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Posts Tagged ‘ragazzi’

darlin_maxresdefault-2-1Vi ho mai parlato di Africa, cioè di Augusta detta Africa? No! credo proprio di no; perché questa è un’altra storia. Una delle tante. Per chi non la conoscesse nel nostro complesso lei cantava e suonava il violino. Non era alta, questo si dice di chi è abbastanza piccolina. Piccolina e formosa, ma sapeva farsi apprezzare. Aveva il diavolo in corpo e nessun ritegno. Carnagione scusa, da questo quel soprannome. Lunghissime treccine e forme piene. Molto piene, abbondanti. E non cominciava mai un concerto senza averlo fatto, dopo essersi fatta un bel po’ d’erba. Lei diceva proprio come Janis. Ma così vanno le cose, o andavano allora. E noi dovevamo suonare al King’s Palace. E doveva venirci ad ascoltare un produttore.
Quella sera avevamo appuntamento nel furgone mentre gli altri continuavano con il Sound Check. Non che dovesse rimanere un segreto. Ma io la raggiunsi furtivamente. Era la mia occasione. Ero emozionato, Non solo per la serata. Ero preparato al meglio, al massimo, non a una delusione. Invece, con lei, avrei dovuto esserne pronto. Infatti lo stava già facendo con quello stronzo buono a nulla che avrebbe dovuto occuparsi solo delle luci. Mi stava su quel posto già da appena l’avevo visto. Per un attimo non si accorsero di me. Mi sentivo un imbecille. Poi lei mi guardò e mi sorrise con quel suo fare innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se si stesse lavando i denti. Scusami un attimo. Sai… è solo che lui è arrivato. Mentre stavo aspettando. Non te la sei presa, vero? Magari ci… sentiamo dopo il concerto. E me ne uscii.
Non è stato il più bel concerto della nostra brevissima tournée. Ero distratto. Lei si era scordata di rimettersi le mutandine. Ero incazzato. Moisse aveva perso il tempo. Il piano aveva troppi tasti. Ad un certo punto le luci si erano spente. Fanculo, lo avevo detto che quel figlio… Dopo non avevo più un briciolo di energia. Lei aveva cercato di rabbonirmi, di consolarmi, facendomi vedere e giocare con le sue bocce. Già! da quando avevamo cominciato erano il successo maggiore e la cosa più gettonata di tutta la provincia. Forse è in un’occasione del genere che qualcuno ha coniato il detto che il tempo è d’oro. Ero fuori di me. In fondo la canzone era la mia.

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istock_000058983098_small_1739825Pareva che Teresa, quelli giusti, li avesse trovati tutti lei. Certo che Teresa era una che si dava da fare e ci sapeva fare. Almeno da come la raccontava lei. Era piena di consigli e li elargiva a piene mani. Solo che di quei consigli non sapeva che farsene. Inutile dire dopo cosa si sarebbe potuto fare prima. E poi nemmeno a lei mancava la fantasia. Forse era la pratica a farle difetto. Le sue domande poi erano le banalità più scontate che le avessero potuto propinare. A volte anche imbarazzanti, altre solo banali. Eppure era la stessa Teresa a confermarle che a lei non mancava proprio niente. Se non ti amano vuol dire che non ti meritano.
Certo che gli aveva fatto notare come avesse le gambe lunghe, e le cosce sode. Certo che conosceva il linguaggio di un sorriso ammiccante. Certo… anche del sedere. Certo che sapeva essere provocante. E impaziente. O, se serviva, paziente. E farsi riservata. E farsi spudorata, cioè un po’ arrogante e un po’ impertinente. Ma anche, se era il caso, un po’ santa e un po’ quasi quasi non te la do. Poteva essere qualsiasi donna e tutte le donne Per me… fa lo stesso. Come vuoi. Visto che siamo qui. Non lo avrei mai immaginato. Certo che tu… Non ti credevo così… Non guardarmi con quegli occhi. Come ti sembro? Scusa, puoi abbassare la luce. Ma mi hai vista. Abbi pazienza. Per chi mi hai presa? Datti da fare. E quelle cose lì. Tutte le donne lo sanno. E’ solo che poi vai a pescare gli uomini che le capiscono. E trovare quelli giusti. E il momento giusto.
Forse era solo una questione di tempo e di tempi. Se uno non lo conosci proprio a fondo puoi fraintendere quello che si aspetta. Che tipo è. Mica poteva chiederglielo Che tipo sei? Come ti piace farlo? Non sarai mica uno di quelli? Non è che poi mi deludi? Sei un toro o un agnello? O un capone? E la prima volta è sempre fondamentale. Lui ti guarda e ti sembra impaziente. Tu lo guardi e ti pare che la pazienza non saprebbe bastarti mai. L’amore ha sempre mille sfumature. E lei non parlava di amore, si accontentava di una semplice e sana avventura. Non cercava niente di più.
Al dire di Teresa Spresiano era un vero gigante, un bronzo. Doveva essere particolarmente fortunata. Lei aveva incontrato solo normo-dotati, quando non mini-dotati. Certo che il ricordo storpia, ma quando aveva, come dire? incontrato Spresiano non le era parso nulla di che. Per dirla tutta più pelle che carne. Per Teresa le poppe erano tutto, erano il suo segreto. Ma lei, Teresa, le aveva abbondanti. E anche un po’ cadenti. E se tra loro si doveva posare uno sguardo era prima su di lei che si soffermava e si soffermava un attimo di più, con maggiore interesse. Solo che spesso si soffermava solo quello sguardo. Il proprietario non riusciva a trovare le parole, il coraggio. Si allontanava con la sua voglia silenziosa. E la coda tra le gambe.
A sentire Teresa bastava essere disinibite. Cosa vuol dire? Si ha un bel dire disinibita quando nessuno cerca nemmeno di attentare alla tua virtù. Quando uno sguardo da pesce lesso resta solo lo sguardo di un pesce lesso. E te ne stai lì ad aspettare l’occasione e mastichi aria e l’occasione continua a farsi aspettare. Non ci sono più gli uomini di una volta. Dov’è finito il maschio cacciatore? A raccontare fantasiose rodomontate. A berselo corretto. A parlare di sport e di quella che lui chiama politica. A farsi lo spritz. A distogliere lo sguardo se lo guardi. Se incrocia i tuoi occhi. Se ti si scopre un po’ di gamba. Se si accorge che te ne sei accorta. Se ha ammirato troppo a lungo, secondo il fesso, la tua maglietta. Come se potesse darti fastidio. Come se un complimento potesse essere non apprezzato.
E’ stato allora che ho detto a Teresa vai a fartelo fare da un bassotto e pelo corto. Che mi sono alzata e l’ho raggiunto al suo tavolo Posso dirti due parole trascinandolo via dagli amici. Scusa, come ti chiami? Veramente… io mi chiamo veramente… Salvatore; perché? Salvatore, ho visto come mi guardavi. Credo si stia sbagliando; io mica la guardavo. Certo che lo facevi. Mi deve credere. Ti è piaciuto quello che hai... Non vorrei essereInsomma, se ne hai voglia allora abbiamo voglia in due. Non credo di capire. Certo che capisci, intendo… sì, insomma… scopare? Dice sul serio. Certo, solo una scopata. E’ che ioFacciamo in fretta. Una sveltina. Una botta e via. E’ solo che devo prendere il pullman. E si è alzato. Soddisfatto. Soddisfatto di che?
