”, né sugli atti successivi relativi ai famigliari del “ragazzo”. Quel giorno (20 luglio 2001) muore un ragazzo, e già questo mi appare come un avvenimento a cui vorrei lasciare solo un rispettoso silenzio (come detto nel post). Dovevo esserci, a Genova. Non ho potuto andarci perché all’estero (Praga). Vi si sono recati molti miei giovani amici, nessuno di loro conosciuto come facinoroso; tutt’altro. Ero davanti al televisore perché quella mi sembrava la cronaca di una morte annunciata. Era nell’aria. Fortuna (?) vuole che resta solo quella “vittima” fotografata in un gesto che pare quasi giustificare. No! fortuna vuole perché sono stati massacrati di botte molti “inermi” che però sono tornati da quell’inferno; da quell’agguato. Il governo ha schierato un dispiegamento di forze da repubblica sudamericana, robocops vestiti come cavalieri dell’apocalisse. Da dittatura sudamericana quei “tutori del disordine” si accaniscono sul dissenso: provocano e picchiano con ferocia inaudita. Fomentano e cercano lo scontro. In 45 anni di militanza politica ho visto questo e quello; speso quello. So cos’è la gestione di una manifestazione. Ho imparato a riconoscere un comportamento provocatorio, l’arroganza di un potere che vuole mostrare i muscoli. Che si muove come in una rappresaglia e sfida alla reazione. A parte il mistero del “blocco nero” quella prova di forza sfidava un popolo inerme, un dissenso quasi completamente pacifico. Mi si scusi se non so perdonare l’arroganza di quel potere che non sa creare una forma di dialogo con chi manifesta pacificamente la sua critica, appunto. Dedico a chi prende le distanze e a chi banalizza e cavilizza, tra le tante, nuovamente una vecchia canzone perché credo che anch’io, fossi stato lì, avrei perso il lume e probabilmente avrei reagito alla vista del “sangue innocente”, dell’infierire persino sui medici e su chi portava soccorso. Certo il carabiniere era solo un altro ragazzo mandato allo sbaraglio da un governo privo di vergogna e di scuse. Un’altra vittima. Questa è l’altra storia; anche se ritenevo sufficiente e opportuno il silenzio.

Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Il vestito di Rossini.mp3

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MascheraLo so che questo post probabilmente non interesserà nessuno, ma spero che i pochi che leggono questo blog porteranno pazienza o aspetteranno giorni migliori. Lo so che messo qui ha poco senso e che sarà difficile seguire il flusso logico dei ragionamenti; flusso, per dirla alla Sua maniera, teorico-pratico. Me ne scuso, ma nella rete si dice che i blogger diano il meglio di sé. Si dice. In qualche caso ho più che il sospetto che qualcuno non dia il meglio e qualcuno dia anche il peggio; almeno, in questo caso specifico, lo spero.
mariangela-iconaHo un’amica, una carissima amica, ormai lo sanno anche i sassi, che ha un magnifico blog ironico. Un blog che ha una sua notevole visibilità e molti contatti (questo è il punto). Questo mio modesto blog invece si accontenta di ciarlare cercando di farlo, per quanto mi riesce, e quando l’argomento lo permette, in modo leggero. Infondo la sua unica ragione, ancorché nato in modo casuale, è che mi diverto a scrivere. E io qui mi accontenterei di essere comprensibile.
In questi giorni, già resi ardui dalle festività, questa mia amica si è trovata, provocata a forza, maldestramente, pervicacemente, testardamente, coinvolta in un sorta di discussione, polemica, dibattito (non saprei come definirlo) che ha del surreale, sulla crisi della politica. Vi è stata gratuitamente trascinata da un comune amico che imperversa come un comunissimo troll¹. – Non voglio alimentare ulteriore polemica né cerco altrove visibilità, da questo momento chiamerò la persona l’interlocutore². – A parte il non domo, e pervicace (non perspicace) interlocutore (che si crede depositario dell’unica e inconfutabile verità in materia), al limite della demenza, del borderline, dovevo all’amica una risposta giacché sostenevo d’essere sostanzialmente d’accordo con Lei quasi su tutto e su quel “quasi” avevo promesso di tornare.
Anch’io, nel mio piccolo, credo che siamo davanti ad una crisi “brutta brutta“, come la definisce Lei facendo il verso a Aldo, Giovanni & Giacomo, o “organica“, come la definisce dottamente l’interlocutore. Il fatto mi sembra, personalmente, banale perché basta aprire le finestre per rendersene conto. Solo su questo mi trovo in accordo con l’interlocutore. Su tutto il resto della provocazione mi mantengo allibito, basito, non solo per la datata ricostruzione e per la mancanza di ipotesi di soluzione, ma soprattutto per la confusione sui vari piani di lettura della realtà attuale; realtà attuale in continua evoluzione.
Un intervento intelligente viene proprio dal vecchio coautore dell’interlocutore, Luis Razeto, in un commento che riporto per non contribuire ulteriormente nel lavoro di ricerca di visibilità:
«La attuale civiltá moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri o fondamenti che la sostengono (a livello politico, lo Stato nazionale ed i partiti; a livello economico, l’industrialismo e il capitalismo; a livello culturale, le ideologie e lo scientismo positivista). Questa crisi, poiché organica, non può risolversi che mediante una nuova organicitá, e come ogni organismo cui fondamenti vitali entrano in grande crisi, la civiltà moderna e suoi pilastri sono destinati a deperire. Questo deperimento però, è lentissimo, e il processo può estendersi ancora per alcuni decenni.
In questo nostro tempo, abbiamo due possibilitá (se vogliamo fare qualcosa di socialmente utile): l’una, è di tentare di sostenere e rafforzare e migliorare i pilastri della civiltà in crisi dimodoché il crollo sia posposto un po’, riducendosi in questo modo le sofferenze che comporta la crisi e che comporterá il crollo stesso. L’altra possibilità è di avviare la costruzione dei fondamenti di una nuova superiore civiltà.
La questione della riforma dei partiti, della creazioni di nuovi e migliori partiti, ecc. si pone nella prima prospettiva.
Se invece ci poniamo nella seconda prospettiva, le questioni essenziali sono: la creazione di una nuova politica (non partitica, non statale), di una nuova economia (non capitalista, non industrialista), e di nuove strutture della conoscenze (non ideologiche, non positivistiche).
»
Sin qui l’argomento (che sembra chiamarsi “scienza della politica“), e le relative analisi, le capisce anche la mia crassa ignoranza. Nemmeno mi ci soffermo. E’ sul resto. E’ sull’interlocutore che si erge a verità e sul suo “verbo“. Ora, provocato e visto il contesto, mi esibirò anch’io in una citazione, nonostante non abbia letto abbastanza libri e soprattutto non quelli giusti (trascuriamo qui che i libri, oltre a leggerli, bisognerebbe capirli), nonostante odi farlo e preferisca “ragionare”. L’autore è il dimenticato (nelle discettazioni) Marcuse: «La borghesia e il proletariato, nel mondo capitalista, sono ancora le classi fondamentali, tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi rendendole inefficaci come agenti di trasformazione storica. Un interesse prepotente per la conservazione ed il miglioramento dello status quo istituzionale unisce gli antagonisti d’un tempo nelle aree più avanzate della società contemporanea…» Dalla crisi del ’29, o grande depressione, si poté uscire anche grazie ad una economia di guerra e non solo. Ora il tardo-capitalismo, non più basato sull’equilibrio tra produzione e mercato, ma sulla finanza, mostra di essere arrivato al capolinea e da questo ne uscirà un riassetto globale, una scomposizione e ricomposizione della società. Gli strumenti di lettura-interpretazione “torneranno” ad essere superati ed inefficaci. Già utilizzare un concetto di classe legato ad una lettura della economia e della macro-economia che conta almeno mezzo secolo mi appare fuorviante. Per questo lo stesso Marcuse parla di società unidimensionale. Sugli elementi detonatori della crisi economica si potrebbero spendere parole utili, non è questo il posto ne lo spazio. Che la crisi politica, ovvero della gestione del consenso e/o potere, sia figliazione di una riscrittura globale dell’economia mi sembra superfluo soffermarvisi, le cose non sono scindibili (se può sembrare strano è marxiano). Continuo a sostenere come forse l’ultimo tentativo serio di una “risposta diversa” sia stato massacrato per le strade di Genova, ma questa mia testarda osservazione ha già trovato spazio in queste pagine. Probabilmente i tempi non erano maturi. Il “movimento” non era preparato a contrapporsi efficacemente alla provocazione e alla sfida violenta che gli è stata lanciata.
C’è poi un piano del tutto italiano. Quello della nostra “piccola” politica nazionale. Un tema, diciamo così, “quotidiano”. Quello sul quale le persone di “buona volontà” cercano di spendersi. Quello che assorbe parte delle mie energie. Quello sul quale l’interlocutore solo a volte indulge, (e scivola malamente) perché non fa abbastanza colto, lanciandosi finanche in affermazioni azzardate. Cambiare si può cambiare e si può provare da ora. E’ per questo che lascio le dotte discettazioni ad altri o meglio il loro soffermarsi solo a quelle. Oltre a tutto mi sembra che su quel cambiare lo stesso Luis Razeto si stia impiegando (a differenza dell’interlocutore).
Su questo, con la mia amica, non ho molto da dire; ci troviamo abbastanza in sintonia. Su alcuni aspetti di questo piano tutto nostro e italico, con un ottica a quella che potremmo chiamare “sinistra“, avevo provato a cercare di dire delle misere idee. Ad aprire una piccola discussione. Lo stesso colto interlocutore, a suo tempo, censurò un mio post sull’argomento poiché non all’altezza delle vette del suo sito, perché confuso e, a suo esclusivo dire, pieno di errori ortografici. Questo per completezza perché sono spesso molto poco tolleranti e democratici coloro che chiedono tolleranza e libertà per sé, al di là delle definizioni che danno del loro pensare.
Spero, a questo punto, che nessuno vorrà ascrivere colpe a uno dei due cioè al coautore delle opere più volte citate, Luis Razeto, e all’ispiratore, Antonio Gramsci. Mica è sempre vero che ognuno ha gli amici e i discepoli che merita. Ce lo insegna persino la storia. Vorrei inoltre fare una ultima osservazione: credo che anche il parlare di massa sia ormai un termine obsoleto (spero che all’interlocutore piaccia questa parola) ricordandogli che massa, nel mio dialetto che possiede anche l’amica, significa anche troppo; un troppo che stroppia.

Tranquilli, qui, in queste pagine, non si aprirà nulla di simile, non comincerà nessuna “discussione”. Perché non sono all’altezza. Perché non è un proscenio abbastanza prestigioso. Perché provvederei a farla finire prima che cominci.


1] Dicesi Troll di individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi. Per una più precisa definizione vedesi la voce in wikipedia.

2] In realtà mi sento un poco responsabile, e colpevole, per essere stato io l’artefice di questa relazione cioè per averLe presentato l’interlocutore.

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