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Posts Tagged ‘vita coniugale’

Se parliamo dell’uomo pigro Augusto, pigro, lo era. Ma lui si sarebbe definito a momenti attento e a momenti distratto. Leggeva steso a letto per non affaticarsi troppo e riponeva quel libro sul comodino col dorso allinsù per non fare le orecchie alle pagine. Cosa si può chiedere di più oltre a una buona sigaretta? Anzi da quando gli avevano riscontrato quel piccolo difetto che gli permetteva di restare a casa si poteva dire felice. Il giorno lo poteva vedere anche da lì affacciarsi alla finestra. Ma lei non lo capiva; son così strane le donne. E di televisione non s’era mai detto che ci si potesse ammalare. Pagare il canone doveva. Ne avevano una anche in camera, per cosa se non per usarla? Con Marilisa non lo facevano ormai quasi più. Gli scocciava doversi lavare i denti. Che poi quella donna si lasciava un po’ andare. E aveva la pelle così delicata che anche la barba di un giorno la irritava. Inoltre era diventata sempre più pignola, non perdeva occasione per dire che non riponeva le cose. Non era vero, semplicemente lui credeva che per le cose, alla fine, un posto vale l’altro. Aveva deciso di arrendersi e non darsi più pena per capirla, sapeva che sarebbe stato inutile. La stava aspettando con il caffè, ma quella benedetta donna era in ritardo.

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C’è sempre un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose. Restò con il rasoio a mezz’aria. Chi era? Quella faccia senza luce. Gli occhi privi di qualsiasi volontà. Eppure era lo stesso di sempre. Eppure per la prima volta non riuscì a sfuggire alla domanda: aveva mai amato? Stava per dire di sì. Stava per dire di no. Insomma stava per dire. A volte la risposta è la cosa più difficile, a volte è solo inutile, altre ogni risposta è quella giusta e contemporaneamente quella sbagliata. Decise di andare con ordine alla ricerca di una piccola verità consolatoria.
In verità amava il suo gatto. Ad essere onesti e precisi nemmeno quello, ed era una gatta. Lo infastidiva quell’ammasso informe di peli in autunno sempre tra i piedi. Era la bestia che pareva amarlo. Lo cercava continuamente. Se la trovava sempre tra i piedi. Anche lì e in quel momento. Ma non era questo che voleva dire. In generale amava gli animali, ma quelli degli altri. Li amava a piccole dosi. Il tempo di un gioco prima della noia. Come i bambini. Un po’ come la natura, il grande tema dell’ecologia. Era sempre stato attento ma non riusciva ad essere sempre attento. A guardare bene tutto finiresti per impazzire. E l’aria, e l’acqua, e i cibi. E poi capita sempre un piccolo attimo di distrazione. Nessuno è perfetto o può essere rigorosamente coerente senza uscire di senno. Eppure aveva sempre amato la politica.
Sì! quella. Belle soddisfazioni gli aveva dato. Aveva sempre pagato per le sue idee. A volte un prezzo fin troppo oneroso. E ora. Gli veniva da ridere e da piangere come s’era ridotta. E come s’era ridotto il suo paese. Al comune era andata una giunta di destra. Sarebbe stata il meno. Erano peggio che disonesti. Erano una banda di incapaci. Zotici e stupidi e stronzi, ma soprattutto incapaci. E poi è sempre facile parlare. Certo amava le sue idee. Certo è facile dirlo. E’ facile anche dire che si può morire per le proprie idee. E facile da dire, magari anche da cantare, non certo da fare. A pensarci a fare il delegato aveva guadagnato solo di essere ancora quello che era quando era entrato. Finché aveva continuato a farlo aveva visto tutti passargli davanti. Bisognerebbe farsi furbi prima. Aveva capito presto che nessuno pensa per te, se non ci pensi tu. Quello che non poteva certo dire era di amare il proprio lavoro.
Degli amici meglio non parlare. Ci sono sempre quando non servono e di più quando hanno bisogno loro. Se presti un libro puoi esser certo di non rivederlo. I soldi puoi te li devi riguadagnare. Carlo non glieli aveva mai più restituiti e alla fine si erano anche litigati. Così aveva perso tutto. Non era stata una grande perdita per lui, ma diecimila son sempre diecimila. Sì! tanto meglio da soli. Almeno c’era cascato quella volta sola. Amava la sua città ma come ci si adegua e abitua ad un posto. In fondo avevano una bella casa e forse era quello. Alla fine un posto vale un altro. Qualcuno è più comodo, qualche altro meno rumoroso. Non c’è poi questa grande differenza. Ma quelli sono piccoli amori. Quelli. Certo aveva amato gli urania. Ora non aveva più tempo nemmeno per la gazzetta. Amava la sua squadra del cuore. Il presidente aveva deciso non non metterci più un euro. Non era più tempo per fare gli eroi.
Certo aveva amato sua figlia. Quel momento, quello della nascita, era il più bello ed emozionante che aveva avuto. Come si può non amare il sangue del proprio sangue? L’ultima espressione era degna di Ilaria, sua moglie. Peccato che i figli poi crescono. Non che non gli avesse dato soddisfazioni; questo non poteva certo dirlo. Era quello che si può definire il suo orgoglio; quella che si cita come una brava ragazza. Studiosa. Intelligente. Autonoma. Si stava facendo una strada. E dopo. Cosa gli dava? La sentiva sempre più raramente. Si vedevano sempre meno. Gli sembrava che non avessero niente da dirsi. E si rimproverava il mondo che le aveva lasciato; per le sue vane illusioni. E poi lui, quel… come si chiamava… Eugenio. Non riusciva proprio a farselo piacere.
