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Posts Tagged ‘vita’

Si erano conosciuti che si può proprio dire erano ancora ragazzini cioè la loro era una storia che durava da sempre. Una di quelle storie felici da portare ad esempio. Erano allora studenti, giovani universitari. Poi lui avrebbe lasciato dopo otto esami adducendo come motivo la giustificazione di non essere capito. Ecco, forse per penetrare fino in fondo la storia, il lettore dovrebbe soffermarsi su queste ultime parole che all’inizio della loro storia lui aveva pronunciato: “Sono solo persone grette e ignoranti. Non in grado di capire uno come me”. Ma allora lei lo guardava con gli occhi di un amore che stava sbocciando e probabilmente non diede a quelle parole il peso che si sarebbe dovuto dare. Insomma un paio di volte lui aveva anche provato e riprendere gli studi, ma aveva sempre lasciato per lo stesso motivo e non aveva mai finito. Non era grave ma erano numerose e lo sarebbero state di più le cose iniziate e poi lasciate là e mai finite. Lei continuava a guardarlo come si guarda un figlio ed erano incapaci di stare distanti uno dall’altra. I loro occhi e le loro mani erano tutto un cercarsi. Lui parlava e la gente gli prestava attenzione, ma lei nemmeno sentiva quelle parole, gli bastava riempirsi la vista di lui. E lui raccontava in giro di come lei cucinava bene e fosse attenta nello spendere, cioè fosse parsimoniosa, e di com’era attenta anche alle piccole cose. E ballava sulla vita e sui piccoli palchi tranquillizzato del sostegno della sua amata, confortato dalle sue coccole, sicuro dell’assidua presenza del suo seno.
Decisamente quel mondo era troppo piccolo e lui non era adatto alle piccole cose. Qualcuno a fatica può ricordare ancora quando decise di essere un grande scultore. Opere non ne rimangono. Ciò che ricorda il suo nome è più legato alla sua produzione matura, molto varia, che spazia in molti campi ma sculture non ne rimangono e fuori resta la musica. Nonostante vari tentativi anche sostenuti dalla sua proverbiale tenacia, unita allo zelo, non è riuscito mai a far suonare uno strumento. Non se ne diede neanche questa volta ragione ma si sa che nessuno è perfetto e la società che ci circonda non è sempre preparata ai veri geni. La sua sposa non rinunciò e continuò a sostenere quel suo amore maestro di vita con la stessa indefessa vicinanza e affinità. Il parere di quel qualcuno era che lei si esprimesse in senso più compiuto e che le cose le riuscissero meglio, ma lei amava fare il pane e seguire la famiglia; famiglia che presto, grazie al loro grande amore, non tardò ad ingrandirsi. Potremmo dire che la loro era una storia perfetta, che il loro era un mondo felice che un mondo felice può vivere e sopravvivere in questo mondo. Così lui partì e poi torno, come fanno molto uomini. Fece il padre senza impararlo e allo stesso tempo continuò a fare il figlio; stupito. Però era un tipo di sani ideali: quando si giocava alle battaglie lui faceva sempre l’indiano. L’indiano nel senso del pellerossa, cioè nel senso dell’indiano come nativo americano. Era sempre dalla parte giusta. Non partì per il Cile ma fu fermamente contro il boia con la divisa. Non amò mai nemmeno nessuna divisa. Inutile cercare di documentare oltre le sue posizioni ideologiche perché sono sempre state chiare e indiscutibili. Coerenti. Lui non era tipo da compromessi. Forse solo per quanto succedeva nel nostro paese era disposto a qualche concessione, cioè si trovava spiazzato e un po’ confuso. La cultura, pensava, non ha un padre, e soprattutto non ha una madre. Almeno la cultura vera.
Si presentò alla Feltrinelli con un manoscritto che a suo dire, e ne aveva certezza, avrebbe rivoluzionato il modo di capire e fare la storia di ieri e di oggi. Titolo: Le gesta dell’Italia spiegate da don Peppone. Sottotitolo: Storie di ieri e di oggi per capire la grande Storia Patria. Quei quattro ignoranti hanno fatto uno sciopero… Non, chi racconta la storia ha fatto una piccola confusione. Quelle parole fanno parte del testo di una canzone che lui amò in anni lontani. Per tornare alle vicende dell’oggi quei quattro ignoranti gli respinsero il manoscritto con scusa che apparivano già al primo sguardo prive di fondamento e di circostanza. Bestemmiò convinto che nemmeno l’avessero letto. La sua sete di verità aumentò da quel preciso istante e così la sua caparbia lotta per ristabilire la verità e diffondere il sapere. Mise una targa affianco alla sua porta con inciso il suo nome, la data di nascita e la data in cui il manoscritto era stato rifiutato. Lasciò ampio spazio di marmo vuoto sotto per dar conto delle vicende che sarebbero seguite. Si iscrisse ad un corso di giapponese che non riuscì a terminare per impegni vari fra cui la presentazione come capolista alle condominiali per un gruppo che chiedeva la distribuzione in base all’uso delle spese dell’ascensore. Purtroppo tale formazione politica ebbe poca vita in quanto trovò l’opportunità di acquistare una piccola casa colonica fuori dalla grande città e dalle logiche della convivenza. In città tornò un paio d’anni dopo, ma nel frattempo aveva perso l’abitudine a tutto quel rumore e quella confusione. Nel suo studio regnava sempre il completo silenzio o era invaso garbatamente solo di musica classica. Fu in quel periodo che divenne grande fotografo amante in assoluto del bianco e nero molto contrastati e deciso antagonista di Henry Cartier-Bresson. Ancora una volta poco compreso tornò al vecchio amore per il giapponese ma senza studi convenzionali, disse. In verità si limitò alla scoperta della grande poetica haiku e ne apri un Seminario in casa trovando una decina di proseliti.
