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Posts Tagged ‘ragazzi’

cappella-sistina_650x447Siamo poi andati a Norcia? Certo che sì. Lì e anche in tanti altri posti, tutti bellissimi. Abbiamo solo avuto bisogno dei nostri tempi per accettare la verità. E il viaggiare non è stato il più bel regalo del nostro nuovo rapporto. Lui, quello che qui chiamo Alberto, mi ha cambiato la vita. Mi ha trasformata in una donna vera. Consapevole di sé. Non lesina consigli su come vestirmi. Come abbinare gli accessori e i colori. Mi aiuta a truccarmi e in mille altre cose. Persino in cucina. Ha un gran bel gusto. Mi ha reso più disinvolta. E spesso insiste per pagare lui. E ora ho un guardaroba che mi invidia anche Ornella.
Ha sempre un pensiero gentile. Mi dice che sono la sua dea. Mi spiega come fare ad essere più civetta. Più maliziosa. Più enigmatica. A rendermi preziosa. Come mostrare e cosa non mostrare. Come usare le posate e quando usare le mani. In compenso io l’ho introdotto in quei locali dove si mangia veramente bene, le cose genuine, e in abbondanza. E si beve un buon gotto di vino. Anche se non è imbottigliato con la sua bella etichetta. In caraffa. Anche se si infastidisce ancora se il cameriere esagera e si prende confidenza con una pacca sulle spalle.
Per quanto detto e non detto in quel mio vecchio post ora so che fa l’assicuratore. In verità l’agenzia è sua. E so che in quel ristorante non avrei potuto permettermi di pagare. E so anche che quel Caravaggio era un pittore del seicento. E mi piacciono anche le sue opere. Mi ha portato a vederne alcune che sembrano veramente magnifiche. Incredibili. Nella Basilica di Santa Maria del Popolo e alla Galleria Borghese. Persino alla National Gallery. Mi ha fatto notare l’uso della luce e delle ombre, come se tutti i personaggi si muovessero di vita propria in un fantastico paesaggio teatrale. Sembrano proprio veri. E sono incredibili tutte le cose che sa. Ha sempre pazienza con me.
Quella che però mi ha impressionato di più è stata la Cappella Sistina. Sono rimasta proprio senza fiato. Per la grandiosità dell’opera. E sapeva i nomi di tutti i personaggi e le loro storie. Sarei rimasta, col naso all’insù, a guardare e ad ascoltarlo, per giornate intere. Ma ad un certo punto ero così stanca che non mi reggevo sui tacchi e siamo finiti ad ingozzarci a Trastevere. Questa è stata un’idea mia e lui ha apprezzato abbondantemente, anche se è molto attento alla linea, di entrambi. Non vuole che mi riduca a diventare come la povera Ornella.
Anche Ornella è stata fortunata. Contenta lei? Ha trovato il suo principe azzurro; Ercole. Un nome e un programma. Non l’ho visto che un paio di volte. Non si può dire che sia una persona colta. Lei dice che è sempre fuori. Che lui ama andare in balera, la sera del sabato. Anche qualche altra sera. Credo faccia il muratore. Quante cose possono cambiare in due anni. Ora lei porta due taglie più di me e ha due gemelli. Tutt’e due maschi. Uno non sta mai fermo, l’altro è una vera peste. Ha il suo da fare, poveretta. Ci vediamo meno, qualche volta ci si sente per telefono. Anche l’ultima volta aveva il labbro spaccato e il trucco non nascondeva un occhio tumefatto. Dice che è felice e che si amano moltissimo. Follemente. Sospetto che il suo Ercole beva. Non vorrei che finisse per farlo anche lei. Sospetto che non mi dica tutto.
Alberto invece non lesina certo i complimenti. Mi dice quando, dove e perché non debbo esagerare, ma anche che una bella scollatura, profonda quanto basta, quando ci vuole ci vuole, mi dona. Anche se ha riso tanto quando, a Fabriano, nel bel mezzo di una degustazione di vini, me n’è inavvertitamente uscita una. Lui divertito ed io a lottare col mio imbarazzo tentando di passare inosservata. E poi inorgoglita della sua allegria. E poi divertita anch’io dei suoi commenti per il mio gesto maldestro di rimetterla velocemente al suo posto subito. Reggendo con l’altra mano tremante il calice mezzo pieno. E degli occhi strabuzzati degli altri. Dei pochi che se ne sono accorti. Come dice lui: dei fortunati. E cosa mettermi al collo per renderla ancora più irresistibile. Dice che molte donne, quasi tutte, dovrebbero essere invidiose di un seno come il mio. Secondo me lui ha una vera passione per il mio seno, una venerazione. Io gli invidio mille altre cose.
Per la prima volta mi ha fatto assaggiare le ostriche e, incredibile, sono squisite e funzionano veramente. Non ci avrei mai creduto. Ne sono diventata ghiotta. Ostriche e champagne. In un letto di ghiaccio. O anche con del buon prosecco. Forse mi sto facendo confusione, salto di qua e di là, ma è l’entusiasmo. Tutto per dire che con lui sono felice. E pensare quanto son stata stupida. A volte la fortuna è proprio dietro l’angolo. Magari davanti al banco degli affettati, come nel caso nostro. Basta saperla riconoscere. Basta saperla cogliere.
Però ora il prosciutto lo pigliamo intero. Sì! sto da lui. Una casa magnifica che basterebbe per due coppie più una nidiata di bambini. Ai bambini non ci penso quasi mai, ma mai porre limiti alla provvidenza. E tuttora mi chiedo come fa ad affettarlo col coltello; il prosciutto. Ma per i lavori di casa fa quasi tutto lui. Io ho ancora tutto da imparare. Non mi ci proverei più a stirarmi una camicetta. E non ha mai sbagliato una lavatrice. Ora tutti i capi sono del loro colore originale. Ora tutto, nella mia vita, mi sembra perfetto.
