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Posts Tagged ‘avventure’

battaglia2La prima volta era stata gentile. La seconda mi era sembrata leggermente seccata: ancora lei. La terza ero andato con la tazzina col caffè ancora fumante in mano e con aria implorante. Era ancora in vestaglia e ciabatte. Però aveva avuto il tempo di pettinarsi. Anche quello per truccarsi. Profumava di “Tempesta ormonale”. Mi aveva rimproverato perché era la terza volta in un quarto d’ora che finivo lo zucchero, ma mi era sembrata più che altro divertita. Stavolta non era uscita per andarlo a prendere. Mi aveva fatto entrare. Si era fatta seguire fino alla cucina. Mi aveva messo davanti il barattolo. Con un sorriso paziente mi aveva invitato: faccia pure. Ne ho presi tre cucchiaini. A me il caffè non piace troppo dolce.
Questa è la vita in un condominio: ci si vede sempre e non ci si conosce bene mai. Si è così vicini eppure così lontani. No! nemmeno due chiacchiere. Non avrei saputo che dirle. Giusto il tempo per mescolarlo e berlo in silenzio. E di notare che aveva messo le scarpe coi tacchi. In casa. Io non riesco a svegliami bene se prima non prendo un caffè. Lo so: è colpa mia. Solo che quando non c’è Domitilla mi sento perso. La casa diventa enorme. Le cose da ricordare e fare: troppe. Mi dimentico della spesa. Della lavatrice. Lascio scadere le cose in frigo. Per non parlare delle bollette. Non ci sono con la testa. E in quel periodo il lavoro teneva mia moglie spesso fuori. Era più in trasferta che in casa; succede tutt’ora. Mi sarei dovuto abituare anche se non era semplice da fare.
Ma il fatto che lei avesse contato quelle tre volte e il tempo intercorso mi avevano fatto sentire uno stupido. Incapace e un po’ invadente. Indelicato. Sfacciato e tutte quelle cose lì. Per non incorrere ancora in una situazione simile allora ho riempito la porta del frigorifero di post-it. Cercavo di segnarmi tutto quello che mi serviva e quello che dovevo fare. Spesso quel frigo restava ugualmente vuoto, ma cercavo di arrangiarmi da solo. Magari con una scatoletta di tonno. Per evitare di ricorrere a quella vicina. No! lo zucchero non l’ho scordato più. Tranne un paio di mattine, ma quelle poche volte il caffè l’ho preso disgustosamente amaro. E nei giorni seguenti, per circa tutto febbraio e marzo, ci si era incrociati saltuariamente in ascensore. Naturalmente non di proposito. Solo qualche saluto, osservazioni sul tempo, interesse per la salute mia e di mia moglie. Tutto in poche laconiche parole.
Poi un giorno ho sentito suonare alla porta e me la sono trovata davanti, non con la solita vestaglia ma vestita di tutto punto. Scusi, ha un pizzico di sale. Ho già la pasta sul fuoco. Prego, certo, si accomodi. Non le farò perdere troppoNon mi disturba affatto. Grazie. Le faccio strada. Non per dire ma io le cose le ricordo bene. Non ho mai scordato un compleanno. E mi piace dire le cose come stanno. Aveva il rossetto sulle labbra, quel profumo e tacchi altissimi. Lei era stata gentile e io avevo cercato di essere gentile. L’avevo lasciata passare e in cucina le avevo allungato il contenitore del sale. Ne prenda quanto ne vuole. Scusi… ma… per la pasta… quello grosso. Son cose da battersi la fronte: Scusi, che sbadato. Non lo so perché ma ci sono occasioni in cui perdo un po’ la testa. Mi ritrovo un po’ sbadato. Goffo.
Mi aveva fissato. Poi avevo capito e le avevo allungato una ciotola dove metterlo. Devo esserle sembrato proprio un cretino. Spero non abbia pensato a scortesia. Nel frattempo lei aveva provato a rompere il silenzio: Come sta sua moglie? E’ spesso fuori? Per lavoro? Dopo due mi ero sentito in dovere di spiegarle che faceva la consulente sanitaria. Questo la tiene spesso fuori? Poveretto. Non è un vero e proprio disagio per me. Non ne sono certo contento, ma dobbiamo pure campare. E quel lavoro le permette di guadagnare abbastanza bene. Spesso, anche la notte. Si sentirà solo. A volte; un poco. Intanto si era seduta. Pareva non avere più fretta. Avrei voluto ricordarglielo, ma non mi andava di essere indiscreto.