Per un attimo pensò di fondare una nuova religione di cui lui sarebbe stato il naturale nume ma capì che la sua stessa vita era testimonianza dell’asceta, del cammino di un uomo che si elevava. La sua vita era lezione di vita. Ebbe una certa notorietà in quel periodo la sua iniziativa multimediale: E’ da un rutto cosmico che è nato l’universo. A cui seguì la ancor meno celebre: Bakunin, colui che avversò le rotatorie e assassinò l’anarchia. Sulla guerra di Spagna diede delle letture epiche nelle quali però non mise mai ordine. In tutto quel gran da fare si trovò vecchio restando in fondo il bambino di sempre e continuando ad importunare gli arrivisti che avevano raggiunto facilmente la notorietà grazie alla loro predisposizione al compromesso. Lei continuava ad amarlo come il primo giorno e forse anche di più seppure con un velo di rassegnazione. La vita non aveva loro certo fatto mancare anche prove dure e dolorose, ma quelle prove non erano riuscite che a rafforzare il loro rapporto. Ognuno era l’aria che l’altro respirava. Quel meraviglioso ingranaggio si inceppò solo davanti all’ultimo dei loro numerosi traslochi. Sfrattati avevano cominciato a raccogliere tutte le loro cose, ricordi di una vita. E ne avevano mandato avanti la maggior parte con due viaggi di uno sgangherato camion. Erano quasi arrivato alla fine e la casa cominciava a sembrare vuota. Lui si era intestardito per un paio di vecchie scarpe da tennis e per un monopattino dove aveva disegnato un bambino che rincorreva un pallone. Lei provò a farlo ragionare senza riuscirci, come sempre. Il camion aspettava. Mise in una scatola le tazzine che le aveva regalato una zia per il loro matrimonio con dipinte vedute di Pisa, assieme alle foto di famiglia. In un’altra mise tutti i dvd di videogiochi. Alzò le spalle e si chinò sul lavoro che le rimaneva da fare mentre lui organizzava e inventariava. Avevano caricato tutto per l’ultimo viaggio ed arrivò il momento di salire nel mezzo. Solo allora si accorse che aveva un ego talmente enorme da essere impossibile da trasportare. Imballate le ultime cose, fra cui le stoviglie, decise di seppellire quell’ego sotto il grande olivo. Ora finalmente sembra che lui riesca a stare saldo e tranquillo in un posto più a lungo di quei cinque minuti nei quali riusciva a stare fermo su un’idea.

In questo caso le foto sono state rubate in rete nel profilo Facebook di Antonio Oppo e, come tutte, non hanno nessuna relazione diretta con il racconto.

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III. Le fortune capitano sempre alle altre. Giuro che a me non è mai successo. Eppure le ho provate tutte. Non va più fuori di casa. Sta lì tutte le sere ad aspettarmi. Si è allontanato anche dagli amici. Trascura persino il calcio. Aspetta sperando che torni con qualche novità. Ma non tutte le sere può essere così. E allora mi interroga. Insiste. Non mi crede. Eppure lui ci riesce una volta alla settimana. In casi eccezionali due. Non può pensare che Guido sia disponibile per me tutte le sere. Che ha anche una moglie, che lo aspetta. E, non gliel’ho mai chiesto ma, credo che qualche scappatella ancora, se si presenta l’occasione, non se la lasci scappare. Anche se non vorrebbe darlo a vedere perché ha il mito di essere quello ma anche lui ha i suoi limiti. E certe sere sono veramente stanca. Anzi mi va sempre meno.
Potrei finire di confonderli: Alfio con Guido o Guido con Alfio. Lo so che non sarebbe possibile e non è possibile. Debbo tutto a Alfio. Con lui sono diventata grande, un’altra. Ho imparato a credere nel futuro. Ad assumermi responsabilità. Una vita fatta di fatica ma anche di obiettivi. La sua è una sorta di forma di voyeurismo delle parole. Come una malattia. Per lui sono più desiderabile perché mi sa desiderata. E questo gli mette più voglia, più fretta, ansia. Però, se è possibile, è anche più frettoloso. Di più pretese. Più superficiale. Ama le mie tette e tutto di me attraverso il mio racconto di come le gusta un altro; l’altro. Senza quel pensiero non riuscirebbe a desiderarmi. Senza vedere le mani dell’altro su di me. A cercarmi. A frugarmi. A provocarmi emozioni intense. E nella sua testa è presente. Vuole imitare. Vuole competere. Vuole il suo posto in platea e sul palco. Per lui conta più quello che le mie parole gli suggeriscono, quello che riescono ad infiammare nella sua mente, che la realtà che ha davanti. Ma io non sono uno psicologo. Non sono in grado di analizzarlo. Mi salvo solo la vita.