Amava Ilaria, ovvero l’aveva amata. Come avrebbe potuto essere diversamente? Ilaria aveva due tette splendide e tutti gliela invidiavano. Le era stato fedele quanto può esserlo un uomo. Erano state le occasioni a cercarlo, non viceversa. Non aveva niente da rimproverarsi. Niente di cui essere rimproverato. Certo, in un certo senso, gli era sempre pesato che lei guadagnasse più di lui. Non si era mai sentito, come dire… libero. La vita a due è una vita a due. Non era più riuscito a fare le cose che gli piacevano. E la sua famiglia. E le vacanze in montagna. Al diavolo tutto perché poi tutto era diventato abitudine. Spesso una noiosa abitudine. Anche Ilaria. Anche fare all’amore il sabato sera. E non aveva più potuto essere… spensierato. Ma certo la causa sta anche nel tempo che passa. E stava diventando persino sciatta.
Erano le sette ed era ancora in mutande. Doveva sbrigarsi perché doveva andare al lavoro. Forse l’amore ha mille significati diversi e mille interpretazioni. Anzi sì! E’ una sola parola per descrivere troppe sensazioni. Troppe emozioni. Diametralmente diverse. Ma che colpa poteva muoversi se lei aveva smesso presto di avere attenzioni per se. Ormai dimostrava l’età che aveva. Le sue belle tette erano un ricordo. Sarebbe ingeneroso scendere in particolari. Fatto sta che ogni gesto era stanco, privo di trasporto. E non aveva mai avuto molta fantasia. Certo che le donne invecchiano presto o all’improvviso. Poi la loro bellezza diventa un lontano ricordo. Non resta molto di quello che una volta era servito ad affascinare. Alda invece aveva ancora quell’età, e quell’entusiasmo. L’amore con lei era ancora una cosa entusiasmante. Certo non era felice di non poter mostrare la propria felicità; che si dovessero nascondere. Ma lei gli era necessaria per amarsi perché di una cosa era certo, almeno di quella: aveva sempre amato Armando.

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Si sentiva strana, una sorta di disagio. Una cosa che non conosceva. Non era certa di sapere. E in fondo non era nulla. Come un piccolo malumore; un’insoddisfazione. Forse stava diventando metereopatica. Appunto, qualcosa dovuta al tempo. Niente di cui preoccuparsi. Ma forse non al tempo meteorologico. Al tempo che passava. A quel tempo che non aveva delicatezze. Ne ebbe sospetto guardandosi allo specchio. Eppure lei era sempre stata pratica. A quello non poteva farci niente.
Lo vedeva da sé. Lo specchio glielo gridava senza riguardi. Stava invecchiando. Non ci poteva fare niente. A quello non c’è soluzione. Non c’è ribellione. Certo non era mai stata brava ad accettare. Ma a quello si era rassegnata da subito. Non aveva nemmeno provato ad opporvisi. Tutt’altro.
La verità era che era stata bella. Molto bella. Corteggiata. Molto corteggiata. A volte aveva pensato che fosse non solo per quello. A volte s’era illusa. Non s’era mai illusa. E si era accorta che gli uomini non si giravano più. Che la guardavano in modo diverso. Anzi che non la vedevano. E anche lui non la guardava più come allora. Ma da allora era passato un’infinità di tempo. Tutto quel tempo. Si era accettata senza nessuna fatica.
La verità era che se n’era accorta immediatamente. Non aveva nemmeno tentato di fingere. Le prime rughe non avevano potuto farle del male. Era tutto naturale; anzi. Aveva cominciato a ingrassare. Ne era quasi stata contenta. Lui era geloso. Molto geloso. Lei pensava che la vita le sarebbe stata meno difficile. Che si sarebbe potuta nascondere dietro quella maturità. Che gli occhi che non la guardavano avrebbe reso più semplice il loro amore. Avrebbero attenuato la gelosia di lui. Se ci pensava non era cambiato nulla. Tutto era rimasto uguale, solo che lei non era più quella. Ora era una donna invecchiata. Di qualcosa si pentiva. E per la prima volta s’era accorta che non erano invecchiati allo stesso modo.
Forse la causa era stata che aveva amato. Molto amato. Ma in fondo non si era mai abbastanza amata. Non aveva fatto nulla per essere bella. Non aveva tentato nulla per non sfiorire. Per limitare i danni degli anni. Per rimandare. Almeno per attenuare quell’incuria. Era sempre vissuta con la certezza del suo amore. Lui l’avrebbe amata per sempre. In fondo la amava da sempre. Eppure quelle piccole parole erano le stesse. Eppure avevano un altro suono. Doveva ammetterlo che avevano cominciato a farle male. Niente di grave, di irreparabile. Anche in quel caso non ci aveva prestato attenzione. Non aveva voluto farlo. Si era data della stupida. Lui aveva accettato quella donna invecchiata. L’amava anche così. L’aveva accettata anche ingrassata. Ne parlava. Le sue erano solo fisime. Era solo una impressione che avesse meno attenzioni, meno tenerezze. L’amore non è solo un atto fisico. Non guarda solo alle apparenze; all’involucro. Lei lo avrebbe amato comunque.
Sarebbe stato bello poter pensare che era lui, lo specchio, quello che mentiva. Provò a lasciarsi sognare. Certo vanitosa lo era stata, ma solo un po’. In fondo chi non lo è? A volte quelle attenzioni la infastidivano. A volte spesso. Ma ora si rendeva conto che era normale. Che una ragazza, una donna giovane non può farne a meno. Improvvisamente avrebbe voluto che tornassero a guardarla. Che tutto il mondo la guardasse. Con occhi interessati. Le sembrò tanto tempo che lui non le diceva che era bella. Troppo tempo dall’ultima volta. Era certa di sbagliarsi. Andò con la memoria. Si accorse di non ricordarlo. Si rispose che non sono cose importanti. Che è per quello che non si memorizzano. Troppe volte glielo aveva detto. Troppe volte le aveva ripetuto il suo amore. La verità era che lui aveva sempre preso ma dato poco. Ci pensava per la prima volta.