Era la prima volta che parlavamo veramente. Senza che glielo chiedessi si era messa comoda cercando di dirmi qualcosa di sé. Per conoscerci almeno un po’: Io insegno in un liceo. Bene. Faccio orario ridotto. Si vede subito una persona istruita che si sa comportare. E lei?… Io invece sono spesso a casa. Suo marito? Volato. –e fece il gesto con la mano. Mi spiace. Non deve, meglio così. Però… forseE’ come se non ci fosse mai stato. Mi scusi. Sa che ha proprio una bella casa. Tutto merito suo, di mia moglie. Deve essere una brava signora, la vedo sempre, quelle poche volte, molto elegante. ! Lei legge? Solo quando ne ho tempo. Certo che anche il pane è andato a prezzi spaventosi, per non parlare della carne. Certo, la carne. Fortuna che io sono vegetariana. Io no. Credo che una persona si riconosca anche da quello che mangia. Temo allora di poter apparire una brutta persona. E’ che da soli
La pasta ormai doveva esser scotta e mi preoccupai per la sua cena: Avevo pensato di prendermi un cane. Un cane? Sa, per la compagnia. Un cane in un condominio, Diosanto, non mi sembra una buona idea. E se n’era andata rapidamente come se qualcuno le corresse dietro. Scordandosi persino del sale che l’aveva spinta fino da me. Decisamente la pasta doveva essere stata la vera vittima di quella nostra perdita di tempo. Intanto il telegiornale era già cominciato. Accesi la tele e buttai una fettina in una padella con un filo d’olio. Non so se sarei mai capace di essere solo vegetariano. Quella sera me lo chiesi, ma non seppi rispondermi. Poi il film mi prese e mi prese anche il sonno prima di poter fare o pensare ad altro. Quando mi risvegliai spensi la luce e a fatica raggiunsi il letto. Era stato gradevole parlare con quella signora. Tranne per quella reazione sull’argomento del cane. Era una persona a modo. Piacevole. Per quei pochi istanti la vita mi era sembrata meno vuota.
Non nascondo di aver sperato che tornasse a suonare alla mia porta. Per un paio di giorni mi sentii deluso. Poi me la sono ritrovata davanti. Una sera: Spero di non essere sfacciata, ma… mi servirebbe un po’ di pepe? Ebbi la prontezza di non chiederle per cosa. Le conosco bene le donne. E Domitilla ha fatto in tempo a mettermene sull’avviso. Non aveva in mente di uscire, anche se per tutto il resto il suo aspetto era curato alla perfezione. Con indosso la solita vestaglia che avevo visto. Capelli da sembrare spettinati. Il solito rossetto. Le unghie affilate dello stesso colore. Il solito profumo. Stessi tacchi. Gli occhi penetranti. Prego, si accomodi. E… Lei; Domitilla, vero? E’ trattenuta. Anche stasera? Anche stasera. Se posso?A Bergamo. Farà molto tardi. Non può tornare; domani
Mi ero giurato che stavolta non avrei perso la parola: Lo tenga pure, ne ho un altro flacone. Lei è troppo gentile. Di nulla. Non so come sdebitarmi. Debbo ricordarmi di comprarlo: Non deve. Posso offrirle una sigaretta? Grazie, non fumo. Lei è un uomo pieno di virtù. Ehhh! Ehhh! Si è seduta. Sembra non avere nessuna fretta: Posso offrirle qualcosa? Ho già cenato; grazie. Anch’io. Il pepe sopra il tavolo. Le dita che non smettono di giocare tra loro. La televisione in salotto. Ho paura di non riuscire a mantenere la mia promessa: Allora almeno un caffè? Non si disturbi. Mi sento in dovere. Non insista. Non vorrei sembrare unoPer quello nemmenoSpero non le dispiaccia. Faceva girare l’anello attorno al dito: Non sono una che se la tira; mi scusi. Nemmeno… Sembra avere caldo: E’ sicuro che non posso… fare nulla, per lei, per sdebitarmi? CredoSicuro. Sicuro, sicuro? Beh! forseDica. Non so se posso. Coraggio. Non vorrei sembrarle sfacciato. Lasci che siaAllora, dice che posso? Dica; la prego. Come crede. Siamo tra adulti, che ci sarà?Spengo la tele e torno. Faccia.
