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Posts Tagged ‘vanità’

tazzina di caffèL’allegria che barattavano era colma d’ipocrisia. Nel fumo stagnante lui li guardava senza poter essere visto. Avevano avuto gli occhi ma avevano scordato come servirsene. Come molto altro ma ormai era tardi; finalmente. Stava finendo il tempo degli uomini. Niente era servito. Niente aveva potuto insegnare loro. Anche quando ai chedrani erano state tolte le ali. Anzi loro avevano provato a volare anche senza ali. Così convinti. Così adoranti la loro bellezza che anche le zasove [mitiche figure di luce] si potevano innamorare del loro aspetto. Perché Arox li aveva forgiati e si sarebbero detti lui. Ma sarebbe stato possibile ciò forse solo ad un occhio distratto. Eppure gli era stato dato tutto. Compreso l’amore. E la capacità di discernimento. Ma da quando avevano assaggiato il sapore del sangue non avevano più potuto rinunciarci. Ormai era stato deciso. Ormai erano troppo pieni di rancore. Troppo assetati di dolori. Avevano imparato a farne spreco in pubblico e in privato. Avevano abbattuto anche le mura che loro stessi avevano innalzato. Annegato i figli credendosi immortali. Bruciato i migliori di loro, temendo la verità. Non c’era più spazio in quel censimento. Tutto così tragico. Tutto così avvilente. E loro ancora si credevano gli unici esseri solo perché erano visibili. Il tempo gli aveva fatto scordare che ormai erano visibili solo tra loro. Idrogone si alzò, l’odore della loro vanità e di quella carne in decomposizione gli stava premendo lo stomaco. Non riusciva nemmeno a provarne compassione.

