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Posts Tagged ‘vita’

Foto colori di ragazza annoiataLivia era una donna come le altre, come tutte. Ogni domenica mattina, e tutte le altre feste comandate, si recava a messa perché fin da piccola alla domenica si andava alla messa. A scuola era sempre andata così, senza infamia e senza lode. Crescendo si era sentita dire che era carina, ma non aveva un’opinione propria. In verità non si piaceva completamente. Avrebbe voluto essere un po’ più alta, magari riempire un poco di più il reggiseno. Nonostante tutto aveva avuto la sua vita normale e serena.
Si era sposata con Matteo perché era un ragazzo serio e un buon partito. Anche se era più vecchio e se il cuore le batteva per un compagno di classe: Efrem. Quando parlava con Efrem, non sapeva perché, ma provava quello strano scombussolamento in tutto il corpo che chiamano così. Perfino quando ne parlava, di Efrem, ma quei tempi erano scappati in fretta. Non si vive di sogni o di ricordi e lei non aveva molti ricordi da ricordare. E poi i doveri della casa l’avevano assorbita subito.
In realtà, come ogni donna che si rispetti, Matteo era stato il suo primo uomo. E non poteva dire che fosse stato bello, ma lui aveva mostrato comprensione e forse aveva messo troppa attesa ed era troppo nervosa. S’era sposata in bianco con ottantasei invitati perché la zia Adriana aveva avuto una colica la sera prima e i parenti di Torino erano riusciti a trovare la scusa buona. Così avevano trovato un appartamentino coccolo in affitto per stare assieme, non troppo distante dai suoi. Per arredarlo aveva lasciato fare a lui. Avevano deciso di avere il loro primo bambino per far contente le nonne. Lo avevano chiamato Antonio come il nonno e Giulio come l’altro nonno. Antongiulio era stato un bambino problematico fin da subito. Era nato con il cesareo, ma lei aveva pensato che era meglio perché rendeva ancora più importante il miracolo della vita.
Quando Matteo tornava a casa correva ad accoglierlo con un piccolo bacio, povero caro, come ogni moglie che si rispetti. Lui si accomodava nella poltrona e lei gli portava le ciabatte ed il telecomando. Dopo era tranquilla e poteva dedicarsi a finire di far cena; a lui piaceva mangiare bene e anche un buon bicchiere di vino. Spesso si addormentava stanco davanti a quella televisione mentre lei finiva di lavare i piatti. Cercava di fare piano per non svegliarlo perché lui era infastidito quando lo si svegliava. Avrebbe voluto essergli più vicina, ma non sapeva nulla di calcio.
Lui era buono con lei, lo aveva visto alterarsi solo quando parlava di politica. Anche di quella lei non capiva molto. Gli succedeva davanti al telegiornale e qualche volta quando avevano compagnia. Solo quella volta si era alterato con lei ed erano stati un paio di giorni senza parlarsi. Poi tutto era naturalmente passato. Però non le piaceva quando aveva quegli occhi lì.
Ricevevano raramente delle visite ed erano quasi tutti amici o colleghi del marito. Le conosceva poco quelle persone e si trovava in imbarazzo e non sapeva cosa dire. Perdipiù erano quasi sempre uomini. E se ne stavano in sala a fare i loro discorsi da uomini. Per fortuna aveva il suo rifugio: la cucina. Ed era diventata brava, spesso le facevano i complimenti, per il mangiare.
Non capiva perché lui, Matteo, a volte diventava ombroso, non le sembrava di aver commesso nulla e se ne rimaneva col dubbio. Forse era geloso e sapeva, lei, perché sempre stato così, che non c’è amore senza almeno un po’ di gelosia. Ma cosa poteva fare se scherzavano, come anche quel Tommaso? Lei non faceva certo nulla per incoraggiarli. Anzi spesso era spettinata, col suo grembiule e odorava del cibo. Gli uomini sono fatti così.
Nonostante questi piccoli contrattempi le loro vite scorrevano felici, anche se qualche volta lei aveva desiderato che il venerdì lui se ne scordasse; non ne avesse voglia. Il sabato lo lasciava riposare fino a tardi, come piaceva a lui. Andava al mercato e i nonni l’aiutavano tenendole Antongiulio; quella piccola peste. Lo tenevano giusto il tempo del mercato ma poi lo trovava spesso accaldato, col rischio che si prendesse un accidente. Loro si lagnavano, non per farle pesare la cosa, ma perché gli anziani son fatti così, comunque a lei un po’ pesava. Ma non si potevano permettere che restasse a casa.
La domenica lui aveva la partita e così lei poteva dedicarsi a mettere in ordine e fare la lavatrice, perché lui ci teneva all’ordine ma non era proprio quello che si può dire ordinato. E c’era tutto il resto da fare e da stirare perché lui si cambiava di camicia tutti i giorni e, col caldo, anche due volte. Ed era anche un vero esperto nel macchiarsi, come se non bastasse il piccolo.
Ma da quella sera si sentiva a disagio, in colpa. All’ora di uscire aveva telefonato alla madre per sistemare Antongiulio. Le aveva detto che doveva fermarsi un’altra ora in ufficio. Invece s’era presa quell’ora tutta per sé. Matteo aveva una riunione organizzativa o qualcosa del genere. Le aveva detto di nemmeno aspettarlo. L’ora si era allungata anche di più. Era andata a bighellonare e per negozi. Aveva trovato un ombretto che era un vero amore. Poi aveva incontrato Elvira e s’erano fermate a parlare. Elvira non piaceva ai suoi e nemmeno a Matteo, ma a lei non dispiaceva. Ci si trovava bene a chiacchierare e a prendere un caffè. Il tempo era proprio volato.
Si sentiva stupida ma sapeva di aver tradito il marito e la sua fiducia. Di aver approfittato della disponibilità dei suoi. Si ripeteva che non avrebbe dovuto farlo e che non l’avrebbe rifatto. Eppure le veniva una sorta di malinconia. E a pensarci il pensiero di quell’ora le procurava vergogna ma era un pensiero piacevole. Nonostante gli sforzi non riusciva a scacciarlo. E aveva ancora impresse negli occhi le scarpe che aveva visto con quel tacco altissimo e sottilissimo. Era una vita che non andava a vedere un bel film, uno di quei bei film d’amore.

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C’era un momento di silenzio, c’è sempre un momento di silenzio, prima; di attesa. Leggermente vanesio il Fante di fiori, nacchere di ciglia, muoveva occhi graziosi e cercava parole gentili ove nascondere le sue verità. Lo si sarebbe detto Rugiada di rosa ma anche Spina, per la sua cura del particolare e l’esibita riservatezza la manifestava in un impercettibile rossore. Erano così diversi tra loro ma il Jack di bastoni non amava certo fare melenso. Non aveva bisogno di mediazioni per la sua voce stentorea ed era, naturalmente, sicuro di se. Anche le sue preghiere erano ordini e i suoi occhi non temevano occhi, guardavano diritti alla preda. Il Jolly di denari aveva messo quell’aria assente. Certi giochi dei mortali lo annoiavano. Lui, il mazzo delle rose, lo aveva comprato tutto. Nessuno avrebbe potuto sostenere il suo rilancio. Il piatto attendeva il suo padrone. La regina di cuori prendeva e possedeva tutto quel tempo. Niente e nessuno le poteva mettere fretta. Il silenzio pendeva dalle sue labbra. Inutile dire chi, da donna assennata, avesse già scelto: aveva accettato quel regalo che era un pegno senza impegno sapendo che quella stessa notte sarebbe scivolata, nascosta nel buio, tra le lenzuola dell’uomo arrogante. La quinta carta era solo una carta priva di valore.

