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Posts Tagged ‘ragazzi’

A sera a casa di Santina. Lei sembrava distratta. Smaniosa. Per tutto il tempo se n’era rimasta in silenzio. Senza ascoltare. Mentre noi parlavamo di niente e di tutto. Qualcosa la preoccupava. Era strana. Era agitata. Si dimenava a scatti. Aveva caldo. Aveva sete. Non aveva appetito. Poi aveva ancora caldo. L’abito era scollato. Se si abbassava si vedeva tutto. Le si era risollevato. Non ci aveva fatto caso. Non l’aveva abbassato. Le si vedevano quasi le mutandine. Forse facevano anche capolino. Guardava di fuori. Non c’era una nuvola. Il buio tardava. Era quasi ora di andare. Speravo di non trovare traffico. Poi ho deciso di fermarmi per la partita. E siamo passati in divano. Io, lei e Antino. Con Antino in mezzo. Ha acceso l’aria condizionata. Aveva ancora caldo. Il vestito era tornato là, a mostrare le gambe. Lui l’aveva pregata di ricomporsi. Lei, con gesto di dispetto, lo aveva tirato su e poi rimesso com’era. E s’era chinata a versarsi un brandy dorato.
All’intervallo le squadre sono ancora sullo zero a zero. Non è stato un gran primo tempo. Anche Antino è d’accordo. Niente è cambiato. Nemmeno lei. Ma non sembra nemmeno lei. Lei è… più che Santina è proprio una santa. Mai lasciato adito al minimo sospetto. Sempre composta. Sempre irreprensibile. Prima di… Stasera sembra un’altra. Sembra non si faccia riguardi. Si gratta una chiappa. Annoiata. Le si scoprono ancor più le lunghe gambe. Lui si alza per andare in cucina. A prendere due birrette. Mi sento a disagio. Dovevo andarmene prima. Lei è una bella donna. Lo è sempre stata. Lui è fortunato. Non l’ho mai guardata con quegli occhi. E terreno di caccia dell’amico. Non mi permetterei mai di tradire la sua fiducia. Non lo farei mai. Sono fatto così. E non ce n’è mai stata occasione. In tanti anni. Però… non avevo mai notato che anche di seno non è proprio messa male. Quel vestito le dona. Ma la sembra soffocare. La fa sudare. Le sta stretto. Tutto il mondo sembra le stia stretto.
Così… ecco un’altra lei. Appena uscito lui mi mostra la nuova maschera. Oppure toglie quella vecchia? Con le donne, con donne come lei, non si finisce mai di conoscerle. E non si può mai sapere. Affermare di capirle veramente. Ora mi spiego il prurito che aveva dentro. So che di questa sera mi resterà impressa, in modo indelebile, per sempre quella sua ultima frase. Quella che non ti aspetti mai di sentire uscire dalle labbra di una donna. Anche bella. “Lo so, Giaro, che non lo dovrei fare. Scusa se te lo dico. Ho aspettato. Ho pazientato. Fin troppo. Non lo posso più fare. Mi debbo liberare. Non so tu ma io… Ho bisogno di scopare”.
È il suo compleanno. Non è proprio il regolo che uno si può aspettare… Che gli venga richiesto. Sono arrivato solo con una bottiglia di Barbaresco. Forse non sono stato carino. Forse il tono della sua voce nasconde comunque un senso di rimprovero. Non lo afferro. Forse avrebbe gradito di più delle rose. Un complimento giusto al momento giusto. Non me lo può rimproverare. Non è quello il mio ruolo. Con lei. Non la capisco perché forse non l’ho capita mai. È assurda. E del tutto inaspettata. Questa confessione. Sono troppo amico di lui. Ormai abbastanza anche di lei. La credevo felice. Li credevo una coppia affiatata. Non sono domande che mi potevo porre. E non mi aspettavo tanta confidenza. Non vorrei dirle di no, ma non posso dirle di sì. “Ma Antino”?
Tutto è incredibile. Mi guardo intorno e guardo la porta. Può entrare da un momento all’altro. La partita sta per ricominciare. Lei la mette in pausa. Mi sorride con un sorriso diafano, distante. Un sorriso che si aspetta poco e non si aspetta niente. Rassegnato. Annoiato. Alza le spalle come un singhiozzo. Non fossi certo direi di aver sognato. Più che un sogno sembra un incubo. Una grande confusione. Un pasticcio. Da cui non so come uscire. Non lo doveva dire. Stasera non doveva essere questa lei. Doveva essere sola la solita Santina. La interrogo anche con gli occhi. Non ha bisogno di pensarci. Ha un’aria rassegnata. Sbuffa. “Con lui non c’è niente da fare. Sarebbe inutile”.
Mi accendo una sigaretta per tenere impegnate le mani. Sudano. Tutto io sudo. La guardo con occhi diversi. Cerco di non guardarla. Cerco di capirla. Di capire la situazione. Di crederci. Cavolo. Siamo qui noi due, e lui è di là. È assolutamente imbarazzante. Non so cosa le passi per la testa. Non so perché me l’ha detto. Che cosa spera. Già noi due bastiamo e la stanza è anche troppo affollata. Perché poi confessare quello che non si può avere? Che non può essere? Che è impossibile? Proprio a me. Grida al marito ancora nell’altra stanza, strizzandomi d’occhio: “Caro, fai un po’ di caffè? E ricordati di portare lo zucchero”. –credo si voglia accertare che ci lasci ancora qualche minuto. Poi lei, guardandomi negli occhi, sussurra e mi mette una mano sulla coscia. “Se non ne hai voglia te la faccio vedere. Vedrai che dopo la voglia viene”.
C’è il fondato rischio che venga anche senza essere ulteriormente invitata. Cerco una calma perduta che non trovo. Sembra non se ne renda conto. Se voleva sbigottirmi c’è riuscita. Deve essere impazzita. Non c’è altra spiegazione. Non esiste nessuna soluzione. Reso perplesso: “Come potremmo fare? Con lui”…
Di certo che non possiamo chiedergli il permesso. Ignorarlo. Nemmeno. Nemmeno mi immagino come. Invece sembra averci pensato e aver anche scovato un’idea. Non è granché. Lo dice anche lei. Però, anche questo lo dice lei, tutto è sempre meglio di niente. Tentare non nuoce. Ma crede che potrebbe funzionare. Il suo viso cambia. Diventa d’un tratto furbo. Il sorriso è tutto per me. Dice che, se vogliamo, si può fare. A lei sembra semplice. A me no. “Andiamo in soffitta. Con una scusa. C’è un po’ di polvere, ma c’è anche un materasso. Si può fare”.
Lui ritorna prima che possa risponderle. Meglio, non avevo nessuna risposta. Forse semplicemente avrei rifiutato. In un qualche modo. Forse le avrei chieste se è pazza. Pazza lo è ma… Mette in atto il suo piano subito. È diabolica nella sua candidezza. Glielo comunica quand’è ancora sulla porta. Con le birre e quei caffè nel vassoio con lo zucchero e i cucchiaini. “Caro, ti ricordi quel vecchio album di foto? Volevo farlo vedere a Giaro. Credo sia rimasto di sopra. Vado a prenderlo. Ti spiace? Giaro, mi dai una mano? Vieni.” –e mi prende per mano. Non l’accompagno, mi trascina. Prima che il marito abbia avuto il tempo di aprire bocca. Solo di protestare perché i caffè si sarebbero freddati. E riceve come risposta seccata che faremo in un attimo. E che i caffè possono aspettare. Di fare andare pure, intanto, la partita. E in corridoio si ricorda di prendere un paio di candele perché, mi spiega, sopra s’è fulminata la lampadina. “Così sarà anche meglio”.
Stasera è un film. Ma è solo il suo film. “Però non abbiamo tutto il tempo che vorrei”.
Mi sembra di navigare verso l’ignoto. Sballottato. Cerco di non pensarci. Ci penso. Non è un pensiero preciso. Sono ancora assente. Non la guardo tanto non la riconoscerei. Riconosco però la sua voce, nitidamente. Non mi lascia dire una parola. Non ci provo nemmeno. Intanto si giustifica e si spiega. “Non è che… Potevo chiederti se hai un amico. So quanto ci tieni. Magari ne parliamo un’altra volta. È che… Ne avevo proprio bisogno subito. Scusa”.
Non so come scusarla. Se scusarla. Se scendere in fretta le scale e prendere quella maledetta porta. Che una scusa se la trovi lei. Forse è tutto solo uno stupido scherzo. Al buio incespico e rischio di cadere. Ritrovo l’equilibrio appoggiandomi a lei. Al fianco. Poi la mano scivola e trova la natica. È un gesto d’istinto. Non voluto. Dettato da troppo. Quasi casuale. Quasi naturale. Faccio per toglierla subito. Vedo che lei non reagisce e la lascio. Lei si sorride volgendo leggermente la testa e mi lascia fare col suo consenso. Intanto accende le candele e mi invita di non aver fretta. Perché basta la sua. Continua a farmi strada. Sposta col piede alcune cose. L’aria è poca e rarefatta. C’è un enorme disordine di cose buttate alla rinfusa e poi dimenticate. Se ne scusa senza preoccuparsi più di tanto. Anche meno.
Intanto è tutto precipitato. Comincio ad essere presente. La mia mano continua ad interrogare quella sua geografia segreta. La polvere non è solo un pochina. Il materasso è lì in un angolo. Allarmante. Squallido. Sembra non sia stato utilizzato da un secolo. Non ha nemmeno la pazienza per spogliarsi, si limita a sollevare l’abito e se le toglie. Poi si stende e aspetta. Fiduciosa. Mi guarda. Non pensa di nascondere gli occhi. Mi invita anche con lo sguardo. È troppo tardi. Nel dubbio fa come aveva detto. Preoccupandosi della mia voglia. Non ne avrebbe bisogno. È troppo tardi. Batte il palmo e si alza una nuvoletta. Reprime un colpo di tosse. È troppo tardi. È troppa la voglia di conoscerla. Le faccio uscire un seno. Mostra di non aver tempo per quelle frivolezze.
