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Posts Tagged ‘vergogna’

Logo di Diritto al ritorno rappresentante un muro con dei bambini davantiSiamo alla vigilia e si prospetta un sabato pieno, affollato. Sembra si siano dati tutti appuntamento lo stesso giorno. Ecco qualcuno di questi appuntamenti sperando di non dimenticare nessuno, almeno fra quelli più rilevanti:
■ In vista della sessione delle Nazioni Unite del 20 e 21 settembre in alcune città italiane, come Milano, Torino, Roma, si organizzano manifestazioni o presidi in favore della Palestina davanti ai consolati e alle ambasciate americane per “il diritto al ritorno”. A loro abbiamo dedicato l’immagine introduttiva a questo avvenimento. Mi raccomando: non mancate a questo importante appuntamento.
■ Quelli che si definiscono “Indignati” chiamano a raccolta gli italiani con lo slogan: Tutti a Roma in piazza Montecitorio a sostegno di Gaetano Ferrieri” con la speranza di dare una spallata al governo e a tutto il sistema politico richiamandosi alla primavera araba, alla Spagna e soprattutto alla Finlandia. Auguri di cuore a tutti e all’Italia, anche a quelli che non vorrebbero la partecipazione dei compagni. Senza ironia, né pregiudizi né polemica. Chi può non faccia mancare la sua presenza.
■ A Venezia per domenica si preannunciala solita calata barbara della lega con la solita carnevalata di tutti gli anni. Si prepara una accoglienza cordiale, com’è costume del nostro popolo, riempiendo la città di tricolori di benvenuto. Ma il sabato, questo stesso sabato, veneziani e italiani si danno appuntamento perché vorrebbero mandare il messaggio, attraverso una manifestazione, che farebbero volentieri a meno della calata di questi zotici un po’ fascistoidi e un po’ xenofobi. Ci vediamo là.

Avrei voluto dire tante cose e parlare di tutto. Il tutto non esiste, non si può parlare di tutto. Ma oggi è anche l’anniversario dell’ignobile sterminio nei campi profughi palestinesi in Libano di Sabra e Chatila. E’ l’occasione di un altro giorno della memoria. Ancora oggi, nessuno ha mai pagato per questo crimine. Il 31 dicembre 1983, il Presidente Sandro Pertini, dopo essere stato sui luoghi del massacro, rilasciò questa dichiarazione: Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società”. Ero molto più giovane allora, ma ricordo ancora le drammatiche immagini. Non vi erano resistenti nei due campi profughi che avevano avuto l’assicurazione dell’Onu. Per tale assicurazione quei resistenti avevano lasciato i campi stessi. C’erano solo donne, vecchi e bambini. L’esercito sionista di invasione aveva circondato le aree e sotto la sua tutela armata aveva mandato i suoi sgherri libanesi. Erano cristiane le milizie dai sionisti armate che sono entrate per compiere quell’immane massacro (qui molto ben ricordato). Uno di questi giorni vorrei fermarmi un attimo per parlare di chi sono i veri terroristi. Che dire ancore se non che quelle immagini non potrò mai più cancellarle e mi danno ancora angoscia e vergogna. Ricordiamo quelle vittime che sono vittime di tutti noi e della vigliaccheria. RESTIAMO UMANI.

