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Posts Tagged ‘unità’

Logo per la celebrazione del 150mo anniversario dell'Unità d'Italia

Parto e torno. Ogni giorno. Si può proprio dire che scendo in città. Come ogni pendolare. Veramente salgo e scendo. Prima vado poi rientro. Quasi un moto schizofrenico. E sempre contro mano. Sfidando un fiume in piena. Nuotando contro corrente. A pensarci… una costante nella mia vita. La maggioranza va nella direzione opposta. Non mi sono mai chiesto perché la maggioranza si ostina ad andare in direzione opposta. Come mi correggerebbe Faber: In direzione ostinata e contraria.
Così, di ritorno, arrivo a Venezia. Immerso nelle pagine di un libro. Che a volte mi sembra già frequentato. E letto. E a volte scopro che è vero. Consapevole che lei mi aspetta. Felice e impaziente di questa attesa. Magari girovago dei miei pensieri. E mi ritrovo, di tanto in tanto, con la sensazione di essermi sbagliato. Per quel ponte. Per quel ponte che non c’entra affatto. E mi guardo torno come si guarda chi non è mai arrivato. Quella maggioranza fatta di lingue colorate. Di suoni anche gradevoli, ma semplici suoni. Di confusione. Di disordine. Di: andiamo perché si va per andare. Di una emergenza mai denunciata e in fondo nemmeno sofferta. Dei costi di questa strana città d’acqua e di cultura.
E ai balconi vedo sventolare molte bandiere. E’ corretto dire che garriscono. Con un che di orgoglio. E di presunzione. Enunciano. E denunciano. Tricolori. E più di qualcuna tinta d’arcobaleno. E il vederle mi mette allegria. E anche un po’ di tranquillità. Qualcosa, e qualcuno, sa. E’ il momento di continuare a resistere. E non mi sento più così confuso. E straniero. Tutto torna a questa fragile normalità. A questa nuova epoca. Ed epopea. Venezia è un porto. E’ il porto. Un attracco. Anche per chi viene da terra. Con me. E si troverebbe in indigenza in balia di altre onde.
Ma poi provo un che di disagio. Perché non amavo le bandiere. E non è poi passato troppo. Mi sembravano affermazioni perentorie. Vessilli. Brandelli di un volgere al passato. Memorie e rimembranze. Superflue. Proclami. Mi parevano confine. Segnalare una differenza. Una frontiera. Un di qua e un di là. Motivo di disputa, di lotta, persino di guerra. Mi rendevano incerto anche quelle giuste. Anche quelle che difendevano diritti. Persino quelle che parlavano del loro sogno. Che lo urlavano. Anche quelle che amavo ed ho sempre amato. Certo non le accomuno ne ho mai voluto farlo. Vorrei un mondo che non abbia bisogno di eroi. Né di martiri. Soprattutto oggi che è ancora così recente la morte di un “amico”. La morte per un ideale: “Restiamo umani”.
Ma è solo un momento. Torno a tranquillizzarmi. Abbiamo bisogno di quelle bandiere e sono bandiere che uniscono, non che dividono. Sono bandiere che contrastano un tentativo di divisione. E vogliono prendere le distante. Le distanze soprattutto da un’Italia cialtrona. Provinciale. Egoista. I tempi cambiamo. Persino il 150mo l’ho vissuto come una grande festa. Una volta non sarebbe stato così. Ma parafrasando Gaber: per fortuna o purtroppo una volta è rimasta ferma a quella volta. E allora: aggiungete bandiere ai vostri balconi. Tra i fiori. Benvenuti i tricolori e le Bandiere della pace. Di una pace vera questo mondo avrebbe bisogno. Al posto di quella millantata che semina morte da bombe. Anche di giustizia, per dire il vero. Anche di autentica democrazia. E di tante altre cose. Non mi piace questo impegno di trincea, sulla difensiva. Ma sono tempi difficili. E Resistere è il minimo per sentirsi vivi.