La bacio e la sua bocca sembra mi voglia ingoiare. Mi guarda con due occhi… Poi ha un tono amaro. Poi ne ha uno dolce. “Sarò io, ma nessuno sembra più voler suonare la mia chitarrina. È che… è passato un sacco di tempo. Non mi ricordo nemmeno quanto. Né come mi dovrei comportare. Fare. Per fortuna che ci sei tu, stasera. Mica avrei potuto chiederlo ad un estraneo”.
È troppo tardi. Il tempo delle parole è ormai passato. Nemmeno io stasera sono io. Non mi credo. Non sono là. Con lei. Cerco di sbrigarmi. Vorrei che almeno ora stesse zitta. Santina, e anche Incoronata (è questo il suo nome per intero), sembra non volersi zittire mai. Avere troppe cose da dire e da rimpiangere. Ma sembra decisa. Finalmente sostituisce le parole ai lamenti e ai sospiri e, alla fine, ai rantolii. E si prende anche il tempo di incoraggiarmi. “Vai che seri bravo”. È la fine. Prima di abbandonarsi ad un grido stridulo. Per fortuna lui non sale vedendoci un poco tardare. O per vedere cosa stiamo combinando.
L’album non lo cerchiamo nemmeno. Non le importa di dire che non l’ha trovato. Magari di dire anche solo qualcosa. Vuole ancora un ultimo attimo per noi. Per una sigaretta. Mi accorgo che assomiglia un poco a Faye Dunaway. Non l’avevo notato. Me le infila in tasca per ricordo. Aspirando sogna, gli occhi al soffitto; persi: “Credo di essermi innamorata. Non di te, sciocco. Tranquillo. È che l’amore finisce sempre in noia. Anche quello più grande. Era da un po’ che avevo pensato di farmi l’amante. Con lui… niente. Con te è stato diverso. Molto diverso. Complimenti. Sei stato proprio un… giaguaro. Conosci Jawaad? Pensavo… perché non mi prendi con te”?
Credo sia meglio che continuiamo ancora con questo discorso. Certo. Non sarebbe educato limitarmi ad una sola volta. Non sarebbe… È troppo bella per non riprovarci. Credo così che sia anche salutare che continuiamo a vederci. Che farà bene a entrambi. Magari una sera alla settimana. Se non è possibile anche più spesso. Mai troppo. Se è possibile anche passare qualche notte assieme. Se la fortuna lo vuole anche qualche fine settimana. Con il marito se la sbrighi da sola. Per me resta un amico. Inutile fare ora troppi piani. Qualsiasi cosa posso programmare sarà questo perché è quello che deve essere. Sarà questo il nostro futuro. Ormai siamo legati per sempre.
Ma, appunto, ogn’uno a casa propria. Credo… Ora che mi sono fatto l’amante… Farebbe male ad entrambi voler cambiare le cose. Questo rapporto. È nato così ed è meglio che così rimanga. Inutile corre il rischio di trasformarlo in noia. Credo avesse ragione lei. Riesco solo ad essere laconico: “Ora credo che dovremmo scendere”.

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Io non rinuncio mai alla pennichella. Soprattutto quando il sole picchia, d’estate. Niente al mondo riuscirebbe a tenermi in piedi. Dopo un buon pasto mi prende l’abbiocco. Mi si chiudono gli occhi. Mi si svuotano le membra. Mi avvio che sto già dormendo. Distratto vuoto la vescica. Sarà una questione di digestione. E solitamente dormo pesante. Della grossa. E anche, a volte, sogno. Infatti ho creduto di sognare.
Vengo svegliato da una sorta di miagolio Ps! Psss!… È Marina. in piedi in fianco al mio letto. La sua figura. Nella penombra. Stagliata. Nel barlume di luce. “Fammi posto”!
Cerco di convincermi che è ancora sogno. Per cautela bofonchio: “E Marisa”?
Comincio a dubitare che qualcosa non vada. Di non stare più dormendo. Che ci fa lei qua. Sono ancora assonnato. Cerco di mettere le cose a fuoco. Mi stropicciò gli occhi. E’ proprio Marina. “L’ho lasciata cinque minuti fa. È in giardino a prendere il sole. Non si alzerà presto. Sai com’è”?
È un casino con due nomi così simili. È una vecchia tradizione. Secondo me sono manie. Parli di una e ti sembra di parlare dell’altra. Eppure i nomi le tradiscono. Non sono così simili. Una è castana. Marina s’è fatta bionda. Una è leggermente più alta. L’altra ha un paio di anni in più. Non ho mai guardato troppo alle differenze. Ci si frequenta. Ci si vede spesso. Anche a cena. Come tutti i parenti. Non potrei mai sbagliarmi, è lei. E non potevo certo immaginare… Scosto le lenzuola. Si sfila il bikini in fretta e viene sotto. “Spero di non averne preso troppo”.
Nella penombra non ho distinto nulla. La sento che vuole provocarmi. Schiocca delle rapide risate: “Non ne hai nemmeno un pochino di voglia. A me è venuta. E delle fantasie… Fantasie al sole”.
Lentamente mi sveglio. È tutto ancora incerto. Non so se ho voglia di lasciare quel mondo. Comincio a sapere per certo che voglio entrare in questo mondo Mi dico di fare presto. Le dico di fare in fretta. Mi allungo per baciarla. Non è questa la sua idea. Precipito. Succede tutto molto rapidamente. Vuole giocare con me. Mi dice cosa fare e me lo spiega. Senza nemmeno giri di parole. Nel sesso non sono un erudito come lei. Come scopro in questo momento che è lei. Non sapevo nemmeno che c’è un nome a tutto.
Mi chiede se non è una magnifica rana, ma la sua risata trattenuta sembra più un pigolio. La afferro per le tette. Ne ha meno della sorella, ma mi sembrano più sode. Forse la situazione rende tutto più bello. È complicato. Mi scosta le mani dandomi del birichino. Naturalmente siamo come due estranei. Non c’è sincronia nei nostri gesti. Non può esserci nei nostri pensieri. Resterei qua a lasciarla fare. Per il resto dei giorni. Vittima di quelle fantasie.
Rapida scende e mi dice che vuole scontare tutti i suoi peccati, che è un missionario dell’Africa. Che sono io che mi devo dare da fare. Che non posso stare solo a guardare. E far fare tutto a lei. Mi canzona come fosse un complimento. È impaziente. Sembra instancabile. Inappagabile. Invece… dopo poco… Poi mi spinge via. Si stanca abbastanza presto di tutto. Sembra che per lei non sia mai abbastanza. Ha subito un’altra idea. Voglia di cambiare. Non ho mai conosciuto una donna simile. Non la pensavo certo capace. Pare scatenata. Non smette mai di divertirsi. Per lei è tutto come un gioco. Senza nessun limite.
Mi spiega che vuole tutto. E vuole darmi tutto. È la mia schiava. Se voglio essere il suo principe. Il suo padrone Il suo. Re. Accenno di sì, ma non mi bada. Mi dice anche che è così che mi vuole adorare. Mi chiede se lo fa lei e lo fa. Lo fa proprio. Cioè mi dice di farlo e di sbrigarmi e me lo lascia fare. Stento a crederlo anche quando le sono dentro. E mi chiede anche “Cos’è? Non ti piaccio”? Non capisco la domanda. Per piacermi mi piace anche troppo. In questo momento anche più della sorella. Dalle sue labbra esce una sorta di nitrito strozzato. Sembra scatenata. Si agita. Sfrenata.
Poi si ferma. Sospira. Mi dice: “Ora toglilo”. Non sono mai stato io a governare niente. Le chiedo premuroso se vuole fumare. Si terge il sudore. Pensa in silenzio. Penso semplicemente che voglia fare una paura. Penso a Marisa e tremo. Non potrei fermarmi. Niente mi può far dire di no. Lei non accetterebbe mai un no. Ne sono certo. E non voglio deluderla. Aspetto. Mi dice divertita: “Non c’è tempo per i giochini. Per le sciocchezze. Per le piccole cose c’è sempre tempo. C’è tempo dopo. Un’altra volta. Magari. Ora voglio fare solo quello che ho voglia di fare. Quello che m’ero chiesta”.
Mi dice di stare buonino, e che ora beh! gliene è tornata voglia e vuole smorzare la candela. Per la verità lei dice. “Questo mozzicone di candela”. Di lasciar fare ancora a lei. Non ho lamentele. Sono sempre stato un tipo accomodante. E amante delle comodità. Lei torna a salirmi sopra. Mi ero ripromesso di fare presto. Le avevo detto che ci dovevamo sbrigare. Non so quanto tempo è passato. Troppo. Più del previsto. Sicuramente molto. Siamo proprio in quella posizione, io prigioniero sotto di lei. Immobilizzato dal suo morbido e meraviglioso peso. Intrappolato in lei. E la mia Marisa, che ormai s’era svegliata, entra. Non ha nemmeno un attimo di perplessità. Istantaneamente va su tutte le furie. “Che cazzo stai facendo; puttana”?
Il dialogo, cioè la zuffa è rapida. Nemmeno Marina è una da mandarle a dire. Ma tanta volgarità non l’avevo mai sentita nelle labbra della mia signora. “Ma sono tua sorella”.
Tanto grida che rischia di strozzarsi: “E quello è mio marito. E tu fermati coglione”.
