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Posts Tagged ‘avventure’

hg_raindance-select-300-overhead-shower-woman-showering_730x411Non lo voglio chiedere. Non mi vorrei trovato subissare di colpe che non ho. Che non ho fatto a tempo ad avere. Non so cosa si sono raccontate quelle due. Come si possa essere giustificata Erika. Con il solo asciugamano addosso. So solo che Ortensia è qui con me che si prodiga al mio capezzale. Premurosa. Come la migliore delle mogli. E ha rinunciato al resto della vacanza. Solo per me. Per accudirmi. Tra qualche giorno dovrei anche uscire da questo maledetto ospedale. Ma di mare non se ne parla proprio. La casa l’ha già chiusa lei. Dovrò mettermi a dieta e smettere di fumare. Tutto è bene quello che finisce bene. Naturalmente Erika non l’ho più sentita. Non ricevevo altre visite. Non ho chiesto di lei. Come avrei potuto? Non ne sapevo niente. Nemmeno se era ancora viva o se era morta. Se non per il fatto che è stata proprio mia moglie a dirmi che mi mandava i suoi saluti.
Anche se non piace a entrambi ricordare, con delicatezza, Ortensia mi ricorda cosa è successo, senza farmi pesare troppo il suo malumore: “Sei uno stupido. Dovresti ormai saperlo quello che puoi e quello che non devi fare”.
Non ho fatto niente. E’ stata solo una giornata in spiaggia. Come potevo immaginare?”…
Lo so. Sai che non puoi stare troppo al sole. E poi non devi metterti in testa certe strane idee; caro mio. Non sono più cose per te. Ti credi ancora un ragazzino”?
Quando se ne va ripenso a quello che mi ha detto. In fondo non sono poi così vecchio. E quello che mi è capitato può capitare a chiunque a qualsiasi età. Tutti vanno al mare, d’estate, ma non tutti poi finiscono dentro uno squallido ospedale. Perché proprio a me? Mi son fatto portare qualcosa per cambiarmi. Non posso essere dimesso in bermuda. Intanto il vicino di letto russa come un’intera segheria. Ho sete. Mi ricordo che la prima cosa che ho provato è stata proprio la sete, prima ancora di provare quell’orribile e dolorosa pressione sul petto. Quella fitta. L’ho riconosciuto subito. Voglio dire l’infarto. Mi chiedo se ne valeva la pena per un po’ di sole.
Ripenso a Erika e cerco di riprendere il libro da dove l’ho lasciato. Un tentativo vano. Non mi sento tranquillo. Sarà lo spavento che ho provato. Sarà che l’ospedale mi fa ansia. Sarà il rumore del vicino. Allora accendo il portatile. Vado un poco in giro senza una metà precisa. Il mondo è ancora lì fuori. Mi sento un nomade. Mi sento vivo. Mi sento prigioniero. Mi sento un guardone. Senza sapere cosa mi spinga a farlo sono entrato curioso nel profilo di Ortensia. Ci sono le solite cose. Ha condiviso i soliti post delle solite associazioni di volontariato. Poi mi accorgo, per puro caso, che la sua chat è rimasta aperta. Vado a spiare. C’è un dialogo di mia moglie. Proprio con Erika. Di qualche giorno prima di andare al mare. Prima di quel giorno maledetto. Dell’ultimo giorno al mare. Di pochi giorni prima. Forse è stato questo che mi ha incuriosito. E’ una strana coincidenza. Leggo e ne sono sorpreso. Faccio copia e incolla in una pagina word che salvo in una mia cartella con la password. Leggo e rileggo senza dover stare collegato alla rete che qui c’è poco campo e non è stabile.
Il primo messaggio è di Ortensia: Probabilmente ha cancellato i precedenti. Lei è sempre uguale. Probabilmente, per distrazione, s’è scodata di cancellare anche questi. Avrebbe fatto meglio. Oppure si erano parlate a voce. Senza bisogno di una intermediazione informatica: “Fai come ti dico. Se ti vede fa un infarto. Sicuro. Con me è tanto… Sicuro com’è vero che sono qui a scrivertelo. Credimi”.
E se non lo fa”?
Lo fa. Lo fa. Non c’è uomo… Tranquilla”.
Ma se non?”…
Allora lo dovrai fare. Non mi dirai che tu”…
Non è quello. La vita mi ha regalato anche di peggio, anzi. Solo che non c’è la certezza che poi”…
Non ti chiedo poi chissà quale sacrificio. Basta stare un pochino attente. Tenere il becco chiuso. Una notte di buon sesso, selvaggio, come dico io. Come sai. Lui non lo può reggere. Ne sono sicura. Poi saremo libere”.
E se non… non cede”?
Hai troppi dubbi. Se sopravvive vuol dire che non sei più la Erika che conosco. Che mi sono sbagliata su di te. Che ti sei sbagliata sulle tue capacità. E allora dovrai inventarti qualcosa. Arrangiarti. Non posso venire ad aiutarti. Ricordi che io dormirò nell’altra stanza? Sarò sveglia a dormire nella nostra camera. Non sarò presente. Quando succede. Forse potrà essere solo imbarazzante. Ma ho pensato… ti puoi rivestire. Non c’è fretta, in questi casi. Puoi prendertela con comodo. Io dirò quello che devo dire. Se alla fine… Dovrai arrangiarti con il cuscino”.
Forse non sono mai state nemmeno colleghe. Questo chiarirebbe perché certe cose non se le sono dette a voce. In ufficio. Perché hanno avuto bisogno di scriversele. Certo che Ortensia è sempre un poco poco prudente. Da questo punto di vista Erika la conosco meno. Direi niente. Però quella frase in cui dice che la vita le ha regalato di peggio, anzi. Proprio quel anzi dopo la virgola. Quello mi fa pensare. Forse non le sono stato del tutto indifferente. Ma forse scherzavano tra loro. E non sono mica sicuro di essere io quello di cui parlano. Non ne posso certo avere la certezza.
