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Posts Tagged ‘vita matrimoniale’

Nello studio tutto ordinato il giovane avvocato, con un aria molto paziente, si rivolge alla sua prima cliente: “Mi chiami pure avvocato”.
La sposina è una giovane donna elegante, bella della sua giovinezza, ma dall’aspetto un poco freddo e accigliato: “Avvocato devi chiederlo a Lui, al mio signor marito, se non è tutto vero. Chiediglielo e poi ridiamo. E’ proprio tutto da ridere. Se non fosse che mi ha rovinato la vita: Anzi no, lasciamo perdere, meglio che parli io”.
Il marito può avere, su per giù, la stessa età della donna; magro e abbastanza alto, curato anche nei particolari, porta occhiali con montatura leggera in metallo: “Che parole grosse per niente. Lo so che la faccenda sembra strana. Tutte le cose che non sono frequenti, che escono dai comportamenti di tutti i giorni, possono sembrare strane. Ma strano poi perché? Strano è solo che tu, cara, abbia voluto fare tutto questo polverone e mettere di mezzo estranei. Sbattere i nostri panni in strada. Scusi sa! non per lei avvocato. Se permette le spiego; almeno per quello che consta a me”.
L’avvocato guarda entrambi con un sorriso comprensivo: “Niente! non è niente! Eppure sembrate persone tanto ragionevoli, possibile che non si possa addivenire ad un accordo. Dirimere la questione in via amichevole e trovare un modo di pacificazione? Io sono sicuro che troveremo assieme un punto di riconciliazione”.
La sposina ha il pepe addosso; lampi di rabbia ne illuminano gl’occhi dando luce all’intorno. Perde piccoli sorrisi sarcastici che lancia al marito e sorrisi di cortesia per l’avvocato. Tutto questo da vivacità e significato a quel viso; gli dona ricchezza e movimento: “Lui spiega. Ma cosa spiega Lui? E’ ridicolo. Ma come si può avere la spudoratezza di parlare. E tu, fai presto tu, avvocato a parlare, ma con chi stai? e non fare l’avvocato; vorrei vederti te nei miei panni; pur con tutte quelle tue parole. E allora vedere se parli così”.
Il giovane avvocato si difende spostando e rispostando distrattamente le poche cartelline pressoché vuote accatastate davanti a lui, sulla pesante scrivania: “Andiamo con ordine, per favore; cominciamo dall’inizio e con calma. Se non vi dispiace vi chiedo io… perché vorrei capirne qualcosa di questa ingarbugliata storia. Al di là di quello che lei, signora, mi ha detto per telefono e anche delle aride parole scritte che molto non dicono e che sembrano scritte per non far capire e che poi non ho neanche avuto il tempo di guardare”.
La sposina sorride solo a lui e insuperbisce il volto nell’ignorare volutamente il marito rappresentando melodrammaticamente il ruolo di chi detesta: “Fai pure; come vuoi”.
L’avvocato sembra rasserenato d’aver trovato una prima soluzione, d’aver messo ordine nella tempesta che sembrava per scoppiare. Sa che finché parla lui gli sarà più facile mantenere ordine e governare la situazione: “Allora da quanto tempo è che siete sposati”?
Il marito parla molto composto misurando le parole e centellinandole come un vino prezioso: “Anch’io continuo a pensare che tutto non si possa che riaggiustare. Certo è un piccolo capriccio di donna anche se non me lo aspettavo proprio da mia moglie. E’ una donna molto sensibile, lei non può nemmeno immaginare quanto. Con lei riesco a parlare di tutto ma proprio di tutto. Ci siamo sposati circa tre mesi fa. Ci siamo maritati esattamente il 2 novembre”…
La sposina, che esaurisce velocemente la sua pazienza condita di commiserazione, lo interrompe bruscamente: “Tu, avvocato, devi dire a quello… al mio signor marito che deve lasciare parlare me. Non sono forse io che… la parte in causa. Si! quel disgraziato giorno è stato proprio circa tre mesi or sono; il due di novembre. Una giornata di… ricordo ancora che pioveva …e poi dicono sposa bagnata”…
Il marito sembra in grado di continuare a controllare completamente le proprie reazioni: “Non mi sembra il caso, cara, che fai così. Tutta questa acredine e realmente esagerata e immotivata. Non vedi che rischi di sfiorare il ridicolo e farci ridere dietro. E poi il signor avvocato finirà con il non capire niente”.
La sposina, come fosse indignata, non regala uno sguardo al marito: “Ridicolo un corno. E poi tu, avvocato, digli che non si deve intromettere e che non si deve più rivolgere a me”.
L’avvocato ancora paziente: “Calmatevi, per favore, e parliamo uno alla volta. Mi spieghi lei allora, signora, che forse è meglio”. E si sbottona la giacca.
La sposina liscia la gonna, la corta gonna che finisce poco sopra le ginocchia, e si dà un contegno: “Bene. Allora, stavo dicendo prima di essere interrotta da… da quell’essere infame”.
Il marito sorride alla moglie che visibilmente fugge lo sguardo girando violentemente il capo: “Non ti sembra di essere eccessiva; cara”?
La sposina sembra sul punto di infuriarsi: “Lo senti? lo senti? avvocato, se poi vengo interrotta sempre, forse è meglio… forse… non riesco a spiegarti. Eccessiva… poi. Come tutte le donne, qual’è quella donna –e la voce si fa concitata– che non lo sogna? Ho sognato tutta la vita il matrimonio in chiesa, l’abito bianco, la gente che ti guarda con ammirazione e che piange perché ti vuole bene, i fiori e la chiesa preparata a festa, e tanti fiori, e gli invitati al pranzo con i brindisi, e tutte quelle cose lì; insomma. Mi ero già raffigurata tutto”.
Il marito, mentre scrocchia nervosamente le dita in segno di imbarazzo, cerca un sorriso molle per la donna senza riuscire ad incrociare il suo sguardo: “E non lo hai avuto; tutto questo? Con quello che ci è costato… un abito bello come il tuo non si vedeva da anni”.
La sposina indispettita si alza, fa due passi attorno alla sedia, torna a sedersi; la gonna le lascia leggermente scoperte le gambe: “Vuoi farlo stare zitto; insomma. E poi i soldi, dei soldi si preoccupa Lui. Fossero i soldi”…
Il marito paziente, anzi servile: “Vorrei solo aiutare e capire cosa veramente mi si può rimproverare”.
L’avvocato interrompe l’uomo: “La prego! lasci parlare sua moglie”. e si allenta la cravatta.
La sposina ha un sorriso di trionfo verso l’avvocato: “Ecco, bravo! finalmente hai capito. Lo vedi avvocato, lo sa, lo sa bene –e sussurra– quel verme, –poi riprende col tono precedente– lui, avvocato, lo sa benissimo cosa c’è che non va. Lo sa benissimo e poi fa finta di non capire e fa quella faccia da finto tonto che mi da tanto sui nervi”.
L’avvocato le sorride e sprofonda nello schienale della poltrona con l’aria di chi si accinge ad ascoltare con tutta la propria comprensione una lunga spiegazione: “La prego! non si interrompa, signora. Vada avanti e cerchi di essere il più chiara possibile. Cosa c’era che non andava nella cerimonia”?
La sposina fulmina il marito con un unico sguardo d’acciaio e si aggiusta il collo della camicetta con civetteria tornando a rivolgersi all’avvocato: “Ecco, vedi, scusami ma mio marito fa di tutto per confondere le cose e per non farti capire. Poi io passo per una povera scema e Lui, quel coso…. alla fine spera di aver ragione”.
La sposina alzandosi: “No! no! per carità! nella cerimonia è andato tutto bene e tutti hanno pianto e dovevi vedere anche tu, avvocato, con quanto impegno tutti piangevano. E io ho lanciato i fiori ad Elvira; ma chissà se mai li raccoglierà per davvero quella stupida che, certo che anche con quel fisico, ma aspetta sempre l’uomo che non c’è e io gliel’ho detto sempre che deve prendere le occasioni al volo altrimenti il tempo vola prima ancora che se ne possa accorgere e poi si ritrova sola e inacidita dentro. Non ritieni anche tu avvocato? non ho forse ragione? Ma lei è testarda, sai avvocato come sono testarde quelle donne che non hanno mai imparato a camminare coi piedi per terra, mentre io… non per dire. –Si accosta a un quadro appeso alla parete– E’ originale questo o è una stupida copia? Intendevo dire che ci vuole praticità nella vita”.
L’avvocato segue con lo sguardo la donna e ne valuta la figura impreziosita dal vestito elegante: “E allora, signora, cosa c’era che non andava? Mi faccia capire”.
La sposina tornando sui suoi passi: “Di solito sono una ragazza calma; calma e riflessiva. Ma anche tu avvocato, se ti fossi preso la briga di leggere, non dico tanto, avremmo fatto certo più in fretta. Ora almeno cerca di portare un po’ di pazienza e di prestarmi ascolto. Se ti ci metti anche tu non riuscirò mai a spiegarmi”.
La sposina sedendosi: “In chiesa è andato tutto bene, ancora mi commuovo a pensarci; che mi viene una rabbia… E il prete ha fatto un bellissimo sermone. Si! si! per quello che conta, per tutta la vita ha detto; anche al ristorante è andato tutto bene, tutto a base di pesce, tante portate che si era perso il conto, e un torta enorme e tutti contenti a gridare e a inventare brindisi e a lanciare le solite frasi sibilline, anzi proprio esplicite, proprio questo, e giù tutti a ridere e alla fine eravamo anche noi un po’ brilli. E’ stato dopo. Tutto è cominciato dopo. Per meglio dire tutto è finito; dopo”.
L’avvocato mostrando di sforzarsi per capire: “Come dopo? Si spieghi meglio signora”.
La sposina assume brevemente un’aria di sufficienza: “Dopo. Per dopo intendo dopo. Dopo vuol dire solo dopo. Ne più ne meno dopo. Come faccio a spiegartelo? non fare l’ingenuo più ancora di quello che veramente sei. Quello che non ha funzionato è quello che è successo dopo. O per meglio dire quello che non è successo dopo. Mi spiego meglio. Come dicevo tutte le donne sognano il giorno del loro matrimonio tutta la vita ed è un giorno importante”.
L’avvocato: “Continuo a non capire”. E slaccia il bottone del colletto della camicia.
La sposina in modo indisponente; gira un tagliacarte fra le dita poi, parlando, lo ripone sulla scrivania: “Ma ci fai o ci sei? Ogni donna sogna tutta la vita il giorno del suo matrimonio, ma… come dire, sogna il giorno ma anche la notte. Quella che chiamano luna di miele. Quella maledetta prima notte. Il giorno tutto bene, dicevo, ma la notte niente”.
L’avvocato scotendo leggermente la testa come cominciasse a sentirsi confuso: “Vuole dire… niente”?
La sposina ancora più indisponente: “Ecco, bravo il mio avvocato, vedi che se hai pazienza, e ti impegni, cominci a capire anche tu. Allora, …senza essere volgare, ce ne siamo andati in macchina, fra i lazzi e gli schiamazzi degli amici e dei parenti, come ti ho detto e come si può immaginare, trascinando i soliti barattoli (una catena lunga alcune centinaia di metri almeno) e durante tutto il viaggio avevo continuato a fantasticare, si! era stato un viaggio sufficiente per sognare quella notte tanto che quello che mi aspettava mi aveva riempito la testa, dietro i barattoli ballonzolavano e richiamavano l’attenzione della gente, e il portiere dell’albergo ci aveva lanciato un signori e un sorriso carichi di malizia, e la direzione era stata tanto carina e ci aveva inviato una bottiglia di spumante buono che tanto dopo ce l’hanno fatto pagare, questo è certo, e quando siamo stati soli ho chiesto di andare in bagno e tutti i miei sogni si sono ripetuti in un solo istante dentro quella stanzetta nascosta dalla porta e mi sono lavata e profumata che dovevo sembrare una di quelle, senza togliermi il trucco perché volevo apparirgli bella il più possibile, e mi sono messa una vestaglia che avrebbe fatto risuscitare anche un morto e quando mi sono guardata allo specchio ero bella che adesso può anche non sembrare forse ma ero bella sul serio perché ero ancora tutta preparata mentre oggi sono uscita di fretta così com’ero, ma quando sono uscita, ci avrò magari messo anche molto, ma quando sono uscita …insomma niente. Lui ha continuato a leggere e basta”.
L’avvocato mostra sorpresa: “Mi sembra di capire che lei rimprovera qualcosa a suo marito per la prima notte di nozze”?
La sposina spalanca gl’occhi: “Qualcosa per la prima notte di nozze? Io rimprovero a …quell’ …uomo tutto, altro che la prima notte di nozze. Rimprovero la sua indifferenza. Rimprovero la sua crudeltà. Lo rimprovero di non avermi guardata punto come fossi trasparente di cristallo. Ma non corriamo troppo”.
Il marito sembra annoiarsi: “Niente! non mi sembra proprio preciso; anzi esauriente. Si può anche pensare che non ti abbia guardata nemmeno”.
La sposina con un lampo degl’occhi, talmente rapido da essere quasi impercettibile, uccide il marito che finge di continuare a vivere solo per far lei dispetto: “Sentitelo! Mi ha detto qualcosa del genere che non gli sembrava il caso, con tutta l’indifferenza di cui può essere capace un verme. Che non lo trovava necessario, capisci? Anzi, non mi ha detto proprio niente. I suoi occhi fatui e vuoti si sono alzati solo un attimo e non mi ha nemmeno veduta ed è tornato a leggere. Provai un’enorme stretta al cuore. Non so se si può dire, si! l’avvocato è come il confessore infondo, mi sono rimessa le mutandine e sono andata anch’io a dormire; spero solo che tu possa capire cosa vuol dire questo per una donna”?
