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Posts Tagged ‘vacanze’

blogger-image-948893101Quell’anno, al mare, Ortensia invitò anche Erika, una sua collega di dieci anni più giovane di lei. Non eravamo soliti avere ospiti per le vacanze, ma avevamo una cameretta libera e il caso non poteva portarmi più che piccoli fastidi, pensai. Fin dal primo sguardo notai quanto fosse carina, ma immediatamente distrassi la mia attenzione. Ortensia è sempre stata tutto per me. Per di più i primi giorni se ne andarono da sole al mare, non volevo essere scortese, ma dovevo finire quella maledetta relazione. La sera si mangiava assieme e si beveva qualcosa sotto la luna ed erano entrambe una gradevole compagnia. Alla fine lo finii il maledetto rapporto. E lo mandai per mail.
Era un’estate veramente calda. Anche se io in spiaggia mi annoio e non sopporto leggere e sentirmi tutta la sabbia appiccicata addosso decisi di accompagnarle. Presi con me Cent’anni di solitudine. Per me è sempre un gran libro. Un capolavoro. Certo che glielo chiesi: “Che ne dite ragazze se oggi vengo con voi”? Erika si mostrò subito entusiasta e mi rispose solo con un radioso sorriso: “Finalmente”. Ortensia si mostrò meno contenta. Si limitò a un quasi rassegnato: “Va bene”. Ma lei è sempre stata una persona di poche parole e gelosa dei suoi sentimenti. Però si infilò il libro e le sigarette in borsa e uscì per andarsi a preparare. Se ne uscirono entrambe in pareo pronte per levare le tende.
Ricordo che Ortensia stava leggendo un’indagine del commissario Montalbano. Ci scherzai sopra, per la strada. Avevano due parei che sembravano non esserci. Leggeri come un soffio di vento. Sottili come una bava di lumaca. Insomma era come se fossero con il solo bikini. Pensai: Come tutte, o almeno credo. Cercavo di non sentirmi in imbarazzo. Ed ero ancora bianco come un lenzuolo. Ed era già agosto. Erika invece non amava molto la lettura. Diceva che voleva solo spiaggia. E rideva.
Improvvisamente non avrei voluto più arrivare. Inventai anche la storia di prendere un altro caffè. Mi ci volle un bel po’ per convincerle. Come se ci fosse fretta. Ero contento di girare con loro due, di averle al mio fianco. Ero seccato di essere lì, per strada, e in quello sgangherato pulmino, con loro. Ma l’estate, al mare, è spiaggia. E ci ritrovammo sulla spiaggia. A stendere gli asciugamani. A prepararsi a prendere il sole. Io, naturalmente, sotto l’ombrellone. Dopo aver coperto il bianco della pelle con uno spesso strato di bianco di crema solare.
Ortensia era ancora una bella donna. Nonostante l’età. Mi resi conto che non mi piaceva vedere come tutti la guardavano. Credo di aver cominciato a odiare la spiaggia. E a odiare i bagnanti. Quella confusione. Quella sorta di libertà. Però era strano: Trovarmi geloso anche di come guardavano Erika. Ma in fondo loro due erano con me. Entrambe. E quando trovai gli occhiali era tardi. Speravo di trovare un po’ di tranquillità. Di isolarmi. Di immergermi nel libro e ritrovarmi come da solo. Ma ero distratto. Continuavo a guardarmi intorno. E continuavo a guardare Ortensia, che è anche il nome di un fiore. E continuavo a guardare Erika, che non credo faccia fiori. E la guardavo guardingo. La guardavo e non la guardavo. Come di sfuggita. Rapidamente distogliendo lo sguardo. Avrei voluto poterle vedere solo io. E che l’amica non vedesse che la guardavo. Emozioni e sensazioni che non avevo mai provato. Non era da me.
Quando decisero di togliersi il reggiseno sprofondai in un abisso d’imbarazzo. Non loro ma io. A loro sembrava naturale. E si muovevano con naturalezza. Avrei voluto ammazzarli tutti. Le vedevo come potevano vederle tutti. Non era la prima volta eppure mi sembrava che quegli occhi frugassero nella nostra intimità. Sarò un cretino però… E poi è quello che provavo. Non si può sempre decidere cosa si vuole provare e pensare. Non si può sempre razionalizzare. Nemmeno io ci riesco sempre; come quella volta. Ed Erika era decisamente carina. Non era solo la sua età a essere bella. Non aveva solo un bel sorriso. E dei bei denti. E gli occhi del colore dei suoi. Non sono poi così vecchio. E le sue erano come di marmo, non tremolavano affatto.
Naturalmente al ritorno più che scottato mi ero arrostito. Ero rosso come un’aragosta. La mia Ortensia dovette ricorrere a una buona dose di crema doposole. Facendo molto attenzione. La cosa sembrava rendere allegre le mie due compagne. Cioè mia moglie e la sua giovane e carina collega. E si scambiavano battutine. Come se non fossi là a sentirle. Alla fine stavano massacrando la mia immagine e prendendosi gioco di me. Mi dipingevano come un tedioso intellettuale poco adatto a una giornata al mare. Così cenammo tra lazzi e spiritosaggini varie e qualche pettegolezzo che non potevo capire. Parlavano di uomini e di colleghi.
Dopo un paio di grappe Ortensia era stanca. Il mare e il sole affaticano sempre. Si alzò e si andò a coricare per prima dicendo: “Ti aspetto”. Mi ritrovai da solo a parlare da solo con Erika. Non era poi così stupida. Non avevo ancora molto sonno e nemmeno lei. Amava il cinema e non si era persa nessuno degli ultimi film. Mi raccontò di alcune mostre che aveva visitato. Poi prese a parlarmi del suo passato. Della sua vita. Dei suoi. Degli studi. Di un paio di amori finiti. Di uno non che era mai cominciato. Di quello che non avrebbe voluto che fosse finito. Di quanto amava le immersioni. Delle nozze della sorella. Sapeva descriversi in modo affascinante. Sarei stato per ore ad ascoltarla. Anche solo ad ascoltare la sua voce. Io non trovavo altrettanti argomenti.