Non era male Salvatore. Non sarebbe stato male. Ero certa che ci stesse ripensando. Spettinandosi i capelli. Ma appena si era allontanato era giù una storia chiusa. Se si può definite una storia. E sono tornata da Teresa Sei ancora qua? Dove volevi che andassi? Non dire che non te l’avevo detto. E allora? Hai visto anche tu. Cosa? Allora nisba. Perché? Che ne so? Mica potevo dirle che aveva appuntamento con un pullman. Lei aveva riso. Gli uomini restano un mistero. Se anche trovano il coraggio solitamente non hanno neanche niente da nascondere. Puoi aspettarti che ti riempiano di parole. Sei un’illusa ad attenderti anche dei fatti. E’ una storia già scritta: gli uomini che incontri sono sempre gli uomini delle altre.

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istock_000058983098_small_1739825Ogni uomo è diverso ma alla fine sono tutti uguali. Anche se ogni uomo ama le cose che ama. Forse non la donna. Forse quello che la donna gli può dare. Forse quel momento che in quel momento sembra speciale. Unico. Forse quel finto rischio. Forse un po’ di apprensione. Ma se pensava agli uomini della sua vita, anche a quelli che l’avevano attraversata per quel breve istante, soprattutto a quelli, le prendeva una sorta di malinconia. Anche un po’ di malumore. Continuava a non capirli.
Claudio era la certezza, il porto in cui si poteva rifugiare. Non aveva certo molta fantasia e gli anni avevano cancellato anche quel briciolo di mistero. Però non dovevano chiedersi nulla. Anche se era come mangiare dalla vaschetta uscita dal microonde. A lui diceva tutto, o quasi. Ma lui era suo marito. Forse era stata solo una sua illusione pensare che per qualche motivo o con qualcuno la cosa sarebbe cambiata.
Il divano di Samuele non era stato la cosa più comoda in cui si fosse… dimenata. Avrebbe potuto enumerare le molle che l’avevano distratta. E non aveva mai capito se c’era stato quel briciolo di passione o se era solo erba buona. Ma lui era un ragazzo e nemmeno lei poteva dire di essere molto esperta in cose di… cuore; allora.
Giuseppe tutto casa e chiesa aveva creduto di incontrare una santa. Non era stato sfiorato dal dubbio che il piacere non avesse bisogno di una morale. Non ci si può lasciare andare completamente con uno che ti mostra le foto della famiglia. In silenzio gli aveva detto quello che si meritava.
No! di Matteo avrebbe potuto serbare un buon ricordo, anzi almeno un paio, se ricordava bene. Assolutamente niente di cui lagnarsi, tutt’altro. Non che lei fosse una che dava i voti, ma se lo fosse stata avrebbe meritato un ottimo. Si era veramente impegnato. Nemmeno con le parole si era limitato. Pareva veramente preso. Ed era uno da rendere orgogliosa una donna fin dal primo sguardo. Non fosse stata sposata avrebbe pensato che si potevano rivedere.
Con Corrado non era stato nemmeno sesso. Se n’era andata insoddisfatta. Lo aveva preso in mano mentre recitavano le formazioni, e le aveva sporcato il vestito prima ancora che l’arbitro fischiasse l’inizio della partita. Non le era mai capitato di destare così poco interesse. Di farlo guardando il quadro appeso al muro e pensando che il giorno seguente doveva andare dalla parrucchiera. Una cosa che nemmeno alle superiori.
Per Filippo non ci sarebbe stato niente da fare probabilmente nemmeno se ce l’avesse avuta d’oro. Per provare lei ci aveva provato, testardamente, e messo energia. Aveva messo tutta se stessa e la sua stessa dignità. Non era nemmeno un uomo. Se l’era quasi slogato il polso. Era morto che più morto non si può nemmeno dopo gli olii santi. Avrebbe voluto anticipare il ritorno a casa, ma ormai avevano affittato per tre giorni e due notti. E cosa avrebbe detto Claudio vedendola rientrare in anticipo da quel… convegno.
A Lucio concedeva l’alibi del momento e del posto, e di tutta quell’etichetta. Se non fosse stato per quello si era dimostrato uno zero assoluto. La cintura che non si slacciava. La lampo che non scendeva. La cravatta che lo soffocava. Tutte scuse. In qualsiasi altro momento ne avrebbe riso, come aveva fatto quando aveva raccontato l’accaduto ad Annalisa, ma solo a lei. Sul momento era riuscita solo che a sentirsi offesa e infuriata. Umiliata. I suoi complimenti alla sposa erano stati uno sputo di commiserazione, per quella poveretta.
Con Francesco, scossa dal treno, aveva dovuto chinarsi, davanti a lui, come fosse un dio, e fargli un lavoretto di fino di labbra. Diversamente avrebbe potuto annusare quel tanfo per tutta la tratta dalle Alpi alla Sicilia. Forse aveva bisogno del suo tempo, ma non c’era donna al mondo a poter avere tutto quel tempo. E nemmeno era questo granché. Era più chiacchere che sostanza. Non si poteva certo dire che era stata fortunata.
Con Gianluca niente di che ma nemmeno niente di cui lamentarsi. La sua parte l’aveva fatta, ma era come se lei non ci fosse. Si era sentita un oggetto. Una vera noia. Si dava da fare, con ritmo ed energia, come se fosse un obbligo, se dovesse dimostrare. Sotto c’era lei ma poteva esserci qualsiasi altra donna, uomo o anche solo il materasso. Alla fine era rimasta sorpresa che non le avesse messo in mano anche il suo biglietto da visita.
Già di Stefano nemmeno varrebbe la pena parlarne. La cosa più emozionante e eccitante che aveva fatto era stato dirle vengo subito. Come una minaccia lasciata al vento. Forse non avrebbe nemmeno dovuto citarlo in quei suoi pochi e sparsi ricordi di quello strano giorno in cui aveva voluto ricordare; per noia e per pigrizia, di quelli che chiamava i suoi amori. Al diavolo lui e tutti quelli come lui. Per fortuna che con il postino, per finire, si era stancata prima lei. Non sembrava mai soddisfatto, dio sia ringraziato. Da non crederci. E gli aveva pure dovuto dirgli di no perché lei così non lo voleva fare. Aveva insistito. Lei non avrebbe mai ceduto. Però per un attimo aveva tentennato.
Messe cosi, in fila, come i grani del rosario, potevano sembrare tante. In realtà quelle esperienze sparse nel tempo erano quasi tutto il suo vissuto, la sua povera pratica. Forse non avrebbe incontrato mai il vero uomo. Quello che l’avrebbe fatta vibrare veramente. Forse avrebbe smesso di cercarlo. Gli uomini erano degli eterni bambini, guardavano golosi la parata dei dolcetti da dietro alla vetrina. Non sapevano più desiderare veramente. Si sentivano sicuri solo dietro quel vetro. E alla fine, per lo più, amavano solo se stessi e spesso anche male.
Non si dovrebbe mai dare ascolto alle chiacchiere. Soprattutto a quelle da bar. Dovrebbero aggiungere una santa al calendario, se già non l’hanno fatto: Santa Pazienza.

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istock_000058983098_small_1739825Non riusciva più a comprendere gli uomini. Cosa aveva che non andava?
Forse quella sensazione l’aveva provata per la prima volta con Samuele. Forse il sospetto le era nato fin da prima. Erano in salotto. In salotto da lui. Nella sua casa da studente. Gli altri erano fuori. Lui stava preparando una canna. Era bravo con le canne. Forse ne aveva bisogno. Forse solo con quelle. Lei intanto, nell’attesa, aveva cominciato a spogliarsi. Cosa stai facendo? Cosa ti sembra che sto facendo? Non me l’aspettavo. Era stata sincera Ora lo sai, e aspettare non è una delle mie maggiori virtù. Ma non vorraiCerto che vorrei. Voglio dire… fare… hai capito. Hai del vino rosso? Io sono astemio. Possiamo fare senza. E’ che non miNon sarai anche… spirituale? Credo nel karma. Io nella carne. Sarei vegetariano. Puoi fare una piccola eccezione, per me; se ti sfili i pantaloni. Poi veramente e finalmente non se lo era fatto ripetere due volte. Non troppo presto ma aveva capito.