Tra la cucina e il salotto non c’è poi tanta strada da dare il tempo di riflettere. Lei è ancora là, seduta, tranquilla: EccoDov’eravamo rimasti? E’ stata lei a darmene il permesso. Certo. Sì… insomma… la sa fare la battaglia navale. Non mi dicaLo so che nonNo, piace anche a lei. Ne vado pazza. Il suo entusiasmo è evidente. Non riesco a crederci: Io… tutti i giochi da tavolo, ma su tutti quello. E’ una vita… ne avrei proprio voglia. Anch’io. Mi facevo riguardo. Vede che non doveva. Lei non saPotremo farlo ogni volta che sua mogliePotremoE anche stando ognuno a casa propria, quando c’è. AncheNon chePazienza. Però me lo deve promettere. Cosa? Che non mi farà fare troppo tardi. Giurin giuretta. Credo che ora che ci conosciamo meglio potremo darci anche del tu. Se posso… certamente Luisa.

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donna-libroC’è un uomo nella mia vita. E un libro, non finisco mai di leggerlo che ho già voglia di ricominciare. E una cucina con il forno a microonde. E la televisione, quella via cavo. E una cagnetta di nome MiFido, che ha bisogno di mille attenzioni. E mille altre cose. Non posso dire certo di annoiarmi. Ho il mio bel da fare.
Lui si chiama Giulio, il mio compagno del momento, intendo. Non è né bello né brutto, né alto né basso, né grosso né magro, né dolce né… amaro. Insomma non so bene per cosa me ne sono innamorata, ma credo di amarlo. Quando viene a trovarmi ho l’impressione che le cose vadano meglio. Mi sento più tranquilla, serena, meno agitata. Non mi ha mai fatto scoppiare il cuore, ma mi riempie il cervello di pensieri. Poveretto, mica lo so cosa farebbe senza di me.
Non c’è mai silenzio tra noi. Abbiamo sempre molte cose da dirci. Certo che quando parla di sport io mi limito ad ascoltare. Mi assento e lo assecondo fingendo di dargli retta. In questo sono brava. Lo stesso succede quando lui parla di politica. Mi spiega, perché lui mi spiega sempre, l’importanza di avere degli ideali e il dramma della crisi delle utopie. Per le utopie non saprei che dire, per il resto mi sembrano solo formule vuote. Imbarazzate e imbarazzanti giustificazioni per chi ha bisogno di mascherare le proprie ambizioni o i propri interessi. Che ha qualcosa da vendere o guadagnare, che poi è la stessa cosa. Mi limito ad ascoltare fingendomi interessata. L’altra sera ho chiesto il suo parere sulla crisi di coppia. Mi ha risposto che non centra. E che poi non era certo il nostro caso. Su questo ha ragione.
Lui non è bravo come me. Io gli parlo di cose pratiche: della cena, della passeggiata di MiFido, cioè del cane, dell’ultima serie, di pagina trentasei, ma lui non sa mentire. La sua faccia dice tutto. E’ evidente che non mi sta ascoltando. Impugna il telecomando e gira e rigira tra i canali. Deve sempre fare la pipì. Scaraffa il vino. Va a mettersi in ciabatte. Controlla la cottura dell’arrosto, come se io non ci pensassi. Prende in mano il giornale. Mi dice che sono bella. Cerca cose che non ricorda dove le ha messe. Cose così. Le inventa tutte. Tutte senza un briciolo di convinzione. Con fare annoiato. Io so sempre in quei casi cosa fare: una buona cenetta e poi tutti a letto.