All’improvviso si era alzata e aveva detto: “Vado a farmi un’altra doccia; Vieni”? So che per lei era puro divertimento e che si stava prendendo gioco di me. Racconto tutto così come lo ricordo. Dico: “Vai pure, io sparecchio”. Dice: “Non c’è fretta”. Dico: “Ortensia mi aspetta. E non voglio che domani si ritrovi con questo disordine”. Ride: “Falla aspettare. E poi si dice per dire”. Dico: “Abbiamo una doccia sola”. Ride più sguaiatamente: “Ma c’è posto per due, se ci si stringe”. Dico: “Mi faccio l’ultimo goccio”. Dice: “Come vuoi.” –e si allontana. Aggiunge “Contento tu”.
Ho portato le tazze in cucina. Le ho messe nel lavello. Ho fatto scorrere l’acqua. Sono tornato a riempirmi un bicchierino. Mi girava un po’ la testa. Per l’alcool e per il sole. Ho Preso la bottiglia e il resto. Sono passato per il corridoio. Di tutto questo ne ho buona memoria. Si era scordata di chiudere e la porta era rimasta aperta. Lei era sotto la doccia come aveva detto. Mi ha visto e mi ha sorriso. Non aveva niente addosso. Era proprio tutta nuda. All’improvviso udii un forte dolore alla parte sinistra del petto. Lo riconobbi subito: era un infarto. Solo il tempo di chiedere aiuto. Solo il tempo che Erika uscisse dalla doccia. Solo il tempo di vedere accorrere Ortensia a controllare cosa succedesse. Solo il tempo di dire: “Ragazze, ascoltate, questa sì che è musica. Si sente il sapore del mare e le onde”.

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Hanno la casa subito dopo quella di mio fratello Giulio. Lui dice che non li conosce bene. Che sono una coppia molto appartata. Quest’anno è venuto a luglio. Poi basta. La casa era vuota. Un peccato. Sarebbe, anzi, stata una bestemmia non approfittarne. Così ho preparato armi e bagagli e sono venuta su. Io invece non li conoscevo per niente. Mai incontrati. Non c’era mai stata occasione. Sono passata a salutarli. Sono gentili. Lui trova buffo che mi chiami Donatella. Per il fatto… insomma a me sembra una cosa stupida. Mi sono invitata a cena un paio di volte. Un altro paio ho chiesto se potevo usare la piscina. Non so per quale motivo. Ne avevo voglia. Loro mi sembrano gentili. Soprattutto lei. Lui sta più sulle sue. Parla poco. Forse perché ha lei vicina. Non mi è mai capitato di essere così poco… calcolata. I suoi occhi sembrano non voler vedere. Ha occhi solo per lei. Sono proprio una bella coppia. Peccato… Il mare mi piace ma la solitudine mi annoia. E anche due parole a volte aiutano. Sono compagnia. Ma anche le cose belle son destinate prima o poi a finire. E in vacanza i giorni corrono. Si avviano frettolosamente a finire.
C’è così poca intimità in queste casette a schiera. Le nostre finestre sono vicine. Molto vicine. Faccio molta attenzione quando sono in casa. Prima di spogliarmi controllo sempre di non essere vista. Lo faccio prima ancora di accendere la luce. E anche all’improvviso, più di una volta. Mi scruto intorno. Controllo. Non che abbia qualcosa di cui vergognarmi, da nascondere. Solo che anche in vacanza, al mare, conservo il mio pudore. Anche se al mare siamo tutti così poco vestiti. Si sta quasi sempre in costume. E non è che poi un costume copra troppo. A volte sei guardata in costume peggio che se fossi nuda. Lui no. Di lui, del marito, mi posso fidare. Nel modo più assoluto. E’ incapace di vedere. So di poter stare tranquilla, ma non si sa mai chi potrebbe passare. Quando, come ogni mattina, faccio stretching, perché io ogni giorno che viene al mondo lo faccio, per tenermi in forma e tonica, perché io ho cura del mio corpo, una cura quasi fanatica, e sono fasciata nella mia tuta come una vera pelle, e magari il sudore mi rende ancora più indifesa, vulnerabile, cioè il mio corpo traspare evidente dal tessuto, sono certa che lui non ha nemmeno mai pensato neanche un momento di profittarne. Di spiarmi. Sono sempre stata molto guardinga. E lui è sempre stato un galantuomo.
Posso dire anche di più. Quando vede accendersi la luce, per riguardo, gira la sedia per dare le spalle alla finestra. Me ne sono accorta. Purtroppo non ci sono tendine. E comunque lui è così discreto. Anche quando sono uscita dalla vasca, col solo asciugamano addosso, il suo sguardo mi ha appena sfiorata distratto. Quando m’è scivolato il reggiseno era distratto. Quando sono corsa sotto la doccia era assorto. Così come quando ne sono uscita con solo l’asciugamano in testa. E spesso è sprofondato dentro un libro. E’ un vero mistero. Credo che anche se mi presentassi nuda alla sua porta per chiedergli lo zucchero non se ne accorgerebbe nemmeno. Sarebbe capace di chiamare lei perché non sa dove lo tiene, lo zucchero. Non che lo farei. Si fa per dire. Non lo farei mai. Anche se il mare è il mare. In fondo al mare siamo sempre tutti un po’ nudi. Ciò che riusciamo a nascondere è proprio poco e quel poco spesso è solo una scusa. E’ quasi una convenzione. Ciò che non si vede, a volte, è ancora meno mistero; è più che esibito proprio dalla presenza menzognera di quel velo lusinghiero di stoffa. Non che io abbia qualcosa di cui vergognarmi, come detto, del mio corpo. Ciò non toglie che di così non ne avevo ancora trovati. Un vero signore. E io a volte sono un po’ smemorata. Ma non sono mai stata maleducata.
