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Posts Tagged ‘vizi’

Donna allo specchio1. Io ho un amico di penna. Un amico immaginario, a cui confido le mie pene. Come una quattordicenne. Lo so, non avrei più l’età; appunto. Vivo serenamente. Non aspetto niente e nessuno. Può sembrare ridicolo. E’ solo che anch’io, nel silenzio, ho bisogno di qualcuno con cui parlare.
Non ho cercato di raffigurarmelo, il mio amico immaginario. E’ solo come un diario. Potrebbe essere bello o brutto, biondo o castano, alto o tarchiatello, non ha nessuna importanza. Uno che mi sa ascoltare. E nella mia fantasia l’ho inventato uomo. Certo una figura improbabile: un uomo che ascolta in silenzio. Che risponde quand’è il suo turno. Che non ti spiega lui le cose. Potrebbe anche avere una leggera pancetta.
Non ho molto in comune con Elisa. E’ stato lui, il mio amico, che mi ha fatto conoscere Elisa. Elisa la bella. Lui dice che la bellezza è una fortuna. A sentir lui è persino una virtù. E poi, che diamine, appaga l’occhio. Onestamente non so se è diversa la bellezza di un uomo e quella nella donna. Onestamente molte sono le cose su cui non ho riflettuto abbastanza. E per le quali non ho trovato risposta. Magari nemmeno l’ho cercato con la necessaria caparbietà. E poi è fin dall’inizio che non concordo completamente con lui. In realtà è tutto relativo. Lui dice che sono bella. Io più mi guardo e meno gli credo. Quella mia bellezza non l’ho mai vista. Sarà lo specchio a raccontarmi una realtà diversa. Penso che il suo sia affetto. Affetto che gli ho regalato per mia comodità di scrittura. Affetto maturato in tutto questo tempo che siamo complici e in fondo anche un po’ amanti. Questa è una delle nostre dispute più aspre.
Vorrei sapermi spiegare. Spiegargli. Farmi capire. Se non lo fa lui, che mi è sempre stato così vicino, chi può farlo? Eppure sembra non volermi dar retta. Quando si mette in testa le sue idee è così testardo. E’ testardo come ogni altro uomo; come un uomo vero. Cioè, voglio dire, reale. Io invece ho avuto bisogno di tutto questo tempo per capire le cose. Per maturare questa mia convinzione. L’ho saputo da sempre ma mai come ora. Mai con questa certezza. E’ la mia stessa storia che parla. Oggi lo posso dire. Oggi che sono una donna… matura. Arrivata. Soddisfatta. Che non ho bisogno di un uomo. Di un compagno. Di un amante. Di nessuno. Oggi che la mia più grande passione è il mio portatile. Oggi che vivo serena. E sola. La bellezza è una grande scocciatura. Anzi è un vero difetto. Una vera iattura.
So già che non lo convincerò mai. Ch’è tutto inutile. Ci provo ugualmente. Il mondo è pieno di cose inutili. Persino la mia vita; a ben guardare. Non ho nulla da rimpiangere. Non un granché da rimproverarmi. Ho fatto semplicemente i miei errori come tutti. Forse di più, forse di meno. Chi può dirlo? Chi può misurarli? Chi può giudicare? E non sarà quel tempo perso a farmi più disperata. Tanto vale che cominciamo dalla fine. Da stamattina. Chi mi conosce sa che so prendermi le mie responsabilità. Se serve anche l’iniziativa. Che non mi perdo in un bicchier d’acqua. Così prendo il pullman per andare al lavoro. Lo prendo come ogni mattina. Solitamente siamo sempre le solite persone. Solite facce. Si può dire che ormai ci conosciamo. Ma c’è una faccia nuova. C’è uno, in piedi, che non ho visto mai. Un non habitué.
