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Posts Tagged ‘vacanza’

Di quella casa, affacciata al mare, era rimasto ben poco. A nessuno sembrava interessare. Era crollato il soffitto. Le finestre erano delle orbite vuote sospese sul nulla. Pezzi di pietre e intonaco erano rovinati al solo trasformandosi in polvere sottile e calcinacci. Io restavo lì a guardare quella costruzione diroccata che andava via via disintegrandosi per l’incuria e i vandalismi gratuiti. Seduto all’osteria, magari con il gotto pieno. Di giorno ci batteva il sole accecante. Di notte era illuminata dal lampione della stessa bettola. Una fetta di luce nitida e precisa. E sul quel muro si muoveva con le sue movenze rapide e buffe un geco. Di giorno capitava di vederlo raramente. Cercava di evitare il riflesso più luminoso; di non esporsi. Era più frequente spiarlo la notte, dopo le dieci o le undici. Stava appiccicato a quel muro, tozzo, ancorato con le zampette come ventose. In un equilibrio impossibile. Come se fosse parte di quel muro; dipinto. Andava pigro in cerca della sua cena, mirava sempre ad una preda. Faceva due passetti e poi restava immobile. Un altro passettino e poi di nuovo si bloccava ancorato e inerte. Finché non era al dovuto tiro del suo obbiettivo. Solo allora scattava con una velocità incredibile, inaspettata. Non ricordo di averlo visto mai mancare la vittima; la cena. Ero affascinato da quella bestiola che anno dopo anno ritrovavo lì come un vecchio amico. Poi un anno è stata male Francesca. Un anno non ho potuto prendere le ferie in agosto. Infine un anno non ricordo quello che era successo. Il risultato è stato che per tre anni non ho più raggiunto l’isola. Il quarto sono tornato e la sera, come mia abitudine, mi sono seduto davanti alla taverna ad aspettare l’ora di rincasare. Era un’estate particolarmente calda e arida. Francesca ci aveva lasciato, i ragazzi erano diventati ormai grandi, e avevo tutto il tempo per me. Non c’era un alito di vento. Era passato Salvatore e poi Silverio con il suo cane a guinzaglio. Un paio di isolane di fretta. Tutti mi salutavano perché tutti mi conoscevano ormai. Di quella casa non era rimasto in piedi quasi più niente. Il vento che veniva dal mare, il maestrale, con quel nome così intrigante e autorevole, e il suo fiato così testardo e sprezzante, soprattutto d’inverno, la spazzava senza riguardi. Da giovane avevo raggiunto l’isola anche nella brutta stagione. Col tempo avevo finito per andarci solo d’estate e s’era persino parlato di venderla, la nostra abitazione. Per me era anche troppo e il costo non valeva l’uso che ne potevo fare. Lì ci ho sempre trovato quiete e silenzio. Forse era stata una leggera scossa di due anni prima, o forse aveva solo contribuito. Avevano detto alla televisione che non c’erano stati danni. Certo le travature, con quel sudore salato dell’aria umida, s’erano marcite e non erano più riuscite a sostenerne il peso. Forse qualcuno ci aveva messo gli occhi sopra e la voleva a pochi soldi per demolirla e costruire ex novo. Infatti, in parte, quel legno e le pietre stesse erano anche anneriti come se usciti da un incendio. Non so perché ma io ero legato a quella casa, mi faceva compagnia, ma non erano rimasti proprio che un pezzo di muro e brandelli di intonaco. Avevo indugiato lì assorto nei miei pensieri e di come quel vecchio mondo stava scomparendo quando l’ho visto apparire. Non mi ero chiesto che fine avesse fatto; non lo ricordavo nemmeno più. Avessi pensato mi sarei detto che non fosse sopravvissuto a tanta desolazione e distruzione. Che il tempo doveva passare anche per quell’animale. Oppure che era traslocato in un luogo più accogliente e dove la sua ricerca del cibo fosse più agevole. Invece il geco, forse nemmeno lo stesso, che importa? a me piace pensare sia proprio lui, era entrato nello spazio illuminato e s’era mosso con le sue solite movenze ridicole. Restai a guardarlo emozionato. Non ricordo bene se se ne andò prima lui sazio, o se cedetti prima io alla stanchezza. Ricordo solo che chiamai il mio avvocato e lo pregai di interessarsi della faccenda. Avevo deciso che avrei comprato quel cumulo di macerie a qualsiasi prezzo ragionevole e le avrei restaurate. S’era salvato un pezzo di pavimento di pregio e mi resi conto di come si affacciasse con una vista splendida e panoramica. Non fui certamente influenzato dalla presenza della bestiola, sarebbe stupido, ma mi feci convinto mentre guardavo le sue movenze. Altri avrebbero col tempo scoperto l’isola e ne poteva uscire una bella villetta; anche tre camere e soggiorno. Era un ottimo investimento. E poi anche i ragazzi, un giorno, si sarebbero fatti la loro famiglia.

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tazzina di caffèLeggendo nelle carte il destino mi riserva un viaggio e non si impegna in altro, ma io non voglio starle ad ascoltare; alla fine preferisco scoprire lentamente le cose. Per il viaggio non vorrei dire ma ancora tre giorni a Vienna e poi dobbiamo tornare. Il pacchetto di Elsa aveva la forma di un libro, tutto suggeriva che fosse un libro (avevo sbirciato nel suo bagaglio) e conteneva un libro. Lei sperava in un anello (forse ci contava), mi è rimasta l’impressione che l’orsetto l’abbia un poco delusa. Lei, comunque (Elsa), ha finto bene ed è stata dolce. La ricorderò, questa vacanza riempiendo e svuotando valigie, ma almeno è stato bello lo svegliarsi il mattino e le ferree regole podistiche dei giorni che ci lasciano sfiancati. Non so se la ricorderò di più per la bellezza per gli occhi o per la rigidità del tempo (per bellezza per gli occhi torno a parlare, scusami, anche e soprattutto di Elsa); di lei sono stati pieni questi giorni. Non ti dico né me lo dico quanto abbiamo mangiato e al solo dirlo mi sento sazio, mi odorano ancora le dita di spezie e l’alito di birre. Oggi credo proprio che ce ne staremo un poco a letto a riposare. Dai un bacio ai bambini.

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Ponza vista dall'Isola che non c'è

Un sole (uno solo) acceca. C’è là un mare d’incanto. Una leggera brezza lo increspa. Ne porta l’odore fin lassù: all’Isola che non c’è. Si sono distratti, come due ragazzi. E come un ragazzo Michele ha la meraviglia negl’occhi. Quello stesso senso di incredulità. E si sente sereno. Ed è felice. Se la coccola con gli occhi. Rossana lo sa, e se ne accorge. Sembra che il mondo sia solo colore, che non abbia suoni. E’ tutto così lontano. Non possono chiedere di più perché un di più non c’è. Guardano lontano abbracciati. In silenzio lui si scusa con gli amici. Gli sembra quasi di mancare. Vorrebbe averli tutti là. Anche se sa che è solo un breve arrivederci. Ma non proprio breve. Tutto è sospeso tra le pagine di una favola. Ogn’uno se la può scegliere la favola. Ma è una favola a lieto fine. E il promontorio è la prua della nave. E il grido dei gabbiani avvista terra. Nell’aria c’è già una canzone. Inutile disturbarla. Inutile interromperla. Come due ragazzi si tengono per meno e vanno verso quel sole. La felicità sa trovare lacrime dolcissime. La vita deve essere amata.