Mi piace scherzare. E anche provocarlo. Lui non è sempre pronto. Certo volte sembra un po’ ottuso. La cosa è di ieri. Gli dico per curiosità, per vedere la sua reazione: Credo di essere in ritardo. In un primo momento non capisce, come al solito, come sempre: Te lo ripeto continuamente di prepararti in tempo. Ci pensa un altro attimo: Ma mica dobbiamo uscire. Non lo sopporto quando fa così. Gli ripeto: Credo di essere in ritardo; in ritardo. E lui mi guarda esterrefatto: Dici? Ma se sono sempre stato attento. Forse ti sei distratto. Non sei stato abbastanza attento. Che poi l’unico sistema sicuro e non farlo. Per quello adottiamo anche troppo spesso questa forma di prevenzione.
Quando gli ho spiegato che stavo scherzando, prima ha tirato un sospiro di sollievo, e poi ha detto: Quasi quasi la cosa non mi dispiacerebbe affatto. Sarebbe la dimostrazione di quanto ci amiamo. Avrei voluto dirgli che poi non ci “amiamo” poi così di frequente. Tra le sere in cui è impegnato e non si fa vedere. Quelle in cui è troppo stanco. Quelle in cui c’è qualche partita. Quelle in cui comunque prende il sonno sul divano. Si e no devo avere una buona memoria per ricordare l’ultima volta del suo amore. Beme gli voglio bene, ma mica lo so se lo voglio un figlio da lui.

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2341257_fototradimentoForse si potrebbe pensare che era stata un po’ imprudente. Non lo negava. Non ci aveva pensato. Non si può mica pensare a tutto. Per filo e per segno. Lei non amava pianificare le cose. E poi in quel caso sarebbe stato comunque impossibile. Semplicemente era successo. Si erano incontrati giù, alla fermata della metro. Solite cose e poi: “Sono Marco e tu”? “Io no… cioè, Milena”. “Guarda il caso”… “Dove vai?” “Niente che non possa spettare”. “”. “Non ci si può fidare del tempo”. “Sei di fretta?” “Qualcuno ti aspetta?” Cose così.
Forse era stato più lui ad insistere. Anzi certamente. “Non dovrei”. Ed erano saliti: “Magari solo un caffè. D’accordo?”. Poi da cosa nasce cosa. Non che non ci avesse pensato, forse, ma non l’aveva fatto con intenzione. Con malignità. Tra un uomo e una donna si crea sempre quella situazione di imbarazzo e complicità. Tra loro era durata un attimo.
Entrati in casa tutto era precipitato. E’ così che da cosa nasce cosa. “Bella casa.” “Grazie!” “Prego.” “Devi andare proprio subito?” “Ci abiti da sola?” “No!” “E lui dov’è?” “Stai tranquillo, non credo tornerà.” “Sai che sei proprio bella?” Ad un complimento lei non sapeva resistere. Poi era stata come una magia. Era scoppiata la passione. Era stato all’improvviso. Essere attratti uno dall’altra era stato un baleno. Ed erano finiti a letto, per meglio dire sul divano. A cercarsi affannati.
Proprio in quel momento lui era tornato. Aveva aperto la porta e se li era trovati davanti. Troppo impegnati per fare caso ad altro. A lui. Era stato seccante. Seccante e imbarazzante. La prima cosa che le era venuta da chiedere era cosa ci facesse lì. Lì e a quell’ora. Sembrava fuori di sé. “Ma non è casa mia”? Sempre in quelle situazioni si rischia di dire cose stupide che diversamente non si sarebbero dette: “Tua? Diciamo nostra”. Avrebbe voluto che se ne andasse. Almeno un momento. Invece restava lì, come impietrito. Certo che poteva anche pensarci, ma non ci aveva pensato. Come poteva. Sapeva che si sarebbe trattenuto fuori. Almeno così aveva detto. Credeva di avere la casa tutta per sé. E lei odiava quel silenzio. Quel vuoto. E poi lui aveva detto alle otto e le otto sono le otto. Da quando il mondo è mondo. Non le sei. Sei e poco più.
Lei: “Non è come sembra”.
Lui: “E allora dimmi com’è”?
Lei: “Era una cosa innocente. Un vecchio amico. Un caffè”…
Lui: “E tu lo chiami un caffè”?
Lei: “Non ci crederai ma volevamo solo prendere un caffè”.
Lui: “E lo avete preso”?
Lei: “Non mi fare tutte queste domande”.
Lui: “Cosa dovrei dire”?