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Insenatura a PonzaSi parlava stamattina, appena svegli. Nemmeno il tempo di aprire gli occhi e c’è già qualcosa di cui parlare. Mettiamo apposta la sveglia prima per non restare magari con una parola in sospeso. Dicevo, si parlava stamattina e tutto era nato da una frase di un’amica di blog: “ho comprato il mio primo bikini dopo 16 anni”. A parte la naturale e spontanea battuta ironica che m’era venuta e che naturalmente non ho postato: “Spero che nel frattempo avessi qualcosa con cui coprirti”. Comunque Lei mi parla del valore del bikini. Non è che io sia proprio un fulmine di guerra quando si tratta di capire. E poi non ho mai messo un due pezzi. Dopo “enne” tentativi ho il sospetto di aver approssimativamente capito di cosa volesse parlare. Mi spiega, con pazienza certosina, “Intendo il bikini come metafora. Pensa a…” e mi cita tre amiche blogger che, proprio in quanto blogger, non sono qui amiche reali ma valgono come prototipi di pensiero; e poi la loro attività di rete garantisce quell’anonimato necessario. Mi spiega che mentre la prima si chiede quando troverà il coraggio di indossarlo, una seconda fa circolare per tutta internet le sue foto al mare, appunto, in bikini, e la terza non lo mostra ma racconta che subito dopo la tal foto se l’è tolto per un’abbronzatura integrale. Accidenti, mancata per un paio di minuti. Devo ammettere che non ero al corrente della ricerca di quel coraggio da parte della prima. Le donne parlano tra loro e poi pretendono che noi si sappiano le cose. Ora lo so. Aggiungiamo che la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross, voleva riferirsi al bikini come strumento di seduzione. Onestamente anche questo lo trovo un azzardo. Abbiamo incrociato al porto una giovane figura di donna, che sembrava uscita da una rivista di moda degli anni sessanta, che indossava una tutina, top e pantalone, bianca. L’ho rammentata perché il suo vestire certamente copriva meno della media dei bikini nazionali, mostrava anche il resto per una questione di trasparenza ed era usato assolutamente come strumento seduttivo. In realtà come richiamo per allodoli e uno doveva averlo già trovato perché, seppure attempato, le avvanzava accanto. Comunque la serata, fino a che mi è dato sapere, e scorsa tranquilla, fino ed oltre i fuochi artificiali che son stati sparati proprio sopra le nostre teste. Ora non so quando l’amica blogger troverà quel coraggio e se lo troverà. In spiaggia non mi sembrerebbe un grande azzardo, per andare ad una funzione religiosa o civile, magari in municipio, sì. Inoltre il bikini conta anche a seconda di come è riempito; credo. Nelle sue foto la seconda amica pare voler dire: “Guardate che gran pezzo di figa sono, cosa vi siete persi e vi state perdendo”. Nella realtà magari è solo una foto al mare ma stiamo chiosando liberamente. E anche La mia compagna sorride e condivide autonomamente questa riflessione. In realtà potrebbe aver ragione aggiungendo che una, o più, foto non mostra tutto. Sarebbe fin troppo semplice se la seduzione fosse legata esclusivamente all’abbigliamento. Verrebbe da dire: la seduzione no ma la provocazione e l’attrazione sì. L’abbigliamento può diventare un invito. Certo non mi sono mai sposato solo per il fascino di una, che ne so, scollatura. La parola scollatura, meglio precisarlo, non è precipitata in questo testo e in questo punto per puro caso. Qualcuna si lagna degli uomini che le sbirciano nella scollatura per qualcun’altra sono cafoni quelli che non lo fanno, ma non lo dice. Comunque, proseguendo, la terza nemmeno mostra, promette un domani migliore, anche spostato solo di pochi minuti. In quel caso veste in modo seduttivo solo le parole. Passa oltre e alla seduzione cerca di aggiungere la provocazione. Onestamente mi sono perso e onestamente mi chiedo cosa centri un bikini da poco comprato dopo lungo tempo. La risposta dovreste chiederla, a questo punto, a Lei. Però sorge un piccolo problema: Lei è praticamente priva di vanità, e non per una questione di possibilità o di età: almeno nei miei confronti i suoi occhi sono pieni di seduzioni. Pare, per quanto la conosco e per quanto Lei stessa confessa, ne sia sempre stata immune. Che anzi rifiutasse e rifuggisse lo stesso gioco e che male sopportasse anche le lusinghe dei maschi in tempesta ormonale. C’è da ammettere che la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross, è un caso a parte, da analisi, ovvero, almeno in questo caso, una teste che non fa testo, ovvero un caso limite, più unico che raro. La vanità infatti è virtù diffusissima non solo fra le donne anche quando ben simulata. Se una giovin donzella afferma che vorrebbe essere bella come la tal dei tale è perché si aspetta che il suo lui le dica che lo è, anche se con un’acrobazia di grande virtuosismo grammaticale sull’etica e sull’estetica. Certo le occasioni non sono solo figlie dell’avvenenza e lo sono poche volte della seduttività. Parlo di occasioni anche quando la storia o l’avventura va a finire con il partner sbagliato. E’ facile sbagliare l’altro. Parlo cioè di quantità non di qualità, un sorriso ammiccante spara al mucchio ovvero solitamente e destinato a uno ma ad un tale. Solo il futuro saprà dire chi è quel tale. Che senso ha tutto questo? Semplicemente mi sono divertito. Se c’è un senso spero lo darà Lei cioè la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross. In realtà c’è un secondo stato del post: anche questo post è una metafora: la metafora di un post. Il lettore, credo, io, per quanto mi riguarda, conto due lettori, compreso me. Dicevo che il lettore della rete quasi sempre cerca il chiacchiericcio anche leggermente pettegolo, vuole entrare nei fatti, per quanto dichiarati, delle persone. Vuole spunto per questa forma di amicizia virtuale e per parlottare. Argomenti per animare dialoghi che spesso sfociano in un conviviare da salottino del tè. Parliamo di corna? In realtà io mi intestardisco a postare racconti e raccontini che quasi mai hanno qualcosa a che fare con me o con una realtà vissuta. Oggi, con questo, spero di non perdere anche la mia unica lettrice, cioè la mia compagna, cioè, come ben si sa, Ross. Il mio timore è dato per la mia poca dimestichezza e piacevolezza nell’esprimermi su vizi e virtù di persone reali (o quasi). Mi rifiuto cioè qui di fare di fare il saggista dei sentimenti e delle debolezze. Preferisco farlo inventandomi dei personaggi. Osservando loro. Resta in sospeso la questione di un bikini: di che colore sarà quel maledetto due pezzi? E quanta superficie di pelle coprirà? E soprattutto riuscirà la nostra eroina blogger ad indossarlo in tempi ragionevoli? Le ho risposto che se porta il bikini noi le possiamo mettere a portata di bagno un meraviglioso mare.