Per quanto riguarda la nostra intimità preferisco non parlarne. E’ stato imbarazzante solo all’inizio. Forse un po’ stupido. Com’è sempre davanti alle cose nuove. Dirò solo che a lui piace stare a destra e io ho sempre preferito dormire dalla parte sinistra; e poco altro. Lui legge molto, anche la sera prima di spegnere la luce. Io preferirei passare più tempo davanti alla televisione, quando stiamo in casa e non abbiamo ospiti. Brandendo il nostro grosso telecomando. Accoccolata come un gatto. Sì! mi manca il mio gatto.
Ho del pudore a raccontarlo, ma quello che ha richiesto più tempo è stato il nostro primo bacio. Poi pian piano ha cominciato ad andare tutto a meraviglia. Certo che la nostra unione è una vita piena. Io lo amo come uomo e anche come donna. E non siamo gelosi del nostro rapporto. Mi capita di incontrare tipi interessanti. Insomma ho le mie scappatelle, con uomini, come tutte le donne. I miei flirt. Anche lui ha raramente degli incontri con uomini, ma sono la sua unica donna. Quando mi capita un’avventura galante poi vuole che gli racconti tutto per filo e per segno. E mi sta attento ad ascoltare. Non ci sono segreti tra noi.
Gli altri uomini? Quando ci sono, e capita sempre di meno, cerco di non fare mai tardi. Solitamente so già dall’inizio come finirà e che finirà quasi subito. Sono sempre storie brevissime e comunque mi vengono presto a noia. Non ci si può credere, ma dopo un attimo ho già solo voglia di tornare da lui. Tra le sue braccia. Dentro il nido delle sue carezze. A piangere per farmi consolare. Persino per farmi perdonare; senza colpe. Per farmi dissetare di baci. Ce ne fossero di più di uomini come lui.

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Katia al mareL’aveva sempre detto a Cesira che qualche volta avrebbe preferito finalmente passare delle vacanze tranquille, nella loro casa al mare. Lui e lei. Soli. Non c’era verso. Invece era sempre un’avventura. Alcune vere. Alcune meno. Alcune non affatto. Cosa importa? Alla fine cos’è vero e cosa no? Aveva tutto il tempo che voleva a propria disposizione. Resta quello che si vuole credere e far credere e sognare. La verità resta una sola. Non fa a tempo ad andare via un ospite che ne arrivano due. Un eterno va e vieni. Ma perché la gente ama così tanto il mare? Perché qualche volta non possono andarsene tra i monti? Con le caprette? A cercate Peter? Dove c’è il latte buono e il burro e il formaggio di malga? E l’aria è più fine? E non serve quella condizionata? Naturalmente perché lì tutto è gratis. Non devono portarsi nemmeno gli asciugamani; basta la crema solare. E Cesira gli fa trovare anche la cena pronta. Meglio che in albergo.
L’assassino del bagnasciuga a lui faceva una pippa. Era l’ultimo dei suoi incubi. Ad agosto naturalmente era arrivato il nipote con gli amici ed era cominciata la caciara. Avere in vacanza una decina di ragazzi che schiamazzano per casa non era certo il massimo dei suoi sogni. Nemmeno il minimo. Ventenni. Erano un vero incubo. Nemmeno al bagno si riusciva a stare tranquilli e in santa pace. E mangiavano come dei forsennati. Dei veri lupi. Tutto il giorno. Senza sosta. Oltretutto il mare predispone all’appetito; e a una certa emancipazione e promiscuità. Si abbassa la soglia del rispetto, si alza quella della familiarità. Temeva di imbattersi in qualche ragazzo mentre quello, quel cialtrone, usciva dalla doccia o si rivestiva. O si infastidiva se quando, girato l’angolo, sorprendeva qualche coppietta in cerca di un minimo di intimità per baciarsi. Cose banali eppure non si sentiva a suo agio. Erano solo ragazzi, ma non poteva restare certo immune al fascino di un paio di quei bikini. Katia era sicuramente un gran bel magnifico vedere.
Quel giorno, con un sospiro di sollievo, li vide prepararsi per andare finalmente tutti alla spiaggia. Prima del solito. Quando non era ancora mezzodì. Tutti tranne Graziella che aveva denunciato un leggero mal di testa. Sabatino, tutto dolcezza, le aveva chiesto se voleva che restasse per farle compagnia. Lei aveva detto che non c’era bisogno. Lui non aveva insistito e gli altri amici lo avevano trascinato via. Si era rimessa a letto, quella sfortunata ragazza. Non si era fatta viva nemmeno per il pranzo. Finito lui si era messo a leggere in terrazza e Cesira se n’era andata, come sempre, a riposare. Povera donna, se l’era proprio meritato. Aveva fatto tanti caffè che lui aveva temuto che la macchietta, la moka, potesse surriscaldarsi, se non fondere. Avevano consumato un intero barattolo di cioccolata spalmabile grande quanto il bidone. Così si era ritrovato da solo. Un attimo di pace. Un silenzio incredibile, imbarazzante. Finalmente.
