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Posts Tagged ‘viottolo’

tazzina di caffèPer via dei Pioli, puntuale come ogni mattina, passa Artemio e non si ferma nemmeno per un caffè. Veloce come al solito perché come al solito qualcosa lo aspetta. Il lavoro, una scappata alla sala giochi, un incontro, il tempo inesorabile, una fretta innata? non è dato sapere. Gli si è slacciata una scarpa, ma lui non se n’è ancora accorto. Rischia di inciampare. Una mano in tasca e una che dondola con decisione, è già lontano prima che qualcuno, se c’è, possa avvertirlo. Solitamente quando gira l’angolo la sua uscita di scena è accompagnata da una quasi soffocata risata. Ha sempre l’aria di chi non si vuole sporcare di mondo. Del legaiolo fanatico che non vuole vedere che c’è altro oltre il suo naso.
Esquino ci passa dopo essersi fermato a prendere i giornali. Finalmente si svela il segreto: legge tutti i giornali sportivi. Per la prima volta ne sbandiera uno davanti al proprio naso poiché la sera prima c’è stato il derby. Dall’espressione non si sa se sia soddisfatto o deluso, ma finalmente si sa di che notizie riempie la sua mattina. Peccato, sembrava un grande intellettuale. Uno che non vuole lascarsi scappare nulla. Essere informato. Poter dire la sua. E ce l’ha scritto nello sua espressione sempre assorta. Tornerà certo a farla ma per i presenti non c’è più quel mistero. S’è tradito. Resta la domanda: Ha vinto o perso? Magari è stato solo un pareggio.
Il vecchio Ercole non passa semplicemente, si trascina. C’è chi dice sia stato un partigiano. Chi solo un povero vecchio. Chi che ha dietro solamente troppi anni un po’ troppo pesanti. A volte deve appoggiarsi al muro e ritrovare il respiro. Nessuno ha mai accompagnato la sua camminata. S’è saputo che si ferma in chiesa. Forse a ricordare qualcuno. Forse a chiedere perdono. E’ che le sue dita sono sempre congiunte, anche prima e dopo essere entrato nel sacro luogo. Pare, ma anche questo è chiacchiericcio, conosca perfettamente tutte le sacre scritture a memoria. Ma anche che si districhi altrettanto bene con le bestemmie. Di questo tutti ne sono certi. Biagio invece s’è sentito gridare da dentro casa. Persino d’inverno con le finestre chiuse. Eppure quando esce a braccetto della moglie sembrano ancora due fidanzatini. Avanti con gli anni ma di amore non ancora impigrito. E parlano sottovoce; sussurrano. Attenti a dove mettono i piedi e distratti su tutto quello che sta loro intorno.
Poi c’è l’Elvira. Mani tozze. Spalle larghe. Altrettanto i fianchi. Capelli unti. Spettinati. Nulla di femminile. Sempre con grandi borse misteriose e la sua borsetta che sembra avere la sua stessa età. Fa la serva da sempre a casa di Achille, anzi del signor Achille. Per qualcuno persino dottore. Questo Achille è un ometto. Con una sposa più alta di una spanna: Margherita. Le voci dei vicini sono sempre impietose. Mormorano. Si dice che l’Elvira sia la serva in tutto e per tutto. Anche se torna dalla figlia la sera si chiacchiera che serva il padrone di giorno e di notte, per ogni bisogna. Non so se il lettore può capire senza altre spiegazioni. Che poi la vita non è che lasci troppo spazio alle sorprese. Al mondo si respira e si ama. Ma probabilmente anche questa fa parte delle piccole leggende metropolitane. Di un modo per far trascorrere qualche ora. Forse non il modo più rispettoso, ma certo un modo funzionale. E poi in qualche modo si deve far passare, questo tempo. Anche se la donna pare non curarsi troppo di loro e poco adatta a stimolare qualsiasi tipo di fantasia.