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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Ormai capisco i ragazzini che sono tanto presi dai programmi che seguono che cercano di imitare in tutto i comportamenti dei loro idoli; che sognano di far parte di quelle trasmissioni; che, quando sono tra loro, cercano di rifarle tali e quali. Li sento facendo il viaggio andando al lavoro. Ripetono le stesse battute e si accordano per recitare questo o quello quando si ritroveranno. Ne fanno il verso. Ormai il teleschermo è diventato il luogo della riproposizione e della ripetizione. La televisione è la realtà e si esprime attraverso quello che in teatro chiamavano tormentone. E ti aspetti la battuta in quel punto e sei già pronto a riderne.
Restai però sorpreso che fosse proprio Tita a proporlo. Intanto perché non avevamo più l’età di quei ragazzi e poi perché eravamo ormai due coppie consolidate. Loro erano sposati da quindici anni e avevano una ragazza di altrettanti; anzi di qualche mese di più. Noi ci frequentavamo da poco meno anche se non avevamo mai trovato la decisione di raccontarlo ad un prete. Comunque, tra i miei turni e il suo lavoro, vivevamo anche noi insieme. E poi perché era stata proprio, come detto, la mia Tita a farsi venire l’idea. Avrei voluto limitarmi a rispondere: “Cosa vai cercando”? Forse avrei dovuto farlo.
Dire che ne restai molto sorpreso era ancora poco anche perché non me ne aveva accennato minimamente e aveva aspettato che fossimo con loro per parlarne: “Forse è normale ma fra noi il rapporto è un poco stanco. Perciò, ho pensato che, se lo fanno loro, possiamo anche noi. L’ho visto in tivu”. Ecco la parola magica. Il passepartout. E a me il nostro rapporto non sembrava ancora stanco. Mi avrebbe sicuramente sbalordito meno se il suggerimento fosse giunto da Sabra che lei oscillava sempre tra il provocazione e la sconvenienza. Naturalmente lei sembrò esserne subito entusiasta.
Ci conoscevamo e ci frequentavamo da molti anni. Quel loro figlio li aveva fatti adulti che noi eravamo ancora ragazzi e aveva reso i nostri rapporti particolari. Lui, Lello, era un giovane divertente che sembrava essere capitato in quel matrimonio per caso e io ne ero sempre più convinto. Si era assunto la responsabilità di quella paternità prima di capire cosa comportava. Lei era rimasta piena di lui casualmente, quando l’amore è ancora un gioco; almeno allora per lei era così e forse lo è ancora.
Perché Sabra è una madre ma non è cresciuta da allora. La ragazzina che ha sbagliato perché “lui non aveva portato l’impermeabile.” era rimasta a quell’età e non era cresciuta più. Almeno io la penso così poiché era unica nell’essere sempre pronta a divertirsi, come accennato, con i sottointesi e con la malizia. Perché continuava a vivere come nella allegra scoperta di un gioco infinito e si divertiva a allungare le mani su tutti gli uomini della compagnia. Si lasciava andare a palpeggiamenti rapidi e a apprezzamenti incauti e pesanti che sembravano divertirla. Amava frugare nelle nostre intimità con curiosità divertita.
Forse si sentiva più grande. Naturalmente allora avevano il privilegio di essere gli unici ad vivere in un appartamento tutto loro; naturalmente in affitto. Un giorno Ambrogio e Cesira, che allora stavano ancora assieme, si appartarono, con il loro permesso, nella loro camera matrimoniale, per poi raccontarci meraviglie di quel loro improvvisato rapporto. Lei aveva elogiato in modo eccessivo il compagno e la sua capacità e resistenza amatoria. Sabra era sgattaiolata velocemente a spiarli per il buco della serratura. Non aveva resistito, lei era fatta così.
Credo che amasse fino ad impazzire stuzzicare e sorprendere, più di qualsiasi altra cosa. Una sera ci invitarono per passare qualche ora assieme e finimmo per vedere due brevi porno su pellicola. Montarono un vecchio proiettore con molta difficoltà e impiegando parecchio tempo. Come sempre lei era molto eccitata. Alla fine continuò a parlare sempre del secondo, in bianco e nero, perché in scena c’era una sola donna e molti uomini: “Hai visto quanti”? E allora cercava di descrivere le dimensioni e le proprietà di ogn’uno come se lo avesse visto solo lei. Tita era imbarazzata ma più tardi, ritornando verso casa, ne parlò disapprovandola e facemmo all’amore.
Ricordo che un giorno, davanti ad una pizzeria, mentre aspettavamo in macchina, momentaneamente soli, io e lei, perché ero al volante e loro erano andati per trovare posto, mi disse: “Capita, sai, che io non ne abbia voglia. Capita anche a voi? Allora lo masturbo così poi se ne sta tranquillo. Pensi che faccio male”? Borbottai, senza pensarci molto, come spesso mi accadeva per abitudine con lei: “No! credo di no.” –ma in realtà non sapevo che dire e la cosa mi sembrava di nessunissima importanza. Anzi anche aggiunsi: “Siete sposati da una vita”.
Lei continuò a confidarsi come era solita e con la solita libera sfacciataggine: “Lui ha sempre voglia di farlo. Ci vogliamo bene e non so dirgli di no. Cerco sempre di accontentarlo. Gli ho dato tutto. Anche il culo.” –e poi mi chiese a sorpresa– “Lei ti ha mai lasciato che lo facessi”? Finsi di non capire: “Cosa?” –ma continuò come fosse la cosa più naturale del mondo: “Insomma, metterglielo nel culo”. Non le risposi; non amavo parlare delle nostre cose, almeno non quanto lei. E poi a lei non interessava la mia risposta. Semplicemente stava divertendosi ad ascoltarsi. Io e Tita, ma sicuramente almeno io, avevamo molte fantasie e pochissime occasioni allora. “Chissà che grande e grosso può diventare?” –e mi sfiorò appena prima di scendere per andare a cena.
Una sera ci chiese consiglio se indossare sulla pelle una maglietta bianca, molto leggera, per uscire. Era talmente leggera che era nuda. Per cortesia assentimmo anche se eravamo entrambi concordi che fosse sconveniente e poi fuori tutti continuavano a guardarla. Mi sentivo osservato io e mi tenevo stretta la mia Tita anche se ne aveva invero poche da mostrare. Ormai il marito la richiamava senza molta convinzione e gli amici, dopo i primi stupori, finivano per non farci caso o per fingere di farlo. Stavano sul chi vive e le giravano al largo.
Eppure erano molto gelosi uno dell’altra. Soprattutto lei. Lei addirittura gli rinfacciava un piccolo precedente amore con una bionda che poi era cosa da poco. Ed era un amore di quando ancora non si conoscevano. Lui, in un’unica occasione, le rimproverò di essere andato da fidanzatini ad un appuntamento e di averla trovata a far l’amore con un altro. Lei si era giustificata con il ritardo di lui. La volta seguente era stato puntuale e puntuale era arrivato quel figlio; ironia delle cose. E poi dicono che la puntualità è una virtù.
Si erano lasciati dicendosi le cose più terribili perché è sempre così; perché lei aveva ripreso a lavorare e si era presa uno sfizio con il suo principale. Ed era stato difficile perché ciascuno, naturalmente, cercava di tirare l’amicizia per la sua parte dicendo cose atroci dell’altro. Lei in questo era insuperabile. Erano stati per molto tempo separati e poi erano tornati assieme come niente fosse successo. Nel frattempo, come se quella loro separazione avesse tagliato un confine netto nella vita di tutti, i nostri rapporti erano cambiati. Era finito il tempo delle scampagnate e del ballo. La compagnia si era dissolta e ci trovavamo a coppie annoiandoci la domenica.
Da tutto si può capire il mio stupore quando Tita, la sera stessa, tornò insistente sull’argomento e mi disse: “Potrebbe essere divertente. Proprio come in televisione. Lo fanno tutti i giorni, cosa vuoi che sia? E poi, Bubi, se dobbiamo farlo, meglio con Lello che è un vero amico, che con un estraneo; non credi”? Le avevo risposto poco convinto: “Veramente non capisco proprio la necessità né l’utilità di farlo. Anzi, mi tengo i miei grossi dubbi. E poi che centra Lello? Non so come dire… per me Sabra resta sempre e solo Sabra.” –ma in conclusione, scettico e a malincuore, avevo ceduto, forse convinto che poi non se ne sarebbe fatto niente.
Più tardi, quando stavamo già a letto, aggiunse che: “E poi con Sabra vado sul sicuro. Se devo mettere alla prova l’amore e la fedeltà –e diede enfasi a quest’ultima parola– del mio uomo deve essere una prova vera. Lei ama provocare. Per quello è sempre pronta. Magari solo a parole; constateremo. Ma devi metterci un po’ di impegno anche tu. Promettilo. Non sarà il massimo ma finalmente vediamo come ti sai comportare quando ti si presenta l’occasione”. Era del tutto palese che oramai cominciava a costruire castelli di sabbia sulla cosa infatti era allegra e entusiasta. Talmente che si dimostrò insolitamente disponibile e mi chiese: “Ma, dimmi la verità: Sabra non ti piace nemmeno un po’”?
Continuava a sembrarmi un capriccio e una follia, mi tranquillizzava il fatto che non era poi proprio semplice e mi innervosiva che avesse messo in piazza le nostre cose. Io con i turni e lei sempre indaffarata più che intiepidito il rapporto si era trattato che ci vedevamo poco. Niente che giustificasse quella sorta di scambio delle coppie dove gli amici avrebbero dovuto fungere da provocatori. Che poi l’altra, come detto, ne fosse entusiasta non era una sorpresa; lei la provocatrice lo faceva da quando la conoscevo e con tutti. Anche se poi, probabilmente, almeno con me, era uno scherzo e lo scherzo finiva lì.
Invece la cara e compita Tita, quella che mi aveva fatto dolere e scoppiare dall’impazienza; che mi aveva mandato in bianco per una vita; che, fosse stato per lei, avrebbe ancora spento la luce ogni volta che mi avvicinavo; quella così romantica a bisognosa di coccole; quella che pretendeva di essere riconquistata ogni volta; proprio quella donna aveva già provveduto a tutto. Da quanto progettasse e si impegnasse in quella sua balzana idea non lo seppi mai. Seppi solo all’istante che aveva già trovato i luoghi ed aveva provveduto ad accessoriarli di tutto punto.
Oltre a me anche Lello aveva formulato delle perplessità: “Non so cosa dire. –disse– Mai avevo pensato ad una cosa simile. Non so proprio se ne sarò capace. Forse è che ci conosciamo da troppo. Provocatore; cosa vuol dire? Mi sembrerebbe di prendermi per il naso. Mettermi a fingere di farti la corte sapendo che tu lo sai. Ho paura che mi viene da ridere”. Ma non fu sufficientemente perentorio anzi fu fin troppo vago. Lei aveva già distribuito le parti. Pagò anche tutto dal suo conto per non farmi sapere cosa ci era venuta a costare quella pazzia. A me non rimaneva che prendermi alcuni giorni per riflettere.
Che poi era stata proprio lei a non stare ai patti perché la sera prima mi aveva minacciato: “Stai bene attento a quello che fai con quella porca. Perché lei è sempre pronta ma se non ti comporti bene, capito cosa intendo? ti cavo gli occhi.” –e aveva aggiunto sfacciatamente– “Anzi, ti faccio vedere io. Questa intanto te la puoi scordare –e aveva indicato ridendo sconcia il centro largo e nero del suo ventre– per sempre e poi ti riempio di corna”.
Come entrai in quel mini mi sentii istantaneamente fasullo e mi resi immediatamente conto che quella non era vita. Ero imbarazzato certo per la nuova situazione. Per dover fare, dopo tanto tempo, il ragazzo con Sabra che conoscevo da una vita. Dal dover fingere disponibilità, premure e galanterie fasulle e forzate. Da quell’interpretare il ruolo dello spasimante dopo una vita e non ricordare più la parte. Ma erano quelle telecamere, che sapevamo con precisione dov’erano poste e che ci spiavano in continuazione, a farci sentire falsi. Ogni parola usciva recitata. Ogni gesto era una posa. Non potevamo essere veri.
Ci eravamo ripromessi di non parlarne, ne di commentare tra noi e così facemmo tutti. Quella donna magra, biondiccia e con i denti e gl’occhi un poco in fuori, con i seni piccoli come quelli di una ragazzina e quello stesso stupito sorriso sempre appiccicato nel viso non era più Sabra ma un’estranea. La sua lunga presenza con me mi imbarazzava e non sapevamo che dirci. Per quanto cercassimo di dialogare gli argomenti si essiccavano immediatamente sulle labbra al solo contatto con l’aria.
Forse somatizzai tutte le mie debolezze e finii per avvertire un leggero stato febbrile. Lei, indulgente, si prese cura di me e disse: “Pazienza! starai meglio domani.” –e finimmo a passare la serata davanti alla televisione da lei. Si era divertita solo a infilarmi quel termometro su per il culo per poi leggermi la temperatura come una vera infermiera; con aria allegramente professionale. Naturalmente non era niente e naturalmente ci eravamo coricati ogn’uno per proprio conto e io avevo passato l’intera notte ad arrotolarmi nei miei pensieri. Ma lei, dopo tutto, non era sembrata particolarmente delusa; la pensai forse più paziente di quanto avessi supposto.