Spesso i genitori dovrebbero pensarci bene prima di dare il nome ad una figlia. Graziella si stava cambiando. O si stava spalmando di crema. O era uscita dalla doccia. O si era appena alzata dal letto. Aveva gli occhi assonnati. Oppure… Insomma, inutile cavillizzare. Cercare troppe risposte. In fondo era in camera sua. Lui stava passando e lei era lì, dietro la porta aperta. Come dire? aveva il costume, ma non la parte sopra. Lui stava proseguendo. Stava andando oltre. Sgattaiolando via. In silenzio. Senza far rumore. Cercò di non farsi vedere. Di farsi piccolo. Pensò di scusarsi. Mica era colpa sua. Doveva pure poter andare in bagno. Tra tanti dubbi il risultato fu che rimase attonito e immobile davanti a quella porta. Distante ma davanti. Lei non si era accorta della sua presenza finché non sentì i suoi occhi addosso. Allora cercò di coprirsi. Di coprire quei piccoli seni. Piccoli sarebbe stato un eufemismo. In realtà non aveva proprio seno. Era un mucchietto d’ossa. Un mucchietto d’ossa con un sorriso sempre triste e malinconico: “Ma signor Giovanni”…
Che ci poteva fare? Pensò di giustificarsi e dirle che mica l’aveva fatto a posta. Che solo gli scappava di pisciare. Che non si era accorto della porta, aperta. Che i suoi occhi non avevano fatto a tempo a vedere niente. Che non c’era niente da vedere. Come per un maschietto. Quasi. Si chiese cosa ci trovasse quel ragazzo in quella ragazza. Bella non si poteva dire bella. Più che di poche parole era stato un miracolo aver sentito in un paio di occasioni la sua voce. Non era graziosa nemmeno quella. Anche sul suo modo di vestire avrebbe avuto un bel po’ da dire. Pensò che in fondo non era nemmeno veramente sua nuora. Era la fidanzata del figlio del marito di seconde nozze della figlia di Cesira. Praticamente non c’era nessuna parentela diretta tra loro. No! non poteva dirsi fortunato. C’era veramente ben poco da guardare. Aveva già visto che il reggiseno era un accessorio, nel suo caso, del tutto inutile. Non era certo Katia, ma… Era così giovane. Aveva vent’anni. Anzi quasi diciotto. Bella età quella. E alla vita non si può sempre rimproverare tutto. E poi un uomo e pur sempre un uomo. Cosa poteva farci? Non lo aveva certo voluto? Quando è la natura che fa il suo corso. Che decide. Era solo la vittima degli eventi. Insomma… aveva funzionato: “Ma signor Giovanni”…
Lui non lo avrebbe nemmeno voluto, ma era stata la natura ad esplodere decidendo da sola. E lui non aveva potuto opporsi. Farci niente. Cercò eppure di uscire da quel tragico e increscioso incidente. Di non restare a disagio. Di distrarre gli occhi. Di togliere la ragazzetta dall’imbarazzo. Certo poteva ritirarsi, anche se gli scappava troppo. In fondo, al mare, si sta tutti un po’ vestiti a metà e nudi a metà. Coperti meno di quanto sarebbe decente. Non è forse vero? Gli faceva tenerezza. Poteva essere veramente sua figlia. Anzi la figlia della figlia. O del maschio. Non che la conoscesse proprio, non troppo, non abbastanza. Le chiese come stava. Si scusò. Stupidamente le chiese se aveva sete e se poteva portarle del tè freddo. Le spiegò che non doveva farsi riguardo per lui. Che poteva succedere. Ed era successo. Che non era nulla. Nulla di male. Per metterla a suo agio anche lui si mise a proprio agio. Lei intanto aveva abbassato le mani. Poi aveva abbassato anche gli occhi. E allora finalmente disse qualcosa con una voce flebile: “Ma signor Giovanni”…
Oh signor Giovanni”…
Gli erano sempre piaciute le ragazze che sanno riconoscere la fortuna e che sanno esserle grate. E che sanno distinguere le cose per quelle che sono, e con entusiasmo. Infatti prima la voce aveva mostrato sorpresa. Poi interesse e ammirazione. Quasi incredulità. Delle mani non sapeva più che farsene. Gli occhi di Graziella avrebbero voluto sfuggire i suoi, ma non riusciva a toglierglieli da dosso. Lo interrogava in viso ma poi tornavano in basso. Indecisi tra il rimprovero e l’interesse e ripeteva quell’ultima frase. Intanto che lui la fissava aveva cercato di spiegarle che è una cosa normale. Che sarà mai? Che, a parte l’età, non erano che un uomo e una donna. Che al mare può succedere. E intanto, per non restare lui da solo in imbarazzo, la pregò di toglierlo anche lei. Era indecisa se protestare, senza convinzione: “Ma signor Giovanni”…
Alcuni minuti sembrarono ore. Cosa stesse passando per la testa di quella ragazza era un vero mistero: “Forse… non… dovremmo”… Lo guardava restando ancora incredula. Cercò da prima di mostrarsi recalcitrate al che dovette rassicurarla: “Lascia, faccio io”. E lei lo lasciò fare ubbidiente. Ma per pensarci ci pensò: “Non vorrei disturbare la signora Cesira”.
Gli erano sempre piaciute le ragazze rispettose ed educate: “Faremo piano”. E aveva veramente apprezzato che lei si fosse preoccupata di non disturbare il meritato riposo di sua moglie. Che le avesse usato quella delicatezza e quella cortesia. E di quella sua remissività. La convinse. Si lasciò andare. Il letto era piccolo. Un letto a una piazza. Girò lo sguardo da un’altra parte. Non era molto ispirato. Per trovare un altro po’ di entusiasmo chiuse gli occhi e pensò a Katia. Nemmeno Greta era male. E le aveva proprio grosse. Certe cose un uomo, un galantuomo, non dovrebbe nemmeno sognare di raccontarle, ma docilmente lo aveva lasciato fare tutto. Anzi a un certo punto gli aveva chiesto se fosse già stanco. Preoccupata. Lo avrebbe capito, aveva detto. Un po’ affaticato per la verità si sentiva. Ma non voleva cedere. Non voleva arrendersi. Così non poté che ricominciare. Lei aveva trovato sempre più, e sempre in silenzio, quell’entusiasmo facile da scovare a quell’età. Infine non era riuscita a trattenersi da gridare. Lui si era sentito intimorito. E orgoglioso di sé: “Oh signor Giovanni”…
Quand’ebbe finito era riuscito ad andare finalmente in bagno, mentre lei restava in silenzio ad occhi abbassati. E si era infilato anche sotto la doccia. Prima di uscire però le aveva detto: “Chiamami pure Giovanni”. Amava l’educazione, ma quando si eccede si eccede. Troppo formalismo tende a rendere le persone ancora più imbarazzate. Aumenta le distanze. Avvelena anche quel minimo di convivialità. Insomma cominciava a non piacergli. Lo infastidiva quel signor. Al ritorno la porta era ancora aperta ma lei si era rivestita. E sopra il costume, forse lo stesso, aveva anche messo pantaloni e maglietta. In silenzio non lo aveva guardato. Lo aveva ignorato. Lui era andato in cucina a farsi un caffè. Era stato allora che era scesa Cesira. Sperava non l’avessero disturbata. Lei disse che le sembrava di aver sentito gridare. Che questo l’aveva preoccupata. Gli chiese se era successo qualcosa. Su due piedi non gli riuscì niente di meglio che raccontarle la verità, o quasi. Almeno un po’.