Sono già immobile e ridicolo con quella faccia esterrefatta. Marina non è nemmeno spaventata. “Che sarà mai”?
Certe porcherie falle col tuo, baldracca”.
Ero qua. Insomma. E poi modera i termini che anche tu”…
Con l’indice indica perentoria la porta rimasta aperta. “Io cosa? Scendi… cioè esci… insomma vieni di là. Sei sempre stata una zoccola”.
La sorella non s’è fatta smontare. Almeno così sembra a me. Non ha perso il suo giovale buonumore. “Per così poco. Non potevi aspettare solo un altro attimo”?
Però ubbidisce e scende. Io resto impietrito. Le lascio andare. Sarei pazzo a cercare di trattenerle. Sprofondo nel mio abisso. Nelle mie colpe. Nel mio rimorso. Ormai è tardi. Mi riparo sotto le coperte. Il piacere lentamente se ne va. Svanisce. Le sento gridare come delle forsennate. Stavolta si ammazzano. Invece smettono dopo poco. Penso che Marisa abbia messo la sorella alla porta. È così che si sfascia una famiglia. Cosa ci potevo fare? Non è tutta colpa mia. Certo che uno coi coglioni dovrebbe dire di no. In certe situazioni. Cerco una scusa per quando esco. Perché prima o dopo dovrò pure uscire. Non la trovo. Mi aspetta l’inferno; ne sono certo. Poi sento ridere. È strano. Trovo il coraggio. Mi infilo le ciabatte e le mutande ed esco. Che sia quello che deve essere. E loro sono in salotto che se la ridono di gusto. Le due sorelle. Resto inebetito a guardarle. Muto.
Sai cosa mi ha detto la porca? Ma io la conosco bene. So bene di cosa è capace. Tu non lo sai. Nemmeno lo immagini. Mi ha detto che sei stato tu. Che gli hai detto che ne aveva il permesso. La mia autorizzazione. Che te l’ho data io. Gliel’hai giurato. Nemmeno questo l’avrebbe convinta ma… Sembra che, tu, grande cornuto, le hai giurato e le hai spiegato che è per un’opera quasi caritatevole. Buona. Che il medico avrebbe detto, a me, che quella posizione può aiutarti. E aiutarci. Che un po’ alla volta te lo può far crescere almeno un po’. È vero? Come hai fatto a inventarti una balordaggine simile”?
E ride guardando la sorella e la sorella ride con lei. Poi escogita quella che pare una vendetta. Si guardano e sembrano inventarla entrambe nello stesso istante. “Vediamo se è vero? Se funziona”?
Noto che Marina s’è ricoperta, per discutere. Continuo nel mio silenzio a stare immobile. Gli occhi sgranati. Ma Marisa lo ripete come un ordine. Con un tono che non concede replica. E alla sua insistenza si aggiunge la sorella. Ma Marina ha un tono alquanto ironico. “Tira giù quelle cazzo di mutande”!
Non posso che obbedire e fare. Controvoglia. Mi sento ridicolo, con lo slip sulle caviglie. E loro che guardano e tirano gl’occhi. “Te l’ho detto, non c’è niente da fare”.
Beh! poverino. Forse è perché siamo stati interrotti”.
Interrotti un cazzo. Così è e così rimane”.
Forse è solo spaventato. Se gridassi meno forte. Non cambia il fatto che ci hai interrotti. Prova a essere più carina. In fondo è come non l’avessimo fatto. Nemmeno cominciata la tigre accovacciata. Scommetto che lui ha ancora tutta la sua voglia. Vero piccolino”?
Non c’è vero affetto nella sua voce. Solo una parvenza di derisione. Cos’ho fatto? Credo che Marisa non mi ami più come una volta. È un po’ che ho questo sospetto. Bada a tutto. A troppo. È irascibile per niente. Mi dice: “Sai che niente è ancora qualcosa di più”. Le sue parole leggermente mi offendono. Eh! che cazzo. lo dico io stavolta. Penso: Non è un po’ tardi. Forse… comunque… mi dovrei scusare? Con chi?
Sono confuso. Penso a Marisa. Alla ex incavolata Marisa. Penso a Marina. Quella svagata. Quella senza freni né riguardi. Mi faccio confusione. Penso alla Marina che ho scoperto. Che non conoscevo. Non si può fare confronti tra due sorelle. Non sarebbe bello. Leale. Però è una vera acrobata. E… Maurizio non me l’ha mai detto. Non sono cose che si dicono; della propria moglie. Magari nemmeno lo sa. Non sembra tra i più svegli. Mi accorgo di essere ancora lì, con gli slip abbassati. Ridicolo. Così mi sento. Come un imbecille. Certo che fa un gran caldo. Tanto vale… Li tolgo e mi tuffo in piscina. Tanto senza nulla addosso m’hanno visto entrambe.
Mi son fatta mia cognata. Beh! quasi. Spero che almeno lei si sia divertita. Mi faccio una birra. Spero che si fermi per cena. Mi ignorano e se ne stanno tra loro. Alla prima occasione provo a toccarle il culo. Riesco a fare quasi solo il gesto. Salta inviperita: “Che cazzo fai”? Signora la signora. Non ci capisco niente. Solo una mezzora prima… È stata lei ed è stata una prima. Non so se lo sa. Forse ho sbagliato qualcosa. Lo guardo. Da moscio non fa una gran bella figura. Ma è meglio se se ne sta buono.
Marina si ferma ma arriva anche Maurizio. Non so che cosa dire, preferisco tacere. L’imbarazzo è di tutti. Il silenzio è ingombrante. Non trovo nemmeno il coraggio per chiedere quando si cena. Mi alzo e, di mia iniziativa, vado a preparare degli aperitivi. Marina mi chiama con un “Vieni qui anche tu, frocetto”. Questo non lo doveva dire. E poi davanti agli altri. Mi incazzo veramente. Maurizio prova a ridere. Subito ripreso dalla moglie. Li sento.
Temo sempre quando una donna dice che ti deve parlare. La faccio espettare un paio di minuti prima di tornare. Loro, le sorelle, ridono assieme e assieme ce lo comunicano all’unisono: “Abbiamo pensato di dirlo a tutt’è due. Andate pure a fanculo. Col cazzo che le misure non contano”. Poi prosegue solo la mia gentile padrona di casa: “Tu puoi andare a fare le valigie. Non ti voglio qui un attimo di più. Tu invece puoi fare un po’ più con comodo, perché Marina si fermerà almeno un’altra settimana. Lei è d’accordo”.
Per quanto un uomo si possa sforzare non le capirà mai le donne. In caserma è diverso, tutti mi trattano col massimo rispetto. E li faccio scattare. Perdio, sono il colonello Spingardone.

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Sono rimasto completamente calvo, ma non ho perso la speranza nella ricrescita.
Ho trovato anche una poltrona di seconda mano per farla lavorare più agevolmente. E ormai il bagno grande è riservato a noi. Almeno quando deve venire lei. Aveva imparato, sperimentando su di me, anche a tagliarli. Mi sistema anche la barba. Le sopracciglia. Rade invadenze eventuali sulle orecchie e sul naso. I peli continuano a crescere da per tutto. Solo sulla zucca mi hanno completamente abbandonato. Per ora. Ma l’apoteosi resta il trattamento in testa.
Non mi guardo allo specchio perché la mia immagine mi fa ribrezzo. Mi imbavaglia come un ragazzino. Si preoccupa che stia comodo. Poi si mette all’opera. Mi impiastriccia tutta questa palla da biliardo di olii e creme. Mi friziona. Mi massaggia. Mi sciacqua senza perdere una goccia, e ricomincia. Paziente. Io devo solo starmene lì buono e godere. E’ il paradiso. Le sue dita mi penetrano dentro. E’ una sensazione strana. Profonda. Straordinaria.
Giacinta va è viene. Non perché non abbia fiducia. Ci mancherebbe altro. Io mi fido di lei e lei di me. E poi vede la mia compagna. Cristelliana non è ragazza. ovvero donna, da grandi passioni. Una scusa vale l’altra. Solo perché siamo in casa. Per chiedere se la nostra ospite è stanca. Se ha voglia di un caffè. Di una pausa. Di quattro chiacchiere. Se le manca qualcosa, ma lei porta sempre tutto il necessario. Se c’è bisogno di altri asciugamani. Se ci sembra che ci siano delle novità. Forse anche lei mi preferiva con i capelli. Anche solo per avvertirci se deve uscire. Intanto il tempo scorre. Si avvicina a consumarsi. E sento uno strano formicolio come in sottofondo. Forse tutte queste cure, il trattamento. cominciano a funzionare. Certo funziona per il mio piacere.
Finalmente trovo il coraggio e glielo chiedo: “Posso chiamarti Cristi”? Lei me ne da il permesso con un sorriso stranito che sembra che sia io a farle il piacere. Mi sembra che sia più facile parlare. Senza troppe barriere. Senza troppo remore. Con un po’ di confidenza. Ormai ci vediamo da mesi. Ormai qualche volta si mette anche un po’ più libera. Bada meno all’etichetta. Ormai l’aspetto anche se sono in pigiama. Con l’accappatoio. Come oggi. E’ una ragazza strana. Che sa stare al suo posto. Non so darle un’età precisa. Potrebbe avere venticinque anni come trenta. E almeno una decina di chili di troppo. Anche se ultimamente mi sembra che stia più attenta.
Giacinta è venuta a controllare ed è già uscita. Nemmeno sono stato ad ascoltarla. Per un po’ non entrerà per chiedere se ne abbiamo ancora per molto e come va. Mentre lo dico mi chiedo se mai non sia l’idea più balzana di tutta la mia vita. Bizzarra. E lei mi guarda esterrefatta. Colta completamente di sorpresa. In contropiede. Forse l’ho detto solo per trattenere ancora un po’ la sua presenza. Forse senza pensarci. Forse per essere cortese. “Posso essere io a farlo a te”.
