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Posts Tagged ‘Vasco Rossi’

melaSe per trovarti io dovessi rovistare il mondo intero io ti scoverò. Se per aspettarti ci volessero tutte le pazienze io le troverò. Se mi fosse chiesta una vita una vita darei. E tutti i mesi e i giorni metterei in fila. E ogni minuto lo conterei. E agli istanti lo sommerei. Per la vita che dai e per quella che togli. Per il tempo perduto. E per quello ritrovato. E per il tempo che resta ancora. A tutte le donne. Per tutte le donne. E per tutti gli altri. Per chi ci fa tornare bambini. Per chi ci fanno sentire grandi. Per chi ci fa sentire importanti. Per chi ci fa sentire stupidi. Per chi ci fa sentire inutili. Per quel sogno. Per i suoi grandi occhi. Per i suoi occhi che mi vedono. Per i suoi occhi che non si accorgono di me. Per i suoi occhi verdi. Per i suoi azzurri. Per i suoi occhi chiari. Per i suoi occhi di cui non ricordo il colore. E per i suoi occhi scuri. Per i suoi occhi di bosco. Per i suoi occhi che parlano. Per i suoi occhi che tacciono. Per i suoi occhi profondi. Per i suoi occhi che non sanno nascondere. Per i suoi occhi intrappolati nel nero. Per i suoi occhi pazienti. Per i suoi occhi di castagno o di nocciola. Per i suoi occhi. E infine per i suoi occhi chiusi. Chiusi attorno ad un bacio. Socchiusi su quel bacio. Chiusi per non dire altro. Per una parola. Per un sorriso. Anche per un silenzio. Per un poi. E poi… Per annegare tra le sue braccia. In cambio di niente. Per le parole sognate. Per quelle non dette. Per quelle già scritte. Per quelle scordate. Per quelle perdute. Per quelle che non sono mai state scritte. Per quelle che si piangono. Per quelle che si leggono. Per quelle che fanno ridere. O solo sorridere. Per quelle pudiche. Per quelle impudiche. Per quelle taciute per quel pudore. Per orgoglio. Per paura. Per timidezza. Per ignoranza. Per egoismo. Per solitudine. In solitudine. Per l’amore che sento. Per l’amore che soffre. Per l’amore riamato. Per l’amore ignorato. Per l’amore narrato. Per l’amore disperato. Per l’amore. Ti cerco e ti inseguo. Per la sofferenza che da. Per lo struggimento che dona. Per il respiro che toglie. Per l’amore pazzo che canta alla luna. Per ogni pazzo che invoca la luna. Per quel solo pazzo che maledice la luna. Per ogni pazzo che guarda alla luna. Per l’amore che rende pazzi. Per l’amore vestito. Per l’amore spogliato. Per l’amore da spogliare. Per l’amore senza un nome. Per l’amore che regala l’amore. Per ogni tipo d’amore che sa amare. Per amore all’amore io scrivo. Per amore “TI” scrivo.


Scusa non ho capito
vuoi ripetere, che cosa avevi da fare
di tanto importante
da non potere proprio proprio rimandare.
Non mi dire, ti prego
non mi dire che dovevi solo studiare
e ti sembra un buon motivo,
questo, per non farti neanche “sentire”!
Sì ti ho capito
t’interessa più la scuola
e poi del resto chissà come sei brava
ma scusa
tra i vari interessi che hai
dimmi che posto mi dai!
Ti voglio bene
non l’hai mica capito
ti voglio bene
lascia stare il vestito
ti voglio bene
non cambiare discorso dai non scherzare!
Ti voglio bene
smetti di giocare
ti voglio bene
a un certo punto ti devi “dare”
ti voglio bene
non puoi farti eternamente corteggiare!
Scusa cosa me ne frega del vestito che hai
mi piaci come sei
non mi devi trattare come tutti quei maschietti
che ogni tanto “ti fai”
chissà che cosa pagherei per poter vedere dentro
quella testa cos’hai
se mi stai prendendo in giro guarda che ti giuro
non ti perdonerei!
Ti voglio bene…non capisci niente…
Ti voglio bene…bene un accidente
Ti voglio bene…nonostante tutto
TI VOGLIO!

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mela1. Aveva cercato assonnato le ciabatte. La finestra era rimasta aperta. La luce di un lampione della notte entrava impietosamente, ma tutto era silenzio. Un silenzio nervoso, in parte apparente. Lo è sempre il silenzio, apparente; basta saper ascoltare nel suo grembo. Ha battiti diacronici. Tornò pigramente sotto le coperte. Il sonno lo raccolse inesorabile, inconsapevole; quasi come una naturale e immediata e disperata libertà. Con un sorriso soffice.

