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Posts Tagged ‘Woody Guthrie’

Una vecchia pompa di benzina persa in mezzo al niente. In una desolata pianura padana sferzata dal vento che mulina sabbia. Corrosa dall’avanzare inclemente del morbo della ruggine. L’insegna che galleggia e sbatte. Lungo una strada che viene dal niente e porta al niente, ormai dimenticata. Dove le poche macchine che passano hanno fretta e nessuna voglia di fermarsi. Senza pensarci troppo l’aveva presa per garantirsi un futuro e anche un presente. Nei piani doveva diventare un’autostrada ma il progetto era rimasto in un cassetto.
Poco più di una baracca in lamiera di certe periferie cittadine che tornano. Per personaggi che parlano un’altra lingua o ormai parlano anche la nostra. Sempre più con frequentata da interpreti della vita che hanno sempre parlato la nostra e non né conoscono altre. Sul muro un manifesto consumato che dovrebbe ritrarre una Marilyn sorridente. Di fianco una stalla con pezzi di accessori per auto ormai fuori produzione e qualche barattolo. Dietro un orto da sempre abbandonato alla barbara incuria del tempo e un’altalena sfasciata che cigola con le catene, come braccia, abbandonate per un peso quasi insopportabile.
Lui che guarda sconsolato la strada in canottiera. La mano a riparare gli occhi. Il sudore sotto le ascelle. Ricorda certi film americani ambientati nella provincia di un’America degli anni cinquanta. Del nostro neorealismo del dopoguerra. Storie molto simili. Di un racconto svizzero con il commissario Matthäi[1]. Tutti paesaggi in un bianco e nero vago che fonde le cose.
L’ha sentito da lontano quel Rombo. La voce roca di quel motore. Tossiva asmatico e catarroso. Ha riconosciuto da lontano la marca, il modello, l’anno. Ha preso lo straccio e il secchio e s’è avvicinato alla strada. Frugandosi in tasca. Con un briciolo di speranza. Per aiutare la fortuna. Dicendosi in cuore: finalmente. Era lei. Aveva indovinato. Era proprio lei. Vecchio modello in pessimo stato. Tenuta senza alcun rispetto. Senza amore. Non ha nemmeno rallentano. Ha aperto la portiera e ha scaraventato a terra un corpo. Poi ha accelerato. E’ sparita là, in fondo, lasciando solo polvere. Allora si è avvicinato, prima guardingo, poi correndo. Non era certo di quello che aveva visto. Gli sembrava impossibile. Era proprio un corpo di donna. Quella poveretta. Era ancora viva. Era in brutto stato. Piena di botte, di ecchimosi, di graffi, escoriazioni. Non si sarebbe potuta riconoscere.
L’ha portata dentro. Tra le braccia. Un peso leggero. Non parlava. Non gemeva. Come un manichino floscio. Di stracci. Era quasi senza vita. L’ha stesa nel letto. Con delicatezza. Con cautela: “Dio santo”. E’ in ansia di lasciarla sola. Non può fare diversamente. Non sa chi chiamare. E non ha credito sul cellulare. Finalmente si decide. Prende la Vecchia amica. Quindici minuti per quindici chilometri. Fino alla farmacia più vicina. Quindici per andare e quindici per tornare. Sempre inquieto. Per lei. Con il pensiero a lei. Prende cerotti, garze, fasce e tutto quello che gli può servire. Anche un po’ di pillole, iniezioni e siringhe, su consiglio del medico. Torna senza distogliere i pensieri dalla povera ferita. Il dottore lo segue, con la sua, con pazienza. Lei non ha mosso un muscolo. E’ stata buona, immobile, assopita, intontita ad aspettare. Geme appena i due si avvicinano. Quando la devono toccare.
