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Posts Tagged ‘vino’

La lusinga o la minaccia era quella di prendermi per la gola: “Sono brava, sai –aveva detto– non mi credi”? E io, come da sua preghiera, sono arrivato un po’ prima degli altri, se ha bisogno di un piccolo aiuto, magari per il vino. E ho trovato subito l’indirizzo. Ho suonato e salito le scale. La porta era già aperta. Mi grida da di là: “Entra pure. Accomodati. Che ore sono. Sono maledettamente in ritardo; lo so. Sono di qua, arrivo subito. Un attimo”. Seguo il suono della sua voce in quella casa che non conosco. Arredata con gusto. Luminosa. Dopo le scale vedo una porta aperta. Certamente la sua voce è arrivata da là.
E’ la cucina: “Scusami… Non guardare ma… quando cucino… scusami… con questo maledetto caldo… se mi trovi così… è che mi piace stare comoda; quando cucino, voglio dire. Non guardare… Stai tranquillo. Faccio subito. Intanto perché non ti versi qualcosa? Come fosse casa tua. Non farti riguardi. Ho finito e corro a cambiarmi”.
Resto sulla porta: “Preferi… posso farti compagnia”.
Cerco di restare indifferente: “Allora… grazie. Fai pure con comodo. Visto che ci sei. Non guardare… Apri il frigo. Prendi il bianco. Visto che te ne versi un goccio passami la bottiglia. Sai è per il sugo. E’ fresco al punto giusto? Ma non guardare. Fammi assaggiare”.
Mi guardo intorno: “I bicchieri sono sullo scolapiatti. Sopra il lavello”.
Ne verso un bicchiere e glielo allungo: “Non il vino, stupido. Te. Fatti assaggiare.” –ride a quattro ganasce del suo umorismo, ci pensa e mi porge la guancia in attesa di un bacio. Si lascia appena sfiorare frettolosamente ma assaggia anche il vino, direttamente dalla bottiglia. Lasciandomi il bicchiere in mano. Un lungo sorso e se la ride: “Anche se poi mi resta il sapore in bocca. L’alito. Pazienza. Scusa per prima”.
Chiedo degli altri, di Giorgio e Cristina, di Maurizio e Giovanna, di Augusto. Mi spiega continuando ad occuparsi della cena che Maurizio e Giovanna hanno telefonato il mattino dicendo che avevano il bimbo con la varicella: “Sono degli stronzi, dei veri stronzi, tutti. Alla fine temo che siamo rimasti solo noi dice. Uno ad uno tutti hanno dato buca. Ero tentata di chiamarti per disdire. Fa nulla, mangeremo di più noi due. E berremo di più. Vuoi essere così cortese di mettere un po’ di musica. E’ di là. Di Giorgio poi… non me ne parlare. Il lavoro, dice. Metti pure quello che ti va. Chissà quanta roba mi toccherà buttare”. Io non mi muovo dalla cucina e lei non ha nessuna intenzione di protestare. Si libera gli occhi dai capelli. Si scola il bicchiere di bianco: “Avevo proprio sete, forse è stare sopra il fuoco”.
Non posso dire di conoscerla. Lei è amica di Gualtiero, credevo fosse l’amica. E’ stato il primo a dare forfè. Così hanno pensato a me, hanno detto, per essere pari. Poi ci siamo trovati nuovamente dispari. Me ne ha parlato bene, il Gualtiero. Dice che è una tipa molto simpatica e che è interessante parlarci assieme. Forse un po’ tosta ma anche molto cordiale. “Vedrai”. Mi aspettavo tutt’altro tipo. Una di quelle filiformi e con gli occhiali sul naso. Tutte acchittate ritte nei loro principi che sembrano aver ingoiato un manico di scopa. Anche un po’ noiosetta, ma il Gualtiero aveva tanto insistito.