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La pagina di aprile di un calendarioSe qualche ora vi sembra troppo provateci voi a starvene con le balle per aria quattro giorni al mare. E mentre c’è il giro d’Italia. C’è poco da fare, non lo sopporto più il mare. Un trasloco in piena regola. La ragazzina che frigna per tutto il viaggio. Odore di caldo e di gomma bruciata. L’estate improvvisa che poi va e viene. La sabbia che s’infila dappertutto e non si riesce nemmeno a leggere in pace la rosa. Quelli che prendono sul serio persino la partita di pallavolo. Una pozza d’acqua piatta che non finisce fatta di piscia e i soliti protagonisti. Ormai ci si conosce tutti e col tempo le facce mica migliorano. Nel fondo della scena, distante, una petroliera. Svanisce nell’orizzonte, la petroliera. Si scioglie contro il cielo. E ho dimenticato pure la schiuma da barba. E già mi manca Irene, la mia amica di chat. Con lei ne diciamo tante. Non sa proprio dove stia il pudore. Mi sa che le cose cercano di avvertire le persone. Cosa possono farci se quelle non le ascoltano?
Inutile mentirselo, a volte ho proprio pensieri fighi. Non so come mi vengono, ma mi vengono così. Anche mentre sto pensando ad altro. E d’altronde se non mi nascondo nella testa, io che ce l’ho, come farei a fuggire da questa noia. La cosa più emozionante è infilare la cicca nella sabbia. Io che cerco l’ombra e lei assetata di sole. Che poi ho sentito che non fa nemmeno bene. Le donne ne hanno proprio la smania. Marta con la sua mania dell’abbronzature e le sue creme. Odio anche spalmarle la crema che mi restano tutte le mani unte. E se cerco un po’ di gentilezza rischio che mi manda. Certo che a guardarsi in giro c’è anche un bel vedere, capita, e mi tocca guardare, caspita, e non guardare per non sentirla brontolare “Ma cosa guardi”? Certo che il mare era un’altra cosa una volta; senza la carceriera. Erano uno spasso le nostre gare di rutti. La sera era patatine fritte, wurstel e disco. E più di qualche drink. Il bagno di notte. E’ emozionate è mare sporcato di luna. Le avventure col pattino. Nelle cabine vuote. Ma forse anch’io ero un altro allora.
E poi diciamola tutta, era anche allora così bello solo nei racconti. Va bene per quelli a cui piace leggere. Ai pigri e agli sfaccendati. Per togliersi i bambini dai coglioni. Quelli, i bambini, al mare ci sguazzano. Sembra che la sabbia gli faccia sesso. Persino se la mangiano, la sabbia. A me manca la briscola. E Gualtiero e Ribecco. Insomma, gli amici. E’ stata utile solo per rimandare quei lavoretti che doveva fare in casa. Lavoro da uomini, li chiama Marta. Quali sono quelli da donne? Stronzate. E’ che da nessuna parte te ne vai. E’ come se rimanessi sempre allo stesso posto. Come se fosse questo stupido mare a raggiungerti in casa. Luana è sui manifesti ma anche lì sembra tale e quale quella Mariarosa. Perché i colpi di culo capitano solo agli altri? Invece dell’originale per la mia officina ci passa la copia e non è la stessa cosa. Non dico che… ma già il nome. E arriva con colpevole ritardo; inopportuno. Che a ben vedere s’è mai vista una donna puntuale? Marta è sempre stata in ritardo persino con le sue cose. Ogni mese un’ansia. Solo al matrimonio era là, prima che aprissero la porta, impaziente. Questa è un’altra di quelle cose che ti dovrebbero far pensare.
E poi da dove vengono questi barboni di negri? dal mare. Almeno si lavassero, bisognerebbe asfaltarlo. Potrei proporlo. Nel lettino nuoto già nella pozza del mio sudore. Ma è giusto fare agosto che non è ancora giugno? Meglio stendersi sulla sabbia. Sento come un buco alla pancia. Mi volto e cerco di rilassarmi. Quella bionda se la tira un po’ troppo, ma non è per niente male. Eccone un altro con le collanine. Aspetto che lei si giri. S’è accorta, la troia, che me la sto a guardare. A rimirare. Con questo mia fare indifferente. Sono un artista. E mi fa aspettare e penare. E poi si gira apposta per farmele ammirare. Cioè si alza ma solo un po’. Quelle dondolano dolcemente. Ne ha un paio belle sode proprio da competizione. Lo dico sempre a Marta perché non lo togli ma in fondo preferisco guardare quelle delle altre. Rubare l’immagine, come mi piace dire. Tanto le sue le conosco già e fin troppo bene. Magari non così troppo che non è mai abbastanza, ma lei è mia moglie. E se ci penso è anche meglio che me le guardi solo io. Che quando le guardo, come alla bionda, ma a lei le debbo solo sbirciare, mica solo le guardo. Se ne avessi io un paio del genere saprei che farne.
Devo girarmi ancora sulla sabbia calda e cercare di distrarmi perché altrimenti mi partono le fantasie. E lo pezzente non vuole togliersi dalle balle. Ma cos’hanno al posto del cervello ‘sti stronzi colorati? Non puoi startene in pace nemmeno qui. Insistenti come ai semafori. Non demordono nemmeno se li mandi insieme alla mamma. Avrei io qualche idea su come fare. Finisce che mi toglie il gusto per la bionda. Perché così mi distrae. E mi fa ombra; il maledetto. Perché Luana sarà anche la mia calendarietta preferita, ma in fondo quando sono vere è meglio. La ciccia è bella quand’è ciccia, mica li capisco gli stupidi che sanno apprezzare solo se sono stampate o in tele. Che nelle foto mi sistemano come vogliono. Le truccano e son tutte dive. Gli mettono i cerotti e gliele tirano su. Io le so queste cose. Poi le vedi… Mi alzo e le dico che vado a prendermi un chinotto, il sapore salato del mare mi fa sete e questo è proprio vero, intanto le passo vicino e quella sorride.
Aspetto un po’, anche troppo per i miei gusti, ma la bionda non si fa vedere. Il chinotto ha la stessa temperatura del tè e lo stesso gusto di quella piscia. E io ho di nuova la stessa bocca di merda. Mi viene su anche la parmigiana. Forse anche quella Luana è di Parma. Me la vedo come una di Parma. Da tortellini e dammi qua bel maschione. Una che con le tette ti fa toccare il paradiso. E lei le ha giuste per farti sbiellare. Mica ha bisogno dei cerotti, si vede. Il posto più giusto nella spiaggia è in prossimità delle docce. Con la scusa di sciacquarsi dalla sabbia e dal sudore le donne ti fanno vedere e non vedere. E’ il più bel vedere. Fanno le contorsioni per mostrarsi. E mostrano quello che vogliono. Poi, vigliacche te lo nascondono. Sonno come farti penare, e soffrire. Sanno che l’uomo così desidera anche di più. E’ sempre il frutto più in alto dei rami. Sono fatte così le donne, gli piace farsi guardare. Fare andar via di testa gli uomini. E sanno l’arte del fingere di non volerlo fare. E’ una questione di allenamento, l’hanno affinato in tutti questi secoli. Sono delle gran porche, le donne.