Il medico la visita bene. Con accuratezza. Dice che è messa male, ma che non c’è niente di grave. Chiede spiegazioni, curioso. Lui resta evasivo. Sa di non sapere. Quando resta solo con lei si rende conto che da questo momento deve provvedere lui a curarla. A cambiarle i cerotti. Per tutto. Ha un attimo di paura. La copre con un lenzuolo pulito. Butta i panni in lavatrice. Anche quelli sono ridotti in modo pietoso. Pensa di prenderle qualcosa. Ma dovrebbe tornare in paese. E non ha idea della taglia. Non sa i gusti di quella donna. Veramente non sa ancora il suo nome. Non si è risvegliata. Continua a non dare segni di vita. Tranne qualche flebile lamento. Deve soffrire molto. Le lava il viso. E le mani. Con cautela cerca di lavarla tutta. Non è né bella né brutta. E’ un tipo che sembrerebbe esile. Sembra avere però dentro una forza incredibile. Si accorge che è aggrappata alla vita. Testardamente.
Il mattino dopo lei socchiude l’occhio non tumefatto. Cerca di fargli un sorriso. Le riesce una smorfia. Fatica a parlare. Il labbro superiore è tagliato. Gli chiede dov’è. Si guarda intorno. Gli chiede cosa è successo. L’uomo fatica a distinguere le parole. A capire. Le risponde per quel poco che ha visto; nemmeno la targa. Ha la sensazione che lei lo sapesse. Cerca di alzarsi. Lui la sconsiglia. Lei ci rinuncia con un lamento. Si tira la coperta fino al collo. Lui le spiega che ha dovuto. Che suoi panni sono ancora stesi. La chiede se ha fame. Le prepara una minestra. La imbocca. Lei lo ringrazia molte volte. Gli dice che gli è molto grata. Poi che si sente molto stanca. Che ha ancora voglia di riposare. Lui esce. Torna a scrutare quella strada. Quella strada vuota. La stessa che l’ha portata lì.
Una settimana dopo lei sta già meglio. Si avvolge nel lenzuolo per alzarsi. Gli chiede per cortesia di portarle gli abiti. Si rende subito conto dello stato in cui sono ridotti. Alza le spalle. Si accontenta. Se ne fa una ragione. Vuole cucinare lei. Non c’è molto in casa. Prepara un piatto di spaghetti che era tanto che lui non ne mangiava così. Resta seduta a tavola e ha voglia di parlare. Lui non ha molto da dire. Preferisce ascoltare. E’ stata anche una cassiera. Poi le cose sono peggiorate. E quel maledetto… Si versa un gotto di rosso e lo tracanna assetata. Si accende una sigaretta. Lascia i suoi occhi sognanti vagare con i propri pensieri. Getta la cicca per terra. L’uomo insiste perché continui a stare nel letto. Continuerà ad accomodarsi lui sul divano. Il gonfiore all’occhio sta diminuendo. Ha cominciato a riprendere colore. Si accorge che sono di un grigio indefinito, gli occhi.
Quindici giorni dopo si è ripresa quasi completamente. Appena si alza accende la radio. Lo aiuta in casa. Pulisce e rassetta. Rimette ordine. Fa il bucato di lui. Ramazza anche nel cortile. Dice che l’orto forse si potrebbe recuperare. Basterebbe un po’ di sudore e buona volontà. Lui alza le spalle. Poi passa nell’altra baracca. Entrambi sentono subito il rumore della macchina. Entrambi la riconoscono. Arriva un cliente. Lei invita l’uomo a stare tranquillo. Lo rassicura. Che ci pensa lei. Esce e gli fa metano. Gli pulisce i vetri con accuratezza. Non sembra nuova a quei gesti. Si informa dell’olio, ma per il viaggiatore è a posto. Insiste per controllarglielo. Alla fine la spunta e gli fa anche quello. Prende i soldi e li mette in cassa. La vita è sempre avara. Lui la ringrazia. Lei gli sorride e il suo sorriso è un bel sorriso. E’ un raggio di sole.