Quando, per la prima volta, rivedemmo le sequenze di quei giorni ritrovammo tutti i nostri gesti impressi in quelle immagini. Non so chi avesse provveduto a montarle, questo era da parte mia un ulteriore motivo di fastidio, ma tutto era stato ripulito. Non era rimasto nulla di vuoto. C’erano solo i nostri gesti esenziali, le nostre parole in presa diretta, il riassunto di quei giorni che ci erano stati spiati con precisione assoluta. “Forse così si perdono le incertezze e tutti i dubbi ma tanto vale. Se si deve registrare la vita è inutile soffermarsi sulle pause”.
Ridemmo tutti eccitati fin dalla prima scena perché cominciava proprio con le parole di speranza di Sabra in una mia pronta guarigione e con una zummata sul mio culo con quell’arnese infilato dentro. Ma il riso di ogn’uno dei presenti era un riso sicuramente diverso in particolare quello dei quattro coprotagonisti. Il mio si esprimeva a denti stretti e conteneva un’enorme quantità di vergogna. Quello di Tita sembrava di soddisfatta rivincita. Quello di Sabra di insoddisfatta rinuncia e delicata rassegnazione. Quello di Lello semplicemente di allegria e sfottò. Comunque si evitarono i commenti.
Dal quel momento scorsero le scene che io già conoscevo bene ma che così condensate sembravano proprio un episodio raffazzonato di una puntata di una qualche serie a episodi. Mi accorgo che Sabra ha allungato una mano nel buio e mi tocca, ma non mi sfiora furtiva come ha fatto già tante volte, non ritrae la mano, questa volta è proprio curiosa di me e dolce. Si agita quando si vede comparire e commenta solo: “Guarda come cazzo mi sono truccata. Sembro una zoccola”.
Nel televisore invece si vede chiaramente che è imbarazzata, che ha perso tutta la sua spavalderia. Sta completando quel trucco pesante, in mezzo a mille difficoltà, in sottoveste, davanti allo specchio del bagno. Si passa il dito sui denti che si sono appena sporcati. Parla con me che sono nell’altra stanza e che poi entro: “Come siete abituati? aiutami perché non so come fare”.
Cerca di essere naturale.” –provo a rassicurarla e sarebbe già qualcosa se riuscissi a esserlo io. Ricordo che non mi ripromettevo nulla. Che mi sembrava tutto così assurdo e privo di nulla.
Lei, tua moglie, dico, si fa attendere”?
E’ sempre enormemente e esageratamente in ritardo come tutte. E poi si affanna”.
Sai, noi, ormai usciamo poco. Dimmi: com’è con Tita? Lei è dolce, nell’intimità intendo, tra voi; è coccola o decisa? E’ spavalda o timida? Certo che ha avuto una ben strana idea. Se non fosse per… ma almeno è l’occasione per uscire una sera; non credi”?
Penso anch’io”.
Non sono invecchiata molto; vero”?
Mi sembri sempre la stessa da quando ci conosciamo”.
Già! bella non lo sono mai stata”.
Non dire così.” –cerco di consolarla.
Non se cosa ti aspetti tu, se ti aspetti. Insomma non so. E non è come… Per cortesia non mettermi fretta. E non pensare… No! non è così. E se non fosse… beh! Vorrei poter tornare indietro. Forse non mi crederai. Per cortesia mi aiuti a chiudere la collana”?
Mi avvicino e l’aiuto. Poi le passo una mano fra i capelli cortissimi e irti e le sfioro la guancia con le labbra. “Stai buono. Non essere appiccicaticcio che mi rovini il trucco. Ti ho detto che vorrei essere bella. E poi te l’ho detto che non è mica così” –e mi respinge e si mette gli orecchini. Si è dipinta con un rossetto violento che io interpreto all’istante come un brutto segno.
Qualcuno ci ha appiccicato sotto la Mannoia di “Quello che le donne non dicono” con un gusto perlomeno discutibile. E’ evidente che non vorrebbe mai staccarsi da quello specchio e che è parzialmente soddisfatta dall’immagine che quello riflette. Io esco di campo per andare a prepararmi. Lei si fa le boccacce allo specchio e a tutti i noi che guardiamo. Quindi ci alita sopra e cerca di tracciare un cuore. Non è soddisfatta e lo cancella. Per un attimo si svuota e poi, palesemente, cerca di darsi animo. Sembra pronta ad annoiarsi.
Dissolvenza e poi siamo sorpresi nella stanza accanto, in camera: “Ti sembra adatto questo per una serata come questa”. –e si drappeggia l’abito sopra ed è gaia. Io che le rispondo fasullo: “Ti sta che è un incanto. Sei splendida”. Non riusciamo a crederci. Lei che arrossisce pudica e mi prega di girarmi per infilarlo dalla testa: “Sei gentile. Vorrei poterti credere. Ormai lui non mi fa mai un complimento.” –e le parole sono soffocate nella stoffa. E’ la prima volta che parla di lui da quando siamo tra noi. “Credi che posso andare per una cena? Vorrei farti fare bella figura. Insomma… vorrei che almeno non te ne dovessi pentire”. Infondo alla scena io sto lottando con il nodo della cravatta e non riesco a sentirla. Fiorella sostiene che: “Siamo così”. La devo far aspettare per aiutarla a chiudere la lampo.
La platea segue attenta e in religioso silenzio come davanti ad una cosa seria. Non riesce a distrarre gli occhi. Vorrei sprofondare. L’amica invece, dalla poltrona, le fa il verso: “Come sono stasera”? Il marito in penombra commenta sarcastico: “Sei sempre la solita. Cos’è: il debutto delle debuttanti? Non riesci mai a non civettare. Guarda che Bubi ti conosce e se è gentile è perché sa chi sei tu”.
Cosa c’è? non vado più bene? se ti sono andata bene per tanti anni. Non sono proprio da buttar via. Guarda come mi guarda”.
La osservo attento mentre si sistema le calze. Nico e Vici si perdono la scena perché intenti a baciarsi. Ha gambe lunghe ma quasi senza polpacci. “Cosa guardi? Per cortesia. Mi metti ansia.” –mi rimprovera nelle riprese controllandomi sullo specchio dell’armadio. “Guarda che possiamo anche non uscire” –provo a suggerire io. Non c’è in me che la voglia di fuggire e la voce la denuncia. Nemmeno lei può cogliere della malizia. Mi risponde all’istante: “Adesso che mi sono tutta preparata proprio no e ho anche fame”. Le spiego che potremmo ordinare qualcosa al ristorante cinese. “Non ne ho voglia. Io e… scusa, noi ceniamo spesso così. Stasera ho voglia di divertirmi e di vedere gente”.
Lei guarda continuamente in macchina, ci parla dentro più che parlare con me. Tita invece commenta: “Sarebbe da rigirare tutto. Cosa fai la timidona? va in scena la santarellina stasera? si vede a chilometri che reciti. Potevi almeno sforzarti”. Comincia ad avere il sospetto di aver preso un abbaglio. Anche Pei le da una mano: “Non ti facevo così…impacciata e… sprovveduta”.
E’ strano ma nell’oscurità della saletta lei mi prende dolcemente per mano. Io non posso che convenire con mia moglie che ha colto l’essenza e mi sfugge di dire che: “Come provocatrice sei stata una vera sorpresa. Devo ammettere che non lo sai fare. E’ stata un po’ una piccola delusione; senza offesa.” –ma lei toglie la mano stizzita e torna a scordare i mezzi termini: “Cosa aspettavi che te la tirassi dietro”?
Mi rammarico: “Non volevo offenderti. Non intendevo questo”.
Tita infierisce: “Gli accordi sono accordi. Mica avevo pensato a te per rigirare Piccole donne, o per rigirarti i pollici. Se solo avessi immaginato che facevi tanto la ritrosa avrei scelto un’altra. Non fai altro che guardarti e controllarti. Ascolti ogni più piccola parola di quello che dici”. Lei cerca di giustificarsi: “Aspetta. Aspettate di vedere il resto. E poi dovete proprio rompere le palle durante tutta la proiezione? Vediamo dopo voi, cosa siete stati capaci di fare”. Non so cosa mi devo attendere, ne se quella è una minaccia o una promessa. Non sono curioso. Riceve in risposta un velenoso e allarmante: “Vedremo.” –poi l’altra diventa acida solo riferendosi a me: “Invece è lui a dover fare tutto, a provocare, a fare il cascamorto. Prima si finge malato, si inventa malato per muoverti a compassione. Poi si fa corteggiatore invece che corteggiato”.
Le riprese al ristorante e a ballare sono mosse, non so chi possa essere quel cane che le ha girate. Prima si vede, mentre ceniamo, quando le offro la rosa. Lei che cerca di essere compita e educata. Che prima di ridere si copre la bocca col palmo della mano. Quando le prendo quella mano lei mi lascia fare ma quando cerco di baciarle la punta dei polpastrelli la ritrae subito con un piccolo allegro scatto: “Come sei cerimonioso.” –la si sente affermare. Ma poi aggiunge– “Magari c’è qualcuno che ti conosce. Meglio non dare nell’occhio. Sei sicuro che potrei ancora piacere ad un uomo come te”? Non si sente la mia risposta.