2. Il cameriere portò il menù su carta di betulla. Non disse nemmeno una sillaba. Lui fu sorpreso dai minuscoli caratteri di inchiostro simpatico e dal tremulo riverbero riflesso di candela. Per quanto poteva capire erano soli. Annastella aveva un sorriso enigmatico. A lui sembrò che Lei, la sua Fata, non fosse mai stata così bella. Si sentì spontaneamente spinto ad un gesto estremo di assoluto affetto, e la strinse tra le braccia. Trovò la risposta a quella domanda: esiste qualcosa di più intenso? Certo non avrebbe dovuto osare; gli angeli sono della stessa materia del cielo. Eppure la sentì contro sé stesso. Lei lo lasciò fare e la sentì morbida e gentile, lasciarsi abbandonare quasi ne gioisse. Forse lo faceva; consapevole. Senza alcun egoismo. Quasi in un sospiro che non gli doveva. Quando si staccò Lei gli comunicò che se ne doveva proprio andare. Nonostante tutto non se ne sentì sorpreso; come lo sapesse. Comunque il suo pensiero ebbe un suono: “Come, non finisci“?
No“!
E dove“?
Lo saprai presto se saprai pazientare e cercare“.
Subito dopo che il suono cantilenante della sua voce argentina s’era dissolto scarno e parco Lei non c’era più. Sapeva che ci sarebbe stata sempre. Al suo posto tre petali di rosa, uno giallo e due rossi, ma di tonalità diverse. Ne avvertiva ancora l’odore. Gli restava l’enigma di quelle sue parole. La delicatezza con cui gli aveva sfiorato la tempia. In contatto di quella mano minuta e leggera. E del suo frettoloso comportamento. Più ancora quel sorriso che lo aveva ammaliato e che non riusciva ad interpretare, di una lucentezza abbacinante.

3. Le stanze sembravano deserte; non finire mai. Gli spazi si misuravano a ore. Tutto gli era completamente estraneo eppure consueto; era come se ci fosse già stato, e più volte. Provò un brivido. Il caminetto era spento. Trovò i fiammiferi. Vi rinunciò, per quella sua sorta di pigrizia mista a cautela educata. Era emozionato. Non poteva non farlo e si domandò dov’era, ma non aveva alcuna risposta. Tra i quadri alla parete la sua attenzione fu richiamata da un Che alla maniera di Warhol. Si avvicinò. Era una stampa di Warhol. Non la ricordava. Aprì le porte senza trovare il bagno che cercava. Si accorse, allo stesso tempo, di non averne bisogno. In una delle stanze c’era un letto enorme. Sopra dormiva pigramente solo un grande orso bianco di peluche. Ne provò invidia, ma non gli rimase molto tempo. Subito fu sorpreso di trovarsela al proprio fianco senza aver avvertito alcun rumore. Non ebbe bisogno di alcun nome. L’aveva incontrata in un’altra stanza, ma non era più la stessa. Scoppiò a ridere, Lei, di una risata che colse la sua sorpresa, ma lo metteva egualmente a proprio agio. Era come se si fossero già detti tutto. Lo prese per mano e lo accompagnò prima alla finestra. Fuori un paesaggio immoto. Da una fessura tra i palazzi delicati uno spicchio di Canal Grande. Non si avvertiva nemmeno il consueto sciacquio delle piccole onde. Anche l’orologio era immobile e aveva smesso di battere. Non c’era alcun tempo e tutto era come allora. Tutto come se niente, assolutamente niente, potesse mutarlo. Lui non aveva mai sospettato che un angelo potesse anche avere, in apparenza, fattezze di carne. E che di carne fosse così generosamente audace e abbondante. Quando lo abbracciò fu completamente avvolto dalla sua morbida e confidente presenza. Gli sembrò che il silenzio esprimesse anche tutti i suoni che non aveva mai udito.

4. Si risvegliò completamente pago. Una sorta di tenue euforia lo possedeva. Cercò di ricordare tutto, ma il tutto non gli fu possibile, e non sarebbe stato abbastanza. Mancavano alcuni dettagli. Soprattutto mancava Lei. Guardò l’ora; si era fatto tardi. Doveva affrettarsi. Solo quando fu pronto e sul punto di uscire scorse il biglietto sul comodino: “Grazie per avermi insegnato a volare“. Intanto il mattino prendeva sempre più il coraggio di una giornata di sole.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Vivereunafavola.mp3”%5D

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Restiamo in Italia. Cercherò ancora una volta di spiegare quello che fatico a dire (“…è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…Francesco Guccini: Vedi cara). A volte la storia di un emozione, il suo orizzonte, il suo improvviso abbagliante espandersi si nasconde per velarsi inaspettatamente tra poche note e un titolo o una semplice frase che si fa storia, universo di un momento. Magari per accompagnarti per mano a tornare su qualcosa su cui avevi sorvolato e non è obbligo che l’autore ne sia stato completamente consapevole nel momento in cui ha partorito i suoi versi. Cerco di spiegarlo con dei piccoli e forse banali esempi che mi vengono velocemente alla mente tratti da alcuni dei più celebri scrittori di parole in musica.