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foto di Antonio Gramsci proiettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Cosa dire? non sono uno spettatore attento. Più che distratto sono un non spettatore. Amo la musica, non la kermesse. Così stavo guardando un po’ qua ma anche un po’ là. Con il linguaggio di oggi si direbbe che stavo facendo zapping. Per quello non ho visto tutto. Semplicemente, con un po’ di fortuna, ho visto quello che conta. Se non si è capito sto parlando del festival. Quale? Ma quello di Sanremo naturalmente. Quello ultimo; di quest’anno. Perché allora: cose dell’altro mondo? Essendo dovrebbero essere di questo. In verità è un modo di dire. Indica l’insolito e anche di più. Mi mette un po’ a disagio che in quella manifestazione vinca quella che a me sembra la migliore. Non ne faccio solo una questione di simpatia né voglio darne un parere critico. Personalmente ho dei dubbi nel definirla una grande canzone. Forse sarei per il buona. Semplicemente mi sembrava la meno peggiore del lotto.
Non bastasse questo arriva seconda una ragazzina con una voce e una grinta che si fa rispettare. Una ragazzina, tale Emma Marrone, già anche di “Amici” ho una conoscenza tanto superficiale da poter affermare che ignoro la trasmissione volutamente, dicevo che Emma aveva già mostrato di che pasta era intervistata per la manifestazione di Roma delle donne: quella titolata Se non ora, quando? Svoltasi domenica 13 febbraio 2011 (data da ricordare). Mi ero formato l’opinione senza sapere a chi apparteneva quel viso grazioso e grintoso. Dentro quel contenitore solitamente frivolo che è il “Festival della canzone italiana” si inserisce anche l’intervento del grande Roberto Benigni (vedi sotto) che definire comico e criminalmente riduttivo. Lui, l’autore di “La vita è bella”, ci fa riscoprire l’orgoglio dell’appartenenza, della nostra terra e del nostro inno. Alla faccia di chi predica nel deserto della separazione. Forse assestando un colpo micidiale a chi si è fatto affascinare da quei facili slogan: che soli è bello. Un po’ come dire che chi fa da se fa per tre e anche per tutti. Potrei chiedermi se è possibile che in questo paese la politica sappiano farla gli attori, i comici, i cantanti, gli eccetera mentre i politici non sanno né di questo né di quello. Ormai sono stanco di chiedermi alcunché.
Se non bastasse Luca e Paolo, che paiono gli unici che riescono a divertirsi veramente e non sono tra gli apostoli, se ne escono a leggere una brano di Antonio Gramsci. Proprio di Antonio Gramsci; quello lì. E sullo sfondo c’è un immagine dello stesso con fondo rosso. La stessa appiccicata in testa a questo post (appunto vedi sopra). Un’immagine che non è la solita del Gramsci giovane. Né è quella, tanto cara ad un amico, del Gramsci dell’ultima ora; quello gonfio e sofferente. Quello che la dittatura fascista sta portando alla morte in carcere. In verità anch’io “odio gli indifferenti”. Forse nemmeno li odio. L’odio è un sentimento troppo forte e non lo so molto frequentare. Diciamo che mi schifano. Ma io già volevo, qui o altrove, parlare del Grande Compagno, per altro e trovarmelo al festival mi ha fatto un po’ sobbalzare. Strano paese l’Italia. A volte simpaticamente strano. Anche a pensare che ormai una cultura “altra” sembra non essere all’ordine del giorno di nessuno; non interessare più.
In quel mentre in un altro canale mi sono imbattuto in Dario Fo che recitava uno dei suoi “Misteri buffi”. Ancora una volta mi ha affascinato attorno al monologo che ruota sulla storia della figura di Bonifacio ottavo, dove ottavo non è il cognome ma un numero progressivo. Non avevo mai pensato che ci fosse potuto essere stato anche un Bonifacio uno, un Bonifacio due, e tutti gli altri Bonifaci eccetera. Mia distrazione ma anche perché degli altri nessuno me ne ha mai parlato. Mi si tacci pure di ignoranza ma siamo tutti ignoranti di quello che non sappiamo. Certo che certe cose non invecchiano mai, restano sempre attuali. Il potere si assomiglia sempre. Ha sempre quei tratti di protervia e cialtroneria e sfacciataggine e prepotenza. Così, girovagando per il palco, il grande autore e attore e mimo e cantante ci ha ricordato che: “La storia la fanno i popoli, e la raccontano i padroni”. Così il gatto si mangia la coda. E torniamo all’inizio. Se la nostra memoria la raccontano gli altri non lagniamoci di quel racconto. Non so se è finita la classe operaia, ma la cultura da esse prodotta è scomparsa per suicidio e per apatia. Cosa ci è rimasto di quarant’anni della nostra storia? Di tanti tentativi di raccontarla da noi la nostra storia?

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VENERDI’ 5 SETTEMBRE 2008 ORE 16

Manifestazione dei Lavoratori Pubblici

Venezia era bella come sempre. Dall’ultima volta, e sono passati tanti anni, troppi, un maquillage le permetteva di mostrare il volto senza troppe rughe. Lungo riva degli Schiavoni Vittorio Emanuele (credo il secondo) fiero e al solito tante barche; di tutte le fogge. Dietro ad uno yacht ne era ormeggiato un secondo, più piccolo, tre persone a bordo. Si stavano annoiando in modo molto composto. Ci hanno fatto ciao con la manina in gesti anch’essi composti. Sulla fiancata la scritta a caratteri chiari: La dolce vita. Noi, dalla motonave, abbiamo risposto al saluto. Abbiamo provocato il saluto di tutti quelli che incrociavamo. Le bandiere garrivano al vento. Bandiere rosse, qualcuna fuori ordinanza. Bandiere a strisce, con grandi strisce bianche e verdi. Bandiere azzurre. La maggior parte col capellino in testa. Cappellini rossi. Cappellini verdi (il sospetto che siano avanzati a Bossi dall’ultima volta che ha giocato con le bottigliette). Cappelli azzurri. Il sole batteva senza il minimo gesto di pietà. I cappellini aiutavano a salvare il salvabile. Più che un manifestazione sembrava una scampagnata. Una gita faticosa e fatta per dovere, con pochi entusiasmi. Nessuno si provava nemmeno a intonare una canzone. Qualcuno faceva delle foto come dei veri turisti. Il viaggio è stato lungo e massacrante. Dio, o chi per lui, renderà meriti ai meritevoli. Tutto per andare a gridare la nostra rabbia disidratata. La cosa più terribile che è salita da quelle gole, oltre che da quei fischietti e dal megafono, con una voce di gallina, è stata: “Brunetta, Brunetta, il più fannullone sei tu“. Ho rimpianto il vecchio fanculo. Almeno quello era schietto e sorgeva dai cuori. Ma già dal viaggio avevo avuto una strana sensazione: a occhio non raggiungevamo il migliaio, ma eravamo parecchi di meno. Tutti insieme diciamo mille; i mille. Ad occhio c’erano dentro tante umanità. Tanti popoli, diversi e divisi. Quanti anni sono passati? La sensazione era che nella realtà l’unità di questo paese non si sia mai fatta.

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