Con lei ci siamo sentiti solo al telefono. Lei ha pensato che era meglio per conoscerci quel minimo. Per rompere, come si dice, il ghiaccio. Di lei sapevo solo che la sua voce era gradevole: “Magari per mangiare accendiamo il condizionatore”. E’ molto premurosa e preoccupata al dopo, che vada tutto bene. Si vede che ci tiene. Credo che se anche non mi fosse piaciuta la sua voce me la farei piacere. Aveva detto Gualtiero “Una vera amica”. Lei invece mi dice: “Sai che ti avevo immaginato diverso”? Anch’io, ma non glielo confido. Né le chiedo: diverso come?
Tranquilla armeggia tra le sue cose con completo dominio. Si muove con gesti misurati e sicuri. Ha il sorriso facile e spontaneo. Fingo di controllare i messaggi e così le faccio uno scatto. Lei finge di non accorgersene e sorride. Tiene d’occhio le pentole sul fuoco e cerca di non trascurare me. Al secondo mi dice: “dopo la cancelliamo, vero?” –e ride, e se ne dimentica– “Non è che accolgo sempre gli ospiti così. Solo, non ti aspettavo così presto. Spero di non averti messo a disagio. E poi quando sono in cucina mi piace sentirmi libera, e tu”? Non capisco la domanda e mentre separa i tuorli dagli albumi mi parla un po’ di sé. Mi racconta che è appena tornata dalla Tunisia per un servizio fotografico. Penso che è un soggetto giusto da fotografare. Precisa che è andata lì per documentare la vita dei campi profughi in quel paese, in questo momento terribile per loro. Mi chiede cosa ne penso. Io a stento so approssimativamente dove si trova la Tunisia. Mi dice di essere in partenza per la Turchia, vuole vedere il dopo piazza Taksim. Forse è arrivata alla lettera “T”. Mi promette che dopo mi farà vedere le sue foto. Mi racconta di Aleppo. E’ affascinante come racconta le cose, lei. Mi chiede se ho appetito ma non aspetta la risposta. Mi prega di passarle una forchetta che è sulla tavola.
Non fosse per lei mi ci troverei a parlarci come con un uomo. E’ quella sorta di sua presenza a confondermi, a convincermi che non è come parlare con un uomo. Che non è esattamente la stessa cosa. Mi distraggo. Temo di fare la figura dello stupido. Non so come faccia a controllare tutto e a non scottarsi; a me succede sempre: “Magari dopo ci mettiamo un po’ di musica. Che ne dici? O preferisci la tele? Io non la guardo mai”. Il sugo borbotta. Deve essere una patita di musica. Magari di Puccini. Assaggia la pasta e pare soddisfatta: “Dopo –dice– dopo, se mi aiuti a preparare la tavola, vado a cambiarmi. A farmi bella. A vestirmi. Ti piace al dente, vero”?
Non so se essere impaziente. Magari è uno schianto anche come cuoca. Non penso al mangiare. Approfitto di quando si muove, di quanto si gira, per incollarle gli occhi addosso. Non voglio sembrarle un maniaco, ma non sono bravo a distogliere lo sguardo. Quand’è il momento che spegne i fuochi? Quand’è il momento spegne i fuochi e dice: “Quasi quasi… resto così. A questo punto credi valga la pena, tra noi, che vada a mettermi un vestito; con questo caldo? Quasi quasi mangio così. Ci sediamo a tavola e pensiamo solo a mangiare. Sentirai. Che ne dici? Siamo più liberi. Ormai”… Mi schiocca un altro bacio sulla guancia e ride: “Piacere, Claudia”. Cerco di afferrarla.
Mi scappa e nemmeno se ne accorge: “Anche tu, slacciati quella cravatta, dai. Non startene lì muto. Di cosa ti occupi? Raccontami qualcosa. Mi fai sentire fuori posto. Così impalato, mi fai ridere. Sei anche tu in facebook? Puoi essere così gentile da prendere i piatti”? Soffoco. Si toglie il grembiule e prende la tovaglia. Io goffamente cerco di abbracciarla. Protesta decisa: “Che fai”? In quel momento suonano alla porta.