L’avvocato stacca gl’occhi della donna per guardare verso l’uomo in modo impreciso: “Vagamente. Credo di sì”. E si asciuga il sudore dalle mani con un fazzoletto di carta profumata che estrae da un distributore in cartone leggero appoggiato sopra il tavolo.
La sposina pretende l’attenzione dell’uomo di legge tutta su di sé: “Credi? Proprio un uomo mi doveva capitare. Voi credete sempre di capire ma poi… sempre uomini siete. Insomma mi sono detta sarà la prima sera, forse è in qualche modo imbarazzato, e che ne sò cosa può passare per la testa di un novello sposo, e poi nemmeno io ero mai stata sposata. Forse è emozionato. Certo che non è una grande consolazione. E allora ho provato ad aiutarlo. Gli sono anche andata vicina, veramente mi sono proprio attaccata a lui, gli sono andata addosso e gli ho strusciato il seno sulla schiena, e ho un seno che è bello sodo, non c’è che dire –e con fare provocante si rassetta la camicetta sul seno– ma di questo mi devi credere sulla parola, comunque non sono certo tette –col palmo della mano accarezza la stoffa e anzi la fa aderire alla forma del corpo per mettere in evidenza le rotondità del suo seno e poi si slaccia un bottone– che si possono ignorare ma, se anche poi il messaggio non lo avesse capito, nel dubbio, l’ho persino toccato. E’ stato allora e solo allora che mi ha detto quella cosa come ‘non mi sembra il caso’. Ma cosa vuol dire non mi sembra il caso? Tutto e niente. E’ stata una notte d’inferno e ho anche faticato a prendere il sonno e lui gentilino gentilino mi chiede con quel fare cortesemente stupido se la luce mi da fastidio. «Vuoi che la spenga? cara!» mi dice l’imbecille sdolcinato”.
Il marito verso la donna in modo suadente: “Ti prego di non fare così! cara. Non essere volgare con l’avvocato. Mi chiedo che idea si può fare di noi”.
La sposina scuote la testa in un colpo secco come a cacciare le parole del marito: “Se intendi delle mie tette non si può che fare una bella idea, se invece intendi di qualcos’altro non si può che fare l’idea di quello che sei. Ma perché proprio a me poi doveva capitare un uomo… un uomo… così? –solo allora si rende conto di essersi rivolta direttamente al marito e ha un moto di stizza– Avvocato! come te lo devo dire che non voglio essere interrotta da lui e che non gli voglio parlare? Insomma, lasciamo stare il mio petto. Non è poi questo che qui conta ma volevo solo farti capire che non ho nulla di cui rimproverarmi. Poi proprio a Venezia dovevamo andare. Venezia, non so se ci sei mai andato, è una città che non perdona. Ci sono solo amanti, cioè innamorati, e gondolieri. Non per niente tutti lo sanno che è una città puttana”.
L’avvocato: “Se mi vuoi aiutare –ma subito si corregge– …signora, se mi vuol fare capire, cerchi di attenersi ai fatti”.
La sposina ha un sorriso diabolico: “E questi che cosa sono se non fatti? Avrei dovuto sospettarlo durante quando eravamo fidanzati che tutti gli altri non se lo erano mai fatto ripetere. Ma pazienza la prima notte. Sarà stata la prima notte, mi son detta. E così andiamo in giro come sposini e come turisti per questa città che come ho detto è… ti affascina sempre. Andiamo in giro tutto il giorno con gl’occhi pieni di meraviglia, stavo dicendo, e lui è stato tanto premuroso e coccolo ma poi la notte niente; anche la seconda notte niente. Avevo fatto tutto anche meglio della sera prima e anche se non era proprio la prima ed era invece la seconda mi sarei accontentata lo stesso e sarebbe stata ugualmente la nostra prima notte. E invece niente. Eh no! dico io. Mi ero proprio indispettita. Va bene una ma anche la seconda; questo non lo potevo proprio sopportare. Gli ero andata addosso con il mio respiro sul collo, dentro le orecchie, in lui e ancora lo avevo toccato e provocato che più di così non si può e, non per modestia, ma ci so fare quando mi ci metto. Mi devi ancora credere. Ma lui niente. Mi ha detto «stai buona, cara» e che non lo trovava necessario. E io continuavo a dirmi che tanto ogni notte era buona per essere la prima notte ma cominciavo a sospettare di illudermi e che qualcosa non andasse”.
Il marito mostra un ombra di sorpresa: “Io non vedo niente di strano. E di illuderti poi non ci ho mai provato”.
L’avvocato distratto dall’uomo: “Scusi, taccia lei e lasci parlare la signora”. E ha un gesto sfuggente d’intesa con la giovane sposa.
La sposina lo coglie al volo e trionfa: “Ecco! bravo, lo faccia star zitto; finalmente. Necessario… un boia, dico io, certo che è necessario e allora lui mi rigira con un mare di parole e con un’infinità di discorsi pieni di assurde scuse, come sa fare bene e ha sempre fatto, e io penso che forse forse sono stata cattiva con lui e troppo severa e che qualcosa non va e che bisogna avere pazienza; ma quale pazienza? Tutta la luna di miele, di miele –e ha un tono fortemente derisorio nella voce– la chiamano, è stata così: di giorno Venezia e di notte niente. E di notte pazienza. E dopo il ritorno così ancora; una vita completamente senza sale. Ogni sera c’era una scusa nuova, non proprio una vera scusa ma, insomma, riusciva in qualche modo a trovare il modo di non farlo. E non che io non ci abbia provato in tutti i modi. Una donna non dovrebbe essere costretta a tanto. All’inizio con modi più velati, per esempio lo pregavo di porgermi l’asciugamano, che fingevo di scordare, mentre in bagno mi facevo la doccia ed ero tutta nuda ma lui era come se non vedesse. Oppure lo pregavo di insaponarmi la schiena e lui ancora niente; proprio come se non capisse, come se parlassi in arabo, e le sue mani fossero insensibili, guantate di guanti che non lasciano filtrare nessun calore ne forma, eppure sono una donna… e allora dopo la schiena anche il resto. In tutti i modi ho cercato di provocarlo. Mi vergogno, e ne arrossisco, solo a pensarci. Poi sono stata anche più esplicita”.
L’avvocato poggia lo sguardo sulle ginocchia della donna: “Più esplicita quanto? Mi scusi signora, ma …prima”?
La sposina si accorge degl’occhi dell’avvocato con palese soddisfazione: “Esplicita esplicita. Gliela ho messa in mano nel vero senso della parola, proprio in mano e lui come se niente fosse dopo un attimo di indifferenza si è scostato. E poi prima? Prima, mi sembra un secolo fa. Prima era stato come e fra tanti i fidanzati come ho già accennato. Era stato sempre caro e dolce, molto comprensivo e corretto. Forse un po’ troppo corretto e noioso. Ma eravamo fidanzati. Non che fosse la mia prima volta. E’ naturale che avevo avuto altri prima di lui e sapevo bene come vanno le cose, si non ero proprio una novellina. Anche in base a questo posso affermare che quelle notti le ho provate tutte. Avevo avuti altri, dicevo, ma lui era così per bene che piaceva tanto anche a casa, aveva una buona posizione e come parlava bene. Ecco, maledette le parole. E io stupida l’avevo preso per rispetto e allora mi ero rassegnata e mi ero detta tanto vale; non che fosse stato facile e che in cuore mio avessi messo così facilmente da parte ogni speranza ma poi non sò nemmeno io come ma è andata così. Quanto meglio era… lasciamo stare, almeno lui non parlava punto e andava subito al sodo. E invece, con questo qui non si arrivava mai al sodo; cazzo! Ecco, cazzo, questo era il punto, si parlava tanto e poi si parlava ancora e se ne restava lì moscio e io con un pugno di mosche in mano; anzi con il pugno di pelle di niente, in mano”.
L’avvocato cerca di sostenere lo sguardo della donna: “Vuole dire che né prima né in tre mesi…”?
La sposina divertita: “Proprio così, spero che adesso cominci a capire. In tre mesi niente. Nisba! Tre mesi di giorni ma soprattutto tre mesi di notti e niente. Glielo proprio sbattuta in faccia, e mica faccio per dire, mica a parole. Le ho provate tutte”.
Poi l’avvocato si rivolge all’uomo che infondo rimane di una tranquillità impassibile: “Ma lei… insomma”?
Il cadavere del marito imperturbabile; incapace di emozione: “Mi si lasci parlare; finalmente. Posso spiegare. No! non credo di aver nessun problema, anzi ne sono sicuro, sono un uomo normalissimo. Mia moglie non è la prima donna della mia vita, non è la prima neanche per me, ci mancherebbe altro. Ci conoscevamo da tre anni e con lei mi sono sempre trovato bene ma non so come spiegare… Lei sapeva ascoltare bene e anche quando parlava non era mai sciocca. Ammetto che non è facile trovare una donna come lei, almeno così mi sembrava, e ancora adesso lo credo. Lei non solo mi sa ascoltare con attenzione e pazienza ma mi sa anche capire, e sa rispondermi cose sensate e sembra amare le stesse cose che amo io. E’ per questo che mi sembra tutto tanto assurdo. Come posso essermi sbagliato? In certi momenti provavo quasi più piacere ad ascoltarLa che a parlare. Ma, lo dica lei, cos’è una moglie se non la migliore delle amiche possibili? Non è forse qualcosa che sta là in alto, sopra ogni cosa; quella persona a cui puoi dire anche le cose che hai sempre nascosto in fondo a te stesso? C’è qualcosa di più? Non deve essere forse questo una moglie”?
L’avvocato con fare di rimprovero: “In linea di massima o di principio non posso darle torto. Ma non pensa che una moglie può non essere solo questo”?
Il marito indifferente, le pupille vuote, il corpo comincia a esalare i fetidi vapori funerei: “Non riesco a capire? Mi sembra così semplice eppure così naturale. Possibile che neanche lei non riesca a capire. Mia moglie per me è una grande amica. Certo la più grande delle amiche. Una donna a cui non potrei mai mancare di rispetto. Si può amare con tanta forza, tanto intensamente e venire rimproverati per questo? Si può rimproverare un amore tanto grande fino a trasformarlo in colpa e usarlo per mandare a monte un matrimonio, per chiedere una separazione, che poi è una cosa sempre dolorosa per tutti? E’ una colpa amare tanto”?
La sposina ormai trionfa sulla morte: “Naturale e semplice un paio di balle. Amica! sai dove me l’attacco quella amica? Lo puoi immaginare avvocato dove io mi attacco quella amica? Certo che lo sai dove che me la attacco. Non sei un ragazzino più nemmeno tu. E poi, per dirla tutta ha anche una pronuncia francese che fa schifo. I maudit vuole citare e quando lo fa è la loro maledizione. Lo chiami amore questo amore? dove non si fa mai all’amore? Ma almeno tu mi vuoi capire”?
La sudorazione dell’avvocato è diventata una tempesta: “Signora io capisco ma la prego di controllarsi”.
La sposina si accalda: “Ascolta me ora, pezzo di pervertito, e ascoltami anche tu avvocato, come posso controllarmi? Fosse facile eppure le senti le idiozie che dice?Rispetto. Amica. Amica un piffero. Io non sono Carlotta, ne tanto meno Madre Teresa di Calcutta, e non lo voglio essere; perdio. Sono una donna giovane e sana. Una donna –la sposina si alza– che le ha tentate tutte. Tutte per un amore da niente e non mi sono mai sentita così sporca; anzi –la voce si trasforma e passa dai toni freddi e taglienti a toni morbidi e suadenti fino a toni morbidissimi e fascinanti– così porca. Una troia, una troia sono diventata per lui e lui manco mi guardava. Ma come puoi capire tu, avvocato. Ecco! guarda. si può rinunciare a gambe come queste? hanno qualcosa che non va queste gambe? –e si alza con una lentezza esasperante le gonne per scoprire le gambe– Non sono forse perfette? Io non ho niente di cui vergognarmi. Posso mostrarle, io, le gambe e anche il resto”.
L’avvocato, nell’avvicinarsi della donna, è visibilmente imbarazzato, la sua bocca è secca e si rintana nella poltrona senza riuscire a fuggire: “No! certo che no! ma la prego signora”…
La moglie sempre avanzando lentamente verso l’avvocato è costretta a girare torno alla scrivania e continua a sollevare le gonne: “Lo vedi come sono perfette, e senti che carni sode che hanno. Io sono una gran donna e lui mi getta via e mi tratta come una puttana. Manco mi guarda il mandrillo. Ma si può rinunciare a una donna come me? E il meglio devi ancora vederlo; te lo giuro. Più su è ancora meglio; adesso ti faccio vedere io avvocato il paradiso. Il mio amore non è mica una di quelle passerine tutte raggrinzite o tutte pasticciate. E’ carne di prima scelta, senti qua. –la voce della donna perde veemenza e diventa suadente e morbida– Però, guarda il signor avvocato come suda. E come si è fatto rosso. E come si fatto gonfio il porcellino. –ormai è sopra l’avvocato– E dire che non si sarebbe pensato proprio. E come si è fatto grosso. Chi l’avrebbe mai detto. E come ti si è fatto duro. Fammi sentire e non fare il villano. E senti che buon sapore hai, sapore di avvocato. Non avevo mai assaggiato un avvocato. Non mi scappi più caro mio”.