E poi tante cose si leggono anche guardando semplicemente i panni appesi. Loro difficilmente riescono a mentire. Col naso all’insù si capisce che non è tutto oro ciò che luccica. Che in verità, nonostante la macchina quasi nuova, il Biagio e consorte non se la passano troppo bene. Non ci si ricorda una sera che siano usciti per una cena, per un cinema, anche solo per due passi. E non ricevono mai nessuno. Fanno tenerezza e rabbia e simpatia. Ma in ultima analisi nessuno si illude che quella che racconta la strada sia una verità vera; unica. Ogni abitante fa fare agli altri quello che gli chiede la sua fantasia, quello che provano a leggere i suoi occhi. Cioè tutto è vero dove tutto e impressione, immaginazione, istinti del momento. E anche qualche vecchio dissapore. Piccole invidie. Più di qualcuno sogna di trovare il pretesto per sentir parlare la signorina Altea. Magari anche solo nell’augurale il buongiorno.
Ci sono dei buchi anche nelle lenzuola della famiglia Giacomazzi. E proprio in quel mentre passa proprio lei, la signorina Altea, di fretta come sempre. Ritta sui tacchi. La fronte alta e il naso aristocratico; che guarda all’insù. Stranamente e per la prima volta è leggermente in disordine. Una ciocca di capelli non è al suo posto. La gonna è leggermente stropicciata. E soprattutto viene dalla parte opposta. E nei suoi occhi c’è un che di disagio. Sono anche più sfuggenti. Come se avesse qualcosa da nascondere. Una storia da non raccontare, che eppure vorrebbe dire. Come un bisogno. Un groppo in gola. Un senso di oppressione. Un che di imbarazzo. Forse sì, forse no. Certo che le facce dicono anche cose che non dovrebbero, che non vorrebbero, forse che nemmeno sono. Ma in lei parla tutto. Tranne gli occhi che non ti guardano.
Ma per la prima volta Giuseppe si volge ad osservarla. Il suo sguardo pare molto interessato, anzi compiaciuto. Non fosse lui si direbbe che gli occhi brillino in uno sguardo cupido. E anche si può ardire dirlo; lui o non lui. Strano per la sua proverbiale distanza e negligenza per tutto e tutti. Per quella sua svagataggine. Invece stavolta segue con attenzione quel suo dondolare sui tacchi e gli scappa persino un fischio di apprezzamento. Appena un sibilo. Cosa ancora più insolita per lui. E altrettanto insolito è il commento che rivolge a voce abbastanza alta a Mircea: “Oggi è proprio… proprio un bel bocconcino. Chi non peccherebbe”? Lei nel dubbio tentenna, ma poi si volta e si lascia scappare un sorriso. Poi prosegue nella sua direzione cercando un’espressione sdegnata. Ma dietro il sussiego gli si legge rallegramento.
Naturalmente Mircea è come sempre lì. Ma lui ci passa la giornata. Lui lì ci sta perché ci vive: chiede su quei gradini compassione. E naturalmente qualche spicciolo. Lui conosce tutta quella piccola fetta di umanità. Ha un sorriso e una parola per tutti. Anche per chi non lo ha mai degnato di uno sguardo. La strada non sarebbe lo stesso viottolo senza di lui. Tutti l’hanno sempre visto lì. Da sempre. Forse già da prima che alla via fosse dato quel nome. E a lui una parola, almeno una volta, magari non sempre garbata, gliel’hanno rivolta tutti, ma proprio tutti. Persino la bella Altea che quando s’è fermata ha dimostrato di avere una bella voce, limpida e suadente. Forse persino un’ombra di simpatia. E’ certo che se entrasse in una qualsiasi di quelle porte non ne uscirebbe senza essere chiacchierata. Ma tanto fa lo stesso, si favoleggia su di lei più che su qualsiasi altro passante. Ma nessuno ha mai creduto alle storie raccontate da Luigi. Luigi è un vero leone, ma solo dopo il terzo bicchiere di rosso.
Passa un tipo strano, mai visto prima. La cosa inconsueta è che lui passi per quella via. Non è che una piccola stradina e non è nemmeno molto frequentata. Non ci sono molti negozi. E nessuno di particolare interesse. Non un ufficio postale. Non ci si trova da parcheggiare. E’ fuori dai percorsi più usati e non porta pressoché da nessuna parte. E’ per questo che non ci passano che poche persone. Sempre le stesse. Quelle che sono costrette ad attraversarla perché ci abitano o abitano nella sua prossimità. Quelli insomma che ce l’hanno nel loro percorso quotidiano. Che non possono diversamente. Anche perché c’è un odore di vecchio in quella strada. Non un odore sgradevole, ma da di malinconia. Di cose perdute. Sfuggite tra le dita.