Con Giuseppe stava filando tutto bene. Solo che a parlare gradevolmente da amici sembrava non stancarsi mai. Aveva guardato l’orologio e quello le aveva detto che era ora di smetterla, che anche la pazienza ha un limite. Così aveva dovuto farlo lei. Gli aveva detto andiamo da me? Avevano a loro disposizione un letto bello comodo. Non avrebbe avuto di che lagnarsi, per quello nemmeno lui, ma alla fine, con sua grande sorpresa, era scoppiato in lacrime. Io non volevo. Io amo Mirella. Io non sono Mirella, forse te ne sei accorto. Anche le bambine. Quasi lo avesse forzato. Guarda che è stata una cosa così, non è nemmeno una storia. Mi sembrava lo volessi anche tu. Solo che… non so che dire. Non serve dire. Non credi che dovremmo…? Basta che ti dai una mossa. Ti giuro… non l’avevo mai fatto. Tranquillo, finisce qui. Però è stato bello. Anzi è già finito. Ti posso chiamare? Rivederlo al lavoro non le aveva creato nessun imbarazzo.
Con Matteo avevano preso una stanza. Un posto un poco squallido e nemmeno molto pulito, ma tranquillo. E poi era vicino. Proprio quella sera non potevano andare da lei. Da lui era impossibile. La scusa era stata una pizza. Non aveva nemmeno troppa fantasia. Ancora una volta aveva dovuto prendere aspettare, temendo di mostrarsi troppo impaziente, scoprendo che non aveva nessuna fantasia. Se era per quello avrebbe continuato a guardarla, a parte qualche piccolo sfioramento che aveva cercato di far sembrare casuale. Era certa di interessargli. Poi aveva cominciato a fare lo sdolcinato. Le aveva preso la mano Quando ci possiamo rivedere? Non riusciva a crederci. Non avrebbe voluto mortificarlo. Avrebbe preferito evitare, ma era stata costretta e aveva dovuto deluderlo Guarda che… è solo una botta e via. Ma io credevoHai creduto male. Per te sono solo questo? Non ti sembra abbastanza? Forse era uno di quelli che se comincia un libro lo deve finire per forza, anche se non gli piace. Ma lei credeva di essergli piaciuta. Ne era certa.
Corrado aveva fatto tutto in fretta perché doveva vedere la partita. Con il telecomando già in mano. Poi avrebbe preteso che si fermasse a guardarla anche lei Ma è l’Italia! Chi se ne frega –avrebbe voluto rispondergli. Che la nazionale vincesse o perdesse non avrebbe cambiato la vita né a lui né a lei. Si limitò a raccontargli che doveva rientrare presto. Comunque non sarebbe potuta rimanere ancora per molto. Pazienza. Lo stronzo l’aveva lasciata andare da sola. Nemmeno aveva fatto cenno di riaccompagnarla. A quell’ora di notte. E dalla periferia. Si era vista costretta a farsi dare il costo del taxi, indispettita. Se l’avesse saputo… La sua macchina era rimasta in garage. Fortuna che con suo marito andava alla grande, anche perché lui non era tifoso di calcio. Sicuramente lo avrebbe trovato ancora sveglio. Si era già preparata la scusa pronta.
Filippo era sempre stato un signore, ma doveva essere un weekend, non un per sempre. Si era informata: il campionato era sospeso. Aveva preso due cose, lo stretto necessario. Le sembrava di essere stata chiara Ostia e poi chi s’è visto s’è visto. Dici sul serio? Ti va? Certo che mi va. Gli andava troppo o troppo poco. Così aveva fatto più volte cilecca Scusami, è la prima volta. Non mi è mai successo. Magari penseraiForse è quello che abbiamo mangiato. Bevuto. Forse non so e quelle cose lì. Non è mica la prima volta. Litanie simili ne aveva sentite molte. Faceva poca differenza. Sapeva solo che avevano sprecato due splendidi giorni di sole. Aveva alzato le spalle Fa niente; non ti preoccupare. Anche se non era del tutto vero. Forse l’impazienzaNon ci pensare. Magari la prossima voltaQuale prossima volta? Aveva chiuso anche con lui. Lo avrebbe fatto comunque.
Con Lucio non era andata meglio. Certo che al suo matrimonio non era il massimo. Né lo era così fra i cappotti degli invitati. Ma la sua novella mogliettina era tutta presa a farsi baciare e farsi dare gli auguri dagli ospiti. A ridere stridula e sguaiata dei loro complimenti, anche pesanti. Che poi nemmeno lei era una santarellina. La sentiva persino dove avevano trovato riparo Qui ci sono io; non pesare a lei. Non è semplice. Cerca di renderlo semplice. E se ci cercano? Hanno altro da fare, e qui non ci trova nessuno. Che dici, devo esserci per il brindisi? Nemmeno per lei era facile, si sentiva gonfia, forse aveva mangiato troppo, come in ogni matrimonio Allora sbrigati. Mi si è incastrata la lampo. Fanculo anche la lampo. Non so seHai deciso di fare il marito o la moglie? A volte la pazienza è un bene troppo prezioso per essere sprecato con troppa facilità. Aveva le tette fuori e a lui veniva da vomitare. Era rientrata furiosa senza aspettarlo, sistemandosi il vestito che le era costato un occhio.
Francesco l’aveva fatta sentire sporca. Non perché l’avevano fatto contro la parete nel bagno del treno che li portava a Latina. In un odore fetido e penetrante. Con la colonna sonora di uno sferragliare pigro e monotono. E la vista delle campagne che scivolavano tutte uguali. Da ragazza lo aveva fatto anche in una cinquecento. Glielo aveva detto. Cosa si credeva? Ne avevano avuto fretta, entrambi. Avevano rinunciato ad aspettare. Ma proprio in quel momento lui aveva rovinato tutto Credo di amarti. Non essere cretino. Sei bella. Nemmeno tu sei male. Dove siamo? Non fermarti. Ma io credevo. Non so tu ma io scendo una stazione prima. Tu vuoi dire…? Tesoro, prendo la pillola. Allora non provi proprio niente? No! Cioè sì! è semplice, mi piace solo farlo. Così semplice da sembrare persino banale. Aveva due occhi come se non gli riuscisse di capire. Eppure era stato lui ad invitarla.
Gianluca era fin troppo gentile e rispettoso. Aveva sistemato i pantaloni facendo attenzione alla piega. Parlava un italiano perfetto. Lui era davvero un professore che insegnava. Aveva cominciato con Posso permettermi una domanda? Poi con Ti spiace se prima avverto casa che ritardo? Poi ancora Solitamente preferisci a destra o a sinistra. Stava per continuare con Solitamente preferisci sopra o sotto. Non lo avrebbe sopportato. Non l’aveva lasciato finire. Vorrei solo fare una semplice e soddisfacente scopata. L’aveva guardata allibito. E per un secondo si era intimidito. Poi l’aveva lasciata fare. Lei aveva finto passione, ma la magia era già svanita. Il piacere le si era soffocato in gola. Sembrava uscito da un dizionario di bon ton. Attento persino a non sudare. E odorava di dopobarba come una di quelle. Per un attimo aveva temuto che fosse uno di quelli. Pensò che forse sarebbe stato più emozionante farlo con Claudio, suo marito.