E prima che me lo aspettassi è arrivato quell’ultimo giorno. Senza nessuna grande nuova su nessun fronte. Non molto da ricordare. Qualche cartolina. Qualche pappagallo da spiaggia. Qualche apprezzamento, anche villano, di quelli mordi e fuggi. Una gita in barca. Una spiaggetta che non avevo mai visto. E di cui non avevo mai sentito parlare. Molto riservata a fuori dagli occhi. Uno galante un po’ troppo avanti con l’età. Un pareo nuovo con dei colori che sono una meraviglia. Gli occhiali da sole dimenticati su uno scoglio. Il libro che non ho ancora finito. Un giro in centro a negozi. Un paio di uscite serali senza provare emozioni. Non è un posto che brulichi di vita. Un paio di telefonate di amici che non sapevano che ero via. Cose così. Fortuna che c’erano loro. Anche per due chiacchiere. Volevo presentarmi con qualcosa, magari una bottiglia di vino. Ma il giorno del commiato è stato un giorno disgraziato. S’è messo a piovere e non sono andata fino a giù. Che poi non so come avrei potuto fare. Si sa come siamo fatti noi giovani. Avevo finito il soldi ed ero proprio al lumicino. Perfino minuti non me ne restavano più. E poi non si dice forse che basta il pensiero. Così sono andata lo stesso anche se era ora di pennichella. E poi non vedevo chi può andare a letto dopo pranzo anche se fuori piove. Come se non fosse già iniziato settembre: “Posso”?
Prego”.

Vieni, vieni”.
Son venuta salutare”.
“…”
“…”
Lei”?
Dorme”.
“…”
La chiamo”?
Ha il sonno?”…
Leggero”.
Credo che allora è meglio se facciamo piano. Non la dobbiamo disturbare. Magari la saluto dopo.” –e ho lasciato scivolare a terra il reggiseno sorridendo.

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In agosto, sdraiato con le palle al sole, lo scrittore ha la sua crisi narrativa. Non una vera e propria mancanza di ispirazione ma un mancanza di ispirazione. O una extra ventilazione. Sarà per quel poco che dicono i giornali, e per il tanto che tacciono. Perché anche i cervelli più prolifici sono in vacanza o comunque a riposo, almeno più del solito e del dovuto. Saranno le bibite ghiacciate e la vivacità che da il sole ai colori. Sarà per la fatica che ha fatto per conquistarsi un posto e poi arredarlo per sopravvivere alla calura fino a sera. Al pensiero di poi dover smontare tutto per poi il giorno dopo ricominciare. Sarà perché ha scordato di portarsi il costume di ricambio e perché ogni giorno scorda qualcosa. Saranno le copertine delle riviste da donne che gli uomini spiano con una attenta noncuranza simmetricamente omogenea all’interesse. Oppure che quei commenti sulle stesse, stupidi e lapidari, che credono salaci non riuscendo a trattenerli all’ultimo, e per la sorpresa spaventata che provano per averli detti e per essere stati sentiti.
Sarà perché tutti quegli uomini restano a scarso di commenti, dato che il campionato non c’è, quando non possono parlare di donne, per esaurimento o per una vicinanza femminile più o meno famigliare. Sarà perché le parole e i giudizi cominciano ad essere sempre gli stessi e a lungo andare si annoiano da soli e le leggende rischiamo di morire per mancanza di linfa e di fiducia. Sarà perché molti hanno fatto i bravi la notte e fino alla prime ore ed ora agonizzano boccheggiati come pesci appena esposti sul banco.
Sarà per la cialtrona, più o meno spudorata, esibizione di tutte quelle carni nude con più o meno o differenti attrattive.
Sarà il fracasso che circola intorno, e per i vicini di ombrellone, o per la bruna nella sdraio che legge il giornale attraverso gli occhiali da sole, ma di sbieco alle lenti oscuranti spia e controlla il bagnino, ma si accontenterebbe anche di uno scrittore non proprio in forma, persino di un giornalista, pur di avere qualcosa da raccontare al ritorno. Magari solo qualcosa da raccontarsi e su cui aggiungere brani dalla propria fantasia. Sarà perché se la compagna dello scrittore si accorge e fa lo stesso percorso mentale a quella donna bruna gli strappa gli occhi. Sarà perché al mare è impossibile restare solo, e c’è pure il fracasso della musica da balneazione. Sarà perché dopo la decima sigaretta che infila e affonda nella sabbia non sa più dove mettere i piedi e accartoccia il pacchetto ormai vuoto, ma non sa dove buttarlo senza doversi alzare. E la sabbia intanto s’è fatta incandescente e fuma anche lei ma non per le cicche che le ha cacciato in pancia. Sarà perché lei, la sua compagna, si alza con la scusa del bagno e di un caffè, e se ne va sculettando e pretendendo che lui glielo guardi e quella pretesa la estende a tutti i presenti. Sarà perché non c’è niente di più banale della spiaggia in estate e di viziare e impigrire il proprio corpo all’ombra di un ombrellone.
Sarà perché all’improvviso, e con grande sorpresa, viene un’idea e poi sparisce com’è venuta, alla stessa velocità. Forse era solo il desiderio di una birra ghiacciata. Chissà? Sarà perché appena rimasto solo la stessa donna bruna all’improvviso si risveglia dal suo torpore e poggia il libro per quell’estate: “Ma lei.. per caso… non è… no! scusi, mi sbagliavo. E’ che gli assomiglia proprio”. Sarà perché per parlargli si è appoggiata sul gomito, la sdraio ha cigolato paurosamente e il reggiseno ha faticato a vincere la forza di gravità, e allo stesso tempo si è allungata, confondendosi a quella dell’ombrellone, l’ombra inquietante della compagna dello scrittore che proprio allora è tornata. Sarà perché, per una volta, lo scrittore ha la sensazione che no! non assomigliava a quello ma era proprio lui e ingoia una imprecazione assieme alla propria saliva. Sarà per quelli che giocano schiamazzando finché non cedono alla fatica grondanti di sudore, o per quelli che passano e ripassano e ripassano ancora senza interruzione in cerca di preda. Oppure perché la signora mora era un po’ oltre una ragionevole tentazione, e lo scrittore si accorge che mentre lui si controllava intorno, intorno controllavano la sua compagna, e con fin troppa attenzione. Sarà perché a quell’ora la spiaggia è fatta solo di carne, e altra carne ammassata.