Uomini che reggono lo striscione Per non dimenticare Sabra e Chatila

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La paura dei venditori immigrati abusiviChe l’artista e/o l’intellettuale diano il meglio della loro opera in stato di “disagio” mi sembra una lettura romantica. Un concetto legato anche a certo passatismo che rimpiange un’epoca un po’ Bohèmienne. Ci si potrebbe soffermare anche a lungo a investigare su questo in relazione alla storia dell’arte, ma questo non mi sembrerebbe nemmeno il posto adatto. Vorrei invece parlare delle persone normali, quelle che come me nel loro massimo contributo all’arte e alla cultura riempiono uno spazio di parole inutile, a volte sgrammaticate, magari compiacendosene. Onestamente Ross ha sollevato un tema intrigante tra i viventi; tema poi rilanciato dalla cara amica Martina con un inaspettato inno alla speranza. Nella realtà credo che faccia sicuramente più notizia la “disgrazia” e che si rivelino assolutamente spesso più interessanti coloro che “piangono per professione”. Ciò permette noi di elargire quel sentimento molto egoistico che prende la denominazione di solidarietà così da sentirci migliori, più buoni. Persino quando condanniamo a morte le persone, vedi ad esempio certe posizioni sul respingimento dei barconi dei migranti, benché ne siamo consapevoli, abbiamo bisogno di affermare che, in quella guerra tra peones, non si tratta di razzismo né di avarizia, riusciamo a chiamarla solidarietà con un grande gioco molto acrobatico di ipocrisia. Io credo che ognuno debba misurarsi con la propria diversità, anche se spesso fatta di sfumature, e col proprio specchio. Che poi non di tristezza si tratta. E per ciò, non avendo nemmeno nessuna ambizione di spiegare o pontificare, ammetto in tutta onestà di non provare alcuna vergogna dai miei momenti di felicità e di non voler assolutamente formulare rinuncia. La felicità non è certo uno stato consolidato, è un fare sempre in divenire nel suo essere bisognoso di continua messa in discussione, verifica, superamento. Per me la vita ha senso come ricerca della felicità; e la ricerca comunque continua. Ciò che ci rende felici oggi, e ci basta, domani o anche fra un’ora potrebbe perdere il suo fascino e la sua attrazione. E’ tutt’altro che rado innamorarsi di un altro amore, anche per cercare un’età rimpianta, che pare appunto più felice. Non è perciò in ciò che provo né in quello che possono soffrire gli altri una sorta di condizione di rimorso con cui dovrei misurarmi e pagare la mia felicità. Nel mio caso potrei anche definirlo il raggiungimento di un progetto e il frutto di una paura; potremmo dirla codardia. La mia felicità è uno stato molto personale e privato, non deriva né si misura né prende vantaggi dall’infelicità altrui. A questo punto emozionato e curioso degli altri esseri umani ne incrocio il percorso con cautela, come un elefante nel classico negozio di porcellane. Non voglio il loro dolore perché vorrei evitare dolore a me e alcun senso di colpa. Cerco, per quanto possibile, che il mio rapporto con gli altri, chiunque essi siano, sia il più possibile indolore, non causa di sofferenze, sia che mi introduca nelle stanze dell’amore che in quelle dell’amicizia. Da ciò ne deriva che un mio stato di felicità non mi dà un senso di colpa ma sovente e relativamente semplicemente me ne dà uno di disagio. Per quanto nell’altro una sofferenza possa essere anche uno stato “necessario” nella sopravvivenza dell’individuo temo di essere frainteso, di offendere la sua sensibilità. Come ebbi modo di dire pavento la paura di essere invidiato quando invece vorrei condividere quel mio sorriso per lenire lo stato altrui, ma in verità spesso l’altra persona vuole una spalla su cui piangere e non si accontenta di un aiuto o di un consiglio. Credo, ma poi crediamo variamente quello che spesso non è e ci fa al momento comodo, di vedere relativamente quel bicchiere mezzo pieno. Io non ho certezze. Una cara amica mi diceva che resta in me, anche nella fatica e nel dolore, una gran voglia di vivere e un amore per le cose. La vita è un viaggio affascinante, certo spesso ci sono tappe di difficoltà, sono parte del gioco. Chiedetemi: porto sempre con me vivido il ricordo dei miei momenti più belli, sono quelli che riscattano qualsiasi fatica di vivere. Con la mia compagna ne parlo spesso e di lei ho molti di questi ricordi, il più bello invece è la nascita di mia figlia. Niente può rendere opaco quel ricordo. Sono state quelle ore che da sole valgono abbondantemente una vita.

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Logo del sito Canzoni contro la guerraNon solo una canzone. Se c’è una storia è questa la storia. L’unica storia che conosco. L’unica a cui mi sento legato. L’unica a cui mi sento di appartenere. L’unica che vale vivere. Quell’unica storia di cui si può essere orgogliosi. Quella storia fatta di lotte per la libertà, la pace e la dignità. La storia di un mondo di uomini che ama l’uomo. Chi l’ha tradita, chi non l’ha mai abbracciata, difesa, vissuta, per me non è degno di essere chiamato uomo. Dovrebbe portare il peso della propria vergogna per tutta la vita. E ho bisogno di una canzone, questa canzone, per ricordarla. Per ricordarne la fatica, la sofferenza e persino il sacrificio. Per il mio “Concerto del 1° maggio“: Oggi e sempre Resistenza.