Si guarda intorno e tortura il tovagliolo. Mi guarda e mi sorride come per dirmi chissà quali verità. Ha negl’occhi una serenità e una mitezza che non le riconosco. Le chiedo cortese: “Gradisci ancora qualcosa?” –lei mi fa cenno con il capo mollemente di no prima di rispondermi: “No! grazie. Va tutto bene, così” –e sembra completamente soddisfatta ma anche sognante, intenta a fantasie proprie.
Sabra osserva che non sono molto fotogenico, non sa se in questo caso si può dire così, anche se lo vedo da me. Ma si sovrappone il commento della rivale: “Cos’è questo: I clandestini oppure Colpo grosso con furto di pollo?” –e si accanisce– “Certo che puoi piacere. Se trovi uno che si accontenti di quel poco. Ti sei ridotta pelle e ossa; cara mia”. La risposta è rapida ma efficace: “Non sempre l’abbondanza è qualità e tu di abbondanza ne hai che ti esce da tutte le pieghe”. Rischia di finire con le due amiche che si cavano gl’occhi.
Lello si diverte del battibeccarsi delle donne e sembra parteggiare per la nuova, improvvisata, compagna: “Mangi proprio come una vera signora. Hai fatto un corso accelerato di bon ton? sfiori la forchetta che sembra scottare. Ma per far la signora avevi proprio bisogno di un vestito nuovo”? Forse la moglie non da troppo peso alle sue parole o forse solo gli avvenimenti gli evitano la risposta. Si vede chiaramente che quando usciamo lei è orgogliosa di stringersi al mio fianco; sembra volermi esibire ai presenti.
Immediatamente dopo, con una tendina che scivola da destra, ci si vede ballare. Siamo abbracciati morbidamente come dei fidanzatini e ne facciamo una figura patetica. Non c’è molto posto ne molta luce. Senza motivo ne ragione le parti si sono invertite. Io la coccolo e goffamente ci provo; la sfioro con tanti piccoli baci e poi cerco la sua bocca ma lei si ritrae e mi respinge. In questo sembra irremovibile eppure è mansueta.
Sembra galleggiare tra le mie braccia e nella musica. Mi sussurra all’orecchio: “Ti ricordi com’è stata la prima volta con Tita? e la tua prima volta? Il primo bacio l’ho dato che avevo dodici anni, lui era molto carino, lo ricordo ancora con affetto, eravamo nella stessa classe e mia madre ci sorprese ma non mi piacque molto. Non so come spiegarlo ma non ci provai gusto; eppure riprovai”.
Non avevo bisogno, in quel momento, delle sue confidenze; dei suoi ricordi. Avrei preferito non sentirmi in dovere di risponderle. Gli sussurro nell’orecchio: “Io no! ne avevo qualcuno in più. Ricordo solo lei e fatico a rammentare il suo nome. Ricordo quella prima ragazzina ma non come ne dove. Ricordo dove ci appartavamo ma non quel primo bacio. Dovevo essere molto ridicolo. Forse fu lei che si fece coraggio e mi baciò”.
Era più vecchia di te? Raccontami, sono curiosa. Ci sono state altre che hanno preso l’iniziativa”?
Qualche volta. Anzi, tra quelle mie prime ragazzine era più frequente che fossero loro a fare il primo decisivo passo. Forse erano esasperate dal mio esagerato tergiversare. Non lo so! comunque è andata così”.
Non ce n’è una in particolare? Cosa ricordi di lei”?
Ricordo che era alta; alta e bionda, con capelli molto lunghi. Mi disse solo: “vorrei essere la tua ragazza” e guardava la luna. Devo averle detto solo una cosa cretina su quella luna falsa e puttana. Mi piaceva molto ma non sapevo da che parte cominciare. Come ammetterlo. Mi prese le testa, mi disse “baciami” e già mi stava baciando. Era bello anche se aveva una lingua stranamente rigida. E’ stato bello finch’è durato. Prima di mia moglie è stata forse la sola che mi ha fatto veramente perdere la testa”.
Ne hai parlato con Tita”?
No! Credo di no! Ne sono quasi certo. No! mai. A che servirebbe”?
Com’è finita? Ti ha lasciato lei o sei stato tu”?
Perché di tutto questo non hanno tagliato niente?
E’ solo finita. A volte è difficile dire come e perché. Fui io per primo che le dissi che non ero sicuro di noi. Fu lei per ultima a dirmi che mi voleva bene ma si era messa con un altro. Credo di aver pianto quell’unica volta a causa di una donna. Comunque ne soffrii in modo incredibile. L’ho rivista molte volte e mai con indifferenza. Ha sempre continuato a farmi battere un poco il cuore”.
Ma, scusa se mi permetto, te l’ha data? Avete fatto qualcosa”?
Forse ero più giovane di quello che dovevo essere. Mi sembrava bellissima; mi ha insegnato a desiderarla violentemente, ad aver paura, ad impazzire nelle attese, l’insofferenza e la voglia di essere sempre con lei. Ci siamo dati tanti baci ma solo baci. Ho cercato goffamente di conoscere anche il suo corpo. Respingeva le mie carezze che mi sembravano audaci; soprattutto, stranamente, era gelosa del suo piccolo seno. Forse non ne era fiera. Mi resisteva e forse era normale. Non ci sapevo fare. Non ci combinai altro”.
E con Tita? ricordi la vostra prima volta”?
Con lei è stato tutto diverso. Forse ero un poco ubriaco. Ricordo che lei rideva e scherzava. Sembrava sulle spine. Di lei mi piacevano soprattutto gl’occhi. Ma lei non mi guardava. Fu quasi un caso. Ci lasciarono soli. Ci trovammo soli. Lei esaurì le sue parole. Colsi l’attimo e avvicinai le mie labbra alle sue. Mi aspettavo un ceffone invece ricambiò subito. In seguito mi disse che le era piaciuta la mia tenerezza ma rischiai di perderla. Faticai parecchio perché se ne andò con l’amica senza dirmi ne il nome ne nient’altro”.
Ti sei fatta anche quell’amica”?
No! non sono mai riuscito a farne una questione di numero. Forse è per questo che alla fine le ricordo tutte”.
Continuavamo anche tra una canzone e l’altra. “Ma quand’è che lo avete fatto veramente per la prima volta”?
Era chiaro che lei continuava a parlare per non pensare, più che per curiosità, e per togliersi dall’imbarazzo. E per non pensare a sé. Per non dover dire di sé: “A te lo posso dire. Non lo direi a nessuno. Ci sono state tante piccole prime volte. In una l’ho baciata molte volte e l’ho baciata solo; e mi son sentito un incapace. In una è successo che le ero ancora in mano. In una si può dire che l’ho fatto con le sue mutandine perché le aveva ancora su. Te ne potrei raccontare ancora tante. Forse non c’è una prima volta in cui l’ho posseduta o lei mi ha permesso di farlo, per dirla in modo corretto. Forse l’ho avuta per consumazione; a furia di strofinarmicisi contro, ma non ridere”.
Si allontanò un attimo coi suoi pensieri. Sembrava quasi in dovere di dovermelo dire: “Era un uomo adulto. Mi limitai a prenderlo in mano. Lui fece tutto il resto e mi ripugnò. E quando già ci conoscevamo”?
Stavamo ancora provando. Eravamo ancora intenti in quelle prime volte”.
La sua voce era cantilenante di allegria: “Ti avrei fatto più scafato; scusami”.
Anche tu sei stata una delle mie prime volte. La prima che mi ha toccato, o per meglio dire sfiorato, senza che fossi io a implorare quelle carezze”.
Allora la stringo e nella musica e nel rumore si sente appena lei dirmi: “Non so fin dove possiamo spingerci. Ne se dovremmo”. Non si vede la mia mano ma si nota il suo gesto di stizza. La si sente più chiaramente protestare: “Non siamo più come quei ragazzini”. Suonano “My heart will go on” e si sentono tutti i rumori delle sale da ballo. Alla musica si impastano frammenti di parole spesso indecifrabili. Qualcuno pronuncia nitidamente: “Cazzo! dobbiamo fargliela pagare.” –e non è una delle nostre voci. Da destra entra un: ”fanculo!” –mescolato con– “Ci penserò dopo.” –e ancora un– “La prima volta è stato proprio bello ma poi”… Si sente il suo “Ti prego”.
Si vede che ce ne andiamo quando la notte è giovane e l’aria comincia a scaldarsi mentre lei si giustifica: “Sai! scusami! domani devo andare a lavorare. Per me star su la notte è sempre un sacrificio”. Si vede anche che io simulo male quel far buon viso a cattivo gioco e impreco sottovoce. Un poco me la trascino dietro deluso e lei cerca buffa di seguirmi con tanti piccoli cassettini resi complicati dall’abito lungo.
Nell’inquadratura successiva ci salutiamo davanti alla sua porta. Lei copre il nostro bacio con la borsetta e mi salda con un semplice: “Sei stato molto premuroso e gentile. Grazie per la serata e per tutto, e anche per la rosa. –ma l’ha lasciata sul tavolo– Scusami ma cado dal sonno”. E questi sono i nostri soli titoli di coda perché il quadro si svuota e diventa nero.