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Fotografia a colori mentre guardo nell'obiettivoIo. Io. Io. Io non pensavo ad un blog così pieno di Io. Nemmeno frequentato da così tante Lei. Cioè non pensavo ad un blog così Privato. Non l’ho mai pensato. Non per una sorta di pudore. Di vergogna. Anzi. Non credevo né credo di essere così interessante. Non ho mai voluto fare il protagonista. Apparire. Per uno e molti motivi. Invece sembra che il blog sia un posto dove raccontarsi. Confessarsi. Magari aggiungendo che non ti riguarda. Che non ti interessa. Magari infiorando, che ne so? come quelli che dicono, per esempio, in aggiunta: mi ha guardato con degli occhi come dire: m’è caduta hai piedi, come dire: ha anche insistito per darmela ma io niente; irremovibile. E invece magari scopri che non era successo niente. Come sempre. Semplicemente una buca non farebbe bello. E’ sempre meglio un buon finale. E poi… in fondo, ripeto, siamo tutti Rocco Siffredi. O come quelli che mettono la foto di un altro. E non una foto a caso. La foto di come si sognano. E come vorrebbero essere sognati. Insomma tutti hanno un minimo di vanità. Di amor proprio.. Come dire che nessuno è disposto a fare il pirla. Né la cosa mi da particolarmente fastidio. Solo avevo scelto una scelta diversa.
D’accordo che è solo un blog. E poi anche per andare al proprio funerale ci si mette l’abito migliore. In realtà io vorrei essere un povero narratore. Un affabulatore. Mi diverto a lasciar andare la mia fantasia. Decisamente. Diversamente mi sento limitato. Prigioniero. Ma spesso ho dovuto spiegare che non parlo di me. Che non sono donna. Che non faccio il cosmonauta o il camionista. Non addomestico nessun tipo di fiere, nemmeno donne. Che non assalto la gente di notte per le strade buie. Che non canto con la voce di un angelo o di un tacchino. Insomma che non so fare altro che liberare quella mia immaginazione. Cercare di vestirla di parole, la mia fantasia. Così nascono avventure non mie. Magari non è che a me le cose non succedano. Essendo un vivente mi capita di vivere. E vegetare non mi sconfinferla per nulla. E inoltre sono curioso. Non in modo ossessivo. Nemmeno molto. Sono solo affascinato dalle vita e dalle persone. Le osservo. Così mi può essere capitato, di tanto in tanto, qualcosa degno di nota. Che può avere delle similitudini con un’avventura. A dire il vero se mi guardo indietro mi annoio da solo. Poche storie d’amore, cioè di donne. Grazie alla mia timidezza. Che sfiorava la imbranataggine. O ci giungeva. A un ansito romantico esageratamente presente. Grazie un cazzo! Pochi viaggi. Sono un pigro sedentario. In fondo poche emozioni. E’ solo che mi sembra tutto poco.
Persino pochi dolori. Anche in quello ho usato parsimonia. Poi mi affiorano episodi e sensazioni. Mi rendo conto di essere cresciuto. Persino di aver vissuto. E che quel ragazzo timido e introverso, lunatico, irascibile, che giocava con le ombre e litigava anche con gli orchi, quel ragazzino più che un uomo è ormai un vecchio. E non sono cresciuto affatto. E al mattino passo in rivista i piccoli acciacchi che mancano all’appello. Gli altri son sempre presenti. Mi ricordo che non ho appuntamenti. Devo pensarci a sporcare la mia agenda di qualcosa. Ma continua a non piacermi raccontarmi di me. Sono cose che già so. Mi sembrano misere e stupide. Ma Lei è curiosa. E’ golosa di me. E Lei mi aspetta sul cuscino ogni mattina. Ha un bel sorriso, Lei. E quel sorriso è disarmante. Oggi è radiosa perché ha ritrovato una foto di quando ero ancora un ragazzo. Una foto che non è mai stata scattata. Che non esisteva. Che non posso mostrare. E Lei l’ha trovata. Misteri della vita. Mi chiede che le racconti ancora. Si accontenterebbe di una favola. Quale donna non ama lasciarsi cullare dalla voce del proprio uomo? E sentirsi raccontare una favola; ma una vera favola? Guardo l’ora ed è già ora di alzarsi. Perché proprio me? Lei lo sa. Lei è la mia piccola inarrestabile vanità. E pensare che l’avevo riposta tra le cose da gettare.