In fondo non poteva dire che era stata proprio colpa sua. Lui l’aveva avvertita. Calmo, per quanto poteva esserlo, la tranquillizzò: “Sai come sono questi ragazzi. Credono di essere già grandi. Credono di spaccare il mondo. E hai visto quant’è magra? Un’acciughina. Con quello che mangia… Ma dove?… Ma forse ha preso anche un po’ troppo sole. O forse è solo dovuto al mal di testa. Secondo me studiano anche troppo. E poi esagerano tutto. Ieri sera hanno anche fatto tardi. Nemmeno li ho sentiti rientrare. E tu? E hanno bevuto. Si sentiva di svenire. Un mancamento, ha detto. Come l’ho sentita sono accorso subito. Fortuna che era vestita. Sarebbe potuto essere… sconveniente. Anche se non c’è molto da vedere. Non ho dovuto fare niente. E’ stata una cosa passeggera. Niente di grave. Forse anche un po’ di disidratazione. E’ bastato solo un sorso di tè. Ora va già meglio. Credo si sia rimessa a letto. E’ solo affaticata. Le ho consigliato di riposare ancora un poco”.
A cena, mentre Cesira lavorava per quattro per servire tutti, aveva chiesto a Graziella come andava per il suo mal di testa. Nessuno se ne era preoccupato. Forse nessuno nemmeno se lo ricordava. Come se non avessero assolutamente notato la sua assenza. La musica andava forte. Più che una musica era un fracasso. Si sentiva dolere le ossa. Era veramente stanco. E deciso ad andarsi a coricare presto; cascasse il mondo. Si sentiva tutti gli anni che aveva. Forse qualche natale in più. Ma pur sempre un vero guerriero. Anche se gli occhi gli si chiudevano. Sabatino se la mangiava guardandola. Continuava a non riuscire a capirlo. O forse sì. In quel caso era solo un pirla. Lui continuava a vederla brutta. Lei gli rispose nel frastuono: “Molto meglio, grazie signor Giovanni”. Il certino le aveva chiesto sorpreso cos’era successo. Se non si fosse sentita bene. Valli a capire i giovani.
L’indomani era riposato. Non proprio in gran forma ma quasi. Pronto ad affrontare le sfide della giornata. Si era fumato già un paio di sigarette durante la lunghissima cerimonia dei caffè. Aveva anche aiutato Cesira a portare un paio di tazze in tavola. Allungato lo zucchero ora a questo ora a quello. Preso dell’altro latte dal frigo. Approfittato anche lui del barattolo di cioccolato da spalmare. Al momento di scendere alla spiaggia, quando tutti erano pronti con le borse e gli zaini preparati, Graziella aveva detto: “Andate pure avanti voi, tranquilli, vorrei fermarmi a provare a studiare almeno un pochino”. Non gli erano mai piaciuti gli eroi. Meno ancora i martiri. Credeva ormai di conoscersi bene. Aveva guardato il suo viso impassibile e aveva deciso “Posso unirmi a voi, ragazzi”? Si erano mostrati tutti entusiasti. Anche Cesira lo aveva incoraggiato ad andare, ma di fare attenzione al sole. Non si era guardato indietro. Era determinato: voleva vedere Katia fare il bagno. Solo Graziella aveva detto a bassa voce: “Ma signor Giovanni”…

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lotteriaIo sono un tipo un po’ casalingo, non esco mai la sera. Riassetto e sprofondo a guardare la tivù. Finisco quasi sempre per prendere il sonno. Quando lei torna solitamente cerca di non svegliarmi, ma se lo fa le chiedo sempre com’è andata? Lei mi risponde solitamente Bene. O almeno quasi sempre. Se invece dice Così! come l’altra sera, mi sembra quasi un invito a chiederle. Mi ha spiegato che era solo una cena tra amici. E lo ha fatto mentre stava già andando al bagno a sistemarsi.
Mi alzo e vado pigro a letto anch’io. A lei piace leggere e a me la luce non da fastidio. Dice che continuerei a dormire anche sotto un bombardamento, ed è vero, presumo. Qualche volta mi chiedo se le do abbastanza, ma la vedo felice. Questo mi basta. Tra noi funziona tutto a meraviglia. Non ho bisogno di chiederlo né a lei né a me stesso né a nessun altro. Non possiamo certo dire che abbiamo una vita monotona.
Era la fiera di S. Lazzaro. Ci sono andato anche se non ci vado mai. Erano tutti là ed erano tutti sorpresi di vedermi. Veramente stavo lottando con il torpore progressivo. Mi sono fatto un caffè per resistere almeno un po’. Lei ha sempre detto che per me è meglio una buona tisana calda. E poi a letto. Sento le grida perché già stanno estraendo i vincitori. Guardo la lista e scopro che è lei il primo premio. Così assonnato non sono certo di riuscire a capire. Scuoto la testa e mi incammino per ritornare verso casa.
Non faccio un passo che ci incrociamo e mi guarda sorpresa: Che ci fai qui? Passavo, e tu? Mi sembri stanco. Un po’. Vai a casa e aspettami che torno presto. Fai con comodo, tanto non scappo. Non so perché ma mi sembra di aver sbagliato risposta. Lei si preoccupa per me: Ora devo proprio andare. Sai che non ti devi sciupare. Non so cosa ci trovi in tutta quella confusione: Torna pure alla tua festa.
Altri quattro passi e trovo Pietro. Cerco di non vederlo ma lui mi vede bene e si ferma. Non posso evitarlo. Sembra guardare un fantasma eppure ci conosciamo dalle medie. Non ho nessuna intenzione di fargli compagnia a bere. Anche tu qui? Passavo, e tu? Io sono ai polli allo spiedo. Come sta andando? Quest’anno è fiacca. Come mai? E’ per la lotteria. Qualcosa non va? No, niente. Come niente? Ti dico niente. Ci sarà un motivo? Lui si fa reticente. Borbotta: Hai visto i premi? Non faccio per dire ma me ne ero già scordato. Finalmente si decide: Da amico ad amico. No! E’ solo… beh ecco… che premio è il primo se il vincitore vince un premio che hanno già vinto tutti? Capisco che non riesco a capire: Scusa, debbo andare, magari ne parliamo domani. Lui mi saluta: Certo, contento tu.