Quel “Te.” mi da un senso di serenità. “Che cosa”?
Spalanca la bocca contornata da quelle sue labbra sottilissime e irregolari. “Ma dottore”…
Uno shampoo”? Per la prima volta si distrae e mi sfiora. Con un seno. Impercettibilmente. Ho la conferma, forse solo l’impressione, che siano come pensavo. Come me lo sarei aspettato. Leggermente abbondante, ma un poco rassegnato. Poi penso ad altro. Correttamente. Aspetto solo la sua risposta. La sua decisione. “Solo uno shampoo”?
Tace. Chi tace acconsente. O almeno valuta la proposta. Non le lascio troppo tempo per riflettere. “Che sarà mai? Voglio provare. Mettiti comoda”.
Lei alza le spalle e ci cambiamo di posto. Sostituisco l’asciugamano prendendone uno pulito. Lei piega la testa e lascia che glielo sistemi sul gozzo e sulle spalle. Ci infila sotto le braccia. Sono stato attento. Ho visto come fa. Ne scelgo uno all’olio di palma. Le bagno i capelli e li riempio di shampoo. Poi inizio a frizionarli. Monta una schiuma incredibile. Si perde quel colore opalino. Diventa bianca e abbondante. La faccio lievitare e straripare, poi la lascio solo depositare per un po’. Intanto cerchiamo di dialogare del più e del meno. Lei resta ad occhi chiusi. Le palpebre appena accostate. Come in trans. La sua voce sembra navigare distante. “Lo sa lei, dottore, che non mi è mai successo”.
Non le chiedo niente. Lo prendo come un incoraggiamento. Quando torno a prendermi cura di lei volutamente le sfioro quel seno. Lo stesso. Quasi solo per curiosità. Lei sorride. Non ha trovato malizia in quel gesto. O non lo sa oppure mi perdona. Direi che ormai siamo quasi amici. Me n’ero accorto all’istante, la cosa funziona anche così. Anche di più. Avverto che mi piace immergere le dita nella schiuma e nella sua chioma. Frugarla. Aggrovigliarla e poi sbrogliarla. Pettinarla con le unghie. Leggero come una piuma. E poi ancora. E ancora. Mentre è abbandonata nelle mie mani mi confida che a lei sono sempre piaciuti gli uomini calvi. Mi sorride alzando leggermente il capo. Torna a chiude gli occhi e penso provi quello che sto provando io. E che provo quando lo fa lei. Quando li sciacquo, già la prima volta, i suoi capelli lasciano un alone nero nell’acqua. Credo che potrei impazzire.
Forse non se ne accorge ma è troppo. Quello che provo è quasi esagerato. Prodigioso. Indugio sul suo cuoio capelluto. Manipolo e perlustro come se fossi in cerca di rubarle qualche idea. Se potessi infilarle i polpastrelli dentro la sua testa e se le idee avessero una loro fisicità. Fossero di materiale organico. Che potessi afferrarle, le idee, una ad una, tra il pollice e l’indice. La cosa sta durando fin troppo. Lei se ne accorge. Mi consiglia che è tempo di finire. L’acqua che scende non è più così nera. “Ora tocca a me, dottore. A servirla”.
Se non la guardo solo con gli occhi la vedo diversa. Non credo sia perché stasera è anche più nera del solito. Un po’ di colore le è sceso lungo il viso. Lo scaccia con la mano. Decisamente non è bella, ma è una donna. Anche se con una decina di kili di troppo. E le sue mani mi fanno impazzire. Ha i capelli ancora bagnati. Scuote la testa. Era troppa l’emozione. Non ho pensato al phon. Maledizione. Sono stato uno stupido. Ho perso l’occasione. Ma sono andato troppo oltre. Non posso lasciarmi sfuggire l’opportunità. Devo correre il rischio. Anche se so che potrei anche perderla. Non posso fare a meno delle sue mani. Ma mi hanno parlato dentro. Rigirato come un calzino. Sconvolto tutto. Perciò… Non posso sottrarmi. Debbo farmi temerario. Che sia quello che deve essere. Magari dopo posso provare a farmi scusare. Magari con un mazzo di rose. “Posso chiederle una cosa”?
Mi risponde immediatamente. “Dica pure, dottore”.
Me la può fare una cortesia”?
Si mostra disponibile. “Tutto quello che vuole dottore”.
Lo può prendere in bocca”?
Nemmeno l’accappatoio mi permette di mentire. Non sa o fingeva di non capire. Mi guarda con un diavolo per capello e gli occhi spalancati. Si pianta le mani bagnate sui fianchi. Ha l’aria di voler piangere. Ha il ghigno di volermi colpire. “Ma come si permette”?
Mi faccio più piccolo che posso. Mi rintano dentro di me. Non ho il tempo per cercare una scusa. Sono stato un idiota. Dovevo saperlo. “Non volevo offenderla. E’ che le sue mani su… su di me, mi hanno fatto sentire qualcosa. Una sorta di confidenza. Un bisogno di coccole. Mi spiace. Mi scusi se l’ho offesa”.
Espelle tutta l’aria che ha nei polmoni e ne trae un sospiro di sollievo. Si rilassa. “Ma se è solo quello. Chissà cosa ero andata ad immaginarmi. Se lo chiede così. E con gentilezza. Mi scusi lei, dottore. Capisco. Magari un… un pochino. Faccio subito”.
Mi spiegherà in seguito che aveva immaginato il lembo di quell’accappatoio. A cose simili. Io avevo pensato proprio a quello. Desideravo vederla fare il cagnolino. Se la guardo mi distraggo. Chiudo gli occhi e sono nella più completa beatitudine. Chiude gli occhi e non so immaginare cosa pensa. Forse anche lei pensa a qualcuno che in questo momento non c’è. Forse a qualcuno che non potrebbe avere. A una specie di principe azzurro, molto diverso da me. Forse solo a me. A quello. Per non distrarsi. Mi piace crederlo. “Cristo, Crista sei adorabile”.
La sventura è che dura poco. Esce per fare la pipì; credo. O per sciacquarsi la bocca. Non lo so. So solo che esce. Sta via solo un attimo. Torna e io ho ancora la testa da sciacquare per l’ultima volta. Non si e dimenticata di me. “Posso confessarle una cosa, dottore; spero che mi capisca. Che mi perdoni. Speravo che me lo chiedesse. Non ci credevo proprio. Mi so guardare allo specchio. E lei è un signore tanto gentile. Elegante. Le posso consigliare una cosa? Non prenda il caffè per un paio di giorni. Ho messo un po’ di cantarella nello zucchero. Così potrò farle lo shampoo anche tutti i giorni. Tutte le sere. Senza che quella, mi scusi, ci disturbi”.
Ora sono un vedovo inconsolabile. La casa è un po’ vuota senza la povera Giacinta. Mi sono tolto definitivamente l’abitudine per il caffè. Il fumo uccide, ma uccide di meno. E mi rende meno nervoso. Abbiamo deciso, io e Cristelliana, che lei viene tutte le sere, finché non si stabilisce definitivamente da me. Se non ha altri impegni si ferma anche a dormire. Solitamente mi allarma prima: “Se ha pazienza, dottore, poi facciamo come quella magica sera. Io li lavo a lei. Lei li lava a me. Senza fretta io li lavo ancora a lei. E poi, se fa il bravo… E poi”… Lascia la frase in sospeso. Non lo dice mai, ma sorride sempre con quel ghigno da furbetta. Stasera ha i capelli del colore della zucca. Sembra diversa. Stasera ho tutta l’intenzione di sporcarli di me e poi risciacquarli, e sporcarle anche tutta la sua brutta faccia.

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A vederli gironzolare sembrano frutto di tre amici rimasti soli al bar.
Due personaggi sfuggiti alla penna di Stefano Benni. Messi in musica da Samuele Bersani. Nella Bologna di Carlo Lucarelli. Semplicemente perché la salute di Claudio Lolli non era più la stessa, quella di Paz[1] andava ancora peggio, se si può dire così, e Marino Severini era il tournée con i suoi Gang. Per questioni di necessità.
Inutile chiedere in giro: nessuno avrebbe potuto distinguerli. Non perché fossero uguali, non si assomigliavano affatto. Uno era lungo lungo e biondo, coi lunghi capelli lisci, le mani sempre in tasca e un naso che arrivava con un buon quartino d’ora in anticipo. L’altro era un po’ meno alto e meno secco, aveva i cappelli che non si saprebbe saputo dire, ma sicuramente scuri, e due occhi sempre accesi; e non risparmiava certo nella sua collezione di brufoli. Solitamente uno era incazzato nero sempre e brontolava, forse il biondo, e l’altro pure. Semplicemente perché nessuno aveva visto l’uno senza vedere insieme l’altro.
Anche per l’anagrafe comunale era così o quasi. Sul registro cartaceo apparivano come Maiano e Zizinho, nati tra il primo e il cinque maggio, da N e NN. Come una sola registrazione e una sola persona. Il registro informatico invece non ne aveva voluto sapere. Zizinho aveva cercato di classificarlo come cognome, e alla data di nascita era andato tutto in crash. Pretendeva, la stupida macchina, una data unica e precisa. C’era un box con una sola possibilità di inserimento per il giorno, o 1 o 5. Avevano provato con una soluzione intermedia, cioè il tre. Avevano subito capito che ad ogni stringa da digitare si sarebbero trovati davanti agli stessi problemi e avevano rinunciato. Nessuno era stato in grado di trovare una soluzione. Alla fine si era deciso di abortire l’inserimento dati e di accontentarsi unicamente della carta. Quello era stato assolutamente il primo problema creato dei nostri due, o, per meglio dire, derivato, anche se del tutto involontariamente da parte dei nostri, dal loro stato.