Ma cosa vado a pensare? Forse è un altro dei loro scherzi. Ma io, comunque, sono duro a morire. Ho ancora qualche giorno di riposo e di ricovero. E poi tutta la convalescenza e la riabilitazione, per la continuità assistenziale. Spengo il computer. Vorrei riposare un poco. Certo che Erika è proprio carina. Quando si è rinchiusi in un ospedale si ha tutto il tempo per civettare con la propria fantasia. Potrei chiamarla quando esco. Tanto per sentire almeno la sua voce per telefono. Mi è rimasta impressa. Se poi… Magari senza farmi accorgere da mia moglie. Non so se posso addebitare il male al mare o se essergliene grato.

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noiaI primi tempi non era così. Quando Lisetta me l’ha presentata sembrava una come tante, gentile, affabile, persino un poco troppo accondiscendente. Probabilmente poi, nel tempo, è emersa la sua vera personalità. Che ne so? La trovo dispotica e un tantino bisbetica. Per una cena fuori è sempre una sofferenza decidere il ristorante che vada bene anche a lei. Non troppo grasso ma nemmeno troppo sciapo. Non troppo elegante ma nemmeno la solita osteria. Mi chiedo spesso come possano lavorare assieme senza strapparsi gli occhi. Lisetta sbuffa ma non prende nessuna decisione. E’ la sua collega e amica. Non posso metterci lingua.
Passa per casa mia e sale: Passavo! Solitamente almeno telefona prima di venire. Non mi aspettavo certo visite, e non certo da parte sua. Mi preparo a preparare un caffè: Faccio in un attimo. Lei si accomoda sul divano: E Lisetta? Per Lisetta presto è un concetto che non conosce, tantomeno subito. Ha visto una borsa che è veramente figa: Credo non torni tanto velocemente. Lei è l’arte del ritardo. Per lei c’è sempre tempo per qualsiasi cosa. Non si danna certo l’anima. Speriamo che alla fine sia solo la borsetta.
Lei ha voglia di quattro chiacchiere: Tu l’hai visto quel film… sì quello… Quello con gli uomini azzurri. Non mi ricordo più nemmeno il titolo. Tu che ne pensi? Io lo trovo stupido. Di una noia mortale. Poveri soldi mal spesi. E chissà quanti ce ne saranno voluti. Lo so bene quando dovrei starmene zitto, è solo che non riesco mai bene a farlo: Vuoi dire Avatar? Lei è già pronta all’attacco: Sì, proprio quello, quello di quel giovane regista nuovo. E io sono proprio un vero cretino: Nuovo mica tanto, è James Cameron, lo stesso per esempio di Titanic. E’ così che lei mi trascina ogni volta: Sarà anche James Cameron o chi diavolo vuole, ma stavolta ha toppato. Titanic è un capolavoro, ma questo è una vera schifezza.
Rischio di rovesciare le tazzine con il caffè dentro mentre cerco di poggiarle sul tavolinetto: Veramente… a me è sembrato un piccolo grande gioiellino. Forse un po’ lungo. Sì, lei sa essere anche lapidaria nei suoi giudizi: Ma come fai a dire una cosa simile? Come fa a esserti piaciuto? L’ultima nostra grande discussione era stata a una mostra sull’Art Nouveau mentre Lisetta guardava entrambi allibita. Si era conclusa con la decisione che io non ne capisco niente di pittura e di arte in genere. Certo perché lei è un’esperta in tutto, una vera tuttologa. Alzo le spalle e decido di darmi per vinto, tanto non vincerò mai.
Non basta nemmeno quello, ma già lo sapevo: Credo che dovrei andare. –e lo dice con fare indispettito e un poco offeso. Cerco di essere gentile: Ma se sei appena arrivata. A proposito, volevi chiederci qualcosa? Lei ci pensa, è nelle sue corde: Parlando me ne stavo quasi dimenticando. Cercavo Lisetta per parlare del fine settimana di Pasqua. Pensavo che si potrebbe andare… Ma forse è meglio che ne parli con lei. Non so perché non abbiano potuto farlo al lavoro. Al limite telefonarsi. Non è certo una che risparmia sulle parole. Sognavo di starcene a casa in panciolle. Non so perché non si trova finalmente un uomo e se ne va con lui. Forse lo posso immaginare. Queste uscite a tre hanno cominciato a stancarmi già da un pezzo.
Guardo l’ora. Sto già scordando l’argomento per il quale abbiamo discusso. In fondo uno vale l’altro. Lei sembra a disagio: Non so se dovrei stare qui. Certe volte vorrei essere da un’altra parte. Non sei stato gentile. E allora glielo dico: Io mica lo so perché stiamo qui come fossimo amanti. E litighiamo come fossimo una coppia; marito e moglie. Lei ci riflette su e si toglie la gonna: Mi hai convinta. Più ci penso e più mi sembra tutto così inutile. Forse dovevamo chiedercelo prima chi siamo noi. Alza le spalle: Pazienza.
Non so se davvero lo voglio. Nemmeno lei ne sembra del tutto convinta: Che aspetti? Se la faccio attendere un altro po’, anche solo un attimo, rischiamo di ricominciare a litigare. Cerco di pensare e nello stesso tempo di fare. Vorrei dirle che è bella, mi sembra doveroso, ma sarebbe una bugia da parte mia e correrei il rischio che me lo ricacciasse in gola. Lisetta sa che a me non piacciono le donne piccoline e rotondette. Sarebbe meglio se andassimo di là. Stavolta lo giuro riuscirò a starmene zitto. E anche lei mi invita a non dire niente.
La nostra è solo noia.

