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Posts Tagged ‘Venezia’

L_amante venezianoVenezia è una città ben strana. È nata strana e strana è rimasta. Sarò anche un pazzo, ma sono un pazzo veneziano. Forse è l’odore dell’acqua dei canali. Le sue maree alte. Forse frastornati dalle troppe lingue che affollano le calli. Forse il rimorso degli abrei. Forse il gran da fare dei colombi che tubano garruli. Forse è perché non è mai cambiata e il passato qui vive ancora. Forse perché niente è uguale a qualsiasi altro posto. E a chi non ci abita è come se i suoi abitanti camminassero sull’acqua. Come tanti Gesù. Forse per il peso della storia. Baluardo della cristianità contro gli infedeli, ma mai schiava di Roma. Basta ricordare la storia che lega la città indomita e mai serva alla figura del colto veneziano Giacomo Girolamo Casanova di cui Roma esigeva la testa.
Venezia: meraviglia dell’occidente e porta dell’oriente. Sulle palafitte, dove gli altri non son riusciti a fare che capanne, i nostri vecchi hanno innalzato palazzi e chiese. Quei bei palazzi pieni di marmi bianchi e quelle chiese invidiate in tutto il mondo. Come quella della salute, innalzata a una madonna nera che ci ha salvati dalla peste, che pare agli ignoranti una moschea. Ignoranti e cafoni: chi credono che abbia insegnato a quelli che allora erano gli ottomani a fare le loro sedi di preghiera? Ma a Lepanto gli abbiamo dato una lezione che non si dimentica. Correva il giorno 7 ottobre dell’anno santo 1571[1]. E poi siamo andati anche a riprenderci il nostro San Marco.
E assieme alle chiese e ai palazzi, quei vecchi, hanno costruito una città intera. Sull’acqua e sulla melma. Hanno iniziato la nostra serenissima città da Rialto, che così si chiama perché appunto sul rio la riva era alta. Perché lì è nato, ed è sopravvissuto fino a giorni nostri, il famoso mercato. I veneziani sono sempre stati grandi commerciati e non meno furfanti, se è vero, come dice una nostra canzone dialettale, che marmi e ori sono solo prede rubate ai greci e ai mori. E a Rialto hanno costruito un ponte unico al mondo, che hanno cercato di copiare malamente i fiorentini. Un ponte, il nostro, anch’esso di marmo, che tutti allora avevano detto che non sarebbe sopravvissuto un giorno. Sopravvivrà anche al giudizio universale, questo è certo.
Come dicevo una strana citta la nostra. E… che ne so, forse lo siamo anche noi, un poco strambi. Da sempre abituati ad avere foresti tra i piedi. A dare, con quattro parole, o solo con le mani, un minimo d’indicazioni. Mentre l’amministrazione si fa covo di ladri e di rapinatori. E quella gente che viene da tutto il mondo non lo sa, e ci guarda come si guardano i tipi singolari. Non è vero che camminiamo sull’acqua e ne restano sorpresi. Non è vero che abbiamo le branchie, ma questo forse già lo sospettavano. Non c’è una lingua migliore del nostro dialetto per farci capire da tutto il mondo. La bestemmia è, ostia, che è il mondo a non voler capire.