Non che fossero cattivi; non si poteva certo dire fossero buoni. Se domandavi in giro ti sentivi rispondere Ah! quelli, meglio lasciarli stare. Stesso orfanatrofio. Sembra, ma molte cose sono incerte e vaghe, che uno sia stato abbandonato da una ragazza madre, per la vergogna, e l’altro i genitori non li avesse proprio mai avuti; icona delle storie del cavolo. Non si sa se nemmeno all’entrata a quel ricovero siano stati registrati separatamente. In quel posto non ci rimasero molto. Quella viene ancora menzionata come la loro prima evasione.
La prima volta che fecero parlare di loro il meno biondo la faceva ancora nel letto di notte. Rovesciarono la zuppa in testa alla mocciosa del tavolo accanto che si dava tutte quelle arie da principessa. Lei frignò per una settimana. Allora andarono a visitare il suo letto di notte e presero, per così dire in prestito, quel libro con solo disegni, che le era tanto caro e conservava come l’ave Maria. Non che amassero particolarmente la letteratura, nessuno dei due, ma solo per il gusto. Come sempre li presero quasi subito. In quel caso dopo l’esame delle feci. Se è capitato di sentirla raccontare lo facevano solo per ridere al ricordo di come s’era imbrattata tutta.
La vita è breve. Passa in un lampo. Sono inutili tante menate. E nella vita è sempre meglio correre, che fermarsi a pensare; ci può essere sempre qualcuno a correrti dietro. Lo skate dello stronzetto era proprio bello. Basta saper chiedere. “Me lo fai vedere”? Nella vita non conta il più forte, ma il più duro. Il più deciso. Il più furbo. A volte anche basta essere solo il più svelto. E in due si è sempre uno in più di uno. Ma una volta li hanno presi in cinque. Ne parlano ancora in piazza Grande. Cinque e non proprio minuti. Le hanno prese tante. Ma uno aveva un tirapugni in tasca e l’altro ha rotto una bottiglia. Alla fine li hanno stesi tutti e son rimasti a contare i caduti. E quei morti lamentosi li hanno pure pisciati.
Uno prometteva bene a dar calci al pallone, sembra quello che non era biondo, l’altro sapeva dare calci ma non lo prendeva mai, quando si trattava del pallone. Naturalmente se giocava uno bisognava far giocare anche l’altro, magari in porta. Visto da un ignoto osservatore, a quello bravo, ad un certo punto, proposero un contratto come pre-aspirante-promessa-dilettante in una grossa squadra. Rispose che non se ne faceva niente, che non andava da nessuna parte senza l’amico. Il contratto non fu mai firmato e gli spogliatoi del campetto della quasi grossa squadra semi-professionista presero fuoco di domenica, mentre tutti aspettavano di fare la doccia. Ma anche la partita non era proprio andata bene.
Ormai giovani ragazzi quando uno si innamorò si innamorò anche l’altro; della stessa ragazza. Ad una festa. Una stronzetta, maglietta a righe e zatteroni; tutta pelle e ossa e piercing al naso. Lei non ne voleva proprio molto sapere. Né dell’uno né dell’altro, e tanto meno di tutt’e due. Voleva fare la diva. Con un po’ di pazienza alla fine sono riusciti a convincerla, e la loro storia d’amore è cominciata veramente e alla grande, una decina di giorni dopo, quando lei ha lasciato l’ospedale. Ma poi era diventata molto docile. Alzava le spalle. Sempre imbronciata. Proprio come una ragazzina. Questo o quello era lo stesso, anche tutt’e due. Nessuno di loro era geloso. Bastava poco, un materasso. Bastava che portasse la grana perché, per un periodo, si era lasciata convincere anche a fare il mestiere per loro.
Uno dei due, insomma quello che a calcio rimuoveva solo le zolle, aveva imparato a strimpellare con la chitarra, e aveva anche una voce intonata. Acchiappavano. Più grandi loro e più grandi quelle che rimorchiavano. Salvo qualche rara occasione, perché le sbarbine, anche molto tenere, attizzavano entrambi. Erano più emancipate, sempre pronte a limonare, pronte a darla. Farlo con due era anche più divertente. Niente musi lunghi e niente stupide fisime. Alle feste li invitavano malvolentieri, solo perché un po’ di roba, a loro, non mancava mai. Avevano imparato la lezione. Per le zoccole c’era sempre lavoro. Niente crisi. I quattrini cominciavano a girare, anche se non bastavano mai.
Di storie da raccontare su loro, e quella loro vita, ce ne sarebbero ancora tante e ancora altre. Fin troppe. A cominciare dal loro innamoramento con la roba pesante. Ma nessuno né parla volentieri, e qui si è detto quanto basta. E non vuole essere un necrologio né ancor meno un’ ode. Perché voler andare contro corrente e infastidire il silenzio? Quella città non era fatta per gli eroi. La realtà non è mai stata creata per essere favola. E’ solo quello che è. La gente passa e va. Ci sono tipi così e tipi diversi. Loro erano solo Maiano e Zizinho. Due ragazzi come tanti. Due ragazzi del branco. Ma anche due tipi tosti. Non avevano avuto molto, anzi niente. Non che questo li giustificasse. Per le assoluzioni c’è sempre la chiesa. Sapevano quello che volevano e quello che volevano se lo prendevano. Decisi. Senza tante menate.
Poi Maiano o Zizinho, uno dei due, fa lo stesso, incontrò quella che ti mette triste. Quella che ti fa andare fuori. Quella rossa. Sono sempre le donne brave a mettere zizzania. Che mandano fanculo le cose belle come le amicizie. Una vita intera, tra loro, poteva finire in un istante. Divenne ancora di più malinconico. Perse l’appetito. Lei, la fata, non ne voleva proprio sapere di darla. Né lì in mezzo la sala, con occhi che vedono, né in un buco più privato. Tanto meno farlo anche con l’altro. Non ci pensava. Non se lo filava proprio. L’altro disse: “Lascia fare a me. Cazzo”! Sostenendo che ci avrebbe pensato a convincere lui la sgualdrina. Ma con lei era tutto diverso. Lui provare ci provò: “Io ti voglio bene, veramente. Cazzo”! Lei non era un tipo remissivo. Non si faceva convincere. Sembrava l’avesse messa sotto chiave. Lasciata in una cassetta di sicurezza. Lo lasciò toccarle una tetta. Poi stop. Gli tolse le mani quando aveva quasi raggiunto le mutandine. Tutto inutile. Invece la maliardona disse la cosa che li condannò entrambi: “O lui o me”.
La festa finì com’era cominciata, con entrambi che rinfoderavano le armi. E si rinfacciavano le colpe. Non si riconoscevano più. Dopo altre insistenze promessa gliel’aveva anche promessa, ma quando si sarebbe deciso. Da soli. Con un letto sotto al culo. E il marito distratto a guardare altrove. A farsi le sue. A menarselo distante. Magari quando era via. Ma non si toglieva dai coglioni. Questo solo rimandava la decisione. Poi il giorno venne. Era ricoverato, il marito, per dei calcoli renali. Faceva, il marito, il ganzo con tutte le infermiere, persino con le interinali, e anche le dottoresse. Si credeva un dio. Lui, Maiano o Zizinho, quello dei due, lo sapeva. Lei era una troia di quelle nate e fatte. Una di quelle insaziabili, ma che la faceva penare. Che si divertiva a farsi desiderare. E quella, la donna, telefonò alle otto di mattina. “Cos’hai deciso? O vieni con me o vieni da solo”.
Il discorso non gli filava proprio liscio. Ma poi, se possibile, l’incantatrice fu anche più precisa. E più subdola d’una serpe. Era proprio senza alcun ritegno. Gli annunciò che si sentiva troppo sola. Che il letto era troppo grande per lei. Desolatamente vuoto. Che lo pensava da giorni. Da quella sera stessa. Che non poteva più vivere… Di quanto aveva sognato e sospirato questa occasione. E poi ancora, come non bastasse, cominciò ad elencargli tutto quello che avrebbe voluto fare. Con lui. Gli confessò che si era già fatta una doccia. Profumata e preparata, proprio per lui. Che era quasi nuda, stesa sulle lenzuola. Che si stava già sfilando il tanga, e che sotto era già un torrente in piena, straripante. Forse fu quest’ultima ammissione, la visione di una sorta di tsunami vaginale, che le convinse. Se la raffigurava là, davanti ai suoi occhi. La vedeva. Stava già sudando e disse solo: “Arrivo”.
Ma se c’era uno più furbo dell’altro non era lui. Non aveva ancora finito la prima. Stava riprendendo fiato. L’appartamento intero fu scosso da un orrendo boato. Lui nudo, lei nuda, l’amico davanti a loro. Aveva sfondato la porta. E aveva due occhi come l’altro non li aveva mai visti, lanciavano fuoco. Lo stese con un pugno e prese il suo posto, mettendo alla puttana una mano lì e una sulla bocca, per soffocare quelle grida. Era la prima volta che menava l’amico. Gli dispiaceva essere stato costretto a farlo. Le spiegò, senza togliere una mano, che doveva fare silenzio. Stare zitta. Che se faceva la brava forse non si sarebbe fatta troppo male. Mentiva. Quegli occhi le mettevano paura. Le ordinò di fare sì con la testa, se aveva capito e se era d’accordo. Lei fece quel cenno rassegnata. Tremava di terrore. Lui ansimava e lei aveva capito che era deciso. Cercò di supplicarlo con i suoi occhi e sottovoce. Niente da fare.