Temo la luce e temo i commenti. Sono sempre la cosa più ridicola di quel programma. Infatti Gabriele si limita ad un deluso: “Bravi” –accennando a quello che forse un vuole essere un ironico battimano. Solo allora torno a rendermi completamente conto che tutti hanno potuto ammirare il mio culo nudo. Tita è inviperita: “No! non va bene per niente. Proprio niente.. Non erano questi gli accordi. Dovevi saperlo anche tu. Non mi aspettavo certo niente da lui, lui che anche un portafoglio nuovo sembra costringerlo a riordinare la vita. Mi scoccia a posteriori vedere che solo io so stare ai patti. Eravamo d’accordo che le donne dovevano lusingare. Che dovevamo essere noi. Che noi dovevamo stuzzicare. Provocare, non ti ho mai visto fare altro, e che loro, loro dovevano cercare di resistere per vedere fin dove e fino a quando sapevano resistere. Invece è tutto qua quello che sai fare quando si tratta di fare?” –ma dopo un poco si placa.
Dalle prime impressioni sembrava di assistere ad una prima. Al tentativo goffamente fallito di produrre una puntata pilota di una nuova soap opera. Resto del parere che non si è mai completamente a proprio agio, spontanei quando si sa. Come si cerca sempre di sorridere alla macchina fotografia. E un pensiero non è un pensiero. Ed è difficile creare una storia quando si ha la pressione e l’esasperazione di farne diventare una storia. Viene solo confusione. Si diventa goffi.
Io non mi arrischio a dire quello che invece si lascia sfuggire Sabra: “Vediamo cosa sono riusciti a fare loro”. Genio torna frettolosamente col bicchiere pieno perché non vuole perdersi niente. Susy gli fa posto vicino a lei. Tita non vuole farsi sfuggire l’occasione: “Finiamo di parlare di quello che abbiamo visto, per piacere; o meglio di quello che non abbiamo visto”. La protagonista si giustifica: “Insomma… io l’ho vista così. Mi sembrava tutto così ridicolo. Mi sentivo guardata. Sapevo che mi avreste guardata. Mi sentivo quella che sono e non sapevo essere quella che sono. Che cazzo ne so. Mica si trattavo solo di farvi vedere. Sembrava tutto così vero e assieme così… finto”. Cerco di intercedere in suo favore anche perché non mi piace che le si affibbi il ruolo di vittima che fatica ad indossare: “Non si può essere tanto severi. Era la prima volta. Un minimo di imbarazzo può esserci per tutti”.
Ma mia moglie mi zittisce: “Zitto tu che ti avanza di fare l’innocente e invece si vede benissimo che cercavi di fare il furbo. Eri galante e cortigiano come non ti avevo mai visto. Eri molto meno imbarazzato di come sei. E allungavi anche le mani. –dimostrando di non essersi lasciata scappare nulla– E’ pacifico che ci avevi voglia. Non dovevi essere tu per primo. A prendere l’iniziativa. Possibile… Come al solito ho parlato al vento. Vatti a fidare degli uomini. Invece nisba. Ben mi sta. Come dici tu ci sono tante prime volte. E tu, cazzo, Sabra, eri stata avvertita per tempo. Potevi dirmi che ti sarebbero venute le tue cose; ché si sarebbe potuto rimandare tutto. E poi tutte quelle schifo di puerili confidenze sul come e sul dove. Potrei dire che ormai ne sai più di me.” –e sibila sottovoce, che neanche si sente, un anomalo– “Puttana”.
Non è per nulla chiaro cosa si era aspettata e cosa avrebbe preferito: “Cazzi vai a pensare. Avevo solo voglia di parlare e di ascoltare. Che c’è di male? E poi ho scoperto che mi piaceva farlo. Che lui mi parlava volentieri e aveva forse anche voglia di raccontarsi. Forse di raccontarlo finalmente. Forse, semplicemente, non ha funzionato. Nemmeno io vado a comando. Non per lui ch’è stato molto caro. Ero proprio io a non andare. Ch’ero fusa. Che non mi capacitavo. E poi mi va quando mi va”. Io mi sento un verme che mica me la sono cercata questa situazione. Pei osserva: “Non avevo mai notato che hai un neo proprio lì”.
Forse perché non mi hai mai vista vestita da sera e con una scollatura. Mica vado a mostrarle in giro”. Tita infierisce ulteriormente. “Veramente vai a mostrare altro che quelle ma poi fortuna che ha almeno quello perché di tette… ci vorrebbero occhi buoni”.
Saranno anche piccole ma almeno stanno su da sole”.
Mancherebbe solo che ti cascassero. Al massimo ti possono scendere i capezzoli”.
Se avessi guardato bene ti saresti accorta che erano ben diritti. E al centro”.
Allora c’era qualcosa di diritto in tutta questa boiata. Siete stati solo… sdolcinati”. Gli altri si divertono a guardarle e evitano, per il momento, di intromettersi fra loro per non essere inavvertitamente graffiati nella battaglia.
Non solo quelli; ti assicuro. Anche se non ho voluto, io, prenderci confidenza”. Mio malgrado, e male me ne incorre, mi provo a commentare quei commenti: “La dimensione non è sempre tutto”.
Nel tuo caso lo è. Poi, sei un giuda, come mai quando guardi le mie strabuzzi gl’occhi e ti ci vorresti sempre tuffare sopra come un bambino goloso? Mica è quaresima con queste.” –e se ne riempie le mani con enorme soddisfazione elogiandole, nel gesto, agli astanti.
Intercorre un breve intervallo. Genio cerca qualcosa da bere. Susy cerca di spiegare come vanno fatte le cose: “Sembravi la vittima e lui un fin troppo improvvisato carnefice. Il gioco si è rivelato fasullo; c’era da aspettarselo. Non ci vuole poi molto con un uomo. Potevi almeno fargli vedere un poco di più. Lo sai come una donna si deve comportare per eccitare”.
Ero certo che lei lo sapesse. Mi rendevo conto che il mio parere non contava. E io stesso preferivo tacere.
Forse non hai capito e non mi crederai, forse sarà insolito ma non era quello che volevo e… desideravo” –Lei risponde come se i commenti non la riguardassero. Non so cosa si aspettassero. Cosa pretendessero. mentre io aggiungo: “Per quanto mi riguarda sono stato bene. Ho passato una bella serata e lei è stata cortese e gentile. Forse, diversamente, mi avrebbe solo messo in imbarazzo. Forse ho sbagliato io; l’ho corteggiata e lei mi ha lasciato fare. Veramente mi ha resistito. Forse non era questo lo scopo o io non sono stato sufficientemente persuasivo. A noi è andata bene così.” –ma non ero molto convinto ne convincente.
Se vi aspettavate uno spogliarello, o di vedermi perdere la bava e implorarlo, spiacente di avervi deluso”.
Vici dice la sua: “Conoscendoti pensavamo di più, pensavamo ci fosse qualcosa da imparare. Ci aspettavamo insomma… delle scene un poco più spinte; da te”. E se la ride da sé per conto suo.
Adesso Pigio, cioè l’impareggiabile piccolo Ambrogio, sta con un’altra; la sua nuova, Zuccherino, gli domanda con un fil di voce: “E le mie? dimmi come ti piacciono? –e aggiunge indispettita– Dai che andiamo. Cosa restiamo a fare? Non c’è più nulla da vedere. E non c’era nulla nemmeno prima. Ho tanta voglia di andare a casa”. Ma lui, che la tiene sulle ginocchia e ne apprezza il seno con tutte le mani contento, le risponde tenero: “Abbi pazienza. Siamo in compagnia. Guardiamo ancora solo un poco”.
E Gabriele: “Dove hai trovato quel pudore e quel candore? Sembravi una persona che non avevamo mai conosciuto. Solitamente la provocatrice chiede e indaga. Solitamente si lasciano sfuggire almeno qualche bacio. Lasciano che il provocato occhieggi e lo stimolano con i gesti e le parole per eccitare le sue fantasia”.
Conosco anch’io quel programma. Solitamente sono fasulli”.
E Gaia: “Ammetti che non ti è riuscito. Potevi almeno chiedere del loro rapporto. Di cosa non andava e di cosa potesse rimproverare a Tita. Denudare i suoi punti deboli. Chiedergli cosa fanno e come lo fanno e quanto lo fanno. Chiedergli se dopo tanti anni gli era rimasto un rimpianto o una fantasia. Vuoi vedere che non sai più dire pompino? Ti sei persino coperta come una collegiale. Ma insomma che bacio è stato? Ci ha messo la lingua? Ci hai messo la lingua? Allungava le mani o no? Se non ci dici almeno qualcosa, da quello che abbiamo visto, c’è poco da commentare”.
Balbetto io: “Lo scopo non era denudarmi davanti a tutti. Sputtanarmi per voi”.
Non lo saprò mai che scopo aveva tutto quella messa in scena. Cerco di nascondermi e di salvarmi in corner mentre mi accorgo che Sabra non deve aver raccolto mai molti consensi da parte delle donne della compagnia. Sembrano cose dure da dire ma che avevano atteso a lungo di essere dette: “E’ una questione di sguardi e di silenzi. Non serve essere dei geni per capire”.
Ancora Gaia che insiste: “Ti roderei quando sei, come sempre, così scostumatamente furtiva. Tante volte mi è venuta la tentazione da dirti, fuori dai denti, grattati la tua. Adesso che puoi, cosa fai, la liceale innamorata, reciti la prima cotta. Come può Tita –che sogghigna in silenzio– avere una risposta. Sapere se lui le è fedele se non gli hai dato nemmeno un’occasione”.
Genio: “Non si può montare un processo per così poco. Semplicemente; non ne avranno avuto voglia… o che ne so”.
Pei: “Comunque, giriamola come vogliamo, tutto questo non dimostra un bel niente”.
Ma Tita non ne è del tutto convinta anzi comincia ad esternare qualche dubbio: “Se permettete, io che sono parte in causa, …a me… in qualche modo… non sono d’accordo. Almeno una cosa mi sembra che il filmato la dimostri: Lui, anche se non gli era richiesto, ha dimostrato una sorta di rimpianto di quando le cose erano diverse. Di quanto si era ragazzi con meno pensieri e tutti i timori di quell’età. Ha mostrato che forse sogna che possa tornare quell’età. Che rimpiange i pudori e le ritrosie dei primi baci giovanili. Perché è stato esitante e timido. Insomma, un vero imbecille, proprio come allora. Onestamente mi ha toccato il tasto della tenerezza e questo non gli e lo perdono”.
Pei: “Va là, non fare l’offesa. Ha toccato il tasto del fessacchiotto. Di quello che si porta a letto da solo le proprie fantasie per poi piangere su quello che avrebbe potuto e dovuto. Su come sarebbe stato bello se… Se non sei sicura della fedeltà poi esserlo almeno dell’imbranaggine”. Per me possono anche dire quello che vogliono che già sono sul chi vive a sufficienza.
Cazzo avevate pensato? che siccome io scherzo sempre, che siccome siamo amici, io gli e la dovevo dare per forza. Sembra quasi che non conti quello che penso io. Se speravate di vedermi vestita solo di due gocce di Chanel e della mia impudicizia. Se mi avete preso per allargare le gambe e dire prendimi vi siete clamorosamente sbagliati. Mica faccio la crocerossina. Se volevate il film erotico, se volevate il porno lo proiettiamo dopo. Forse non ho capito bene cosa dovevo fare ma sono stata onesta. Quello mi andava di fare. E poi non ho nient’altro da dire”. Io ci do un taglio a tutto, abbassano la luce e torna il silenzio.

