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Posts Tagged ‘Verranno a chiederti del nostro amore’

III. Le fortune capitano sempre alle altre. Giuro che a me non è mai successo. Eppure le ho provate tutte. Non va più fuori di casa. Sta lì tutte le sere ad aspettarmi. Si è allontanato anche dagli amici. Trascura persino il calcio. Aspetta sperando che torni con qualche novità. Ma non tutte le sere può essere così. E allora mi interroga. Insiste. Non mi crede. Eppure lui ci riesce una volta alla settimana. In casi eccezionali due. Non può pensare che Guido sia disponibile per me tutte le sere. Che ha anche una moglie, che lo aspetta. E, non gliel’ho mai chiesto ma, credo che qualche scappatella ancora, se si presenta l’occasione, non se la lasci scappare. Anche se non vorrebbe darlo a vedere perché ha il mito di essere quello ma anche lui ha i suoi limiti. E certe sere sono veramente stanca. Anzi mi va sempre meno.
Potrei finire di confonderli: Alfio con Guido o Guido con Alfio. Lo so che non sarebbe possibile e non è possibile. Debbo tutto a Alfio. Con lui sono diventata grande, un’altra. Ho imparato a credere nel futuro. Ad assumermi responsabilità. Una vita fatta di fatica ma anche di obiettivi. La sua è una sorta di forma di voyeurismo delle parole. Come una malattia. Per lui sono più desiderabile perché mi sa desiderata. E questo gli mette più voglia, più fretta, ansia. Però, se è possibile, è anche più frettoloso. Di più pretese. Più superficiale. Ama le mie tette e tutto di me attraverso il mio racconto di come le gusta un altro; l’altro. Senza quel pensiero non riuscirebbe a desiderarmi. Senza vedere le mani dell’altro su di me. A cercarmi. A frugarmi. A provocarmi emozioni intense. E nella sua testa è presente. Vuole imitare. Vuole competere. Vuole il suo posto in platea e sul palco. Per lui conta più quello che le mie parole gli suggeriscono, quello che riescono ad infiammare nella sua mente, che la realtà che ha davanti. Ma io non sono uno psicologo. Non sono in grado di analizzarlo. Mi salvo solo la vita.
Ma debbo tutto a Guido. Lui mi ha ricordato che ero donna. Mi ha fatto sentire donna. E me lo ricorda. Anche se forse non posso dare tutte le colpe a lui. Forse sono stata proprio io l’artefice di tutto. Forse aveva ragione Alfio e sono una puttana. Forse lo sono sempre stata, senza saperlo. La verità è che con Alfio non è mai stato così bello. Ma forse è proprio perché è Guido. Perché non ho obblighi. Perché non debbo farlo. Perché ci lavoro, ed è a portata di mano. Perché è iniziata per caso. Nel modo più stupido. Come una rivendicazione. La risposta ad una debolezza. Ad un torto. O perché sono le due facce di una medaglia. E quella medaglia sono io. O almeno ero perché alcune cose si trovano e molte si perdono. Andare con Guido, cioè fare all’amore con lui, o meglio, diciamo le cose come stanno, scoparci mi imbarazza. Non tanto per quanto, dal momento che sono stata come spinta fra le sue braccia proprio da mio marito. E’ come se fosse diventato un dovere contravvenire al dovere. Insomma mi sento confusa; dentro in testa.
Guido stava diventando quasi un altro marito. All’inizio con lui, sembrava diverso. L’inesperienza? La stupidità? Il fatto che non ci credevo? Che non mi riconoscevo? E in testa mi ero detta: allora è questa la passione? Per loro, gli uomini, la libido? E’ questo che fa di una donna una puttana? Un’amante? –cercando di ripetermi che era solo sesso. Che non mi potevo lasciare coinvolgere. Ed era come se con lui c’era un’altra donna. Poi è diventato abitudine. Noia. Ho avuto l’impulso di dire basta. Cominciavo ad averne abbastanza. E non sapevo come uscirne. E Alfio, per mostrarsi più uomo, di quel loro stupido gareggiare, è diventato ancora meno attento. Meno ricco di premure e più di frette. E a ben guardare anche Guido. Nonostante la sua sciolta prosopopea. Le sue arie. Le sue certezze. Quel pelo di arroganza. Anche con Giudo è cambiato, me ne rendo conto. E’ finita la meraviglia; la sorpresa. Ora è come se fosse normale. Se glielo dovessi. Ormai siamo amanti. Gli spetta di diritto. Il prezzo degli amanti. Strano, come ho smesso subito di provarne vergogna.