Probabilmente era solo colpa di una giornata nuvolosa. Di quel giorno a casa. Non era mai stata brava ad aspettare. Avrebbe voluto fare qualcosa. Era troppo tardi. I chili messi in più, i tanti chili non se ne volevano più andare. Quella ragazza, quella donna non esisteva più. La sua figura era decisamente imponente, appesantita. L’avrebbe rotto quello specchio. Gli girò le spalle per non farlo. La giornata era cominciata male e così era proseguita. Avrebbe voluto gridare. Lui stava per arrivare. Era inutile parlarne. Non l’avrebbe capita. Avrebbe detto ancora una volta che era solo una sciocca. Che rincorreva fantasmi. Le sue cose. L’avrebbe ricordata questa giornata. Le emozioni, le paure, i sentimenti, gli stati d’animo. Se la stava ripetendo per l’ennesima volta. E più ci pensava e più diventava una ossessione. Quante erano le volte in cui l’aveva rivisitata? Aveva solo voglia di piangere. E poi aveva trovato quella lettera.

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II. La vita è tutta una sorpresa. Nei giorni seguenti mi rendo conto che la reazione alla notizia non è nulla di quello che mi sarei aspettata. Non cerca, che ne so, in un certo senso di riconquistarmi. Nemmeno di umiliarmi; di farmela pagare. Pensavo avesse di che rinfacciarmi. Non la sente nemmeno come una competizione. Niente di tutto quello che mi sembrerebbe umano, normale. Non usa quelle carinerie che usa un uomo per affascinare. Non arriva con fiori. Non apparecchia la tavola. Non mi chiede che programma voglio vedere. Non rinuncia alla partita. Non mi porta fuori. La cosa semplicemente lo eccita. Forse sono solo i primi tempi. Lo eccita sapere che nella mia vita c’è un altro. Lo deluderei smascherando il mio gioco. Denunciando la mia bugia. Ammettendo che nulla di quanto detto è vero. E’ questa la sensazione che ne ricavo.
Mi sto accora chiedendo come posso essere stata così stupida. Perché l’ho fatto. Così presa dalla situazione. Prigioniera delle cose. Mi sentivo assediata. Volevo solo liberarmene. Liberarmi di lui. Delle sue fobie. Delle sue follie. Delle sue manie. Dei suoi sospetti. In quel momento pensavo che niente fosse peggio di quei sospetti. Nemmeno una bugia. Nemmeno un’ammissione di colpa. Di una colpa che c’è solo nella sua mente bacata. Che c’è sempre stata comunque. E poi, finalmente, non mi sentivo più in colpa. Responsabile. Frustrata. Vittima. In fondo non era andata male. Un risultato l’avevo raggiunto. Mi sembrava quasi che fosse l’unica soluzione. Non sono fiera di me. Ne sono stata costretta. In un certo senso mi ha ridato la tranquillità. Una tranquillità che con lui non avevo mai avuta. Ora che può credersi tradito non si è più soffermato sulla gelosia. Semplicemente mi chiede delle nostre intimità. Se con l’altro mi piace di più. Se lo faccio anche con l’altro. Mi viene da ridere. Cerco di restare seria. Lui non sospetta.
Però c’è un però. Ho sempre paura che si incontrino. Che incroci Guido. Magari quelle sere che mi viene ad aspettare. Mi chiedo che reazioni potrebbe avere. Mi domando della faccia del mio amante che è all’oscuro di tutto. Mi interrogo se è possibile. Un amante virtuale. Credo di essere un caso raro. Unico. Irripetibile. La complicazione è anche che me lo vedo sempre davanti. Lui si comporta come non fosse cambiato niente. In realtà non è cambiato niente. Lui non è il mio amante tranne per quegli istanti di follia. A volte credo che se lo auguri. A volte sono sicura. A volte credo che l’abbiamo fatto, ma nella sua fantasia. La cosa non mi attrae. Non da chiedermi come potrebbe essere. Lui è e resta un semplice collega. Un collega con cui ho legato, magari più di altri. Una persona simpatica. Alla fine mi decido. Potrei non farlo, ma penso che glielo devo. E poi è meglio essere prudenti. Perché magari Alfio trova il coraggio che non ha mai avuto.
E’ improbabile, assolutamente inverosimile, ma se si trovano e… cioè… E’ giusto che lo sappia. Magari solo per un atteggiamento. Per essere eventualmente preparato. Magari non potrà mai succedere. Cioè non troverà mai il coraggio. Non si merita nemmeno un contegno di sfida. Di disprezzo. Non ha proprio nessuna colpa. Certo la cosa mi crea imbarazzo. Con lui ci lavoro. Trovo l’occasione. Mi armo di coraggio. Alla fine, non so come né perché, ma glielo confesso. Non prendo respiro nemmeno tra una frase e l’altra e gli confido tutto. Al primo momento sembra non capire. Mi guarda sorpreso. Incredulo. In realtà sembra uno scherzo. Lo sembra anche a me. Non so se ci crederei. Poi nemmeno lui ha la reazione che mi sarei aspettata. “Non voglio problemi”. “Non ne avrai, Sai com’è lui”. E non aggiunge altro. Come se la cosa non lo riguardasse. Forse è la semplice sorpresa. Forse ha bisogno di riprendersi. Di elaborarlo. Di riflettere e capire. Cioè torna sul lavoro come non fosse successo.