Solo che loro credono di essere in un film dove noi siamo stati presi come comparse. È un mercoledì quattordici e il cielo è cupo. E fa anche due gocce di pioggia. Solo una rapida pisciatina. E io me ne sto tranquillo alla finestra a farmi una cicca. Passa una tipa per il viale dell’albergo. La noto appena. Cappelli raccolti in trecce sopra la testa. Vestito elastico e lucido che la fascia tutta e credo non le lasci spazio per respirare, color acqua marina, molto scollato. Tacchi alti e gambe lunghe. Trascina un borsone con disegni di carte geografiche e una valigia rossa con le rotelline.
Lei torna indietro e mi fa dei cenni. La osservo meglio. Non capisco. Poi credo di riuscire a interpretare i suoi gesti. Muove le labbra ma non la posso sentire. Da lontano, con le mani, mi chiede se mi può fotografare. Io scuoto la testa appena infastidito. Poi ci ripenso e le grido: Solo se me la fai vedere. Lei mi fa un cenno entusiasta di sì. Fruga nel trolley, getto la cicca, e lei scatta la mia finestra. Come dicevo ci prendono tutti per comparse. Naturalmente scherzavo, con l’amore per la burla di noi veneziani, ma non mi va di essere imbrogliato. Col palmo le faccio segno di aspettare. Ancora una volta con cenno entusiasta mi ripete un sì con la testa.
Mi dò una pettinata e scendo. Così come sono, ancora vestito da casa, e in ciabatte. Lei è lì che sembra aspettarmi. Cazzo! è spagnola e, ostia, il nostro dialetto non le è del tutto ostico. Provo vergogna, temo mi abbia capito. Dovevo aspettarmi una qualche sorpresa dal vestito che indossava. Si china per fotografarmi e capisco che ha capito. Prendo il cellulare e scatto anch’io. Lei sembra solo divertita. A raccontarla non mi crederà nessuno. Sicuramente è tutta matta. E pazza scatenata, certo diventa matta per quello che le mostro; il capitone in cambio della sua gentilezza. Fa un gridolino di stupore e di entusiasmo. Ha fretta e mi prende bene le misure, in quell’albergo che deve avere, ostia, almeno settantasette stelle.
Parlare si è parlato poco, ma quel poco bastava per capirci del necessario. In fondo le mani servono anche più delle parole. In fondo lo spagnolo altro non è che un dialetto dell’antico veneziano. Voleva portarmi subito con sé a Barcellona. Dove ha tutto un castello tutto suo a Disneyland. Ora sto scrivendo da Formentera. Certo il mare è più bello che da noi. Del nostro mare che non è nemmeno un vero mare. Ma non hanno il Lido. E io torno spesso a Venezia. La mia città la porto sempre nel cuore. E poi è una città dove non ti puoi mai annoiare. Se non amassi Dolores avrei un solo amore.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Lepanto