Dopo quella prima volta, per un po’, è stato un crescendo di esigenze e di richieste. E poi, pian piano, tutto è diventato ripetitivo e monotono. Lui che si slaccia i calzoni. Io che mi tiro giù le mutandine. Tutto alquanto meccanico. Altrettanto squallido. Quasi privo di fantasia. Ed erano solo ricordi quei primi giorni. O le mie solo illusione. Quello che credevo. Che mi ero messa in testa. Forse quel desiderio irrefrenabile, irresistibile, lo vedevo solo io. Forse per lui ero solo la soddisfazione della preda. Il suo modo di farmi sentire abbietta. Infedele. Sapendomi la donna di un altro. Il suo sentirsi più uomo. Ero disponibile a tutte le sue fantasie e richieste come se non ci fossi. Se il mio corpo non fosse più mio. Se gli appartenesse. Mi sentivo lusingata ma il resto, l’incanto, è finito quasi subito.
Una sera, dopo la chiusura ha voluto in ufficio. Mi ha detto che non poteva più resistere. Che il mio profumo da solo lo faceva perso. Che era tutto il giorno che mi guardava e che mi desiderava. Che aveva rischiato di fare una stupidaggine. Lì per lì ne sono rimasta compiaciuta come una stupida. Aveva fretta anche perché lo aspettavano a casa. E mi ha presa sulla scrivania. Ed è stato scomodo e estraneo; mentre lui mi spiegava quanto ero brava e quanto lo facevo godere. E mi riempiva di epiteti irripetibili. Strappandomi anche le calze. Mi ripromisi che questo non lo avrei raccontato a Alfio. M’era sembrato troppo… squallido. Me ne vergognavo troppo. Ad Alfio ho raccontato solo dopo qualche sera il fatto della macchina. Ma non anche la fine. Ho evitati i particolari che mi sembravano troppo imbarazzanti. E troppo personali. E che avrebbero anche un po’ messo in cattiva luce il mio amante.
Il fatto è stato che anche lui, come tutti gli uomini, o almeno i pochi che ho conosciuto, dopo i primi giorni ha smesso di ricordarsi di me preoccupandosi solo di sé. Per me è diventa una cosa tecnica. Mi sento usata. Toglitele. Fammela vedere. Apri le gambe. Ancora un po’. Fai così. Mettiti cosà. Oggi ciò questa fantasia. Questo Ghiribizzo. Quello che ho raccontato al curioso cornuto, perché è giusto chiamarlo come si merita, è che una sera, tornando, ancora in macchina, a Alfio è venuto uno dei suoi soliti capricci. Non ce la faceva nemmeno ad aspettare di arrivare a casa. E così… ho voglia delle tue labbra. Non ero ancora del tutto abituata a tutte le sue stravaganze. Lì per lì nemmeno avevo capito. Me l’ha fatto intendere senza nemmeno troppa delicatezza. E qui mi sono fermata con il racconto perché il suo piacere è stato solo il mio disgusto. unicamente un conato di vomito. Ho soddisfatto il desiderio di sapere di Alfio con un “Sì! Abbastanza. Forse; è stato bello”. E me la sono cavata dicendogli che ero molto stanca quando avrebbe preteso di farlo allo stesso modo. Due volte in una giornata, e con la parmigiana sullo stomaco, non sarei riuscita a trattenere il rigurgito.
Quando ho incontrato Samuele mi è stato tutto chiaro all’improvviso. Quasi non l’avevo riconosciuto; era da allora. Era cambiato molto. Un po’ di pancetta. Molti meno capelli. Gli occhiali sulla punta del naso. La stessa timidezza di allora. A pensarci bene tutt’altro che affascinante. Ma ci siamo incrociati, dopo tanto, per puro caso. E come un fulmine ho capito. La persona giusta, comunque la persona che passava al momento giusto. A casa aveva una moglie e due bambini. E un lavoro privo di soddisfazioni e di certezze.
Così ci perdiamo un po’ in chiacchiere. Andiamo a prendere un caffè. Debbo insistere. Non ho molta pazienza. Debbo inventarmela. Per me è tutto chiaro. Ma il mondo di ognuno è diverso. Dopo tanto tempo due dovrebbero avere molte cose da dirsi. Non mi sembra. Fatico anzi a trovare argomenti. Lui ha un sorriso opaco. Non scrive più poesie. Non si ricordava più nemmeno di averne scritte. Penso a noi due. La nostra storia è stata breve e nemmeno molto intensa. Soprattutto è stata molto virtuale e assolutamente innocente, cioè platonica. Qualche bacio. Se ci penso ha provato timidamente ad allungare le mani, anche lui poco convinto. E molto impacciato. Gliele ho tolte. Com’ero stupida. Sempre stata. E lui mi ha chiesto persino scusa. Mi aveva solo sfiorata. Ora quella storiella banale mi sembrava bella.