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blogger-image-948893101Quell’anno, al mare, Ortensia invitò anche Erika, una sua collega di dieci anni più giovane di lei. Non eravamo soliti avere ospiti per le vacanze, ma avevamo una cameretta libera e il caso non poteva portarmi più che piccoli fastidi, pensai. Fin dal primo sguardo notai quanto fosse carina, ma immediatamente distrassi la mia attenzione. Ortensia è sempre stata tutto per me. Per di più i primi giorni se ne andarono da sole al mare, non volevo essere scortese, ma dovevo finire quella maledetta relazione. La sera si mangiava assieme e si beveva qualcosa sotto la luna ed erano entrambe una gradevole compagnia. Alla fine lo finii il maledetto rapporto. E lo mandai per mail.
Era un’estate veramente calda. Anche se io in spiaggia mi annoio e non sopporto leggere e sentirmi tutta la sabbia appiccicata addosso decisi di accompagnarle. Presi con me Cent’anni di solitudine. Per me è sempre un gran libro. Un capolavoro. Certo che glielo chiesi: “Che ne dite ragazze se oggi vengo con voi”? Erika si mostrò subito entusiasta e mi rispose solo con un radioso sorriso: “Finalmente”. Ortensia si mostrò meno contenta. Si limitò a un quasi rassegnato: “Va bene”. Ma lei è sempre stata una persona di poche parole e gelosa dei suoi sentimenti. Però si infilò il libro e le sigarette in borsa e uscì per andarsi a preparare. Se ne uscirono entrambe in pareo pronte per levare le tende.
Ricordo che Ortensia stava leggendo un’indagine del commissario Montalbano. Ci scherzai sopra, per la strada. Avevano due parei che sembravano non esserci. Leggeri come un soffio di vento. Sottili come una bava di lumaca. Insomma era come se fossero con il solo bikini. Pensai: Come tutte, o almeno credo. Cercavo di non sentirmi in imbarazzo. Ed ero ancora bianco come un lenzuolo. Ed era già agosto. Erika invece non amava molto la lettura. Diceva che voleva solo spiaggia. E rideva.
Improvvisamente non avrei voluto più arrivare. Inventai anche la storia di prendere un altro caffè. Mi ci volle un bel po’ per convincerle. Come se ci fosse fretta. Ero contento di girare con loro due, di averle al mio fianco. Ero seccato di essere lì, per strada, e in quello sgangherato pulmino, con loro. Ma l’estate, al mare, è spiaggia. E ci ritrovammo sulla spiaggia. A stendere gli asciugamani. A prepararsi a prendere il sole. Io, naturalmente, sotto l’ombrellone. Dopo aver coperto il bianco della pelle con uno spesso strato di bianco di crema solare.
Ortensia era ancora una bella donna. Nonostante l’età. Mi resi conto che non mi piaceva vedere come tutti la guardavano. Credo di aver cominciato a odiare la spiaggia. E a odiare i bagnanti. Quella confusione. Quella sorta di libertà. Però era strano: Trovarmi geloso anche di come guardavano Erika. Ma in fondo loro due erano con me. Entrambe. E quando trovai gli occhiali era tardi. Speravo di trovare un po’ di tranquillità. Di isolarmi. Di immergermi nel libro e ritrovarmi come da solo. Ma ero distratto. Continuavo a guardarmi intorno. E continuavo a guardare Ortensia, che è anche il nome di un fiore. E continuavo a guardare Erika, che non credo faccia fiori. E la guardavo guardingo. La guardavo e non la guardavo. Come di sfuggita. Rapidamente distogliendo lo sguardo. Avrei voluto poterle vedere solo io. E che l’amica non vedesse che la guardavo. Emozioni e sensazioni che non avevo mai provato. Non era da me.
Quando decisero di togliersi il reggiseno sprofondai in un abisso d’imbarazzo. Non loro ma io. A loro sembrava naturale. E si muovevano con naturalezza. Avrei voluto ammazzarli tutti. Le vedevo come potevano vederle tutti. Non era la prima volta eppure mi sembrava che quegli occhi frugassero nella nostra intimità. Sarò un cretino però… E poi è quello che provavo. Non si può sempre decidere cosa si vuole provare e pensare. Non si può sempre razionalizzare. Nemmeno io ci riesco sempre; come quella volta. Ed Erika era decisamente carina. Non era solo la sua età a essere bella. Non aveva solo un bel sorriso. E dei bei denti. E gli occhi del colore dei suoi. Non sono poi così vecchio. E le sue erano come di marmo, non tremolavano affatto.
Naturalmente al ritorno più che scottato mi ero arrostito. Ero rosso come un’aragosta. La mia Ortensia dovette ricorrere a una buona dose di crema doposole. Facendo molto attenzione. La cosa sembrava rendere allegre le mie due compagne. Cioè mia moglie e la sua giovane e carina collega. E si scambiavano battutine. Come se non fossi là a sentirle. Alla fine stavano massacrando la mia immagine e prendendosi gioco di me. Mi dipingevano come un tedioso intellettuale poco adatto a una giornata al mare. Così cenammo tra lazzi e spiritosaggini varie e qualche pettegolezzo che non potevo capire. Parlavano di uomini e di colleghi.
Dopo un paio di grappe Ortensia era stanca. Il mare e il sole affaticano sempre. Si alzò e si andò a coricare per prima dicendo: “Ti aspetto”. Mi ritrovai da solo a parlare da solo con Erika. Non era poi così stupida. Non avevo ancora molto sonno e nemmeno lei. Amava il cinema e non si era persa nessuno degli ultimi film. Mi raccontò di alcune mostre che aveva visitato. Poi prese a parlarmi del suo passato. Della sua vita. Dei suoi. Degli studi. Di un paio di amori finiti. Di uno non che era mai cominciato. Di quello che non avrebbe voluto che fosse finito. Di quanto amava le immersioni. Delle nozze della sorella. Sapeva descriversi in modo affascinante. Sarei stato per ore ad ascoltarla. Anche solo ad ascoltare la sua voce. Io non trovavo altrettanti argomenti.