Dopo un po’, circa a piazzale della Concordia, mi fa scorrere gli occhi addosso. Il suo sguardo sembra soppesarmi. Valutarmi. Giudicarmi. Poi si apre in un sorriso compiaciuto, sembra soddisfatto. Ha fatto la sua cernita. Siamo in tante ma ha scelto me. Lo intuisco da subito; immediatamente. C’è una bionda che da donna non mi sembra male. E’ alta e slanciata ed ha due occhi azzurri che sembrano perdersi nel nulla e farsi trasparente. C’è una ragazzetta, vicino alla porta, forse un po’ troppo giovane per la sua età, che non si ferma mai di parlare con le amiche. Lei, quella ragazzetta, cerca di richiamare con impertinenza attenzione su di se. C’è Liliana che lavora al catasto e che è una donna sempre molto elegante. C’è n’è un’altra grassottella, veramente solo un pelo sovrappeso, che ha occhi veramente sensuali. Profondi e scuri. Forse un po’ abbondante di seno. Certo che a criticare siamo brave noi donne. A criticarci. Forse un po’ troppo truccata. Naaah!
Alcune hanno fatto gruppo, assieme anche a colleghi maschi, e fanno il viaggio come in un salotto. Se la chiacchierano e se la ridono, come fossero tutti loro soli. Solo tra di loro. Senza badare a nessun altro. E commentano i fatti del giorno. E di politica. Poi c’è quella sempre con quell’aria imbronciata. Sembra continuamente appena uscita da una delusione. E una robusta di colore, probabile badante. E ce ne sono altre. Compresa la piccoletta che non è niente male. A quell’ora è sempre un tragitto molto carico. Frequentato. Insomma ce ne sono tante, ovvero diverse. Insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una vera riserva di caccia. Invece il tizio ha puntato pesantemente me.
Noi donne guardiamo le donne con occhi diversi, anche questo è vero. Siamo pronte alla critica. A cercare anche il più piccolo difetto. Siamo donne. Ma non le vediamo come gli uomini. Non le guardiamo con lo stesso sguardo degli uomini. Non subiamo lo stesso fascino. La stessa attrazione. E’ naturale. Quello ch’è bello per loro non lo è per noi. In verità non sono certa che per noi l’aspetto sia importante. Non lo è per me. Non so cosa mi attrae. Oggi, probabilmente, nulla. Ma ormai sono una signora. Senza più alcun fascino. Forse mi crede una facile preda? Cosa glielo fa credere? Forse mi pensa alla disperazione? Forse è nella sua politica quella di accontentarsi. So già che mi ci vorrà una seduta davanti allo specchio. Non serviva ad un boia. Forse mi ci vorrebbe un psicoanalista. Ma lui, lo sconosciuto, tra tutte preferisce me. Sembra impossibile ma è così. E’ proprio vero. Continua a guardarmi. Poi prende a farmi dei cenni. Un sorriso, tra l’ebete e il rapito.
Le sue attenzioni non mi lusingano. Non so se in un caso come questo si può parlare di molestie. Certo la cosa mi infastidisce. E non poco. Mica per ridere. Eppure non sono più, e ne sono cosciente, una ragazzina. Mi chiedo perché proprio me. Non ho una risposta. Continua col fissarmi. Poi prende a fare mosse con la bocca, con la lingua e di nuovo cenni. Con un che di… di lascivia. Mi sembra stupido. Impertinente. Io volto la testa dall’altra parte. Cerco di ignorarlo. Ma lui, il cialtrone, è sempre là. Sbircio e lo ritrovo. Pronto. E ritrovo il suo sguardo. Se appena mi volto lo ritrovo a farmi qualche gesto. Cerco il soccorso di altri occhi. E’ una cosa veloce. Possibile che nessuno si accorga di nulla. Forse nessuno vuole vedere. Forse sono anch’io. Basterebbe che facessi un cenno al vicino. Un piccolo vezzo d’intesa. Non posso credere che tutti gli uomini siano così uomini. Così distratti. Sono sicura che ne potrei trovare qualcuno pronto a soccorrermi. Ma io sono la testona che sono. E che sono sempre stata. Preferisco affrontare la vita da me. Di petto. A proposito di petto… Preferirei che alzasse gli occhi; ora.