Se era per Stefano lo avrebbero fatto solo al telefono. La tratteneva per ore. Forse era quello ad eccitarlo. Solo la sua voce. La distanza. Quel mezzo tra loro. Non aveva mai amato stare per ore ed ore a parlare con uno stupido apparecchio. Che dici: da me o da te? Vogliamo concludere? Vorrei ma c’è lei. Lei cosa? Lei! Voglio dire Lei. Ma siamo tra adulti. Ma gli adultiMa gli adulti lo fanno. Non vorreiNon può che farti bene. Allora come restiamo d’accordo? Ti aspetto. D’accordo. Bel tipo quel tipo. Era rimasta ad aspettare e nemmeno si era fatto vedere. E pensare che si era preparata già pronta. Che pensava che sarebbe stata una cosa speciale. Ma forse era lui che aveva suonato. Aveva aspettato fin troppo, per i suoi gusti. E aveva suonato prima il postino. Quello delle raccomandate. Lui non si era fatto tanto pregare. Il fatto era stato che, come detto, lei era già pronta. E stuzzicata.
Era probabile che il postino lo sapesse. Non si dovrebbe mai fare aspettare una donna. Proprio per dispetto lo aveva fatto richiamandolo e parlando con lui al cellulare ti ho aspettato. Ma io sonoOra è tardi, scusami. Possiamo vederci un’altra volta? Ora non ho tempo. Lasciami almeno spiegare. Non è il momento. Ma io credevo che tra noiTra noi un corno. Cosa vuoi dire? Lui ha suonato e quando ho aperto credevo fossi tu. E allora? Mi hai fatto fare una figura di merda. Cos’ho fatto? Sono venuta ad aprirti ed ero già tutta nuda, per te; riesci a capire? Non ne sono sicuro. Scusami, io sto venendo, tu vai pure dove vuoi. Restiamo amici? Gli amici non si fanno aspettare. Aveva finito, lui, quello stronzo, per darle della zoccola. Gli uomini sono tutti così, tutti uguali. Ma come si permetteva?
Proprio gli uomini non li capiva più. Non avrebbe saputo decidersi se era la decadenza del maschio o una crisi di civiltà.

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Loredana pensò che non si può essere ancora così stupide alla sua età. Per capire tutto quello che era successo doveva tornare indietro in quelle ultime ore. Faticosamente ricordare. Aveva dormito male. Non era tornato e nel letto lui non c’era. Avevano litigato, con Giordano, cose da nulla, che succedono tra marito e moglie. Le voci si erano fatte eccitate e le parole grosse. Aveva sbagliato a rimproverargli perché non era come Carlo. Lui non era Carlo che inseguiva i propri sogni; lui si accontentava di alzarsi ogni mattina per andare a rifugiarsi dietro una scrivania. Era stata proprio una stronza. Solo che sono cose che si dicono e sfuggono da sole da una bocca in preda all’ira. Forse le era scappato anche qualcosa di più.
Non era la prima volta ma stavolta lui era uscito sbattendo la porta. Si era diretto risoluto da Carlo, e lo aveva violentemente colpito, con un pugno. Lei non ne sapeva niente né immaginava, e non lo aveva più visto tornare. Carlo Di Francesco suonava la tromba in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Lei preoccupata aveva controllato l’ora. Poi ignorando quanto era successo aveva chiamato proprio lui; trovandolo ancora immerso nel sonno. Carlo, farfugliando, le aveva raccontato dell’episodio completamente sbigottito e aveva cercato di tranquillizzarla. Era certo che sarebbe tornato. Loredana aveva cercato di scusarsi anche per il marito. No! lui non immaginava dove fosse andato.
Anche lei non voleva credere e non riusciva a capire. Non sapeva come giustificarsi. Non era mai stato geloso. Non era nemmeno certa che quella fosse gelosia. Era solo uno scatto d’ira. Era solo perché si rammentava di quelle ultime frasi. Loredana si sentiva in colpa e voleva farsi perdonare. Probabilmente così aveva commesso l’ennesima stupidaggine: gli aveva chiesto di vedersi. Solo perché si era trovata in bocca quelle parole. E mentre andava aveva cercato di darsi una ragione, non capiva perché il marito si era comportato così. Ancora non aveva dato peso a quanto era successo. Erano cose tra loro. Poi aveva cercato di convincersi senza riuscirci. La verità ara davanti ai suoi occhi. Aveva bisogno di evadere. Aveva piacere di rivedere Carlo.
Amava il suono della sua tromba. Era affascinata da quell’uomo, per sempre ragazzo, a cui tutte ronzavano intorno. Lui era l’artista, suo marito era solo un noioso impiegato. Forse non era affascinata che dal suo mondo. In fondo non aveva mentito; era tutto vero. Era solo che non avrebbe mai dovuto dirlo. Si era chiesta qualche volta se la sua era stata la scelta giusta, allora; riusciva solo a continuare a mentirsi. Ora era davanti al trombettista. Giordano non s’era nemmeno fatto sentire, non rispondeva al cellulare, forse l’aveva spento. Di lui Carlo aveva solo ancora il segno dell’occhio tumefatto. Loredana si sentì in imbarazzo ma alla fine ne risero assieme.
***
Loredana prima di uscire si era impegnata per farsi bella. Giordano era un vecchio amico ed era come andasse ad incontrarlo per la prima volta. A Lui non erano mai mancati gli argomenti. E aspettando la comanda avevano vinto l’iniziale imbarazzo. Era da allora che non si trovava fuori una sera, con un uomo, sola, senza suo marito. Lui era stato gentile e molto garbato, e soprattutto brillante. Lui sapeva come comportarsi e come affascinare. Tutte cose che a suo marito mancavano. Non era certa di potersi fidare di sé. Era sicura di non potersi fidare di lui. Forse era solo quello che sperava. In quel momento era solo decisa. Poi tutto era scivolato via. Si erano veramente confidati ricordando episodi di quando erano più giovani e anche da ragazzi. Discorsi leggeri e con pochi rimpianti. Parole facili da dirsi. Rinvangando quelle vecchia amicizia tra loro due, tra loro tre; lei, con Carlo e con suo marito.
Avevano cenato e parlato e bevuto. Avevano cercato entrambi di scordare e di non darci peso. Era sempre stato il musicista ad avere avventure da raccontare. Avevano parlato della sua carriera con la musica. Delle serate e delle notti insonni. Di incontri affascinanti e di assoli. Della ricetta per le alici marinate. Anche di donne; e di uomini. Di tutto e di niente. Lui le aveva chiesto perché avesse smesso di dipingere acquarelli. Lei gli aveva chiesto quale fosse la tromba più bella. Ma lei aveva continuato a bere cercando quel coraggio che non riusciva a trovare. E lui bevendo aveva quasi scordato con chi era.
La verità era che per lei non c’era mai stato niente di diverso; ma stava veramente succedendo? E con quel ragazzo che non era mai diventato uomo. Lei era felice della sua vita, delle sue scelte. Era quello che voleva. Non era mai stata particolarmente bella. Affascinante, sofisticata o cosa. Le feste le facevano confusione. Il fumo le irritava la gola. Non si era mai illusa. Non si era mai mentita. Allora perché? Non era poi nemmeno così brutta. Giordano non era stato un ripiego. Per disperazione. Questo no. Forse era diventato lui perché era là, in quel momento, al momento giusto. Ed era pieno di gentilezze.
Le loro liti erano diventate sempre più frequenti. Aveva trent’anni e le sembravano troppi. Proprio in quel momento avrebbe voluto riavere quei diciott’anni. Scappare. Lasciarsi dietro ogni cosa. Ritrovare quel coraggio che aveva frequentato solo per troppo poco. La possibilità di innamorarsi solo per amore; dell’amore. Avere altre storie da raccontare. In fondo, si rese conto, aveva sempre invidiato le altre. Così futili e così superficiali. Frivole. Che coglievano al volo tutte le opportunità della vita. Leggere. Incapaci di chiedere cosa avrebbe riservato loro il mattino. Senza bisogno di giustificazioni. Con quell’aria da padrone del mondo. Da conquistatrici. Da irresistibili. Senza la paura del futuro e degli anni.