All’improvviso si era alzata e aveva detto: “Vado a farmi un’altra doccia; Vieni”? So che per lei era puro divertimento e che si stava prendendo gioco di me. Racconto tutto così come lo ricordo. Dico: “Vai pure, io sparecchio”. Dice: “Non c’è fretta”. Dico: “Ortensia mi aspetta. E non voglio che domani si ritrovi con questo disordine”. Ride: “Falla aspettare. E poi si dice per dire”. Dico: “Abbiamo una doccia sola”. Ride più sguaiatamente: “Ma c’è posto per due, se ci si stringe”. Dico: “Mi faccio l’ultimo goccio”. Dice: “Come vuoi.” –e si allontana. Aggiunge “Contento tu”.
Ho portato le tazze in cucina. Le ho messe nel lavello. Ho fatto scorrere l’acqua. Sono tornato a riempirmi un bicchierino. Mi girava un po’ la testa. Per l’alcool e per il sole. Ho Preso la bottiglia e il resto. Sono passato per il corridoio. Di tutto questo ne ho buona memoria. Si era scordata di chiudere e la porta era rimasta aperta. Lei era sotto la doccia come aveva detto. Mi ha visto e mi ha sorriso. Non aveva niente addosso. Era proprio tutta nuda. All’improvviso udii un forte dolore alla parte sinistra del petto. Lo riconobbi subito: era un infarto. Solo il tempo di chiedere aiuto. Solo il tempo che Erika uscisse dalla doccia. Solo il tempo di vedere accorrere Ortensia a controllare cosa succedesse. Solo il tempo di dire: “Ragazze, ascoltate, questa sì che è musica. Si sente il sapore del mare e le onde”.

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09f8616750569047f5c9f66bfb5e6ae5Se Luisa avesse saputo anche giocare anche a scacchi sarebbe stata una donna perfetta. A Battaglia navale era un avversario niente male, anche se a quel gioco ci vuole pazienza, intuito e molta strategia. Nemmeno a Cluedo era male, era ostico riuscire a batterla. A Monopoli erano più le volte che fallivo. A Risiko sembrava il generale Patton. Maledetta donna: a Bingo aveva una fortuna sfacciata. Le serate con lei non erano mai noiose. A Texas Hold`em poker sapeva bluffare come una vera professionista, fortuna che giocavano fagioli o pochi spiccioli. Comunque le dovevo una cifretta. A Domino mi aveva fatto capire che ero una vera schiappa. Persino a Subbuteo facevo fatica ad aver ragione della sua abilità. Solo con i giochi in rete, tipo sparatutto multiplayer, era facile farla arrendere. Forse li amava meno.
Non aveva un vero punto debole. Era incredibile. Era una donna stupefacente. Era meglio di un uomo. Non che con gli uomini… Tranne qualche lontana e dimenticata briscola al bar. E non aspettavo che il momento del nostro appuntamento. Attorno a quel tavolo, da me o da lei; mi sentivo un uomo finalmente completo. Ed era anche carina. Certe sere prima si preoccupava per i piatti sporchi che si accumulavano. O se avevo scordato di fare la lavatrice. E si sentiva veramente libera e a suo agio. Veniva preparata solo quando rientrava da qualche commissione. Per il resto, tutte le altre volte, arrivava comoda, vestita per casa. Con le ciabatte e in vestaglia, come quella sera. A volte persino senza trucco. In quei casi si giustificava perché a suo dire aveva avuto da fare e molta fretta. Si scusava per il timore di essere poco presentabile, ma a me anzi non dispiaceva affatto.
Non si faceva mai attendere. Ormai conosceva perfettamente gli impegni di mia moglie. E poi c’era casa sua. E poi una scusa si riusciva a trovarla sempre. Quando proprio ci era impossibile, lei da casa sua e io dalla mia, ci confrontavamo in quei giochi in cui i giocatori possono anche giocare a distanza grazie ai messaggini. G3 o F4, nessuno avrebbe potuto immaginare il nostro segreto. Erano una sorta di codice indecifrabile. E non poteva destare sospetti. Che poi non c’era nulla da sospettare. Ma lo sapevano solo noi. Domitilla non era gelosa e vedermi sereno la rendeva tranquilla. Anzi il nostro piccolo segreto aveva fatto aumentare la sua stima nei miei confronti. Credeva che avessi imparato a occuparmi della casa. E qualche volta Luisa arrivava prima di cena o per cena. Era anche una discreta cuoca. Prendevamo il caffè impazienti di iniziare.
Forse è la sindrome di Peter Pan, ma io avevo trovato la mia Isola che non c’è. Non glielo chiesi né glielo dissi. Non volevo metterla a disagio. Preoccuparla. E quella sera avrei dovuto avere io i neri. Già era difficile… e poi partire in svantaggio. Un’altra sconfitta forse mi avrebbe fatto coricare amareggiato. E poi non avrei voluto mai scoraggiarla, deluderla di incontrare un avversario così arrendevole. Non che non ce la metessi tutta. Le mie probabilità, soprattutto in quel caso, erano ridotte a un numero vicino allo zero. Era meglio scegliere un altro passatempo. Li avevamo provati tutti. Era troppo competitiva. Dovevo trovare qualcosa in cui il divertimento non fosse legato a una sfida, a una semplice gara. Qualcosa che non finisse con Vincitori e vinti. Non ero sicuro che fosse una buona idea e non sapevo se e come proporla: Posso chiederti una cosa?