L’avvocato guarda implorante verso il marito poi gl’occhi si fanno una polla d’acqua ferruginosa e lo sguardo si perde nel niente: “Devo dirvi la verità: voi siete i primi clienti della mia vita, e vorrei tanto accontentarvi, in qualche modo esservi utile. Ma anche lei, benedetto uomo, possibile che non possa fare un piccolo”…
Il marito ora sembra sicuro di sé e parla più tranquillo anche sfruttando della distrazione della moglie: “Ho provato, ho provato, ho provato a dirglielo in tutti i modi. Lo vede ora, caro avvocato, lo vede anche lei com’è la situazione. Mia moglie ne sta facendo una malattia per niente. Povera cara, forse è stata la tensione delle nozze, ma credo che lei ne abbia fatto una fissazione. Ma di cosa si può lamentare? non le manca niente. Non ci manca niente. Io la amo troppo. Ho cercato di spiegarglielo in tutti i modi. Io la amo più della luce dei miei occhi, parlerei con lei notti intere perché nessuno è mai stato come lei per me ma come faccio a farglielo capire se lei non mi vuole più parlare”?
C’è un interminabile attimo di silenzio, rotto solo dai sospiri affannati dell’avvocato, poi la donna si alza, si passa il dorso della mano sulle labbra e guarda i due uomini con uno sguardo chetato: “Forse hai ragione avvocato e io sono proprio una stupida. Sono proprio contenta di essere venuta da te. Forse ho esagerato ma cerca di capire, mettiti nei miei panni, anzi lascia stare perché nelle mie mutandine non saresti proprio una bella figura; ma dimmi allora, a parte gli scherzi, una ragazza seria sogna il matrimonio tutta la vita e poi si trova fra i piedi questo schifo qua. Cosa deve fare? Allora perché ha sognato tanto? Una donna a modo dovrebbe farlo solo col proprio marito, farlo e non andarlo a raccontare in giro, io.. io mi trovo a raccontare che non lo faccio, e invece io proprio con lui non lo posso fare e lui mi ha sposato. Ma si! forse a volte sono solo convenzioni; –e si rivolge al marito– e tu sbrigati che dobbiamo andare”.
Lei si è rassettata e mentre marito e moglie si alzano per uscire l’avvocato senza potersi alzare dalla sedia: “Ma signori, e per la parcella”?
La moglie girandosi brevemente e lanciandogli un ampio e luminoso sorriso: “Lasciamo stare, avvocato per oggi offre la ditta. Vorrà dire che anche questa volta l’ho fatto gratis e non sarà certo questo a rovinarmi. Tanto… Sarà per la prossima volta. Arrivederci. Ricordati di rimetterlo via e di chiuderti i calzoni. –ridacchia prima di proseguire- Nel contempo cerca una soluzione per il mio piccolo problema perché non può continuare così e non è che poi neanche tu alla fine, con tutte le tue …parole, mi hai convinto troppo”. E strizza l’occhio.
Solo dopo che la coppia è uscita dall’ufficio l’avvocato cerca di ricomporsi: “Vediamo il prossimo, il secondo cliente della mia vita; e speriamo bene”. Ma i suoi occhi sono rossi e stanchi.¹


1] scritto circa il 20 marzo 2002

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Lui amava come lei preparava la zuppa con i fagioli facendola addensare con un paio di patate schiacciate crude quando la poneva sul fuoco e lasciandola molto a consumarsi. Per fortuna lei aveva imparato a decifrare anche i suoi grugniti perché non era uomo da dare troppe soddisfazioni. Al massimo si lasciava sfuggire un sorriso alzando appena gli occhi, ma questo solo quando aveva anche intenzioni d’altro cioè quando in testa gli si cominciava a formare una voglia per la notte. Era molto più semplice e succedeva molto più spesso che ci trovasse qualcosa da ridire. E’ sempre facile parlare per chi se ne sta comodo seduto ad aspettare. Questa volta era stata lei ma lei non era brava per le lusinghe. Voleva prenderlo per la gola perché erano molti giorni che non la degnava nemmeno di uno sguardo; però forse sarebbe stato meglio che gliene chiedesse semplicemente motivo. O che si limitasse a sedurlo con le armi che aveva sempre avuto ma che le sembravano riscuotere un successo sempre più faticato e blando. Se era stata stupida ormai era tardi. L’assaggiò e si accorse di averla aggiunta una seconda volta di sale. Non poteva rimediare ed era veramente immangiabile. Fece l’offesa perché lui non si era accorto che era andata dal parrucchiere. Prese la pentola e gliela versò direttamente in testa.

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Un bambino guarda la realtà che è fuori della finestra dalla televisione

Fotocomposizione grafica con materiale di pubblico dominio¹

Mondo e Erina erano una coppia ormai da molti anni. Loro lo sarebbero stati per tutta la vita. Erano di quelle persone che sono così; e nel proseguo sarà evidente la ragione. Erano entrambi di bassa statura e, forse per questo, camminavano col busto eretto e la testa alta. Cercavano disperatamente di bagnare le loro teste d’infinito.
Lei amava con entusiasmo Ligabue. Lui guidava una macchina che dimostrava quasi la sua stessa età. L’unico vizio a cui raramente indulgeva era una sigaretta di tanto in tanto. Erano molto devoti e pregavano scrupolosamente per interi secoli. Non mancavano mai alla funzione della festa ne di fare la confessione e la comunione. Rispettavano tutti i precetti della loro chiesa e tutti i comandamenti soprattutto quello che gli imponeva di amare il prossimo tuo come te stesso.
Con loro sommo cruccio avevano avuto un solo figlio femmina; Ilaria. La ragazzina, come cominciò l’adolescenza, mise su alcuni chili in più e due tette ingombranti. Aveva lo stesso portamento di quei genitori ma faticava a salutare. In verità nemmeno loro erano molto ciarlieri, si può dire fossero riservati. Poi, il buon Dio, non aveva voluto allietare il loro amore con altri figli. Non che non ci avessero provato, anzi. Per certo era che non avrebbero mai versato il loro seme invano ma che colpa avevano se quel seme era arido. Così lo avevano fatto con assiduità; naturalmente al solo scopo lecito e benedetto della procreazione.
Ma quello stesso loro Dio misericordioso volle metterli un giorno di fronte alla loro prova forse più dura. Con crudeltà inaudita infierì sul povero Mondo senza ritegno. L’uomo infatti si ammalò in modo grave e per un lungo periodo si temette per la sua stessa vita. Ma la volontà del Signore è spesso imperscrutabile. Restò per un’eternità in un letto di policlinico fra la cortesia e la partecipazione di tutti. Le sue due donne si prodigarono nell’accudirlo in modo indefesso e lodevole; giorno e notte.
Certo la figlia, Ilaria, passava un momento non felice. La si vedeva fumare di nascosto dai genitori. Lasciò sul campo del dolore alcune simpatie per suoi coetanei. Ma, come detto, non fece, in quel frangente, nemmeno lei, mancare il suo apporto in casa e le sue attenzioni verso il padre invalido. Aiutò la madre in tutto e imparò quello che di una donna doveva sapere e non aveva ancora capito. E in tutto questo non trascurò gli studi che con la solita fatica continuarono a procedere. Soprattutto faticava con i numeri.
Furono quelli dell’ospedale lunghi mesi di immani preoccupazioni. Andavano su e giù per non lasciarlo mai solo. Le due donne mitigavano la disperazione nella speranza. Poi, se Dio vuole, prese lentamente a migliorare. Non vi erano che pochissime probabilità che tornasse com’era prima. L’eredità più probabile rimaneva una invalidità permanente. Su una carrozzella fu dimesso come un cencio inutile e tornò a casa. Su quella carrozzina si temeva che sarebbe rimasto.
Biascicava malamente le parole con una eccessiva emissione di saliva e le orbite degl’occhi gli cadevano molli. Doveva essere aiutato in tutto. Ormai divideva le ore solamente tra quella carrozzina e il letto. Ma, ringraziando Iddio, aveva avuta salva la vita e nella famiglia tornava ad apparire il sereno. La gente ammirava il coraggio di quelle donne e si rendeva servizievole; offriva generosamente il proprio aiuto.
Poi, pian piano, anche con l’aiuto di Dio e della fede, con una lentezza esasperante, quell’uomo iniziò a migliorare. Solo un occhio attento all’inizio poteva accorgersene. Col tempo e grazie a due stampelle riuscì a liberarsi della carrozzina. Riuscì a prendere a muoversi con le proprie forse sotto l’occhi vigile delle sue donne, ben inteso. Vederlo rinnovava la speranza e metteva di buon umore. Ma rispettiamo il naturale procedere della fredda cronaca degli eventi.
Alcune malelingue, ci sono sempre in ogni piccolo agglomerato quelli che amano spettegolare, presero a rivelare anche particolari più intimi della dolorosa esperienza a cui quel Dio benevolo aveva voluto sottoporli. Quelle voci iniziarono a circolare sussurrate ma con frequenza. E nei primi tempi sembravano mescolare alle parole la pietà e la commiserazione con una sorta di augurante rivalsa. Ma forse non c’era cattiveria. Forse dietro esisteva solo il tentativo di scuotere la noia.
Venne scoperto così che i due coniugi timorati di Dio erano stati interrotti durante un complesso amplesso. Certo il loro era un vero atto d’amore. Non si sarebbero mai abbassati ad accoppiarsi solo per il piacere. Lo avevano sempre fatto per lodare il Signore, per rispettare il vincolo del matrimonio e per allietarlo, Cristo permettendo, della gioia di una nuova nascita. Non era colpa loro se, non si sa per difetto di chi, il loro matrimonio era diventato sterile. E non si erano rassegnati mai che avevano conservato persino la culla e tutto il resto della primogenita.
Mantenevano comunque fiducia nel Signore e non disperavano in una gradita sorpresa. Avrebbero preferito il maschio ma anche una seconda femmina sarebbe stata ben accetta. Era come un ossessione, come dovrebbe sempre essere. Per questo, ignorando e negando con ostinazione quella loro situazione di infecondità, avevano continuato a impegnarsi con testarda sollecitudine. Ogni loro tentativo rivelatosi vano era la migliore ragione per moltiplicare con entusiasmo i loro sforzi in nuovi tentativi. I loro gesti d’amore avevano una frequenza inusuale, limitata a volte solo dal pudore e dalle forze.
Così, come si diceva, si era sparsa la voce che, quando lui venne preso da quel suo terribile malore, stessero facendo all’amore. Qualcuno aggiunse che l’uomo era rimasto così, pressoché irrigidito, nella posizione in cui si trovava. Era restato paralizzato lungo disteso come un ciocco di legno. La malattia lo rese ignaro ma nella moglie, che ancora ragionava normalmente, la cosa non poté che destare imbarazzo. E ridendo quella donna precisò che anche quello, si insomma l’uccello, restò paralizzato spuntando come il ramo sfogliato da un tronco.
Poi, con la clemenza del buon Dio, gl’arti avevano cominciato a ritrovare dapprima quel minimo di flessibilità a poi a risanarsi fino a permettergli la posizione da seduto; come già detto. Ma lì no, aveva continuato a restarsene paralizzato, diritto come un chiodo. E in tutto quel tempo la buona Erina non aveva mai smesso di dedicargli le sue attenzioni e il suo amore. Si prodigava nel lavarlo, nel servirlo, nello spingere la carrozzina e in tutte le altre faccende compreso in quell’amore. E, naturalmente, gli leggeva la Bibbia.
Quanto lui potesse capire non si sa. Sembrava che l’unico problema creato da quella piccola ferita lasciata aperta dalla malattia fosse nel fare la pipì: doveva sedersi nella tazza per non bagnare e bagnarsi da per tutto; si mormorava. Però la infastidivano gli sguardi, che rivolgevano all’invalido le donne, che non erano certo di compatimento. Quelle si congratulavano che fosse ritornato a casa e poi controllavano se era vero quanto si diceva in giro. Lei era, come detto, paziente.
Prima si era munita di un pappagallo ma poi lo sedeva lì con cura e aspettava tranquilla. Infine anche lo puliva e lo asciugava con attenzione e dedizione. Se lo rivestiva per riportarlo a letto. Veramente il più delle volte, soprattutto i primi tempi, non sentiva nemmeno gli stimoli e come un bambino si sporcava, e non solo si bagnava. Bisognava accorgersi ed intervenire quando il danno era già fatto ché era difficile anche costringerlo nel pannolone. Lei si limitava a brontolare in silenzio e provvedeva rassegnata.
Cioè le ferite aperte erano state due. Quell’uomo infermo nel corpo e nell’amor proprio e quella della sua cara moglie. Vederlo così le si struggeva il cuore e non doveva darglielo da vedere. Seduto su quella sua carrozzella le imponeva contorsioni quasi impossibili ma steso a letto era alto di tutta la sua lunghezza. Lo confermò con invidia la signora Pina che era andata a visitarlo in corsia. Ma quella di lei era una ferita talmente lancinante che frequentemente si trovava costretta a calmare riempiendola di lui e cavalcandolo mentre lui giaceva coricato su quel giaciglio immobile, come assente, ma con un pallido sorriso sghembo sulle labbra.
Lei che aveva sempre avuto fiducia nella misericordia del Signore e non si dava così per vinta prese a sospettare che: “Non tutte le disgrazie vengono per nuocere”. Dedicava tutto il suo tempo e la sue attenzioni al suo amore. Si prodigava indefessa per ritrovare la pace famigliare. Chetava la sua ferità in tutti i modi possibili o resi possibili da quella nuova situazione. Anzi si applicava addirittura scatenata per lenire quella ferita. E diceva: “Se Dio vuole, prima o dopo avverrà il miracolo. Sia fatta gloria al Signore”. Ma il fratello di Ilaria non veniva e non sarebbe venuto. Forse lassù, nonostante tutti quei suoi frequenti sforzi, avevano scordato il loro indirizzo e si vergognava al solo pensarlo.