N. B. Per il testo e la traduzione riportati devo ringraziare quello splendido sito che è antiwarsongs richiamabile anche del logo che abbiamo “rubato” e riproposto in testa a questo post.
Cliccando sull’immagine della copertina del disco sarà possibile ascoltare tutta la canzone per intero attraverso il lettore residente nel vostro PC o scaricarla.

Copertina del disco di Ivan Della Mea: Ringhera

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento
.[1]El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.[2]E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa. [3]1. Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.
La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento
.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

2. Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…

El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

3. Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra!

Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento,
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento
.Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento.E tira su la bandiera,
la nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!
E tira su la bandiera,
la nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!1. Lui aveva diciott’anni,
diciott’anni, ma di ringhiera,
diciott’anni di speranza
tutta rossa di bandiera.
La morosa lo sgridava,
gli diceva “Resta in casa”,
lui la guarda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”L’ha baciata e ribaciata,
lei rideva: che magone,
lei gli dà una morsicata
e chiude il portone.E la compagnia di ringhiera
tutta assieme arriva in Spagna
arriva con la sua bandiera
bella rossa e senza sporco.Il diciotto del mese di luglio,
nel chiostro di un convento
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento
.
Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento.

E tira su la bandiera!
La nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!
E tira su la bandiera!
La nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

2. Dopo la Spagna, la montagna
ohè, morosa! Su, pazienza
la ringhiera, la bandiera
si chiama Resistenza.

Arriva il giorno della festa
arriva il venticinque aprile,
la ringhiera torna a casa,
la morosa è in cortile.

L’ha baciata e ribaciata,
lei piangeva e lei taceva,
e poi lui l’ha morsicata,
è scappata tutta allegra

E poi dopo, ma per trent’anni
operaio alla catena,
e poi dopo, ma per trent’anni
giù in sezione con la ringhiera

L’han trovato che cantava
tra i mattoni, pieno di terra
e la sezione era andata:
una bomba tutta nera

dei fascisti, e lui cantava
la canzone della ringhiera,
e in mano, dentro alle mani
l’ultimo pezzo rosso della bandiera

E cantava, lui cantava,
la canzone della ringhiera,
e…

Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento

E tira su la bandiera!
La nostra spagna è gia rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

3. Quanta gente che c’è in piazza
coi compagni della ringhiera,
e c’è anche la morosa
col pezzo rosso di bandiera

E che acqua: “vieni qui sotto,
vieni qui sotto, ma alla svelta”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
una fiammata e la morosa

È morta, tutta morta
tra il fumo, col sangue per terra
e in mano, dentro alle mani
l’ultimo pezzo rosso di bandiera

L’ha baciata, ribaciata,
Lei taceva, lei taceva
e allora l’ha guardata
era bianca, e rossa era

di rosso sangue che si scioglie
nella pioggia disperata,
e la morte che morde
tutto intorno un po’ stranita

E la rabbia disarmata,
Brescia piange, la ringhiera
torna a casa, senza donna,
senza il pezzo rosso di bandiera, e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagni della ringhiera
han gridato: “Su, coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
Han rifatto la sezione,
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna,
hanno ritrovato il passo
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera
e cantando la canzone,
la più bella, la più vera
torna in marcia un’altra volta
tutta insieme la ringhiera,
torna in marca un’altra volta
tutta insieme la ringhiera

E tira su la bandiera!
L’Italia si farà rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

E tira su la bandiera!
L’Italia si farà rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
(inviata da Riccardo Venturi)

NOTE AL TESTO:
[1] Si tratta della prima strofa, leggermente modificata, del “Quinto Regimiento”, uno dei canti più celebri della Guerra di Spagna. Il testo originale presenta una variante in cui, al posto del “Partido Comunista”, si ha “el pueblo madrileño”, “Il popolo madrileno”. Riporto il testo del canto originale seguito da una traduzione:

El dieciocho de julio
en el patio de un convento
el partido comunista
fundó el Quinto Regimiento.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con Líster, el Campesino,
con Galán y con Modesto
con el comandante Carlos,
no hay miliciano con miedo.