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L_amore miopesegue: Carlo Spaghetti
L’amore può avere sempre mille facce. Quella di Carlo è una. Forse nemmeno la migliore. Ed è una faccia miope. Può fidarsi più del tatto e dell’udito, ma mai della vista. Comunque mi incuriosisce. Anche se non credo funzioni con tutti. Con lui tutto appartiene ad una dimensione sua. Tutto sembra vagare su spazi mai facili da definire. Comunque con le tipe ci sa fare. Lo accompagno in macchina fino a Pedavena. Pare debba rabboccare la sua scorta di birre. Io guido e lui ascolta musica dalle cuffie e fuma. Poi me la passa. Mi tengo a freno per un po’ di chilometri. Poi non ci riesco più. Era da molto che glielo volevo chiedere e colgo l’occasione. Vorrei una diritta. Lui acchiappa come un coniglio. Non posso dire lo stesso per quanto mi riguarda. “Come fai? Dimmi la verità”.
Come faccio cosa”? “Con le tipe. O hai un culo bestia o… ti ronzano sempre intorno”. “Più che fare lascio fare”. “Ho provato. Nisba”. “Vuoi sapere la verità, ma tutta la verità”?
È in vena di confidenze. “Sputa”. “Non so se ti sei accorto ma io non vedo proprio molto”.
Sono in un periodo di crisi nera: “E allora”? “Cerco di usare il fiuto. Ma la mia vera arma, la mia tecnica, è che ci provo con tutte. Come andare a sogliole e sardine con la rete a strascico. Se vai con la lenza, cazzo! le probabilità di pesca di dimezzano, sono poche. Mi sembra ovvio. Cazzo”!
Intanto la macchina va. “E funziona”? “Abbastanza”.
Dimmi”. “Se c’è laguna pescosa nei dintorni, preda, mi avvicino e dico a tutte, in separata sede, naturalmente, è fondamentale, la stessa cosa. Belle o brutte non importa. Lavoro al buio. Se sono cessi poi mi avvertono gli amici. E allora taglio”.
Ci fermiamo in un autogrill e non mi lascio distrarre. Deve pisciare e aspetto. Ha sete e aspetto. Poi una cicca e aspetto. Sono impaziente e stanco di aspettare. Appena siamo ai nostri posti di crociera gli faccio segno di uscire dalle cuffie e riprendo esattamente da dove eravamo rimasti: “Cosa”?
Devo spiegare la domanda dettagliatamente. Sollecitare la risposta. Lui ci mette un bel po’ ma poi fa mente locale: “Le solite cose. «Come sei bella? Mi hai rubato gli occhi e il cuore. Ho perso la testa. Ti amo da impazzire. Spassionatamente. Sembri un’attrice. Che ne diresti se ti chiedessi… di una sveltina. Vorrei che fossi la madre dei miei figli». Insomma. Cazzo! Solite cose. Menate, insomma. Cosa sto qui a parlare”?
Funziona sempre”? “Abbastanza, cazzo”.
Qualche tratta di strada è dissestata: “Qualche buca”? “Normale. Ma anche qualche topa, cazzo”.
Non mi sento troppo convinto: “Ma ci sarà qualche volta?”… “È il rischio del mestiere. Funzionare funziona, solo che… per esempio: Stavo recitando la solita litania del «Sei una gran figa.» a Renata e lei era là, in piedi, già furente, perché io stavo limonando, senza saperlo, cazzo! con Susanna, sua sorella. Certo le donne son tutte delle gran puttane. Per dirne una. Per dirne due: stavo lì tranquillo con Filomena. Questa è anche peggio. Ero già a buon punto. Le avevo messo una mano al culo e mi allungo per baciarla. Hai presente? Devo farti un disegnino? Mi sembrava strano. Ho avuto un po’ di sospetto quasi subito, perché mi sembrava che la dentiera ballasse. Pensavo ai denti. A un inizio di piorrea. Come potevo pensare?… cazzo! Mi ha risvegliato il grido allarmato della Filomena: «Cazzo fai con mia nonna»? Per farla breve, mica lo sapevo che s’era portata anche lei, la nonna. Chi è quella che va ad accalappiare con l’antenata? Me lo sai dire? Se non è sfiga quella… E quella, cazzo! se ne stava zitta e mi lasciava fare e pareva pure gradire. È stato orrendo”.
Mi crolla un mito: “E cosa hai fatto”? “Nel primo le ho prese. Di brutto. Mi brucia ancora la guancia. Anzi entrambe. Renata ha le mani pesanti, sembra un peso medio, e sua sorella Susanna pure. Nel secondo me la sono filata. E sono corso a sciacquarmi la bocca. Però vuoi mettere… perché dovremo parlare anche dei successi”.
E Filomena”? “Non l’ho più vista”.
L’ho sempre incontrato assieme a ragazze. Sospetto che a volte fossero solo quelle di qualche amico. Intanto siamo arrivati. È più la birra che ha assaggiato che quella che ha comprato. È un poco brillo e nel ritorno non riprendo l’argomento. Me ne guardo bene. È una di quelle occasione in cui sarebbe inutile. Parliamo di musica e del suo vecchio complesso. Mi ricordo di noi alle Zattere. Si corregge che in Spagna si era fermato a Malaga. Non ci capisco più niente. Mi sono perso tra i meandri delle sue storie e anche nell’atlante. Tutte le strade portano a Roma, tranne le sue. Possono portare da qualsiasi parte. Poi lo lascio dentro alle sue cuffie. Ci salutiamo e credo che la sua tecnica non potrà servirmi a molto. Ho anche il sospetto che rischi di portarlo diritto verso risultati persino catastrofici (vedi foto). Solo il tempo potrà dire se ho ragione.