Come già detto lui, sotto gl’occhi colmi di fertile commiserazione della sua donna, riprese a muoversi di forze proprie. Si trascinava pietosamente sulle stampelle, aiutato poco dalle molli gambe, con sforzi inumani. Con grandi e immani fatiche percorreva quei pochi metri che erano già il suo grande traguardo. Lentamente le gambe presero ad aiutarlo e i percorsi si allungarono. Un semplice gradito, però, restava una difficile barriera. Passò dalle stampelle ai bastoni. I soliti pettegolezzi più addentro furono lesti ad informare, senza grandi gioie ma con scherno, che stava guarendo anche lì.
Insolitamente i soliti noti non sembravano rallegrarsi tanto per i suoi nuovi progressi quanto si compiacevano della sua ormai prossima guarigione; del fatto che tornasse comodo, lo stesso, come uno di noi, nei calzoni. Sputavano a denti stretti: “Avrà finito anche lei di tanto sacrificarsi. Si è portata a casa un cero del signore ma adesso, inesorabilmente, come ogni fiamma eterna si sta smorzando. Sia fatta la Sua volontà”. E a dire il vero sembrava che in apparenza sogghignassero.
Qualcuno un poco sensato se ne ebbe e disse: “Stia attenta. Potrebbe capitare anche a lei”. Ma quella pettegola rispose sulla sorpresa dell’uomo un laconico e fiducioso: “Magari.” –e aggiunse tanto sottovoce da non essere quasi udibile– “Capita sempre agl’altri tanta fortuna”. Di quale fortuna parlasse quella povera donna sciocca, che pure frequentava anche lei le stanze del Signore e quelle del parroco, non era dato sapere.
Era difficile capire come quel rado popolo, devoto e generoso di sostegno per i bisognosi, festeggiasse la salute con tanto soddisfatto rammarico e astio ma sembra che una notte le avessero sentito pronunciare le seguenti parole precise, sillaba per sillaba, a voce alta e isterica: “Con questa, anche per stavolta, sono sette. Speriamo almeno che sia un maschio”. Se non sembrasse assurdo si sarebbe potuto sostenere che quei pettegolezzi avessero un sapore di gelosia e di rivincita.
La notizia era stata raccolta dalla signora Adele che al telefono aveva sentito la signora Pina che dice che ha sentito dire dalla Dina a cui la signora Alice ha raccontato che le hanno riferito di come si fosse svolto il fatto. Tutte le notizie circolano così: così era stato per quella grande disgrazia del venerdì diciassette. In questo caso, come era nata non si fu mai in grado di ricostruirlo veramente. Ora sembra che la piccola Erina abbia avuto sentore della completa guarigione imminente del buon Mondino e non abbia voluto perdere tempo.
Naturalmente, vivendo fianco a fianco tutte le traversie di quel lento calvario, aveva tempestivamente notato ogni piccolo miglioramento e tutto aveva annotato. L’uomo riprendeva parte delle sue forze, ogni muscolo ritrovava elasticità. Le risposte di quel fisico duramente provato tornavano su valori di normalità. Il cervello era stato il primo a ritrovare la ragione. Capiva perfettamente quello che gli si diceva. Tornava a parlare in modo usuale e sciolto senza sputare. Tornava a deambulare di fatiche proprie. Tornava padrone dei suoi bisogni. Tornava persino a sorridere. Tornava a pregare.
Così quella caritatevole donna si avvicinava alla serenità. Ma come a volte succede anche le liete notizie creano strane reazioni. Prese la sua aria corrucciata e il suo piccolo amore che, se pur basso di statura, tanto piccolo non era e lo accompagnò a sé in bagno. Lo lavò e asciugò con le cure che si riservano al figlio neonato. Provvide a fargli la barba e se lo profumò. Poi si apprestò a mettere in atto quello che aveva sentito bisbigliare dalla donnicciole e che aveva, quella volta, finto di non sentire per la vergogna.
Si sedette sopra la lavatrice. Per dire il vero vi si arrampico sopra di schiena con una qualche fatica e si accomodò. Stimò l’altezza del marito con buona approssimazione. Saltò giù e corse di là frettolosamente. Tornò e lo fece, salire rivolto alla lavatrice, su quattro volumi della Storia d’Italia Einaudi. Lui cercava di mantenere quell’equilibrio precario appollaiato sulle grucce con molta applicazione e sacrificio. La guardava esterrefatto perché non capiva cosa stesse facendo ne tanta frenesia.
Lei scivolò nel piccolo spazio che lo divideva dall’oblò e tornò sopra la macchina con le gambe a penzoloni. Allargò le gambe e si aprì l’accappatoio. “Viene qui!” –Gli disse. Era stata categorica ed imperativa. Lui cercò di eseguire il suo ordine mimando quel piccolo movimento goffamente ma lei lo trasse piano a sé tirandolo con le mani appoggiate al sedere. Quando le fu sufficientemente appresso che quasi le era addosso si liberò una mano per indirizzarlo con precisione. Non aveva avuto naturalmente bisogno di prepararlo che lui era ancora sempre pronto. Solo con l’altra lo portò ulteriormente a sé e in sé.
Lo fece accomodare e lui abbandonò le stampelle perché si poteva appoggiare a lei. “Senti qualcosa?”–chiese– “Ti sembra di sentirmi?” –e si informò. “Credo di sì!” –rispose balbettando perplesso l’affezionato marito e gli uscì ancora una eccesso di saliva nelle parole di cui non seppe nascondere il pudore ma lei non se ne ebbe. Con piccolissimi spostamenti del bacino gli andò ancora più incontro fino al bordo dell’elettrodomestico. E lui rimase lì proprio come un manico di scopa; conficcato nel fondo della sua donna.
Non fu una scena idilliaca, spiegano, ne tanto meno educativa; più che altro fu una situazione ridicola e impudica. Lei protesa tanto sul bordo da rischiare di cadere, con le gambe denudate che scalciavano piccoli passi. Lui diritto in lei che si sosteneva e la tratteneva; per il resto immobili che i piccoli passettini della donna lo facevano avanzare sempre più in fondo. Ed immobili attesero pazientemente che si compisse il volere di quel Dio e di quella macchina.
Veramente lei, curvandosi verso destra, manovrò tra le gambe del loro insolito abbraccio la manopola del programma per la biancheria. Ruotò quella manopola per quasi tutto il suo percorso così da non dover consumare troppa fatica del marito e troppa impazienza. Accelerò solo l’attesa e il volere degli eventi. Così la macchina versò acqua e schiuma ed esplose a tremare per la centrifuga. Si mise a vibrare violentemente che era anche un modello piuttosto vecchio che loro non avevano cambiato perché erano stati costretti a fin troppe economie. Invero cigolava pure un bel poco.
Immaginare di vederli stuzzicava piccoli scoppi di risa brevi ed improvvise e qualche “Oh!” e qualche mano sulla bocca. Se la macchina si scuoteva e sussultava loro, che erano l’uno appoggiato e l’altra seduta sopra, furono trascinati in quel movimento in una sorta di balletto meccanico. Dei benigni sbatacchiavano quei due poveri cristi come marionette inarticolate e austere. Lui era preso da quelle convulsioni mentre la moglie sembrava accentuare i movimenti traballanti della macchina mantenendo la sua aria altezzosa e sussiegosa. La lingua dell’uomo rischiò di scappare fuori.
E’ divertente. Scusami, credo non si dovrebbe dire. Ma mi sembra che mi piace.” –si provò a biascicare Mondo. “Stai zitto! cretino e fammi chiavare” –gli rispose lei tutta impegnata ma se ne pentì all’istante. Era stata dura, probabilmente cattiva, forse ingenerosa nei suoi confronti e quasi volgare ma ormai le era sfuggito. Insolitamente, per questo o per quant’altro vi fosse nella loro disperazione, si lasciò andare. Lo sentiva sbatterle addossò e, con precisione millimetrica, sbatterla cioè sbatterle dentro. Lì in fondo alla mona che non aveva mai avuto la sfacciataggine di chiamare con quel nome.
Dai che ci siamo! dai! dai! che se Dio vuole questa e la volta buona. Basta che stai fermo e che me lo dai. E’ davvero bello scopare. E dammelo… dammelo tutto.” –quella piccola devota donna si esprimeva in quel modo così inverecondo e tanto sconcio e triviale. E la centrifugazione durò oltre il tempo strettamente necessario. Così che l’uomo la godette e lei poté anche bissare; ebbe il tempo di fare anche il secondo tentativo. E per lui disse: “Finalmente.” –ma per la seconda volta sua gridò più piano e aggiunse prima di ritrovare il suo pudore– “Cristo santo che trombata. Ne avevo proprio bisogno. Sia fatta la volontà d’Iddio”.
Un auditore più attento avrebbe potuto cogliere un’estrema costernazione, forse inconsapevole, nel tono della moglie. Forse quello che, in cuor suo, cercava di negare e temeva era quello che in seguito si sarebbe realizzato. Lui guarì appunto completamente e non fu più quello stesso. Quando la macchina terminò di completare quel programma di risciacquo lui cadde esausto fra le sue braccia e si intimidì. Divenne cioè come dovrebbe essere ogni uomo in situazione di riposo: si ammosciò.
Pazienza.” –disse sottovoce la fedele moglie afflitta ed avvilita. Ma il suo sacrificio non rimase vano e le tornò nel petto quella speranza che non li aveva mai lasciati. Col tempo lui tornò persino ad andare in bicicletta pedalando con concentrazione. Lei cominciò ad ingrossare e presto fu evidente che finalmente, dietro quell’aria malinconicamente depressa e rassegnata, si nascondeva una nuova gravidanza. Presto la loro unione sarebbe stata, per così dire, rallegrata da un nuovo dono del signore e fu proprio un bel maschietto di quasi quattro chili e mezzo.
Nonostante la sua incrollabile riservatezza, con quell’aria stranamente avvilente, si confidò con la signora Dina che: “Mondo è guarito. Finalmente potrò dedicarmi solo ai miei figli perché il Signore ha comandato così, se Dio vuole. Ora sappiamo che non potremmo averne altri nella sua grazia. Lo avevo curato con tanto amore che quasi mi dispiace. Sia fatta la volontà di Dio”. Ma quel suo marito camminava in una vita di salute piena e non vi era più nessun’altra probabilità di una ricaduta, che tornasse cioè a soffrire di paralisi nemmeno parziali.


1] La fotocomposizione è tratta dal sito-rivista di un amico per il quale l’ho fatta. Il racconto è stato scritto il 5 maggio 2002

Approfitto… AUGURI

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acrilico e tecnica mista su cartone telatoUn’amica posta un post con questo titolo: La cosa + bella del mondo. Il sottotitolo dice: per voi qual è l’emozione che più vi piace vivere?.Impegnativo, direi; comunque. La domanda delle domande. Spesso ripeto che se avessi un consiglio me lo darei. Qui è valido lo stesso teorema. Ci provo solo perché non vorrei essere accusato di non provarci. Nemmeno miro ai primi posti. Diciamo, come già detto, circa dal venti in poi. Le prime “cose” in graduatoria sono molto private e più che leggermente osé, cioè di quelle che è meglio non dire. Anche per non essere smentiti, lei mi legge. Sono un po’ timido e riservato e anche un po’ fifone: vorrei evitare di essere smentito. Mi è capitato di sentire il vocio di un esercito di maschi che loro le loro donne le facevano impazzire, e poi ricevere le confidenza dell’altra versione di quelle donne. Il mondo è anche bello e vario perché riusciamo così bene e naturalmente ad illuderci e raccontarci un’altra verità. Ma poi ci son già troppi fanfaronauti. Voglio solo dire che ci sono anche le anime candide. Quelle che classificano al primo posto la pace tra i popoli e altri sentimenti alti e nobili. Siamo seri. La domanda era secca. Certo che vorrei non fosse così, certo che ci si indigna per molto e anche meno. Purtroppo la verità e che ci emoziona di più cose molte meno nobili. Non dico una pisciata dovuta per molto rimandare ma la più piccola delle gratificazioni. Persino il sorriso ammiccante che non sarà mai nemmeno una piccola storia o una avventura. Sono cinico? No! realista. Alzi la mano chi può dire onestamente di aver sofferto di più per la morte di Allende o per il massacro dei tutsi che per una storia finita male o un’altra delusione personale. Giù quelle mani. Giochiamo sul serio. Siate onesti. Agli uomini che mentono gli cadranno le palle. Alle parte femminile verranno o torneranno le mestruazioni tutti i giorni a venire per i prossimi vent’anni. Intanto io ci provo a modo mio limitandomi a riportare, in gran parte, quello che avevo già detto da lei sotto forma di commenti. Ci troverete cose personali, un paio di voci ironiche, cose pubbliche, varie ed eventuali, ma è stilato a modo mio.