Certo. Sicura? Sicura. Non pensareMa dai! E alloraInsommaSe lo dici tu. Te lo dico. Insomma… vorrei chiedertiNon farmi aspettare. Non vorrei. Mi fai spazientire. Vorrei cambiare. Non ti vanno gli scacchi stasera? Non è quello. Insomma mi vuoi dire? Forse non dovreiTi vuoi decidere? Mi vergogno un po’. Di cosa? Potresti toglierla. Che cosa? La vestaglia, ma non pensareNon penso; perché? Vedi. Non essere sciocco, è normaleSo che non te lo dovevoVorrei capire, solo… così all’improvvisoE’ che non ne avevo il coraggio. Non è che nonSe non vuoi. Aveva già slacciato un paio di bottoni: Non mi farai prendere freddo? Sei molto gentile. Volevo solo capire. Non pensare… Se la stava sfilando con mia meraviglia, ma anche ridendo e lentamente: Non so che devo pensare; fare. Volevo solo provare a giocare… ecco… al dottore e all’ammalata. Non essere ridicolo. Non vuoi? Non fare il bambino. Non l’ho mai fatto nemmeno da bambino. Perché non posso fare io il dottore? L’idea è stata mia. Va bene; come vuoi che mi metta? Sul tavolo. Mi sento ridicola. Facciamo come con l’Allegro chirurgo.

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lotteria«Ho sentito dire»…
«»!
«Quanto?»…
«Abbastanza»…
«Sai che non avrei mai voluto. Ma ora è passato. Scusa. Inutile parlarne. Sono stata… Sono stata sciocca. Un momento di debolezza. Niente. Sai che ti ho sempre voluto»…
«Lo so».
Quella sera Ernesta era stata molto appassionata. Lui si sentiva… come dire? diverso. Ecco. Anche se non amava le sorprese, le novità, aveva gradito. Ma come può un uomo?… Si era addormentato soddisfatto di sé. E aveva dormito di un sonno profondo. Il mattino seguente era insolitamente molto allegra: «Credo che oggi andrò a fare qualche spesuccia. Mi sembra giusto. Non credi»?
«Certo».
«Allora… io vado?»…
«Sì! Usa la carta o dì che passo io. Sai non è ancora»…
«Certo».
Al bar sembrava che mi aspettassero. Giuliano era impaziente che parlassimo da soli: «Offro io».
«Va bene».
«Ti ho mai parlato di quel localino? Ricordi?»…
«Non mi sembra».
«Ti assicuro»…
«Guarda che non ci sono problemi».
«Sapevo che avresti capito».
Tutti mi salutavano, anche quelli che non avevano mai fatto caso a me. Scoprii così che tutti sapevano il mio nome. Persino l’ingegner Riccadonna. Il notaio Felicetti che sapeva come far fruttare anche una piccola somma. Ormai sembrava non essere un segreto per nessuno. Nel giro di poco più di un giorno. Quasi dalla sera alla mattina. Non avrei mai avuto il tempo per parlare con tutti. Non sono abituato a bere. Mi sentivo quasi ubriaco. Con Albano ho preso un campari: «Noi siamo stati sempre amici, non è vero? Più che»…
«Certo, perché»?
«Niente. Dicevo per dire. E’ cambiato?»…
«No, certamente. Perché»?
«Ora farai bene a stare attento».
«Perché»?
«Niente, ma sai come sono».
«Non capisco».
«Capisco io. Mi credi se te lo dico?»…
«Certo, ma spiega»…
«Per farla breve… Con te posso».
«Certo che puoi. Tra amici».
«Penavo a una barca. La prendiamo assieme. Beh! io non è che ho»…
«Una barca»?
«Non una barchetta. Una vera barca. Sai le donne?»…
«Non è che io»…
«Pensa. Possiamo usarla assieme. E qualche volta io. E qualche volta anche tu. Me ne occupo io. So già dove metterla. Non serve che lo dici a Titti. Sai le donne?»…
«Certo, le donne».
«Che ne dici»?
«Su due piedi… Mi sembra una buona idea».
«Lo sapevo. Lo sapevo che avresti capito».
«Ne riparliamo».
«Allora fatta. Fidati, l’ho già vista».
Non sono mai stato un grande marinaio.
Mi era arrivato un messaggino su WhatsApp. Era Loredana che mi dava appuntamento in un locale fuori mano. Aveva fretta che ci vedessimo. Aveva detto che aveva una cosa importante da dirmi. Era impaziente di dirmela. Nemmeno il tempo per l’ordinazione: «Forse non dovrei dirtelo».
«Dimmi pure».
«Forse tu sei l’ultima»…
«Dimmi pure».
«Sembra proprio che Luigi»…
«Cosa c’è»?
«Una brutta malattia. Si parla di… forse… cancro».
«Mi spiace».
«Avrà bisogno di molte cure».
«Mi spiace».
«Di molte cure costose».
«Non ti preoccupare».
«Sei un santo».
«Scherzi. Se posso esserti»…
«Ne ero certa. Ora vieni qui. Dammi un bacio. Non pensiamo alle tristezze. E’ festa, no»?
«Ma ci possono vede»…
«Non importa. Ormai»…
«Cosa prendi»?
«Un amarone. Posso»?
«Puoi».
Sembrava moto risollevata. Improvvisamente felice: «Poi saliamo, vuoi»?
«Certo che sì. Magari… dopo. Tra un po’».
La sera ero proprio stanco. Avrei avuto una bella barca, anche se soffro un po’ il mal di mare. Una casa per le vacanze, anche se in comproprietà. Una macchina nuova. Un abbonamento alla palestra e a un corso di yoga. Avevo ricevuto persino una proposta per candidarmi a sindaco. O almeno a presidente di quartiere. In ufficio la promessa di una promozione. E la visita del parroco. Non avevo visto l’ora di tonare a casa. Tiziana aveva voluto aprire tutti i suoi pacchetti davanti a me. Felice e allegra come una bimba. Non sono riuscito almeno a rimandare. Mi aveva preso anche una cravatta. Non era male: «Avrei visto una casetta… proprio giusta per»…
«Non so se»…
«Ma come?»…
«Ho dato tutto in beneficenza. A Medici senza frontiere».
«Ah»!
«Ah»!
«Spero non ti spiaccia».
«Hai fatto bene».