Certo però che la donna è una gran bella invenzione. Beh! non tutte ma abbastanza. Perché è anche vero che la carne è carne, ma qualcuna farebbe anche meglio a starsene a casa. Perché la spiaggia non mente. Anche la carne mica è tutta uguale, c’è il filetto e la trippa. Magari potrebbe scegliere la montagna che quella, alla sua età, ha poco da mostrare e quello è proprio scadente. Ma aspetto la seconda della fila. Ha occhi che ti guardano diritto dentro al costume. Con quella scusa si infila la mano sotto la coppa a insaponarsi la tetta. E’ lascivia pura, meglio che in quei film. Ché l’ultimo che mi ha passato Lorenzo era una vera fregata. Si vede quasi di meglio alla televisione. Soprattutto dopo la mezzanotte. Lei invece, la bagnante, anzi la docciante, è una vera figata. Piccolina è piccolina ma ha ogni cosa al posto giusto. E come si lava con cura dentro le mutandine. Non dovessi tornare me ne resterei qui in eterno, ma… ancora un altro po’. Qui va a finire che mi scappa un solitario e devo andarmene in cabina.
E la piccolina ammicca, forse s’è accorta che ho del movimento nel costume. Gira la testa. Fa la sdegnata. Sono così le donne. So che le dà gusto, ma deve fare quella faccia. Secondo me è una grande porcona. Ma perché le avventure al mare capitano solo agli altri. Fingo anch’io l’indifferenza e quella è già andata. Non la vedo più. Magari è tornata dal marito. E il cornuto se ne stava tranquillo a scottarsi al sole. Una così è meglio non mandarla in giro da sola. Almeno farla accompagnare dai carabinieri. Ma poi anche quelli dell’arma ce l’hanno nei pantaloni. Non c’è verso di stare tranquillo con una così. Se non li hai sei sicuro che prima o poi arriveranno. Come in quel film con le autostoppiste. Ma se una è bella è bella; non c’è niente da fare. E la bellezza è sintomo di porcaggine.
Per quanto guardi intorno… sparita. Magari era venuta con l’amico, o con un marito, o con chi cazzo vuole. Anche questa è una cosa di cattivo gusto: le donne al mare ci dovrebbero venire da sole. E in età da mare. Certo che allora sì che venire al mare sarebbe una completa goduria. Ma senza la Marta. Perché per quanto ha le sue parole crociate quella è sempre lì che controlla. Non posso nemmeno rifarmi gli occhi. Sono strane e stronze, le donne. Hanno la mania di questo è mio e quello è tuo. Poi se la fanno col prima. E’ tutto suo, delle donne, e loro sono di tutti. Certo Marta non è così, ma è raro trovarne. Che poi io quasi quasi la preferirei colà, che mi lasciasse un po’ di respiro. Magari i manifesti dicono che la Luana è in qualche locale. Se Marta mi lasciasse un po’ di spazio ci andrei di corsa. Ma al mare come faccio a trovare una scusa per tagliare, e lasciarla da solo in camper. Lei e la mostriciattola.
E poi ormai è iniziata la mia personale classifica. Il mare non ti dà altro. Non mi possono togliere anche questo. Due se ne vanno per mano vicino riva. Senza pudore. Come una coppia vera. Gli uomini hanno sempre fantasia per le lesbiche. E’ il segno di quello che non puoi. Ma magari piacerebbe anche a loro. Come possono dirlo? Bisognerebbe farglielo provare. Do un punteggio ad ognuna e conto su quella con il costume nero. E’ molto alta. E’ veramente striminzito, il due pezzi. Tanto vale starsene senza. Mi sembrerebbe un consiglio ragionevole. Che le si infila da per tutto. Sono sicuro che sarà lei ad essere eletta la miss doccia del giorno. So ben io cosa ci farei. Ho pensato: è meglio che me ne torni. Rischio di fare un macello. Certo che troverei da fare bene, ma con moglie al seguito si deve rinunciare a tutto. Meglio starsene a casa. Non le ho nemmeno chiesto se voleva che le portassi qualcosa. Che vada a farsi fottere. E’ lei la causa di tutte le mie disgrazie. Lo sapevo, non mi dovevo sposare. Io sono fatto per stare libero. Per una volta e via. Non sarà mica un caso se hanno pensato di chiamarmi Romeo. Ma Marta è Marta, è una donna, è solo una moglie, non ha fantasia. Io a volte c’è le avrei anche delle fantasie… poi mi trovo di fronte lei. E mi passano. A chi non passerebbero con una che ti chiama Ciccio? Mi sa che faccio meglio a passare per l’edicola. Così vedo chi è la star di questo mese. Ma io resterò sempre fedele alla mia Luana.

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La pagina di aprile di un calendarioQuesta è una storia non storia. Come un calendario senza giorni. E a proposito di giorni vorrei parlare di quei giorni. Ci sono giorni in cui tenersi alla larga è questione di sopravvivenza. Ci sono giorni in cui meglio “salvasela la vita”.
Uno di questi giorni è quando Marta fa le valigie. Che io mica la capisco tanta tensione per un weekend di pasqua al mare. Che neanche per un trasloco e invece sono solo quattro giorni al mare.
Si sa come sono le donne: quando c’è un viaggio da fare, e una valigia da preparare, diventano intrattabili. E’ fisiologico; una legge naturale. E poi per le donne il tempo è un valore relativo, che non è. Quattro giorni e tutta la vita sembrano durare lo stesso.
Quando ho finito di sacramentare io, che non amo farmi massacrare, prendo la porta e taglio. Per fortuna riesco sempre a trovare una scusa. Per fortuna lei se le beve facilmente anche se un po’ borbotta e la cosa non potrà durare all’infinito.
Stavolta le ho raccontato che avevo da fare con una miss che aveva sbiellato. Allo stesso prezzo ho esagerato e le ho parlato di una carrozzeria rosso fiammante metallizzata. Come mi vengono certe idee? Fosse stata una utilitaria sarebbe valsa lo stesso, ma avrei fatto una figura meschina. Con rischio che s’inventasse che una così poteva aspettare.
Comunque non fanno più le macchine di una volta. Quelle di oggi muoiono prima ancora di ammalarsi, o le cambi perché sono anche dure a morire. Pare non abbiano più né bielle né pistoni. E quando faranno quelle elettriche chissà cosa ci metteranno dentro. Pasta di grano duro? Vogliono la morte di tutti noi meccanici. E nemmeno si capisce se la colpa è dei sindacati o delle fabbriche o della congiunzione astrale. “Che dio se li pigli”!