Vado diretta verso di lui: “Forse ci conosciamo”?
Nella mia voce c’è stizza, e rimprovero, e indignazione. Glielo sputo contro in un tono che non lascia dubbi; né replica. Che possano sentire anche quelli che sono vicini. Lui non fa una piega: “Purtroppo temo di no. Spiacente. Possiamo rimediare subito”?
Il suo sorriso non mi piace. Vorrei cancellarglielo. Insultarlo. Persino sputarlo. Sono fuori di me. Non riesco a rientrarci. Lo guardo e cerco uno sguardo di disprezzo. E scendo due fermate prima della mia. Ho tutto il tempo di darmi della stupida.

CONTINUERÀ?

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linguacciaEra una settimana che a quella linea, in quell’orario, era stato destinato un nuovo autista. Un volto fiero nella sua divisa blu. Una divisa impeccabile coi bottoni dorati. Ingualcibile. Ma tutto era infondo anonimamente abituale. Un volto non significativo. Anzi un non volto. Nessuno lo avrebbe saputo descrivere. Un autista come tutti gl’altri. Non fosse che… L’autobus non li aspettava più al solito posto.
Da quando lui aveva preso servizio il mezzo restava lì; dietro l’angolo. Si fermava fuori fermata. Solo seminascosto da quella grande costruzione che costringeva a una curva. E spiava da quella curva che la via era costretta a fare. Ne spuntava solo una fetta del muso; ghignante.
Forse a scaldare il motore. Forse erano state nuove disposizioni dell’azienda. Più probabilmente per meriti propri dell’autista. Non era stato possibile stabilirlo. Ogn’uno aveva tenuto per sé le proprie congetture. Il fatto certo era solo che il pullman non sostava più alla stazione.
Loro, quella gente che ormai si conosceva e si annusava. Quella gente che sembrava non riconoscersi. Quella gente che divideva l’ultimo briciolo di sonno. Che lottava per distrarre quel sonno dai loro occhi. Che divideva le prime notizie del mattino. Quel popolo che annusava di caffè o della prima sigaretta. Quel popolo di viaggiatori del mattino non poteva prendere via via il proprio posto. Rubarsi simpaticamente la sedia. Giocare sui minuti e sui secondi. Coltivare le proprie abitudini.
L’autobus dell’azienda municipalizzata attendeva fino all’ultimo minuto e poi, all’ultimo minuto, non un istante prima, ne uno dopo naturalmente, si portava lentamente nel piazzale. Accostava con perizia sulla piazzola contrassegnata e dopo un attimo spalancava, con un sibilo, le portiere.
Forse amava vederli accalcarsi e accapigliarsi per salire per primi e prendere i posti. A conquistare quelli migliori. Ognuno con le proprie preferenze. Impegnarsi per arrivare. Lottare per un qualche cosa che valeva. Esprimere tutte le loro ambizioni, intatte e a lungo represse.
Veramente c’erano posti per tutti essendo quello, come detto, il capolinea. A quell’ora il sole non poteva disturbare un lato e rendere più agevole il viaggio dal lato opposto. A quell’ora non c’erano quasi mai sedili bagnati da una pulizia sommaria. Veramente non c’erano posti migliori o peggiori se non nelle abitudini di quei viaggiatori. E per i giovani che conservavano quello vicino per l’amico e per l’amica.
Forse era per spirito di emulazione. Forse per una tacita forma di collaborazione. Forse per pura arte della competizione. Il fatto era che la gente si gettava su quella preda crudelmente. Che quella gente aveva preso ad affollarsi verso le porte spingendosi senza riguardi. Conquistava posti che magari poco dopo, con la partenza, era disposta a cambiare.
I ragazzini cercavano di scivolare fra le persone. Di approfittare delle loro dimensioni ridotte. Della loro agilità. Ma quando non ci riuscivano restavano tagliati fuori. Dovevano aspettare che la fine della coda fosse stata inghiottita dalla grande macchina. E poi affrettarsi. E accadeva spesso che una madre venisse separata dal figlio. E sembrava nemmeno avvedersene.