Ma debbo tutto a Guido. Lui mi ha ricordato che ero donna. Mi ha fatto sentire donna. E me lo ricorda. Anche se forse non posso dare tutte le colpe a lui. Forse sono stata proprio io l’artefice di tutto. Forse aveva ragione Alfio e sono una puttana. Forse lo sono sempre stata, senza saperlo. La verità è che con Alfio non è mai stato così bello. Ma forse è proprio perché è Guido. Perché non ho obblighi. Perché non debbo farlo. Perché ci lavoro, ed è a portata di mano. Perché è iniziata per caso. Nel modo più stupido. Come una rivendicazione. La risposta ad una debolezza. Ad un torto. O perché sono le due facce di una medaglia. E quella medaglia sono io. O almeno ero perché alcune cose si trovano e molte si perdono. Andare con Guido, cioè fare all’amore con lui, o meglio, diciamo le cose come stanno, scoparci mi imbarazza. Non tanto per quanto, dal momento che sono stata come spinta fra le sue braccia proprio da mio marito. E’ come se fosse diventato un dovere contravvenire al dovere. Insomma mi sento confusa; dentro in testa.
Guido stava diventando quasi un altro marito. All’inizio con lui, sembrava diverso. L’inesperienza? La stupidità? Il fatto che non ci credevo? Che non mi riconoscevo? E in testa mi ero detta: allora è questa la passione? Per loro, gli uomini, la libido? E’ questo che fa di una donna una puttana? Un’amante? –cercando di ripetermi che era solo sesso. Che non mi potevo lasciare coinvolgere. Ed era come se con lui c’era un’altra donna. Poi è diventato abitudine. Noia. Ho avuto l’impulso di dire basta. Cominciavo ad averne abbastanza. E non sapevo come uscirne. E Alfio, per mostrarsi più uomo, di quel loro stupido gareggiare, è diventato ancora meno attento. Meno ricco di premure e più di frette. E a ben guardare anche Guido. Nonostante la sua sciolta prosopopea. Le sue arie. Le sue certezze. Quel pelo di arroganza. Anche con Giudo è cambiato, me ne rendo conto. E’ finita la meraviglia; la sorpresa. Ora è come se fosse normale. Se glielo dovessi. Ormai siamo amanti. Gli spetta di diritto. Il prezzo degli amanti. Strano, come ho smesso subito di provarne vergogna.
Dopo quella prima volta, per un po’, è stato un crescendo di esigenze e di richieste. E poi, pian piano, tutto è diventato ripetitivo e monotono. Lui che si slaccia i calzoni. Io che mi tiro giù le mutandine. Tutto alquanto meccanico. Altrettanto squallido. Quasi privo di fantasia. Ed erano solo ricordi quei primi giorni. O le mie solo illusione. Quello che credevo. Che mi ero messa in testa. Forse quel desiderio irrefrenabile, irresistibile, lo vedevo solo io. Forse per lui ero solo la soddisfazione della preda. Il suo modo di farmi sentire abbietta. Infedele. Sapendomi la donna di un altro. Il suo sentirsi più uomo. Ero disponibile a tutte le sue fantasie e richieste come se non ci fossi. Se il mio corpo non fosse più mio. Se gli appartenesse. Mi sentivo lusingata ma il resto, l’incanto, è finito quasi subito.
Una sera, dopo la chiusura ha voluto in ufficio. Mi ha detto che non poteva più resistere. Che il mio profumo da solo lo faceva perso. Che era tutto il giorno che mi guardava e che mi desiderava. Che aveva rischiato di fare una stupidaggine. Lì per lì ne sono rimasta compiaciuta come una stupida. Aveva fretta anche perché lo aspettavano a casa. E mi ha presa sulla scrivania. Ed è stato scomodo e estraneo; mentre lui mi spiegava quanto ero brava e quanto lo facevo godere. E mi riempiva di epiteti irripetibili. Strappandomi anche le calze. Mi ripromisi che questo non lo avrei raccontato a Alfio. M’era sembrato troppo… squallido. Me ne vergognavo troppo. Ad Alfio ho raccontato solo dopo qualche sera il fatto della macchina. Ma non anche la fine. Ho evitati i particolari che mi sembravano troppo imbarazzanti. E troppo personali. E che avrebbero anche un po’ messo in cattiva luce il mio amante.