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Ci sono uomini. Ci sono uomini che riescono a fingere (+ o – bene) del compito disinteresse. Ognuno per motivazioni e finalità proprie. Che non fossero così garbati guarderebbero e come. In fondo sono uomini, nel senso di maschi, e guardare ce l’hanno nel sangue. Ci sono uomini che si girano (+ o – teatralmente) davanti ad un espressione di notevole interesse. Uomini che non riescono a trattenersi dal sottolinearla con fischi o suoni vari. Ci sono infine uomini che davanti ad una donna con qualche, anche minima, evidente avvenenza non riescono a non lanciarsi in commenti. Commenti che spesso toccano punte di particolare volgarità. Proprio ieri ne ho visto uno che per una bionda, a dir il vero sciapa, ha tamponato il cofano di una Cherokee ferma. E lui era a piedi. Insomma ci sono anche uomini che sentono il dovere comunque di corteggiare.
Incontro Michelangela. Succede spesso lavorando nella stessa società. Ora davanti alla macchinetta per il caffè, ora per i corridoi, ora per le scale. Da alcuni giorni porta spesso scollature vertiginose. E non è che non abbia argomenti. Forse ha realizzato il suo stato di separata. E mi ritrovo spesso davanti le sue tette. Mi raggiunge sempre quel drammatico dubbio: uno sguardo (+ o – insistito) la vedrebbe a disagio o la offenderebbe un ben mimato disinteresse. Il fatto è che Sabrina, tanto per chiarirmi le idee, mi ha spiegato: “Mi vesto, mi agghindo e mi spoglio solo per il mio uomo”. Una donna con le tette fuori la vedono tutti e la dovrebbe guardare uno. Ci vorrebbe, che ne so, un’etichetta; un avviso. A volte quell’uno non sempre è in grado di saperlo. A volte solo lei sa di lui. E inoltre ci sono donne che vogliono decisamente richiamare l’attenzione di quei tutti.
Mi ricordo Elvira, incontrata l’altro lunedì. Elvira ha un paio di tette eccezionali. Eccezionali perché non né ha. Le ha cercate l’intera squadra del Fansculiamolo Rugby club, poi tutta la marina mercantile, un numero innumerevole di volontari e altri individui assortiti, inutilmente. Tutti senza alcun risultato. Affonda le sue scolature con l’unico misero risultato che è arrivata a mettere in mostra il piercing sull’ombelico. E’ disperata perché la nuova maglietta è costretta ad indossarla senza mutandine per non farne vedere l’elastico e/o il colore.. Alla fine ha deciso di farsi tatuare due boe di segnalazione, con tanto di catarifrangenti fosforescenti per la notte, per indirizzare gli appassionati del genere. Per altri meriti di appassionati non ne troverebbe molti. Chi non la guarda viene ringraziato da un’occhiata sprezzante. Chi la guarda deve sorbirsi la sua logorroica nullità. Ma l’uomo spesso si accontenta o cerca il suo male. Così lei per passarsela se la passa. Non dico che la evito.
Non che ci siano solo le tette, perché Sonia ha un notevole culo e Riccarda di notevole ha tutto, tranne il nome, ma parliamo di tette. Anche Giusy, che si chiamerebbe Albertina, ha due tette notevoli. Per ragioni opposte. Sono da lasciare senza fiato. Sono due monumenti. Due veri cocomeri. E dure come il marmo o quasi. Si rischia sempre di sbatterci addosso. Quando le ho chiesto informazioni sul chirurgo s’è offesa ma poi, alla fine, mi ha dato l’indirizzo. Mi ha detto, il chirurgo, di averle ridotte di quattro taglie abbondanti. Ho chiesto cosa ne aveva fatto di quelle quattro taglie abbondanti; così per dire. Ha precisato confidenzialmente che essendo di ottima qualità se l’è portate a casa. Anche se non è sua abitudine portarsi a casa il lavoro. Ora le tiene sul comodino. Hanno dimostrato più volte di essere utili. Avevo pensato a qualcosa di simile. Non ho avuto coraggio di chiedere che rinunciasse per me. E non so se sarebbe stato disposto a farlo. Due tette senza la donna attaccata devono essere una grande comodità.