Lei: “Ma… non dovresti essere a quella riunione”.
Lui: “Abbiamo finito prima”.
Lei: “Potevi anche avvertire. E se ero fuori”?
Lui: “Che c’entra. Ho le chiavi”.
Lei: “Non è una buona risposta. Dovresti saperlo che mi fai stare in ansia”.
Lui: “E te li porti in casa”?
Lei: “Eravamo proprio qui sotto. Dove sarei dovuta andare? E non dovevi tornare prima delle otto. Torno a dirlo: cosa ci fai qui? E poi come lo dici sembra quasi”…
L’altro: “Posso dire una cosa”?
Lei: “Fai silenzio tu”.
Lui: “Parla con me”.
Lei: “Non farmi confusione”.
Lui: “Guarda che stai facendo tutto tu”.
Lei: “E’ meglio se mi rivesto”.
Lui: “Stai qui. Cosa credi di fare”?
Lei: “Io… niente. E… tu”?
Lui: “Io… io… Sei proprio una”…
Lei: “Non cominciare a”…
Lui: “Credo di avere il… Sì, insomma… di una spiegazione”.
Lei: “Non ti adirare che poi… Non c’è molto da dire. Come cercavo di dirti”…
L’altro: “Se mi permettete io”…
Lei: “Stai zitto tu che non centri”.
Lui: “Resta dove sei”.
Lei: “Non è colpa sua”.
Lui: “Certo. Se c’è una”…
Lei: “Non fare così. Non è una cosa importante. E poi… non avevamo ancora fatto”…
Lui: “Scusa se sono arrivato prima”.
Lei: “Lasciami spiegare”.
Lui: “C’è poco da dire. Due occhi ce”…
Lei: “Allora fai come vuoi”.
Lui: “Lei si… tu sistemati i pantaloni. Fuori di qui”…
L’altro: “Allora io vado”.
Lei: “Che aspetti? Non vedi”…
Lui: “Fanculo”…
Lei: “Non essere volgare”.
Lui: “Non essere”…
Lei: “Non ti permetto”…
Lui: “Avrò pure ragione di”…
Lei: “Vieni qui. Facciamo pace”?
Lui: “Potevi anche avvertirmi”.
Lei: “L’avessi saputo ti avrei fatto una sorpresa”.
Lui: “Certo che sei veramente”…
Lei: “Ti dico che non era ancora successo niente. Poveretto. Forse non dovevamo lasciarlo andare così. Non ho nemmeno il numero di telefono. Che dici? E’ colpa mia”?
Lui: “Mia no di certo. Certo che era buffo. L’hai visto? Forse dovresti chiedergli scusa. E allora… Dov’eravate rimasti”?
Lei: “Togliti i pantaloni. Dai! Ti faccio vedere”.
Lui: “Sei incredibile. Ma non ti stanchi mai”?
Lei: “Di te; mai”.
Lui: “Ti amo”.
Non avrebbe mai potuto vivere senza di lui. Ed era scoppiata la magia. Nell’impazienza. Senza nemmeno il bisogno e il tempo di raggiungere il letto. E tutto era stato meraviglioso. Lì, su quello stesso divano. Come la prima volta. Come ogni volta.

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crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

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Augusto aveva sempre fatto per intero il suo dovere. Tranne una eccezione: solo lui sapeva perché quella cartolina da Agatti¹ non l’aveva mai consegnata. Quell’incarico sembrava fatto su misura per lui. Conosceva tutti e con tutti trovava un sorriso e spesso anche qualcosa di più. Incontrava persone che si facevano prendere dalla sorpresa e altre che aspettavano impazienti le notizie, gente di tutti i tipi. Ormai conosceva tutti. Per tutti aveva una lettera, della corrispondenza, e una parola. Ormai l’intero quartiere non aveva segreti e aveva stabilito amicizie e conoscenze. Ma non c’è un altro modo di fare quel mestiere. Un postino e uguale a tutti gli altri postini. C’è chi ti lascia sulla porta e chi ti scarica addosso ogni suo patema. Si deve prendere le persone per quello che sono.