I ragazzi si muovevano impacciati dagli enormi zaini che si aggrappavano alle loro schiene. Si muovevano trattenuti da quel carico che li ingombrava. E spintonavano non smettendo di chiacchierare chiocci. E scrollavano da loro la gente che li pressava.
Gli uomini fingevano di lasciar posto alle donne. Mimavano cavalleria sorpassata. Era una delle beffe più frequenti. Poi, all’ultimo istante, con riso beffardo, prendevano una antica rivincita. Alzavano gli occhi al cielo e li cacciavano dentro alla corriera. Allora rapidamente salivano tagliandosi la strada.
Tutti spingevano, scalciavano, vociavano, usavano ogni mezzo, compresi i gomiti. Gli sconfitti erano disposti ad arrivare agli insulti. Ma erano le donne ad utilizzare più magistralmente tutti quei mezzi; anche il più subdolo. Compreso ogni colpo, anche il più basso. A farsi, alla fine, beffa di tutti.
E le madri non smettevano di essere donne, tanto i figli le avrebbero raggiunge. E se serviva imprecavano. E si sa, le donne hanno in ciò una lunga esperienza. Anni consumati in luoghi pubblici. A conquistare uno spazio, una panchina.
Anni passati per gli uffici. Ad approfittare di ogni occasione. Ad arrivare da un’altra fila che non c’è. Da un appuntamento precedente. Per un ritardo di cui nessuno è colpevole. O in casi estremi a fingere un malore.
Anni trascorsi davanti a bancarelle o nei negozi. Rubando il posto ai bimbi e ai timidi. Profittando di ogni gentilezza. Cercando un conoscente fra i primi della fila. Forzando gerarchie e ordini che comunque le facilitano. Sgusciando e strisciando. Anni a rifiutarsi di fare la fila. Per principio.
Una lunga esperienza fatta nascondendosi eventualmente dietro scuse improbabili. Con i loro sfacciati: “Dovrebbe toccare anche a me”. Con i loro umoristici: “Sono dopo di lei! Vero”? Con i loro subdoli: “Fatti avanti bambino o non te ne vai più”. Con le più geniali trovate. Con la pura arte dell’inganno. Con le espressioni più spudoratamente false.
Forse qualcuno approfittava della calca. Ma nessuno ci faceva caso. Non c’era donna disposta a perdere per questo una sola posizione in quella competizione. A volte, qualche maschio, per difendersi, era costretto ad aggrapparsi a una borsetta. Qualcuno che si credeva già salito, arrivato, si sentiva trascinare giù.
E si sprecavano scuse che avevano il suono più falso mai udito. La cosa era rapida, durava quello che si usa definire un istante. Eppure si sussurrava già, ma questo non è mai stato possibile provarlo, di persone che partivano prima o dopo pur di viaggiare su quel pullman. Che per questo avevano cambiato le loro abitudini. Magari disposte a scendere la fermata dopo. Magari un paio di fermate dopo per non essere palesemente scoperte e additate e chiacchierate.
Poi tutto si chetava. Tornava la calma di sempre. E lui era là, al suo posto. Così soddisfatto di sé che il viso che non c’era prendeva luce. E partiva, prima che gli ultimi a salire avessero potuto prendere posto; sballottandoli. Le braccia larghe sul voltante. L’impugnatura sicura e virile. Partiva come un quasiasi autista e come un qualsiasi autista guidava il suo mezzo.
Fermava un poco prima o un poco dopo dalle fermate. Osservava la gente velocemente raggiungere la salita. L’affannarsi per la paura di perderlo. I gesti di attesa che normalmente ignorava. E fra una fermata e l’altra portava il pulman con scatti solo a tratti addolciti. Rendendo tutte le curve secche.