Poi, giusto ieri, esco con Ivana. Si sta insieme da quasi un anno. E Ivana è quella che si dice una gran bella… figliola. Ha indossato per me una minigonna vertiginosa. Non si poteva muovere senza mostrare tutti i suoi segreti. Ero lusingato che si fosse fatta bella per me. Ero inorgoglito di averla al mio fianco. Ero eccitato dalla sua provocazione. Non ero il solo. Per tutta la giornata era tutto un eccitarsi. Alla fine non ero più così contento che per mostrare le gambe a me mostrasse gli slip a tutti. L’ho pregata di indossare per la prossima volta un paio di pantaloni. Oggi ho già avuto modo di pentirmi del mio consiglio. Tutti cercano di ricordarsi dove l’hanno conosciuta o almeno incontrata. Le aprono la porta. Con una scusa o l’altra stiamo prendendo l’aperitivo in quattro. Mi manca decisamente un po’ di intimità. Lei invece sembra perfettamente soddisfatta. E a suo agio. Sono inoltre sorpreso che le altre guardino me con più interesse.
Anche quando vivevo da solo nell’invitare un’amica a cena non ho mai pensato di dover esibire le mie doti amatorie. Oggi sono felice con Ivana. Giusy, che di nome farebbe Albertina, lo sa. Eppure ho l’impressione che le sue scollature profonde le indossi per me. O anche per me. Ci sono mille cose che eccitano i miei sospetti. Non sono propriamente un guardone e nemmeno quello che si definirebbe un bell’uomo. Ho visto come le donne osservano i belloni. Anche in modo sfacciato. O che sguardo assumono per parlare del loro attore preferito. Solitamente non mi guardano così. Non provoco simile attenzione. E interesse. In quel momento al loro fianco mi sento solo una comparsa. So che mi è fedele per mancanza di quell’occasione. E a volte ho persino avuto, con qualcuna, il sospetto che era e sia stata disposta ad accontentarsi anche di meno. Per esempio non ho mai avuta la certezza di Rebecca con Carlo. E Carlo mi pareva l’ultima delle tentazioni. Senza la sua auto sportiva varrebbe meno del niente. Il fatto è che l’uomo non riesce a non guardare le donne.
Quando sono con Gerardo mi accorgo che anche lui guarda le donne. Ma le guarda in modo diverso. Non so. Sembra spogliarle. Accarezzarle tutte. E non lesina le parole. Il complimento. E se appena può le fa seguire, quelle parole, dai fatti. Ho la sensazione che Toni Schiavon, detto Matusalem quattro polmoni ,fatichi a ricordarsi perché le segue con gli occhi. Poi si confida in apprezzamenti che mi imbarazzano ancora. Ci fantastica sopra. Sogna di farci cose che non sarebbe più in grado di fare. Tempi ed acrobazie più che d’altri tempi da guinnes dei primati. O da palesi spacconate. Poi respira singhiozzando enfisemicamente l’aria della sua bombola di ossigeno. Si scorda di tutto e cerca ricordi lontani. Si sfila le cannule e sorseggia il suo caffè. Finisce sempre così: se ne torna con una depressione latente. Non è mica sempre così facile guardare una donna.