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore «Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? »” (Fabrizio De Andrè: Dormono sulla collina).
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…” oppure “noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…” (Francesco Guccini: Incontro).
I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato” (Francesco De Gregori: I matti).
Senti che fuori piove, senti che bel rumore…” (Varco Rossi: Sally).
Chi non si è fermato dietro i vetri malinconici a guardare una volta la pioggia pensando senza pensare al suo strano bel rumore? O aprendo la finestra si è riempito del suo gradevole odore di erba infradiciata o sotto la pioggia del proprio olezzo di cane bagnato? “Come si cambia per non morire“.
Gianfranco Manfredi è un cantautore che non c’è più anzi è un non cantautore. Dopo aver fatto anche l’attore, se si cercano notizie su di lui nella rete sai incontra un Gianfranco Manfredi scrittore. Personalmente penso sia più difficile scrivere un buon testo di canzone, stretto nello spazio e condizionato dalla musica, che un libro decente. Manfredi scrittore è potabile, almeno non incespica nella lingua. Ma qui lo vediamo come cantautore e mi preme premettere altresì che non faccio un credo della canzone militante ma se non ricordiamo quegli anni, non contestualizziamo, è impossibile capire i suoi dischi e questo pezzo.
E’ l’epoca de “la musica ribelle che… ti urla di cambiare / di mollare le menate / e di metterti a lottare” (Eugenio Finardi: Musica ribelle). Dove è ancora vivo il ricordo di Piazza Fontana (1969) e ci si va per esserci e “ci passai con la barba lunga / per coprire le mie vergogne, / ci passai con i pugni in tasca / senza sassi per le carogne.” (Claudio Lolli: Piazza, bella piazza. In Ho visto anche degli zingari felici – 1976).
E’ l’Italia del movimento, dell’autonomia e della P38, dei bulloni a Lama, de “la cultura è di tutti”; dove ancora chi non canta solo “bandiera rossa” è ben, che vada, un traditore. E’ l’Italia della fantasia al potere e degli anni di piombo. E’ l’Italia di una generazione tradita. Quella che cerca nella cenere della rivoluzione mancata una nuova prassi e trova i dubbi.
E’ Ricky Gianco a spiegarci: “ci si trova meno uguali / torna l’ordine e il decoro / non si può più stare in piazza / «Tutti al posto di lavoro».” (Rock della ricostruzione – 1974). Il verso finale virgolettato, come quello di ogni strofa, è proprio di Luciano Lama.
E’ tutto qui perfettamente riconoscibile o sintetizzato in brevi immagini o come nella canzone che da il tiolo all’album (Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977) che è un poco una sorta di “Manifesto” rivisto o in questi versi: “La Giunta ci ha concesso il prato e l’acqua no / la Giunta è di sinistra lo sporco non lo so” (Un tranquillo festival pop di paura). E inoltre c’è tutta la lotta di quegli anni tra politico e privato. Poi verrà il riflusso; solo un anno dopo il delitto Moro, con il quale si concluderà la grande ubriacatura rivoluzionaria di quel sessantotto. Paolo Pietrangeli aveva già cantato (1969): “Manifesto, manifesto, meglio dir manifestavo / or son diventato bravo e non manifesto più“. E forse è proprio Manfredi l’inizio della fine; la fine delle illusioni. E’ lui stesso a spiegare che “così mentre da un lato facevo come mai prima il cantante militante iperincazzato, dall’altro lavoravo come autore a testi di canzonette“. E’ la solita questione del rapporto tra intellettuale e potere che torna.
Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande

DAGLI APPENNINI ALLE BANDE

Lui cercava per il mondo la famiglia
e di notte lavorava alla candela
difendeva sempre il nome dell’Italia
e la nonna dai briganti proteggeva
e saliva sopra gli alberi più alti
per pigliare al volo i colpi dei nemici
ragazzini come lui ce n’eran molti
scalzi e laceri eppure eran felici.

E parlavano di lui, scrivevano di lui
lo facevano più bamba che bambino
e parlavano di lui, scrivevano di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

Ora pare che il suo nome sia teppista
fricchettone criminal – provocatore
pare che ami travestirsi da sinistra
ma sia un docile strumento del terrore
e lo beccano ogni tanto che si buca
o maneggia un po’ nervoso una pistola
o che lancia da una moto sempre in fuga
una molotov sull’uscio della scuola.

Ora parlano di lui e scrivono di lui
lo psicologo, il sociologo, il cretino
e parlano di lui, e scrivono di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

E si dice: se ci fosse più lavoro
se il quartiere somigliasse meno a un lager
non farebbe certo il cercatore d’oro
assalendo il fattorino delle paghe
ma è la merce che c’è entrata nei polmoni
e ci dà il suo ritmo di respirazione
il lavoro non ci rende mica buoni
ci fa cose che poi chiamano “persone”.

E se parlano di lui, se scrivono di lui
è che il nostro sogno è ancora piccolino
se parlano di lui e scrivono di lui
è che il nostro io ci resta clandestino.

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colombaContro qualsiasi guerra, continuo a postare una canzone. Qui propongo Vasco Rossi con la sua interpretazione di Generale

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