Sarà perché i romani sono tutti un po’ ciacioni e piacioni e allo stesso modo cafoni e non si distinguono più dagli altri che chiamano rumorosamente burini ma semplicemente tra romanisti e laziali. E’ perché non si rende conto della ragione per cui, lui che è lombardo, deve finire in una spiaggia di Romani come quella che non è per nulla dissimile da tutte le altre. Sarà perché molto più stupidamente e banalmente quando ha la sabbia sulla pelle si sente come pronto per l’impanatura, e perché teme che arriva da un momento all’altro il momento in cui dovrà ricospargere di crema la sua compagna. Perché lo prende il panico mentre cerca di ricordare il nome di quella gentile e avvenente compagna che lo ha accompagnato in quel girone dantesco.
Sarà perché già comincia a spandersi l’odore di matriciana e va a mescolarsi al caffè colpendo direttamente gli stomaci più deboli ancora pieni della cena del giorno prima. E perché quando cerca di assentarsi, magari invocando la scusa un attimo di riposo, c’è sempre qualcuno che arriva per vendergli uno stormo di cose assurde ed improbabili che mai vorrebbe possedere. Sarà per la ragazzina che s’è slacciata il reggiseno per prendere il sole sulla schiena senza quegli orribili segni, e poi si è assopita sotto il sole, e poi s’è rigirata senza ricordarsi del reggiseno e senza smettere di dormire. Sarà per quelle tette ancora acerbe e perché tra tutte quelle volontariamente palesate queste sono intensamente quanto involontariamente confessate. O forse per l’atroce dubbio che la giovane non stia affatto dormendo e non ne sia affatto inconsapevole ma semplicemente nasconda gli occhi chiusi e una sorta di furbo e soddisfatto sorriso, anche lei dietro occhiali dalle lenti riflettenti. Sarà perché si chiede come mai non ha mai scritto un romanzo sulle tette, e perché si trova a confrontare quelle orgogliose e compiaciute della pischella con quelle rassegnate della signora i cui capezzoli, nonostante la fatica immane del costume, rivolgono lo sguardo decisamente a terra. Sarà per una ragione molto più semplice: che non ha mai sopportato il mare.

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I pensieri, quelli tornano. Si perdono e si ritrovano. Si nascondono e confondono. Vanno e ritornano, mai uguali. Si fanno strada, entrano ed escono. Si allontanano. Si consumano. Non stanno mai fermi. Cerchi di afferrarli. Di possederli. Hanno la consistenza del vento. Passano, ti scuotono e non si fanno imprigionare. Sono come donne capricciose, volubili, che rincorri inutilmente. Sono come il profumo delle rose. E quando li fuggi loro vengono a sedersi vicino. Bussano alla tua porta. Ti corteggiano. Si fanno ossessione.
I miei mi avevano fatto l’ultimo sgarbo, lasciandomi quella casa a Rimini. Io manco me ne ricordavo. Negli ultimi anni non c’era più andato nessuno. Loro troppo vecchi. Io troppo tutto. Ho sempre odiato quel posto di tutti e di nessuno. Con quel mio carattere. Con la stessa rabbia. E altre ancora. Con i miei problemi. Con Cinzia che non ne voleva sapere di mangiare. Con le rate e il mutuo. Con i suoi occhi stanchi. Soprattutto con quei versi che non riuscivo più a trovare. Non si diventa grandi, si diventa solo vecchi. E si cerca di crescere uccidendo quel bambino. Nascondendo i suoi giochi; i suoi sogni. Cercando di illudersi che non sei mai stato quello. Poi che è solo tutto passato. Infine che deve per forza vincere la vita. E i bisogni. Anche quelli che non servono a niente. Che ha ragione la televisione; solo perché è televisione. Che il condominio s’ha da fare. Che ci stiamo avvelenando tutti, ma le pesche sono più belle. E molto più grosse. Che sono io l’ultimo; l’unico che non ha capito. Che non vuole capire. Che solo le banane possono attraversare certe frontiere. Solcare certi mari. Circolare liberamente. Quel gioco non mi era mai riuscito bene. No! Non ricordavo quella casa, e non la volevo ricordare. Il problema è solo che lei l’ha saputo. E ora abbiamo una casa al mare, proprio nostra, vicino alla spiaggia di Rimini.
Lei dice: “Perché non approfittarne”? E’ il mio incubo fin da quand’ero bambino. Credo sia nato prima quell’incubo di questo pazzo esteta. Rimini è mediocre. Rimini è tutto quello che ho sempre e da sempre rifiutato. Ma lei non vuole sentire un’argomentazione. E io non ho una risposta. Come le posso spiegare? Che quella… Non c’è nulla di più banale di una casa a Rimini. E che io odio il mare. Soprattutto odio Rimini e tutto quello che Rimini è. Sarebbe come cercare di ricordarle che scrivevo poesie e che non ne scrivo più. Correndo il rischio che me lo chieda: perché non ne scrivo più. Certo che non le verrebbe mai in mente, di chiedermi perché ne scrivevo. Col timore che si ricordi. Con la paura che mi chieda il perché, il perché non ne ho mai scritta una per lei. Sarebbe tutto troppo difficile. Ho smesso da tempo di fare l’eroe. E anch’io sono un uomo stanco. Uno che vorrebbe la pensione. E cerco di convincermi e dirmi: “Che sarà mai”?