Sono passato prima da Dario che è di strada. Mi son fatto uno spritz e due parole, poi sono andato da me. Così mi sono chiuso dentro tranquillo. Ho buttato un occhio alle bolle e le fatture. Aspettare aiuta la creatività. Poi mi son messo tranquillo tutto per la Luana del mese. Aprile, dolce dormire, ma con lei a tutto puoi pensare tranne a quello. Se c’è una cosa che mi fa impazzire sono le donne.
Io e lei da soli; finalmente. Lei mica ha pudore se ci sono. Io lì a guardala emozionato. Lei lì a guardarmi. A sorridermi. Ad ammiccare proprio a me. Una intesa perfetta. Sono costretto persino, in qualche attimo, a pensare ad altro. Alla fine mi ci vuole la sigaretta e non sarebbe male nemmeno un caffè. Magari dopo. Tornando.
Certo che farlo con la Luana è tutta un’altra storia. Anche se lei resta lì impassibile attaccata al muro. Ché è di quelle fortunate. Quando una nasce con un nome così fa prima a diventare famosa. Se non è culo quello; beh! a proposito di quello non ne ho mai visto uno di simile; nemmeno in certi mesi di agosto. Nemmeno in quelli dell’edizione americana. Che nemmeno la Pamela dei tempi d’oro.
A me solo il nome Luana mi fa impazzire. E venire le voglie. Mi mette le bave. Che a volte ci penso alla Luana quando sono con Marta e ci riesce meglio. Ma mica glielo dico.
Insomma fatto quello che dovevo fare e letta la gazzetta metto un po’ apposto che non è ancora ora. Ho fatto una previsione di ore quattro, ma è meglio un cinino abbondare che se la trovo ancora coi preparativi è stato tutto inutile. O anche mi vada bene mi mette a stare dietro alla piccolina. E quella tutto sa fare tranne che stare ferma. Che ascoltare.
Ho fatto tutto con tanta calma che rischio di essere in ritardo. Prima di tornare mi sporco le mani d’olio perché si sa mai, comincia come un sospetto, magari un’amica che ti mette una pulce in un orecchio, e non si sa dove va a finire. Se dovessi ascoltare i pettegolezzi cosa sarei andato a immaginare a proposito di Adalberto.
Sono sulla porta e si ferma una nuova fiammante. Scende una che è sputata e … insomma uguale alla mia Luana. Gira intorno alla macchina e mi potrebbe anche girare la testata. Le ho anche chiesto: “Ma lei come Ti chiami”? E non ci volevo credere quando mi ha detto Mariarosa. Ché un nome che non lo vorrebbe nemmeno una cameriera di un autogrill. Eppure giuro che parevano la stessa cosa. Anche gli stessi minishort, o come diavolo si scrivono, che aveva il mese scorso e ci aveva anche le sue belle allegre guanciotte bene in mostra, e le stesse gambe lunghe. Ma sono stato chiaro: “Se vuole le faccio benzina, ma sto chiudendo.” ché ormai andavo di fretta.
Lei, con quello stesso sorriso di dicembre e che mi fa dare di matto, e un dito tra le labbra, mi ha chiesto “Con quale pompa”? Nessuna si è mai potuta lamentare di Romeo, ma nemmeno io sono fatto d’acciaio. E poi che me lo dicesse chiaro. L’ho mandata alla quattro. Anche avesse voluto non ne avevo proprio più, anche fosse stata veramente la Luana. Ma doveva arrivare appena ero arrivato. Prima che mi lasciassi stregare dagli occhi che la vera Luana mi faceva da aprile. Ché sono fiacco come lo straccio che passo sui parabrezza.
Così mi dico “Romeo… Romeo… ma cosa ci fai tu alle donne”? Che mi piace anche di più quando me lo dicono anche al bar. Ma magari lei voleva veramente solo che le guardassi le candele. Certo che le gambe, e poi tutto il quanto, era un più bello guardare. E poi uno è uomo perché è uomo. E se c’è da guardare io guardo. Che male faccio? E se serve pure commento. Nessuna se n’è mai avuta a male. S’è potuta lagnare.
Mi sa che anche lei sta andando al mare. Peccato che sia solo arrivata dopo, troppo tardi. Ché Romeo è come Toscanini, non concede il bis. Una volta forse, ma comunque dopo un chinotto e almeno due ore di pausa. Per ricaricare la batteria. Tranne che non sia ubriaco e non poco. Ché me ne devo bere tanto. Solo che poi, il giorno dopo, sono pieno d’acidità nello stomaco, ho un cerchio alla testa e, quel ch’è peggio, non mi ricordo un fico. Lo so perché me l’hanno detto e mi sono trovato lì tutto arrossato.
Meglio non pensarci più ché le ombre si stanno facendo lunghe. Prendo la motoretta e vado. Ci vediamo.

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(Una storia italiana)

Possibile che in questa maledetta penisola tutto debba sempre finire a tarallucci e vino? Pare proprio che ormai non ci sia scampo e allora tanto vale raccontare anche questa ennesima storia italiana. Secondo Giuliana, mia moglie, ne vale la pena; io conservo tutt’ora qualche dubbio.
Eravamo andati, io e la mia compagna, a passare qualche giorno di vacanza in un vecchio castello in Toscana da poco trasformato in albergo. L’aveva scoperto lei, non ricordo come, e la guida prometteva una tavola raffinata e abbondante.
L’atmosfera era ottima e l’intero stabile ben conservato. Le stanze ampie e comode. Il mobilio antico eppure funzionale. Ma si narra, attraverso la voce della commovente credulità del popolino, che il vecchio edificio, quasi interamente rimodernato, sia tutt’ora abitato dal fantasma del suo antico padrone.
Molti hanno raccontato di questo castello e della sua storia tanto che ne ha parlato anche il grande scrittore colombiano e non vale perciò la pena soffermarsi su come l’antico signore abbia ucciso la donna amata e poi abbia trovato la morte quasi cercandola; basti dire che girerebbe nottetempo per quelle ottantadue stanze “cercando di raggiungere la quiete nel suo purgatorio d’amore”, e tanto è sufficiente.
Certo ne io ne lei crediamo più ormai da anni ai fantasmi; e come è possibile di questi tempi? Forse può riuscirci solo un vecchio scrittore che ha favoleggiato tanto nei suoi libri da confondere la realtà e cominciare a vivere, nella vita reale, una delle sue innumerevoli favole. E poi quella storia così assurda dell’odore di fragole fresche che rimarrebbe nell’aria; via! tutto diventa ancora più assurdo.
Comunque questo fatto, contrariamente a quanto avevo pensato quando decisi di partire, bene a conoscenza di tali dicerie, invece di allontanare gli ospiti, per quanto possa sembrare strano, li richiamava a frotte; la gente accorreva entusiasta alla dimora secolare di quell’impalpabile spirito e ne avemmo conferma appena arrivati
Le stanze erano tutte occupate e certo non ci sarebbe stato possibile pernottare senza la provvidenziale prenotazione che avevo fatto telefonicamente già con due mesi di anticipo, quando ero ancora completamente all’oscuro delle attrattive del posto; per fortuna che io sono sempre previdente e cerco di considerare ogni eventualità in anticipo.