Ho preso il coraggio a quattro mani. Anche se… perdio: sono io la donna. Possibile che… eppure allora… Ho interrotto il fiume di parole con cui cercava di celare l’imbarazzo e gliel’ho chiesto direttamente io, senza perifrasi e senza stare nemmeno troppo attenta al tono della voce: “Sam, starei a parlare con te per giorni interi. Lo sai. E sai che quello che ti dico non l’ho mai detto e non lo direi mai. Mi conosci. E nemmeno è facile ma… Scusa se te lo dico. Non è che ne ho voglia. Per dirla tutta nemmeno ci pensavo. Ma come ti ho visto me n’è venuta. Voglia. Il nostro ricordo mi fa impazzire. Perdere la testa. Se non andiamo subito finisce che ti salto addosso qui. Davanti a tutti. Scusa, ma ho voglia di scoparti”.
Ma io”…
Cerca incredulo di sottrarsi o almeno tergiversare. Lo metto all’angolo con un classico del genere «o ci stai o ti sputtano cioè libido e terrore»: “Non puoi dirmi di no. Hai presente Meg Ryan in Harry ti presento Sally ”?¹
Ma io”…
Era allibito: “Nessun problema. Ce l’ho io il posto”.
E non avrei detto di Samuele né a quel buono a nulla di Alfio né a quello stronzo di Guido. Doveva restare un segreto tra me, Sam e il mondo. E dopo la prima gli ho concesso anche il bis che, poveretto, è rimasto senza fiato. E mi sentivo libera, finalmente libera. Libera e innamorata. Disinibita. Scatenata. Era quello l’amore ed era fin troppo facile. Ce l’avevo a portata di mano; povera stupida. Bastava prendere l’iniziativa. Dirlo per prima. E non lasciargli il tempo di replicare. Del dubbio. Della paura. Del rimorso. Gli uomini sono esseri, in fondo, molto semplici. Basta sbatterli in un letto e togliergli le brache. Anzi, a volte nemmeno quello. A volte basta togliersi le mutandine o far vedere che non le hai messe. Anche solo mostrargli un po’ di pizzo. Appena l’attaccatura di una tetta. Basta un certo sorriso. E si mettono in trappola da soli. E con lui ora ci vediamo ogni martedì e ogni venerdì; i giorni in cui dovrei essere a yoga.
E nel tempo mi son fatto furba. La storia con Guido langue, è quasi finita. Ci si vede sempre più raramente. Sono io che ho cominciato ad evitarlo prima che sua moglie si insospettisse. Ci mancherebbe altro… Alle numerose e ossessive curiosità di Alfio rispondo con la fantasia e… Nel frattempo ho anche letto “Memorie di una gheiscia², e altro. Il che aiuta. A lui va bene e nemmeno se ne accorge anche se riciclo cose passate e già raccontate. Gli basta il niente ormai per eccitarsi. E a volte nemmeno il tutto funziona. Mi sono accorta di aver sempre sognato questa vita. E anche lui ha quello che ha sempre anelato. Una moglie sempre pronta, quelle poche volte. Brava a fingere. E un bel paio di corna in testa. Mi dice che sono porca. Forse è vero. Lui mi voleva porca e porca sono diventata. Mi dice di peggio ed è tutto vero.
Samuele alla faccia della pancetta, dell’incipiente calvizie e della sua aria svagata e da sognatore squattrinato non ne ha mai abbastanza. Se ha una pausa basta e avanza la mia fantasia. Gli ho dato tutto e anche di più. Anche quella soddisfazione che avevo sempre negato a tutti. A tutto il resto ho smesso di pensare. In fondo si tratta della mia vita. E se ho voglia di qualche distrazione me la prendo. Senza tanti rammarichi. A cuor leggero. Non so cosa ne pensa lui, Samuele, non gliel’ho chiesto. Per dirla, l’unica cosa che facciamo poco è parlare. Lui non è mai stato troppo loquace. Io solitamente vado di fretta. Non arrivo all’appuntamento per rifarmi una cultura. Vado solo per riempire questo buco dentro. Per sentirmi meglio. Soddisfatta. Appagata; in tutto. E poi il suo parere non avrebbe nessuna rilevanza. Sono una donna libera. Alla faccia di Gloria. Della sua invidia. Della sua perfidia. Ora che avrebbe di che parlare è in malattia e all’oscuro di tutto.