Foto a colori dal balcone della nostra stanzaUn buon piatto di funghi di bosco. Del granchio (sono disposto a prepararlo anche per gli altri). Dimenticavo il filetto al pepe; quasi crudo, per cortesia. Un ottimo bicchiere di Chianti o meglio di Brunello. Del Porto rosso fresco per sciogliere la lingua in buona compagnia di amici. La mia città in tante giornate di tante stagioni (per chi ancora non lo sapesse: Venezia). Gironzolare per Parigi, arrivare a Praga dopo averne letto per trent’anni (io amante di Kafka), girare le strade di qualsiasi bel posto in buona compagnia o la campagna Toscana (ricordo un posto: l’amorosa). I regali sotto l’albero quand’ero piccolo, veramente una emozione che non ho potuto provare, ma gli occhi dei bambini quando li trovano e li scartano. Dire tutto in un abbraccio. Quando se ne andrà il nostro amato presidente. Un tetto sulla testa. Piangere di felicità; sì, l’ho provato. La laurea di mia figlia. Ogni abbraccio di mio figlio che mi tratta come suo padre ma è figlio naturale solo per la mia compagna. Ho ritrovato anche degli amici dopo quasi 42 anni, che ne pensate di quegli abbracci e di quegli occhi lucidi e umidi? Uscire da un incubo dopo aver temuto per una persona cara e convinto di averla sentita per l’ultima volta. La nostra casa di Ponza, sempre colma di amici, e quella di Venezia. I loro tramonti. Il vento sulla pelle e gli spruzzi delle onde. Quell’addio che era un arrivederci. Quel suo no che avevo interpretato per un sì! La visita di una persona attesa con trepidazione (Martina, ti dice qualcosa?). La nascita di mia figlia, ripeto: La nascita di mia figlia; ero presente (questo è proprio speciale). Un disco, anche una sola canzone, che mi fa sognare e veramente emozionare. E ancora quella partenza per Roma. Sarebbe troppo scontato dire del cuore della mia donna e allora metto in elenco il grande cuore di Simonetta. Mille ragazzi tranquilli intorno a me che stanno bene perché sono riuscito a dargli un posto dove trovarsi e bere una birra in compagnia e con pochi soldi. Illudermi di riuscire a regalare alla mia città (allora abitavo a Spinea) il più grande polmone verde, progettare mille cose che improvvisamente sembrano realizzabili e a portata di mano. Provare sentimenti tanto grandi da farmi persino male; un’amicizia che supera il mio più grande egoismo. I miei primi vent’anni e anche i secondi. Sui terzi stendo un pietoso velo; ho dovuto pazientare tre giorni finché stava per passare anche il terzo. Un tamburo di latta. Avere un ‘idea. E un’emozione. E ancora un sogno. E la voglia di lottare. La mia cerbottana. L’invenzione del cinema. Quei giorni con la sensazione di poter ancora cambiare le cose. Emergency. Ieri, oggi e… probabilmente domani. La sua vecchia cortesia. Lei sfacciata. Un cappotto azzurro e i suoi capelli rossi. Una gita in montagna (vedi foto). Il lavoro di una bionda (vorrei dire il lavoro per tutti). Un biglietto per piazzale Loreto. Le bandiere alle finestre della mia città. Suggerito inconsapevolmente da un amico in Facebook: la prima tetta, ma anche la prima poppata, nel senso relativo cioè della prima che si ricorda. E per chi ha conosciuto Nenna tutte le sue grandi ed enormi tette. Un elenco infinito di tenerezze. Un nick in due. Fare a palle di neve e quei pupazzi fatti con mia figlia in montagna. Una domenica a caso nei miei ultimi due anni. La gioia di Gioia (è contagiosa). E un sabato letterario (sarà anche stupido ma non riesco a non commuovermi ad ascoltare buoni racconti sulla Resistenza).
Quella foto ritrovata da allora e mai creduta nemmeno scattata. Una poesia, quella poesia (che ne dite di Lorca?) e quella mia povera poesia. Regalare ad un amico un quadro perché a lui piace. Uscire dal mio triangolo delle Bermude. Amare e scoprirmi amato. Il ringraziamento della figlia di Jebeleanu. Certi luoghi di mare e giungere in certi rifugi alpini. Se parlo d’amore chi l’ha detto per parlo di fare all’amore? Vi sembra poi così frequente? Cucinare per lei e/o portarle il caffè a letto. Svegliarsi il mattino ed averla a fianco, e svegliarsi un’ora prima perché è sempre una ora favolosa. Stuzzicarla e provocarla e lasciarmi provocare ed alterarmi come credendoci veramente intavolando una discussione che sembra una lite ma so che non lo è. Guardarsi indietro senza rimpianti e senza rimorsi. Riscrivere a quattro mani la nostra storia e ogni storia che vogliamo. Innamorarci ancora e poi ancora e poi ancora e in fine riscoprire l’amore in ogni momento (non vorrei infierire). E non aver paura dell’amore e di amare. Nemmeno del nostro corpo. E, senza star lì a smenarla troppo, Flowers al Goldoni. Certi sorrisi. Come ho detto, anche questo, nelle pagine di Ifigenia: anch’io ho pianto e pianto a dirotto ma… il titolo è, cioè il sottotitolo è “l’emozione che più vi piace vivere?” meglio ricordarlo; e io Enrico amo ricordarlo in braccio a Benigni. I risultati delle ultime comunali. La fine dei novecento. Navigare i mari non ancora navigati. Scoprire dopo un tempo che sembrava immenso che avevamo e soffrivamo la stessa canzone. Godere della fortuna di un altro. La vittoria della libertà. Il Vietnam. Mille voci a cantare Contessa e Alberto a cantare le sue canzoni. Quelle lacrime in compagnia di partecipazione e di commozione per quello che siamo stati e per quello in cui abbiamo creduto. La mano di un amica che si allunga a prendere la tua perché ha capito il momento (se poi la mano e la mano di Lei tanto meglio). Quel sospiro di sollievo. La verità su sessant’anni di misteri e di stragi (già! la richiesta è l’impossibile ma tanto vale provarci). Il profumo dello shampoo tra i capelli e quello acido del mosto. Il mio primo congresso e la voglia di riscatto. Quella volta che hanno vinto i pellerossa. A un concerto di Guccini, di Gaber, dei Modena. Un diario ritrovato (no! non era il mio). Com’eri bella. Non sentirseli addosso, gli anni. Non aver bisogno nemmeno delle parole per parlare. La mamma di Antonio per Gastone e la moglie di Federico per Federico ma anche per Rinaldo. Poter entrare per prendere quella cosa che stava dietro quella vetrina da anni. Un orsetto di peluche che ho regalato. E una cioccolata calda. E la sua foto in tasca di quando aveva quei sedici anni. Visto la ricorrenza: Imagine (ma potrei fare un elenco lunghissimo). Una stanza a mayfair e una notte sotto le stelle in spiaggia intorno ad un falò ad aspettare l’alba. E farci il bagno nudi. Riempirsi la bocca di fragole e lamponi appena racconti (Mi fanno impazzire le more, quelle di gelso). Entrare al Pergamo. Camminare a piedi nudi sull’erba umida. Chiudere gli occhi e sognare. Non provare più nessuna invidia per quello che non hai avuto. Avere sempre una stanza libera per ospitare un amico. E avere sempre un amico da ospitare. La prima grande manifestazione a Roma. E Roma. E un grazie (anche più di uno). Il suono del suo nome. Quando da bambino al cinema arrivavano i nostri. Attualità: La notizia del rilascio di Sakineh (Sakineh Mohammadi-Ashtiani); purtroppo poi s’è rivelata falsa; spero di riprovare quell’emozione presto. Le tre dell’inter. Lei che si muove dentro la pancia. Un post cioè un quasi post; questo. Ma mica ho finito. E che mi dite di questo? Lasciarci stuzzicare dall’idromassaggio. Devo continuare? Preferisco a questo punto mettere un enorme ECCETERA.
Sono io un pazzo romantico se dico: ricordo per i primi posti “quel primo bacio”?


Lucio Dalla: 1973: Il giorno aveva 5 teste: Passato presente
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/PassatoPresente.mp3”%5D

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Anche questo mio è un caso, come dire, insolito. E non trovo una parola migliore per definire quello che mi è successo. Se non ricordo male tutto è cominciato non più e non meno di circa sei mesi or sono. Sei mesi; mesi lunghi o corti a seconda della prospettiva in cui si guardano, ma sei mesi importanti. Sei mesi che hanno cambiato la mia vita; e non solo la mia vita come si vedrà. Come sarà mia premura esporre da qui in avanti.
Ogni venerdì sono sempre andata dalla mia parrucchiera, la stessa ormai da anni, per dargli una regolatina, ai capelli, beninteso. E così avevo fatto anche quel fatidico venerdì. Solo una accorciatina. Una cosa da niente. Dunque, ero andata per tagliarmi i capelli. Ma… poi, si sa come son fatte le donne, mi era venuta voglia, anche vedendo un’altra cliente, di cambiare qualcosa in quell’immagine che mi rifletteva lo specchio. Proprio così, un capriccio, improvviso, uno di quei capricci a cui le donne non possono resistere altrimenti non sarebbero donne.
Così, per quel capriccio improvviso, li ho anche tinti. Più che schiariti, anzi; sarebbe meglio dire. Ma sempre tinti. Tinti di biondo. Tinti di un biondo, come dice mio marito, quasi bianco. Tinti in questo benedetto, così pieno di luce, colore che ho ancora. E la parrucchiera mi aveva fatto i complimenti. Si era, così, fatta i complimenti. Era veramente contenta del risultato su di me. E contenta di una gioia spontanea e non forzata.
Mi ero guardata allo specchio e mi piacevo. Aveva avuto ragione lei. Era stata una brillante idea, la mia. Certo l’abito non era il più adatto. Ma ripeto, era stato un capriccio improvviso. Quando ero uscita di casa non avevo pensato che sarei tornata così cambiata. Cioè che sarei rientrata poi così diversa. E l’abito, perciò, non era il più adatto ma doveva andare solo per il tempo di tornare a casa. E per giunta non avevo nemmeno dietro un fazzoletto da testa. Pertanto, più che convinta, avevo fatto buon viso davanti alla nuova situazione. Si deve ricordare che, a parte l’effetto abito, mi ero proprio piaciuta.
E’ stato quello un giorno molto importante per me. Forse per questo ricordo ancora tante cose così chiaramente. Potrei anche soffermarmi a dire quale tipo di giornata era, ma questo non è importante. Certo che era un venerdì! questo è naturale. Era un venerdì col sole. Era una giornata di sole. Una di quelle giornate di sole che mettono allegria; non so se mi spiego. No! questo forse non era privo di importanza e conseguenze. Questo forse qualcosa ha influito nella mia decisione di allora.
Stavo dicendo: sono tornata diritta a casa. Forse il tempo per il pane; ma niente di più. E così sono tornata, dicevo, diritta a casa; anche frettolosamente, se così si può dire. E a casa ho cambiato subito abbigliamento. Ho messo un vestito azzurro, d’un azzurro pieno. Un vestito morbido d’un colore vivo. Mi sembrava perfetto. Il risultato era eccellente. Mi guardavo continuamente allo specchio. Ero quasi ammirata da quella donna bionda. E poi bionda, almeno così, non ero mai stata. Anzi, forse il risultato non era proprio perfetto; se poi si può dire perfetto. Ma che ci potevo fare? Già da allora mi ero resa conto che avevo ben poche cose da mettermi con quel colore. Ma quell’abito azzurro, diciamo così che, poteva andare. Non stava proprio male, se proprio vogliamo, insomma.
Come dice Lui, mio marito intendo, è sempre difficile stabilire il limite, a volte sottile, fra la persona e l’immagine. Ma non pensavo allora a queste cose. Certo che spesso ha ragione, sempre mio marito, ci mancherebbe anche altro. E quando uno ha ragione io sono sempre disposta a dargliela. Sono fatta così; cosa ci posso fare? E poi, altrimenti, perché mai l’avrei sposato. Perché io, accidenti, amavo veramente quell’uomo. E, indubbiamente, lo amo ancora; non dobbiamo farci trarre in inganno dal resto. Nel cambiarmi d’abito mi ero compiaciuta a osservare la differenza tra il colore precedente e il biondo che potevo sfoggiare.
Se mi interrompo rischio di perdere il filo e di non ricordarmi più dov’ero arrivata. E allora: dov’ero arrivata? Ah si! Ecco; certo. In poche parole quando tornò a casa mi guardò in uno strano enigmatico modo. Mi chiese cosa avessi fatto ai capelli. La cosa poi era talmente evidente dal non poter essere ignorata. Quale marito non l’avrebbe chiesto? si sa anche come sono fatti i mariti. Ne conosci uno e li conosci tutti. Di complimenti sempre zero; anche quando te li aspetti. E poi anche certo che il volto era cambiato, come sosteneva lui; questo lo vedevo da me. Non ero sicuramente diventata cieca all’improvviso. Ora che ci penso non capisco ancora se ne era stato contento o se invece scontento. Non disse se gli piacevo di più o di meno. Disse solo che ero diversa.
Certo avrei voluto anch’io che mi spiegasse in che senso diversa; e forse tutto in seguito, e ora, tutto sarebbe stato più semplice. O forse no. Bastava solo qualcosa di più che un banale “diversa”. Si! ero cambiata, ma non era questo che volevo? Ma, allo stesso tempo, non ero cambiata. Andiamo, le persone non cambiano così semplicemente. Non basta certo una tintura dei capelli. Bastasse quello. E quello che ti cambiano gli anni; allora? E poi quello che lui definiva cambiamento era in fondo solo un mutamento marginale e poco significativo. Anche se sosteneva che il cambiamento se in fondo era poco avvertibile nei particolari lo era enormemente nell’insieme. Ma quel colore continuava a sembrarmi fine. Così fine… Non avevo avuta la prontezza di riflessi di chiedergli e in seguito non ne avrei mai più avuto occasione.
Il suo atteggiamento mi parve, e mi sembra ancora, una vera e propria esagerazione. Non che non vi fosse, ancora una volta, del vero. Cominciavo a notarlo anch’io. Forse grazie alle sue parole. Forse perché dopo quelle parole mi guardavo con più cura e più attenzione. Forse per qualcosa d’altro che non so e che non credo poi abbia questa grande rilevanza. Certo che un po’ di ragione ce l’aveva anche Lui; povero caro. Un’altra po’ ce l’avevo certamente anch’io: una donna deve piacersi e basta. Non ci sono mezze misure.
Gli occhi avevano la tendenza a farsi piccoli e a sparire. Il candore della pelle, della mia pelle così liscia e delicata, si era fatto pallore e trasparenza. Apparivo quasi smunta come poco in salute. La bocca si era fatta piccola. Anche se questo può sembrare un pregio a volte non è sempre vero, e si era fatta troppo piccola. E poi anche il viso si era allargato senza diventare più allegro. Sembravo d’improvviso sovrapeso. E a causa delle sue parole, inopportune e forse anche un po’ indelicate, avevo preso a piacermi meno. Sempre meglio di prima, certo, ma meno di come durante in quelle ore mi ero vista allo specchio. Era vero.