Ormai si è abituato ad averla intorno. Per casa. Non ne è più sorpreso. Vederla lo tranquillizza. Lei è sempre di fretta. Rapida. Sbrigativa. Le stanze ora sono sempre in ordine. Lava le lenzuola ogni sabato. Eppure le mani sembrano quelle di una donna che non ha faticato molto. Ha il vezzo di sollevare indispettita la ciocca che le cade continuamente sul viso in un modo buffo. E lui può starsene tranquillo ad ascoltare la radio. Vorrebbe che il tempo si fermasse. Non gli da più fastidio l’odore delle sue sigarette. E’ andato a prendergliele in paese. Le ha preso anche una camicetta e una gonna. Le sono piaciute. Gli dice che non sa come sdebitarsi. L’uomo pensa che non ha detto molto di sé. Di quello che le è successo. In realtà non sa ancora molto di lei. Come se parlarne le riportasse dolore. Sofferenza. Certamente non ne ha piacere. Lui non insiste. Capisce. A pensarci parlano poco. E gran parte di quel poco con gli occhi.
Lei è sempre carina. Gentile. Non ha bisogno di farsi troppi riguardi con lui. Si comporta in modo disinvolto. Non è mai sfacciata, ma non prova nemmeno eccessiva timidezza. Si capisce che è una donna di città. Se la notte si scopre un poco dormendo lui la ricopre il mattino. Ma spesso la trova già in piedi. Per certe faccende, come lavare per terra, il linoleum, con decenza si solleva la gonna e la annoda. Per non Bagnarla. Per non schizzarla. Trascinando il secchio. Con un fazzoletto arrotolato sulla fronte. Tergendosi di tanto in tanto in sudore. Si è completamente ristabilita. Le gambe sono lunghe e sottili ma tornite. Anche senza tacchi. Con gli zoccoli. E’ lui a provare un certo pudore e a distogliere gli occhi. Una sorta di piccolo imbarazzo. Come se la spiasse. E sta proprio lavando quando improvvisamente si ferma immobile. Una notizia alla radio ha richiamato il suo interesse. Lui le chiede spiegazioni. Se va tutto bene. Lei continua nelle faccende e gli risponde con un silenzio. Come se non l’avesse sentito.
Il martedì la trova alzata. Ha già messo il caffè sul fuoco. E’ vestita di tutto punto. Sta proprio bene. Anche se è ancora leggermente smunta. Le sue scarpe con i tacchi ai piedi. Quello rotto nell’incidente lui gliel’ha sistemato con un po’ di colla. Terrà, si dice. Gli chiede se può prestarle la macchina. Non saprebbe dirle di no a niente. Le porge le chiavi. Le chiede se vuole andare fino in paese. Lei dice di no. Le chiede se si tratterrà via per molto. Lei risponde con un laconico un po’. Lui spera che torni. E per due giorni resta aggrappato a quella esile speranza. E gioisce quando la vede sulla porta con un eccomi qua, e un sorriso largo e soddisfatto. Si lascia cadere sulla sedia. Lascia cadere a terra una borsa gonfia. Lui le chiede come va. Lei gli risponde che va tutto bene. E che ha una gran fame. Prepara lui e lei mangia con appetito. Poi vuole andare a riposare.
Lui guarda nella borsa. Solo perché ci inciampa. Non è curioso. Non gli ha detto dov’è stata. Cos’ha fatto. Lui non le ha detto di averla aspettata. Quanto è stato in apprensione, per lei. Con sorpresa scopre che è gonfia di soldi. Tanti quanti non ne aveva mai visti. Quanti nemmeno né aveva mai saputi immaginare. Cerca di ricordare cosa diceva la radio. La riaccende piano, per non svegliarla. Non riesce a ricordare. Non può. Sarebbe impossibile. Aspetta impaziente che si alzi. Resta con la borsa aperta sul tavolo. Lei prima di sedersi si prepara un caffè. Lui le chiede cosa sono quelli. Lei gli risponde solo che sono soldi. Questo lo può vedere da sé. Le chiede da dove vengono. Dove li ha presi. Gli risponde che non deve preoccuparsi. Che è tutto a posto. Che chi li aveva ora non li può rimpiangere. Che sono solo soldi. Che non hanno più padrone. Che non c’è nessun pericolo. Lui non riesce a capire. Non cerca nemmeno ostinatamente di farlo. Gli basta che lei sia là.