Tutta quella gente, durante tutto il giorno, faceva traboccare di rumori i corridoi e la vasta sala da pranzo ma la cosa non infastidiva punto perché le spesse mura fornivano sufficiente riparo e pertanto, chiusi nella propria stanza, si ritrovava il silenzio e la pace della campagna. Anche se non era proprio come lo avevamo immaginato riuscivamo così a ritagliarci finalmente momenti sereni solo nostri perché avevamo bisogno unicamente di assoluta quiete e di ritrovarci; stanchi di lavoro e di città.
La giornata del nostro arrivo trascorse tranquilla e infiacchita come tutte le giornate che proseguono un viaggio di trasferimento con quelle loro ore pesanti consumate nel prendere confidenza, anche fisica, col posto e nell’organizzare in modo provvisoriamente nuovo la propria vita; come in una qualsiasi prima giornata di una vacanza.
Dopo una cena pantagruelica, fatta di mille squisitezze preparate in modo sublime e bagnate di chianti, finita con una fetta enorme di stupenda crostata di fragole fresche, passammo una notte insolitamente tranquilla rintanati nel sonno in cui ci avevano fatto sprofondare gli acidi delle nostre fatiche e non udimmo che un silenzio spesso come una trapunta d’inverno e qualche grillo toscano in vena di stornelli.
Nei giorni seguenti ci avventurammo senza fretta alla scoperta di quella campagna e nella ricerca della nostra serenità e pian piano cominciammo a entrare in confidenza anche con altri ospiti dell’albergo; prendemmo a cenare anche qualche sera in compagnia con qualcuno di loro, e poi si conversava volentieri. Una coppia era stata dalle nostre parti, giusto un anno fa, e avevano trovato il posto incantevole; così avevano detto.
Quello che mi sorprese ancor più era come tutti, forse perché pensavano di aver pagato anche per questo, fossero convinti della veridicità della leggenda anche se nessuno poteva affermare di aver personalmente visto o sentito il fantasma muoversi per le stanze dopo la mezzanotte, allorché gli ospiti sembravano mantenere un rispettoso silenzio. Finivano per essere patetici così certi che era persino ridicolo provare a contraddirli.
Era puerile ma ci credevano e si adombravano come se dovessero difendere l’onore della moglie o dei figli ma io che amo evitare, fin tanto che posso, ogni possibilità di diverbio e preferisco lasciare stare e lasciare che ogn’uno si cucini nel proprio brodo che poi si vede chi ha carne, sorvolavo elegantemente; in fondo la maggior parte di loro erano persone amabili con cui era anche bello discorrere; e non volevo misurare le loro suscettibilità. Con Giuliana invece si stava assieme ormai da sette anni e avevo avuto modo di conoscere a fondo il suo concreto disincantato; fra noi non si fece mai veramente cenno della leggenda.
Così ci soffermavamo spesso a parlare dopo ogni pasto, io con gli uomini e mia moglie poco distante con le mogli e le fidanzate perché lì abbondavano le giovani coppie, e si parlava del più e del meno come si usa con persone con cui si ha poca dimestichezza e una conoscenza relativamente breve e fresca e quando parlavano del fantasma mi limitavo ad assentire cercando di celare assieme alla mia incredulità anche il fatto che non partecipavo affatto.
Per la contiguità delle donne al nostro tavolo una sera mi accorsi che anche loro stavano parlando di questo benedetto fantasma, proprio un fantasma di fantasma giacché se ne parlava sempre ma in tutta una settimana che eravamo lì non si era mai vista la benché minima traccia, naturalmente, di quell’odore di fantasma, nemmeno un’ombra.
Grazie a quegli enormi spazi verdi tra file di olmi e distese di olivi nella maggior parte quelle donne possedevano una allegria e una serenità soddisfatta che raramente si riscontra in città e cicaleggiavano volentieri bisbigliandosi mille confidenze e quando una temette, o ebbe solo il dubbio, che la potessi udire abbassò improvvisamente il tono della voce e guardò verso di me con sospetto, ma ebbi la prontezza di girarmi distratto fingendo noncuranza.
Non si parlava d’altro. La vita di tutti gli ospiti gravitava attorno al castello. Quasi tutti restavano sempre nei dintorni senza allontanarsi mai molto ne per lungo tempo e se lo facevano era solitamente per passeggiare lungo i sentieri o i boschi limitrofi. In verità il costo di quel soggiorno non era popolare, pensai che fosse compreso nel conto anche il fantasma.
Nemmeno noi viaggiavamo molto più degli altri, avevamo trovato una specie di compromesso tra i borghi diroccati, un ampio parco e le vetrine, comprammo un po’ delle solite cose che appioppano ai turisti: inutili cianfrusaglie, dell’ottimo vino rosso e dell’olio verde e denso come gelatina, ma rientravamo rapidamente alla meta. Forse era questo che rendeva l’argomento del fantasma la cosa più viva di quelle vacanze. Anche perché si aggiungeva che non avesse avuto un gran che bell’aspetto nemmeno da vivo.
Dopo quella settimana, curiosando qua e là con la mia tipica estraniata disinvoltura, avevo raccolto una variante ancora più bizzarra di questa storia; l’avevo montata attraverso i frammenti rubati sia dalle conversazioni delle donne, che finivano in risa stridule e sgangherate a mala pena frenate, che dai bisbigli del personale conditi di mugugni e oscenità: il fantasma, a sentir loro, purgherebbe ogni notte le sue colpe trovando così la quiete in un letto ogni volta diverso e partecipando inoltre alla quiete di un’ospite diversa per ogni diversa sera: segretamente sentii una confidare che quella notte il fantasma l’aveva visitata durante la pennichella del pranzo.
Certo che in quanto a idiozie la gente perde spesso la misura dei limiti e della vergogna ma mi meravigliava pure come mia moglie, di solito alquanto riservata, partecipasse attivamente a quelle chiacchiere di donne e non provasse più di tanto imbarazzo davanti a confidenze assurde che poi finivano con il decantare laide quanto enormi prestazioni del fantasma, il quale sembrava anche insaziabile e inesauribile; certo era la persona più occupata che io conoscessi. Pensare tra me e me che lui non potesse, per sua natura, possedere limiti e dimensioni umane mi metteva di buonumore.
Aveva un arnese di proporzioni gigantesche; veramente enorme.” –udii affermare arrossendo ad una signora fine e di modi squisiti, sicura di non essere udita, mentre accompagnava le parole con una misurazione delle mani di eccezionale esagerazione. Restai così inorridito dallo stupore che devo essermi tradito per un attimo; credo di essere rimasto attonito con gli occhi palesemente spalancati e la sorpresa a impacciarmi qualsiasi reazione. “Io ci metto sempre un battutino di prezzemolo e aglio.” –completò glissando mia moglie con una dose notevole di prontezza e faccia tosta.