Era stata stupida, dopo tutto quel tempo, le era proprio scappato di bocca. Non poteva che rimproverare se stessa. Parole fuggite nel mezzo di una mezza lite. Ma non si poteva stare attenti sempre ad ogni parola. Aveva cominciato lui. Oppure lei? Aveva voluto ferirlo. Solo questo. Lui era sempre vissuto all’ombra di quel Carlo. Di un Carlo che non conosceva veramente. Che aveva idolatrato. Ecco chi era quell’uomo. Era quello che si stava per approfittare della sua prima e unica debolezza. Della donna di un amico. Giordano doveva saperlo. Anche lei avrebbe dovuto saperlo. Aveva l’anima dentro la tromba, e quando non suonava era un altro, era solo un poverino. Senza scrupoli e senza sentimenti.
Avevano bevuto, molto, e la serata era finita con lei ubriaca fradicia, come non le era mai successo. E lui che rideva per un nulla e cercava di dire cose che non gli scappavano nitide. Appena fuori all’aria fresca avevano ritrovato quel minimo di lucidità per capire dov’erano e dov’erano rimasti. Si erano guardati ed erano scoppiati a ridere. Le gambe erano molli. Loredana aveva cercato di negare; come avrebbe potuto spiegare, giustificarsi con se stessa? Voleva scusarsi, la verità era che lei sapeva che era andata lì per lui. Stava veramente cercando solo la debolezza di una sera? Al diavolo, l’unica cosa che contava era che lei era lì. E aveva smesso di preoccuparsi.
Carlo poteva essere solo una cosa gradevole per un tempo breve. Una cosa da consumare. Per farsi invidiare dalle altre. Per sballare. Per dimenticare. Era come una birra da sorseggiare in fretta, e dopo ti rimane ancora la sete. Era l’artista sul palco. Non si può indossare i panni degli altri. Ma quali erano i suoi? Era mai stata veramente felice? Aveva cercato la sicurezza, aveva trovato le certezze e insieme la monotonia. Le sere davanti alla televisione. Il ruolo della brava donna di casa. No! non bella, ma quella che sa aspettare il proprio uomo. Sapeva solo che si sarebbe risvegliata al mattino nel suo letto, piena di vergogna. Non le importava. Quella sera era bella per lui, e per se stessa.
***
Loredana ancora non se ne convinceva, ma stava succedendo veramente. Andavano di notte per una strada con passo incerto, soli. Non ne era certa. E non poteva dare la colpa a nessun’altro, tanto andavano sbiadendo i pensieri. Era stata vigliacca un’altra volta. Era solo fuggita. Verso sera la solitudine era diventata un dolore fisico insostenibile. Il vuoto nella casa un vuoto immenso. Ricordava chiaramente solo che era scappata da quella sorta di incubo. Dalla sua inutile attesa. Era certa che lui non sarebbe rientrato. Non aveva mai amato nessun’altro, solo suo marito; da quando si era sposata. Non aveva mai voluto nulla di diverso. Certo non aveva mai amato Carlo, forse lo aveva solo desiderato, e solo per un breve istante. La sua era solo una bugia. Forse tutto quello non stava succedendo.
Carlo le aveva messo una mano sulla spalla e barcollante l’aveva invitata a casa sua. Chissà se aveva sperato troppe volte di sentirgli dire quelle parole; in quell’invito. Solo per l’invito. Forse aveva temuto. Non ne era mai stata capace. Non era da lei. Certamente la colpa era in quel vino. Era certa di non essere lei, o almeno lo sperava. Era come in un film. Tutto le girava e assieme girava la sua testa. Si sentiva allegra, avrebbe potuto dire felice; sicuramente leggera. Senza responsabilità Sarebbe stato solo che era solo successo. E se invece fosse stata proprio lei a inseguire il coraggio? Fin dall’inizio? Quel coraggio che le era sempre mancato? Mancato perché si era ritrovata vecchia troppo presto. E fidanzata ancora prima. Troppo piena di paure. Di incertezza. Troppo piena la testa di tanti discorsi. Dei suoi. Della morale. Dell’etica. Delle abitudini. Di tutte quelle cose importanti che però non servono a granché, tranne a rovinarsi la vita. A far stare sempre lì a temere di pensare.
Non poteva più fingere di non accorgersi della sua mano sul culo, era un tocco leggero e quasi amichevole, e non riusciva a mostrarsi offesa. Si sentì in obbligo, costretta, di chiedergli, senza astio, cosa stesse facendo. L’amico gli sussurrò che non aveva mai notato di quanto fosse bella. Fu solo un soffio che la riscosse dentro. La sua risposta suonava come se a parlare fosse un’altra. Loredana aveva alzato le spalle e riso e aveva accettato il suo invito. Forse gli aveva anche messo fretta. Non aveva sentito quello che lei stessa aveva detto. A rifletterci le sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Era passato tanto tempo. Troppo.
Non poteva essere lei quella. In quella strada. A quell’ora. Così. Non l’aveva mai fatto prima, non l’avrebbe più fatto. Si stava già pentendo? Era ormai troppo tardi? Immaginava che il tradimento non sarebbe mai entrato nella sua vita. Non credeva di avere nulla da rimproverarsi. Prima era stata una perfetta compagna, dopo sarebbe tornata ad esserlo. Sempre. E lui non aveva nessun diritto di essere geloso improvvisamente anche del suo passato. Si stava già pentendo? Una mattina, una stanza, delle lenzuola. E anche il suo corpo di uomo. Carlo. Era stato solo il sogno di un attimo fuggente; ma un sogno può tornare? Non era possibile. Voleva scappare. Aveva solo voglia di ridere.
Non si illudeva. Non voleva farlo. Sarebbe stata solo una cosa senza importanza. Era solo una bugia. Oppure no? La pazzia di una notte, da ubriachi. Forse lui aveva profittato della situazione. Forse lei aveva colto l’occasione? Forse non era proprio così ubriaca. Forse l’aveva voluto. Forse l’aveva sempre voluto. Non era certa di nulla. Se solo avesse potuto non ricordare. Perché quando si entra in una di quelle camere non si torna mai indietro. Non si esce più. O quella che esce è un’altra persona. Si resta sporcata dentro. E allora avrebbe voluto cancellare tutto. Stavolta non sarebbe scappata mentre lui ancora dormiva. Ma non si può vivere la vita di un’altra.
Eppure era arrivato il suo turno. E salirono le scale faticosamente sorreggendosi l’un l’altra, mentre lui cercava di solfeggiare Almost Blue. Ridendo di quella fatica e del loro imbarazzo. In quell’istante… Una delle tante ragazze che gridavano ai suoi concerti in quei locali pieni di fumo… Non le dispiaceva sentirsi una di loro. Non la faceva stare male; anzi… Cercava di immaginare come sarebbe stato. Cercava di scacciare il timore, ma… Ma sulla porta il sogno era svanito. Quando aveva visto il posto in cui viveva improvvisamente aveva capito. Dentro c’era odore di chiuso e il disordine più completo; per terra non solo calzini. Aveva preso una bottiglia ormai quasi vuota. Aveva fatto un ampio inchino e l’aveva chiamata principessa. Lei aveva abbassato gli occhi. Sapeva che quelle parole non erano per lei.