Per un po’ di giorni non accennano più al viaggio. All’incidente. La borsa l’ha riposta nel piccolo armadio. Lei è impaziente. Sembra distratta. Con la testa sulle nuvole o altrove. Ora ha una strana luce negli occhi. E’ quasi bella. Poi si accorge che ha fasciato le gambe con le calze. Che ha la borsa in mano e nell’altra una piccola valigia. Ha gli occhi bassi. Senza pensare prova un tuffo al cuore. Lei annuncia alla sua delusione che è ora e se ne deve andare. L’uomo si sente già disperato. Deluso. Avvilito. E’ una bella giornata di sole sulla sua tristezza. Un raggio passa sui vetri puliti e le indora i capelli.
Le chiede se tornerà. Non tornerà. Sapeva già la risposta. Sapeva già che doveva succedere. Lei alza gli occhi e gli sorride. Lo invita ad andare con lei. Gli dice: “Perché non vieni via con me”?
Ma lui non può: “Questo è il mio mondo, la mia vita”.

[1] La promessa – Friedrich Dürrenmatt: http://www.thrillercafe.it/la-promessa-friedrich-durrenmatt-2/

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politicaNon per cavalcare l’onda. Cosa è cambiato? Tutto. Nulla. Per quanto mi riguarda ho solo quarant’anni di più; circa. Mi sembrano una vita. Il ricordo si fa confuso. I capelli non sono più lunghi, a dire il vero sono anche molti di meno. Gli occhiali li porto non per vezzo da intellettuale. Forse più consapevolezza, non ne sono certo. L’energia è la stessa, sembra strano ma forse di più. La rabbia è la stessa, una uguale rabbia che come allora va canalizzata, va espressa in progetti. Le ingiustizie sono le stesse, per quantità. Ci sono ancora troppi sudditi. Allora c’era una classe politica di sottile preparazione, oggi sul palco c’è una compagnia di subdoli buffoni. Il paese aveva venduto la sua autonomia. Mangiava pane fatto con farina pagata al 60% dagli americani. Devo, allora, averci scritto un testo per una canzone mai cantata. Stonato lo sono sempre stato. A questo ci si può far poco.
L’America è ancora l’America e non ancora l’Amerika. E’ l’America che ci ha regalato la nostra intelligenza uscita dal fascismo. E’ L’America che ci raccontano, quella di Steinbeck, del rock’n’roll, del bebop. Siamo ancora al mito americano; alla frontiera. Il romanzo più letto è “sulla strada“, simbolo di libertà e di ribellione. E’ una America con alla guida, per la prima volta, un presidente cattolico; cattolico e democratico. Per dirla tutta la nostra è un’America un poco datata; a cavallo tra, soprattutto, quella della depressione, che ci racconta la Biblioteca del Congresso, e quella di fine anni ’50 primissimi anni ‘60. Woody Guthrie: This land is your land. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woody Guthrie – This land is your land.mp3”]Cazzo! Ognuno aveva una storia diversa ma avevamo tutti uno stesso senso di frustrazione. Quella sorta di impotenza che prende davanti a certe situazioni, soprattutto quando vorremmo fossero diverse. Qualcosa montava dentro. Io provenivo da una famiglia Comunista; resistente. Avevo solo curiosità di capire. Il loro Comunismo, della mia famiglia… non mi piaceva. Il mio ’68 comincia forse nel ’63, forse prima. La televisione era ancora in bianco e nero. Per quanto ricordo era ancora in osteria. Le prime occupazioni, ero ancora alle medie. Cercavamo una nostra storia. Ormai le notizie ci portavano in ogni posto. In ogni angolo. I nostri orizzonti perdevano confini. Nostra patria è il mondo intero. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Nostra patria e il mondo intero.mp3”]Magari confusamente. Magari infarcita di passato e di anarchismo. Miti che in realtà non ci appartenevano. Storia della Storia. Addio Lugano bella. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Addio Lugano bella.mp3”]Qualcuno, giovane oggi, pensa che tutto sia esploso all’improvviso; così gliel’hanno raccontata. E che tutto è stato solo bello, facile, avventura. In realtà non è mai iniziato questo mio ’68, come in realtà non è mai finito. E’ la resistenza che non vuole arrendersi. E’ il nuovo che avanza. E’ una eredità che già pesa. C’era la corsa alla conquista dello spazio. Stava finendo l’illusione che in Russia ci fosse una Russia che non c’era. Una zanzara si insinua nelle scuole. Tutto ciò ch’è nuovo fa paura. Invece fa simpatia Chruščёv che picchia la scarpa sui banchi delle Nazioni Unite. Ricordo le veglie contro le condanne a morte. Cuba. Ricordo come eravamo i figli di una grande idea di libertà che non sapevamo afferrare. Ricordo che eravamo fratelli minori ed ero poco più di un bambino. Per quanto mi posso ricordare inverno fretto quell’inverno. A pensarci oggi era il 1960; avevo solo 12 anni quell’anno e già mi sentivo uomo. Ascolto parlarne gli altri, quelli più grandi, gli uomini. Fausto Amodei: Per i morti di Reggio Emilia. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Fausto Amodei – Per i morti di Reggio Emilia.mp3”]I ricordi accorrono lenti, confusi. Anche contraddittori. Eppure più trovo parole più mi sembra di avere altro da dire. Non voglio annoiare. Non c’è rimpianto. Non è mia abitudine soffermarmi a guardare dietro. E non c’è niente di eroico, non ero che un ragazzo di quindici anni. E’ l’anno in cui “nascono” i Beatles; Prima la musica era solo Sanremo. Il Vajont. Nel dolore ci si sente tutti fratelli, solidali, italiani. Subito si comincia a capire che non è marcio solo quel monte. Che la vita non è quotata in borsa. Nel dolore ci si vergogna. Esattamente il 22 novembre 1963, a Dallas, quel presidente, il presidente dei diritti civili, della guardia nazionale che permette l’accesso nelle scuole alla gente di colore, John Fitzgerald Kennedy, come tutti sanno, viene assassinato. Richie Havens: Freedom. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woodstock 1-03 Freedom.mp3”]Iniziano timidamente le prime proteste; le proteste contro la guerra ed era la guerra del Vietnam. Sì! è il 1964 quando, dopo da beffa del golfo del Tonchino, l’America interviene in Vietnam. Il quel paese così lontano che prima nemmeno sapevo ci fosse. E’ dello stesso anno la rivolta degli studenti americani a Berkley. Avevo i calzoni corti, ma erano simbolo di un benessere non ancora raggiunto. Quelli lunghi non sarebbero arrivati per l’età ma con il nuovo lavoro di mio padre. Mia madre avrebbe smesso di girare i cappotti che erano stati del nonno e degli altri maschi della famiglia. Alla quarta volta, per quanto la giri, la stoffa è ugualmente consunta. La povertà di quegli anni la ricordo in un immagine di mio padre che teneva le cicche, raccolte in ufficio, in una scatola da scarpe per soddisfare il suo vizio. Luigi Tenco: Ballata dell’eroe. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Tenco – Ballata dell eroe.mp3”]Spero di non toccare alcuna suscettibilità. Anche gli stessi ambienti cattolici erano in fermento. Fermenta qualcosa che non è contenibile ne relegabile in un solo ambiente. Siamo servi di uno stato straniero sempre più imperialista. Siamo servi di una chiesa che non ha voluto vedere, che non sa parlare nemmeno al suo “gregge”. E’ una democrazia fin troppo limitata, controllata, che sta stretta. Forse non sono mai stato estremista. Forse un po’ lo sono diventato già da allora. Forse nemmeno estremista, solo leggermente intollerante. Parliamone. Lo slogan “Dio è morto” girava negli anni ’60 negli ambienti alternativi USA (la canzone è del ’65). L’avvio del brano, come più volte ricordato, fa il verso alla poesia del poeta Beat Allen Ginsberg: Urlo. La si doveva ascoltare dalla radio vaticana poiché una radio suddita di stato, la RAI, l’aveva censurata nel timore di incappare nelle ire della santa sede. Nomadi: Dio è morto. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Nomadi – Dio e_ morto.mp3”]Il mondo cambia. L’America cambia. E’ finito il sogno. Il 21 febbraio del 1965 “viene sparato” Malcolm X, leader dei mussulmani neri; dei “neri cattivi”; di quelli che sono stanchi di aspettare, di subire, che la parità vogliono prendersela. E’ l’America dei Fratelli di Soledad. L’orgoglio afroamericano e la rivolta nera formano i loro leaders nelle prigioni dove, soprattutto, se sei nero, per scontare un anno puoi rimanere dentro tutta una vita. I Black Muslims, basco nero, guanti neri, vigilano nei loro quartieri scorazzando in macchina, armi alla mano. Difendono i loro territori. E’ l’America delle contraddizioni, e le contraddizioni scoppiano, soprattutto nei ghetti. E’ l’America della rossa Angela Davis.