Le ordinò di girarsi. Lei protestò con l’ultimo fiato con la voce che tremava: “Non vorrai mica?”… aveva perso anche l’ultimo appetito. Lui le aveva spiegato che per lui non faceva differenza. Sbatterla se la sarebbe sbattuta. Poteva scegliere lei se prima o dopo. Quando ancora respirava o da esanime. Lei scelse la prima opzione, sperando di salvarsi da quella immane ira, e si voltò quasi docile. Ora sapeva di avere sbagliato. Ciò che la natura unisce non può una donna separarlo. Ma lui era deciso. Le aveva detto di tacere e di limitarsi a eseguire gli ordini. Poi le aveva date le istruzioni spiegandole tutto per filo e per segno. Cosa doveva dire, quando poteva gemere, come si doveva mettere. Che non era obbligata a farselo piacere.
Lei singhiozzava ma senza voce, mentre lui aveva lo stupro che aveva sempre sognato, il più fantastico di tutta la sua vita. L’amico guardava tutto inebetito. Ancora non aveva ritrovato tutti i sensi. Senza distrarsi le strinse al collo il cavo del telefonò finché lei non smise anche l’ultimo respiro. Le disse un’ultima volta Puttana! a mo’ di saluto. Poi scese e raggiunse l’altro. Quello si massaggiava il mento e lo fissava attonito. Si erano giurati che niente al mondo poteva dividerli. Si sedette sul pavimento vicino a lui, e lo abbracciò, e gli infilò la spada maledetta, l’ultima, in vena. Poi attesero sereni entrambi la morte. Nemmeno quel viaggio potevano farlo da soli.
[1] Andrea Pazienza

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Io e Giacinta siamo sposati da vent’anni. Le voglio bene, ma, diciamo così, i gesti d’affetto si sono raffreddati; sono diventati più vaghi. Credo succeda a tutte le coppie. Lentamente e senza che nessuno dei due se ne accorga. Scivolando nella noia. Insomma viviamo bene insieme e ci ignoriamo con simpatia. Litighiamo anche sempre meno, e sempre e solo ancora per cose banali. Abbiamo perso la passione anche per quello.
Credo sia così anche per lei. Io sono un tipo un po’ sedentario. Qualche avventura ma niente di più. Nulla capace nemmeno di riscaldare il nostro rapporto. Sempre cose molto brevi che non hanno lasciato ferite. Ma ho sempre meno voglia anche di quello. Però lei è una buona moglie. Sempre attenta e premurosa. Mi accudisce bene. Con cura. Ha sempre una parola premurosa, e la casa è sempre in ordine. Su me non transige: non mi lascerebbe uscire meno che assolutamente ordinato. Vuole essere ancora orgogliosa di me.
Solo da poco ho un piccolo segreto. Ho scoperto la beatitudine di una donna che mi accarezza i capelli. Non si può nemmeno dire che è un vero vizio. Solo che avere le mani che mi frugano delicatamente e mi accarezzano il cuoio cappellino è un vero e proprio godimento. Me ne starei sempre lì, con quelle mani in testa. Ora vado dalla parrucchiera, uomo donna, almeno tre volte la settimana. E vado sempre dalla stessa. Da Sansone’s shop.
La prima volta ho accompagnato Giacinta, mia moglie. Poi ho imparato la strada. Sono sempre gentili e non mi fanno aspettare troppo. Lo shampoo è il trattamento da me preferito. Si inizia sempre con quello. Non nego che inizialmente ero un po’ imbarazzato. In mezzo a tante clienti. Che raccontano e spettegolano. Anche le riviste sono quelle preferite dal gentil sesso. Cose sulle celebrità e di gossip. Spesso sono l’unico maschio. Un po’ alla volta mi sono liberato dai miei pregiudizi. Sono diventato uno dei clienti più affezionati.
Ci sono diverse ragazze. Non le ho mai contate. Saranno un otto dieci. Tutte sempre affaccendate. E’ c’è la signora Maila Elizabettta Valarie, la padrona, che tutti chiamano Eli. Giacinta mi ha consigliato di non chiederle del suo nome. Non so perché. Credo che sia originaria da Bran, un posto che mi era, fino ad un attimo prima, sconosciuto; che dovrebbe essere nei Carpazi. Non so se in Ungheria o in Romania. Sicuramente in una delle due Repubbliche. L’ho sentito dalle ragazze che bisbigliavano tra loro. Senza farsi sentire. Sembra che con loro sia meno gentile. Che sia una che pretende. Forse è solo una mia idee tratta da sussurri rubati.
Tra tutte le ragazze quella che preferisco è Cristelliana. Certo non è bella. Forse è la meno carina. Forse non lo è affatto. Certo Diasporana è molto più graziosa. Ha una bella figura e il camice le sta bene. Spesso lascia qualche bottone del grembiule aperto. Poi è una che conosce l’arte di strofinarsi con gentilezza. Non che non la apprezzi. Non che non sia garbata come le altre. Forse lo è anche di più. Ma come me li lava e mi massaggia la testa Cristelliana, per me, non c’è paragone con nessuna. Anche se non è bella ha delle mani magiche. Un tocco fantastico.
I capelli però li taglia solo la signora Eli. Cristelliana a vederla non le si darebbe fiducia; un centesimo. Forse fa solo la shampista, e qualche eccezione per me. Non ha il grembiule, come le altre. Ha spesso i capelli neri, fin sotto le orecchie, con qualche strano ricciolo. In tagli che sembrano improvvisati o sbadati. Un sorriso sgraziato. Degli orecchini a dente di squalo. Poco trucco. E’ sempre insaccata in un paio di jeans e una maglietta, spesso macchiata, che mostrano molta fatica a contenerla tutta. Più che robusta è pienotta, anche nei posti che fanno infuriare le donne. Sui fianchi. Sulla pancia prominente che smotta. Sugli arti. Eppure dev’essere giovane. Con un sedere per sedie a due posti. Ha braccia da far invidia a più di qualche uomo, solo che sono tenere, flosce. E due tatuaggi, uno sul bicipite destro e l’altro affiora dallo scollo della maglietta, che odio, come odio tutti i tatuaggi.
Sotto quella maglietta deve avere abbastanza seno, che sembra già stanco. Ma sono pazzo delle sue mani. Ormai tutte mi conoscono, e sanno i miei guasti. Forse sospettano di quel segreto. Certo che a volte sono servito tra l’ilarità sbarazzina, veloce e temporanea. A volte credo si predano gioco di me, e allora mi affidano alle cure di Diasporana o di qualche altra; o della prima che si libera. Succede di rado. Sanno che posso aspettare. Quasi sempre mi lasciano servire dalla mia Dea. Lei mi fa accomodare. Mi prega di togliere gli occhiali. Mi chiede se va bene la temperatura dell’acqua. Se voglio quello rivitalizzante, rinforzante, tonificante, con balsamo, eccetera. Per me fa lo stesso e lo sa. Fa parte del gioco. Mi passa il pettine. Mi passa le mani sulla testa e… Poi, nella schiuma, comincia a farmi impazzire. Io chiudo gli occhi e volo.
Poi mi risciacqua e torna ad insaponarmi una seconda volta. Questa volta con meno energia. E’ una carezza molto intima. Un contatto onanistico. Le sue dita fanno sesso con i miei pensieri. Lentamente. Con sensuale dolcezza. Proprio come piace a me. E’ una goduria. E’ il massimo. Non mi hai mai sfiorato con altro che le dita. Nemmeno per un attimo. Nemmeno per un centimetro. Ed è di una precisione chirurgica. Mai una sola goccia d’acqua mi è scesa lungo il collo o si è avventurata dentro le orecchie. Mai il più piccolo fastidio che possa distrarmi dal piacere. Poi mi fa accomodare su una sedia girevole. Li asciuga col phon. Li pettina. E io cerco di ritrovare la calma. E ricomincio a provare malinconia.
A volte torno a casa ancora in preda a quell’eccitazione. A volte è persino tanto violenta da essere dolorosa. Certo Giacinta ignora la ragione di questo. Non la può nemmeno immaginare. E’ sorpresa e più spesso seccata. Non mi chiede e io non ho nessuna voglia di svelarlo. Quasi sempre mi allontana invitandomi a calmarmi. Io sbuffo e di malavoglia, in quei casi, ricorro al bagno. A Cristelliana non ho mai chiesto niente; niente di lei. Non ha importanza. I soldi se li guadagna tutti. Mi da già più di quello che mi potrebbe dare. Il nostro è già un rapporto soddisfacente. Quasi completo. E poi la amo solo quando chiudo gli occhi e sento il contatto dei suoi polpastrelli sulla testa. Se la guardo mi passa ogni entusiasmo. Non vorrei rovinare tutto. Forse un giorno le chiederò se posso chiamarla semplicemente Cristi.
Prendo appuntamento appena aprono. Così hanno tutto il tempo per me. C’è come più intimità. Senza il brusio delle chiacchiere delle ficcanaso intorno. Va tutto troppo bene per poter essere vero. No! non è colpa di Giacinta, questa volta. E’ solo che le cose belle sono sempre destinate a durare poco. Cristelliana mi sta sciacquando per la seconda volta quando mi da la notizia funesta. Il peggior pomeriggio della mia vita. Una vera pugnalata. Mi spiace che sia lei a dovermelo dire. Egoisticamente preferisco essere ferito da lei piuttosto che da un’altra. Che lo confessi la sua voce. E’ naturale che io reagisca male. “Dottore, –mi ha sempre apostrofato così, credo per una questione di rispetto– mi spiace doverglielo dire ma lo sa che sta perdendo i capelli”?