Quella sera Giuliana era leggermente più nervosa del solito e sembrava anche un po’ delusa. Presi la cosa molto alla larga cercando di menare, come si dice, il can per l’aia ma lei eluse la mia circospetta investigazione sostenendo che si stava parlando, così come fanno i pescatori, di figli e di nipoti. Mi disse anche di non far molto caso perché le donne, quando parlano tra donne, si lasciano a volte in confidenze anche un poco intime che nascondono sempre un po’ di esagerazione; che, in quei casi, possono anche sfuggire commenti un poco leggermente pesanti, cosa per lei alquanto disdicevole eppure, ma lo si fa per stare in compagnia.
Se proprio vogliamo anche l’impossibile è possibile ma quando si ha a che fare con un fantasma, cioè un’illusione, è meglio lasciar dire, riderci sopra e alzare le spalle; eppure in qualche modo mi ero lasciato un poco coinvolgere dall’argomento principe della locanda, che sembrava quasi ormai una mania, anche perché ogni favola ha un suo fascino e anche se ogni favola è un gioco.
Quella sera giocava il Milan e noi uomini ci eravamo radunati nella saletta al piano terra. Lei, Giuliana, si era ovviamente fermata ancora un po’ a parlare a tavola prima di salire. Eravamo liberi di fumare e anche di commentare a voce alta con gli ultimi bicchieri ancora pieni e quel poco di sano cameratismo che unisce gli uomini nel calcio. La partita era spettacolare e veloce e aveva continui capovolgimenti di fronte ma qualcuno disse: “Chi visiterà stanotte”?; qualcun altro usò espressioni più crude; finalmente l’arbitro fischiò un fallo a favore che era macroscopico.
Notai come le visite del fantasma erano relative sempre alle mogli degli altri, strano paese questo nostro paese che chiamiamo Italia; dove si crede veramente solo in poco cose: Dio e la Madonna, spesso per una comoda bestemmia, un poco alla moglie, in come la sai raccontare e prima di tutto alla squadra del proprio cuore. Il mondo va sempre nel verso in cui gira. Quel mattino, per il puro gusto della pigrizia, avevo finito col non fare neanche la barba e, quella sera, mi godevo appieno della mia libertà.
Dopo la partita si formarono, come sempre, due fazioni: non trovammo accordo se sul primo goal fosse più merito delle capacità balistiche dell’attaccante o demerito della posizione infelice in cui si era piazzato il portiere avversario. E discutemmo per ore sulla regolarità del rigore, di tecniche di gioco e, ovviamente, sulle sviste della terna arbitrale; il più feroce era al castello per il terzo anno consecutivo, la moglie lo trovava così romantico. Ebbe pane per i propri denti particolarmente da uno che, voci sottobanco dicevano, la moglie avesse già ricevuto due visite solo durante questa ultima loro permanenza (donna notevole la sua signora, di quelle che non passano certo inosservate: alta, rossa, vestita da provocare e che se tardavi un attimo di guardarla era già stata lei a metterti gl’occhi addosso). Come sempre le ore passarono in fretta e veloci e quando raggiunsi la camera era a notte fonda.
Mentre salivo silenziosamente le scale pensai e risi della signora alta, rossa, dalle gambe lunghe e affusolate e dai seni tesi; che si mangiava il marito, quell’uomo più piccolo di lei, se lo mangiava a merenda pranzo colazione e cena, non solo con gli occhi; che se lo coccolava tutto il giorno per poi continuamente scappare con lui come fossero sempre presi da bisogni e appuntamenti urgenti; che lo portava a passeggio come un cucciolo di razza pregiata; che rideva sguaiata e si tratteneva meno di tutte; che ancora baciava quel suo marito, anche in pubblico, ma riservava sguardi assassini, con grande generosità, anche per ogni maschio di sesso maschile si trovasse nei paraggi.
Nella nostra camera lei dormiva accoccolata tranquilla, e aveva un mite sorriso soddisfatto che le allargava il viso che pareva mi sognasse. Non feci caso a null’altro e spensi subito la luce per non disturbare il suo sonno. Mi lasciai cadere sul letto, qualunque cosa sognasse mia moglie faceva le fusa. Nel suo sereno torpore emetteva piccoli e rauchi mugolii e lunghi e intensi sospiri. Diversamente dalle sue abitudini si era addormentata senza nulla addosso; al tepore del suo corpo mi abbandonai rapidamente addormentandomi subito in un letargo profondo.
Il mattino Giuliana si destò tardi ma comunque pur sempre prima di me. Quando aprii gl’occhi lei già usciva dal bagno preparata di tutto punto ma con ancora addosso la sua vestaglia da notte. Si liberò di un largo sbadiglio soddisfatto e si scosse con un “Buongiorno caro!” zampillante e cristallino, anzi esplosivo e fragoroso. Si apprestò a tutto con inconsueta celerità: saltabeccava impaziente da una cosa all’altra senza soffermarsi più di un attimo su niente, e cicaleggiava gaia volteggiando tutto intorno.
Aveva una vivacità e una allegrezza piuttosto insolite per lei, per quella stagione e per quelle ore, una vera gioia di vivere e gli occhi ridevano autonomamente. Continuamente si lasciava prendere dall’ilarità e cadeva prigioniera di qualcuna di quelle sue risatine sfrigolanti che sembravano poi dover proseguire fino alle lacrime e oltre. Era ciarliera, quei giorni assieme e senza angosce ci avevano fatto bene e anzi erano stati miracolosi.
Mentre finiva il trucco notai, per la prima volta, che la nostra stanza odorava come di un penetrante sapore di fragole fresche nonostante fosse situata molto distante dalle cucine. Forse fu quello a metterci di appetito ma appena scesi annientammo una colazione più che abbondante e soprattutto lei si accanì con una voracità formidabile. Ironizzava, scherzava, canticchiava e mangiava e sorridendo sembrava scambiarsi sguardi d’intesa con le inquiline degli altri tavoli, tanto che le dissi: “Giuliana; chissà cosa potranno pensare che abbiamo fatto”. Uscimmo ma restammo fuori poco, gironzolammo come da fidanzati e lei fu dolce e carina con me e mi regalò un’orribile enorme cravatta rossa con il David di Michelangiolo.
A pranzo si appartò presto con le donne, quasi si affrettò, e mi accorsi che parlava fitto fitto davanti agli occhi sognanti sgranati di una giovane arrivata nella tarda mattinata mentre tutte ridevano stridule e alcune sembravano colme di invidiosa allegria, e ogni tanto lei guardava verso me e mi faceva un cenno ridendo. Una donna di poche attrattive, che era ospite ormai da più di tre settimane, l’ascoltava attenta e sembrava sul punto di piangere. Udivo nient’altro che il movimento delle labbra e il brusio informe di noi uomini che consumavamo gli ultimi argomenti della partita e commentavamo un paio delle ultime notizie dei giornali.