Non ci ripenso più, o quasi più. La calma dura un paio di giorni. Cioè un paio di giorni dopo torna sull’argomento. Verso sera. Poco prima di finire l’orario. Durante il giorno aveva cercato di essere spiritoso. Più del solito. Non ci ho fatto caso che dopo. Era più interessato del solito a me. L’aria solo leggermente cafona. Forse volutamente. Provocatoriamente. Ci sono stati piccoli e più o meno velati cenni sul problema. Sulla nostra relazione. Ci scherza, insomma. Lo prendo come un aspetto positivo. Non sono sempre pronta. A volte mi prende di sorpresa. Mi chiede, ad esempio, se mi è piaciuta l’ultima volta. Di ricordargli quando lui non c’è. Cose che a lui devono sembrare palesemente spiritose. Devo sembrargli almeno distratta. Anche quando mi chiede lo fa quando non me l’aspetto. “Come l’ha presa”? “Niente”. “Come”? “Non come mi sarei immaginata. Pensavo si arrabbiasse. Che reagisse. Perfino che mi colpisse. Niente. Era solo come se l’avesse sempre saputo. Se gli avessi tolto un peso. Mi sembrava quasi gratificato”. Naturalmente taccio delle sue maggiori, diciamo così, attenzioni. Di questo ritrovato entusiasmo. “Contento lui”. Non che che i risultati siano entusiasmanti. Direi più patetici. Ci mette più impegno. Mi chiede continuamente. Si vede più uomo. Ha bisogno continuamente di essere tranquillizzato. Ma nemmeno di questo gli parlo. “Forse cercate solo la certezza delle cose”.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince. Che suona falso. Non so cosa ma c’è. Forse nella voce. Forse nel suo sguardo. Non si spinge oltre. Poi ride e sembra decidersi. “Posso accompagnarti”? Non sono certa che sia un invito. Una galanteria. Credo di non ricordare com’è essere corteggiata. Cosa si prova. La strategia del maschio. Poi tutto mi pare chiaro. Lo fulmino con uno sguardo. Ma cosa si crede? Cosa si è messo in testa? Per chi m’ha presa? Pare battere in ritirata. Poi capisco anche di essere dalla parte del torto. Di dovergli delle scuse. “Temo di averlo fatto io il guaio”. Non posso trattarlo così. Non l’ha chiesto lui. Gli altri sono usciti. Forse non è un caso. Forse non aspettava che questo momento. Ho fretta di andare. Non posso credere che stia succedendo a me. “Dovresti smetterla. Evitare questo discorsi. Non sei più divertente”. Sono anche stanca di una giornata di lavoro. Mi dico che sono scuse. Che sono una vigliacca. Che sono una pazza. Cosa mi prende. E mi dico mille e altre cose e tutte assieme. A momenti entrano le donne delle pulizie. Mi accorgo che si è vestito con attenzione.
Chissà se è la sua tattica? “Credo che me lo devi”. “Come, ti devo”? Sento solo ora l’odore del suo dopobarba. Ci sono molti come dire nelle sue frasi. “Non è bello, per me, passare per uno che fa senza aver fatto niente. Passare da carogna. Da vero stronzo. Con un amico”. “Ma se appena lo conosci”. “Che c’entra? E’ tuo marito è questo basta. Mi sembra peggio che se l’avessimo fatto”. Non so se arrabbiarmi. La pazienza rimasta è poca. “Forse è meglio che ci incamminiamo”. Ma il mio è solo un modo per dar fine a questo dialogo. Oppure per rimandarlo. Per togliermi d’impaccio. Poi mi chiedo come lo può prendere lui. Non può leggerlo come un incoraggiamento. Intanto lasciamo la stanza. “Cosa vuoi dire con questo discorso”? “Che dovremmo farlo. Che in fondo me lo devi”. Non può parlare davvero. Si vuole profittare della situazione? Sembra serio; non avere più nessuna voglia di scherzare. Convinto di quanto dice. Forse, anzi certamente, deve semplicemente mostrarsi convinto. Deciso. Vorrei essere un uomo per capire come ragiona un uomo. Per essere in quella testa. “E poi nessun discorso, tu mi piaci veramente. Mi ecciti. Lo sai che ho sempre avuto un debole per te. E per il tuo culo”. Questo è troppo. Ci mancavano anche le volgarità. “Guarda che”. Poi fermo la frase lì. Non so come esprimere quella rabbia. Mi sembra che nessuna parola sia quella giusta.
Ma se ci penso il ragionamento non fa una grinza. In realtà le farebbe, e molte, ma ha una sua logica. Non ha nessun diritto. Non ho nessun dovere. Posso ritirarmi. Per irritarmi mi sono irritata. Mica sono costretta, ci mancherebbe altro. Forse ha scelto il modo sbagliato. Forse la donna sbagliata. Ha torto marcio. Ma qualche ragione ce l’ha. L’ho fatta grossa. Non saprei come farmi perdonare. E poi un uomo è un uomo. Certo che non ci pensavo. Mica… Io non sono mai entrata in queste cose. Magari mi crede una diversa. Affondo in quei mille pensieri. Per poco non incespico per le scale. Gloria ci incrocia e ci saluta. Gl’occhi pieni di malizia. Non sa pensare ad altro, quella, Altro che male. Chi sa cosa crede? Le basta vederci uscire assieme. Deve pensare che tutti sono uguali a lei. Come non sapessimo. Lo sanno anche i sassi. Certo che… eppoi che sarà mai? Prendo, come si dice, il toro per le corna. Con un coraggio che non è mio. Abbasso gli occhi. “Che si fa”? “Non ti preoccupare. Conosco io un posticino proprio adatto. Un posto discreto. Ti piacerà”. Ha una risposta per tutto. Non so se ho detto quello che volevo dire. Mi fa salire e si dirige fuori dal centro.
