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Posts Tagged ‘visioni’

V. Spazi bianchi quando
il narrato è interrotto
da squarci di parete
dopo i confini delle
ombre sull’intonaco
l’uomo è quasi a confronto
tagliato netto eppure infisso
è una macchia violenta
si tortura le mani
è una macchia persino violenta
sfigura nell’immagine e
le parole lo dibattono
“sono stato in prigione trent’anni
e prigioniero di me stesso
e quale illusione
bevevo la luce del mattino
di lei mi bagnavo, quasi un ricordo
e frugavo in me, frugavo
bevevo la luce del mattino,
troppa luce la luce del mattino,
e i ragni sul muro giocavo
e le ombre allungavo
e non erano ombre come queste
e non erano…”

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IV. Occhi di piccole belve, le persiane
si giocano ignare la luna
in miti antichi d’acciaio e ululati
poiché urlano le ombre silenzi immensi,
inauditi.
Giace, come un freddo giaciglio, la strada
fra riccioli di verde incupitosi      e fradicio
quando di fatti in amore
è piena la tua memoria      e la fantasia
dolce      eterno      OIDIO.
Hai tratto di tasca le tue parole
e più amare
quelle ti consumano gl’occhi.
Il prestigiatore della notte
nasconde quegl’occhi       e il volto:
taciuta balbuzie.
E’ buio.

Dal vento freddo
fuggono i gabbiani il mare
ebri di riflessi, di storie

ed emigrano in terraFERMA¹.


1] 21 agosto 1973

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III. Aria piena.
Censimento di tuoni e rabbie
s’accendono in sul cemento       coi suoi
motori possenti e le meretrici d’acciaio
che trascurano minuti riflessi di stelle.
Ecco, si sconquassa pietà d’ore
e avvampa tempo rosso fra i decoltè della sera
quando le narici aspre raccolgono
il triste canto dell’armonia. Sole
dardeggia      e più in là, con presunzione,
sparla ed è prodigo stemperando contorni
in sottili fumi di neuriti.

L’astro del giorno      insolente
riplasma muri e case e beve il vino gonfio
dagl’occhi; accenna i desideri
fonte preziosa      giù dalle colline
farsi città l’animo umano      ERMO
e giocano i bianco-neri dei dubbi
in un alternarsi di compiacenze.
Balbetta.

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II. Tintinnio è suono di vili metalli impreziositi
e si giocano nell’aria profumi lontani
(tempo, spazio) mentre      vibra la lamella
e si sprigiona l’atomo dinamo.
E’ il sole dolce senso di pace quando
rugiade avvolge nei suoi occhi tranquilli
e va dell’uomo, spensierato istante,
l’ombra silente fra i trambusti del niente
l’illusionista che cela la realtà
traspare allora di fra le mani minacce di rosa
e lieve è il minuto e l’attimo che si confondono
mirandosi in pace tenue;
solo rispettano le loro stagioni nel magro pasto
le ombre della notte.
E notte è ancora notte ma
il giorno incede lentamente,
fa e disfa i suoi versi ancora imprecisi.

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I. Come sirene ossessionate,
suono compiuto, le grida del mattino
dei gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nella nubi
suicidi.      Tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi,
in saracinesche di sera,
i bimbi portano e gli anelli incastonati
della fantasia      e le catene d’oro.
colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laida l’infanzia)
consumando risa di mattino
mentre il vento sfregia, muta;
passa: il paesaggio.

Strati d’ombra trapassati
da luci infrante      fra antichi gesti
odore forte di pane      il mattino inizia
quando luci ed ombre barattano i loro versi
vecchi di farine ed acqua sorgiva;
come? e quando? Ricordi rispolverano.

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ed altro ancora

Così fuma la strada
così come stanco braciere:
era la prima volta; muta
di note in note. Sospetto.
Braccato come un ansia cava
e vuota.

Grande rissa ne fan le luci
e si affollano al davanzale
dolce scrigno d’addio,
gli orizzonti
sul cavo della gola batte
l’elenco del piacere sillabe taciute
i suoi flauti dorati
ed è per ciò
che agita i cimbali dei ricordi
con sottili silenzi
di dietro i burberi tronchi

sui confini di pozze,
su quel che fanno i primi
gli uni sugli altri vanno,

quante pagine di notte e

Notte
quasi di me ti do l’età migliore
e contratto:

nafta consuma
odori di cani bagnati
e sensazioni di promesse;
taciuto sussurro.

Una lunga vita
percorre
il lungo itinerario della notte

Di te in te ramingo,
fragile universo:

Kyrie elèison.

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del poi

Fra tali contrade, sul cupo sommessi bagliori inventano,
nella grafica notturna, immortale silenzio,
e dietro l’ombra cupa un cupo muro
d’ombra intonacato a lutto,
lo stratagemma immenso delle ombre, quasi lamenti
come se ogni barbaglio sussurrasse di torbiera
e di se stesso s’ammirasse in diarzo
di cupree irate onde e nella sera, immorale silenzio,
invecchiato in quel lampo d’una estate. Lamenti
sordo rammenta dietro le mura in brontolio roco
gli ululati dei venti, sfrondati
di fra i rami serpeggianti
in scaglie di terra, turbinio di sabbia,
lungo spettri di fumo tendono l’ansia
e toccano quell’immensa, vuota,
analisi di paura. A un tempo
eccitati, come stracci zuppi, si scuotono gli alberi
dal manto delle prime raffiche, gemendo
in inchini forzati e
con belluina ira quel vento
con rasoiate precise degli artigli
squarta l’aria e l’essere
solitario arranca
il ricordo della sua terra;
mentre questa trasuda le memorie dell’estate.

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