Bianco su nero appare per pochi attimi il titolo in caratteri che imitano le vecchie macchine da scrivere: L’altra coppia. Poi la scena sembra la stessa con la donna che nel bagno si prepara. Ma la donna non è la stessa. Questa è mora con i capelli a caschetto. Tita sembra anche più abbondante di quello che è; trabocca nello schermo. E’ disinvolta e a suo agio anche se in quella prima ripresa è a torso nudo. Ha messo solo un filo di matita attorno agl’occhi e una sfumatura verde sulle palpebre; naturalmente nessun rossetto che le fa le labbra troppo grosse: “Io non ho bisogno di mettere tanta merda”.
Sarebbe fiato sprecato.” –la rimbecca l’amica con dispetto.
Le tette sembrano ancora di più e dondolano lievemente. Lei ride che sembra naturale e guarda un punto che non fissa diritto nei nostri occhi. Il bianco delle pareti è fin troppo bianco. Aggiunge due gocce di profumo dietro le orecchie e una quantità industriale tra le mammelle. Infila il reggiseno e poi, una tetta alla volta, le sistema nelle coppe. Lello appare all’improvviso di lato e la soccorre gentile, immediatamente, per aiutarla a chiudere il gancetto dietro la schiena. Si è già preso uno “stronzo!” –soffiato dalla moglie nervosa che aggiunge– “Era proprio necessario che le mostrassi a tutti? E che gliele sbattessi sotto il naso subito; alla prima ripresa? Era questo che volevo? Potevi dirlo”. Ma l’altra serenamente la rimbrotta: “Ogn’una mostra quello che ha”. Lello la odora: “Hai un profumo eccitante”. Lei lo rimprovera: “Solo il profumo”?
Qualcuno nella sala, una voce maschile, commenta compiaciuto: “Hai proprio dei bei meloni”.
Cambia repentinamente la scena e stanno finendo di vestirsi nella camera di lei. Lello con i suoi baffetti e i capelli che cura con amore, perché da un pezzo si stanno diradando, ha anche un inizio di pancetta. Porta una canottiera di quelle a coste che ormai nessuno metterebbe più tanto meno in situazioni come quella. Porta persino delle bretelle dove latrano dei cagnolini.
Lei mette una camicetta bianca che lascia generosamente poco abbottonata e arricchisce il decolté con una collana di perle. Poi lo aiuta a fare il nodo di una cravatta enorme e pacchiana sia nel disegno che nei colori. Lui continua ad annusarla come se seguisse una pista. Con gl’occhi la fruga insistentemente tra i seni cercando di memorizzare anche il più piccole particolare: “Certo che son buone e ancora belle sode. Sanno… sanno… di buono”.
Lello che dice in diretta: “Cosa dovevo dire? Dimmi tu? Cosa potevo dire”?
Ti piacciono”?
Da impazzire. Lo sai che mai ne avevo viste tante tutte in una volta sola”.
Non me lo facevo così… insomma… così. “Chissà? se fai il bravo forse te le faccio conoscere meglio.” –gli fa lei sorniona e ammiccante divertendosi di quelle attenzioni che le sono rivolte. Nemmeno lei me l’ero mai fatta così. Mi sembra di conoscerla per la seconda volta. Mi incuriosisce.
Lello azzecca la battuta; l’avrà sentita: “Preferirei fare il maleducato”.
La notte è ancora piccola”.
Lui apre la porta a gliela tiene per permetterle di uscire inchinandosi leggermente in modo non solo ossequioso ma anche canzonatorio e ne approfitta per ammirarle il culo. Lei lo riprovera amichevolmente: “Cosa guardi? birichino. Guarda guarda; guarda pure. Guardare ma non toccare. Forse dovrei riguardarmi un po’. Non dirmi che lo trovi troppo grosso”.
Tita a commento: “Almeno lui sa guardare. Non lo nasconde di guardare”.
Lui le risponde dallo schermo (non si sente in sala): “Controllavo acqua e olio e che tutto fosse in ordine. Dovresti mettere una targa per i carichi pericolosi. Sei tutta una provocazione. Se poi qualcuno per la strada ti palpa non rispondo delle sue azioni”. Lei se la ride soddisfatta. Lui le da una pacca per incoraggiarla ad andare visto che lei si è trattenuta sulla soglia. Lei zampetta in avanti con un verso acidulo: “Che fai? manesco”.
Per quel che mi riguarda ne avrei abbastanza. Invece la platea sembra attenta e interessata, tutta zittita, e loro appaiono seduti ad un tavolo di un ristorante alla buona e mangiano carne, anche se è venerdì, innaffiandola con del vino rosso versato su bicchieri dozzinali. Lui è rapido a tenerle sempre il bicchiere pieno ma io so che lei è una specie di collaudata spugna e che il sotterfugio non può funzionare ma ha occhi lucidi.
Gli taglia la carne separando la polpa dall’osso della coscia e lo imbocca con la sua forchetta. Lui è soddisfatto come un regnante. Le sue barzellette restano raggelanti: “Sai di quel marito… forse non è il caso e non dovrei raccontartela… ma insomma torna a casa… cioè, scusa è la moglie che rincasa e lo trova con un marinaio… No! non centra niente.” –Lei ride e si diverte ugualmente– “Sembra fosse un fatto veramente successo”. Qualcuno in sala si sforza di ridere per accondiscenderlo. Un cretino con l’aspirazione del genio registico ci ha messo una musica di Rota.
Il gallo più vecchio ed esperto dice: permette signora, buongiorno signora; permette signora, buongiorno signora; permette signora, buongiorno signora; permette Guglielmo, buongiorno Guglielmo”. Lei ne e spassata. La prima che capisco mi suicido le vene. Vengono servite loro delle fragole. Lei più che mangiarle le succhia come se le volesse lentamente consumare prima di ingoiarle; ad una ad una, come volesse assaporare profondamente ogni sapore, con una perizia che richiede molto tempo. Le tiene fra le labbra appena socchiuse, le sugge e le lecca. Sorride del suo gesto con occhi ammiccanti. Ne mette anche una in bocca al compagno che cerca di imitarla. Poi si sporge perché lui possa prenderne una seconda dalle sue stesse labbra.
Guarda che se continui a provocarmi così spudoratamente… guarda che così va a finire che finisce male”. E’ lui che parla con tono falsamente minaccioso.
Volevi dire bene? spero”.
Comincio a vedere rosso. Cos’è per te l’amore”?
Credo… sia una cosa diversa per ciascuno. Io sono per le cose improvvise. Lui è per le lunghe costruzioni; per gli infiniti corteggiamenti e per il conoscersi giorno dopo giorno. Io, ecco, se mi sento mancare il respiro, allora lo riconosco. O forse faccio un po’ di confusione. Ma scusami! mi sto divertendo troppo per discorsi così seri. E poi mi si impigliano le parole”.
Quelle ti si impigliano sulle mutandine. Sei assolutamente, incorreggibilmente e completamente da… desiderare. E la passione”?
Si dice desiderare, adesso; buono a sapersi. Quanto mi vorresti… desiderare? Comunque quella, la passione, non dovrebbe mai mancare. Bisogna alimentarla sempre. Ma poi neanche quella è sempre la stessa. Una donna non la dovrebbe mostrare ne tanto meno parlarne ma chi se ne frega. Prima che da qualsiasi altra parte, con una persona che non conosco, mi prende allo stomaco”.
Prima di qualsiasi altra parte”?
Ma dai che hai capito bene; sudicione. Non essere volgare”.
Mica è per essere volgare. Voglio solo conoscerti meglio”.
Ma se ci conosciamo da sempre”.
A me mi sembra di non averti mai conosciuta. Ma stasera… voglio conoscerti”.
Mi tremano le gambe e mi accorgo di inumidirmi. Soddisfatto”?
Anche se lo vedi per la prima volta per la strada”.
Capita se è un tipo come dico io. Ma anche se non lo vedo e solo lo penso. Mica di frequente che poi mica ci faccio niente. Capita naturalmente e mi eccito che quasi mi viene da urlare. Magari dopo ci fantastico sopra. Ma a volte mi può capitare con una persona che magari già conosco bene. O in un posto qualsiasi. Per una scena alla tele. Non so cosa sia ma credo possa capitare”.
Può? con me”?
Non essere così curioso e indelicato. E poi le cose mica si dicono alla persona. Anzi forse è quando si fanno che non si dicono. Allora è vero che hai voglia e fretta di… desiderarmi”.
Non dirmi che tu non ne hai… voglia di essere desiderata. Tutto questo… insomma tutta questa cosa, organizzata, mi fa sentire strano. Non ti avevo mai vista così”.
Chissà! chi vivrà vedrà. –scherza garrula– Questa sera è tutto diverso. E’ stata, per così dire, cercata e inseguita. Questa sera era già iniziata da molto prima e molte volte. Ma lasciamo andare noi. Mi capita di eccitarmi per un sogno o per… che ne so? Capita all’improvviso, quando meno me lo aspetto. Non farmi dire oltre. Capita a volte per delle situazioni o dei ricordi e delle semplici parole che in altri momenti… ma in quel momento sono diverse. Forse capita perché stai meno attenta”.
O perché sei più porca”.
Sei un cafone.” –e finge di mettergli il broncio.
Aspettano il conto che paga lei: “E Bubi com’è”?
Com’è come? Non lo conosci? siete amici da prima che conoscessi me”.
A letto intendo”.
Solo per un attimo si imbroncia stizzita ma le passa all’istante: “Questi se mi permetti sono fatti nostri. E’ un marito. Per dirla in confidenza è un poco deludente e un po’ pochino. Se non mi sbrigo si addormenta e mi lascia a bocca asciutta. Può anche succedere una volta, però… Insomma, cosa mi fai dire? lasciamo andare per rispetto degli assenti che sono anche un poco brilla. E poi si scherza; naturalmente. Credo che se ci sentisse non vorrebbe ridere”. Non posso ne difendermi ne giustificarmi; non è il momento; farei peggio.
Si alzano e lui l’aiuta scostando la sedia. Cerca di essere gentile e le chiede: “Hai voglia di andare a ballare o sei troppo stanca”.
Come mi preferivi”?
In che senso”?
Con gli occhi che mi vedi ora o come mi conoscevi prima”?
Naturalmente non farei il cambio per nulla al mondo. Resta così”.
Stanca non direi ma non siamo più dei ragazzini che hanno bisogno dell’ambiente e di una scusa”.
E allora? Che si fa”?
Andiamo direttamente su da me”.
Interno notte: la camera da letto è vuota e il letto ancora intatto. C’è un lungo attimo di silenzio completo. Si sente lei dire fuori immagine: “Sei cretino. Qui no! siamo in ombra. Non possiamo essere ripresi.” –e rientrano nell’immagine dalla porta della stanza accanto. Lui ha i pochi capelli rimastigli spettinati. La camicetta di lei è ormai quasi interamente sbottonata.
Lei cerca la telecamera e si posiziona bene proprio al centro. Lui le si avvicina furtivo. Lei divertita dice la battuta che gli darà la celebrità fissandolo infondo alle palle degl’occhi: “Ogni promessa è un debito”. Prende la mano del compagno a la infila dentro il reggiseno.
Come l’uomo immediatamente comincia a palparla in lungo e in largo per tutta quella sua abbondante tetta lei lo prende per il mento e lo bacia con trasporto in un bacio da amanti. Genio si dimostra compiaciuto: “Ottima interpretazione”. Ma, mentre cadono pesantemente nel letto avvinghiati, viene spenta la luce e questo provoca un brusio di delusione e disapprovazione. Il televisore è completamente buio, in sottofondo si sente piano Averti addosso e poi non si ode che le loro voci. “Fai attenzione, non aver fretta, che mi smagli le calze”.
Sei stata tu che mi hai messo fretta”. Ma le frasi escono staccate e smozzicate tra un intervallo e l’altro che sembrano dovuti a frequenti interruzioni per permettersi di tornare a affogarsi di baci. Lo stesso tono pare impastato di quei baci.
Metti un po’ di sentimento e non solo di passione. E non mi stropicciare tutta. Sabra non ti dice che le fanno il solletico”? Quella donna, mi aveva ripreso la mano e me la stringeva forte spiegandomi: “Non gli dico un bel niente”.
Non pensare a lei. Lei ora non c’è. Pensa solo a noi”.
Mi sembra sia quello che sto facendo. Direi proprio che non mi posso lamentare. Mi sembra che nel cambio forse ci ho pure guadagnato. Anche se nel buio non si può essere troppo precisi ne precipitosi, ma no! direi proprio di no”. L’ultimo no è quasi un sospiro infinito e poi ingoiato. “Vuoi che accenda”? –chiede lui e la luce, stavolta, in sala, mi acceca mentre lei sussurra: “Adesso vediamo come sei in grado di… desiderarmi”.
Le altre parole e gli altri rumori che non si sono sentiti, perché la ripresa è stata sfumata per decenza od opportunità, non possono essere peggio di quello che posso immaginare e anneghiamo in un silenzio affannoso. Gl’occhi di ogn’uno dei presenti sospettano quelli degl’altri. Qualcuno si ricompone sul posto. “Questa si che è televisione verità. Si vede che ci mettevi proprio l’anima.” –commenta quel cretino di Pigio.
E non solo quella”.
In realtà i presenti sono un poco eccitati. Nico si lascia scappare, facendosi interprete forse del pensiero di molti: “Tita! ce le fai vedere ancora”? –e qualcuno, confuso nel mucchio, si spinge fino ad arrischiare un: “Ci fai giocare anche noi”? –mentre Genio cerca di essere spiritoso: “Madonna! ne hai più di Madonna”. Ma lei si sottrae alla richiesta: “Paganini non ripete. E poi mica posso. Il gioco è proprio finito. Non c’è più nient’altro da vedere. Dovrete accontentarvi della memoria e della fantasia. E guardate, ricordate, che è solo finzione”. E non capisco se mi guardano come un cretino o con invidia. Lei sfida tutti come una grande diva.
Finzione una minchia”.
Ma prima ancora che nessuno dei presenti abbia fiato di avventurarsi in un commento lei cerca di zittire la rivale: “Ti prego di risparmiarci almeno le tue volgarità e i tuoi commenti acidi. Ero stata chiara fin dell’inizio. Le regole erano che si giocava senza nessuna regola”. Nessuna delle due bada al resto della compagnia.
Vedi la vita è come una clessidra, quando tutta la sabbia è passata la devi girare ma quando la giri ricomincia a scorrere ma nel verso opposto. Torna semplicemente a precipitare verso il fondo”.
Zucchero dice: “Beh! allora noi andiamo” –ma non si muovono.
Scusami tanto, Sabra, ma che cazzo di paragone sarebbe”?
Nessuno l’ha capito.
Peccato che hai tanto cervello quanto io tette. Non avevo bisogno di vedere. Avevo già preso la mia decisione. Stando con Bubi ho scoperto e imparato che non c’è niente di meglio che essere desiderata e voglio tornare ad esserlo. E’ molto piacevole sentirsi addosso gl’occhi di un uomo che aspettano solo che tu gli riservi la più piccola attenzione, che ti accorga di lui. E bello farlo anelare. Sentire che ascolta ogni tua parola e che qualsiasi cosa gli dici lui la ascolta con piacere e te la chiede. Sentirlo imbarazzato che cerca il primo bacio, che gli puoi regalare come fosse il suo primo bacio. Che si gonfia di orgoglio per te solo a sfiorati con una carezza”.
Imposta la voce e cerca una cosa intelligente: “Ma cosa dici? è stato solo e nient’altro che un semplice gioco. Infondo chiedevo solo di conoscere quanto il mio lui mi amasse ancora e quanto forte fosse il sentimento che io provavo per lui. Tutto il resto è niente. Forse semplicemente ti togli l’abito, ti spogli dalle consuetudini. Forse la camera non è che una maschera o qualcosa di simile all’intorpidimento che ti può dare il vino”.
Nico cerca inutilmente di dire anche la sua da buon intellettuale del frivolo: “Ecco… io… io… penso che… credo anch’io che sia così. Che è come uscire e guardare sé stessi standoci fuori. Credo sia bello osservare distaccatamente, in un certo senso, s’intende, un’altro te. Che poi potrebbe anche essere quello che vuoi o che vorresti essere o diventare. Ma forse è già bello il solo vedersi, apparire. Essere incorniciati lì, anche senza fare niente, come le persone note che apprezzi ogni giorno, I cui nomi tutti nominano. Altrimenti non si spiegherebbero tutti quei cretini che si affollano semplicemente per salutare con la manina come tanti idioti decerebrati.” –nessuno fa il minimo caso a quello che dice come se sputasse niente.
Quando si inizia un gioco del genere non si può conoscere dove ti porta e dove va a finire e le ferite che apre. Ma poi perché? se non siamo onesti nemmeno con noi stessi. Per raccontarlo? Siamo ben poca cosa se abbiamo bisogno di uno specchio per raccontarci le cose; oppure questo ci fa uscire da noi e ci fa sentire protagonisti? In un certo senso quella cassetta ci ha rubato l’anima”.
Non essere melodrammatica”.
Quando entri non ne esci più. Certo che gli spettatori sono sempre vigliacchi o traditori, come diceva quel famoso regista, ma o scegli di essere spettatore o sei lo spettacolo. Li dentro nessuno era sé stesso e dopo non siamo più gli stessi. Lei è come un taglio improvviso. Perché ti divora. Perché la vita, in televisione, diventa televisione; inesorabilmente. Voglio solo non fare le cose perché devo. Poter scegliere di dire di no. Voglio solo poter tornare a sognare”.
Guarda che io”…
Non mi interessa cosa c’è stato. Non è affar mio. E’ solo affar vostro. Lo è già da quella rosa disgraziata che ho dimenticato al ristorante; o forse dalle canzoni su cui abbiamo ballato; o forse ancor prima”.
Ma! e tu… Bubi”?
Io taccio. I presenti sono ammutoliti dalla tragedia che si consuma.
Mica te la sarai presa”…