Tutta via dei Pioli, sull’origine del nome è meglio soprassedere, resta sorpresa, anzi interdetta, nel vedere il “povero” Artemio tornare sui suoi passi. Fermarsi con Mircea. Lasciare nel suo cappello, per la prima volta, una moneta e da due euro. E poi anzi mettersi con lui a parlare invitandolo a prendere un caffè. Naturalmente l’altro accetta e vanno al piccolo bar. In realtà i due si prendono il primo un amaro e il secondo un marsala, ma la cosa non ha grande rilievo nella successione dei fatti. L’Artemio si sforza a parlare, ha sempre litigato con le parole, e racconta all’improvvisato compare che ormai vive da solo da quando lei se n’è andata, da quel lontano giorno. Sembra liberarsi con sollievo delle semplici frasi. Gli confida che quello è il suo ultimo giorno di lavoro e che quello che ha in tasca è il suo ultimo stipendio. Stavolta Mircea non trova risposte. Eppure anche il giovane, pur di dire qualcosa, si lascia a confidenze. Gli spiega che lui è un informatico e che un giorno scriverà il linguaggio dei linguaggi. Per un attimo sembrano volersi abbracciare e si osservano stupiti l’uno dell’altro. La scarpa del “povero” Artemio è ancora slacciata. Un’ombra di barba gli sporca il viso; è visibile solo da vicino.
Ora fatemi andare. I nomi delle persone, naturalmente, non sempre corrispondono. Alcuni li ha coniati lo stesso Mircea guardandoli; per distinguerli. E’ il suo modo di apostrofarli dopo un titolo, anche questo suggerito dal loro aspetto. Leone è anche il professore. Probabilmente nel suo caso, perché di lui si sa che non è il suo vero nome, viene appellato così per i suoi folti capelli e per i piccoli occhiali sempre sulla punta del naso. Chi racconta, in questo caso, preferisce l’anonimato; cioè non dire chi dei passanti lui sia. E’ uno e ha cercato di evitare di dare un giudizio di sé. Non è detto che ci sia riuscito. Questo è il quotidiano vivere, veramente e brevemente una parte di esso, di quella piccola strada. Se ci passate non cercate di individuare le persone da questo racconto. Tutto è solo dentro queste righe. Il resto è vita.

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Il crimine ama la notte. Si districa nel silenzio e si muove di soppiatto. Eppure sono grande abbastanza. Forse è qualcosa che mi porto da bambina o, hanno ragione, che è sempre stato dentro. C’è, per esempio, un viottolo a due passi da casa mia, tra il Viale di Lontano e Via di Secondamano. E’ una stradina stretta, poco curata, di non più d’una trentina di metri, ai lati ci sono reti abbandonate e rovi di more selvatiche (penso ci sia un vietta come questa in ogni posto). Per la nostra anche chi va a piedi ci deve passare per andare da un luogo all’altro. Senza contare che la Via di Secondamano è una via morta cioè che finisce davanti ad un cancello. Il fatto è che, grazie all’attenzione dell’amministrazione per le piste ciclabili, non c’è nemmeno un lampione; e nemmeno ha un nome, ch’io sappia. Lo so che di sera il pericolo è solo nelle biciclette che non hanno il chiaro, ma è più forte di me: un timore mi si desta, un’apprensione. Di più quando la luna è silenziosa. Mi dico: Cesira, non c’è niente nel buio -invece acuisco i sensi e non sono per niente tranquilla. E’ come quando si avvicina un uomo nero, cioè di colore, anche se è gentile e vuole solo aiutarmi a parcheggiare e se non chiede niente, lasciando che sia io, se voglio, a decidere quanto; anche se alcuni di loro sono decisamente belli e ormai ce ne sono tanti anche dalle nostre parti, non riesco a non cercare intorno col timore di essere sola. Così mentre andavo sentii un fruscio; credetti di morire; non c’eravamo che io e lo spavento, ma era solo un gatto che cercava compagnia dove lisciarsi il pelo.

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