Ma fra questo e dire, come faceva Lui, che faticava ad abituarsi a quella donna. Che anzi non ci riusciva. E oggi non so dargli torto, ma è facile dirlo oggi. E poi allora poteva ancora fare un po’ più di quel niente. Era solo un’inutile esagerazione la sua. Era troppo facile così. Anche se io ero, e ormai lo vedevo, come una cosa incompleta. Non finita e lasciata a metà. Io ero certo migliore di quella prima. E anche, per molti versi, più interessante. Direi più intrigante.Ecco… si! quella è proprio la parola giusta.
E la nostra vita proseguiva uguale a sempre e monotona ma gli ero un po’ più estranea. Solo un poco: valli a capire gli uomini. Ma come si può parlare così della propria moglie? E poi dirlo proprio a lei; quando poi si è anche in parte responsabili della cosa? Se almeno fosse stato zitto. Poi mi sembra, ma non ne sono sicura, dovette assentarsi, nei giorni successivi, più a lungo del previsto e più del solito. Sempre il suo maledetto lavoro. Mi sentii abbandonata. Ma, lì per lì, niente di rilevante mi sembrava fosse avvenuto. E forse infatti nulla di importante era avvenuto o almeno, come sono portata a pensare oggi, non ancora avvenuto. Affrontai la situazione prendendo il toro per le corsa, mi si scusi il paragone, e mi feci coraggio da sola. Nel momento del vero bisogno gli uomini mancano sempre.
Si sa come siamo fatte noi donne. Un poco frivole, e un poco instabili. E’ questo il bello. Ma quando serve caparbie. E cercai di risolvere quel mio piccolo caso; perché così proprio non mi piacevo. Non ci riuscivo. E allora mi ci misi proprio d’impegno, di buzzo buono; mi ci intestardii sopra. Ma, qualunque cosa facessi, non riuscivo a venirne a capo. Cosa c’era che non andava? Io sapevo abbastanza bene, credo, cosa andava. Se non mi piacevo l’abito non ne aveva troppa colpa. Con altri era anche peggio. La pettinatura? anche quella andava. Cosa c’era che non andava? O meglio, anche questo lo sapevo bene, era in me qualcosa che non andava; ma allora come risolverlo? Forse da sola non ci sarei mai riuscita. Questo è certo.
E’ strano come a volte la soluzione è così vicina che non si riesce assolutamente a vederla. Ce l’hai lì, a portata di mano, lì proprio sotto il naso eppure… Ma dopo, e solo dopo, allora ti chiedi come hai fatto a non accorgertene, ma dopo è facile, come avevo fatto a non capirlo subito, a non accorgermi? Era il trucco che non andava più bene con quel mio nuovo colore di capelli. Con il mio nuovo look; adesso si usa dire così. Avevo dovuto aspettare di sentirmelo dire dall’estetista prima di capire quello che avevo davanti agl’occhi in ogni istante. Certo che era il trucco. Come potevo pensare di fare lo stesso medesimo trucco se ora i miei capelli erano così biondi. E poi di quel biondo.
Nei giorni successivi non avemmo modo, come si dice, di vederci molto, anzi niente; succede col suo lavoro, oggi è qua, domani è là. Anzi, per dirla tutta, succedeva che oggi era qua e domani era là. Ed era più spesso là. Mi ero anche un poco sentita abbandonata davanti ai miei problemi. Sola con le mie angosce. Con i miei dubbi. Come forse ho già detto. Forse per fortuna perché mi ero fatta irascibile. Penso sia comprensibile quando si è davanti ad una questione di cui non si riesce a venirne fuori. Che non si riesce a sbrogliare. Di cui non si sa venire a capo. Ma bisogna anche capire la mia situazione di allora. Si rischia di diventare matta quando si è così sola, come ero rimasta io, e non si ha neanche nessuno con cui sfogarsi.
Si trattava, infine, solo di adattare il trucco del viso. Niente di più facile. Per il resto c’era tempo. Ma in quel momento la questione importante era adattare quel trucco inadatto; impersonale e scialbo. Può far miracoli più di quello che si può credere un trucco appropriato. A volte basta niente. Come cominciai a cambiare il colore della matita, scegliendone uno più scuro, e a ingrossare il tratto già si notava, con molta evidenza, la differenza. Gl’occhi son sempre una parte importante di una donna.
Non per darmi importanza, o per non essere modesta, ma gl’occhi, quei miei occhi chiari che erano sempre stati un po’ slavati, un po’ anonimi, presero subito lucentezza, presero profondità. I miei occhi chiari, anzi non abbastanza chiari ne abbastanza scuri, impararono a sorridere naturalmente. Per lui acquistarono anche malizia, come mi disse in seguito; ma questo non mi sembra proprio che si possa dire e non è argomento del contendere.
Non che tutto possa riuscire facile al primo colpo. Ci volle un po’ di tempo. Ebbi bisogno di un po’ di prove per trovare il risultato giusto. Per giungere al risultato finale che ancora oggi si può ammirare. Fui costretta a procedere a tentativi, ma nessuno nasce maestro; certo. Un rossetto d’un rosso un poco più carico. Un poco più rosso. Anzi un rossetto d’un rosso carico fino ad allargare la bocca e a farla sembrare più carnosa. Le sopracciglia sottolineate; irrobustite. Un velo, ma solo un velo, di fondotinta. Una spenellata ad affusolare il viso. Tanto per dare un po’ di colore. Tanto per togliere quel bianco cadaverico. Il mascara nero o blu.
Per il vestire fu diverso. Non è così semplice come andare in una profumeria e acquistare l’occorrente per poi fare le prove a casa che tanto se sbagli non è per gran che. Basta che ti strucchi e ricominci. Era anche difficile, all’inizio, spiegare che volevo cose che mettessero in risalto la mia figura senza con questo essere troppo sfacciate. E i commessi poi, pochi sanno fare il proprio mestiere. E’ una categoria dove ci sono troppi improvvisati. E non sanno nemmeno quello che hanno in negozio. E cose morbide e corte quel tanto da scoprire leggermente le mie gambe; volevo.
Il nero poteva andare per la biancheria. Certo! Con molti pizzi; meglio. Cose eleganti veramente, naturalmente; di classe. Trovai anche dei graziosi completi blu elettrico lucidi e altri color carne che sembravano non esserci ma cosi delicati e con merletti come sussurri. Sono quelle cose che ti viene la voglia di accarezzarti da sola. Cose che sotto gli abiti spesso scompaiono e sono preziose anche per questo. Alcuni slip erano piccoli come non pensavo si potessero fare, altri erano a coulotte con gamba larga. I reggiseno, grandi e piccoli, dovevano confermare la morbidezza perfetta delle mammelle. Avrei anche potuto farne ancora senza. E a volte lo facevo e lo faccio, come oggi, ma se lo metto deve almeno esaltare le forme.
Le calze solo un velo o a rete. Riga dietro naturalmente. Scurette e naturalmente sempre più spesso le giarrettiere. Non si poteva proprio farne senza; oramai. Io, d’altronde, ho gambe che posso anche mostrare. Di cui non mi devo certo vergognare. Le gambe sono sempre state una delle mie parti migliori. Anche se neanche il resto… Le mie sono gambe che cantano. Quante donne me le guardano e me le invidiano? E anche il resto naturalmente. E poi non sta certo a me dirlo. Mi sembra di non aver proprio bisogno di doverlo dire da me.
Ma per gli indumenti sopra, esterni per così dire, dovevo per forza essere più esigente. Meglio evitare risultati che possono poi sembrare melodrammatici o anche funerei. Per scarpe e vestiti non fu così semplice. Volevo appunto cose piene di garbo pur non restando anonime. Eleganti. Evidenti ma non appunto sfacciate. Appunto: senza apparire sfacciata volevo essere guardata. E quale donna non lo vorrebbe? eppure non mi sembrava di chiedere molto. E non è certo facile trovare cose di quel genere. Una se ne accorge solo nel momento in cui le cerca.
No! non c’erano altri problemi. Anzi, era anche molto che non compravo qualcosa di veramente bello per me. E ne avevo proprio bisogno. Le donne si intristiscono quando non hanno niente di nuovo che gli piaccia da mettersi addosso. E poi hanno bisogno ogni tanto di andare a fare spese. Magari solo per comprare anche qualcosa che non gli serve a niente e poi lasciarla là. Ma di comprare eppure qualcosa. Questo semplice gesto ridà sempre loro serenità; riporta in loro il sorriso. La vita è già abbastanza grigia per conto suo. Credo sia stato inventato per loro, e per questo, l’andare a negozi. Le mie scelte si indirizzarono prevalentemente verso il rosso acceso, il nero e il blu e tendevano a evitare i colori non precisi. Comunque erano tutte cose corte sopra il ginocchio e attillate; con scarpe a tacco alto.
E poi ci mancherebbe altro che, con la nostra posizione, con la nostra situazione, mi avesse rinfacciato anche quello. Ma se non avevamo mai avuto nemmeno il
più piccolo problema finanziario. No! questo, devo dirlo, non è mai successo. E non deve succedere; ci mancherebbe altro. E poi non dovrebbe essere orgoglio anche del marito avere una moglie bella ed elegante? Io l’ho sempre pensata così e niente potrà mai cambiarmi da questa idea. Così persi del tempo per i negozi ma non era tempo veramente perso. Ma se persi del tempo sapevo fin dall’inizio che non sarebbe stato per niente, che il risultato mi avrebbe completamente ricompensata. E già andando mi sentivo appagata; con il solo andare. E’ sempre così. E avevo ragione, alla fine mi sentivo veramente soddisfatta di me. Mi sentivo completamente realizzata. E’ una sensazione che si può solo provare. Per il resto niente di importante era veramente cambiato nella mia vita.
Come dicevo non ci siamo visti molto in quei giorni. Anzi, per nulla. Mi sembra proprio, se mi ricordo bene, che Lui sia stato in giro per lavoro tutti quei giorni; senza mai rientrare neanche la sera. Sempre e solo in giro ininterrottamente. Poi quando tornò, mio marito, sempre Lui, mi disse solo qualcosa del tipo “Guarda lì la dolce mogliettina, e chi l’avrebbe mai detto?” e niente più. E forse questo a Lui doveva essere sembrato un complimento. Per un momento fui delusa ma passò in fretta.
Forse quel mogliettina, soffiato così, suonava un po’ osceno. Ricordo ancora il sorriso con cui disse quelle parole. Un sorriso che ancor adesso non so qualificare. Se mio marito si trovava, dopo tanti anni, sposato con una donna diversa… In questi giorni sono dieci anni che stiamo assieme. Dieci anni senza il minimo screzio. Solo quelle piccole cose prive di importanza. Dieci anni ad andare d’accordo. Stupida non lo sono mai stata. Dal punto di vista estetico penso non abbia mai avuto nulla di cui rimproverarsi ne di cui rimproverare la sua scelta. Dieci anni anche senza stanchezze; almeno apparenti. Se mio marito si trovava, dopo tanto tempo, sposato con una donna diversa sembrò, dicevo, adattarsi subito. D’altro canto credo che dovrebbero augurarselo tutti.
Anche lui cambiò e in maniera non minore della mia. Perché è facile giudicare, è facile condannare quando si tratta degl’altri. Più avanti gli chiesi cosa era successo. Tornai spesso, insistentemente, sulle sue parole di quei giorni. Certo che non fu facile ma io glielo chiesi lo stesso. Lui mi rispose allora che non sapeva. Che gli sembrava che qualcosa fosse cambiato di me. Era come se qualcosa si fosse così volgarizzato nei miei tratti. Anzi, non proprio volgarizzato; anche per Lui era difficile da spiegare. Si era, come definire quella trasformazione? era diventato più licenzioso. Proprio così disse; più o meno. Certo che ora il cambiamento piaceva anche a lui; lo convinceva appieno.
Prima parlò di malizia, poi di licenziosità. Forse ad un certo punto usò anche il termine lasciva o qualcosa di simile ma non ne potrei essere certa. Licenzioso, disse, del mio aspetto; e intendeva parlare certamente di qualcosa che aveva a che fare col sesso. Lo capii subito. Per certe piccole cose, noi donne, abbiamo un sesto senso. Anche se Lui, quando vuole, è uno che sa parlare. Che con le parole porta a spasso. Non uno scemo qualsiasi, voglio dire. E’ per questo, forse, che Lui con le parole, per fortuna, e per fortuna bene, ci mangia. Mica sempre io lo riesco del tutto a capire; questo lo devo ammettere. Forse doveva fare l’intellettuale. Ed è per questo, forse, che è un tipo così strano. Affascinante e strano. Strano che a volte sembra confuso. Non bello, no! affascinante.
Per farla breve, certo è che dopo cena volle andare subito a letto. Può sembrare una cosa normale, naturale; con una donna come me. Ma normale non era. Almeno non era così tra noi. Bisogna aggiungere, per la precisione, che era mercoledì e non succede spesso, anzi mai, che mio marito rinunci alla partita. Solo così si può capire l’importanza della cosa. Infatti quella era la prima volta che lo faceva. Tanto che io credetti di essermi sbagliata e che non fosse mercoledì. Guardai anche il calendario. Invece era proprio mercoledì. Non che io mi intenda qualcosa di calcio. Non me ne sono mai interessata e non mi importa nulla. E lui rinunciò al suo mercoledì per quel mercoledì che Lui, che ha la mania dei films, direbbe “un mercoledì da leoni”. Anzi, non accese per niente la televisione.