La gioia non traspariva certo dal suo volto. Gli occhi le si erano spenti. Non era vero, ma avevo deciso di trasferirmi in Toscana. Era una decisione che avevo preso da solo. Senza pensarci troppo. Lei non lo doveva sapere. Avrei potuto andarci con Loredana, ma con il marito in quelle condizioni… E poi era meglio così. Stavo pensando a quanti sms avrei dovuto mandare per scusarmi. Alzai le spalle. I soldi non cambiano la vita.

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Donna_con_libroIo amo molto leggere. Quando apro un libro non lo poggerei mai prima di averlo finito. Lui solitamente spegne subito la sua luce sul suo comodino e piomba in un sonno profondo e rumoroso. Quando invece si rigira senza trovare pace allora sono costretta a rassegnarmi a spegnere anche quella sul mio di comodino. Dice che non sa cosa ci trovo di tanto interessante nelle storie degli altri.
Lui è molto pigro. Se da una parte è un bene perché quando è a casa è a casa, dall’altra fosse per lui non ci muoveremmo mai. Fatica persino ad accettare la sola idea di vacanza. Gli sembra tempo sprecato. Allora va in rete. Dice che la sua vita fuori casa è già così piena, animata, convulsa, un vero inferno, e che io sono il suo paradiso; il suo angolo di serenità. Mi fa piacere sentirglielo dire, ma stavo mettendo l’arrosto in forno e non avevo nemmeno avuto il tempo di cambiarmi. Devo ammetterlo che non lo stavo tanto ad ascoltare. Certo che il suo impiego dev’essere molto impegnativo. Anche se poi non molto remunerativo; non come il mio. Questo gli deve dare un po’ di fastidio, povero caro.
Volevo ricordargli che aveva chiamato la banca. Che anche questa volta aveva lasciato la macchina fuori e senza benzina. La biancheria per terra. Ero già lì lì per dirgli delle troppe attenzioni, spesso pesanti e pressanti, di Ettore che mi diceva che sono bella, ma poi ho pensato che era meglio non dargli altre preoccupazioni. Se ci penso lui è tanto, troppo, che non me lo dice. Eppure tra due che si vogliono bene ci si dovrebbe dire tutto. Ma, come dice lui, sono solo pensieri stupidi; è il pensiero debole. E io non sono stupida. E’ meglio che non mi distragga o la cena finisce nella pattumiera e dobbiamo chiamare per due birre e due pizze.
E’ successo una sola volta e ci eravamo appena messi assieme. E’ stato un po’ anche per colpa sua. Inutile ricordarlo ogni volta. Andare a rivangare. Che poi il male non era stato proprio così male. E la pizza era buona anche fredda. Ma allora era diverso tra noi. Non so dire come diverso ma diverso. Magari è così anche per gli altri. Che ne so? So solo che quando si scorda di abbassare la tavoletta del water, o dimentica il tubetto di dentifricio senza tappo, io non lo sto tanto a rimproverare. E poi, se c’è una minima cosa, anche banale, sarei io quella isterica. Lui è molto caro, ma a volte richiede una pazienza dell’altro mondo. Taccio ed esco dalla stanza. Non vorrei che ci sentissero i vicini. Sono diventata brava a cambiare discorso, solo che ha tanti pregi, ma per essere testardo è testardo.
Mi dice Eugenia, non scherzare. Nemmeno a me piace questo nome, ma cosa ci posso fare? Ettore mi chiama la mia Meravigliosa Creatura. Anzi detto da lui sembra detto tutto in maiuscolo. Se io non fossi io, se fossi un’altra, forse non ci penserei due volte. Anzi, anche una volta in meno. Ma io sono io. E poi quello è il mio nome. E poi non ne sarei mai capace. Anche se mi accorgo di come mi guardano gli altri, gli uomini. Anche se quel film dice che Mai dire mai. Ma nemmeno ci penso. Tranne qualche volta. Spesso quando mi dice Eugenia, non dirlo nemmeno per scherzo. Come l’altra sera. Come l’altra sera che aveva un’altra volta un’impronta di rossetto sul colletto della camicia. Per non dire delle macchie di fondo tinta che mi trovo sovente a spazzolare dai risvolti delle sue giacche.
Mi ha spiegato che era la festa in ufficio per il compleanno di una certa Lucrezia. Nemmeno questo è un nome che mi piace. E non aveva mai nominato nessuna Lucrezia. L’avrà lasciato quando le ho fatto gli auguri. Una cosa innocente. Non è successo assolutamente niente. Cosa vai a pensare? Non che avessi pensato chissà che cosa. Sai che non sono gelosa. Ti credo, però gli uomini… Però io non sono gli uomini. Però lui potrebbe fare un po’ più di attenzione. E anche quella Lucrezia, o chi diavolo era, e le altre. Una macchia di rossetto è pur sempre una macchia di rossetto. Poi è difficile da mandare via. E se fossi una sospettosa… Cosa potrei andare ad immaginarmi? Che poi a pulire ci devo pensare io.
Cosa dici: Capri o Berlino?
Sai come la penso… fai tu.
Quando fa così lo prenderei a schiaffi. O in alternativa prenderei me, a schiaffi. Non stacca gli occhi dal computer. In questi momenti è come se fossi trasparente. Potrei uscire nuda che lui nemmeno si accorgerebbe che non sto più in casa. In verità mi fa sentire fuori di me. Sembra interessato solo a chattare. Uno di questi giorni finisce che gli rubo la password, tanto solo dove se l’è segnata, e gli cancello tutta la memoria. Lo dico quando sono arrabbiata, ma arrabbiata forte, tanto so che non lo farei mai. E lo dico solo a me, naturalmente. Non ho mai amato fare delle minacce. Che poi, se sono proprio costretta a pensarci, mi dico che: se non c’è fiducia tra due allora a cosa serve essere in due. Che senso ha; la vita? E’ la fiducia per il proprio uomo che tiene la donna insieme ad un uomo. E io sono la sua donna.