In realtà sono stati registrati anche altri finali per sostituire eventualmente le reazioni della sala. In uno semplicemente poi Tita, dopo lunghe insistenze, aveva ceduto e le aveva fatte vedere. Si era alzata in piedi e, con aria soddisfatta e divertita, aveva sbottonato a camicetta e la aveva liberate e fatte esplodere all’aria, davanti a tutti; tra lo sbigottimento e le felicitazioni e i complimenti dei fortunati presenti; del suo pubblico. Ormai completamente presa che quel suo ruolo. Ormai donna fatale. Ma Lello avrebbe potuto cominciare a far fruttare l’ottima, seppur evasiva e comparativa, pubblicità.

In uno Sabra, nel buio, senza che nessuno se ne possa avvedere, con stizza, forse golosa di me, e in silenzio, mi soddisfa oralmente ed io le grido mentalmente: “Dai! brava! vai! succhiami tutto”. Ma questo lo conosciamo solo noi due. E alla fine tutto resta immutato; ogn’uno coi suoi inconfessabili segreti. Coi suoi pettegolezzi. Visto si è visto solo quello che si è visto. Mentre di un terzo è stata girata un’unica scena in cui lei è più facilmente riconoscibile: si alza e togliendo la maglietta dice allegra al pubblico presente alla proiezione: “Bene! su le mani, porcelloni. Ve l’avevo detto. Adesso vi diamo quello che cercavate. Adesso vi facciamo il porno”.