Circolava, dalle nove di quello stesso mattino, la notizia che qualcuno credeva di aver fatto luce sul mistero del fantasma ma era ridicolo poter pensare, anche per un solo momento, guardando quel piccolo cuoco sardo butterato dalle mani enormi che lo impacciavano continuamente, al vecchio padrone del maniero; ridicolo e assurdo. Certo una minima somiglianza c’era.
Dicevano di averlo notato poco dopo mezzanotte passare silenzioso e furtivo per i corridoi deserti e che era sparito all’improvviso scivolando in una stanza che non avevano saputo localizzare con precisione; a conferma aggiungevano di aver udito, subito dopo, dei mal attutiti lamenti; come dei guaiti di cuccioli ma certo dei veri ululati d’amore che pian piano si spandevano fino a diventare tonanti.
Naturalmente l’albergo non prese provvedimenti non dando credito a quegli assurdi pettegolezzi anche perché non potevano certo privarsi in quel momento del suo prezioso aiuto e spero non solo per questo; ho già detto come il fantasma era una vera, insperata, manna per il luogo. Per fortuna che qualche volta il buonsenso trionfa ancora anche là dove sembra si stiano affermando superstizioni che credevamo scomparse.
Quel cuoco aveva comunque, seppure involontariamente, distrutto in me tutta la magia di quel castello, il pensiero di quell’uomo goffo e onestamente anche un poco ignorante, non molto pulito e col viso devastato dal vaiolo, potesse essere in qualche modo mescolato alla leggenda del castello aveva reso tutto anche troppo ridicolo; e inoltre non potevo permettere che anche mia moglie mostrasse, seppur minimamente, di prestar fede a credenze da medioevo e a una favola certamente seminata da buontemponi che ora se la ridevano anche alle nostre spalle. Così, lasciandola ultimare le sue ultime sciocchezze, senza neanche provvedere ad avvertirla, feci segno al cameriere
Una favola è bella proprio in quanto favola. Per intavolare un minimo di conversazione chiesi quale era la specialità del cuoco. “Crostata di fragole fresche; –mi disse– le facciamo arrivare anche fuori stagione”. Ne ordinai due porzioni e poi provvidi a disdire la camera. Dissi quasi con disprezzo: “Per favore, mi può far preparare il conto di tutto”? Mi guardò sorpreso. Poi: “I signori partono già”? –mi chiese dispiaciuto. Risposi inventando impegni urgenti improvvisamente insorti che mi costringevano a tornare. Aggiunse solo leggermente stizzito: “Spero che i signori siano rimasti soddisfatti e di rivederli presto”. Non mi spiego perché verso la conclusione ammiccò in direzione di mia moglie.
Con quei prezzi certo non sarà facile che ci si possa rivedere tanto presto; comunque non ero affatto pentito di aver speso così i miei soldi. Ero solo un poco irritato perché anche a me seccava non poco dover rinunciare a tre giorni di vacanza solo per le sue sciocchezze, ne avrei volentieri fatto a meno ma non avrei mai potuto minimamente immaginare che fosse così… così… frivola e facile preda dell’idiozia: ma come si può a trent’anni credere ancora all’esistenza dei fantasmi? E pensare che era servita più a lei che a me.

I suoi occhi guardano nel vuoto. E’ tutto il viaggio che vorrei dirle di smettere di canticchiare quella mielosa maledetta canzone ma è meglio evitare anche perché non vorrei toccare la sua sensibilità e suscettibilità, in certi momenti è meglio lasciarla stare, ed è già stato così complicato spiegare la mia improvvisa decisione; perché dovevamo lasciare anzitempo l’albergo frettolosamente andandocene all’alba quasi come due ladri.
Ho dovuto dire anche a lei una bugia perché si ostinava ad insistere che non ce ne potevamo andare senza salutare nessuno, almeno le più intime; che così avrebbero potuto pensare qualsiasi cosa di noi; che forse mi ero dimostrato ancora una volta per il tirchio che ero; che non posso decidere da solo per tutt’e due; ecc… Intanto si è già lasciata riprendere dai nervi e non vorrei che: ricominciasse con le sue eterne emicranie; riprendessero, almeno per un po’, i suoi continui sbalzi di umore e le sue malinconie; fosse già svanito l’incanto della vacanza. Per il momento mi accontenterei che riuscisse a stare ferma, anche un solo istante, e che smettesse di torturarsi le dita. Ma soprattutto che la finisse con questa maledettissima filastrocca che miagola da quando siamo partiti.¹


1] scritto il 16.02.1995

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1. Che l’idea fosse venuta ad Elvisia non aveva nessuna importanza. Poteva venire a ognuno di loro, indifferentemente. Era stata solo la prima a proporlo. E inizialmente lo aveva fatto con molto pudore. Aveva parlato di una semplice vacanza. Poi pian piano aveva dovuto ammetterlo. Non è la tele che imita la realtà, ormai è la realtà che simula i programmi televisivi. Naturalmente inizialmente ne aveva accennato al marito. Gianlorenzo pensò che fosse strano. Perché non ci aveva pensato. Solitamente sono idee che vengono agli uomini. E ritenne giusto prendere in mano la situazione. Così fu lui a proporlo a Rolando e Siria. Loro perché erano gli amici più cari e con loro c’era quella confidenza.
Veramente al primo momento aveva fatto un’obiezione che lui stesso aveva trovata subito stupida: “Ci costerà una cifra di videocamere”. Le era stato facile respingere quella obiezione: “Per una volta puoi smetterla di pensare solo ai soldi. Sono le mie vacanze. E poi sono tre stanze in tutto”. In realtà almeno due per camera e fanno quattro. Anche si fossero limitati a una in soggiorno e una nell’angolo cottura e una sola nel bagno erano sempre sette. “Ma poi è necessario ventiquattro ore su ventiquattro”. Lei lo aveva guardato allibita con una smorfia delle labbra: “Ma sei stupido. Diversamente non sarebbe la stessa cosa. Allora è meglio non farne nulla”. Si arrese. In verità non era contrario per nulla, voleva solo mettersi dalla parte della ragione. E poi se avesse accettato subito probabilmente lei si sarebbe insospettita. Chissà cosa avrebbe avuto da dire? La sua era una buona politica. Però a fatica riusciva a scattare qualche foto. Non ne sapeva niente di quegli aggeggi. A quello ci avrebbe pensato Sebastiano. Ci sapeva fare ed era discreto, uno che non fa troppe domande. Non correvano il rischio di trovarsi in rete senza volerlo.
Aveva anche pensato se dirlo agli amici. Aveva deciso di tacere e di invitarli solo ad una semplice vacanza. Poi non aveva resistito e si era confidato con Rolando. Era partito da lontano, raggiungendo l’argomento con larghi giri di parole. Quello si era mostrato subito entusiasta. Avrebbe dovuto immaginarlo, da come guardava le donne. Dall’insistenza con cui i suoi occhi accarezzavano il culo a tutte quelle che passavano; bastava fossero soltanto appena passabili. Quando lo comunicò ad Elvisia quella non riuscì a nascondere il proprio entusiasmo. E lo baciò avidamente e lo ricompensò con una notte di quelle che da anni aveva perso il ricordo. Quando ci si metteva meglio di Elvisia non c’era che Elvisia; era unica. Da quel momento gli aveva trasmesso la sua impazienza. Lo caricava di domande su cosa doveva portare. A sentir lei sarebbero dovuti partire con tutta la casa al seguito. Che poi con gli amici si conoscevano da anni. E alla fine non è l’abito a fare il monaco. A modo suo sua moglie era bella, cioè attraente in qualsiasi modo si fosse combinata. Il suo fascino era soprattutto negli occhi e nel suo sorriso. Non che per il resto… aveva avuto cura del suo corpo ed era rimasto quasi la stessa di quando si erano conosciuti.