Anche Ettore ha la sua. La sua e le altre. Ma Ettore è Ettore. Né bello né brutto, forse interessante. Forse c’è qualcosa in lui che io non so e che attira le donne. Un fascino che non mi ha affascinata. Forse sono io ad essere diversa. Se la verità è figlia della maggioranza allora è certo che sono io ad essere quella differente. Eppure per me la fedeltà è ancora un valore. Come lo era per mia madre. E per la madre di mia madre. Fin dai tempi dei tempi. Sono nata e credo che ce l’avevo già impressa addosso. Anche se mio padre, a differenza nostra, poteva essere geloso. Forse era solo sospettoso perché gli sembrava strana questa figlia settimina. Ma le cose vanno come vogliono, non come vorremmo che andassero. E un sospetto è come del veleno nel bicchiere. Avvelena la vita.
E allora voglio proprio vedere. Mi metto nuda e lui niente. Mi metto nuda ed esco, e lui ancora niente. Eppure… La gente per strada mi guarda, mi guarda insistentemente, ripetutamente. Si gira a guardarmi, ma nessuno ha il coraggio di dire niente. Solo qualche donna prova l’istinto di parlare, schiude le labbra ma poi si arrende; rinuncia. Sarebbe inutile e indifferente. Qualche sporadico “Ma ti sembra giusto”? Magari è solo invidia. Mia madre forse non me l’aveva raccontata del tutto giusta. Forse mi aveva detto una bugia.
Sento freddo sulla pelle. Certo che sono bella, ma che valore ha una cosa bella se nessuno nemmeno la può guardare? Come un gioiello che tieni nella cassetta di sicurezza. A questo punto mi sveglio. Un po’ eccitata e un po’ imbronciata, e anche un po’ colma di vergogna. Ma mica era vero. E’ stato solo un brutto sogno. Lo cerco, s’è addormentato sul divano. Mi alzo, debbo proprio farla. Se non avessi la fede al dito sarei ancora come nel sogno, completamente nuda. Certo che l’amore è proprio un colossale mistero.

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battaglia2La prima volta era stata gentile. La seconda mi era sembrata leggermente seccata: ancora lei. La terza ero andato con la tazzina col caffè ancora fumante in mano e con aria implorante. Era ancora in vestaglia e ciabatte. Però aveva avuto il tempo di pettinarsi. Anche quello per truccarsi. Profumava di “Tempesta ormonale”. Mi aveva rimproverato perché era la terza volta in un quarto d’ora che finivo lo zucchero, ma mi era sembrata più che altro divertita. Stavolta non era uscita per andarlo a prendere. Mi aveva fatto entrare. Si era fatta seguire fino alla cucina. Mi aveva messo davanti il barattolo. Con un sorriso paziente mi aveva invitato: faccia pure. Ne ho presi tre cucchiaini. A me il caffè non piace troppo dolce.
Questa è la vita in un condominio: ci si vede sempre e non ci si conosce bene mai. Si è così vicini eppure così lontani. No! nemmeno due chiacchiere. Non avrei saputo che dirle. Giusto il tempo per mescolarlo e berlo in silenzio. E di notare che aveva messo le scarpe coi tacchi. In casa. Io non riesco a svegliami bene se prima non prendo un caffè. Lo so: è colpa mia. Solo che quando non c’è Domitilla mi sento perso. La casa diventa enorme. Le cose da ricordare e fare: troppe. Mi dimentico della spesa. Della lavatrice. Lascio scadere le cose in frigo. Per non parlare delle bollette. Non ci sono con la testa. E in quel periodo il lavoro teneva mia moglie spesso fuori. Era più in trasferta che in casa; succede tutt’ora. Mi sarei dovuto abituare anche se non era semplice da fare.
Ma il fatto che lei avesse contato quelle tre volte e il tempo intercorso mi avevano fatto sentire uno stupido. Incapace e un po’ invadente. Indelicato. Sfacciato e tutte quelle cose lì. Per non incorrere ancora in una situazione simile allora ho riempito la porta del frigorifero di post-it. Cercavo di segnarmi tutto quello che mi serviva e quello che dovevo fare. Spesso quel frigo restava ugualmente vuoto, ma cercavo di arrangiarmi da solo. Magari con una scatoletta di tonno. Per evitare di ricorrere a quella vicina. No! lo zucchero non l’ho scordato più. Tranne un paio di mattine, ma quelle poche volte il caffè l’ho preso disgustosamente amaro. E nei giorni seguenti, per circa tutto febbraio e marzo, ci si era incrociati saltuariamente in ascensore. Naturalmente non di proposito. Solo qualche saluto, osservazioni sul tempo, interesse per la salute mia e di mia moglie. Tutto in poche laconiche parole.
Poi un giorno ho sentito suonare alla porta e me la sono trovata davanti, non con la solita vestaglia ma vestita di tutto punto. Scusi, ha un pizzico di sale. Ho già la pasta sul fuoco. Prego, certo, si accomodi. Non le farò perdere troppoNon mi disturba affatto. Grazie. Le faccio strada. Non per dire ma io le cose le ricordo bene. Non ho mai scordato un compleanno. E mi piace dire le cose come stanno. Aveva il rossetto sulle labbra, quel profumo e tacchi altissimi. Lei era stata gentile e io avevo cercato di essere gentile. L’avevo lasciata passare e in cucina le avevo allungato il contenitore del sale. Ne prenda quanto ne vuole. Scusi… ma… per la pasta… quello grosso. Son cose da battersi la fronte: Scusi, che sbadato. Non lo so perché ma ci sono occasioni in cui perdo un po’ la testa. Mi ritrovo un po’ sbadato. Goffo.