Il film è a metà. Devo prendere Sky così posso tornare indietro. Spengo. Mi sento stanco e ho sonno. Le scrivo un bigliettino pregandola di fare piano. Mi stendo a letto e spengo la luce. Dev’essere il caffè se fatico ad addormentarmi. Al buio mi ritrovo a pensare. Primo premio: Loredana. Secondo premio: Frigorifero. Strano, ricordo ancora bene che il toscano mi ha detto che l’anno scorso il primo premio è stato una serata “romantica”. Proprio così, con “romantica” tra virgolette. Che cavolo dice Pietro che è sempre lo stesso premio? Non c’è mai da fidarsi di quell’uomo. A quell’uomo il vino ormai deve avergli affogato il cervello.
Quando lei rincasa deve essere ormai molto tardi. Mi chiede: Dormi? Le dico di no e le spiego che forse per il caffè mi sento bello sveglio. Si scusa perché è proprio troppo stanca da morire e nemmeno si accende la luce. Rinuncia anche a leggere. Ma perché poi proprio lei che ha il diploma di ragioniera devono metterla tutti gli anni al baracchino del tirassegno? Devo scambiare due paroline con il parroco. La vedrei meglio alla biglietteria.

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Couple at romantic dinner in restaurantNon è infrequente imbattersi nell’uomo sbagliato. E un poco innamorarsene, o provare per lui rapidamente della simpatia. Così è successo con Alberto. Devo essere un ottima allieva in questo. Non è stata la prima volta e temo non sarà l’ultima. Capitano tutti a me. Eppure non sono certo una a cui dovrebbero mancare le occasioni. Ma questa non l’ho mai raccontata a nessuno.
Ci eravamo incontrati un paio di volte al supermercato sotto casa. Solo dopo ho saputo che lui ci andava solo perché era più grande e più fornito, anche se gli stava fuori mano. Avevo pensato: Peccato. Poi un pomeriggio, stavo prendendo due etti di prosciutto crudo al banco, ha trovato il coraggio. Ha aspettato poco distante che la banconiera finisse di servirmi e poi mi ha spiegato che anche a lui piaceva il crudo. Mi ha fatto i complimenti per il vestire. E per il taglio di capelli. Ci ha pensato un po’’, imbarazzato. Poi finalmente ha avuto l’ardire di invitarmi a cena. Io sulle prima ho cercato di mostrarmi sostenuta, ma poi, davanti alla sua galanteria, sono crollata, mi sono arresa e ho accettato per la sera stessa. Avevo già controllato che non portava la fede. Gli ho mostrato il portone e indicato qual era il campanello. Gli ho spiegato di suonare Sonia Bellavia e che sono io Sonia; che sarei scesa subito.
Gli avevo detto alle sette e si è presentato puntuale, anzi con cinque minuti in anticipo. Diversamente mi avrebbe trovata già giù ad aspettarlo. Ed è corso ad aprirmi la portiera. Gran bella macchina la sua. Grande e comoda. Blue elettrico. Non ne avevo mai provate di quel modello. Dopo avermi chiesto il permesso ha acceso l’autoradio. E mi ha portata in un locale veramente elegante, con le tovaglie candide e piene di posate. Grande. Un cameriere per il vino e uno per l’acqua. Io l’ho presa gassata e lui frizzante; l’acqua. E lui ha nascosto un sorriso compito dietro la mano. Prima che mi sedessi ha fatto una cosa veramente insolita: ha fatto il giro del tavolo per accostarmi la sedia. Avrei fatto anche da sola, ma quel gesto mi era sembrato veramente una cosa galante. Mentre aspettavamo mi ha detto di chiamarsi Vittorio Ernesto Gianmaria, ma che potevo chiamarlo Alberto. Poi ha assaggiato il vino.
Non abbiamo dovuto aspettare molto. Sembrava che lo conoscessero. Ho ordinato quello che ordinava lui, per non sbagliare. Tutto veramente squisito anche se le porzioni non si potevano certo definire abbondanti. Prima del dessert è passato un cingalese dell’India con le rose e lui me ne ha regalata una. Poi l’ha richiamato e me le ha prese tutte quelle che il piccolo uomo aveva. Tutte rosse, naturalmente. L’ho ringraziato lanciandogli un piccolo bacio a labbra socchiuse. Lui mi ha preso la mano spiegandomi che era una gioia. Alla fine ha fatto un cenno al cameriere, gli ha bisbigliato quasi all’orecchio e ha pagato tutto lui porgendogli la carta di credito.
Ero senza fiato. Non potevo credere che stesse succedendo proprio tutto a me. Mi ha accompagnato fino alla porta e sulla porta ha spettato per salutarmi e vedermi rincasare. C’è stato un attimo di silenzio che abbiamo consumato guardandoci negli occhi. Come se aspettassimo entrambi qualcosa. Gli ho chiesto cortesemente se voleva salire. Mi ha detto che non voleva rovinare tutto e mi ha salutato con un timido e rapido bacetto sulla guancia. Per tutte le scale mi veniva da cantare. E da ridere. E da piangere. E da imprecare. E ancora da cantare. Ho messo le rose in un vaso con l’acqua e stanca sono corsa a letto. La notte ho faticato a prendere sonno. Un po’ pensando a lui. Un po’ per l’emozione e per tutto. Un po’ per il vino. Un po’ perché mi sentivo immensamente sola in quel maledetto enorme letto.
Il mattino seguente si è fatto vivo subito, anche troppo presto. Nel primo messaggino mi chiedeva se avevo dormito bene. Nel secondo come stavo. Nel terzo si scusava se poteva aver mancato in qualcosa e se mi era piaciuta la serata. Naturalmente il quarto l’aveva scritto per chiedermi se potevamo rivederci. A questo ho risposto subito, senza farlo aspettare, per dirgli di sì. Certo! Che potevamo rivederci sicuramente. Quando voleva. Allora mi ha chiesto quando lasciandomi sorpresa. Non ho scritto “Anche subito, immediatamente”. Ci ho pensato e poi ho deciso per dirgli: anche stasera. Ci sono rimasta un po’ delusa e stupita quando mi ha messaggiato che proprio quella sera non poteva per un impegno. Se mi andava bene per l’indomani. Certo che mi andava bene. Per di più era di sabato. Avevo tutto il fine settimana davanti. Al mio “Certamente!” ha replicato invitandomi a teatro. Rimasi un po’ delusa. Avrei voluto rispondergli: Meglio da me.