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Carlo SpaghettiCosa potrei dire di me? Sono seduto sulla piattaforma di un bar che galleggio sul canale della Giudecca. È bene spiegare ai non veneziani che la Giudecca è un’isola, originariamente destinata alle… vacanze un po’ forzate dei giudei. E che questo canale è il più largo e profondo di Venezia. In quel punto forse più di duecentocinquanta metri. Era appena passata una di quelle maledettissime Grandi Navi. Come stavo per dire… Lo vedo arrivare mentre bevo un’aranciata. Consapevole solo di sé e del nulla. Lo chiamo altrimenti sono certo che passerebbe diritto. Ciabatte infradito ai piedi. E lui si viene a sedere con me. E sorseggia dal mio bicchiere.
Esordisce con un “Come ti butta”? Non credo mi abbia nemmeno riconosciuto. Carlo, Carlo Spaghetti, per tutti Spiga, è amico di mio fratello. Ha un paio d’anni più di me. M’è sempre sembrano strano e da strano credo di avere un po’ di ammirazione per lui. Ha lunghi capelli fin quasi alle spalle. Scuri. Diritti come detta il suo cognome. È magro, appunto, come un chiodo. Gli occhi non sono piccoli, sono solo stretti come fessure. E praticamente cieco, ma non se n’è accorto e tenacemente non porta occhiali. Solitamente veste come un alternativo trasandato, ma a volte è solo trasandato. E, se non fosse per le attenzioni della madre, potrebbe dimenticare di vestirsi. Lui vive costantemente da un’altra parte. Forse questo s’era già capito. Abita sulla luna. Ma anche Venezia è un paesaggio ben strano. Adatto. Sembra fatta su misura per lui.
Gli dico che non va malaccio. Lui rolla una canna senza che glielo chieda. Forse non è nemmeno buono, ma è generoso. L’accende, e dopo un paio di tirate me la passa. Parla poco anche se interrogato. Devo togliergli sempre le parole di bocca. “Dove sei stato”? “Qui e là, in tanti posti”. “Ma dove”? “Se lo vuoi sapere, cazzo! non lo so nemmeno io”. Non sempre riesce ad essere abbastanza preciso. “Ti sarai fatto una cazzo di idea”? Quando sono con lui prendo questo cazzo di intercalare da lui: “Più o meno”. “E allora”? “Cazzo, ora che mi ci fai pensare: parlavano spagnolo. Doveva essere Madrid o Barcellona. Conosco una tipa là. E anche là”. A lui le ragazze non mancano mai. “Pensa alla tipa”. “Non serve a nulla. Devo aver sbagliato Dolores con Carmen. Cazzo! non so se ho chiamato Dolores Carmen o Carmen Dolores. Dici che se la sarà presa”? Sospetto di sì ma non glielo dico. “Avrai pure fatto il biglietto”. “Naa! Ci sono andato in bici”. Non finirà mai di stupirmi: “In bici”? “Sì! ma cazzo mica potevo far la strada diritta. Son passato da Bruxelles. E visto che c’ero, cazzo! ho fatto un salto in Olanda. Conosco una tipa, ma è italiana. Di nome credo faccia Marchina. Forse Martina”. “Ma come fai a non sapere il nome”? “Mica lo chiedo ogni cazzo di volta”. “Certo… Cazzo! Sei forte”. Tace. “Tutta quella strada”? “Ma mica ero solo. Mi ha fatto compagnia il mio cane. Cazzo”!
A Carlo si può chiedere ogni cosa. Basta accontentarsi delle risposte che ti dà. Lui è così. Se non fosse così non sarebbe più Spiga. Lo sanno tutti. Sto già frugando per trovare un altro argomento intanto l’aranciata l’ha finita. Vedo dalla sua espressione che ha ricordato qualcosa. Mi dice: “Lascia stare, offro io”. Posa sul tavolino cinquanta centesimi che non basterebbero per una misera mancia. Fa cenno al cameriere e mi spiega: “Scusami, ho appuntamento con una tipa e devo andare”. Quello che fa dopo è un’altra di quelle sue imprese che tra i giovani di Cannaregio non verrà scordata e passerà alla storia. Si alza e si tuffa vestito com’è.
Solo qualche giorno dopo mi ha ricordato un fattarello legato alle leggende sul grande Franz[1]. Sembra che anche il suo amore, Milena, scorgendolo sull’altra riva, si sia tuffata e l’abbia raggiunto a nuoto. L’eccezionalità dell’impresa è stata perché l’acqua della Mòldava, secondo Max Brod, non supera mai la spanna o poco più. In quel momento sono stato solo a guardarlo esterrefatto, nuotava con lunghe bracciate incurante delle barche di passaggio. Mi è sembrato dopo di vederlo, solo perché ho una buona vista, a differenza di lui, piccolo, dall’altra sponda agitare le mai per salutarmi. Certo. Dovevo parlare di me e invece ho parlato solo di Carlo Spaghetti. Ma l’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare.