Venga jaleo, jaleo
Suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con los cuatro batallones
que Madrid están defendiendo
se va lo mejor de España
la flor más roja del pueblo.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con el quinto, quinto, quinto,
con el Quinto Regimiento
madre yo me voy al frente
para las líneas de fuego.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Il Quinto Reggimento

Il diciotto di luglio
Nel chiostro du un convento
Il Partito Comunista
Fondò il Quinto Reggimento.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con Líster il “Contadino”,
Con Galán e con Modesto,
Con il comandante Carlos
Non c’è Miliziano che abbia paura.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con i quattro battaglioni
Che difendono Madrid
C’è il meglio di tutta la Spagna,
Il fiore più rosso del popolo.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con il quinto, quinto, quinto,
Con il quinto Reggimento,
Mamma, me ne vado al fronte
Alle linee di fuoco.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

[2] È la resa in milanese della strofa precedente, con i compagn de la ringhera al posto del Partido Comunista.

[3] Il ritornello che chiude ogni parte della cantata.

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Foto BN di bambini dietro il filo spinato di un campo di sterminioTorno sul 27 gennaio come giornata della memoria. E’ una deroga ma una deroga non è un peccato mortale. E in fondo è una cosa che mi ha sempre affascinato. Ci torno per piccole riflessioni. Il 26, mercoledì ho guardato su La7 il programma di Marco Paolini: Ausmerzen. Sabato scorso, 29 gennaio, ho assistito al teatro Goldoni allo splendido spettacolo Shylock il Mercante di Venezia in prova; centesima rappresentazione. Alla fine Moni Ovadia e Shel Shapiro hanno chiamato il pubblico a dare sostegno al lavoro di Emergency. Fino a domenica mi sono lasciato coinvolgere in una, anche aspra, discussione sulla questione Israele-Pelestinese. Non torno per ragionare sulla disputa sulla politica in quell’area. Sarebbe stupido cercare di farsi qui una ragione o stabilire chi ha più torti tra le posizioni espresse in quel piccolissimo attimo di vita di rete. Mi sembra semplicemente giusto riflettere su quella che a me sembra una novità ricordata dai due spettacoli, soprattutto dal primo.
Il 27 fa parte di quei giorni atti a ricordare, così come l’otto marzo, il primo maggio, il 25 aprile, etc. Date tutte degne di rappresentate un momento importante della storia o una questione o a ribadire un principio; senza, da parte mia, voler fare una graduatoria. Certo in qualche modo servono anche per metterci in pace con la nostra coscienza. Certo un giorno simboleggia ma non è esaustivo. Voglio dire che per me tutti i giorni dell’anno sono adatti a ricordare. E in tutti i giorni si dovrebbe rispettare la libertà, la dignità, la vita, etc. Non ho fatto che incasellare ovvietà; lo so. Ma torniamo al 27.
Il 27 gennaio è nato inizialmente per ricordare l’olocausto, lo sterminio “scientifico” degli ebrei da parte del nazifascismo (di pogrom non parlo perché purtroppo ne è piena la storia così come di altre pagine dolorose e vergognose). Credo resti necessario ricordare e rispettare la memoria della Shoah, ma non mi sembra si faccia offesa se in tale ricorrenza si ricordano anche altre vittime. Di vittime si sono riempite incalcolabili fosse. Paolini racconta una storia a cui è più difficile ancora sottrarsi perché iniziata prima, finita dopo e che ha attraversato tante culture, non solo quella tremenda dittatura. Anche questo ha moltissime analogie con la lunga storia della persecuzione degli ebrei nel mondo; dell’ebreo errante. Lui racconta la storia delle vite che non hanno dignità di essere vissute. Sempre una storia di diversi.
Quella pagina, quella dei campi di sterminio, è certamente la peggiore, ma sarebbe troppo facile far passare il messaggio che sia stata l’unica. Così come non è storicamente una novità la politica di pulizia etnica o quella dello sterminio di un popolo e di una fede. In fondo in quei campi sono stati sterminati circa sei milioni di Ebrei, numero di per sé spaventoso, ma anche altri sei milioni e mezzo (secondo le stime più ottimistiche¹) di altri esseri umani (russi, polacchi, zingari, gay, etc.). Al di là di qualsiasi ideologia sono dalla parte delle vittime, soprattutto di quelle innocenti. Scusate la crudezza delle due immagini: Vorrei solo coniare una sorta di parola d’ordine: “Rispettiamo i morti e salviamo i vivi”.