1. Harry ti presento Sally (When Harry Met Sally…) film di Rob Reiner; 1989.
2. Memorie di una geisha di Arthur Golden. Tea editore 2008.

Le foto sono state trovate, come tutte le altre, nella rete e non hanno nessuna relazione con quanto poi si racconta.

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Non è facile parlare d’amore, del proprio amore, di quello degli altri, evitando d’essere banale, e fare insieme buona poesia. E’ anche questo il mestiere dei grandi della poesia.
Poeta anche di canzoni, tre o quattro cose di Prévert vengono continuamente ricordate, come il suo lamento disperato a Brest e la poesia che segue, come poesie buone in molte occasioni.
In realtà mi è difficile è parlare della poesia in sé perché la poesia o si ama o non è poesia, perché la poesia si legge, prima di tutto, col cuore.

Jacques Prévert: I ragazzi che si amano
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Yves Montand canta Barbara http://se.mario2.googlepages.com/BarbaraChant.mp3

e recita Barbara http://se.mario2.googlepages.com/Barbara.mp3

Marino nei commenti (vedi) mi invia, per convincermi che Fabrizio De Andrè è un poeta (come ce ne fosse bisogno), il testo di Per i tuoi larghi occhi. Io, certo di fargli un dispetto, faccio seguire, in aggiunta, quello, per me più opportuno, di Verranno a chiederti del nostro amore dove il “poeta” canta d’amore anche se di un altro amore.

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore cosè lungo tu non darglielo in fretta
non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole,
le tue labbra così frenetiche nella fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure per rifugiarsi nei «sempre»,
nell’ipocrisia dei «mai»
non son riuscito a cambiarti… non mi hai cambiato, lo sai …

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pensarmi già vecchio:
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno che tu non mi bastavi
digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani
dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l’amore alle carezze dell’amore, era facile ormai…
non sei riuscita a cambiarmi… non ti ho cambiata, lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a Maggio e restituiti in Novembre,
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro,
i tuoi occhi assunti da tre anni, i tuoi occhi per loro
ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo,
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di compensarlo nei miei, proprio identici ai tuoi,
sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti, lo sai.

Ma senza che gli altri ne sappiano niente dimmi,
senza un programma, dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito,
farai l’amore… per amore… o per avercelo garantito
andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori,
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai:
continuerai a farti scegliere, o finalmente… sceglierai…

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