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Lo specchio

Carlo Antonio Amabili Badeschi si soffermava spesso davanti allo specchio. Cercava di cogliere un momento di distrazione, di correggere un impalpabile tic ma gli riusciva ormai sempre più difficile. L’immagine riflessa era sempre la stessa, i dettagli ormai mandati a memoria.
Anche quella mattina non seppe cogliere nessuna difformità, non una ruga aggiunta o approfondita, non un nuovo capello che imbiancava. Si aggiustò il nodo della cravatta più con un gesto meccanico, per un vezzo, che per necessità; ma senza riceverne piacere.
Si trattenne ancora e lo sguardo scelse di scrutare. Si soffermò forse più a lungo che mai. Si fissò. Immobile, non mutabile. Nessuna metafora: era lui.
Per un attimo che gli parve dilungarsi verso un vago sospetto di eternità non seppe reagire, distogliere quello sguardo, parlare. Si distrasse e fischiettò. Dentro covava un freddo sudore che si sciolse e lentamente percepì il tratteggiarsi del dramma.
Ora era a disagio. Lì: la sua immagine.
Sebbene procedesse con leggera (e ancora controllata) lentezza non poté, o non volle, opporsi a quella sorta di impalpabile malessere che gli lievitava dentro e alla fine, come una sorta di deliberata decisa affermazione, con rabbia si vomitò addosso.¹


1] 3 aprile 1991

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melaQuando si ritorna su una cosa è perché in qualche modo la cosa intriga, interessa, s’è fatta parte delle priorità. Così Lei si presenta con un vestito nuovo. Sfodera la sua civetteria. Ne dice mille; Lei. Dice di non essere romantica. Dice che infondo non è così attenta ai dettagli. Dice che non è particolarmente vanitosa per essere donna. Dice che non si piace. Dice che si piace. Dice che Lei è fatta così. Sì! ho cercato di limitare quanto dice perché, come tutti, spesso dice molto e anche il contrario. Oserebbe persino dire che è la prima cosina che ha trovato da indossare. Spesso dicono fin troppo i suoi silenzi. Io non so toglierle gl’occhi di dosso.
I capelli sono perfetti, il viso un po’ tirato. Gli occhi che cercano di evitare gli occhi; non hanno luce. Ma il vestito nuovo le sta che è una meraviglia. Accompagna morbido le sue forme. Le accarezza con delicata precisione il seno. Lei lo dice piccolo. E’ un seno ben modellato. Il profondo scollo ne lascia intravvedere le carni lucide. Sono a chiedermi se porta il reggiseno, mentre distraggo il mio sguardo e cerco parole diverse. La sua lunghezza le lascia scoperte le gambe ben oltre le ginocchia. Le sue gambe non hanno bisogno delle calze. Sono sottili ma in armonia con tutto il resto. I tacchi alti poi le rendono ancora più sottili e flessuose le caviglie. Cerco il suo sguardo senza trovarlo. Nell’abito nuovo è deliziosa, gli sta una meraviglia, è carinissima. E’ qualcosa che vorresti immediatamente coccolare. Per un attimo distratto mi lascio andare. La vedo distintamente. Non posso negare che sia anche desiderabile. Questo forse lo è più spesso di quanto io stesso mi permetta di ammetterlo. Forse non dovrei dirlo. Forse Lei non gradirebbe sentirmelo dire.
Entro deciso nel negozio. Lei è ancora in vetrina. Il biglietto, infilato con uno spillo, dice che in svendita viene settantacinque euro; il vestito. Spero solo che lo spillo non l’abbia punta; proprio lì. Non è una questione di prezzo. Non mi sono mai perso in simili piccolezze. E nemmeno mi piace discutere. Mi mostro interessato. La commessa non è male. Esco e la lascio in vetrina. Avrei potuto spogliarla ma sono geloso degli occhi dei passanti.