[1] I due protagonisti sono naturalmente Franz Kafka e Milena Jesenskà

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Un passeggino

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Capita a volte il mattino. Ti svegli presto. Troppo presto. Quando ancora Venezia è deserta e il buio fitto. Capita più spesso quando il sonno è leggero e non è ristoratore, quando il dormire è agitato e ti sei trascinato nel letto tensioni di ieri. E mi sveglio con un motivetto in testa. Solo un frammento. Pochi suoni quasi indefiniti, certamente ancora indecifrabili, ma indelebili. Una canzone forse passata varie volte in questi giorni. Me la mugugno sospesa tra le labbra e i primi incerti pensieri. Reazioni abbandonate. Lei è già alzata, come succede spesso, quasi sempre, anche se sono solo le cinque. È già sveglia e arriva affannata. C’è un passeggino, abbandonato giù in calle. Così come sono corro a vedere. L’immagine, nel buio, ha un che di inquietante. È la realtà a raccontare una storia. Inaspettata, certo. Un po’ come dire? Surreale? Le ombre sono lunghe. Sotto il lampione sembra… sembra… Ci mettiamo addosso qualcosa di fretta e scendiamo. In preda all’ansia. Preoccupati. I tempi sono quello che sono. Se ne sentono tante. Nessuno dei due lo dice. Pensiamo a un bambino. Fuori fa freddo. Le strade sono vuote naturalmente. Il silenzio è totale, fisico, quasi come un muro. Fa quasi male. Affrettiamo il passo. Abbiamo timore. Speranza? Nella viuzza non ci sono le luci del Natale. E tiriamo un sospiro di sollievo. È vuoto. Le cinghie penzolano inutilmente. Non è nuovo come poteva sembrare, ma nemmeno così vecchio. Però sopra ci sono foglie cadute. È sporco di escrementi di uccelli. Presenta altri segni dell’uso. Si sarebbe ancora potuto utilizzare. Forse in un altro tempo. Forse in un tempo a venire. Forse… chissà. Alziamo le spalle. È solo in diciassette. Anche quest’anno Natale ne fa venticinque. Non è ancora nato il bambino.

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Mercoledì dalle ore 17:00 alle ore 20:00
Casadelcinema Videoteca Pasinetti
Palazzo Mocenigo – San Stae 1990, 30125 Venezia

Nel quarantennale della nascita dell’associazione “Madres de Plaza de Mayo” (le madri dei trentamila desaparecidos che hanno lottato contro la dittatura argentina) le associazioni Assopace Palestina, Kabawil e Restiamo Umani con Vik vi invitano alla proiezione di “Todos son mis hijos”, un film di Ricardo Soto Uribe.

Presentano Luisa Morgantini e Renato Di Nicola.

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Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

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Introduzione all’ambiente
di L’amore che uccide