Per un attimo si lasciò lusingare da un sogno erotico. Aveva la sua importanza quanto era scollata la maglietta, perché lei le aveva abbondanti, ma ne aveva ancor di più come se la levava. Non si chiese se era quello che desiderava e se ne sarebbe stato lusingato. Se la immaginò mentre lo faceva ed era come se fosse lì davanti ai suoi occhi; in quel momento. Questo lo distrasse dalla corrispondenza e firmo anche la copia; poco male. Pensò che non aveva mai voluto ammettere che Siria era bella. Si sentì stupido. Cosa andava a pensare. Che poi in fondo sentirsi osservati doveva creare anche un po’ di imbarazzo. E poi dovevano cercare di essere come sempre. Non bastava quello a cambiarli. La prova era proprio restare se stessi. E ci restava volentieri a parlare con quei due. Certamente non si sarebbe annoiato, ma era stupido aspettarsi chissà che e fantasticare così. E poi su un’amica. Sulla moglie dell’amico. Certo che lui, l’amico, se si presentava non se la faceva scappare. Non era certo di potersi fidare. Forse avrebbe dovuto tenere gli occhi aperti con Elvisia, sembrava fin troppo eccitata. Non che gli avesse mai dato adito di sospettare. Ma poi lui non era mai stato un tipo geloso. E lei si era sempre comportata bene e aveva saputo far tenere le distanze.
Vista la dimensione e il numero delle valigie avevano dovuto partire con due macchine. E per fortuna che non avevano dovuto portare né lenzuola né tovaglie. Ma per tutta la prima giornata e parte della seconda l’aria restò tesa. Con gli occhi cercavano le telecamere. Le voci suonavano false e chiocce. Impiegarono il tempo a sistemare gli armadi e a pulire la casa. Poi si suddivisero i compiuti. Si sarebbero alternati per tutte le faccende. Quando gli uomini si occupavano di alcune cose le donne ne dovevano seguire delle altre. E il giorno appresso si sarebbero dovuti comportare a ruoli invertiti. Le resistenze di Elvisia erano state stranamente blande. Forse era stata la soluzione migliore. Diversamente sarebbe finito che certe cose le avrebbero fatte solo le mogli e certe altre solo i maschietti, non avrebbe saputo dire quali, in fondo era vacanza anche per lui. Certo non erano prigionieri lì dentro, ciascuno avrebbe avuto le proprie libertà. A fine giornata uscirono tutti per fare la spesa. Lui li raggiunse nel ritorno per avere il tempo di leggere al bar i risultati delle partite. Dopo cena la televisione non trasmetteva niente di decente, ma continuarono a lottare per vincere il silenzio. Lesse a lungo prima di provare sonno mentre lei lo prese quasi subito. Come aveva sempre saputo non era cambiato nulla nella loro vita. Poi lì sentì di là. Quei muri erano proprio di carta velina. Guardò sua moglie dormire. Fu tentato di chiamarla. Bella idea aveva avuto.
Ci vollero appunto un paio di giorni per scordarsi degli obiettivi che li fissavano, o almeno per trovare la solita scioltezza. In verità di tanto in tanto aveva impressione che anche lui, come gli altri, si muovesse con una finta naturalezza. Che sottolineasse ogni gesto. Forse semplicemente interpretavano meglio la parte. L’importante era che avevano ritrovato la loro allegria e che erano tornati a parlarsi. Siria restava un po’ più nervosa del solito. E aveva fatto attaccare lo spezzatino. L’aveva sentita borbottare che glielo avrebbe almeno dovuto dire. Non era certo della cosa ma sospettò si trattasse di essere ripresi. Tutto poi finì in quel brontolio. Le stavano proprio bene quegli shorts. Forse anche troppo corti, e stretti. Aveva già notato che aveva belle gambe. Ma c’era il marito. Mostrò di non farci troppo caso. Le fece un complimento appena furono in disparte in modo che lui non potesse sentirlo. Lei rise e gli diede dello scemo ma apprezzò visibilmente il complimento. Le donne bisogna saperle capire. Subito la sua uscì dal macellaio e non ebbe il tempo di aggiungere altro. Si stava alzando un leggero venticello ma non prometteva nulla di buono.

2. Era il venerdì dopo che erano arrivati che era successo. Erano già passati cinque noiosi giorni di quella coabitazione. L’altro era andato a prendere la gazzetta. Sua moglie s’era appisolata davanti ad un programma pomeridiano. In quel preciso momento lui entrò da quella porta. “Scusa non sapevo che fossi qui”. Lui sapeva di trovarla nel bagno. L’aveva vista avviarsi con l’accappatoio sottobraccio e aveva sentito il rumore della doccia. Lei sapeva che lui sapeva. “Fa nulla. Tra noi. Cose che succedono. Sei già perdonato”. Lui non aveva fretta di uscire. Era un amico ma in fondo non era altro che solo un semplice amico. Lei si sentì ridicola e scoppiò a ridere, smise di nascondersi e tornò a lavarsi. “Non sarà certo la prima che vedi”. Trovò la risposta subito: “Non sarò certo il primo che vedi”.

3. Alla partenza erano curiosi di ammirarsi sullo schermo e si diedero appuntamento. Era stato così che Siria finalmente aveva imparato a fare l’anatra all’arancia come si deve. Sebastiano aveva conosciuto un poca di invidia nei confronti dell’amico e poi sentì qualcosa rimestargli nello stomaco. Si allarmò nel terrore che forse stava cambiando. Forse non era completamente indifferente nemmeno davanti a lui. Cacciò l’idea immediatamente e accese l’autoradio. Elvisia ebbe la conferma che era proprio una gran brava porca. Si sentì soddisfatta di sè e si lasciò affascinare dai suoi nuovi progetti non riuscendo ad aprire bocca per tutto il ritorno. Rolando, mentre toccava il suo turno alla guida, si trovò a riflettere sul fatto che quei giorni erano volati via, forse erano stati troppo pochi. Poi andò sulla sua mancanza di coraggio e su quella degli altri. Aveva la certezza che Siria lo guardava in modo diverso. Le avrebbe mandato un messaggino appena a casa. Improvvisamente si chiese come avrebbero reagito gli altri se per la prossima volta avesse proposto di unire le loro fantasie in uno stesso letto. Pensò poi che le fantasie forse erano solo sue. Non avrebbe saputo come iniziare il discorso. E se avesse provato a chiedere consiglio a Elvisia?

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