Il fatto è stato che anche lui, come tutti gli uomini, o almeno i pochi che ho conosciuto, dopo i primi giorni ha smesso di ricordarsi di me preoccupandosi solo di sé. Per me è diventa una cosa tecnica. Mi sento usata. Toglitele. Fammela vedere. Apri le gambe. Ancora un po’. Fai così. Mettiti cosà. Oggi ciò questa fantasia. Questo Ghiribizzo. Quello che ho raccontato al curioso cornuto, perché è giusto chiamarlo come si merita, è che una sera, tornando, ancora in macchina, a Alfio è venuto uno dei suoi soliti capricci. Non ce la faceva nemmeno ad aspettare di arrivare a casa. E così… ho voglia delle tue labbra. Non ero ancora del tutto abituata a tutte le sue stravaganze. Lì per lì nemmeno avevo capito. Me l’ha fatto intendere senza nemmeno troppa delicatezza. E qui mi sono fermata con il racconto perché il suo piacere è stato solo il mio disgusto. unicamente un conato di vomito. Ho soddisfatto il desiderio di sapere di Alfio con un “Sì! Abbastanza. Forse; è stato bello”. E me la sono cavata dicendogli che ero molto stanca quando avrebbe preteso di farlo allo stesso modo. Due volte in una giornata, e con la parmigiana sullo stomaco, non sarei riuscita a trattenere il rigurgito.
Quando ho incontrato Samuele mi è stato tutto chiaro all’improvviso. Quasi non l’avevo riconosciuto; era da allora. Era cambiato molto. Un po’ di pancetta. Molti meno capelli. Gli occhiali sulla punta del naso. La stessa timidezza di allora. A pensarci bene tutt’altro che affascinante. Ma ci siamo incrociati, dopo tanto, per puro caso. E come un fulmine ho capito. La persona giusta, comunque la persona che passava al momento giusto. A casa aveva una moglie e due bambini. E un lavoro privo di soddisfazioni e di certezze.
Così ci perdiamo un po’ in chiacchiere. Andiamo a prendere un caffè. Debbo insistere. Non ho molta pazienza. Debbo inventarmela. Per me è tutto chiaro. Ma il mondo di ognuno è diverso. Dopo tanto tempo due dovrebbero avere molte cose da dirsi. Non mi sembra. Fatico anzi a trovare argomenti. Lui ha un sorriso opaco. Non scrive più poesie. Non si ricordava più nemmeno di averne scritte. Penso a noi due. La nostra storia è stata breve e nemmeno molto intensa. Soprattutto è stata molto virtuale e assolutamente innocente, cioè platonica. Qualche bacio. Se ci penso ha provato timidamente ad allungare le mani, anche lui poco convinto. E molto impacciato. Gliele ho tolte. Com’ero stupida. Sempre stata. E lui mi ha chiesto persino scusa. Mi aveva solo sfiorata. Ora quella storiella banale mi sembrava bella.
Ho preso il coraggio a quattro mani. Anche se… perdio: sono io la donna. Possibile che… eppure allora… Ho interrotto il fiume di parole con cui cercava di celare l’imbarazzo e gliel’ho chiesto direttamente io, senza perifrasi e senza stare nemmeno troppo attenta al tono della voce: “Sam, starei a parlare con te per giorni interi. Lo sai. E sai che quello che ti dico non l’ho mai detto e non lo direi mai. Mi conosci. E nemmeno è facile ma… Scusa se te lo dico. Non è che ne ho voglia. Per dirla tutta nemmeno ci pensavo. Ma come ti ho visto me n’è venuta. Voglia. Il nostro ricordo mi fa impazzire. Perdere la testa. Se non andiamo subito finisce che ti salto addosso qui. Davanti a tutti. Scusa, ma ho voglia di scoparti”.
Ma io”…
Cerca incredulo di sottrarsi o almeno tergiversare. Lo metto all’angolo con un classico del genere «o ci stai o ti sputtano cioè libido e terrore»: “Non puoi dirmi di no. Hai presente Meg Ryan in Harry ti presento Sally ”?¹
Ma io”…
Era allibito: “Nessun problema. Ce l’ho io il posto”.
E non avrei detto di Samuele né a quel buono a nulla di Alfio né a quello stronzo di Guido. Doveva restare un segreto tra me, Sam e il mondo. E dopo la prima gli ho concesso anche il bis che, poveretto, è rimasto senza fiato. E mi sentivo libera, finalmente libera. Libera e innamorata. Disinibita. Scatenata. Era quello l’amore ed era fin troppo facile. Ce l’avevo a portata di mano; povera stupida. Bastava prendere l’iniziativa. Dirlo per prima. E non lasciargli il tempo di replicare. Del dubbio. Della paura. Del rimorso. Gli uomini sono esseri, in fondo, molto semplici. Basta sbatterli in un letto e togliergli le brache. Anzi, a volte nemmeno quello. A volte basta togliersi le mutandine o far vedere che non le hai messe. Anche solo mostrargli un po’ di pizzo. Appena l’attaccatura di una tetta. Basta un certo sorriso. E si mettono in trappola da soli. E con lui ora ci vediamo ogni martedì e ogni venerdì; i giorni in cui dovrei essere a yoga.
E nel tempo mi son fatto furba. La storia con Guido langue, è quasi finita. Ci si vede sempre più raramente. Sono io che ho cominciato ad evitarlo prima che sua moglie si insospettisse. Ci mancherebbe altro… Alle numerose e ossessive curiosità di Alfio rispondo con la fantasia e… Nel frattempo ho anche letto “Memorie di una gheiscia², e altro. Il che aiuta. A lui va bene e nemmeno se ne accorge anche se riciclo cose passate e già raccontate. Gli basta il niente ormai per eccitarsi. E a volte nemmeno il tutto funziona. Mi sono accorta di aver sempre sognato questa vita. E anche lui ha quello che ha sempre anelato. Una moglie sempre pronta, quelle poche volte. Brava a fingere. E un bel paio di corna in testa. Mi dice che sono porca. Forse è vero. Lui mi voleva porca e porca sono diventata. Mi dice di peggio ed è tutto vero.