Ero impaziente. A pensarci non avrei avuto niente di adatto da mettermi. Ho preso un vestito rosso Valentino che m’è costato una cifra. E due scarpe con i tacchi che mi facevano le vertigini solo a guardarli. La borsa me l’ha prestata Ornella. Ho messo gli orecchini d’oro, quelli fatti come delle lanterne, che sono sempre belli. Ho cercato di pensare proprio a tutto sperando di non farmi confusione. Persino alle mutandine che ho immerse in un bagno di gelsomini. Per il trucco mi son fatta aiutare dalla stessa Ornella. Volevo essere perfetta. Lei, Ornella, mi ha detto che ero magnifica. Mi sono ammirata allo specchio e non ho potuto che darle ragione. Ho trovato sicurezza di me. Fiducia. Le ore dopo sono state una lunga infinita attesa.
Ero alta come lui o quasi. Non vedevo l’ora di sedermi e di sfilarmi, nel buio, quelle scarpe. Facevano una cosa sulla vita e la morte di un certo Caravaggio. Più sulla morte che sulla vita. Una cosa di una noia mortale, ma ogni volta che lui rivolgeva la sua attenzione verso di me cercavo di ricambiarlo con un sorriso. Non ci ho capito molto. Forse mi lasciavo distrarre dalle persone tra il pubblico. Forse pensavo a come sarebbe finita la serata. Fantasticavo. L’attore principale interpretava il protagonista e anche un altro personaggio, un certo Michelangelo Merisi. Non capivo quando era l’uno e quando era l’altro. Non cambiava nemmeno faccia. Avrei potuto chiedere ad Alberto, ma non volevo farmi vedere come fossi la sprovveduta che non sono.
Mentre tornavamo a casa mi accorsi che non mi erano state nemmeno chiare le vere ragioni della sua morte. Non che mi interessasse così tanto. Forse mi ero anche un po’ assopita. Prima di scendere mi ha spiegato che secondo lui due persone non dovrebbero mai lasciarsi prendere troppo dalla fretta. Non è una buona consigliera, mi ha detto. Non era una questione di fretta, ma eravamo già al secondo appuntamento. Fosse stato solo per me sarei stata felice di farlo felice anche lì in macchina. I sedili erano reclinabili, e comunque era molto comoda. Mi sono trattenuta. Certamente Ornella mi avrebbe rimproverato con un divertito: Bella stupida. Gli ho chiesto se era proprio sicuro di non voler salire. Ha declinato l’invito ancora e con grande amabilità ringraziandomi. Davanti al portone mi ha abbracciata e mi ha lasciata con un bacio sulla guancia, stavolta meno rapido, meno fuggevole.
In seguito non si era fatto sentire per tre giorni. Tre lunghi giorni di silenzio. Avrei voluto chiamarlo, ma non mi aveva dato il suo numero di cellulare. Avrei potuto contattarlo attraverso quegli stupidi messaggini, ma non volevo apparirgli invadente. E poi per sms non so mai bene cosa dire senza poter essere fraintesa. Per dirla tutta mi sono sembrati tre giorni d’infermo. Andavo su e giù senza trovare pace. Riempendomi la testa di domande alle quali non riuscivo né potevo trovare risposte. Era un silenzio ingombrante. Assordante. Un silenzio materiale che mi seguiva in qualunque stanza andassi, cercassi di nascondermi. Anche la televisione mi mostrava cose che non sentivo, che non capivo. E quando sono in ansia mi si crea aria nella trippa.
Alla fine si era rifatto vivo. Solo uno di quei maledetti messaggini, laconico. Mi chiedeva se mi andava bene per una cena per quella stessa sera. Ormai era pomeriggio. Ero nei guai. Non potevo certo mettere lo stesso vestito del primo appuntamento. Tanto meno quello del secondo. Troppo elegante. Non mi piace fare le cose di fretta. E non mi piaceva niente di quello che avevo nell’armadio. Per un verso o per l’altro niente andava bene. Decisamente inadatto. Troppo da pomeriggio. Troppo da signora. Troppo troppo. Ho comunque confermato per quella sera. E ancora una volta mi ha salvato Ornella. Lei ha tutto di tutto e qualcosa per ogni occasione. Mi ha salvato e, vedendomi, mi ha fatto gli auguri: Non farti fregare. Ma mi ero sbrigata tutto all’ultimo momento.
Lui mi aspettava davanti alla porta. Mi ha portata allo stesso ristorante. Sembrava un déjà vu, insomma una cosa già vista. Alla seconda visita però mi sembrava che il locale avesse perso un poco del suo fascino. Anche il cameriere per le ordinazioni era lo stesso. Anche il vino che ha ordinato. Persino le coppie agli altri tavoli sembravano le stesse. Però stavolta sapevo che le forchettine più piccole erano per il dolce. Appena seduti o poco dopo gli ho chiesto cosa avesse da dirmi. Si è scusato molto, tenendomi la mano, e mi ha raccontato che era dovuto andare in un posto vicino a Norcia. Per lavoro, mi aveva detto. Un posticino veramente incantevole, a sentire lui. Affogato nel verde. Poi è stato carino. Mi ha confidato che avrebbe voluto che ci fossi anch’io. Che avrebbe desiderato farmelo vedere. Che potevamo tornarci assieme.
Il vestito a fiori di Ornella era un po’ scollato. Forse più che abbastanza. Me lo sono chiesta: esagerato? Lui sembrava distratto. Sembrava distrarsi a guardarmi nella scollatura. Ma non troppo. Non come mi sarei aspettata. In fondo che c’è di male? E poi… non che si vedesse proprio tutto. Avrei voluto chiedergli qual era il suo lavoro, ma non lo feci. Per la mia solita insopportabile riservatezza. Lasciai parlare quasi solo lui, mi piaceva starlo ad ascoltare. Anche solo sentire. Aveva un tono melodioso. Persino quando ha ordinato il filetto di cernia. Io ho alzato solo le dita nel segno di vittoria come dire: per due. Lui ha controllato l’ora tre volte, sono stata attenta, sempre scusandosi, come se dovesse dopo andare in qualche altro posto.