Aveva dovuto imparare anche gli orari più opportuni per il recapito. E spesso dietro quelle porte si nascondevano dei veri drammi umani. A Teresa erano tre anni che il figlio dall’Argentina non dava notizie. A Sante era venuto a mancare un fratello di quarantacinque anni. Veronica era a letto con una brutta bronchite. E via discorrendo così. Poi c’erano i poveri e i nuovi poveri. Era per lui spiacevole portare alla signora Giuseppina le bollette, ed era così anche per altri. A volte con la vecchia signora le riconsegnava dopo che aveva ricevuto la pensione, ma non era una soluzione, era solo per sentirsi bene con sé. Alla Gabriella, che aveva finito il contratto di progetto, aveva cercato di mostrarsi comprensivo e l’aveva consolata, non poteva fare di più. Non poteva certo assumersi la spesa con quella miseria che riceveva dalle poste e ad essere onesti la giovane aveva virtù per le quali era di piacevole consolazione.
In quel mestiere c’è anche quello. Con alcune aveva ormai un appuntamento fisso. Non aspettavano la posta, aspettavano lui. Doveva stabilire questo particolare giro minuziosamente perché non voleva deludere le sue sposine e nemmeno il suo amor proprio. Elisabetta, ad esempio, era una vera furia scatenata ma aveva argomenti a cui è impossibile dire di no. Quelle di Augusta erano una vera arma impropria, sode ed enormi, avrebbe dovuto assicurarle. Vincenza lo faceva per mestiere ma con lui lo faceva per simpatia. Caterina faceva degli ottimi agnolotti al sugo di cinghiale ma lui lo sapeva solo per sentito dire. Aveva avuto dei piccoli problemi con Ester, e con… al momento non gli veniva il nome, che diceva di essersi innamorata. Altre avevano avuto solo un attimo di, come la chiamavano loro, debolezza; o dolcezza. Altre ancora, ma queste si potevano proprio contare sulle dita, s’erano limitate a festeggiare con lui la buona notizia. Una volta sola. Insomma, erano donne.
Ma non era sempre così piacevole. Il ragioniere del quinto era scappato all’estero nottetempo prima dell’arrivo della finanza. Il tapino aveva lasciato senza notizie una moglie e una giovane amante e la vecchia madre. Per contrappasso il meccanico dietro il distributore gli faceva sempre un prezzo speciale quando doveva ricorrere a lui. Per questo anche il veterinario. Poi c’erano i casi indelicati che avrebbe pagato per non trovarseli buttati addosso. Il martedì aveva dovuto raccogliere la disperazione di Filippo che aveva trovato la moglie intimamente abbracciata nuda con il garzone della macelleria nel loro stesso letto; nudo anche lo stesso garzone che era un ragazzotto alto e robusto. Cosa poteva dire al pover’uomo? cosa gli poteva consigliare? La sposina non riusciva a resistere alla presenza di un paio di pantaloni. Ne andava proprio di testa e se ne vedeva un paio non aveva altro pensiero che sfilarglieli. Lo sapevano tutti, tutti tranne naturalmente il povero cornuto. E lui avrebbe potuto ben testimoniare che la mogliettina sapeva cosa fare dopo, messo un uomo a suo agio senza calzoni e mutande. Ma lui portava la posta alla signora Vittori il mercoledì.
Ne avrebbe avute di storia da raccontare. Perché si incontrano quelle cotte e quelle da cucinare, di storie. Aveva interrotto Cosimo sul più bello mentre si sollazzava con l’amichetto. Non l’avrebbe mai immaginato. Come può un uomo essere uomo e no a seconda del momento del giorno? Magari nemmeno lo avrebbe capito se non si fosse presentato alla porta impacciato e sudato in accappatoio e voglia evidente e l’altro non avesse messo fuori la testa dalla porta della camera. La padrona di casa era ignara in vacanza o forse era disinteressata. Con la Albrigi era stato invece fortunato e l’aveva amaramente cancellata dalla lista. Il marito era rientrato all’improvviso senza preavviso. Per fortuna lui stava ancora prendendo il caffè e l’uomo aveva trovato tutto in ordine e nulla da ridire. Un postino in casa, se seduto in cucina davanti ad una tazza fumante, non desta sospetti, anche se la donna è il vestaglia e sotto non porta nulla. E poi anche l’abbigliamento si può capire alle dieci del mattino quando la poveretta non ha impegni di lavoro e l’obbligo di lasciare troppo presto il letto. Erano quelle le sue storie e il suo segreto. Gli amici gli chiedevano sempre meno fiduciosi, ma lui non aveva mai raccontato nulla, era come un parroco nel confessionale.