Mi aveva fissato. Poi avevo capito e le avevo allungato una ciotola dove metterlo. Devo esserle sembrato proprio un cretino. Spero non abbia pensato a scortesia. Nel frattempo lei aveva provato a rompere il silenzio: Come sta sua moglie? E’ spesso fuori? Per lavoro? Dopo due mi ero sentito in dovere di spiegarle che faceva la consulente sanitaria. Questo la tiene spesso fuori? Poveretto. Non è un vero e proprio disagio per me. Non ne sono certo contento, ma dobbiamo pure campare. E quel lavoro le permette di guadagnare abbastanza bene. Spesso, anche la notte. Si sentirà solo. A volte; un poco. Intanto si era seduta. Pareva non avere più fretta. Avrei voluto ricordarglielo, ma non mi andava di essere indiscreto.
Era la prima volta che parlavamo veramente. Senza che glielo chiedessi si era messa comoda cercando di dirmi qualcosa di sé. Per conoscerci almeno un po’: Io insegno in un liceo. Bene. Faccio orario ridotto. Si vede subito una persona istruita che si sa comportare. E lei?… Io invece sono spesso a casa. Suo marito? Volato. –e fece il gesto con la mano. Mi spiace. Non deve, meglio così. Però… forseE’ come se non ci fosse mai stato. Mi scusi. Sa che ha proprio una bella casa. Tutto merito suo, di mia moglie. Deve essere una brava signora, la vedo sempre, quelle poche volte, molto elegante. ! Lei legge? Solo quando ne ho tempo. Certo che anche il pane è andato a prezzi spaventosi, per non parlare della carne. Certo, la carne. Fortuna che io sono vegetariana. Io no. Credo che una persona si riconosca anche da quello che mangia. Temo allora di poter apparire una brutta persona. E’ che da soli
La pasta ormai doveva esser scotta e mi preoccupai per la sua cena: Avevo pensato di prendermi un cane. Un cane? Sa, per la compagnia. Un cane in un condominio, Diosanto, non mi sembra una buona idea. E se n’era andata rapidamente come se qualcuno le corresse dietro. Scordandosi persino del sale che l’aveva spinta fino da me. Decisamente la pasta doveva essere stata la vera vittima di quella nostra perdita di tempo. Intanto il telegiornale era già cominciato. Accesi la tele e buttai una fettina in una padella con un filo d’olio. Non so se sarei mai capace di essere solo vegetariano. Quella sera me lo chiesi, ma non seppi rispondermi. Poi il film mi prese e mi prese anche il sonno prima di poter fare o pensare ad altro. Quando mi risvegliai spensi la luce e a fatica raggiunsi il letto. Era stato gradevole parlare con quella signora. Tranne per quella reazione sull’argomento del cane. Era una persona a modo. Piacevole. Per quei pochi istanti la vita mi era sembrata meno vuota.
Non nascondo di aver sperato che tornasse a suonare alla mia porta. Per un paio di giorni mi sentii deluso. Poi me la sono ritrovata davanti. Una sera: Spero di non essere sfacciata, ma… mi servirebbe un po’ di pepe? Ebbi la prontezza di non chiederle per cosa. Le conosco bene le donne. E Domitilla ha fatto in tempo a mettermene sull’avviso. Non aveva in mente di uscire, anche se per tutto il resto il suo aspetto era curato alla perfezione. Con indosso la solita vestaglia che avevo visto. Capelli da sembrare spettinati. Il solito rossetto. Le unghie affilate dello stesso colore. Il solito profumo. Stessi tacchi. Gli occhi penetranti. Prego, si accomodi. E… Lei; Domitilla, vero? E’ trattenuta. Anche stasera? Anche stasera. Se posso?A Bergamo. Farà molto tardi. Non può tornare; domani
Mi ero giurato che stavolta non avrei perso la parola: Lo tenga pure, ne ho un altro flacone. Lei è troppo gentile. Di nulla. Non so come sdebitarmi. Debbo ricordarmi di comprarlo: Non deve. Posso offrirle una sigaretta? Grazie, non fumo. Lei è un uomo pieno di virtù. Ehhh! Ehhh! Si è seduta. Sembra non avere nessuna fretta: Posso offrirle qualcosa? Ho già cenato; grazie. Anch’io. Il pepe sopra il tavolo. Le dita che non smettono di giocare tra loro. La televisione in salotto. Ho paura di non riuscire a mantenere la mia promessa: Allora almeno un caffè? Non si disturbi. Mi sento in dovere. Non insista. Non vorrei sembrare unoPer quello nemmenoSpero non le dispiaccia. Faceva girare l’anello attorno al dito: Non sono una che se la tira; mi scusi. Nemmeno… Sembra avere caldo: E’ sicuro che non posso… fare nulla, per lei, per sdebitarmi? CredoSicuro. Sicuro, sicuro? Beh! forseDica. Non so se posso. Coraggio. Non vorrei sembrarle sfacciato. Lasci che siaAllora, dice che posso? Dica; la prego. Come crede. Siamo tra adulti, che ci sarà?Spengo la tele e torno. Faccia.
Tra la cucina e il salotto non c’è poi tanta strada da dare il tempo di riflettere. Lei è ancora là, seduta, tranquilla: EccoDov’eravamo rimasti? E’ stata lei a darmene il permesso. Certo. Sì… insomma… la sa fare la battaglia navale. Non mi dicaLo so che nonNo, piace anche a lei. Ne vado pazza. Il suo entusiasmo è evidente. Non riesco a crederci: Io… tutti i giochi da tavolo, ma su tutti quello. E’ una vita… ne avrei proprio voglia. Anch’io. Mi facevo riguardo. Vede che non doveva. Lei non saPotremo farlo ogni volta che sua mogliePotremoE anche stando ognuno a casa propria, quando c’è. AncheNon chePazienza. Però me lo deve promettere. Cosa? Che non mi farà fare troppo tardi. Giurin giuretta. Credo che ora che ci conosciamo meglio potremo darci anche del tu. Se posso… certamente Luisa.

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