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L’avevano chiamato per quello, Rolando, lo faceva per mestiere il giornalista ed era lì per testimoniare dell’avvenimento. A chiederlo a lui non si sarebbe aspettato niente.
Carla era andata per guardare, ma anche per farsi guardare, e si scrutava torno orgogliosa del risultato; finché le luci illuminavano ancora la sala. Si era alzata per sistemarsi la gonna. Lo sapeva di avere gambe belle.
Nessuno avrebbe potuto dire nient’altro che bene di don DiVino, ma nessuno tra i fedeli sapeva che anche lui era stato colto, a suo tempo, da riprovevoli dubbi. Non c’è nulla di più semplice che parlare male degli assenti. Non c’è nulla di più complicato che parlare bene di Chicchessia.
Il prestigiatore aveva salutato gli intervenuti promettendo loro un numero eccezionale. A dire il vero era persona irascibile. Molto tempo prima s’era incazzato per una storia di una mela e ancora ci filava sopra. Già! tutti tornano di sovente sull’episodio, ma senza rancore. Anche chi scrive se lo ripete spesso. Forse su quel palco c’era solo un illusionista qualunque, ma al suo oplà scomparve senza nemmeno un lampo. Semplicemente ora c’era e l’attimo dopo no. La gente restò attonita ad aspettare e ancora aspetta. Non c’era nessuno in sala in grado di farlo riapparire.
Nella lettera ai fedeli della messa domenicale il buon parroco spiegò che le volontà del signore erano imperscrutabili. Non aggiunse che quelle delle signore erano altrettanto poco chiare e ancor meno edificati. Mille pensieri gli turbavano la testa.
Carla, lei che s’era stancata di aspettare il ritorno dell’uomo in frac, e che aveva il buonsenso di accontentarsi della vita, lo guardava rapita. Pensava che quelle parole le sarebbero state d’aiuto.

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Scartare, per così dire, Claudia non gli era costato troppo tempo, quasi quanto quello che lei aveva impiegato per chiedergli un poco credibile “cosa fai?” Se lo aveva fatto lentamente era stato solo per la propria vanità. Per chiedersi se era sprezzante del pericolo. E perché aveva voluto guardarla e conoscerla bene. E poi lei, per gli occhi, ne valeva la pena.
Dopo si era acceso una sigaretta. Non l’aveva ancora spenta e lei aveva già esaurito ogni argomento. E fosse stato, almeno, solo silenzio. Invece si sentiva, forse, come in dovere; stesa, quasi a cercare comunque una posa fotografica. Non che lui si aspettasse di più. E nemmeno era molto interessato, ormai. Poteva al massimo dirsi lusingato. Di una lusinga esile. Che forse avrebbe ritrovata il mattino. Con l’odore di lei.  Ma non era andato certo lì per un dopo. Infondo è sempre meglio un buon libro per prepararsi al sonno. Si chiese se si sarebbe dovuto vestire per riaccompagnarla e si sentiva impigrito.


La Colonna sonora di questo mese su fulminiesaette è:

Il rimmel sognante

(Joni Mitchell: God must be a boogie man) [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/briciole/BoogieMan.mp3”%5D

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