Quel dieci di giugno, la data l’avrebbe ricordata per un pezzo, quella busta l’aveva lasciata per ultima. Cosa poteva volere un avvocato da lui? L’aprì con precisione chirurgica. Adriana gli faceva scrivere e gli chiedeva la separazione. Così, all’improvviso e senza nessuna spiegazione. Passò per casa e si preparò la valigia, era meglio che lei fosse al lavoro, tanto sarebbero state inutili stupide spiegazioni. In fondo non aveva nemmeno molte cose da mettere in valigia né molte cose dietro che valesse ricordare. Avvertì la vecchia madre e richiuse la raccomandata con precisione, e la rispedì al mittente perché il destinatario non era reperibile all’indirizzo indicato.


1] Isola con aeroporto nelle Laccadive.

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Alla soglia dei quarant’anni s’accorse, non senza stupore, che l’altro sesso mostrava un nuovo, improvviso, interesse nei suoi confronti. I primi ad accorgersene erano stati gl’altri; lui non vi aveva fatto caso.
Piccoli segni. Il cortese cedere il passo di giovani e avvenenti donne. Il liquido dialogare di graziose ragazze fattosi naturale e generoso. Gl’occhi che seguivano il suo passo. Sorrisi. Insistenze.
Eppure usciva sempre alla stessa ora, alla stessa ora rientrava. Continuava a compiere i soliti consueti gesti; meccanicamente, ormai. Il caffè alla solita ora, al solito bar. Ma servito con insolita grazia dalla solita ragazza che adesso ostentava le lunghe gambe fasciate da calze scure e lasciate scoperte da corte gonne con insistita civetteria.
Come sempre non portava la camicia più di un giorno e la barba era frettolosamente rasata. I suoi saluti rimanevano più rantoli o mugugni che gesti gioviali, ma gioviali erano le risposte. Vestiva allo stesso modo. Leggeva lo stesso giornale che la giovane sposa gli porgeva con un sorriso ogni giorno più luminoso.
Ne rideva con i colleghi d’ufficio ma erano sempre due differenti modi di riderne. Lentamente ne prendeva coscienza e lentamente ne provava una sottile, perversa, soddisfazione. Nel suo parlare appariva un impercettibile segno di rivalsa. Nel loro un frammisto sentore di invidia e di rabbia, ma sempre impercettibile; mascherato di cortesia.
Portando a passeggio il cane si scoprì persino a parlare del tempo con l’elegante inquilina del piano di sopra. Tutto ciò che era femminile dimostrava un’eloquente cordialità nei suoi confronti.
Se stava leggendo indagavano rapide su cosa stava attirando la sua curiosità e poi inventavano pretesi interessi per poter avviare un pur minimo discorso.
Fu in quei giorni che capì come tutti gli oggetti di culto abbiano bisogno di godere di attenzioni raffinate e qualitativamente selettive per non essere inscatolati per consumi senza consapevolezza. Ecco, forse era la consapevolezza… o forse l’ammirazione deve essere determinata. Anche l’estetica doveva avere una sua cultura.
Non ci si può porre davanti all’opera di un grande maestro come ci si pone davanti ad una scatola di gamberetti surgelati. L’opera perderebbe il suo spazio e il suo spessore. Non vi è, e non vi può essere, confidenza. Ripeteva mentalmente la formula: “ammirazione”.
Questo gli fu più chiaro quando lo interloquì affabilmente quella donna nei confronti della quale aveva sempre provato una celata ma sana forma di ripugnanza. Non era capace di essere sgarbato ma tratteneva a stento la sua insofferenza.
Non tutto però scorreva liscio; Claudia era radiosa persino alle prime ore del mattino ma i colleghi affidavano sempre meno a lei le pratiche da portargli e sempre più preferivano recapitargliele personalmente; si dimostravano gentili ma concludevano le frasi con vezzosi nomignoli o allusivi titoli.