Cerco di non farmi domande. Non troverei nessuna risposta. Non lo so perché. Preferisco non pensarci. E lasciarmi trascinare. Non ci vuole molto. Non facciamo tanta strada. Lui è sicuro per due. Per lui sembra del tutto normale. E’ disinvolto. A suo agio. E anche quello al banco sembra conoscerlo bene. Lo saluta appena entriamo. Lui gli fa un cenno. Non può essere ancora del tutto sicuro. Si accerta. “Hai il tempo”? Gli rispondo prima di darmi il tempo di pensare. Mi ricordo di un vecchio film. Le mie uniche esperienze le ho viste al cinema. Mi ripeto che non è ancora successo niente. Che non è la fine del mondo. “E’ a un convegno. Sono completamente sola. Libera. Fino a domenica. E tu”? Sembra stupito. “Avverto che torno tardi. Semplicemente”.
Avrei creduto di dover lasciare un nome. Un documento. Non mi sento tranquilla. Fuori c’è un piccolo giardino. Si sente un pigolio confuso. “Vuoi prendere qualcosa”? Torno al presente. “In che senso”? “Rilassati. Sembri tesa. Vieni, ceniamo”. Abbasso lo sguardo. “Preferirei di no. Magari dopo. Sono un po’… nervosa. Preferisco salire. Prima che ci ripensi. E poi, credimi, ora non riuscirei proprio a mangiare nulla. Ma se vuoi”. Credo di essere arrossita. Non so se dopo saprò trovare il coraggio. Adesso non mi va di farmi vedere. “Sei sicura? Come vuoi. Meglio così. Però fanno un buon arrosto”. Mi fa strada. E’ come se conoscesse la strada. La conosce certamente. Mi dispiace. Sono una stupida. Non c’è ascensore. Mi fa salire la scala davanti a lui. Lo so che lo fa per approfittare per guardarmi. Mi sento i suoi occhi addosso. Non mi imbarazzato più. Ho superato almeno quell’ostacolo. Fortuna che ho messo questa gonna. Mi sta proprio bene. Al piano mi prende un’ultima vampa di calore. Non presto troppa attenzione alle sue parole davanti alle porta. Credo di non sentirle. “Sai ancora stento a crederci, voglio dire, di essere qui con te. Se ci fossimo fermati prima a cenare sarebbe stata troppa attesa. Sarebbe stata snervante. Hai avuto ragione tu. Non sai da quando aspetto questo momento. Mi metti fretta”. Non so se ringraziarlo o rimproverarlo. Ormai credo di aver finito di pensare. Mi limito a seguirlo. Mi sento come un automa. Priva di volontà.
Mi informo qual’è la sua squadra del cuore. Ride e mi spiega che preferisce le donne. Provo una sorta di leggera gelosia. Mi rendo conto che non mi ha mai nemmeno sfiorata. Certo i suoi occhi parlano. E quegli occhi mi hanno spesso detto molte cose. Non so se dispiacermene. Credo di essere fortunata. “Scusami ma è la prima volta”. “Come”? “La prima volta che tradisco mio marito”. “Anche per me. Siamo pari”. “Come”? Se la ride sotto i baffi. “Che tradisco mia moglie con te”. Torna quel senso di vertigine. E’ come se mi trovassi solo ora davanti al fatto compiuto. Ancora non ci posso credere. La stanza è solo letto. Mi fermo sulla porta. C’è un senso di squallore. Mi prende per la mano per farmi entrare. Se la ride divertito. La sua mano trasmette sicurezza. Certezze.
Il mio imbarazzo cresce. Quel letto è fatto ma non sembra nemmeno troppo pulito. Forse ho bisogno del bagno. Forse sono solo nervosa. Lui accosta le tende. Mi sembra un gesto di cortesia. Cosa devo fare? Trattengo la domanda tra le labbra all’ultimo. Non posso farmi vedere così sciocca. Alla mia età. Lui non mi ha ancora baciata. Mi chiedo se lo farà. Se mi devo mostrare innamorata. Se devo usare le parole degli innamorati. Non può pretendere che gli dica che lo desidero. Dentro i miei panni c’è un’altra.
Inizio a spogliarmi risoluta. Senza darmi altro tempo per pensare. Senza alzare gli occhi. Senza guardarlo. So che mi sta osservando. Attento. La cosa mi mette disagio. Mi rende più incerta. Mi fa più impacciata. La cosa non mi da fastidio. Anche se non li vedo i suoi occhi sembrano dirmi grazie. Mi chiedo come mi vede. Spero di non deluderlo. Non ho mai dubitato altrettanto di me. Mi aspetta nel letto. Allunga la mano. Abbiamo lavorato assieme. Abbiamo riso. Scherzato. Ci conosciamo da tempo. E’ un altra persona. Mi accorgo che è nudo. Di una nudità che mi colpisce. Credevo mi facesse un altro effetto. Più forte. In fondo è rassicurante. Distolgo lo sguardo. Ride. Pare leggermi anche nei pensieri. Sono solo una stupida. Non sono la prima. Non sono l’ultima. Nel suo sorriso c’è orgoglio.
Cerco di non pensare nemmeno a quello. E’ l’ultima cosa. Non è bello fare paragoni. Non è corretto. Però… forse è solo perché devo ammetterlo a me stessa che la situazione comincia ad intrigarmi. Non mi sono mai sentita così. Forse è questa la ragione del tradimento. La molla. E poi dicono che le dimensioni non contano. L’ho letto da qualche parte. E’ come se lo vedessi per la prima volta. Mi sento una ragazzina. Cosa penserà di me? Non mi importa. Spero solo che mi veda bella. Di non deluderlo. Allunga la mano. E’ un invito e lo fa con un sorriso tranquillo. Ho tenuto le mutandine. “Meglio, preferisco farlo io”. Vorrei fuggire. Invece lo raggiungo. Lui è paziente. Decido che devo smetterla di pensare. Decido di accettare tutto. Mi nascondo tra le sue braccia. Siamo finalmente due amanti. Non vorrei che pensasse… Cerco di essere appassionata. Scaccio il pensiero di Alfio. Mi perdo in mille emozioni. Mi spiego che quello è sesso.