La gente che mi piace.jpgQuando il vice-commissario Zanin Tomat era giunto a Venezia da Rigolato aveva avuto subito la percezione che la sua vita sarebbe cambiata. Nessuno lo aspettava quando era arrivato. Nell’aria c’era qualcosa di magico, come se lì tutto potesse succedere. Era rimasto a bocca aperta per la meraviglia, poi lui e la città si erano guardati per un po’ con una certa diffidenza. Erano rimasti a studiarsi per alcuni lunghissimi attimi. Nessuno lo aspettava? Fu allora che si accorse di essersi perso la valigia.
Era passato un po’ di tempo da allora e aveva fatto qualche progresso. Non aveva legato con molti in quei mesi, tranne che con qualche collega. Con non poche difficoltà aveva imparato a fidarsi di quella poliziotta, di Paola Rubinato. Poteva dive di aver conosciuto la famiglia Canal, Sabaudo e Roberta, il figlio della coppia Gilberto e la sorella della moglie Teresa Vio; e pochi altri. Da quest’ultima donna, da Teresa, era stato particolarmente colpito, niente di drammatico, niente da arginare. Ma anche con loro, con i Canal, aveva come la sensazione che la cortesia si fermasse sulla porta della cordialità.
Poi il povero vice-commissario impreparato si era visto riversare addosso, come un vero tornado, i segreti di quella città a seguito di alcuni piccoli episodi e di due gravi fatti di sangue. Quest’ultima indagine non era di sua competenza e avrebbe voluto saper governare la propria curiosità. Invece si era lasciato coinvolgere molto più del dovuto. Prima ancora di rendersene conto c’era dentro fino al collo. Ma tutto era cominciato molto prima, forse venti anni o anche più.
Erano gli anni del liceo e loro erano un gruppetto di amiche molto legate tra loro. Tra quelle ragazze bene alcune spiccavano per intelligenza e per grazia, tutte per quella splendida età; qualcuna era decisamente bella. Cristina Boscolo non risaltava tanto per l’aspetto quanto per la sua impertinenza. Era una ragazza che avrebbe dato del tu anche al papa. Diversamente Roberta Vio, che comunque era molto carina, era anche di carattere più riservata. Ma lei, Roberta, aveva già un fidanzatino che non le levava gli occhi da dosso, Sabaudo Canal. Erano tutte figlie di buone famiglie e in compagnia c’era spesso anche Luana Boldù, la quale risaltava non solo per bellezza, ma perché aveva un corpo già completamente sviluppato, con forme da donna. Alla giovane Dana piacevano i complimenti e da subito s’era istaurato con Antonia Soranzo uno strano rapporto di amicizia e conflitto: le due vivevano di una rivalità continua quasi senza esclusione di colpi.
Subito Tonia s’era sentita costretta a riempire di lusinghe e attenzioni i fidanzatini della rivale e chiunque le ronzasse intorno. Spesso a loro si univano altre ragazze con le quali il legame e la frequentazione erano meno stretti. Più di tutte si poteva notare la presenza di Eugenia Chinellato, una ragazza non meno carina delle altre, ma meno intraprendente e un po’ più taciturna. Spesso si ritrovavano tutte a delle feste con quei coetanei, gli amici di Sabaudo, allora di simpatie socialiste, che odiava quel nome e preferiva che lo chiamassero con il cognome, come fosse il suo vero nome, semplicemente Canal.
Lo stesso Canal organizzava quelle feste, pur di poter stare con Roberta, ora a casa di un amico, ora a casa di un altro. Il luogo che era più spesso disponibile era la casa dei genitori di Marietto Zanon. Poi Marietto aveva smesso di parteciparvi, dopo che si era appena iscritto a giurisprudenza e aveva saputo che la sua compagna aspettava un bambino. L’età cambia le persone e non si può restare ragazzi per sempre. Erano solo giovani spensierati allora, ma da quei giorni alcuni legami si rafforzarono e altri si persero, come sempre avviene. Non solo i nominati, in vari modi, rimasero in serrato contatto tra loro. Si era creato uno stretto sodalizio che in qualche modo replicava il rapporto delle famiglie.
In quegli stessi indimenticabili giorni Giuseppina Sansovino usciva dalla delusione di un amore finito male; quasi in tragedia. Pareva che Pina fosse incapace di lasciarsi tutto dietro le spalle. Ne soffriva molto e si confidava con Roberta. Il tempo guarisce tutti i mali, o quasi, ma nel suo caso gli amori difficili e complicati avrebbero continuato a lusingarla e perseguitarla; come fossero una eredità naturale scritta nel suo destino. Quando le cose le andavano bene Roberta era la migliore delle confidenti. Quando le cose andavano meno bene era troppa la pazienza che Pina pretendeva da quell’amicizia e le due temporaneamente si allontanavano. Tutti vorrebbero essere consolati ma nessuno vorrebbe essere contrariato. Era anche il caso delle due amiche: Roberta era destinata a stancarsi di dare consigli di buonsenso quando l’altra era decisa a continuare testardamente a mettersi nei guai, con un compagno sbagliato.