Samuele alla faccia della pancetta, dell’incipiente calvizie e della sua aria svagata e da sognatore squattrinato non ne ha mai abbastanza. Se ha una pausa basta e avanza la mia fantasia. Gli ho dato tutto e anche di più. Anche quella soddisfazione che avevo sempre negato a tutti. A tutto il resto ho smesso di pensare. In fondo si tratta della mia vita. E se ho voglia di qualche distrazione me la prendo. Senza tanti rammarichi. A cuor leggero. Non so cosa ne pensa lui, Samuele, non gliel’ho chiesto. Per dirla, l’unica cosa che facciamo poco è parlare. Lui non è mai stato troppo loquace. Io solitamente vado di fretta. Non arrivo all’appuntamento per rifarmi una cultura. Vado solo per riempire questo buco dentro. Per sentirmi meglio. Soddisfatta. Appagata; in tutto. E poi il suo parere non avrebbe nessuna rilevanza. Sono una donna libera. Alla faccia di Gloria. Della sua invidia. Della sua perfidia. Ora che avrebbe di che parlare è in malattia e all’oscuro di tutto.


1. Harry ti presento Sally (When Harry Met Sally…) film di Rob Reiner; 1989.
2. Memorie di una geisha di Arthur Golden. Tea editore 2008.

Le foto sono state trovate, come tutte le altre, nella rete e non hanno nessuna relazione con quanto poi si racconta.

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tazzina di caffèCi siamo salutati dandoci appuntamento per la domenica. Ci ritroviamo casualmente una mattina al bar, vent’anni dopo. Naturalmente tutto è difficile, non lo vedo bene e non è solo per una questione di vista. Lo invito a prendere un caffè, il suo bicchierino è già vuoto, mi spiega che non può prendere il caffè per non ricordo più bene quale malattia che lo affligge. Mi scuso. Gli chiedo come va per pura cortesia, e con fatica mi dice laconicamente: “Va”. C’è un naturale attimo di silenzio. Prendo un cappuccino con brioche. Per la brioche si unisce a me, poi si ordina un amaro. Dimentico di aggiungere lo zucchero. Mi scappa una smorfia anche se cerco di dare a vedere che non fa nulla. Penso alla madre ma era già vecchia allora. Non ricordo se è un figlio o una figlia, perciò evito. Allora gli chiedo della moglie. Abbassa gli occhi. Deglutisce a fatica. Mostra disagio. Si fruga nelle tasche; forze cerca una sigaretta. Così vengo a sapere che lo ha lasciato per un altro poco dopo di allora, non so bene quale allora e non lo chiedo. Aggiunge che ! ha provato a rifarsi una vita, ma non è facile. Era una storia che era già iniziata prima, ma anche lei aveva due figli e piccoli. E poi –dice- sai come vanno le cose? ho perso il lavoro. Non potevo più stare in quella casa. Continua nell’esternare la sua vita di disavventure, ma, seppure me ne vergogno, avevo già smesso di ascoltarlo. Ho guardato l’ora, non potevo tardare all’appuntamento; e lui se n’è accorto. Pareva dispiaciuto. Ha cercato di trovare altre cose. Mi ha chiesto di amici comuni i cui nomi non mi dicono più nulla. Ha chiesto di me mostrando palesemente e senza imbarazzo di non essere interessato ad una vera risposta. Aveva bisogno di parole ma soprattutto di essere ascoltato. Gli faccio intendere che debbo proprio andare; poi sono costretto a dirlo. “Peccato”. Fa il verso poco convinto di prendere il portafoglio, lo arresto con un deciso “Faccio io.” a cui non riesce a opporre la minima resistenza. Ci salutiamo con un “Vediamoci, magari ti telefono.” ma sappiamo entrambi che non ci rivedremo più.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoDi queste parole
fragili
menzogna, vergogna, pudore,
rimorso
di queste parole
io chiedo perdono:
a chi ama
e a chi soffre,
a chi sogna di notte la luna
-e lei è lì, dietro il vetro-
a chi a quella luna canta
e a chi a quella luna abbaia,
a chi piange un ricordo
a chi ha creduto
perduto
e a chi cerca ancora un rifugio
-tra i pochi suoi stracci-
e a tutti quelli scordati
di queste parole
che non sanno farsi poesia
e a loro
chiedo ammenda
ma io ho sbagliato;
ho sbagliato
di queste parole
perché stanotte ho sognato
di queste parole
nate per esser private
e così stropicciate
tradite
e allora tu
tu fanne un unico messaggio segreto
lasciale sole
e chiudile tra le pagine del libro che ami
e chiudi quel libro tra gli altri
nella tua personale libreria
e scordale lì
queste parole
e loro torneranno ad essere
solo un sussurro d’amore.