E così con la sua tirchieria, con la voglia di risparmiare, riempio la macchina, faccio salire lei e la bambina e le porto a Rimini. Certo è stupido non approfittarne. Buttare i soldi quando hai una casa al mare. E poi me l’hanno lasciata i miei. Certo alle ferie non si può rinunciare. Anche se abbiamo l’aria condizionata. E a Rimini fa un caldo bestiale. E anche se io ci ho scritto un libro sulla mia rabbia, quand’ero ancora quel ragazzo. Un libro che nessuno ha letto e che nessuno leggerà mai. Un libro fuori tempo. Un libro di parole che non voglio dire a nessun’altro. Anche se me lo ricordo bene quando hanno ammazzato Mara Cagol. Anche se è sempre tutto la stessa merda. E adesso di capelli non ne ho quasi più. E ho smesso di contare il numero delle repubbliche. E ho la congiuntivite cronica da fumogeni. E io come un coglione guido la macchina e vado a Rimini. E ci arriviamo giusti in tempo per correre in spiaggia all’ora di pranzo.
Piazzo le sdraio e il materassino di Cinzia e cerco di delimitare il nostro spazio; quello che a fatica ho conquistato. Dovrei difenderlo con le unghie e i denti? Nemmeno un attimo per prendere fiato. Il vicino d’ombrellone parla all’amico nell’ombrellone dall’altro lato del nostro. Parlano attraverso me. Come se non ci fossi. Mi arriva una pallina da due che giocano con i racchettoni. Nemmeno una scusa. Mi invitano a lanciargliela. Come invito è piuttosto categorico. Ci penso ma poi lo faccio. Alla bambina è andata la sabbia negli occhi. Frigna e la porto alle docce. Continuerà ad avere sempre sette anni? Ormai ha superato i dodici. E’ colpa della madre. Ma l’acqua è fredda. La sabbia scotta. Quella che ormai si sta sciacquando ha un bichini che nemmeno si vede. Dietro le si infila nella fessura. Si strizza il due pezzi cioè quel poco di stoffa. Appena sufficiente a farne si e no uno. E microscopico. Si toglie attentamente il sapone dalle tette. Infilando le mani nelle coppe. Non so se lo fa per me o per gli occhi del bagnino. Non c’è più pudore. Non puoi cercarlo al mare. Non è il posto più adatto. Senza ritegno mette in rassegna tutta la sua cellulite. E poi come bionda non è nemmeno bionda, il culo le struscia per terra e ha più anni di quelli che io potrei sopportare. E se non finisce di strofinarsi finisce che si consuma. E resta solo quel ridottissimo costume.
Quando arrivo la coca è già calda. Claudia, ma perché sempre la C? ha bisogno che le spalmi la crema. Altrimenti si arrossa. E poi chi la sente? Si rovina l’umore. E poi non riesce a dormire. E finirà col rigirarsi tutta la notte. Che ha già mal di testa. Solo che mi chiede dov’è ho lasciato Cinzia. Me ne dice di tutti i colori. Si sono inaffidabile. Sono uno schifo di padre. Irresponsabile. Me la sono persa. Torno a cercarla. E’ ferma che guarda una partita di pingpong. Stavolta la tengo per mano. E inciampo in una tavola da surf guardando la bionda, cioè la finta bionda, che lo fa alla luce del sole. Si sta rotolando sulla sabbia. Con un altro bagnino. Forse il padre di quello di prima. E lui le sta infilando le mani da per tutto. E lei se la ride tutta contenta. E cinguetta. E gli versa addosso una serie di cosa fai? E di non dovrei e non dovresti. Tutti molto pieni di gioia che sono un invito al partener per continuare. Forse un ordine. Non ne sono più molto certo. Non credo di ricordare come funzionano queste cose. Lui sembra impegnato, senza grande piacere, in un lavoro. Forse lo pagano anche per quello. Contemporaneamente cerca di trascinarla dentro una cabina. Non posso esserne certo. Forse è lei che cerca di trascinare lui. Non capisco, so solo che uno trascina e l’altro fa resistenza. Morti di Reggio Emilia…
Claudia s’è presa il giornale. Ha finito con le parole crociate. Il libro non le piace. Ha già capito chi sarà il morto. Poi si mette a riposare sotto quel sole. Cinzia legge il libro che le hanno dato per le vacanze. Sembra in verità assente, con la testa altrove. Non posso riprendere il giornale perché con quello Claudia si ripara gli occhi e il viso. Cioè ci dorme sotto. La disturberei. La sveglierei. E dopo chi la sente? Quello grasso, che il salvagente lo tiene addosso fin dalla nascita e che è sudato che piove sudore, con la bocca piena che gli cola il sugo e si vede la pasta, mi chiede se non ho un cavatappi. Vorrei dirgli di parlare piano. Sarebbe inutile. Noi abbiamo la casa a Rimini. Io non ho un maledetto cavatappi. Non me lo porto nel costume. No! lo tengo in cucina, nel cassetto. E poi come si fa a bere rosso caldo con questo caldo? Mi scuso. Claudia borbotta nel sonno.
Mi alzo e mi avvio pigramente. Triste. Senza dubbio il mare deve essere diritto davanti a me. Davanti al mio naso. Non ha rumore perché il suo rumore è coperto dagli strilli. Non ha odore perché il suo odore e coperto da quello del cibo, dei cosmetici e di odori ancora più nauseabondi di dubbia natura. E’ tutto uguale. So benissimo di non poter scappare. Passo vicino alla gente, in mezzo alla gente. Sopra la gente. Famiglie intere. Tribù vocianti. Col mangiare portato da casa. Con i bambini con i secchielli e la palla. Con i salvagenti incollati addosso che sudano gomma. Con la sabbia che brucia come piombo fuso. Coi frammenti di conchiglie che tagliano come lamette. Con l’inferno intorno. Dovevo portarmi le ciabatte. Quelle di plastica. Le infradito. Metto un piede in fallo. Scivolo su una signora di un quintale e rotti, ricoperta di crema abbronzante come panna. Nel chiederle scusa invado un campo di bocce. Uno di colore mi chiede se mi servono dei calzini da tennis. Ha anche orologi e accendini e bizzeffe di occhiali e collanine. Si accontenterebbe solo di un paio di monete. Almeno per un panino. Ho solo il costume. E nel costume il niente. A parte le palle rotte. Involontariamente scalcio un birillo.