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Stappò la bottiglia e versò il vino.
Quello che cadde sulla tovaglia tradì il bianco e ruppe l’incanto di quella serata.¹


1] scritto il 17.04.1991

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«Il primo bicchiere di vino / che ho bevuto in vita mia / l’ho bevuto Maria / alla faccia tua.»
Il secondo, se ricordava ancora, era stato per Elisa.
Non era stato molto fortunato in vita sua.
Aveva però sempre trovato compagnia per vuotare quei bicchieri e bere continuava a mettergli la stessa leggera allegria.
L’oste lo salutò e lui si allontanò sulle gambe malferme ricordando ancora quella canzone.

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fulmineDoveva essere un po’ confuso, se ricordava bene era il giorno in cui aveva creato il vino. Naturalmente lei, sempre lei, diceva che a inventarlo era stato Noè. Quel casinista di Noè che a fare una cosa aveva fatto tutto quel casino e aveva incasinato tutto. Si chiese se poteva usare la parola casino o se non era un termine inopportuno. Tornò subito alle sue alte riflessioni. Che poi lei, sempre lei, parlava perché aveva la bocca, e la lasciava andare. Che centrava Noè? Era già prima, nemmeno aveva i calzoni corti il suo Noè. Quello gli aveva detto: fai piovere un po’ ma un bel po’ che vedrai che ti combino. L’aveva visto. Uomo era. Vatti a fidare degli uomini. Insomma era dal tempo del tempo. Gli uomini, che hanno questo affannoso bisogno di contare, una vera e propria mania, perché poi cominciassero da quello mica lo aveva ancora capito? Per andare poi avanti e indietro. Insomma quelle stupide creature degli uomini lo sapevano anche loro che i primi ubriachi gironzolavano per le vie di Hajji Firuz Tepe quando era ancora quello che loro chiamavano neolitico, cioè dall’età della pietra. E poi chi l’aveva creata l’uva? E allora era come se avesse creato direttamente il vino; o no? Insomma quel giorno. Si era allontanato per fare i suoi bisogni. Non si pensi a cose materiali. Lui era Dio o no? I suoi erano naturalmente bisogni spirituali. Doveva riflettere. Insomma starsene un po’ in disparte, lontano da lei e dalle sue ciance. Un po’ traballante lo era. Era molto più giovane allora. Non che fosse vecchio ma erano ben passati un bel po’ di millenni e non aveva allora tutti i pensieri che si ritrovava ad avere. Allora non aveva ancora creato nemmeno la scrittura, si poteva raccontare quello che si voleva, non che sia cambiato poi molto, e si sentiva più arzillo. Doveva essere all’incirca il periodo in cui aveva sistemato quel maledetto cornuto di diffamatore, ma non ne era certo. La memoria a volte fa brutto scherzi. Quello, se era possibile, era quasi peggio di Lei. Ma stava bene nelle sue labbra la parola “cornuto”; era educata? Non si capacitava per tutti quei dubbi. A volte è complicato essere Dio che quello comunque le corna ce le aveva per davvero. Insomma anche quello era sistemato. Allora perché darsi tante pene? Perché anche avesse voluto non pensarci glielo ricordavano continuamente. L’avevano messo anche per scritto come nel codice alessandrino. Doveva farlo senza dita, l’uomo. Che si mettessero d’accordo anche quelli perché a Lui sentirsi chiamare Signore degli eserciti, Lui che era contro la guerra, e contro tutte le cose inutili e stupide, non è che gli andasse a genio. Anzi non gli garbava per nulla. Certo che nemmeno asserire che Lui aveva creato tutto quello dal nulla solo per bontà originaria gli sfagiolava; buono si ma fesso no.
Nessuno l’avrebbe mai convinto che ci si fosse messa anche quella Niobe, superba come non se n’erano mai viste; e pure suo padre Tantalo (bella famiglia la sua, non ci si capiva un accidente), e tutti quelli come loro. Quando piangevano loro parevano veramente aprirsi le cataratte del cielo. Le loro lacrime scorrevano come torrenti. Insomma gli restava il sospetto che quelli centrassero e non poco. Comunque, insomma non voleva campare scuse ma non era proprio del tutto in forma quel giorno, che se avesse riposato il sabato anziché la domenica non si sarebbe trovato in tutti quei pasticci. In fondo non aveva chiesto poi molto. Si fosse fatto un cornetto con cappuccino, come tutti, invece di fregarsi proprio quella mela, l’ultima rimasta, lasciando spoglio il melo, e non solo quello, tutto sarebbe andato meglio e tutti sarebbero andati d’amore e d’accordo. E’ inutile che Lei continuasse a dire che se l’era presa troppo. Il troppo lo decideva Lui. Non è mai troppo quando si tratta di principi. Solo che mica l’avrebbe immaginato che sarebbe finita così. E di lì sempre peggio. Dalla scoperta della ruota a quella della ruota del lotto gli sembrava che tutto fosse andato a precipizio, a catafascio.