E fu proprio un mercoledì da leoni; devo ammetterlo. E poi è giusto dare a Cesare… insomma quella cosa lì. E io non voglio certo sminuirlo davanti agl’occhi di nessuno. Dirò di più: niente era mai stato così come quella sera, cioè, non era mai stato, per me, mai come fu quella sera. Non avevo mai creduto che l’amore, nel senso di fare all’amore, potesse essere così bello e così intenso. Era stato proprio il massimo.
Aveva trovato forze che mai avevo creduto possedesse. E mi è piaciuto tanto. Ma tanto quanto? tanto tanto. Mi è piaciuto veramente tanto. Tanto che mi sono trovata a chiedermi: e allora cosa avevamo fatto prima? Prima fino a quella sera? In tanti anni? Ma c’era anche il sentimento. Quello s’intende. Prima; cosa? forse l’entusiasmo. Qualcosa doveva pure essere mancato. Naturalmente, qualcosa doveva essere mancato. Ma quanto entusiasmo; è difficile descrivere. E credo mi sia persino, spero mi sia scusata la volgarità, scappato di gridare.
Mio dio! non avevo più energie. Neanche mezza. Ero restata lì senza fiato. Senza fiato ne respiro. Ero solo restata lì tutta sudata e guardavo l’uomo. Quell’uomo che non era mai stato tanto uomo come allora. Ero tutta molle. Le ossa erano molli. Come fossi una bambola di pezza. Come uno straccio senza alcunché che lo possa sostenere così che pencola e si affloscia. Insomma ero così. E lui si è alzato per andare a fumare in salotto. Ed è andato a fumare in salotto. Mi ero tutta bagnata di sudore; a dire il vero, anche se provo ancora vergogna nel riferirlo, vergogna come una scolaretta, sudore ed eccitazione.
Ma prima di uscire dalla stanza, intendo dalla nostra camera, si fermò presso il comodino per raccogliere le sigarette e l’accendino. Da sotto la lampada raccolse sigarette e accendino e pose i soldi. Li appoggiò e uscì. E io li guardai e in un primo tempo non capii. Quando rientrò mi disse che ero stata brava e che erano per me, proprio e solo per me e me li porse. Allungai il braccio e li presi distrattamente. Li guardai distrattamente e stavo per riporli.
Ma poi guardai quanti erano. Non erano molti. Per prendere qualcosa non erano in verità molto. Mi sembrarono invece, in quel momento, parecchi. Per niente erano sicuramente parecchi; questo mi sembrava allora. Ma stranamente la cosa non mi parve strana. Era solo che ancora non riuscivo a capire. E neanche dopo che me lo spiegò non riuscivo a capire. Allora ero stata brava. Molto brava? Lui diceva di si. Era stato molto contento di me. Eppure mi sembrava assurdo essere pagata e pagata poi per una cosa che mi era piaciuta così tanto.
So che questo può sembrare puerile. Forse anche sciocco, soprattutto detto oggi. Ma quelli furono, ne più ne meno, i miei primi pensieri. Ma torniamo ai soldi; i miei primi soldi, perché questo è importante. Li infilai sotto il cuscino e dormii tranquilla. Ci dormii sopra. Ma cos’erano infine quei soldi? Forse un segno. Forse un pegno; e io non lo avevo capito. Forse Lui credeva che questo gli avrebbe dato un qualche diritto. In base a quale strano disegno o ragionamento non lo sò proprio e non potrei perciò dirlo. Un segno che, quello si, cambiò la vita di entrambi. E quanto l’avrebbe cambiata solo ora posso dirlo.
Oggi, se ci penso, anzi… no! sarei bugiarda se dicessi così, e in questa storia certamente nessuno più di me ha interesse che tutto sia chiaro: E io voglio che tutto in questa benedetta storia sia chiaro; sia preciso. Da quella volta mio marito non fu mai più trattenuto fuori. Ne il lavoro ne altro lo trattennero più fuori nemmeno una sera. Certo guadagnava meno ma ogni sera era con me e ogni sera era come quella sera. Come quel mercoledì sera. Non che me ne dispiacessi; anzi. Lui guadagnava meno ma quel che guadagnava per noi era sufficiente e inoltre io, per così dire, guadagnavo di più. Avevo soldi solo miei, solo per me. Cominciai a racimolare un bel gruzzoletto che quasi avrei dovuto cominciare ad occuparmi di come impegnarli.
E ogni sera lui ripeteva quella sera, e ancora meglio, se fosse stato possibile. Aveva scoperto una fantasia di cui fino allora sembrava privo. Superava perfino il ricordo. E ogni sera lasciava i soldi sul comodino; naturalmente. E ogni sera, senza ormai chiedergli più niente, senza più aspettare, li infilavo sotto il cuscino. Oppure, se Lui era lì, che mi guardava con lo sguardo negl’occhi un poco spento e un’espressione soddisfatta, e questo succedeva, e se avevo qualcosa addosso, li infilavo sotto il reggiseno o sotto la sottoveste, fra i seni, a contatto con la pelle con un senso di profonda soddisfazione. Quei soldi erano proprio miei e solo miei.
Ma, devo aggiungere, in verità, anche che, prese a pretendere da me prestazioni che non si era mai permesso di chiedere. Non vorrei qui entrare in particolari; sono pur sempre cose delicate. Sono cose tra marito e moglie. Insomma! quelle cose che si fanno fra due che si amano. Che si dovrebbero sempre fare tra il marito e la moglie. Che spesso si fanno ma di cui non si parla che fra donne. O fra uomini; credo. Che sembra sempre facciano solo gli altri. E che troppe volte si fanno solo al buio. Insomma le cose dell’amore. Sono certa di essere capita.
E Lui sembrava avesse proprio perso la testa. Anzi, poverino, come si può dire? a volte pretendeva più di quello che poteva. E io, è naturale mi sembra, in fondo non è forse mio marito? e io credo che ogni donna si dovrebbe comportare così, e non c’è niente da vergognarsi in questo, e allora io cercavo in tutti i modi di accontentarlo. Ero sempre pronta. Sempre pronta per lui e per soddisfare ogni suo desiderio. Tutti.
Queste sono cose di cui una signora non parla con piacere. C’è sempre un po’ di pudore. C’è sempre un poca di vergogna. C’è sempre della riservatezza. E poi non si parla e basta. Certo che è ridicolo ma è così. Non che mi dispiacesse; certo. Non che fosse per me un vero sacrificio. Anzi era tutt’altro che un sacrificio. Devo ripetere ancora che anzi mi piaceva. Che continuavo a chiedermi cosa avevamo fatto prima di quella sera? e come avevo potuto accontentarmi di meno con Lui? Ma, già! le cose non si possono credere se non dopo che si sono conosciute. E io come potevo sapere? O forse solo non ci avevamo pensato. Cioè fino ad allora non avevo nemmeno pensato che si potessero fare. Temo ci siamo molte coppie che hanno un menage, come si dice, una…, possibile che non mi venga un termine italiano, Una routine stanca. Magari solo non lo vogliono ammettere. Ah si! ecco… un’abitudine.
Non che prima ci fosse qualcosa che non andava. Anche a voler guardare bene. Eravamo solo un po’ mosci. Solo non ci avevo mai pensato. Semplicemente non ci avevo mai pensato. E poi Lui non me lo aveva mai chiesto. Non so perché, so solo che Lui non me lo aveva mai chiesto. E forse ho sempre pensato che non dovevo essere io. Eppure è tutto così naturale. Non c’è niente di male quando si fa all’amore. Nulla dovrebbe essere vietato quando si fa all’amore. Non ci si dovrebbe vietare nulla. Perché, come dicevo, non c’è nulla di sporco. Ma, ci mancherebbe altro, in questi casi dovrebbe essere Lui, il marito, l’uomo insomma. Ma mancherebbe altro! ma dove andremmo a finire?
Quando, per esempio, la prima volta me lo chiese, non ebbi nessun problema, e perché? avrei forse dovuto? per prenderglielo in bocca? Non ci trovavo niente di sconveniente. Era così naturale. L’unica cosa che potevo rimproverare a quella preghiera, a quella sua richiesta, a quella sua pretesa, poteva solo essere sul perché non l’aveva fatto prima. Molto peggio è quando ci si mente. O quando si ricerca un piacere che non è lo stesso per entrambi. Lo sapevo già da allora e lo avrei scoperto ancor più in seguito. Ma non ne feci parola; in quel momento è meglio non parlare.
E glielo presi in bocca. Tutte le donne lo fanno. Tutte le donne ne parlano apertamente con disprezzo. Come se loro no; mai! scherziamo; le altre paiono a dir poco sfrontate. Tutte le donne lo fanno. Altro che scherzi. E come me ci trovano gusto. Altroché se ci provano gusto; e tanto anche. Da un senso di potenza, di imperio; ma da dove mi vengono certe idee? comunque può solo sembrare strano che non lo avessimo ancora mai fatto. Comunque, al dunque, problemi zero. Anzi amavo sentirlo sul palato. Amavo e mi sentivo potente. E amavo ancor più, o forse no, la sua bocca su di me. E hanno un bel dire le donne, ma quale donna non ama sentire l’uomo pendere dalle sue labbra.
Forse mi sono un po’ lasciata trascinare, più di quanto avrei voluto, io che sono sempre stata così riservata. Ma ormai quello che è detto è detto e poi per spiegare le cose bisogna pur usare delle parole. Spero di non aver esposto niente di sconveniente. Soventemente sono le parole che volgarizzano le cose. Ed era come se, con Lui, lo avessi già fatto. Se lo avessi sempre fatto. Ero brava e anche sicura. Anche lui me l’ha detto. E anche le altre cose. Come quella volta che aveva voluto che lo facessimo sulla lavatrice mentre quella era accesa e io mi ci sono seduta sopra. Onestamente fu lui a farmi capire quanto ero un’amante… meravigliosa. Non che avesse poi tanta fantasia. Non che avesse scoperto improvvisamente chissà quale fantasia. Non credo poi ci sia ancora molto da inventare a riguardo. Forse solo all’inizio lo pensai come un buon insegnante e gli fui grata; piano piano ebbi la giusta misura dei limiti delle sue conoscenze al riguardo e della sua fantasia. E forse Lui, in fondo, è un metodico; e anche un poco noioso. E qualche volta aiutavo io la sua fantasia. Ma lasciamo stare questi particolari che non ci portano a niente. Che non servono a niente. Che dovrebbero rimanere riservati. Ne ho parlato solo per far capire che non aveva nulla di cui lagnarsi.
Parlavamo meno, questo si, questo è certo, e solo prima di cena. Proprio per questo; avevamo meno tempo. Meno tempo per noi, intendo. E io non mi sono mai interessata di politica. Non ne ho mai capito gran ché. Di sport non avevo mai voluto capirci e non intendevo farlo da allora. Non riuscivamo neanche a parlare, come prima, dei fatti della giornata. In un certo senso aveva come fretta. E nei primi tempi non parlavamo mai di quello che mi avrebbe fatto. Non che non gli avrebbe fatto piacere. Penso invece che si! che gli avrebbe fatto piacere. Anzi lo so per certo, come vedremo in seguito, ma andiamo con ordine. Ho però sempre rispettato, anche forse troppo, forse in modo eccessivo, quello che Lui voleva; i suoi desideri. E sembrò che, d’un tratto, quanto riguardava l’amore non avesse alcun rapporto con il resto della nostra vita assieme. Non dovesse avere più nessun contatto. Anche perché inseguiva quei momenti in modo febbrile. Solo una volta mi disse “Preparati, stasera voglio farti impazzire.” e poi, al dunque, la sera mi chiese “Cosa vuoi che ti faccia?” e io mi sentii autorizzata a dirglielo senza imbarazzo. Ma proprio quella volta andò, per dirlo con delicatezza, meno bene del solito. Escludo di aver preteso troppo. Che siano state le ostriche? non sò! certo quelle o altro se l’era proprio voluta.
Bastò poco e ci affiatammo in modo incredibile. No! non aveva nulla di cui non essere soddisfatto; ne sono certa. Certo, nemmeno io, ma Lui meno che meno. Certo che mi pagava. Come mi sembra ora assurda la sorpresa e meraviglia di quella prima volta. Certo che mi pagava ma era naturale che mi pagasse. Forse non mi guadagnavo quei soldi? Non ero brava abbastanza? Ero molto brava; non c’è possibilità di smentita. E Lui era molto contento; molto contento e soddisfatto di me. Di quella donna che gli dava più di quello che Lui riusciva a immaginare; e sognare. Di quella sua donna che Lo chiamava coi nomi più turpi; come avevo imparato a fare in seguito. E si fosse accontentato anche solo del “chiamarlo”… Che si definiva, come a Lui piaceva, con gli epiteti più turpi e più tonici. Che lo faceva sentire uomo, ma veramente uomo. E questo, si può dire quello che si vuole, ma questo non ha prezzo. E avevo ormai acquistato una confidenza, una completa confidenza con quella parte di Lui. E Lei con me. E nemmeno questo mi sembra poco.
Certo me li guadagnavo quei quattro soldi che lui mi dava. E allora perché avrebbe dovuto essere differente; con lui. Non mi pagavano forse anche gl’altri? Già! questo a lui poteva anche risultare nuovo. Se qualcosa c’è da dire, su questo ultimo particolare, è solo che non sò ancora oggi se all’inizio, quando cominciai a farlo, con gl’altri intendo, inseguivo, anche con loro, quel piacere che per me era ancora nuovo, che avevo appena scoperto, e che con loro però dovevo in qualche modo dissimulare, trattenere, oppure se, invece, cominciavo ad apprezzare quel poco (ma poi non tanto) di benessere in più che i soldi così guadagnati mi davano.