Manifesto sulla strage nei campi profughi di Sabra e ChatilaQuesta immagine, che ricorda la strage nei campi profughi di Sabra e Chatila, non è stata presa a caso ma vuole ricordare come i palestinesi siano e siano stati vittime di molti carnefici, così come gli ebrei sono stati vittime di innumerevoli nemici.


1] Secondo stime più pessimistiche i morti non ebrei furono ben 9.970.000.

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Era uscito spinto da un violento proposito. Avrebbe voluto cambiare gli altri. Il mondo. Tutto. Ne era passato di tempo. Non voleva credere di non essere capace di cambiare nemmeno se stesso. E, quello che era peggio, non aveva avuto rispetto di lei. Ora pagava quella colpa con i pugni stretti affossati in tasca. Rabbuiato. Le cose si pagano, sempre. Perché si è costretti ad essere così stupidi nel fare le cose già sapendo che si dovranno scontare? La serata non sarebbe stata la stessa. E’ facile dire. Il difficile è fare. Nelle parole tutti sono in grado. Ma la città metteva ormai paura. Il buio era un altro buio. Non aveva più quelle certezze. E lui non riusciva a cancellare quei pensieri. Non gli sembravano nemmeno suoi. Non avrebbe mai creduto di incontrali. Si cambia fino a diventare un altro. Ora sapeva che era possibile. Il nonno era stato in Belgio, da giovane. Uno zio da parte di sua madre si era spinto più lontano; non era più tornato. Non era la stessa cosa. Erano gente perbene. Andavano per lavorare. Ed era proprio lui a dirlo. Lui che ascoltava Guccini, e De Andrè. Cercava di cacciare quei pensieri. Quelli tornavano. Come fantasmi sottili. Si intromettevano. Avrebbe fatto bene a rimettere sul piatto quei dischi. Faticava a canticchiarli ormai. Cancellati nel tempo. Ne aveva perso le parole. No! non era perché era diverso. Era solo questione di memoria. Ma diverso lo era diventato. Si fermò a darsi coraggio in un bicchiere di vino. Era in ritardo ma sapeva che sarebbero stati in ritardo tutti. E poi non aveva un posto dove tornare.

La paura dei venditori immigrati abusivi

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Il mercato arrivava tutti i sabati, tranne quando lo spazio era precluso per qualsiasi motivo, e c’era sempre una frettolosa e allegra confusione. Davanti al banchetto si soffermò e prese tra le dita un pomodoro osservato con sgarbo dal fruttivendolo. Acquistò un paio di quelli e un chilo di patate e quattro mele. Si trovò curiosamente a ripensare alle parole dell’amico che gli aveva detto che gli uomini tendono alla periodicità come gli umani all’infinito e le volpi all’uva. Quell’uva era bella e attirava il suo occhio, ma era verde alle sue tasche soprattutto all’ultima settimana del mese. In quel mondo che credeva di poter scordare la vera povertà essere poveri era diventata una colpa e ne provò vergogna. Cercò di rammentarsi di quanto gli rimaneva. Decise che preferiva non rinunciare a prendere quel libro.