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raccontiDi Lei forse è meglio non parlare. Per simpatia. Per galanteria. Per rispetto. Per conservare quel minimo di intimità anche nelle situazioni più tragiche. Su Lui, lo stesso narratore, che solo per sua innata fortuna non è stato direttamente presente, preferisce non farlo. Non saprebbe come giustificarlo. Che ragioni addurre. Raccapezzarsi. I fatti, in sé, parrebbero di una banalità disarmante. Insomma era il suo compleanno; di Lei, per inciso. Si era organizzata una cenetta. Forse il primo errore era stato organizzarla a tre. Infondo cosa centrava l’altro. Era una caro amico ma una coppia dovrebbe riservare solo per sé le proprie scadenze. Certe intimità. Loro, Lui e Lei, erano una coppia da anni. Da tanto tempo che quasi non serviva nemmeno che si parlassero. Bastava un’occhiata.
Forse il secondo errore era stato che lui era passato ugualmente in ufficio; non aveva potuto prendersi una giornata di ferie. Lei invece aveva tutto il tempo a disposizione e voleva che tutto fosse perfetto. Quando erano arrivati i fiori aveva letto il bigliettino e si era lasciata appena commuovere e li aveva messi in un bel vaso. Sarebbero stati il centro della tavola. Aveva deciso di preparare pesce perché sapeva che a Lui piaceva il pesce. Era andata presto al mercato ed era soddisfatta di averlo trovato fresco. Un rombo che era una meraviglia, delle alici e un chiletto di cicale di mare tutta carne che, con un cucchiaio di aceto, sarebbero venute una meraviglia. Al terzo tentativo era riuscita anche a far montare la maionese. Le quattro uova impazzite erano finite giù per lo scarico del lavello. Le sembrava di avere fin troppo tempo ma avvicinandosi l’ora si accorse di avere solo quello necessario. Si guardò allo specchio è provò ancora soddisfazione di sé. Lui doveva portare il vino. Sperava arrivasse presto perché è buona norma servirlo fresco, quasi ghiacciato.
Lui l’aveva messaggiata appena giunto in ufficio e aveva lavorato guardando continuamente l’ora nella attesa. Era certo che lei avrebbe preparato il suo famoso brasato al barolo. Veramente era Lui che faceva un magnifico brasato al barolo e Lei ne era ghiotta. Aveva procurato un paio di bottiglie dello stesso vino, barolo, le più costose, per bagnare il manicaretto. Sarebbe volato a casa e il tempo di darsi una rinfrescata e cambiarsi e sarebbe stato tutto per Lei, per la festa. Certo non poteva nemmeno lasciare quell’ultima pratica. Aveva pensato ad una collana, poi aveva ritenuto che fosse troppo impegnativa, l’aveva già vista, poi era tornato ancora sui suoi passi, e un’altra volta ancora. Alla fine se l’era fatto consegnare in ufficio giusto in tempo e raccolte le bottiglie era sortito per la serata. All’ospite avevano dato appuntamento alle nove. Forse tardi. Sarebbe rimasto, dopo, poco tempo per loro. Fu in quel preciso istante che si pentì dell’ospite.
La cosa invece si complicò appena giunto a casa, vestito ancora così come si era vestito il mattino. Lei lo pregò di mettere il vino il frigo. Lui Le spiegò che il rosso va solo fatto ossigenare. Lei gli chiese, cominciando ad innervosirsi, da quando si serviva con il rosso. A questo punto per Lui fu chiaro che non avrebbero avuto brasato per cena, e che non era quel vino che Lei si aspettava portasse. Gli animi si cominciarono a scaldare. Lei che aveva pensato al pesce per essere carina con Lui. Lui che aveva immaginato il brasato perché infondo era la festa di Lei. Lei che osservava che ormai era tardi e, come avrebbero potuto fare, non poteva certo servire il pesce con un rosso e oltretutto anche robusto. E poi che idea era la sua, anche si fosse trattato di brasato mica è fine accompagnarlo con lo stesso tipo di vino usato per la cottura. Succede. Una parola tira l’altra. Il senso delle parole si perde man mano che si alza la tensione e gli animi si scaldano. Alla fine lui brandì le bottiglie, prima l’una e poi l’altra, e ne fece l’uso a cui non erano destinate. Fece un gesto che se avesse contato almeno fino a ventiquattro non avrebbe fatto e che, certo, non avrebbe ripetuto, e di cui si sarebbe pentito. Poi infilò la porta e lasciò la casa. Detto per inciso, e fuori del contesto del racconto, da quella porta non sarebbe mai più rientrato. Per il gesto e per l’orgoglio reciproco e le reciproche ripicche. Può sembrare stupido porre fine ad un’unione di ventiquattro anni per una bottiglia di vino, anzi due, rosso anziché bianco, quando sarebbe bastato parlarsi. Anche se a volte le parole servono per quello che servono e a volte trovano una loro utilità; ormai erano inutili.
Lei aveva messo un vestito nuovo delizioso e già s’era convinta di averlo fatto inutilmente. L’ospite arrivò puntuale che il disastro si era consumato. Lei stava piangendo ma erano lacrime di rabbia. Cercò di capire cos’era successo ma per risposta non ebbe che un “Non metterti anche tu, ora! Mai è poi mai mi si convincerà di portare a tavola del pesce con il rosso”. Quel pesce era finito nel sacchetto dell’umido, e lui comprese che sarebbe stata una cenetta piuttosto leggera. Certo non aveva potuto immaginare e non si era organizzato nessun programma alternativo. Finse che la cosa non avesse troppa importanza. Lei prese a scusarsi. Lui cercò di confortarla. L’aiutò ad arginare il sangue nella piccola ferita che si era fatta nella foga della rabbia. Lei non riusciva a liberarsi di quelle lacrime. Lui, uscendo, decise che in qualsiasi prossima occasione simile avrebbe preferito il vino portarlo lui.

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poesiaAl bar non c’era nessuno,
povera poesia
delle piccole ore,
solo la noia a sfidare la notte
e un gotto di vino
tenuto stretto come potesse scappare.

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