Mi sento dire una cosa che non credevo che avrei mai detto. Parlo ed è come se parlasse un’altra. La voce trema: “Sono abbastanza… troia per te”? Quello che Alfio mi ha sbattuto in faccia come offesa tra le mie labbra diventa invece una lusinga. Vorrei dirgli… fargli capire… che in fondo… gli sono grata. Guido non ha bisogno di interpreti. Sembra capire. Oppure non mi ascolta. Dimmi qualcosa. Mi piace sentire le sue labbra che sfiorano la mia pelle. Non so trattenere un brivido. Vuole che lo guardi. Mi trovo a suggerirgli dentro la mia testa. A sperare che faccia quello che spero che faccia. Che mi stringa più forte a sé. Che mi accarezzi i capelli. E poi le cose degli amati. Quelle su cui non ci si ferma a pensare. Quelle che eviti quando non è uno di questi momenti. Mi vergogno dei miei pensieri. In certi punti la sua pelle è liscia. Anche lì. Mi incoraggia.
Sei meravigliosa”. Sono ancora leggermente impacciata. Me lo sento dentro. Non può accorgersene. Cerco di mostrarmi sicura. Disinvolta. Cerco di fare quello che dovrei fare. Quello che lui si aspetta. Di non lasciare tutta la responsabilità a lui. Tutto il gioco a lui. Cerco di concentrami su quello che sento. Lo cerco. E’ incredibile ma… lo desiderò. E’ una fretta violenta. Lui invece riesce a controllare la sua impazienza. A preoccuparsi anche per me. E sono proprio io a dirlo: “Fallo”! A incitarlo. Senza ce ne sia alcun bisogno.
C’è emozione. Nella mia voce. Che mi prende tutta. Mi lascio trasportare. Mi abbandono. Non mi riconosco. Cerco una liberazione. Non so se mi piace. Se mi piace di più. Sicuramente mi sento lusingata. Gratificata. E’ diverso. Mi scordo dove sono. Perché. Con chi. Vorrei che durasse all’infinito. Mi sembra di averlo già fatto. Che questa storia duri da sempre. Di conoscerlo bene. Mi sento a mio agio. Ma questo l’avevo fatto solo nell’euforia del racconto. Trascinata dalle parole. Per dar soddisfazione alla sua bramosia. Non è servito nemmeno che me lo chieda.
Pensavo fosse, come dire, cosa che mi avrebbe ripugnato. Che ne avrei provato schifo. E vergogna. Che anzi non l’avrei mai fatto. Ne ero sicura. Certa. Quello no. Per non provare quel senso di schifo. Certo che ci si fanno delle idee in testa. Poi magari scopri che non è niente vero. Che niente è come te lo sei immaginato. Poi… è tutto così improvviso. In quel momento vorrei soffocarlo di coccole.
Mi abbraccia. Mi sussurra all’orecchio: “Dopo cena torniamo su”.
Giuramelo”.

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I. Ero stata imprevidente: ero tornata dopo di lui. Per di più prima mi ero fermata a prendermi una borsa. Una magnifica borsa di un magnifico rosso. Ne ero restata affascinata. Vaglielo a raccontare ad un tipo come lui che me l’ero dimenticata dal parrucchiere. Non mi aveva trovata. Era un animale nella sua gabbia. Girava su e giù per salotto e cucina. Così ero preparata al suo interrogatorio. Si vedeva dov’ero stata ma non voleva sentire ragioni. Troppo tempo. “Mi nascondi qualcosa”. In fretta ho messo in tavola. Era lampante che non era finita lì. Aveva guardato la partita e si era preparato a letto. Quando l’ho raggiunto fingeva di dormire, raggrumato nel suo angolino. Caparbio. Non mi ha degnata della minima attenzione. Nemmeno sfiorata. Anche se c’era stata la partita era sabato. Ci speravo ma la bufera era solo cominciata e la nuvolaglia si stava addensando. Eppure lo sapevo. Alfio è sempre stato geloso e la gelosia non sente ragione. Si innesca da sé. Ricordo un dramma per aver salutato un amico per strada. Un interrogatorio senza fine. Una settimana di stupide ripicche. Poi sono scivolata in un sonno profondo, cercando di non pensarci.
Il mattino mi son svegliata pronta a dar battaglia. Già i capelli non mi stavano più. Era chiaro che mi ero voltata e rivoltata durante la notte. Lui aveva già tirato fuori gli artigli. E si muoveva minacciandomi con una tazza di caffè fumante. Canottiera, mutande e ciabatte e un aria da guerrigliero indignato. “Non puoi dirmi che c’erano altre prima di te. Ci vai con l’appuntamento. E poi vuoi farmi credere che c’era il mondo intero”? Ho immediatamente perso ogni voglia velleitaria. La sua stupidità mi ha svuotata. “Guarda che sono stata veramente solo dal parrucchiere”. Pare non darmi retta. Piomba sulla poltrona. Si arma di telecomando. Finge di fermare la sua attenzione sul terzo. E’ teso e risoluto. In agguato. Pronto ad azzannare. Non disposto ad ascoltare che sé. Lo so e lui sa che lo so. “Lì ci sei andata ma non puoi sperare che me la beva. Tutto il resto del tempo dove sei stata? So che c’è qualcuno”. Non fosse drammatica la sua testardaggine mi verrebbe anche da ridere. Ne ho abbastanza di lui per avere anche altre fantasie. Basta lui a rovinarmi la vita. Maledetto il giorno che non ho deciso di farmi monaca. Non mi saprò mai abituare. Eppure ne ho vissuti momenti simili. E giorni interi. Settimane. Quando si mette un’idea in testa niente e nessuno gliela può togliere.