Quando sono tornato a casa ero proprio depresso. Non avevo voglia nemmeno di parlare. Solo di litigare. Non facevo che guardarmi allo specchio. Chiedermi Perché proprio a me? Era una sorta di penitenza fin troppo amara. Non sapevo che fare. Avrei voluto sparire. A cena ho mangiato senza appetito e quella notte non ho dormito. Ne sono seguiti dei giorni d’inferno. Poi ho rivisto la luce in fondo al tunnel. Cristelliana mi aveva colpito a morte e Cristelliana mi ha ridato speranza. Erano le quattro e un quarto del pomeriggio, anzi, per la precisione, le quattro e diciassette, quando ha suonato il telefono. Era lei. Ho riconosciuto la sua voce subito. Mi chiede se mi disturbava. Lei ho detto, con l’amaro in bocca, di no.
Sembrava contenta. “Meglio così. Parlavo con un amico, un mago del maquillage e della cura della pelle. E allora mi sono ricordata di lei. Scusi se mi permetto. Non so perché. Mi ha detto che potrebbe essere una forma di alopecia leggera, ma dalle mie spiegazioni lo esclude. Derivare da stress, allora sarebbe solo passeggera. Per essere sicuri sostiene che è meglio intervenire. Ed intervenire subito. Dice che si sono fatti passi da giganti. Che ci sono degli olii e delle pomate a base di erbe che fanno miracoli. Che favoriscono la ricrescita”. Non sapevo come ringraziarla. Ero fuori di me stavolta perché strafelice. Tanto da restare senza parole e senza fiato e non chiederle niente di più. Solo dopo mi son dato dello scemo e l’ho richiamata. Era a casa. In negozio m’hanno dato il numero, senza che dovessi insistere troppo. Forse hanno sentito che ero agitato.
Le chiedo come devo fare. Dove debbo andare. Mi dice cortese che se lo desidero, ma solo se lo desiderio, ma è un po’ costoso, però potrebbe passare lei per casa mia. Sarebbe una gentilezza solo per me. Fuori orario di bottega. Ma devo prometterle di non farne cenno al lavoro. Non c’è niente di male, ma semplicemente non vuole avere rogne. E qualche soldino in più fa comodo anche a lei. La tranquillizzo colmo di speranza da spendere in fretta. Proprio stasera Giacinta ha la canasta. Per le prossime sedute non sarà difficile inventare qualcosa. E poi che c’è di male. Non può essere gelosa di una shampista. Di Cristelliana. Si vede da lontano che è una che ha imparato presto il suo posto. E allora torno a vivere. Anche più di prima.
Stasera viene dopo cena per il primo trattamento. Quando suona sono già sulla porta. Arriva con un borsone con tutto ciò che le serve. Persino un paio di asciugamani bianchi. Mi chiede dove si può cambiare. Mi rassicura che le va bene qualsiasi posto. Le indico il bagno. Si sbriga in fretta. Esce con una specie di pigiama candido. Senza macchie. A prima vista sembra un’infermiera senza il cartellino. E’ più presentabile del solito. Quell’abbigliamento la fa sembrare più magra. Le toglie almeno un sette etti.
Mi fa sedere. Mi bagna la testa e la spalma con le diavolerie che ha portato. Più che profumo fanno puzzo. Ma non è troppo sgradevole. Comincia con un massaggio lento e profondo e meravigliosamente eccitante. Dice che devo avere pazienza. Ho tutta la pazienza del mondo. Non sapevo che dovesse durare per due ore. Avrei speso il tempo di tutta la notte; sotto le sue dita. Mi ci vorranno almeno una decina di sedute per sapere che tutto funziona anche su un cranio perfettamente calvo. Verso la fine esclama: “Ma… dottore”… Ma io sono già in preda al più straordinario appagamento.

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La chiamo zia ma non è mia zia, Zia Cesarina. L’ho sempre vista per casa. Fin da piccolo. Fa le faccende. Sistema le cose. La mamma, povera vedova che deve lavorare, e fare anche i turni di notte, con un figlio ancora piccolo, ha bisogno di qualcuno che la possa aiutare. Le voglio bene quasi quanto una mamma. Come ad una vera zia.
Credo di essermi innamorato. E’ ancora una ragazzina. Lei non lo sa. Mi sembra bella. La più bella. Credo sia per gli occhi con cui la guardo. Per quelle trecce. Per il suo viso imbronciato. Per il suo sorriso, soprattutto per quello. Per la sua voce quando mi parla. Per l’attenzione con cui mi ascolta. Per l’espressione che assume il suo silenzio quando riflette. Perché è lei. Perché è la mia più cara amica. L’unica. Dovrei dire era? Ora mi sembra essere diventata molto di più. Non so come si bacia. Non so se lo sa. Non so se avrò mai in coraggio di confessarglielo.
Ha due anni più di me, Serenella. Non credo che sia grave. Mi parla come si parla ad uno grande. Il problema è che non possiamo stare nella stessa classe. Ma ci troviamo durante la ricreazione. E facciamo sempre la strada insieme. Abitiamo a uno sputo; due passi. Credo di essermi innamorato quando sua madre mi ha invitato a entrare a fare merenda. In quella casa grade. Piena di tappeti. E mi ha dato i biscotti con la marmellata fatta in casa; la sua mamma, la signora Teresa. Teresa Bonfanti. Anche Serenella si chiama così, naturalmente, Serenella Bonfanti. Il suo cane, Rocky, mi ha fatto un sacco di feste. Ma i nomi dei cani chiedono la maiuscola? Chissà… Il papà non l’ho mai visto. E’ sempre via per lavoro. Poi la signora Teresa ci ha lasciati soli. A giocare sul tappeto. E’ stato in quel momento che ho capito. Anche. Forse. Forse lo ero già. Forse lo sono sempre stato, ma l’ho capito solo allora.
E quando mi ha preso per mano, per strada, ho provato una felicità indescrivibile. Immensa. Ha le mani tiepide e morbide. E le dita sottili e lunghe. Ma Serenella è tutta lunga. Cioè alta. Con quelle gambe lunghe e le calze nere. E’ già una spanna più alta di me. Da allora facciamo sempre la strada così, per andare a scuola, per mano. Dondolando le braccia. Se faccio il gesto lei mi precede: mi prende la mano. E si comporta come una mamma. Questo non mi piace troppo. Non so come ma vorrei che si comportasse come una vera fidanzatina. Anche se i ragazzi ridono. E lo so che si prendono gioco di noi dietro, alle nostre spalle. E dicono anche delle cose non proprio belle. Anzi un poca volgari. Non mi interessa degli stupidi. Vado diritto per la mia strada. Perché… le voglio bene… bene veramente. Se questo è amore allora è amore.
Poi una mattina… Quella mattina non è venuta. Non ci siamo visti. Poi ho saputo che aveva la febbre. Mi dispiaceva per lei. Ed ero giù di corda. Sono corso a prenderle i compiti. Volevo farle compagnia. Magari leggere un libro assieme. Solo un racconto. Non potevo perché era infettiva. Vuol dire che me la potevo prendere. Non mi sarebbe importato. Avrei voluto dividere tutto con lei. Ma la sua mamma è stata categorica. Mi ha rispedito a casa. Ma quanto sono arrivato vedevo tutto nero. Zia Cesarina non sopporta quando mi vede triste. Mi fa sedere sulle sue ginocchia. Come sempre quando sono così. O quando ha voglia di farmi le coccole. O quando sa che io ne ho voglia. O per raccontarmi qualcosa. Come a un bambino. Ma non sono più un bambino. Lei non lo sa, forse. Lei non lo vuole sapere. Per lei sarò sempre il suo cucciolo, mi dice, ed è tutta sudata. Che cosa c’è, piccolino?
Sono l’unico uomo di casa, il loro ometto. Certo mamma direbbe che sono troppo giovane per queste cose. Che sono ancora piccolo. Vorrei la smettessero entrambe con quell’ometto. Vorrei crescere in fretta. Zia Cesarina ha sempre il suo da fare. Ma lei invece trova sempre un attimo per me. Vorrei dirglielo. Anzi gridarlo. Mi sento disperato. E se Serena non guarisce? Come posso confessarle che vorrei morire? So già che mi chiederebbe cosa sono certi paroloni. Quando non so nemmeno cosa sia. Ma so quello che sento. Vorrei piangere. E i miei occhi lo denunciano. Alla Zia Cesarina non so nascondere nulla. Tanto lo scoprirebbe. Mi conosce come un libro che ha già letto. Ride prima ancora che mi venga in mente uno scherzetto, un capriccio, un dispetto. E come se mi potesse leggere in testa. Una volta o l’altra le chiedo come fa.
Gli occhi mi bruciano e nella testa ho solo un grande ronzio. Ride, con quella sua aria materna. “Non ti starai mica innamorando”? Lo sapevo che mi avrebbe mascherato. Fa caldo. Ha la blusa bianca generosamente aperta. Non è la prima volta, ma stavolta è diverso. Non so né come né perché, so solo che è diverso. Vorrei solo coccole. Vorrei che mi allattasse come quando ero piccolo piccolo. Vorrei… non lo so. Dentro quella camicetta c’è una sorta di rifugio. Una specie di nido caldo. Un riparo da tutto.
Guardo. Vede che guardo. Sorride senza far rumore. Mi sento strano. Poi si fa prendere da un’allegria che sembra divertente. Mi strofina la faccia sulle sue tette generose, sospirando Piccolo mio. Poi me le lascia succhiare squittendo come se le facessi prurito Piccolino mio, così dolce. Non so bene cosa succede lì sotto. Ho una grande confusione nella testa. Caldo. Poi, con il suo sorriso bonario mi fa accomodare, e continua quel sussurro paziente Piccolo mio. Sento che lei sa quello che fa. Mi sono sempre fidato di lei. Mi detta il ritmo. E’ la mia prima volta. E succede così. Ho una specie di sete che mi arde in gola e negli occhi. Ho fretta. E’ solo la ricerca di un godimento disperato. Dalle labbra mi sfugge un bisbiglio angosciato: “Zia Cesarina”… Lei mi sorride benevola e mi risponde solo e semplicemente: “Furfante”.