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Gerusalemme

Dopo la notte. Perché la notte sporca tutto; di nero. Nulla è diverso. Solo un grande universo di ombre. E i colpi improvvisi fiondati delle luci. Come buchi; baluginanti. Come bugie. Come sussurri sfuggiti di mano. Frettolosi. Come un vuoto cavo; privo di emozioni. Come se non esistessero altri mondi. Senza eccitazioni. E’ stato tutto fin troppo facile. Non resta che l’incredulità. Ed essa si mescola alla fretta. E alla stanchezza. Guardarsi intorno è trovare solo un grande vuoto. Febbricitante. Mi sembra di non essere mai partito. Non fosse perché mi trascino il sonno di queste piccole ore. Non fosse perché so, perché mi hanno raccontato: pagine, voci, ricordi. Perché ho già una guida. E lei mi guida. Mi dice che questa non è la luna, che non sono entrato nel ballo. E non aspetto il mattino, lui viene da solo. Si fa spargendo sole in un paesaggio piatto. Ed è Palestina.
Diario di viaggio. Mi alzo pigro. Svuotato di forze. Forse è la febbre. Spero sia solo quella. Senza il coraggio della resa. Il fuori mi aspetta. Mi accorgo subito che il viaggio non è fuori ma dentro. In me. A mettermi ansie, e dubbi. A dirmi che non era vero. Non così. E’ un viaggio nella pancia, nel cuore. Banale dire: un viaggio nell’anima. Le emozioni tradiscono. Niente è uguale. Credi di sapere. Ti accorgi che non sai. Devi sentirle le cose. Devi vederle con i tuoi occhi; lì. Toccare quella terra che pare non essersi mai bagnata che di sudore. E mai abbastanza. Terra che si fa polvere. Che si fa pietra. E la carne è pergamena, sui volti scavati, sotto le schiene curve. Adesso sì, sono sulla luna. Su un altro mondo. Il paesaggio altro non è che paesaggio. La gente è gente. So che l’uomo è uomo da per tutto. Non cambia con le stagioni, né per una limite immaginario e immaginato. E la gente va di fretta come da noi. E’ mattino. Si comincia. L’inquietudine è solo nello stomaco, nel mio stomaco. Ho timore di aver sbagliato posto. Eppure le voci hanno suoni diversi. Che ricordo appena (senza dovere spiegazioni).
Dimmi che è vero? Siamo a Gerusalemme. Dove è cominciato tutto. Dove sono nate le storie (e anche chi le ha raccontate). Dove hanno scritto l’odio. Dove hanno ucciso l’uomo. E lo tornano ad uccidere ogni giorni. Ogni minuto. Ciò che mi colpirà è la testarda perseveranza. L’ostinazione di un rancore senza tregua; lì dietro torrette cieche. E la gente per strada, che sa ancora sorridere. Che sa ancora guardare a domani. Che inventa un motivo continuamente, e la voglia di vivere. Quella voglia frettolosa di frugare nel nulla per preparare almeno un tè. Per farti sentire a casa. Eccoli i terroristi. Certo che non ci avevo creduto. Certo che non può esserci un popolo che vive solo e tutto di terrore. Sono uomo tra gli uomini. In ogni paio d’occhi c’è un benvenuto. Voglio vedere l’altra faccia. Ho fretta.
Cos’è un’occupazione? E’ lì, dietro un muro. In quelle torrette da dove ti guardano e non li vedi. E’ nelle armi di un paese di guerra. Ma è questa la guerra? I bambini vanno a scuola. I negozi aprono. Tutti vanno di fretta. Una fretta scomposta. Passano vicini alla guerra e non la guardano. I soldati paiono anacronistici. Usciti da un altro raccolto. Scesi da un altro mondo. Da un mondo distante. Maschere. Finzione. E paiono anche loro a disagio. Fuori dal tempo. Imbarazzati. Appaiono all’improvviso e scompaiono lentamente. Cercano di non guardati, ma quando lo fanno ti sfidano. Credono che quello sia il loro compito: sfidare tutto e tutti. Sfidare il mondo. Forse è questo il mestiere del soldato. Raccontano in silenzio un’altra storia. Ancora un’altra. E tutte quelle storie si intrecciano. Senza una vera trama. Senza un ordine. Più alto delle case si leva il minareto. Più delle voci si alza l’adhān. Ora so di essere arrivato: sono a al-Quds.

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Da Mario, quando era entrato Claudio, con una folata di vento e un turbinare di nevischio, era entrata anche l’aria del natale. “Chiudi la porta che si gela”. Quelli dell’età di Mario lo sanno tutti che ogni qualvolta suona un campanellino nasce un angelo. Lui era un credente blasfemo e non perse l’occasione di citare una delle sue consuete bestemmie preferite; con quelle condiva ogni pietanza e accompagnava ogni battuta. Aldo alzò distrattamente gli occhi a guardare il nuovo venuto: tutto era già stato visto. Aveva, Claudio, ordinato da bere per sé e per l’angelo accolto sgarbatamente. Poi si era chiuso nel suo bicchiere con gli occhi assenti. La sposa del venerdì si era affacciata sulle scale, gli aveva sorriso e gli aveva fatto un cenno se voleva salire da lei. Era una lusinga quasi distratta ma semplice da cogliere. Lasciò salire prima l’altro, l’angelo, per pensare a sé e perdere tempo e tradirlo. Fu così che quella figura d’amore si lasciò sporcare le ali di mondo mentre Claudio aspettava paziente il suo turno. All’inizio si erano fatti ingannare di un sorriso malizioso, poi sentirono rumori e non erano rumori d’amore. Si precipitarono tutti su ma ormai era troppo tardi. I soldi erano sul comodino e lui era volato dalla finestra.