Uno ascolta il calcio, il calcio d’estate. Uno il gran premio. Attraverso le loro notizie passandoci in mezzo. E’ vero che il calcio è l’oppio dei popoli, ma io non ho nulla contro le droghe. Sono un libertario. E un antiproibizionista. Cerco di ricordarlo. Più mi avvicino al mare, all’agognata acqua, è più la folla dirada. Non di molto. Magari in maniera impercettibile. Ma riesci a camminare evitando senza troppa fatica i corpi. Il sole e il cielo sono dipinti con colori troppo brillanti. Mi bruciano gli occhi. Passa un tipo abbronzato anche dentro le mutande e muscolato. Un gruppo di ragazzine lo scambia per un attore e pigolando cominciano a corrergli dietro. Una è proprio sicura che è proprio lui. L’amica più vicina comincia a spiegare e a cercar di dar voce ai suoi sentimenti: “me lo farei, anche qui”. Un’altra accetta la provocazione, la sfida: “Scommettiamo che me lo porto in capanna e me lo faccia prima di sera”? Usa un linguaggio leggermente più colorito. Non dice faccio ma scopo. Non c’è mai limite al peggio. Una terza, che non deve avere più di tredici anni, e se fosse per le tette ne mostrerebbe dieci, comincia a spiegare alle altre i suoi desideri entrando nei particolari. Ha una grande fantasia e già molta esperienza. Magari letta e sognata da racconti di amiche più grandi. Parla a voce alta. Parla in modo molto volgare. Come se fossero sole e non potesse sentirle nessun altro. Le guardo e quelle alzano le spalle. Il palestrato si gonfia di orgoglio. Una si accorge dell’errore e avverte il gruppo. Si fermano deluse e corrono assieme in un’altra direzione; ridendo divertite. Quella che aveva creduto di riconoscerlo prende della stupida e viene presa in giro: “Di spalle sembrava proprio lui. Giurin giuretta”.
Prima di entrare in quel cadavere di mare immobile mi brucio la pianta del piede su una cicca. Mi scappa una bestemmia. Una nonna mi guarda con disapprovazione. Il nipotino rovescia il secchiello di sabbia e inizia il suo improbabile castello. Non molto distante si accaniscono, su una pista tracciata per centinaia di metri, con le loro biglie. E gridano. E si canzonano. E’ pieno di bimbi e salvagenti e di quelli che chiamo animali da basso fondale. Ed è altrettanto pieno di gridolini. Uno parte di corsa per poi tuffarsi e nuotare vigorosamente verso il largo. Ha al collo una macchina fotografica anfibia. Uno ha una radio anfibia per continuare ad ascoltare anche in acqua la partita. Un ragazzino ha una copia del Titanic da far galleggiare. Di tanto in tanto, senza motivo apparente, la fa affondare, la tiene sotto in mezzo alle bolle d’aria, e poi la ritira su e fa colare l’acqua che l’ha riempita. Un paio di coppie si sono sedute proprio sul confine, sul limite, in riva. Dove l’acqua ti entra ed esce sotto il culo. Mi piove in testa la stessa pallina di quegli stessi che giocano a racchettoni. La pallina affonda e poi cerca di tornare a galla. La tengo sotto con il piede. Una zia mi chiede se le posso guardare il ragazzino un attimo che deve andargli a prendere il gelato. Le guardo il culo mentre si allontana. Non fosse zia potrebbe essere nonna. Giovane ma nonna. Rimini è un posto adatto alle famiglie. E a rimorchiare. Do la pallina al nipotino e mi avventuro nel mare.
Mi lascio tutto alle spalle. Vado avanti finché l’acqua mi arriva alle palle. Temo l’infarto. Non è della temperatura adatta. Saltello un punta di piedi. Aspetto di trovare il coraggio. Un ragazzino mi osserva dentro il suo canotto poi torna a pagaiare. Nel costume mi si è creata una bolla d’aria. Il freddo; mi scappa. Cerco di resistere, stoicamente. Un moscone mi chiede spazio; all’ultimo istante. Sopra c’è un ragazzo e una ragazza. Lui cerca di farsi vedere bello ed eroico. E pedala con vigorosa allegria. Lei non muove le gambe. Lascia che gliele spostino il movimento dei pedali. Poi mi accorgo che sdraiata c’è anche un’altra ragazza. Che prende il sole. Schiaccia il petto sul fondo perché s’è sfilata la parte sopra del costume. Non pare avere molto da schiacciare. Ha gli occhiali dietro la nuca. E il tatuaggio di una fragola all’interno della coscia. Lo vedo solo quando riprende il reggiseno del costume, se lo tiene stretto al torace e si gira per controllare gli amici. Gli dice qualcosa che non sento. Poi sembra alzare la voce come per iniziare una discussione, ma ancora non la senti. Vedo solo che pare arrabbiarsi. Schiaccio la bolla d’aria che fa il rumore di un pallone che si sgonfia.