A volte vengono proprio delle idee bizzarre. Avevo sperato che mi avrebbe portata in un posto nuovo. Un poco delusa ci era rimasta. Per fortuna non mi aveva invitato al cinese. Io con le bacchette non so nemmeno come cominciare e come finire. Non riesco ad afferrare le cose, tantomeno portarmele alla bocca. Sì! proprio una fortuna. Certo il locale era bello, ma troppo grande. Troppo illuminato. Con tutti quei lampadari la candela perde ogni effetto e significato. Troppo chic. Era troppo… troppo… troppo poco intimo. E il cameriere era sempre tra i piedi. Non potevo finire una frase. Non potevo finire di bere che già mi aveva riempito il bicchiere. Speravo in un posto magari meno distinto, ma più romantico.
Non potevo dire che era bello, non proprio. Però era intelligente, pulito, elegante, educato, raffinato, delicato, galante e tante altre cose. E sempre rasato in modo perfetto. Forse anche bello. E poi… quando c’è del sentimento cosa importa? E le scarpe mi facevano un male d’inferno. Erano di un numero più piccolo del mio e mi soffocavano i piedi. Anche il vestito era una taglia in meno, ma non potevo rimproverare niente a Ornella. Decisi di rinunciare al dolce per non compromettere la tenuta della cerniera. Sarebbero stati guai seri. Sono pudica il giusto, non avrei mai voluto ritrovarmi spogliata davanti a lui in mezzo a tutta quella gente. Mentre mi dicevo tutte queste cose cercavo di non negargli l’attenzione e di ascoltare le sue parole. Un gioco complicato di equilibri in cui non sono proprio una maestra.
Insomma quell’interminabile cena era finita con lui che mangiava una fetta di Saint-Honoré e io che aspettavo paziente. Paziente ma non troppo. Era il terzo appuntamento e sapevo appena il suo nome, anzi facevo fatica anche a ricordarli tutti quei nomi. Era pieno di attenzioni eppure mi sentivo invisibile. Mi guardava di più il tipo due tavoli distanti. Per quanto mi chinassi sembrava non ci fosse niente da fare. Ancora una volta pagò tutto lui, per due. Poi facemmo in macchina il percorso in un silenzio imbarazzante. Parcheggiò sotto casa mia, ma non fece cenno a scendere per aprirmi la portiera. Aspettai anch’io. Aspettammo in un attesa infinita. Infine si fece forza e, senza guardarmi negl’occhi, mi chiese se poteva confidarmi una cosa. Un segreto. Certo! –gli dissi. Cercai di spiegargli che poteva chiedermi tutto quello che voleva. Che ero pronta a tutto. Forse mi stavo veramente innamorando. Forse ero solo felice.
Mi pregò di starlo a sentire senza interromperlo. Mi pregò di non dire a nessuno quello che stava per dire solo a me. Che era un segreto. Mi sentii emozionata. Privilegiata. Perché no? Intanto io avevo il tempo di immaginarmi chissà quali cose. Persino le più strampalate. Invece mi confessò che in verità lui si chiamava Vittoria Ernestina Giannamaria, cioè lei si chiamava così, o si era chiamata. Che da bambina tutti la conoscevano come Giannina o Tina, ed era una vera discola. Poi era cresciuta fino a diventare Alberto. Ma… che… insomma… non era Alberto del tutto, un poco era ancora Giannina. Mi ci volle qualche minuto per pensare e per capire. Per realizzare cosa mi stava raccontando. Credo sia umano. Vorrei vedere un’altra in una situazione simile. Non gli risposi subito. Poi mi dissi: Che sarà Mai? Un nome è solo un nome. Il modo in cui ti chiamano gli altri. Ma nemmeno nella voce ero convinta.
Era assolutamente addolorato. Sconfortato. Con molta tenerezza gli passai una mano sulla guancia assolutamente liscia. Forse era troppo tardi per tornare indietro. Gli spiegai che… io… insomma… potevo amarlo anche come donna. Non ne ero certa. Non avrei saputo come fare. Ero anche disposta a provarci. Mi rispose sconsolato che lui però non poteva amarmi come un vero uomo. Mi ricoprì di scuse. E non volle salire. A casa ero furiosa. Ero delusa. Ero… fuori di me. Dovetti sorbirmi una tisana, dopo essermi tolta quel maledetto abito e sfilate le scarpe. In seguito a quella sera a volte ci troviamo dalla parrucchiera, a volte dall’estetista. Come due buone amiche. O due buoni amici. O entrambe le cose. Nessuno dei due ha trovato il coraggio per fare quell’ultimo passo.
Come ho detto fin dall’inizio: questa è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno. Per pudore? Per vergogna? Perché non saprei da dove cominciare? Perché non saprei come farmi capire? Perché confonde pure me? Non lo so. E anche ora che la racconto ho ritenuto opportuno usare nomi di fantasia. Nella realtà non c’è nessun Alberto. E io non sono io. Mi sono inventata questo nome per rispetto nei suoi confronti. Per non compromettere la sua carriera. Per evitare i pettegolezzi. Perché lui è l’uomo sbagliato, ma una splendida e meravigliosa amica.

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darlin_maxresdefault-2-1Vi ho mai parlato di Africa, cioè di Augusta detta Africa? No! credo proprio di no; perché questa è un’altra storia. Una delle tante. Per chi non la conoscesse nel nostro complesso lei cantava e suonava il violino. Non era alta, questo si dice di chi è abbastanza piccolina. Piccolina e formosa, ma sapeva farsi apprezzare. Aveva il diavolo in corpo e nessun ritegno. Carnagione scusa, da questo quel soprannome. Lunghissime treccine e forme piene. Molto piene, abbondanti. E non cominciava mai un concerto senza averlo fatto, dopo essersi fatta un bel po’ d’erba. Lei diceva proprio come Janis. Ma così vanno le cose, o andavano allora. E noi dovevamo suonare al King’s Palace. E doveva venirci ad ascoltare un produttore.
