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Posts Tagged ‘Velvet Underground’

Qui non interessano le persone ma la musica ovvero quello che fa la musica popolare cioè ciò che la fa adottare all’interno di un gruppo o meglio che ne fa contributo alla cultura. In questo contesto, parlando di musica come memoria o come testimonianza, si potrebbe pensare ai canti del lavoro, spesso semplici accompagnamento ai suoi gesti, o alle canzoni degli emigranti e a mille altri esempi. Il mio ricordo in questo momento vaga e va con emozione ad una splendida testimonianza da un campo di concentramento Die Moorsoldaten (Il canto dei deportati) .
Chi potrebbe, in questo caso, dare più dignità a Arnold Schönberg più che a Luigi Nono più che a Léo Ferré o, al limite, a Captain Beefheart (mi piacerebbe, prima o poi, inserire il suo dissacrante Dachau Blues) o infine all’anonimo? Torniamo alla musica.

“Da dx a sx”: progetto per un scultura grafica di Mario DG

Questa storia sembra diventare in un certo modo un poco omocentrica. Che la donna sia stata lasciata ai margini, o in penombra, è un problema antropologico non musicale. A questo punto cerchiamo di suggerire un contributo prettamente di genere all’interno della musica, ovvero le donne e la musica; diversamente sarebbe difficile una vera identificazione. La voce del “blues classico” è soprattutto donna per quella dorsale che corre prima da Ma Rainey poi da Bessie Smith e in seguito da Billie Holliday ed Ella fitzgerald. Come abbiamo avuto modo di accennare a spingere a salire sul palco Dylan, e ad accompagnarlo nei suoi primi passi, quando ancora si muoveva sulla scena del Newport Folk Festival, è stata Joan Baez. Quella che ha cantato al mondo We shall overcome, il vero inno delle proteste contro la guerra nel Vietnam, è stata lei.
Diciamo ancora anni sessanta: un gruppo si forma negli Stati Uniti d’America, nella seconda metà di quel decennio, dall’incontro fra l’allora studente universitario Lou Reed e John Cale, giovane musicista d’avanguardia allievo di La Monte Young, che nel gruppo suonerà la viola e il basso. Il primo disco che incidono è The Velvet Underground & Nico dove, appunto, canta anche quella Nico (pseudonimo di Christa Päffgen), modella, cantante e attrice cinematografica e teatrale di origine europea ma naturalizzata statunitense. La data ed il luogo esatti della sua nascita sono controversi. Secondo alcuni nacque a Colonia, in Germania; secondo altri a Budapest (Ungheria). Secondo molti nata il 16 ottobre 1938, secondo altri il 15 marzo 1943 – morta il 18 luglio 1988 (questo sembra certo).
Lei ha fatto cose buone come solista o con altri e comunque da una qualche parte valeva la pena di cominciare per ricordare. Qui la ascoltiamo in una canzone fin troppo nota: Sunday morning, famosa incisione di quel 1967, appunto con i Velvet Underground tenuti a battesimo da Andy Warhol che disegna anche la copertina di quel loro primo disco omonimo. Forse il riascoltarla non mi provoca più le stesse sensazioni di una prima volta ma è sempre piacevole come uno zucchero filato.


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Volo di aereo di carta di giornaleNon è certo facile usare la poesia come voce civile. Alcuni poeti, anche grandi, anche grandissimi, vi ci sono cimentati e persi.
Pranzavo quel giorno al Ristorante Berlino a Bucarest (o Buçuresti nella loro lingua) con la mia ragazza di allora. La Romania (anni settanta) era simile all’Italia del primo dopoguerra; si muoveva con trent’anni di ritardo rispetto alla storia. Poi la storia si è messa, lì, a scorrere all’incontrario; mi dicono. Quella sera suonava un orchestrina e alcuni clienti ballavano, ma più che un ballo pareva una marcia militare. C’era un vecchio signore, da solo, al tavolo accanto al nostro. Lei, l’amica, mi fece cenno. Non sapevo chi era. Non conoscevo nulla della loro cultura. Solo in seguito, appropriandomi un po’ di più di alcuni rudimenti della loro lingua, avrei scoperto una rivista letteraria da far invidia alle nostre dell’epoca. L’uomo solo, come mi è stato subito spiegato, era il maggiore poeta Romeno vivente: Eugen Jebeleanu.

Perdono Hiroshima
in Il sorriso di Hiroshima e altre poesie.

Perdono, Hiroshima.
Perdono per ogni passo
che tocca una ferita, apre una cicatrice.
Perdono per ogni sguardo,
che duole, anche se carezzevole.
Perdono per ogni parola
che turba il cielo in cui cerchi
i tuoi bambini,
popoli di bambini che perdesti per sempre.
Tomba
inesistente. Vento. vento. vento.
E’ la loro voce che ora piano suona
ogni giorno più spenta,
solo nel ricordo.
Oh, cimiteri
inesistenti. inesistenti. inesistenti.
Voler piangere e non poter stringere fra le braccia
nemmeno un’urna, una tomba almeno.

Dove sono i tuoi bambini, Hiroshima? Forse
nell’oceano
d’argento indifferente.
Forse nel mausoleo infinito
del cielo.
O forse, proprio su questa terra
che io calpesto.
Ogni passo io lo traccio con timore.
Ogni pezzo di terra
nasconde una bara.
Mi sembra che la terra
da me calpestata gridi: – Mamma.

Ahi, aria di smalto, dammi le ali,
che io mi innalzi leggero
per non urtare col passo delle ferite,
che l’ala mia tagli l’aria, come d’angelo.
Ma sfavillando dalle migliaia di lesioni,
si avvicina Hiroshima a me,
si avvicina e si china piano
e mi fa segno:
vieni, amico
e vedi ciò che è stato,
ciò che è.
E narra.

Nico da Kevin Ayers, John Cale, Eno, Nico: June 1, 1974The End¹


1] Per accompagnare questa poesia, che amo particolarmente, della canzone dei Doors, che tutti ricordano dalla voce di Jim Morrison, ho preferito scegliere questa versione incisa da Nico poiché mi sembra sottolinei maggiormente la tragicità de La fine. Prova a postarla da Youtube e anche da uno spazio mio dal quale si può eventualmente scaricare o ascoltare attraverso il lettore residente nel proprio pc.

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