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Cara Ross
Cazzo! Te lo dico io com’è andata. E tu mi dovresti capire perché sei una donna, ma chi mi crederebbe? A cosa servirebbe? Andrei a denunciarlo a un uomo. Chi crederebbe a me? Certamente vedrebbero solo che io l’ho provocato, ma non è così. Non è mai così. I miei occhi bassi sarebbero una ammissione. Le parole che mi mancano una confessione.
Lui era un amico. Un amico del mio ragazzo. Un vecchio amico, anzi un amico vecchio. Credo un parente con l’età di mio padre. Un adulto. Con quell’età di cui credi di poterti fidare. E oggi non lo so più guardare in viso al mio ragazzo. Ed era stato sempre gentile, lui, quell’uomo. Scusami non servirebbe e comunque non riesco a dirne il nome. Oggi, ma solo oggi, direi anche troppo gentile. Quel giorno non lo sapevo, era solo gentile.
Certo sono stata stupida, quando mi ha detto “un film?” credevo semplicemente un film, solo un film. Si stava lì, al bar, a chiacchierare. Un po’ annoiata. Con del tempo che non sapevo come spendere. Ci sono andata anche perché di lui mi fidavo. E sarebbe stato, mi dicevo, divertente. E poi alla sera avrei rivisto lui, il mio ragazzo. Era un modo per aspettarlo. Gli voglio bene, cioè gli volevo bene. Non ci ho messo cattiveria. Ma questo non conta. Forse sono stata un po’ sventata. Non volevo tradirlo. Non volevo fargli del male. Non capivo. E così mi sono trovata al buio e tra quelle braccia. E’ stato un attimo, solo un attimo. Credevo di potermi fidare. Era un abbraccio paterno. Avevo un gran bisogno di coccole. Ne ho sempre molto perché forse ne ho avute meno. E di calore. Per me rimaneva solo quello. Non per giustificarmi, che nemmeno questo conta; qui. E poi improvvisamente qualcosa è cambiato. Nel buio. E’ vero che mi sono trovata confusa. Forse se mi avesse solo baciata, lo ammetto, se si fosse limitato a… mi sarebbe anche piaciuto. Ne avrei avuto piacere. Mi avrebbe fatta sentire grande. Forse ci avevo pensato. Certo quel bacio non era quello di un amico. Ma in fondo un bacio è solo un bacio, mi sono detta, o qualche bacio. Lo so che sono cose stupide ma chi non lo è? Forse sarebbe stato come un gioco. Poi la sua mano che saliva sulla mia gamba. La gonna che scivolava verso l’alto. L’ho trattenuta ancora senza pensarci. Non mi sembrava vero. Con me non c’era lui. Era come se la sua mano fosse quella del mio ragazzo. Eppure era finito il gioco. L’ho trattenuta testardamente.
Poi la sua carezza sui capelli s’è fatta spinta. Certo sono stata stupida, dovevo averlo già capito. Ma allora avevo deciso di no. E’ stato in quel momento preciso che mi sono tirata indietro. Certo avevo cominciato a capire anche se ancora non ci credevo. Mi sembrava impossibile. Ho pensato che nemmeno il mio ragazzo mi avrebbe creduto. E lui insisteva. La sua carezza diventava sempre più forte, violenta. Ho anche capito che non si sarebbe fermato. Mi sono sentita di non avere scampo. Ma in fondo non sarebbe stata la prima volta. Questo non fa di me una ragazza persa. Se l’avevo fatto prima solo col mio ragazzo. Era per amore. Ma è inutile mentire. Non con te. Non cerco scuse. L’avessi fatto altre mille volte non lo potrebbe scusare. Una donna dovrebbe sempre poter decidere. Ma ho pensato che non era il peggio. Che poteva anche non essere così brutto. E poi sarebbe stato tra noi. E la sua mano diceva che non avrebbe accettato un no. Che non lo avrebbe perdonato. Nemmeno io l’avrei più perdonato, lo sapevo, ma non potevo che accontentarlo. Ed era quel buio che mi faceva perdere l’orientamento. E mi sono fatta piccola. E mi sono accoccolata. Non farmi dire altro. Avevo paura che potessi essere vista. Avevo solo soggezione. E imbarazzo. Sentivo che a lui piaceva. Cominciavo a provarne una grande vergogna. Ho cominciato ad odiarlo, ma ero lì e non potevo fuggire. Me ne sono accorta. Mi sono ritirata per tempo. Mi sono rifiutata, che altro potevo fare? E quello, ti giuro, credimi, non l’ho mai fatto, ma ormai è tardi. Credevo che mi potesse picchiare già lì. Per quello. Per quel mio rifiuto. Che non l’avesse fattomi aveva ridato speranza.