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tazzina di caffèPoco fuori della chiesa dei cappuccini i piccioni becchettavano quel che potevano trovare. In un gruppo abbastanza fitto. I loro gesti erano febbrili (se si può usare un simile termine per dei piccioni: comuni colombi). Si affannavano intorno. Era tutto un affaccendarsi. Uno sbattere di ali. Un pigolare. Penne si staccavano e dall’aria lentamente si posavano al suolo. I più grossi cercavano di imporre la loro mole. Prepotenti scacciavano i rivali dalla preda. I passerotti facevano timidi movimenti ma poi si ritraevano subito. La loro agilità non poteva competere in quella folla.
Ma nel mezzo di quella tribù uno spazio era lasciato libero. Uno spazio esattamente circolare d’un paio di metri di diametro. Una voragine nello schiamazzare. Gli uccelli lasciavano questo spazio nel centro e si guardavano bene dall’avvicinarsi. In quest’area desolatamente vuota c’era un solo piccione. Visibilmente malato. La figura denutrita dallo scheletro evidente. Le penne secche e rade. Il collo che si allungava come nel grido. Le ali aperte poggiavano a terra. Le ali aperte si trascinavano per terra. Le esili zampe non reggevano più quel fragile corpo. Solo istanti sembravano separarlo dalla morte. Da una morte ormai scritta e ineluttabile.
Si dibatteva in modo straziante. Trascinava, con disperazione infinita, la testa verso quel cielo che per lui non aveva avuto segreti. Spalancava il becco per bere ancora di cielo. Niente poteva essere più aggrappato alla vita di quel piccolo essere agonizzante. Di quell’immagine di morte. La vita intorno scorreva incurante. Scorreva normale così come normale è la natura delle cose. I suoi occhi non avevano più nemmeno la luce di chiedere aiuto. Nemmeno la luce afona di chiedere pietà.¹


1] scritto circa il 2 ottobre 1994

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Foto colori di ragazza annoiataLivia era una donna come le altre, come tutte. Ogni domenica mattina, e tutte le altre feste comandate, si recava a messa perché fin da piccola alla domenica si andava alla messa. A scuola era sempre andata così, senza infamia e senza lode. Crescendo si era sentita dire che era carina, ma non aveva un’opinione propria. In verità non si piaceva completamente. Avrebbe voluto essere un po’ più alta, magari riempire un poco di più il reggiseno. Nonostante tutto aveva avuto la sua vita normale e serena.
Si era sposata con Matteo perché era un ragazzo serio e un buon partito. Anche se era più vecchio e se il cuore le batteva per un compagno di classe: Efrem. Quando parlava con Efrem, non sapeva perché, ma provava quello strano scombussolamento in tutto il corpo che chiamano così. Perfino quando ne parlava, di Efrem, ma quei tempi erano scappati in fretta. Non si vive di sogni o di ricordi e lei non aveva molti ricordi da ricordare. E poi i doveri della casa l’avevano assorbita subito.
In realtà, come ogni donna che si rispetti, Matteo era stato il suo primo uomo. E non poteva dire che fosse stato bello, ma lui aveva mostrato comprensione e forse aveva messo troppa attesa ed era troppo nervosa. S’era sposata in bianco con ottantasei invitati perché la zia Adriana aveva avuto una colica la sera prima e i parenti di Torino erano riusciti a trovare la scusa buona. Così avevano trovato un appartamentino coccolo in affitto per stare assieme, non troppo distante dai suoi. Per arredarlo aveva lasciato fare a lui. Avevano deciso di avere il loro primo bambino per far contente le nonne. Lo avevano chiamato Antonio come il nonno e Giulio come l’altro nonno. Antongiulio era stato un bambino problematico fin da subito. Era nato con il cesareo, ma lei aveva pensato che era meglio perché rendeva ancora più importante il miracolo della vita.
Quando Matteo tornava a casa correva ad accoglierlo con un piccolo bacio, povero caro, come ogni moglie che si rispetti. Lui si accomodava nella poltrona e lei gli portava le ciabatte ed il telecomando. Dopo era tranquilla e poteva dedicarsi a finire di far cena; a lui piaceva mangiare bene e anche un buon bicchiere di vino. Spesso si addormentava stanco davanti a quella televisione mentre lei finiva di lavare i piatti. Cercava di fare piano per non svegliarlo perché lui era infastidito quando lo si svegliava. Avrebbe voluto essergli più vicina, ma non sapeva nulla di calcio.