Strana generazione la nostra, in un certo senso senza padri, a studiare per diventare consumatori. Che vogliono far studiare a fare gli americani. Una generazione che si esprime attraverso tutti i linguaggi. Con una colonna sonora che accompagna i suoi passi. La musica è un mezzo semplice per sentirsi insieme. Le prime riviste musicali parlavano di linea verde e linea rossa. Cazzo! come odio queste etichette del cazzo. Non credo sia la prima volta che ricordo che alle manifestazioni la più “gettonata” era We shall overcome. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – We Shall Overcome.mp3”]La voce è quella di Joan Baez, e sono le migliaia di voci della giovane contestazione. Tra le pareti di casa si ascoltava dalla stessa voce Where have all the flowers gone. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Where have all the flowers gone.mp3”]Ma è anche la generazione che accorre in massa a dare un aiuto commovente a Firenze dopo l’alluvione. Quei ragazzi affondano le mani nel fango. C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling stones è di quel 1966. Allora si diceva: “è la grande industria discografica che cerca di cavalcare il disagio, la rabbia, la protesta”. Oggi fate un poco voi. A me non sono rimaste risposte ma solo domande. La canzone è stata scritta da un giovane, appunto di estrazione cattolica, Mauro Lusini, ma viene portata al successo da Gianni Morandi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gianni Morandi – C_era un ragazzo che come me.mp3”]Anche Contessa è del 1966. A suo modo profetica, il suo ritornello diventerà la colonna sonora delle piazze negli anni a venire. Per chi la sa ascoltare è una netta critica all’allora Partito Comunista. Un partito che già a quel tempo è incapace di rinnovarsi. La prima fa parte, naturalmente, di quella che chiamano linea verde, la seconda della linea rossa che ha un altro mercato o non ha mercato. Queste canzoni non si imparano sui dischi ma nelle stesse piazze. Colui che la canta è Paolo Pietrangeli. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Contessa.mp3”]Potevano dire quello che volevano, la Resistenza non era ancora finita; era lontana, anzi, da finire. Il fascismo permeava ancora la nostra società. I libri di scuola tardavano a disfarsi del marciume. Erano pieni di patria e di propaganda stantia, di un assurdo e falso eroismo che ci aveva coinvolto in una guerra persa, combattuta dalla parte sbagliata. Se andava bene di un lacrimevole deamicisismo. Ho ricordi da incubi. Eravamo, difficile crederlo oggi, ancora un popolo di migranti; persino i fratelli maggiori sembrano dimenticarlo. Solo che migravano i poveri. Come prima della grande guerra. Come tra le due guerre. Non partivano ancora solo le nostre migliori intelligenze. Partivano dal sud per raggiungere il nord, in molti casi per andare anche oltre. Stranieri in terra straniera anche quando quella terra era ancora Italia. Per trovare lavoro in fabbrica. Per fuggire la fame. Gualtiero Bertelli: Emigrazione. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GualtieroBertelli-Emigrazione.mp3”%5DIl domani era confuso. Continuavano a dirci che dovevamo consumare, ma io non avevo più suole sotto le scarpe da consumare. Non si sapeva dove andavamo ma sapevamo che dovevamo andare. Venezia sembrava allora il centro del mondo. Scoprii in seguito che lo era; almeno un poco. Il futuro che ci era riservato non era certo roseo. Tanto valeva mettere tutto in discussione e provare a cambiarlo. Come dice lo stesso Gualtiero Bertelli in Vedrai com’è bello non ci erano lasciate molte alternative. Volevamo solo un futuro. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Vedrai com_e bello.mp3”]Un anno prima, nel ‘67, il 7 febbraio a Pisa veniva occupata l’università. Infondo c’è sempre qualcuno che non rispetta gli appuntamenti. Chi poteva immaginarlo che arrivava il ’68. Tenco si spara durante il festival di Sanremo. E’ golpe in Grecia; quello dei colonnelli; quello di “Z l’orgia del potere“. A La Higuera (Bolivia), il 9 ottobre, viene trucidato quello che sarà uno dei grandi miti di tutti gli anni a venire: Ernesto Rafael Guevara De la Serna per tutti solo Che Guevara. Buena Vista Social Club: Hasta siempre comandante Che Guevara [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Buena Vista Social Club – Hasta siempre comandante Che Guevara.mp3”]Eccolo il ‘68. Arriva quando vuole. Come in ritardo. Il 5 gennaio scoppia la “Primavera di Praga” (finirà il 20 agosto, annegata nel sangue dai carri armati sovietici); Guccini ricorda il sacrifico di Jan Palach nella sua canzone intitolata appunto “Primavera di Praga“. Il 4 aprile a Menphis viene ucciso il leader nero pacifista Martin Luther King Jr. Il sogno dell’Amerika ha, ancora una volta, la sostanza del piombo. A Roma gli studenti si scontrano con la polizia davanti alla facoltà di architettura, a Valle Giulia. E’ il vero inizio del ’68 italiano. Gli studenti francesi mettono Parigi a ferro e fuoco. Scoppia il maggio francese. Uno dei tanti slogans è “la fantasia al potere“. La Sorbona è una fucina di nuove idee. Noi ci si interroga sul caso Braibanti. La mostra del cinema di Venezia viene violentemente contestata, si contesta l’industria della cultura. Anche l’apertura della stagione della Scala viene accolta a colpi di grida e uova. Così anche alla Bussola; e si spara. Nascono riviste, cambia tutto e tutto è rimesso in discussione. De Andrè ricorderà così lo spirito di quei giovani e di quei giorni nella Canzone del maggio. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/De Andre – T042-Canzone del maggio.mp3”]A fare il conto dei morti e dei feriti che la “democrazia” ha lasciato per terra nei giorni della mia storia si perderebbe il conto; ci vorrebbe troppo tempo. Non è solo il ’68 degli studenti, inizia anche quello che sarà il ’69 e siamo ancora appena all’inizio del ‘68. A Milano, gli operai della Pirelli-Bicocca contestano violentemente gli accordi raggiunti dai sindacati. A Valdagno gli operai della Marzotto resistono alle cariche della polizia e danno vita a una battaglia in tutto il paese. Viene abbattuta La statua del conte Gaetano. Si spara sui braccianti a Avola.
Il 12 ottobre si inaugura la XIX Olimpiade: iniziano i “giochi di Città del Messico“. Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio scalzi, basco nero in testa e la mano guatata di nero che saluta il pubblico a pugno. In verità i giochi iniziano il 3 ottobre quando la piazza di Tlatelolco (ribattezzata piazza delle Tre culture) viene ricoperta da centinaia di morti: quasi tutti studenti. A ordinare la feroce sparatoria è stato il presidente Gustavo Diaz Ortaz. L’esercito ha sparato dagli elicotteri e dai tetti del ministero degli Esteri.