Non riusciva più a guardarlo. Tutto era solo imbarazzante e colmo di rimorsi. Quella desolazione le era entrata dentro. Aveva creduto di esserne capace; si era sbagliata. Povera stupida. Cercò di spiegarlo all’amico e gli disse solo “Non posso.”, e lui aveva capito. Si era grattato ancora incredulo in testa e aveva preso due lenzuola stropicciate. Gettata la bottiglia si era nascosto al bagno a farsi una pera. Poi aveva suonato la tromba solo per lei, fin quasi al mattino; e l’aveva suonata come non l’aveva mai suonata. Nei suoi occhi scorrevano le lacrime. Quando era andata a pulirsi la faccia aveva visto la siringa nel cestino. Aveva dormito sul divano, ancora vestita.
Il mattino si era guardata intorno. Non riconosceva niente. Giordano l’aveva chiamata al cellulare. Non le aveva detto dov’era stato, aveva solo chiesto a lei dov’era finita. Dove avesse passato la notte. Il tono della voce non lasciva presagire nulla di buono, era indispettito. Lei lo aveva pregato di non andare in collera. Stava cercando di pettinarsi. Lo aveva rassicurato che sarebbe rientrata subito e che gli avrebbe chiarito tutto; di non preoccuparsi. Non sapeva ancora come avrebbe potuto spiegare a quell’uomo, che era suo marito, di aver dormito con Charlie Fanciscotown.

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Donna rossa affascinante appoggiata ad un grosso tronco in inverno.Nel paese di Scarparotta tutti erano abituati a vederci come una sola persona, se arrivava lui subito dopo comparivo io, e viceversa. Come se uno fosse l’ombra dell’altro. Avevamo fatto le scuole assieme, la comunione assieme, giocato assieme nella stessa squadretta, ma io ero in panchina, fumato assieme la prima cicca e insieme ci eravamo ubriacati per la prima volta, a casa di Gaetano Sambuca.
Io e Doriano Soffice il fornaio eravamo amici da sempre. Eravamo stati bambini assieme, ragazzini inseparabili e ancora come fratelli da ragazzi; almeno finché non avevamo raggiunto quell’età di passaggio. Quell’età quando un ragazzo comincia a farsi uomo, e a pensare come crede che pensi un uomo. O meglio fino a quando Rosina Chiappa non s’era fatta proprio carina.
Fino al giorno prima a Rosina nessuno aveva dedicato nemmeno uno sputo, poi da un momento all’altro era sbocciata. Aveva messo quelle cose sotto la maglietta e si era pittata gli occhi. All’improvviso tutti si erano accorti di lei e aveva fatto la sua comparsa nelle chiacchiere di tutti. Anche nei discorsi tra me e Doriano si infilava spesso quella bellezza. Ma la nostra era ancora sorpresa e ci chiedevamo perché.
Un po’ alla volta quelle chiacchiere alle sue spalle cominciarono a crearmi fastidio, così mi accorsi che la mia, per lei, era vera passione. Fu la fine di quella nostra indissolubile amicizia. Non facevamo che parlare di lei, non avevamo che lei in testa, non cercavamo che di incontrarla, con una scusa, nella nostra strada. E in silenzio conobbi la sfida e la rabbia. L’avevo vista prima io, le avevo parlato per primo, l’avevo baciata per primo. Lei aveva sorriso prima a lui, si era tolta la paglia dai capelli con lui e gli aveva lavato e stirato la camicia.
Odiavo quel suo sguardo un po’ asimmetrico da cui non riuscivo a liberarmi. E i lazzi che si facevano in paese sul suo nome. E i pettegolezzi dei più grandicelli che nascondevano solo invidia. E gli occhi di rimprovero e di biasimo di quelle brave madri di famiglia. La verità era che non passava una notte senza che la sognassi, né un a sola ora senza che le dedicassi un sonetto. Avrei finito per ammalarmi. Mi stavo dimagrendo a vista d’occhio.
La credevo una bella cosa, invece si rivelò uno sbaglio. Ero andato con un progetto scolastico di Erasmus quattro mesi in Islanda. Quattro mesi e avevo imparato solo cosa vuol dire non avere nessun altro con cui parlare che con se stesso. Avevo masticato solo freddo, e vento e avevo guardato neve e ghiaccio dietro ai vetri; ma non l’avevo dimenticata. E quando sono tornato per il paese e da Luigi il barbiere non si parlava che del loro imminente fidanzamento. Doriano e Rosina di qua, Rosina e Doriano di là. Lui non s’era nemmeno fatto vivo, e lei non si vedeva se non a mano del suo spasimante.
Non stavano nemmeno bene insieme: lui così lungo e secco, lei così poco alta e formosa. Non sapevo cosa fare e quando non si sa cosa fare si rischia sempre di fare stupidaggini. Così cercai consiglio da Armanda la fattucchiera. La gente diceva che con le mani guariva le bestie, ma anche che ne sapeva di filtri. Non che ci credessi ma avevo esaurito le mie idee, e poi tentare è meglio che restare ad aspettare. Mi aveva guardato dentro una tazzina dopo aver succhiato il caffè. Aveva scosso la testa e mi aveva spiegato che era tardi per un filtro d’amore.
Non mi ero dato per vinto e la giovane megera mi aveva chiesto di portarle qualcosa di lui; dello stronzo. Non ricordavo di aver conservato niente. Forse delle figurine, ma non ero certo che fossero proprio sue. Gironzolai la sera attorno all’orto del rivale e scappai con un collare e una medaglietta. Solo che sotto la trebbiatrice ci finì il gatto. Ad Armanda dissi solo che la fattura, in un certo senso, non aveva del tutto funzionato. Lei parlò ancora con i fondi del caffè restando per un po’ disorientata. Mi chiese se ero in grado di fare un ritratto dell’antagonista. Ho alzato le spalle, non ho mai saputo tenere in mano bene nemmeno una matita, e lei si era rassegnata.
Allora mi invitò a riprovare, ma di accertarmi che quello che le portavo era proprio e solo di Doriano. Ho rubato una sua maglietta dal filo della biancheria, poi per essere certo ho ritrovato in un cassetto una vecchia foto di scuola e ho ritagliato la sua faccia. Lei, quella maga di paese, aveva appuntato la foto alla maglietta con una spilla da balia vecchia di cent’anni. Mi aveva chiesto se ero proprio sicuro di quello che volevo. Mi aveva guardato con rimprovero e consigliato di mettere quel trofeo nascosto in soffitta. Secondo lei tanto la maglietta avrebbe sofferto l’usura del tempo e nella foto Doriano sarebbe ringiovanito e diventato più identificabile, tanto ne avrebbe sofferto la sua salute. In quel momento avevo riconosciuto la sua pazzia.
Ad essere onesti di dubbi non ne avevo pochi e avevo creduto che l’aspirante strega avesse solo pensato di aver incontrato il solito allocco. Insomma non ne ero del tutto convinto. Comunque per stipulare quel nostro orrendo quanto insensato patto mi aveva chiesto una parcella ben poco onerosa; ma aveva preteso che giacessi con lei; sembrava necessario. Fosse stata almeno un po’ più pulita, e avesse assomigliato meno ad una zingara… Alla fine mi convinsi in quella stamberga fumosa e maleodorante. Non sapevo bene come fare, ma lei mi dimostrò pazienza e mi spiegò bene tutto. Alla fine mi invitò solo a fidarmi e ad avere calma.
Ad Armanda smisi di pensare, o meglio cercai di scacciarla dalla mia testa. Di pazienza invece me ne restava ormai poca. Ero stanco di vederli passare mano nella mano, e occhi negli occhi. Lei sorridermi e salutarmi con quella sfaccia che sembrava sfidarmi nel gesto di ostentare quella loro felicità. Lei non poteva certo sapere quello che io sapevo e l’infermo che mi ardeva dentro. Riuscii ad attendere solo un paio di giorni poi salii in soffitta a guardare quel cimelio. Restai allibito: era normale che la maglietta avesse incominciato a riempirsi di polvere, ma lo era meno che mi sembrasse che la foto stesse diventando più nitida.