I soldi? Certo, i soldi non ci erano mai mancati, ma ha un altro sapore possedere soldi propri. Soldi che, bene o male, non si devono chiedere. E’ così! Anche quando non si devono chiedere espressamente. Anche se non avevo mai avuto modo di affrontare spese che ci sbilanciassero tanto. Anche se, al limite, mi bastava staccare un assegno. Nelle mie condizioni uno può sempre un giorno sognarsi e chiedere per cosa quell’assegno o quell’altro. Ha un altro senso, comunque, togliersi i propri capricci con soldi propri. Con soldi guadagnati da sé. Ci si sente anche meno mantenuta, non nel senso cattivo del termine. Più libera. Più donna. Meno inutile. E poi i soldi erano il meno. Con gli altri inoltre era anche differente e in più era anche un po’ colpa sua. Aveva cominciato e chiedermi le cose prima e a prometterle, ma più chiedeva e prometteva meno manteneva. Pagava ma cominciava a faticare. E forse chiedeva e prometteva solo per aiutarsi.
Avevo avuto il fiuto di cominciare questa nuova attività nel momento giusto; di cogliere l’attimo in fuga. Credo di aver sempre avuto il fiuto per gli affari ma forse non mi era mai interessato. Fui anche spronata; si! anche questo è vero, ma non fu questo a risultare decisivo. Ho sempre destato… interesse. Ma avevo anche sempre pensato all’amore come sentimento. E ancora oggi non mi sembra questo un peccato grave. Da ragazza ti fai ben strane idee e poi, ripeto, come potevo prima immaginare che fosse così? Forse non avevo mai considerato come così tante persone abbiano bisogno di affetto e quante si sentano nel profondo sole. Non che mi consideri una benemerita perché non c’era sacrificio in quello che facevo.
Acquistai allora un appartamentino non molto lontano da casa. Anche se non si guadagnava moltissimo non ci si poteva lagnare. Così presi questo appartamentino. Una cosa piccola s’intende. Senza esagerazioni. Senza sfarzo ma ben arredato. Piccolo e coccolo. Una spesa che non cambiava gran ché. In un condominietto dove provvedono a tutto. Non so perché ma non mi andava l’idea di farlo in casa. Di portare estranei dentro casa nostra, forse sono solo manie ma io ci tengo al decoro e poi amo siano distinti i luoghi. Non mi piaceva farlo in casa. Non mi sembrava carino. Non mi sembrava serio. Anzi mi sembrava quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; quante delicatezze sprecate invano. E non potevo ormai più certo farlo in macchina, non solo per comodità, ma anche per decoro. E poi, insomma, non potevo proprio. Inoltre era proprio tempo che mi sistemassi anche sotto quel profilo.
Sì! non è la stessa cosa. Da questi nuovi rapporti sociali che avevo allora cominciato a instaurare capii presto i loro limiti. Scoprii quanto poca in fondo fosse la sua… fantasia, come ho detto. Certo che ci misi anche del mio ma questo mi fu utile sicuramente perché non si inventa niente. Ma non gli ho mai fatto pesare ciò ne, se vogliamo dirla tutta, il fatto che fosse anche un po’ impacciato, anzi proprio imbranato. Certe cose forse a lui non sarebbero nemmeno mai passate per l’anticamera del cervello e lasciamo stare i suoi limiti… diciamo dove non arrivava. Sopperivo con la tenerezza e poi non mi mancavano ormai certo le alternative. Dal quel momento ebbe, se è possibile, una moglie migliore perché erano rapporti diversi, vissuti diversamente; perché mi completavano e mi rendevano più soddisfatta di me.
Certo poteva succedere anche a me, a volte, di essere stanca. No! non posso rimproverarmi proprio nulla neanche da questo punto di vista. Non avevo cominciato a trascurare nulla; anzi. Avevo preso da allora una donna delle pulizie che mi aiutasse nei lavori di casa. E la casa era anche più in ordine di prima, se questo fosse stato possibile; beninteso. Era una signora anziana, la signora Giovanna. Un nome così comune dalle nostre parti. Un nome da donna delle pulizie. Ma era brava la Giovanna. E arrivava sempre puntuale. Era una signora anziana con due figli e i figli sono figli, oggi come oggi. Ma era brava e puntuale. E poi sapeva fare il suo mestiere e stare al suo posto. E’ stato buffo scoprire che uno dei suoi figli, il maggiore naturalmente, veniva a spendere da me quei soldi che io davo alla madre; che davo a quella povera donna. Ma anche molto tenero. E io alla madre non ebbi il coraggio di dire nulla.
Non era per niente invadente ne curiosa, la Giovanna. Aveva ormai le chiavi e quando rientravo la casa era tutta in ordine. Linda e pulita come nella favola. Un nido d’amore per due innamorati. Tanto che è ancora con me. Ripeto che non mi posso rimproverare niente neanche per la casa. Imparai anche, sempre dalla Giovanna, alcune ricette. Di quelle ricettine da leccarsi i baffi; e anche tutto il resto. Io ero orgogliosa di me. E lui non poteva non esserlo. Mangiava come un re e amava come un principe e come un villano, ovvero amava da doversi dichiarare soddisfatto pur nei suoi limiti.
E poi no! non che non ci siano altre spese; anzi, tutt’altro. Anche per stampare cinquemila bigliettini da visita. A proposito; cosa ho scritto? “consulente”. E cosa dovevo far stampare? Non mi è venuto niente di più appropriato. Massaggiatrice mi sembrava inadatto, fuori luogo, falso, volgare e abusato. E poi bisogna prestare la massima attenzione anche ai minimi particolari. Gli uomini non riflettono mai a sufficienza. Vedono, poveri ciechi, solo il risultato complessivo e finale. Ma prendiamo ad esempio un cappello a falda larga di foggia leggermente maschile. Non si può immaginare quanto sia intrigante un cappello. Quasi tutte le donne ne trarrebbero vantaggio. Quasi tutte possono incuriosire con un cappello. E lasciamo perdere la personalità e il portamento; quelli mica si comprano facilmente.
E’ questo che non riesco a capire: Lui non poteva avere proprio nulla per essere scontento. Aveva una donna disposta a tutto. Una donna che lo accontentava in tutto. Una donna anzi che aveva ancora da insegnarli tante cose. Ed ero anche comprensiva. Perché, qualche volta si sa, non sempre va come si vorrebbe. E allora una donna comprensiva è sempre un porto dove rifugiarsi. E poi, non una donna comune. Non faccio per dire ma credo che un corpo come il mio, così perfetto e morbido, un corpicino perfetto e senza nessun cedimento, non sia poi così facile a trovarlo. E io ho cura di questo mio corpo.
Ed era contento di me. E allora perché? mi chiedo ancora oggi. Non era forse vero che avevo continuato a cercare di accontentarlo sempre? Non era pur vero che i nostri rapporti non erano cambiati? Anzi erano decisamente migliorati? Che gli facevo sempre da mangiare? Che aveva sempre continuato a trovare le sue camicie pulite e stirate; e tutte le cose in ordine? E non dimenticavo quello che gli piaceva? E anzi, come ho già detto, la mia arte, anche in cucina, era in quei giorni migliorata. E allora cosa poteva desiderare di più? Io credo niente.
Ma questo dover raccontare le nostre cose mi emoziona e mi imbarazza; per questo faccio questa confusione terribile. E non è forse vero che, qualche sera, per quanto stanca potevo essere, e sicuro che ne avevo le mie buone ragioni per esserlo, stanca, e qualche sera lo ero veramente stanca, e stanca da morire, e mica per niente; ma non è forse vero che non gli avevo mai detto di no? E allora? Certo che è vero. Vero come il fatto che sono qua. Vero come è vera tutta questa assurda storia.
E’ per questo che non riuscivo a rendermi conto perché improvvisamente quella sera, proprio quella sera e non un’altra sera, improvvisamente, e solo lui, avesse deciso di non pagarmi più. Non se ne era dimenticato. Me lo disse anche. Non si era semplicemente dimenticato di mettere i soldi nel comodino. Aveva proprio deciso così. Perché naturalmente, dopo il primo momento di comprensibile imbarazzo, anche per Lui, perché poi queste cose non sono belle per nessuno, io glieli avevo chiesti. Ma Lui si era detto deciso. Ma Lui si era ostinato. All’improvviso si era ricordato che ero sua moglie. Cosa vuol dire? Che a una moglie non si a da portare rispetto, forse?
E poi per quell’assurda argomentazione che non voleva pagare ciò che a lui sembrava spettargli di diritto. Che non lo trovava più giusto. Ma poi per quale strano e bizzarro diritto? Ma dove le scova certe idee? No! così a me non poteva proprio più andar bene. Quale diritto? Ma questo non può essere un motivo valido. Dovrei anche aggiungere e dire che il suo era, ormai, un …prezzo di favore. Un prezzo su cui, solo per delicatezza, non ero tornata. Che era quasi offensivo. E’ vero che l’avevo fatto per tanto tempo così con Lui. Tutt’altro. Mi si perdoni il termine. Ma mi ero fatta, ma si! lo devo proprio dire, sbattere abbastanza per niente. E dire che per Lui facevo anche un’eccezione: lo facevo in casa.
E poi era già da un po’ che volevo ritoccare, adattare quel prezzo. Così, non per cattiveria ma, si può capire, sono stata costretta ad essere chiara. Sono stata proprio, da Lui, tirata per i capelli. E allora, anche la persona più buona, più santa al mondo… cosa può fare? Ero stata chiara: ne avanzavo una e da quel momento non l’avrebbe più avuta finché non si fosse ravveduto. Finché non fosse tornato regolarmente a pagare. E prima pagare quella arretrata, ben inteso. E pagare anche prima questa volta; perché quando una persona con un minimo di cervello è rimasta scottata una volta naturalmente cerca di non esserlo più. E’ non c’erano balle che contassero. E pagare quello che pagavano tutti. Fine dei prezzi di favore.
Lui invece ha perseverato in quella sua decisione. In quella sua assurda e offensiva, direi, pretesa. E’ incredibile e mi vergogno dirlo; e fra marito e moglie poi. Ma è vero; non ho più visto quei soldi. In parole povere il debito non è, ancora a tutt’oggi, stato, mi sembra che si dica così, onorato. Continuo a vantare nei confronti di mio marito quel debito sul quale, si certo, avrei potuto anche benevolmente sorvolare, anche perché per una volta, non mi avrebbe rovinato di certo, sarei rimasta quella signora lo stesso, ma questo, oltre tutto, avrebbe creato un precedente e poi ormai era diventata una questione di principio anche per me.
Non è per avidità; beninteso. No! Non sono mai stata, io, attaccata al denaro. Poi potrei anche lasciarglieli quei maledetti quattro soldi. E poi quante volte non gli ho preso qualcosa con i miei soldi. Anche la cravatta che indossava ieri, solo per fare un esempio, gliel’ho presa con i miei soldi. E con quali altrimenti? Ma quei soldi erano e sono miei. E quei soldi Lui me li deve dare. E poi fra noi che eravamo sempre andati d’accordo. Fra noi che non c’era mai stato il minimo screzio. E anzi non eravamo mai andati bene come in quei momenti. Perché voleva rovinare tutto per così poco?
Ero ancora certa che si sarebbe convinto, che avrebbe capito, che si sarebbe ricreduto. Che sarebbe tornato da me chiedendomi scusa. Ma mi sbagliavo. Si era talmente intestardito che era disposto a rinunciare a me piuttosto che cedere. Non lo facevo così deciso. Non lo facevo così testardo. E questo mi da un grande senso di sconfitta e di frustrazione. Credevo di valere qualcosa di più per Lui. Ma come può un uomo rinunciare a una come me per due miseri franchi? Rinunciare a tutto questo… ben di dio? O sono io a non capire o il mondo si sta rovesciando.
Ci sono tante cose che rendono i rapporti con il coniuge diversi, questo è vero. Anche è vero che non ci sono le stesse spese, che tutto , con gl’altri, era ed è a spese mie. Ciò non toglie che ora penso, ritengo con ciò di essere stata ingannata, profondamente ingannata, gabbata. Tornando a quel rapporto il pagamento era condizione naturale. Il pagamento era semplicemente una clausola che, tacitamente accettata, doveva essere considerata come condizione vincolante senza la quale sarebbe sicuramente venuto a mancare il mio consenso.
E in realtà se solo avessi appena appena saputo che mio marito aveva anticipatamente cospirato al fine di non pagare per la mia prestazione. Ovvero, se avessi sospettato che lui, alla fine del rapporto, avrebbe trovato anche solo da ridire sulla forma con cui doveva essere regolato. Che, improvvisamente, chissà per quale maledetta e disgraziata riflessione… anche se poi era giunto a quella decisione solo dopo… certo allora non avrei assolutamente acconsentito. Che andasse pure dove voleva. Che tornasse pure ad andare fuori con quel suo lavoro. Che lo infilasse dove voleva. Che si arrangiasse pure da solo, al bagno, come un ragazzino. Mi vergogno di me e di tanta volgarità che non mi è certo naturale, lo posso giurare, ma il suo atteggiamento incomprensibile mi ha fatto proprio perdere le staffe; andare il sangue agl’occhi.
Questo a prima vista può anche sembrare un problema banale. Quante coppie non hanno problemi in casa? Ma in realtà la consenzienza della donna ad un rapporto di tipo sessuale resta elemento fondamentale per la definizione di quello stesso rapporto. Pertanto o mio marito recede dalla sua posizione e sana la sua condizione debitoria. Oppure, anche se la cosa mi ripugna, in questo caso, pur non in presenza di vera e propria violenza, anzi, per il resto, ci mancherebbe altro, si è sempre comportato bene, da signore intendo, anche con gentilezza, non mi ha mancato mai del minimo rispetto, forse un poca di freddezza, devo onestamente affermare che non si può che parlare di vero e proprio stupro.¹


1] Questo racconto, nato per la raccolta “Linguaggi”, di cui si potevano fare più post e forse era una soluzione più “gestibile”, è stato scritto non dopo il 19 marzo 2002.

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