Una sera, in un locale, a un tavolo, era seduto Orio Barozzi. L’uomo aveva fatto un cenno ad una ragazza molto giovane presente in sala, Eugenia, e la ragazzina si era avvicinata a quell’uomo molto più grande. Genia, per gli amici, era stata subito colpita dalla sicurezza dell’uomo maturo, dalla sua autorità. L’uomo invece aveva indicato l’amico che gli sedeva vicino, di cui nessuno ricordava il nome, nemmeno la ragazza, e forse quel nome non ha per i fatti la minima importanza. Orio aveva spiegato a Genia che l’amico l’aveva notata. La ragazza si sentiva confusa come non le era mai capitato, aveva accettato la birra che le era stata offerta e il corteggiamento dell’altro sconosciuto. Quella sera doveva suonare ma al momento di salire sul palco lei non si era presentata.
Continuava a sentire nella testa le parole di quell’uomo, Orio, e continuava a non capirle. Erano solo un rumore. Quando era tornata in quel locale, sperando di rivedere l’uomo maturo che l’aveva colpita, vi si era recata con l’amica Anita Burigana. Vicino a lei Genia si sentiva sicura della propria giovane bellezza, del proprio fascino. Molti ragazzi le giravano torno ma non erano che ragazzi e non riusciva a sentirsene attratta. Invece l’uomo adulto aveva un fascino che la lusingava come non lo era mai stata. Tornò più volte in quel locale finché non riuscì a incontrarlo una nuova volta e quella volta suonò solo per lui.
Quella sera Orio le presentò quello che sarebbe diventato ufficialmente l’amore della sua vita, e suo marito, anche se in cuore era ancora attratta dall’altro. La stessa sera, o in quelle ore, seppe dell’intenzione di Roberta di sposarsi. Sembravano compiersi i destini per molti di loro. Fu sempre in quei giorni che Dana propose una pizza e per la prima volta intervenne nel gruppo anche Orio. Fu davanti a quelle pizze che Genia si accorse di come anche i ragazzi, e non solo loro, restassero affascinati dall’eloquenza sicura di Orio, e di come lo stesso Orio non riuscisse a togliere gli occhi da Dana. Ne rimase ferita e questo le fece decidere del suo futuro.
La storia del gruppo e dei suoi componenti, dei momenti di vicinanza e di quelli di allontanamento, sarebbe molto lunga da spiegare, ma torniamo ai nostri giorni. Fino a che il buon vice-commissario Zanin Tomat non si era trovato, in compagnia della sua sottoposta Paola, in casa Canal per una semplice visita di cortesia, nessuno avrebbe potuto immaginare come questo avrebbe cambiato la sua vita. Due di quelle persone sarebbero state uccise e tutte le altre, e altre ancora, sarebbero entrate nella bocca di tutta la città per finire tra i nomi dei sospettati.
Questo Zanin non lo poteva certo sapere, come non poteva immaginare come gli sarebbe pesato addosso il ruolo di poliziotto. E come ancora non fosse per nulla preparato a trovarsi a fare da confidente di tanti segreti inconfessabili, e come tanta confidenza portasse con sé diffidenza. Lui aveva solo appena cominciato a conoscere quella città. Quella città aveva rischiato di farlo a brandelli e divorarlo. Per quei lunghi giorni sentì la sola vicinanza della collega Paola. Provò emozioni come non aveva mai provato. Si sentì utile e poi vinto. I fatti misero in crisi anche la sua fiducia nella legge e le sue convinzioni sulla veridicità della verità. Restavano due delitti a cui dare un nome per un colpevole. Alla fine capì che nulla era facile e si trovò a chiedersi se voleva veramente conoscere quel nome.
Quando sentì all’altro capo dell’apparecchio la voce di Orsomanno D’Este capì che la città non aveva più speranze, che non c’era futuro per il mondo. Il potere è sempre un mostro, un’idra con molte teste, che tagliate tornano a crescere. Ma questa sarebbe un’altra storia che sarebbe inutile ora affrontare. Lui era solo un poliziotto e doveva far rispettare la legge, anche quando sembrava una beffa. Questa sera tutta quella compagnia si ritroverà per ristabilire una vecchia tradizione lagunare. Tutti assieme per un altro grande banchetto nel quale ricordare gli amici morti, e ridere e gozzovigliare. Nel quale commemorare insieme vittime e non, come a farsi beffa della morte. A lui non restavano che carte da riordinare e archiviare, con la voglia di togliere quella divisa.

CONTINUA

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