In un altro la raggiungo in cucina e lei è muta. Cerco di baciarla contro lo stipite della porta ma lei mi rifiuta categoricamente. Mi lascia, rassegnata, che le frughi tra le gambe ossessionato di lei. Mi chiede solo con voce afona: “Hai un buco per ospitarmi per stanotte, finché non trovo una sistemazione? Non me la sento proprio di tornare a casa, con lui. Non stasera”. E l’orologio alla parete segnava ormai le nove. Una voce, alla fine, avrebbe dovuto spiegare che erano tornati insieme ancora una volta ma che continuavamo a vederci ed io, di nascosto. Avrei insistito testardamente per l’eternità in quel corteggiamento; reinventando continuamente la pazienza di lei.

Poi ce ne era uno in cui dopo, io e Tita, ce ne andavamo a coricarci e, nascosti dal pudore delle lenzuola, lei mi provocava dicendomi: “Vedi! potremmo aver fatto questo e quest’altro” –e intanto mi dimostrava sul campo e nei fatti cosa avrebbero potuto aver fatto durante quel buio e lungo tutta quell’interminabile immagine nera fissa e oltre. O forse cosa avrebbe voluto poter fare. Ed eravamo appassionati come da tempo non ricordavo. E mi dava quello che avrei voluto cercare in Sabra.

Infine uno abbozzato in cui la raggiungevo da dietro e a sorpresa mi accostavo a lei. Stringendomi contro e aderendo con tutto il corpo le dicevo, con tutta la passione che riuscivo a inventarmi, impossessandomi delle sue tette: “Queste sono mie”.
Ma lei mi freddava subito sdegnosa con un secco: “Solo quello che ti sporchi le mutande è tuo”.

In conclusione sono molto confuso e non so dire più quale di quelli sia il finale vero.¹


1] Questo è l’ultimo racconto di quella raccolta che avevo chiamato “Linguaggi”. E’ stato scritto non dopo il 14 maggio 2002. E’ un po’ lungo per fare il post e mi scuso dell’enorme pazienza che chiede. Naturalmente le vicende narrate, e gli stessi interpreti, sono frutto esclusivamente della mia fantasia malata.

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luna, castello, uccello e personaggiEra strano Raffaele, non sembrava nemmeno uno della nostra età. Alto, goffo e con gli occhiali. A calcio era una pippa. Amava leggere, Raffaele. Io già non credevo più a tante cose. Fuori c’era un sole che si frantumava in mille balenii. Il branco dei cani rossi venne sbranato in fretta da quello dei cani pezzati. Non succede spesso nemmeno tra i cani. La differenza l’aveva fatta quello con un occhio chiaro e uno nero. Quando azzannava alla gola non lasciava più la presa; era il più umano nel mucchio. L’uomo dell’isola di Pasqua palpò i pomodori perché veniva da un altro mondo, ma il venditore non lo sapeva. Si scusò senza essere convincente. Era il tempo, non le ore, né i giorni, erano gli anni, a scambiarsi le parti e a saltabeccare eccitato. Il prete era passato per dare la benedizione con l’ulivo e un sacco di persone al seguito. Ognuno si accodava senza bisogno di perché. Il programma per accedere al catasto lanciò un messaggio perché aveva problemi; eccetera. Non era l’unico ad aver necessità dello psichiatra. Papà mi prese sulle ginocchia e mi disse: “Leggi, si sa mai che torni utile”. Nessuno riesce più a immaginare che anche un ragazzo a Kabul può sognare di giocare con gli aquiloni. Benedetto sia quel libro che riesce a ricordarlo. Lui aveva puntato sul Napoli proprio il giorno che avevano sospeso le partite. Quello che non è successo oggi è successo molti anni fa o può succedere domani. Mi avevano dato troppi compiti per non essere preoccupato. Quella carta andava bene anche per fare gli aeroplani.

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Quarantadue

Anzi quarantadue di quarantadue biglietti in bocca alla statua di creta. Tieni presente amico che quelle parole sono la vita. E nessuno è solo davanti al bisogno di quelle parole. Lui, l’altro, credeva che ci fosse qualcosa dopo ma poco importava. Non è questo il momento dei sofismi. Chi sa ascoltare aguzza l’attenzione. Nessuno, quella sera, lo poteva fare. Era troppo il frastuono, troppo dolorosa la voce. Era il tempo di lasciare l’innocenza e lui la appese appena entrato dalla porta. La sua donna vestiva la carne del ricordo, quando ricordare è terribile e fragile e crudele. Si chiedeva ancora perché il silenzio avesse tanti suoni e odori e una luce senza pazienze. E il lago raccontava un’altra storia, la sua storia. Quella donna non aveva rimpianti e guardava avanti con gli occhi fieri e lucidi. Lui la prese tra le braccia e nascose il suo viso in lei. Avrebbe voluto non vedere più, ma era armato di occhi aguzzi. C’è sempre qualcuno che parte ma ci sono mille modi di accomiatarsi. Quel dio bizzarro aveva un’altra ragione per nascondere il volto. Potessimo almeno aiutarci a vicenda a credere. Nella conca dove il lago affondava la sera aveva nascosto il suo pudore dietro un velo spesso di ombra¹. Era stato figlio e fragile una volta ancora.


1] Scritta, per l’esattezza, lunedì 29 ottobre 2007

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Presente e presente

Hai mai fatto caso a quanti modi ha il tempo di procedere? A volte è leggero; a volte è faticoso; a volte… Non sembra nemmeno lo stesso. Mi capita che non riesco a pensare a ieri perché oggi è già un altro passato”.
Cosa dicevi? Stavo pensando a una cosa ma mi è sfuggito cosa”.
Scusami”.
In quel momento la commedia della vita era tutta lì. Era l’andamento distratto a stabilire i tempi delle battute.

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