Su quella tavola piatta si alza un onda anomala di un paio di metri. Forse un’ottantina di centimetri. Ho la prontezza per prenderla di spalle. Sono sempre sull’avviso. E’ il frutto dell’ilarità di una sirena taglia super forte. Mi sorride maliziosamente. Vado avanti finché il mare non mi arriva al petto. Un sub emerge e sputa fuori l’acqua. Poi torna ad immergersi. Per un po’ resta fuori il culo. Poi solo le pinne. Poi scompare nelle acque torbide. Va a frugare sul fondo. Un metro e mezzo sotto. A smuovere la fanghiglia. A frugarla. Ad una ragazzina gli sguscia fuori un seno. Non è niente male. Sono tentato. Faccio un paio di passi nella sua direzione. Non s’è accorta di nulla. Credo. La tetta galleggia come una gavitello. Dondola pigramente con le minute onde. Ha un piccolo capezzolo ritto come un dito a indicarmi, e un largo alone, quella tetta. Un capezzolo sottodimensionato. Forse non s’è accorta di nulla. Avevo già deciso di desistere. Si alza un fischio. Un giovanotto. Eppure sta guardando da un’altra parte. Lei, la ragazza dal costume bianco, si controlla. Rinfodera la sua arma di seduzione. Mi vede. Poi si tuffa e torna a nuotare parallela a riva. Scivola sulla superfice. E’ brava. E nemmeno il culo sembra essere male. Il ragazzo chiamava un amico. Si divertono come matti a buttarsi acqua addosso e a spingere la testa dell’altro sotto. La sirena con gli occhi sembra chiedermi se voglio vedere. C’è fin troppo da vedere e quasi nulla di nascosto. La ignoro senza smuovere il suo sdegno, senza offendere la sua vanità. Semplicemente interpreto la parte del distratto. Di quello che non si accorge del mondo né di nessun’altro disastro.
Vado avanti finché l’acqua non mi lambisce le labbra. E’ acqua cheta, stagna. Anche lei è pigra e non ha voglia di lavorare. Anche le piccole onde sembrano stanche e scivolare malvolentieri. Schiacciate. E’ salata. Penso a tutti quelli che ci pisciano dentro. E a quello che lo sta facendo proprio in quel momento. Facendo l’indifferente. Ho le dita dei piedi intricate tra una quantità enorme di alghe. Non ricordavo ci fossero anche le alghe a Rimini. Forse non ci sono mai state. Forse non sono alghe. Immergo per un attimo il viso. Riemergo mascherato di un brandello di una rete sottile di nailon. Appeso c’è un galleggiante, un sughero che pare un orecchino. Penso di apparire come uno di quei pirati. Oltretutto non riesco più ad aprire l’occhio destro. Mi brucia. E più lo strofino e più brucia. Decido di proseguire. E l’acqua mi entra in bocca. O arrivo in Jugoslavia o non arrivo. Saltello nuovamente per risalire e prender fiato. Ancora due passi. E due passi ancora. Poi mi rassegno. Non arriverò mai da nessuna parte. Mi rassegno e comincio a bere.

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tazzina di caffèQuella donna è Silvia. Quella dell’ufficio ragioneria. Quella sempre taciturna, dimessa, priva di trucco. Un po’ grigia. Che se ne sta sempre sulle sue. Quella sempre china sulle sue pratiche, sul suo dovere. Che nasconde sempre gli occhi. Che non da confidenza. Che veste sempre per passare inosservata. Ci riesce benissimo. Mai sentito una chiacchiera su di lei. Un apprezzamento. Mai sentito un fiato. E si sa come si sa essere pettegoli in un mondo come il nostro.
Ciao Silvia, scusa, non ti avevo vista”.
E’ ferma al banco frigo. Anche questa è Silvia. C’è il rischio di non riconoscerla. Come cambiano le persone fuori dal loro posto di lavoro. Niente occhiali. E’ come la vedessi per la prima volta. Il sorriso le illumina il viso. Ha occhi belli e nemmeno piccoli. Sui tacchi le gambe si modellano bene. La caviglia è sottile. Il polpaccio è dolcemente teso. Sta proprio bene con la gonna un po’ corta. Che la fascia. E anche il resto non è male. Il busto… insomma sarà il reggiseno ma ne ha un discreto paio. Non che siano esagerate ma con una linea delicatamente morbida. Vorrei infilarci gli occhi dentro. Non sarà una bomba ma si lascia guardare e bene. Infatti c’è lì uno che è da un po’ che resta indeciso tra i piselli e una pizza surgelata. Ho aspettato che lei alzasse gli occhi: “Posso offrirti un caffè”?
Perché no? anche se sarei un po’ di fretta, scusami”.
Rimetto la scatola dei gelati sullo scaffale: “Vieni”.
Non prendi nulla”?
Credo che posso prenderli un’altra volta. E poi avrebbero rischiato di sciogliersi lungo la strada”.
Posso anch’io rimandare la spesa.” –e lascia lì il carrello pieno. La prendo sottobraccio e andiamo verso l’uscita. Mi sorride, guarda il mio gesto e allarga il suo sorriso compiaciuto. Le tengo aperta la porta per farla uscire. La borsetta le cade dalla spalla. La cosa la diverte. La riporta al suo posto. Io torni ad prenderla sottobraccio. Pare pavoneggiarsi sui tacchi. E guarda gli altri come per imporgli di farle strada. Forse sono stato più colpito per la diversità. Ma era un modo per rimandare il senso di noia. Piuttosto dopo vado a farmi una cosa all’angolo. Da quando Ernestina è al mare il tempo sembra aver rallentato paurosamente.
Come mai da queste parti… già! che stupida”.
Appena si accende il verde le passo una mano sulla spalla. Mi viene naturale per attraversare la strada. Pare non farci nemmeno caso. Una cabriolet rallenta all’ultimo momento. Lei finge un attimo di spavento e si aggrappa a me come fossimo molto in confidenza, vecchi amici. La salvo dal pericolo e le sorrido. Alza gli occhi da vicino per guardarmi e sbatte impercettibilmente le ciglia. Fa per dire una cosa poi ci ripensa. Fa luccicare il bianco dei denti tra le labbra compiaciuta. Mi lascia intuire che si sta canticchiando una canzoncina in testa. E’ allegra. E’ proprio vero che il lavoro non ci fa mica bene: “Sei diversa”.
Come”?