Fuori, quando siamo usciti, è stato diverso. Ormai mi sembrava di dover avere tutta quella colpa. Che tutto fosse passato. Lo stavo quasi per capire. Il suo desiderio gli scintillava negli occhi. E ho sperato che mi avesse chiesto almeno un po’ d’amore. Un poco l’avrei scusato. Invece ormai era così arrogante. Ho cercato almeno di illudermi, povera stronza. E lui me l’ha detto: stronza! E i suoi occhi mi scrutavano. Erano occhi cattivi. Erano occhi che mi mettevano paura. Avevo solo confusione in me. Non avrei fatto più nulla di quello che volevo. Semplicemente aspettavo. Eppure pensavo ancora che ci potesse essere un briciolo d’amore. Tenerezza. Sono salita sperando che mi riaccompagnasse a casa. Certa che mi avrebbe riaccompagnata a casa. Che si sarebbe scusato. Forse che mi avrebbe ringraziato. Spiegato. E volevo tornare a fidarmi ancora di lui, anche se sembra pazzesco. Quando ho visto dove mi portava ho capito che tutto era perduto. Non l’avevo mai fatto. Quello no. Nemmeno con il mio ragazzo. Non mi sentivo ancora pronta. E avrei voluto che fosse per amore. Con un grande amore. Ma questo non conta. Sarebbe stato lo stesso. Quello che conta è semplicemente che non volevo. Quello che conto è che potevo averci ripensato. Ché una donna ha il diritto del proprio corpo. Volevo essere mia. Ma lui era un uomo. Ora sapevo che non si sarebbe accontentato. Non si sarebbe fermato. L’ho capito e ho avuto terrore. Ma perché un uomo? E capivo che ero perduta. E ho cercato di convincerlo. Ho pregato che… l’avrei anche accontentato. Avrei fatto qualsiasi altra cosa. Anche tutto. Non quello; “No”!
Ho pianto. Ero disperata. Ho cercato di spiegargli. Gli ho chiesto scusa. Ti prego. L’ho supplicato. Non serviva a nulla. Forse non facevo che peggiorare. Non riuscivo a togliermi quelle mani. E la sua lingua che mi scivolava sulla pelle mi faceva ribrezzo; “puttana!”. E sentire il suo fiato mi ha fatto precipitare definitivamente in quell’incubo. E le sue mani che mi cercavano, che mi frugavano, che mi mettevano a nudo. E la sera intorno. Il silenzio. Con gli occhi pieni di lacrime. E il freddo non lo riuscivo a sentire. E mi ha strappato le mutandine di dosso. E ancora ho cercato di scacciarlo. Di resistergli. Di respingerlo, con un ultimo tentativo. Con la disperazione. Con le ultime forze che mi erano rimaste. Non è stato tanto il male per le botte in se. Alle fine sono state il meno; credimi. Non si può spiegare. Quello niente. E’ stato un male diverso, completo. Mi ha colpito l’anima; e da per tutto. Non ero più una persona. Non potevo decidere. Mi vergognavo di me. E di lui. Mentre mi sentivo lacerare dentro. Sapevo di aver sbagliato. Forse di meritarmelo. Ma non lo meritavo. E ho gridato forte. Quel dolore violento; atroce. Quel dolore in quel gesto che molte di noi, alla mia età, hanno sognato. Sì! lo avevo sognato; ma non così. E tutto all’improvviso è crollato. Crollato sopra altre macerie. Per un segreto di cui non potrò più parlare.
E mi ha lasciata lì. Lì nella notte. Sola. Sporca e lacera. Sporca e sporca dentro. Con la voglia solo di morire. La voglia disperata di morire. Non sono riuscita più a trovarlo il cellulare. Cosa importa? Ma poi chi avrei potuto chiamare? L’occhio pesto, e quello come avrei potuto nasconderlo? E solo la voglia di piangere. E nemmeno piangere mi serviva. Ma come si fa a non capire che lì un uomo ha assassinato tutti i miei sogni? E lui magari che mi va a raccontare agli amici. Continuando a fare il bravo padre di famiglia. Provo solo odio. E questa lettera avrei voluto mandarla alla mia mamma. Come farò a guardarmi ancora allo specchio?
Lettera anonima

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