Chiesi di lui e sembrava che si fosse malamente scottato nell’informare l’ultimo pane. Chiesi di lei e la madre, che non mi aveva mai avuto in simpatia, mi spiegò, con un sorriso largo come la piazza del comune, che era vicina al fidanzato per prestargli le cure necessarie. Me la vedevo applicare pezzuole sulle ustioni che spandevano suppurazione; anzi non me la immaginavo proprio. Anche Lisetta, la zia della canaglia, mi aveva confermato che quella gentilissima ragazza non si muoveva mai da quel letto. Sembrava nemmeno per fare i propri bisogni. Non mi sentivo meglio, anzi in me cresceva rabbia e rancore. La chiamai al cellulare, due parole e poi mi disse che aveva fretta perché lui aveva bisogno delle sue cure.
Non volevo ancora crederci, ma non volevo lasciare niente in mano al caso. Cominciai ad aiutare lo sporco ad accanirsi su quella maglietta. La strofinai per terra, gli versai sopra anche del tè e ne strappai una manica. La maglietta stava diventando un cencio puzzolente e nella foto i suoi denti si erano allineati e non portava più quell’orribile aggeggio; persino il suo naso s’era raddrizzato. Incredibilmente i dottori erano stati costretti ad amputargli quel braccio. Era una cosa che non s’era mai vista. Non sapevano proprio cosa fare. La salute del vecchio amico, di Doriano, andava assurdamente progressivamente peggiorando. Lei ormai non si allontanava più dal suo letto e lo ricopriva di attenzioni. Era pazzesco ma invidiavo l’infermo.
L’infezione si stava inesorabilmente diffondendo. Ormai la maglietta era ridotta ad un brandello di fango attorno all’ago di sicurezza, e nella foto lui aveva messo qualche chilo e un po’ di carne nelle guance tanto da sembrare quasi bello. Non potevo essere certo che quella della foto non fosse puramente mia immaginazione. Ma mi chiamò Lisetta piangendo per comunicarmi l’incredibile decesso, di quel nipote ancora così giovane, e partecipandomi delle esequie che si sarebbero tenute quel venerdì, in mattinata. La zia mi chiese se per caso, visto che eravamo tanto amici, avevo una foto di lui da mettere su quel marmo. Mentii e sostenni di non avere nessuna foto di Doriano.
Per un attimo avevo avuto terrore; mi facevo paura da solo. Ero certo che la colpa si potesse imputare solo ad un infelice quanto tragico caso, ma corsi giù in orto e sotterrai quello che era rimasto di quel raccapricciante cimelio. Tra i dubbi decisi di partecipare al funerale dell’amico. Non eravamo in molti a dire il vero a vedere scendere la bara nella fossa, non erano intervenuti nemmeno i genitori di lei, ma tutti avevano gli occhi arrossati. Il prete lo aveva ricordato sprecando solo poche parole. Non sapevo se piangere, ma le lacrime mi venivano da sole. Aspettai verso la fine per avvicinarmi alla vedovella disperata e inconsolabile. Ci allontanammo sotto gli occhi di tutti. Cercammo un posto dove non ci potessero guardare.
Le misi un braccio sulle spalle. Cercai di consolare quel suo dolore. La strinsi a me, ma solo come si stringe l’angoscia di una sorella e la tristezza di un amico. Lei alzò gli occhi e mi chiese pietà. Si schiacciò nel mio abbraccio disperata. Era stato tutto sbagliato. Tra i presenti avevo notato in disparte la partecipazione di Armanda che mi aveva guardato con occhi malevoli. Provavo a non pensarci. Cercai di spiegare a Rosina che nella vita c’è sempre un po’ di speranza. Che Doriano continuava a vivere nei cuori di chi lo aveva amato. Che lei poteva sempre contare su di me e sulla nostra amicizia. E la sentivo singhiozzare contro il mio petto.
La stringevo a me. Le accarezzai i capelli, le alzai il mento e la guardai negli occhi affranti. Mi faceva una pena infinita, ma mi sembrava non fosse mai stata così bella. Lo so che non era rispettoso, che era stupido, ma in quel mentre pensai che Rosina di quelle del cognome ne aveva almeno due. Ne fui tentato, fu difficile resistere. Le dissi che io ci sarei sempre stato. Non riuscivo a scacciare dai miei occhi il volto di Armanda. L’Armanda al funerale era un’altra Armanda; era pulita e pettinata, troppo lontana per sentire se si era anche profumata. Finalmente non c’era nessuno tra noi. Rosina profumava di lavanda e di arance. Mi resi conto che avevo paura di Armanda.
Cercai di spiegare come non mi era mai stato facile non pensare a lei. Che lei per me era la più grande delle amiche. Più di un’amica. Mi sentivo falso, non ci eravamo mai detti più che un paio di parole. Io avevo soprattutto parlato in silenzio. Mi ricordavo di quel bacio, speravo se ne ricordasse anche lei. I miei occhi dovevano solo essere una supplica. Ora era lei a rimproverarmi. Perché quando l’avevo baciata mi ero solo lasciato baciare? Perché non le avevo detto nulla? Perché non l’avevo lasciata fare? Perché me n’ero andato? Perché l’avevo lasciata sola con lui?
Credevo veramente che fossimo soli. Da distante ci osservava Armanda. Capivo che ci avrebbe continuato a guardare e che non avrebbe mai distratto i suoi occhi da noi due; da me. Quella ragazza mi faceva paura, ma non mi faceva solo paura. Cercai di ricordare se avevo dato due mandate alla porta. Consigliai a Rosina di stendere il suo bucato solo in casa, pregandola di non chiedermi perché. Di non appendere fuori nemmeno un reggiseno. Mi spiegò che non portava il reggiseno, che non ne aveva bisogno. La guardai con tenerezza e vidi che Armanda la fattucchiera si era finalmente allontanata. Sapevo che non poteva aver udito le nostre parole, ma sapevo anche che quella sera sarei andato da lei.

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Introduzione all’ambiente
di L’amore che uccide

Quando il vice-commissario Zanin Tomat era giunto a Venezia da Rigolato aveva avuto subito la percezione che la sua vita sarebbe cambiata. Nessuno lo aspettava quando era arrivato. Nell’aria c’era qualcosa di magico, come se lì tutto potesse succedere. Era rimasto a bocca aperta per la meraviglia, poi lui e la città si erano guardati per un po’ con una certa diffidenza. Erano rimasti a studiarsi per alcuni lunghissimi attimi. Nessuno lo aspettava? Fu allora che si accorse di essersi perso la valigia.
Era passato un po’ di tempo da allora e aveva fatto qualche progresso. Non aveva legato con molti in quei mesi, tranne che con qualche collega. Con non poche difficoltà aveva imparato a fidarsi di quella poliziotta, di Paola Rubinato. Poteva dive di aver conosciuto la famiglia Canal, Sabaudo e Roberta, il figlio della coppia Gilberto e la sorella della moglie Teresa Vio; e pochi altri. Da quest’ultima donna, da Teresa, era stato particolarmente colpito, niente di drammatico, niente da arginare. Ma anche con loro, con i Canal, aveva come la sensazione che la cortesia si fermasse sulla porta della cordialità.
Poi il povero vice-commissario impreparato si era visto riversare addosso, come un vero tornado, i segreti di quella città a seguito di alcuni piccoli episodi e di due gravi fatti di sangue. Quest’ultima indagine non era di sua competenza e avrebbe voluto saper governare la propria curiosità. Invece si era lasciato coinvolgere molto più del dovuto. Prima ancora di rendersene conto c’era dentro fino al collo. Ma tutto era cominciato molto prima, forse venti anni o anche più.