Alzo le spalle e decido di tacere. Pare che questa sia la peggiore delle offese. “Parlo con te.” –mi richiama alla realtà. Che io non abbia più voglia di parlare con lui è indifferente. Mica glielo posso dire. Sarebbe peggio. E’ comunque indifferente. Lui ha bisogno di rovinarmi la vita. Di esasperarla. Senza lasciarmi nessuna via di scampo. Il tarlo lo rode. “Ma per chi m’hai presa”? Rinuncio ad andare a finire di prepararmi. Mi siedo davanti a lui col mio caffè, mescolando lentamente nella tazzina. Pronta a sostenere la battaglia. “Hai sempre una scusa pronta. Da tua madre. Le spese. Il telefono che non senti. La parrucchiera. Un’ultima pratica da sbrigare. E quella più assurda dell’amica incontrata per caso, dopo tanto tempo. So io che amica. Tu che non hai mai avuto amiche. Mi credi scemo? E alla fine sei sempre fuori”. Forse coglie nei miei occhi un’aria di sfida che non c’è. “E poi, quei fiori, chi te li aveva mandati; vediamo”? “Tu, scemo”. “Beh! Non importa. Se non è quello è un altro. Magari li hai gettati prima che rincasassi”. “Ma cosa avrei gettato”. “Lascia stare che tu lo sai. E anch’io lo so”.
Mi arrendo. Raggiungo il bagno. Cerco di rendermi presentabile. I capelli non ne vogliono sapere. Ogni ciocca se ne sta per conto suo. Ritti come soldatini. Sull’attenti. Sembrano anni che non vedo un casco. Ho persino l’impressione che si siano persi anche i colpi di sole. Naturalmente è solo un’impressione. Mi segue anche lì. “Guarda che io ti faccio seguire”. Ci manca altro. Suona come una vera minaccia. Spero dica per dire. Che non l’abbia già fatto. Ci manca di buttarli in una panzana del genere. “Posso stare tranquilla almeno qui”? Passo alle unghie dei piedi. “No! Finché non mi dici la verità”. Mi sembra di impazzire. Di essere io, la pazza. “Guarda che mi scappa”. “Sei mia moglie. Un po’ di rispetto. E poi mica sarebbe la prima volta”. Non c’è verso. Non sarebbe la prima volta ma non mi è mai piaciuto. Non che mi scappi veramente. Ci ho provato. Non ha funzionato. Sembra imperterrito. Adesso se mi costringe come faccio? L’unico stimolo è di strozzarlo. Mi infilo le mutandine. Tolgo l’accappatoio. “Ma non ti vedi, anche adesso; sei facciata. Sembra lo fai apposta. Già! Non sai fare altro”. Non so proprio cosa intenda. Tutto vorrei. Soprattutto essere lasciata in pace. Non ho nemmeno la voglia di infilarmi sotto la doccia. Comincio a spalmarmi la crema. Si offre. Ci manca altro. Magari dice che mi piace. Che sono io che vado in cerca. Che lo provoco. Magari per farmi perdonare. Ma cosa? E poi non le voglio nemmeno sentire; le sue mani. “No! Grazie; faccio da me”.
Quando il mattino comincia così non sai più dove rifugiarti. Il telefono non squilla. Mi guardo allo specchio. Non sono poi così male. Gli uomini mi guardano ancora. Non mi interesso più a loro da quando ero ragazza. Da quando sono prigioniera di questa follia. Da quando sto con lui. Ma chi me l’ha fatto fare? Ero una ragazzina. Samuele era così carino. Pieno di premure. Suonava la chitarra. E mi ha anche dedicato una poesia. Poi… Lui m’era sembrato un uomo. Che stupida sono stata. In fondo non mi merita. E pensare che Guido è così carino. A volte ha attenzioni che mi imbarazzato. Non sa che dopo le pago io. Che quando siamo soli devo ingoiare le sue scenate. Eppure io non gli ho mai mostrato nessuna attenzione. Non faccio che rispondere con gentilezza. Direi anche con un poca di freddezza. Per farglielo capire. Certo che gli uomini sono dei veri imbecilli. E io sono una donna sposata. Doveva incontrarmi prima. E poi anche lui ha moglie. Cosa va cercando? Sembra che non possano fare altro. Pensare ad altro. A volte è anche un po’ malizioso. Ma mai quando c’è Alfio. Alfio non ne avrebbe motivo. Ma lui non ha bisogno di un motivo. “Io so farli i conti. Ti avevo chiamata alle tre. Non eri in casa e dal parrucchiere, massimo massimo, non si possono perdere più di due ore”. Ma che ne sa lui. Comincio a pensare che prima parlasse sul serio. Capace di farlo. Mi viene proprio da sbottargli in faccia: Fanculo. Lo guardo e cerco di metterci una buona dose di odio.
Meriterebbe che glieli facessi. Sono ossessionata. Non ne posso più. Vorrei buttare tutto all’aria. E tutto al diavolo. Alla fine cedo. Non so perché lo faccio. Sono disperata: “Hai ragione; mi son vista con qualcuno”. Sarei disposta ad ammettere qualsiasi cosa, purché la finisca. Qualsiasi cosa per non vedermelo davanti agli occhi. Però non so come cavarmela. In realtà vorrei ucciderlo. Credo che non si accontenterà. Che non basterà. Con sorpresa mi accorgo che non mi manca la fantasia. Cerco di sostenere il gioco. Mi sforzo. Mi sembra palese che si tratti di una bugia. Non le so dire le bugie. Ma se è quella che vuole; una bugia. Meglio quella di questa continua tortura. Di questa ossessione. Non ho esperienza. Credo che tutte le storie siano uguali. Mi posso salvare restando sul vago. E’ poi… mi aspetto uno schiaffo. Che sbatta la porta. Che se ne vada adirato. Furente. Furioso. Non so cosa aspettarmi. Un qualcuno suona finto. Fasullo. Forse dovevo dirgli: con uno. Che ne so. M’è venuta così. Un po’ impersonale. Certo che mi vengono le idee più stupide. E adesso che gli dico?