Non sono un furfante. Sono uno stupido. Forse solo uno stupido ragazzino. Amo Serena e invece credo, forse, di aver amato, la Zia Cesarina. Ne provo vergogna. So di non doverlo confessare. Nemmeno davanti al prete. E ho perso entrambe. Perché quella zia mi ha detto Scordalo, è stato solo una volta. E il mio vero amore mi ha tradito. Andando a scuola, per mano, la mia dolce Serenella è triste. Si racconta e mi racconta che le piace quello stupido di Giulio. “Credi che glielo dovrei dire”? Mi sono sentito morire. Dovevo parlarle prima. Avevo già deciso. Credo che non glielo confesserò mai.

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1. Ognuno era arrivato in piazza per un percorso diverso. Per ragioni diverse. Senza invito, ma eravamo tutti là, in Piazza. Come se si fossero conosciuti da sempre. Da sempre giovani. La prima generazione di giovani. Fieri. Pieni fin troppo dei loro pochi anni. Ancora pieni di speranze e utopie. Così sono i giovani quando hanno vent’anni. Almeno così eravamo noi. Senza passato, ma armati solo di presente. Tutti avrebbero voluto gridare con gioia “Questo è il sessantotto”. Solo che gli anni si annunciano solo dopo. A volte anche parecchio dopo. Gli riconosci quando fanno già parte del passato. Non ci si dovrebbe provare nemmeno a spiegarlo al figlio di nostro figlio.
Non ci provo. Io personalmente ero arrivato per la mia canzone fresca di bucato: Dio è morto. Quella che partiva quasi come una citazione di Urlo di Allen Ginsberg. Quella che per ascoltarla ci si doveva sintonizzare sulla radio vaticana. Ma io ero già arrabbiato di mio. E ne avevo ben donde. Molte ragioni. E avevo consumato già le suole delle scarpe. E si erano spente da tempo quelle candele, e Charlie Chessman era stato ugualmente gasato come un topo alle 10:12. Senza certezze. Cella 2455. Ne avevo fatta di strada da quelle sere. Tanta per arrivare in Piazza. Eppure mi sono fatto trovare impreparato, senza Eskimo. Con i Pugni in tasca, ma senza sassi. Eravamo noi confusi, Come Pietre che rotolano.
Eravamo pronti a vincere tutte le battaglie e perdere ogni guerra. Ancora pieni di illusioni, a colpi di chitarra. Ma nessuno ti dice le cose prima. Rimandando un appuntamento con la Route 66. Sperando di incontrare Jack in qualche Sotterraneo o al Village. Con un po’ di pakistano nero. Frisco o Deli, Goa o Katmandu. Sì, soprattutto all’inizio, era tutto una gran confusione. Con la vita e troppo davanti. E ci credevamo immortali. Convinti che almeno il padre l’avremmo ammazzato. Che il mondo era nostro e l’avremmo cambiato. Personalmente, lo confesso, sono arrivato a Istanbul circa vent’anni dopo. E con l’aereo. Cosa importa. Allora non c’era tempo nemmeno per pensare, andavamo tutti di fretta.
Figli di quelli che avevano provato ad ucciderci fin da piccoli. Con il libretto in tasca. Noi a sparare slogan e loro a sparare e basta. Maiali. Perché Giovanni Ardizzone era già stato ammazzato. Vilmente ammazzato. Lo sapevo bene. Quello che ignoravo era che avrebbe aperto la lista. Ecco da dove arrivavo. Noi che ci prendevamo le scuole, loro a far esplodere le bombe. Noi orgogliosi di essere Noi e loro nell’ombra. Quell’ombra che li nascondeva solo con la connivenza. Forse loro lo sapevano che anno era. Chissà? Noi a parlare nelle fabbriche e loro a chiuderle e delocalizzarle. L’inizio della fine. L’inizio di ogni fine. Avrei voluto già una P38.
Leggevamo. Sì, leggevamo. E ascoltavamo musica. Di quella che è, già anche qui, una colonna sonora. Il sottofondo di quella avventura imparato a memoria. Scusate se lo confesso: mi innamoravo ogni giorno. Di tutte. Di quelle ragazze non ancora streghe, ma già un poco più libere. Sempre in rivolta. Sempre arrabbiate. Già Compagne. Senza reggiseno. Erano lì, al nostro fianco. Le Compagne. La cosa più bella di quello che avrebbero chiamato dopo sessantotto. E io tonavo ad innamorarmene. Curioso di vederle sotto. Di vederle dentro. E avevo una penna, ma non ancora il vetriolo. Chissà se mai lo avrei trovato? Imprevidente sedentario vagabondo. Già viaggiatore analfabeta di romanzi.
Rossana la piazza, la piazza

2. Nostalgico irriducibile romantico. Per una storia che non c’è più. Mio nipote mi guarda. Tace. Forse non gli resta niente da dire. Forse pensa che sia assopito. Non devo essere un bello spettacolo. Tace e io taccio mentre tutto quel mondo mi è addosso. E devo farla. Portateli via i tuoi maledetti biscotti. Sto lì con i miei segreti. Perché guardavo tutto straordinariamente esterrefatto. Gridavo con gli altri. Sì! Ma io ero un uomo che veniva dal passato Ecco un altro segreto. Ero un giovane vecchio. Il Che era morto. Venivo da là. Forse l’ho già detto. Non ho l’alzheimer, ma la memoria non è più quella di una volta. Se mai è stata più buona. La vista ora è quella che è. Se voglio sapere mi devo far leggere il giornale. La televisione è diventata ombre di luce in movimento. Eppure non ho mai visto i fatti tanto lucidamente. Maledetti. La rabbia era già in vendita. Un ruggito da topo. Chissà se vedrò mai il settantesimo anniversario di quei giorni?
Tutto cambiava e niente cambiava. Si sarebbero rimangiato tutto. Che splendidi idioti. Grida più forte! Come bambini a bocca aperta davanti ad una favola. Dopo troppe volte ancora a restare sorpresi e sognare di scoprire nuovamente il finale. C’era una donna sulle barricate del maggio. Assomigliava a lei. Fiera come lei. Mi innamoravo di tutte, ma ne ho amata una sola per volta. E le potrei dire le poche volte. C’è stata Giada. E poi Rossana. Il grande amore. Quello con la A maiuscola. E poi… E l’elenco finisce quasi prima di cominciare. L’amore era già finito quasi fin dall’inizio. Quando ci siamo lasciato. E’ stata lei. Lei mi ha lasciato. Ero troppo distratto per amare come avrebbe voluto. Come era suo diritto. Dopo non mi restava che piangere. Mi piangevo addosso mentre un mondo crollava. Troppo preoccupato di me stesso. Forse anche quella mia rabbia non era vera rabbia. Rabbia assurda come un onda molle che scivola sulla spiaggia; al Lido. Non fa danni. Tanto rumore per nulla.
La fabbrica occupata era un’assurda noia mortale. Come potevamo capirli? Loro in tuta, noi in jeans. Loro con i tempi della catena. Con il cottimo. Noi a bighellonare e poi, appunto, occupare. A passare la notte con una chitarra e una birra. Ci cantavamo addosso. Speravamo. Non siamo mai stati abbastanza cattivi. Non siamo mai entrati in fabbrica. Le stavano già chiudendo. L’ho già detto? I sindacati a contrattare sulle catene. Ad accontentarsi di quattro spiccioli. Di due anelli in più. Allentare. Di un’ora d’aria. Di altri cinque minuti di pausa mensa. Noi a sognare l’America latina. Gli ultimi fuochi. A sognarsi fedayn. Gli eroi invitti e sempre sconfitti. I già patetici idealisti, illusi. L’ondata di piena di un mondo che si capovolge. Il Paradiso ora. Vogliamo tutto subito. Non ci hanno dato niente. Solo la maledetta ero. E le nuove periferie.
Come un nuovo vecchio nostalgico pentito. Come un vecchio incensiere. Per manifestare Manifesto, anzi manifesterei. La danza dei cateteri. Le reti che cigolano. E allora Sciopero. Lo sciopero della padella. E’ duro sopravviversi a se stessi. Soprattutto per quelli che come noi hanno vissuto. O creduto di vivere. Che hanno sognato. O creduto di sognare. Che non hanno mai accettato di aprire gli occhi. Che credevano veramente che un popolo unito non avrebbe mai potuto essere vinto. Che loro non avrebbero mai piegato la schiena. Ne tanto meno abbassato la testa. Che volevano buttare a mare le basi. E rinnegavano i padri. Ma non li avrebbero, in verità, mai uccisi. Quelli presenti in tanti, troppi giornali. Quelli che marciavano dietro a un pifferaio, ma credevano fosse un tamburino. Ma questa, se avrò ancora vita, la racconterò, magari, un’altra volta. Me la racconterò.
Sono solo un esubero. Un povero vecchio. Ottanta non sono poi pochi. Ottanta spesi così. Mica avevamo tanti computer allora. Nemmeno uno smartphone. Non si può mettere ordine in una storia come quella. Nata nel disordine. Nata in ogni luogo e in tanti luoghi. Anche se oggi sono in questo letto e quelle canzoni mi tormentano ancora in testa. E sarò per sempre giovane. Perché l’unica lezione che ho imparato da allora è questa.

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