Solo di rado si rivolgeva a qualche viaggiatore ed era quasi sempre per chiedergli di lasciargli visuale sulle porte. Si sa, il vizio peggiore dei viaggiatori è quello di affollarsi alle uscite. Di voler scendere per la salita. Oltre a quello di bloccarsi non appena scesi, intralciando la discesa degl’altri.
Non rispondeva alle richieste di informazioni sul percorso. Non lo faceva con chi cercava di rivolgergli la parola se non a monosillabi. D’altronde, nei mezzi pubblici, non è permesso parlare con il guidatore. Non dava confidenza lui. Guidava, più o meno, come ogni autista che si conosca. Come ogni autista di questo nostro benedetto mondo.
Mostrava la massima serietà per il suo servizio. Solo a volte fingeva di chiudere le porte mentre la gente stava ancora salendo o scendendo. O fingeva di non aver sentito il campanello di prenotazione della fermata. Ma erano solo piccole debolezze. Per il resto guidava sicuro e composto. Tutto preso dalla sua missione. La testa alta ma lo sguardo incurante, fiero, quasi annoiato. Il portamento di chi è conducente e non si può confondere con un semplice autista.
Ma, come non di rado accade, fu un momento di debolezza a dare la dimensione della sua importanza. Una mattina era là come al solito, dietro quell’angolo. Ma non si avvicinò alla partenza come al solito. Neanche all’ultimo istante. I minuti presero a scorrere inesorabili. Il tempo passava come una condanna. Qualcuno si accorse della sua testa abbandonata fra le mani. Appoggiata al grande volante.
Si portò sotto solo dopo sei minuti. Con sei lunghi minuti di ritardo e gl’occhi ancora corrosi dal sonno improvvisamente interrotto. E uno sbadiglio. Anche se solo pochi ebbero il coraggio di redarguirlo nello sguardo di tutti era ben visibile il rimprovero. Cocente era la delusione. Non era più in grado di sostenere un solo sguardo. Certo non cercò una scusa ma divenne persino affabile, quasi gentile.
Il mattino seguente il pullman stazionava con molto anticipo in mezzo al piazzale. La gente distrattamente prese a salire alla spicciolata. A salire e prendere posto man man che arrivava. E lui meticoloso rispettava tutto, persino le fermate. Per tre giorni continuò così.
Il quarto giorno avvenne il miracolo. Senza che nessuno in particolare prendesse l’iniziativa. Tutti, nessuno escluso, si misero a sostare sotto la pensilina; come se la corriera dovesse ancora arrivare. Tutti, nessuno escluso, restarono lì; fingendo di leggere il giornale o cercando in qualche altro modo di darsi un’aria di indifferenza.
Tutti, nessuno escluso, aspettarono pazientemente l’ultimo istante. E solo allora, quando lui cominciò a scaldare il motore, come in quei fin troppo brevi giorni, giù ad accalcarsi e spintonarsi e accapigliarsi per salire. Giù! botte da orbi.
Lui capì subito. Come ogni persona dotata di una intelligenza sopra il comune. Dotata di quell’intelligenza che permette di accedere ai posti di responsabilità. Si girò solo fugacemente verso i suoi passeggeri. Non ebbe nemmeno bisogno di un sorriso d’intesa. Di un ammiccamento. Di un segno di gratitudine.
Certo che ogn’uno aveva agito per il proprio egoismo. Questo non toglieva valore a quella sensibilità, che si potrebbe definire collettiva, di massa, che aveva permesso ad un popolo, spesso distratto e avaro di sentimenti, come quello dei viaggiatori di riconoscere il dramma di quell’uomo.
Lui tornò ad essere lui. Quel popolo di viaggiatori tornò ad essere il suo popolo. Per tutti loro fu un ritrovare una persona importante: il loro autista. Anzi! il loro conducente. Mai come allora avevano imparato l’importanza di quella figura. Era lui a condurli via dalla noia della notte. Verso il lavoro e la nuova giornata. Era lui a guidarli verso la città. Si ecco, quell’uomo era il loro guidatore.¹


1] 2 ottobre 1994

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