Invece stranamente quella mia strappata confessione sembra metterlo tranquillo. Ho un attimo di respiro. Mi chiedo se l’episodio si può concludere così. Ci spero. Per ora posso rilassarmi. Ho la tensione della rabbia appiccicata sul viso. Che poi tutta la sua magia del sesso io mica la vedo. Ne ho abbastanza, anzi fin troppo, di correre dietro a tutte le sue voglie. Di farmi trovare pronta quando mi cerca. Mi son sempre chiesta come fanno le altre. Ho sempre pensato che sono solo fantasie. Mi annoia. Chi è quella pazza che se ne trova un altro? Che si vuole tanto male? Quello che ho è già uno di troppo. Noioso e preciso. Tranne quando lo prende l’euforia. Ed è anche peggio. O quando fa cilecca. Che è peggio ancora. Insomma non è altro che un uomo.
Dopo un po’ torna. E’ tutto accomodante. Suadente. Vuole sapere. Me lo potevo immaginare. E’ come temevo. E ora? Cosa cavolo mi invento? Temo, se possibile, d’aver fatto anche peggio. Ha quell’aria bastonata. Ma perché siamo sempre così Stupide? Povero cucciolo. “Dove”? Mi fa incazzare. Mi ci vuole un attimo per capirlo. Per interpretare le sue parole. Cosa ti importa? Da non credersi. “In un posto così. Non mi va di parlarne”. “Adesso me lo devi dire. In macchina”? “No! In uno di quei posti”. Come sono stupida. E proprio così mi sento; stupida. Candidamente stupida. Come invidio quelle che hanno sempre una scusa pronta. La scusa buona. Per un attimo persino quelle che lo fanno veramente. Ho sempre pensato male di loro. Almeno loro sanno cosa dire. E magari a loro queste cose non succedono.
E’ proprio vero che chi li ha è sempre l’ultimo a saperlo. “E’ tanto che dura”? “No! non molto”. “Quanto”? “Solo un po’”. Ma in fondo a suo modo è ragionevole. Non pretende delle risposte, come dire, esaurienti. Gli basta la mia attenzione. Una risposta vale un’altra. Solo a tratti parla come se le sue parole fossero dettate da un rimorso. “Lo dicevo io. Vedi che… ho sempre avuto ragione”? Mi distraggo un attimo. “Chi è”? “Chi è chi”? “Chi è lui”? Sempre la domanda che non ti aspetti. “Non lo conosci”. “Conosco tutti quelli che conosci. Dove l’hai incontrato”? E ora che gli dico? E’ incalzante. Non si arrenderà facilmente. Non su questo punto. E se mi chiede di descriverlo? Buttò lì il primo nome che mi viene in bocca. Non so perché, non c’è nessun motivo. So solo che devo continuare: “Guido”. “Guido Guido”? La storia comincia ad annoiarmi. Comincia ad intrigarmi. “Guido Guido”. Ci pensa un po’. Mi guarda con attenzione. S’infuria ma non ne è del tutto convinto. “Ti faccio vedere io cos’è un vero uomo. E poi l’ammazzo”. Parole dette per dire. Non ha mai avuto altro coraggio che quello delle parole. E anche quelle solo per quelle dette con me. In casa.
Mi viene vicino. Ha occhi strani. Ho ancora un po’ di timore. Non l’ho mai visto così. Le persone non si conoscono mai abbastanza. “Come”? “Come cosa”? “Ormai non puoi mentire. Come l’avete fatto? Ora che hai cominciato voglio sapere tutto”. Non credevo di avere tanta fantasia. Vuole i particolari. Tutti i particolari. Proprio io che non sono mai riuscita a parlare di queste cose. Nemmeno da ragazza. Nemmeno con le amiche. Che credevo di non poterlo fare nemmeno sotto tortura. Ma l’amore non ha molta fantasia. E io glieli do dettagliatamente. Mi accorgo istantaneamente che ha quegli occhi: iniettati di libido. Non li vedevo da tempo. Anzi ho il dubbio che glieli vedo per la prima volta. Basta poco a convincerlo. E farglieli sgranare. Interessato. Ne provo quasi un sottile piacere. Una sorta di importanza.
Il ceffone non arriva. Nemmeno alza la voce. Mi invita a seguirlo con un cenno. Senza dire niente. Lo accompagno di là. Mi prende disperato. Nasconde la faccia tra i miei capelli. Mi sospira dosso. “Sei una brutta…” e mi chiama con un epiteto che non è da lui. Che non gli avevo mai sentito dire. Offensivo. Detto con rabbia. Ma non c’è solo rabbia nella sua voce. Ha un suono strano. Non so se dovrei mostrarmi offesa. Le sue mani mi accarezzano. Sembra contento di portarle. Finalmente soddisfatto. In un qualche strano modo orgoglioso di me. Ma anche, dio lo sa perché, di sé. Forse di avere una moglie per cui essere invidiato. Forse non gli basta la mia pazienza. Forse… se lo avessi saputo prima… Sono esterrefatta.
E pensare a tutte le volte che ho finto di non vederle quelle tracce di rossetto. Gliele ho dovute pulire io. In silenzio. E’ proprio vero che chi sbaglia pensa che gli altri siano uguali. Vorrei dirgli che può dirlo a sua madre quello che pensa di me. Naturalmente viene troppo presto. Lo lusingo. Gli dico che è piaciuto anche a me. Molto. Moltissimo. Che non è mai stato tanto appassionato. Nel suo piccolo questo in qualche modo è vero. Ho il sospetto di aver fatto un guaio. Di essermi cacciata nei guai. E di aver coinvolto anche chi non ne ha colpa. Di essermi inventata una storia più grande di me. Dovevo insistere con la storia dello sconosciuto. Ma poi cos’è la verità? E’ questa la verità che vuole.

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