Erano gli anni del liceo e loro erano un gruppetto di amiche molto legate tra loro. Tra quelle ragazze bene alcune spiccavano per intelligenza e per grazia, tutte per quella splendida età; qualcuna era decisamente bella. Cristina Boscolo non risaltava tanto per l’aspetto quanto per la sua impertinenza. Era una ragazza che avrebbe dato del tu anche al papa. Diversamente Roberta Vio, che comunque era molto carina, era anche di carattere più riservata. Ma lei, Roberta, aveva già un fidanzatino che non le levava gli occhi da dosso, Sabaudo Canal. Erano tutte figlie di buone famiglie e in compagnia c’era spesso anche Luana Boldù, la quale risaltava non solo per bellezza, ma perché aveva un corpo già completamente sviluppato, con forme da donna. Alla giovane Dana piacevano i complimenti e da subito s’era istaurato con Antonia Soranzo uno strano rapporto di amicizia e conflitto: le due vivevano di una rivalità continua quasi senza esclusione di colpi.
Subito Tonia s’era sentita costretta a riempire di lusinghe e attenzioni i fidanzatini della rivale e chiunque le ronzasse intorno. Spesso a loro si univano altre ragazze con le quali il legame e la frequentazione erano meno stretti. Più di tutte si poteva notare la presenza di Eugenia Chinellato, una ragazza non meno carina delle altre, ma meno intraprendente e un po’ più taciturna. Spesso si ritrovavano tutte a delle feste con quei coetanei, gli amici di Sabaudo, allora di simpatie socialiste, che odiava quel nome e preferiva che lo chiamassero con il cognome, come fosse il suo vero nome, semplicemente Canal.
Lo stesso Canal organizzava quelle feste, pur di poter stare con Roberta, ora a casa di un amico, ora a casa di un altro. Il luogo che era più spesso disponibile era la casa dei genitori di Marietto Zanon. Poi Marietto aveva smesso di parteciparvi, dopo che si era appena iscritto a giurisprudenza e aveva saputo che la sua compagna aspettava un bambino. L’età cambia le persone e non si può restare ragazzi per sempre. Erano solo giovani spensierati allora, ma da quei giorni alcuni legami si rafforzarono e altri si persero, come sempre avviene. Non solo i nominati, in vari modi, rimasero in serrato contatto tra loro. Si era creato uno stretto sodalizio che in qualche modo replicava il rapporto delle famiglie.
In quegli stessi indimenticabili giorni Giuseppina Sansovino usciva dalla delusione di un amore finito male; quasi in tragedia. Pareva che Pina fosse incapace di lasciarsi tutto dietro le spalle. Ne soffriva molto e si confidava con Roberta. Il tempo guarisce tutti i mali, o quasi, ma nel suo caso gli amori difficili e complicati avrebbero continuato a lusingarla e perseguitarla; come fossero una eredità naturale scritta nel suo destino. Quando le cose le andavano bene Roberta era la migliore delle confidenti. Quando le cose andavano meno bene era troppa la pazienza che Pina pretendeva da quell’amicizia e le due temporaneamente si allontanavano. Tutti vorrebbero essere consolati ma nessuno vorrebbe essere contrariato. Era anche il caso delle due amiche: Roberta era destinata a stancarsi di dare consigli di buonsenso quando l’altra era decisa a continuare testardamente a mettersi nei guai, con un compagno sbagliato.
Una sera, in un locale, a un tavolo, era seduto Orio Barozzi. L’uomo aveva fatto un cenno ad una ragazza molto giovane presente in sala, Eugenia, e la ragazzina si era avvicinata a quell’uomo molto più grande. Genia, per gli amici, era stata subito colpita dalla sicurezza dell’uomo maturo, dalla sua autorità. L’uomo invece aveva indicato l’amico che gli sedeva vicino, di cui nessuno ricordava il nome, nemmeno la ragazza, e forse quel nome non ha per i fatti la minima importanza. Orio aveva spiegato a Genia che l’amico l’aveva notata. La ragazza si sentiva confusa come non le era mai capitato, aveva accettato la birra che le era stata offerta e il corteggiamento dell’altro sconosciuto. Quella sera doveva suonare ma al momento di salire sul palco lei non si era presentata.
Continuava a sentire nella testa le parole di quell’uomo, Orio, e continuava a non capirle. Erano solo un rumore. Quando era tornata in quel locale, sperando di rivedere l’uomo maturo che l’aveva colpita, vi si era recata con l’amica Anita Burigana. Vicino a lei Genia si sentiva sicura della propria giovane bellezza, del proprio fascino. Molti ragazzi le giravano torno ma non erano che ragazzi e non riusciva a sentirsene attratta. Invece l’uomo adulto aveva un fascino che la lusingava come non lo era mai stata. Tornò più volte in quel locale finché non riuscì a incontrarlo una nuova volta e quella volta suonò solo per lui.
Quella sera Orio le presentò quello che sarebbe diventato ufficialmente l’amore della sua vita, e suo marito, anche se in cuore era ancora attratta dall’altro. La stessa sera, o in quelle ore, seppe dell’intenzione di Roberta di sposarsi. Sembravano compiersi i destini per molti di loro. Fu sempre in quei giorni che Dana propose una pizza e per la prima volta intervenne nel gruppo anche Orio. Fu davanti a quelle pizze che Genia si accorse di come anche i ragazzi, e non solo loro, restassero affascinati dall’eloquenza sicura di Orio, e di come lo stesso Orio non riuscisse a togliere gli occhi da Dana. Ne rimase ferita e questo le fece decidere del suo futuro.
La storia del gruppo e dei suoi componenti, dei momenti di vicinanza e di quelli di allontanamento, sarebbe molto lunga da spiegare, ma torniamo ai nostri giorni. Fino a che il buon vice-commissario Zanin Tomat non si era trovato, in compagnia della sua sottoposta Paola, in casa Canal per una semplice visita di cortesia, nessuno avrebbe potuto immaginare come questo avrebbe cambiato la sua vita. Due di quelle persone sarebbero state uccise e tutte le altre, e altre ancora, sarebbero entrate nella bocca di tutta la città per finire tra i nomi dei sospettati.
Questo Zanin non lo poteva certo sapere, come non poteva immaginare come gli sarebbe pesato addosso il ruolo di poliziotto. E come ancora non fosse per nulla preparato a trovarsi a fare da confidente di tanti segreti inconfessabili, e come tanta confidenza portasse con sé diffidenza. Lui aveva solo appena cominciato a conoscere quella città. Quella città aveva rischiato di farlo a brandelli e divorarlo. Per quei lunghi giorni sentì la sola vicinanza della collega Paola. Provò emozioni come non aveva mai provato. Si sentì utile e poi vinto. I fatti misero in crisi anche la sua fiducia nella legge e le sue convinzioni sulla veridicità della verità. Restavano due delitti a cui dare un nome per un colpevole. Alla fine capì che nulla era facile e si trovò a chiedersi se voleva veramente conoscere quel nome.
Quando sentì all’altro capo dell’apparecchio la voce di Orsomanno D’Este capì che la città non aveva più speranze, che non c’era futuro per il mondo. Il potere è sempre un mostro, un’idra con molte teste, che tagliate tornano a crescere. Ma questa sarebbe un’altra storia che sarebbe inutile ora affrontare. Lui era solo un poliziotto e doveva far rispettare la legge, anche quando sembrava una beffa. Questa sera tutta quella compagnia si ritroverà per ristabilire una vecchia tradizione lagunare. Tutti assieme per un altro grande banchetto nel quale ricordare gli amici morti, e ridere e gozzovigliare. Nel quale commemorare insieme vittime e non, come a farsi beffa della morte. A lui non restavano che carte da riordinare e archiviare, con la voglia di togliere quella divisa.

CONTINUA

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