Non so, diversa. Insomma”…
Meglio o peg”…
”!
Non sei di molte parole. Stai lontano”?
No! proprio qui a due passi”.
Vuoi che andiamo da te? Lei non è in vacanza”?
Non avevi fretta”?
In fondo non è male farsi aspettare”.
E il caffè”?
Non ne hai in casa? Possiamo prenderlo dopo. O un’altra volta. Credevo che non mi avessi vista. O che non avresti trovato il coraggio. Non pensare al caffè. Per il caffè c’è sempre tempo, e un momento più opportuno”.

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Foto di un tramonto a ponza dell'isola di PalmarolaIl ritorno è sempre faticoso. Come ogni ritorno. A dirla tutta ormai il viaggio non mi crea più grandi ansie. Sono passati quei tempi. Nemmeno un leggero mare mosso riesce a togliermi il buonumore, e la calma o ad inacidirmi lo stomaco. Solo un senso leggero di mancanza d’aria. Il bisogno di deglutire. Lei mi ricorda di avermi sconsigliato di leggere durante la traversata. Forse Lei è saggia almeno quanto io sono testardo. Ah! le donne; sempre così orgogliose e così materne. E io devo vincere i miei limiti ed i miei timori. Alla fine tutto torna liscio. Ci salutano gli amici mentre sostiamo a Roma. Anche questo è il nostro viaggio. Un viaggio a quattro mani e a molti cuori. Sfruttare ogni occasione per l’incontro. Avere la possibilità, come in questo caso, nella nostra “Isola che non c’è” di aprire la porta. Di ospitare. Di conoscere nuove amicizie. E poi quel saluto veloce a quei vecchi amici. I nostri viaggi sono sempre viaggi attraverso le cose, i posti, e le persone. Portiamo sempre indietro un pugno di foto e gli occhi colmi di immagini e sorrisi. Nulla riesce a dissuadermi. Nemmeno quella casa che più la amiamo e più sembra volerci respingere. E’ una casa difficile e delicata, bellissima per noi, ma ha bisogno di tante cure e coccole. Ogni mattino ci chiede nuove attenzione. E il mare è bello e lì lontano mentre ci costringere a riprenderci cura di lei. Ma questa è una storia tra tante storie. Ad esempio… causa le attenzioni di Alvise per troppo amore la casa si è trasformata nella casa dei gatti, ma questo forse lo racconterò in un altro momento. Le ho anche scattato un paio di foto a ricordo. Pure a lei. Una gatta molto curiosa e molto aristocratica ha eletta la casa dimora della sua famigliola invitando anche un’amica o amico che fosse. Allattava i suoi due gattini, purtroppo il terzo non ce l’ha fatta, e ci chiedeva cinque pasti al giorno. Le abbiamo lasciato qualcosa prima di partire. Spero saprà far fronte al cambio di tavola calda. Solo la vita può spaventare, non certo il viaggio. Ed è stata solo vacanza. E un po’ lavoro. Distanti da tutto. Eppure tutto era là a aspettarci. Lo sapevamo. Solo sole e mare davanti agli occhi., Di che lagnarci? Posto incantevole come pochi; come sono incantevoli i nostri posti. In fondo è incantevole il mattino da quando Lei è al mio fianco. Si può essere più frivolo? E pensare che non ho mai amato parlare di me. Forse ho vinto quella mia riservatezza parlando di Lei; o di noi. Vorrei far vedere il sole ed è uno splendido sole quando uno ce l’ha negl’occhi. E dentro. E in fondo, per i piccoli lavori, comincio a sospettare che non sia colpa del nostro eremo. Sospetto che sia tornato a farsi vivo il mio fantasma personale. A richiedere anche lui le mie attenzioni. Troppi sono i piccoli disagi improvvisi e inspiegabili. Non ricordavo più nemmeno il suo nome. Tornerò a pregarlo di sedersi a tavola con me per spiegarsi. Dicevamo… Ma il ritorno è sempre una sorta di penitenza. Certo che capisco gli occhi sgranati di meraviglia di chi arriva nella nostra splendida città. Meraviglia ancora anche me, e lo sarà sempre. Venezia resta uno dei miei amori più grandi. Mi riportano a casa i suoi palazzi affacciati sul canal grande. Metto in fondo una povera foto per cercare di dire di questa mia emozione. Ciò non basta a mitigare che è un ritorno. E lui, il fantasma, lo ha fatto, il ritorno, con me. Solo piccoli dispetti per avere il mio interesse. Una connessione che all’improvviso non va. Un niente su un computer nel momento che ne restano altri due attraverso i quali ritrovare gli amici di rete e leggere i loro messaggi. Un interruttore che dispettoso non accende più le luci. Quello che mi infastidisce veramente è il lavoro che mi aspetta. Sono troppo vecchio e troppo felice per pensare al lavoro. Alla fine mi chiedo a cosa servono questo mie parole. La rai (due) ci fa leggere un racconto di ferragosto. Lettura d’autore. E allora capisco che se queste povere parole non hanno grande spessore non sono poi così inutili perché a scrivere banalità non serve un cosiddetto scrittore, posso riuscirci autonomamente anch’io.Foto della Ca' d'oro di notte illuminata di luci multicolore

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Latitanza

Salvo contrattempi da stasera fino a settembre, affacciandomi alle finestre, non vedrò la mia amatissima Venezia, ma avrò davanti agli occhi la veduta che nella foto è stata presa dalla terrazza più alta forse di tutta Ponza. So che non mancherò a nessuno ma ogni eventuale assenza dal blog è giustificata da una, vi assicuro meritata, vacanza. Come vedete nella stessa foto provo già un bel po’ di mal di mare davanti a quelle trasparenze e a tutta quell’acqua. Le isole, Ponza non fa eccezione, hanno un solo difetto: troppo mare intorno. Io sono abituato alle superfici, alle piccole profondità dei miei canali. Ci risentiamo.

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