Chissà se in qualche modo la primavera che si avvicinava aveva un ruolo ma certo le gambe si accavallavano lente e generose. Era un continuo aggiustarsi di calze. Uno trafficare di trucchi e di cosmetici. I profumi si facevano nubi.
Come sempre accade eppure questo lo mutò. Guardò la sua donna, della quale aveva raccolto confidenze e ignorato debolezze, e la vide. Non reggeva un perché ma in fondo erano esistite mai delle ragioni?
Le sensibilità, per altro distanti, erano meno che un pretesto e non era certo per l’avvenenza che si erano disputato per quasi vent’anni lo stesso spazio nello stesso letto, senza discostarsi; che le aveva prestato quelle attenzioni che solitamente sostituiscono le prime calorose effusioni. Un tempo questo interminabile; gli sembrò.
Quelle debolezze non riuscivano più a nascondere la loro gravità, persino la loro enormità. Lei non riusciva nemmeno più a restare almeno giovane. I seni si erano appesantiti, gli occhi incupiti e ingrigiti. Fili bianchi fra i capelli. Disordine per la casa. Qua e là indumenti. Cenci.
Sì, non era nemmeno mai stata elegante; né nel vestire né tantomeno nel parlare. Sempre quella sua approssimazione. Quel suo vivere le cose senza bisogno di compierle. La vacuità dei suoi discorsi. Si sentiva soffocare assalito dai suoi mille problemi inutili. Imparava la scortesia.
Forse a volte i sentimenti non fanno questioni di dimensioni ma possono avere un involucro molto fragile. Provava ormai un vero e proprio ribrezzo per quel corpo e per quella voce. La sera si fermava e guardare la televisione e si coricava che lei già dormiva.
Non vi era in lui rancore; affioravano appena rimpianti. Non le rimproverava niente di importante ma un insieme di minuscoli segni. Qualcosa di fisico e di attuale; se mai grazia aveva avuta.
Quella notte, prima di raggiungere il letto, si sedette in bagno ma non riuscì a mettere a fuoco la sua attenzione sul libro. Rilesse più volte le stesse poche righe e quelle lo respingevano, restavano estranee. Impenetrabili. Depose quel libro a terra e si soffermò solo alcuni istanti a fissarlo.
Cercò di pensare ai programmi che aveva seguito. Ai risultati della giornata. A Claudia. A una qualsiasi Claudia. Sentiva il respiro pesante della moglie nella stanza accanto. Cercò di pensare al giorno seguente. Frugò, inutilmente.
Lo specchio ripeteva le fonti di luce; la piccola stanzetta era completamente illuminata. Una sola presenza, la sua. Particolare: il suo viso.
Si sorrise dietro le palpebre chiuse a dolcemente si amò.¹


1] 4 febbraio 1991

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Io ho avuto ventisette… storie. Ti sembran tante? A me… certi giorni sì, certi giorni no. A volte mi sento stanca, altre so di non sapere ancora niente. Eppure… comunque… E ogni volta è come quella volta. La stessa emozione. Almeno così mi pare. Sai?… le gambe molli. La stessa irrequietezza. O forse è solo curiosità. E ogni volta sembra l’ultima; quella buona. O mi illudo. E poi”…
L’aveva già sentita quella storia. Innumerevoli volte. Avrebbe voluto esserne esentato. Donne che si raccontano dell’amore. Che si illudono perché vogliono illudersi. Forse inseguendo una certezza. Forse solo una giustificazione. Quello che gli altri dicono. Quello che potrebbero dire. Questa volta però non seppe tacere. Lo aveva in cuore e gli arrivò in bocca: “E io cosa sono”?
Forse ci voglio credere. Forse mi voglio illudere. Comunque… Credo che tu sia… credo proprio che tu sia il sette. Ma potrei anche sbagliarmi. Cosa cambia? Anche con te… Cioè… Che ne so. Vorrei saperlo anch’io. Ma cosa centra? E poi… stupido! tu sei un amico. Con te è diverso. E’ sempre stato diverso. Sei come un fratello. A volte mi sembra che siamo… come dire? perversi. Ora lasciami preparare. Non vorrei che arrivasse e ci trovasse ancora qua”.

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