Lui era buono con lei, lo aveva visto alterarsi solo quando parlava di politica. Anche di quella lei non capiva molto. Gli succedeva davanti al telegiornale e qualche volta quando avevano compagnia. Solo quella volta si era alterato con lei ed erano stati un paio di giorni senza parlarsi. Poi tutto era naturalmente passato. Però non le piaceva quando aveva quegli occhi lì.
Ricevevano raramente delle visite ed erano quasi tutti amici o colleghi del marito. Le conosceva poco quelle persone e si trovava in imbarazzo e non sapeva cosa dire. Perdipiù erano quasi sempre uomini. E se ne stavano in sala a fare i loro discorsi da uomini. Per fortuna aveva il suo rifugio: la cucina. Ed era diventata brava, spesso le facevano i complimenti, per il mangiare.
Non capiva perché lui, Matteo, a volte diventava ombroso, non le sembrava di aver commesso nulla e se ne rimaneva col dubbio. Forse era geloso e sapeva, lei, perché sempre stato così, che non c’è amore senza almeno un po’ di gelosia. Ma cosa poteva fare se scherzavano, come anche quel Tommaso? Lei non faceva certo nulla per incoraggiarli. Anzi spesso era spettinata, col suo grembiule e odorava del cibo. Gli uomini sono fatti così.
Nonostante questi piccoli contrattempi le loro vite scorrevano felici, anche se qualche volta lei aveva desiderato che il venerdì lui se ne scordasse; non ne avesse voglia. Il sabato lo lasciava riposare fino a tardi, come piaceva a lui. Andava al mercato e i nonni l’aiutavano tenendole Antongiulio; quella piccola peste. Lo tenevano giusto il tempo del mercato ma poi lo trovava spesso accaldato, col rischio che si prendesse un accidente. Loro si lagnavano, non per farle pesare la cosa, ma perché gli anziani son fatti così, comunque a lei un po’ pesava. Ma non si potevano permettere che restasse a casa.
La domenica lui aveva la partita e così lei poteva dedicarsi a mettere in ordine e fare la lavatrice, perché lui ci teneva all’ordine ma non era proprio quello che si può dire ordinato. E c’era tutto il resto da fare e da stirare perché lui si cambiava di camicia tutti i giorni e, col caldo, anche due volte. Ed era anche un vero esperto nel macchiarsi, come se non bastasse il piccolo.
Ma da quella sera si sentiva a disagio, in colpa. All’ora di uscire aveva telefonato alla madre per sistemare Antongiulio. Le aveva detto che doveva fermarsi un’altra ora in ufficio. Invece s’era presa quell’ora tutta per sé. Matteo aveva una riunione organizzativa o qualcosa del genere. Le aveva detto di nemmeno aspettarlo. L’ora si era allungata anche di più. Era andata a bighellonare e per negozi. Aveva trovato un ombretto che era un vero amore. Poi aveva incontrato Elvira e s’erano fermate a parlare. Elvira non piaceva ai suoi e nemmeno a Matteo, ma a lei non dispiaceva. Ci si trovava bene a chiacchierare e a prendere un caffè. Il tempo era proprio volato.
Si sentiva stupida ma sapeva di aver tradito il marito e la sua fiducia. Di aver approfittato della disponibilità dei suoi. Si ripeteva che non avrebbe dovuto farlo e che non l’avrebbe rifatto. Eppure le veniva una sorta di malinconia. E a pensarci il pensiero di quell’ora le procurava vergogna ma era un pensiero piacevole. Nonostante gli sforzi non riusciva a scacciarlo. E aveva ancora impresse negli occhi le scarpe che aveva visto con quel tacco altissimo e sottilissimo. Era una vita che non andava a vedere un bel film, uno di quei bei film d’amore.

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C’era un momento di silenzio, c’è sempre un momento di silenzio, prima; di attesa. Leggermente vanesio il Fante di fiori, nacchere di ciglia, muoveva occhi graziosi e cercava parole gentili ove nascondere le sue verità. Lo si sarebbe detto Rugiada di rosa ma anche Spina, per la sua cura del particolare e l’esibita riservatezza la manifestava in un impercettibile rossore. Erano così diversi tra loro ma il Jack di bastoni non amava certo fare melenso. Non aveva bisogno di mediazioni per la sua voce stentorea ed era, naturalmente, sicuro di se. Anche le sue preghiere erano ordini e i suoi occhi non temevano occhi, guardavano diritti alla preda. Il Jolly di denari aveva messo quell’aria assente. Certi giochi dei mortali lo annoiavano. Lui, il mazzo delle rose, lo aveva comprato tutto. Nessuno avrebbe potuto sostenere il suo rilancio. Il piatto attendeva il suo padrone. La regina di cuori prendeva e possedeva tutto quel tempo. Niente e nessuno le poteva mettere fretta. Il silenzio pendeva dalle sue labbra. Inutile dire chi, da donna assennata, avesse già scelto: aveva accettato quel regalo che era un pegno senza impegno sapendo che quella stessa notte sarebbe scivolata, nascosta nel buio, tra le lenzuola dell’uomo arrogante. La quinta carta era solo una carta priva di valore.

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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