Io invece il ’68 l’ho passato quasi tutto in vacanza, a spese dello stato, a fare il militare. E anche l’inizio del ’69. Allora le indicazioni della sinistra, vecchia e nuova, era di andarci. Paura dell’esercito professionale in una Italia che faceva le prove di colpo di stato. Mi sono perso qualcosa? Credo di no, anche se me ne stavo infagottato nei panni ridicoli dell’artigliere. Provavano a prepararci contro eventuali sommosse, a movimenti di piazza, per l’ordine pubblico. Tanto che dovevamo farlo meglio creare documentazione. Meglio organizzarci. Mettere in piedi qualche sciopero dentro le caserme. Magari con fare circospetto. Farli sentire meno sicuri. Meno arroganti. Non eravamo disposti a sparare, ma se proprio lo si doveva fare allora avremmo rivolto le armi solo ed esclusivamente contro chi si credeva di poterci dare gli ordini. A chi pretendeva di farci giocare a fare i soldatini. L’America, nel frattempo era diventata l’America di Nixon. Rudy Assuntino: Le basi americane. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Rudy Assuntino – Le Basi Americane.mp3”]Alcune delle riunioni le facciamo in parrocchia, nello spogliatoio del campetto da calcio, prima della partita, all’insaputa del parroco. Non c’è posto più sicuro anche se ci mettiamo un po’ troppo per cambiarci. Altre le facciamo a casa di amici. Quando ci torno, in una di quelle case, a Roma, il ’69 è sul finire. Una sera mi accorgo che stiamo parlando piano. E’ l’effetto Piazza Fontana, l’effetto Valpreda, in realtà di Merlino. Serpeggia la consapevolezza che non è più un gioco, se mai lo è stato. Una consapevolezza che non era mai venuta meno. Ma è già l’Italia che canta in Piazza a “Nixon boia, Nixon boia, giù le mani dal Vietnam. Il Vietnam è comunista, ti ricordi Dien Bien phu“. Davanti all’indignazione tutti sembravano diventare comunisti, anche quelli che non lo sarebbero mai stati. I nostri fratelli più piccoli invece vanno a giocare il futuro in piazza proprio come nelle parole ricordate di De Andrè. Incuranti, come fosse la bella avventura. Se il futuro è fabbrica gli studenti vanno a incontrare chi patisce quel futuro che vogliono cambiare. Vanno per capire. Vanno a volantinare. A dare solidarietà. Vado a conoscere il mio mondo. A ritrovare l’orgoglio. Gualtiero Bertelli: Ingranaggi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Ingranaggi.mp3”]Magari a qualcuno più giovane qualche nome non dirà nulla. Non sempre la storia ha memoria. E poi ognuno ha la sua storia. E ci sono cose che si ama dimenticare. Altre ritenute minori. Ho ricordi recenti. Genova resta una ferita profonda, una dolorosa cicatrice. Il mondo è cambiato l’11 settembre; quale? Ancora una volta vorrei capire. Un altro 11 settembre. E’ il 1973. Davanti al palazzo della Moneda cade, sotto il colpi del golpe militare, Salvador Allende. E’ un’altra fine. Non ci saranno Brigate Internazionale. I tempi della Spagna sono lontani. La repressione dei compagni sarà durissima. Alcuni li ho incontrati perché hanno fatto a tempo a rifugiarsi, esuli, da noi. Anche quelli erano migranti. Torna l’incubo del colpo di stato. Ivan Della Mea: Ringhera. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Ivan Della Mea – Ringhera.mp3”]Ancora un 11 settembre, un venerdì. E’ il 1975, sono le 13,25, una terribile esplosione distrugge la Flobert, una fabbrica che produce proiettili d’arma giocattolo e fuochi artificiali. Tanti di tante morti bianche che ancora continuano. In questo siamo nei primi posti al mondo. Si continua a morire di fabbrica. Per salari da fame. Finirà mai questa guerra? Quell’11 ce lo ricorda il Gruppo operaio e zezi: ‘A Flobert ma è quasi ormai un giorno come un altro. Non ho mai imparato a rassegnarmi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gruppo operaio e zezi – A Flobert.mp3”]Infondo non c’è mai stato un ’68. E’ per questo che non può finire.

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