Quella sera avevamo appuntamento nel furgone mentre gli altri continuavano con il Sound Check. Non che dovesse rimanere un segreto. Ma io la raggiunsi furtivamente. Era la mia occasione. Ero emozionato, Non solo per la serata. Ero preparato al meglio, al massimo, non a una delusione. Invece, con lei, avrei dovuto esserne pronto. Infatti lo stava già facendo con quello stronzo buono a nulla che avrebbe dovuto occuparsi solo delle luci. Mi stava su quel posto già da appena l’avevo visto. Per un attimo non si accorsero di me. Mi sentivo un imbecille. Poi lei mi guardò e mi sorrise con quel suo fare innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se si stesse lavando i denti. Scusami un attimo. Sai… è solo che lui è arrivato. Mentre stavo aspettando. Non te la sei presa, vero? Magari ci… sentiamo dopo il concerto. E me ne uscii.
Non è stato il più bel concerto della nostra brevissima tournée. Ero distratto. Lei si era scordata di rimettersi le mutandine. Ero incazzato. Moisse aveva perso il tempo. Il piano aveva troppi tasti. Ad un certo punto le luci si erano spente. Fanculo, lo avevo detto che quel figlio… Dopo non avevo più un briciolo di energia. Lei aveva cercato di rabbonirmi, di consolarmi, facendomi vedere e giocare con le sue bocce. Già! da quando avevamo cominciato erano il successo maggiore e la cosa più gettonata di tutta la provincia. Forse è in un’occasione del genere che qualcuno ha coniato il detto che il tempo è d’oro. Ero fuori di me. In fondo la canzone era la mia.

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istock_000058983098_small_1739825Pareva che Teresa, quelli giusti, li avesse trovati tutti lei. Certo che Teresa era una che si dava da fare e ci sapeva fare. Almeno da come la raccontava lei. Era piena di consigli e li elargiva a piene mani. Solo che di quei consigli non sapeva che farsene. Inutile dire dopo cosa si sarebbe potuto fare prima. E poi nemmeno a lei mancava la fantasia. Forse era la pratica a farle difetto. Le sue domande poi erano le banalità più scontate che le avessero potuto propinare. A volte anche imbarazzanti, altre solo banali. Eppure era la stessa Teresa a confermarle che a lei non mancava proprio niente. Se non ti amano vuol dire che non ti meritano.
Certo che gli aveva fatto notare come avesse le gambe lunghe, e le cosce sode. Certo che conosceva il linguaggio di un sorriso ammiccante. Certo… anche del sedere. Certo che sapeva essere provocante. E impaziente. O, se serviva, paziente. E farsi riservata. E farsi spudorata, cioè un po’ arrogante e un po’ impertinente. Ma anche, se era il caso, un po’ santa e un po’ quasi quasi non te la do. Poteva essere qualsiasi donna e tutte le donne Per me… fa lo stesso. Come vuoi. Visto che siamo qui. Non lo avrei mai immaginato. Certo che tu… Non ti credevo così… Non guardarmi con quegli occhi. Come ti sembro? Scusa, puoi abbassare la luce. Ma mi hai vista. Abbi pazienza. Per chi mi hai presa? Datti da fare. E quelle cose lì. Tutte le donne lo sanno. E’ solo che poi vai a pescare gli uomini che le capiscono. E trovare quelli giusti. E il momento giusto.
Forse era solo una questione di tempo e di tempi. Se uno non lo conosci proprio a fondo puoi fraintendere quello che si aspetta. Che tipo è. Mica poteva chiederglielo Che tipo sei? Come ti piace farlo? Non sarai mica uno di quelli? Non è che poi mi deludi? Sei un toro o un agnello? O un capone? E la prima volta è sempre fondamentale. Lui ti guarda e ti sembra impaziente. Tu lo guardi e ti pare che la pazienza non saprebbe bastarti mai. L’amore ha sempre mille sfumature. E lei non parlava di amore, si accontentava di una semplice e sana avventura. Non cercava niente di più.
Al dire di Teresa Spresiano era un vero gigante, un bronzo. Doveva essere particolarmente fortunata. Lei aveva incontrato solo normo-dotati, quando non mini-dotati. Certo che il ricordo storpia, ma quando aveva, come dire? incontrato Spresiano non le era parso nulla di che. Per dirla tutta più pelle che carne. Per Teresa le poppe erano tutto, erano il suo segreto. Ma lei, Teresa, le aveva abbondanti. E anche un po’ cadenti. E se tra loro si doveva posare uno sguardo era prima su di lei che si soffermava e si soffermava un attimo di più, con maggiore interesse. Solo che spesso si soffermava solo quello sguardo. Il proprietario non riusciva a trovare le parole, il coraggio. Si allontanava con la sua voglia silenziosa. E la coda tra le gambe.
A sentire Teresa bastava essere disinibite. Cosa vuol dire? Si ha un bel dire disinibita quando nessuno cerca nemmeno di attentare alla tua virtù. Quando uno sguardo da pesce lesso resta solo lo sguardo di un pesce lesso. E te ne stai lì ad aspettare l’occasione e mastichi aria e l’occasione continua a farsi aspettare. Non ci sono più gli uomini di una volta. Dov’è finito il maschio cacciatore? A raccontare fantasiose rodomontate. A berselo corretto. A parlare di sport e di quella che lui chiama politica. A farsi lo spritz. A distogliere lo sguardo se lo guardi. Se incrocia i tuoi occhi. Se ti si scopre un po’ di gamba. Se si accorge che te ne sei accorta. Se ha ammirato troppo a lungo, secondo il fesso, la tua maglietta. Come se potesse darti fastidio. Come se un complimento potesse essere non apprezzato.
E’ stato allora che ho detto a Teresa vai a fartelo fare da un bassotto e pelo corto. Che mi sono alzata e l’ho raggiunto al suo tavolo Posso dirti due parole trascinandolo via dagli amici. Scusa, come ti chiami? Veramente… io mi chiamo veramente… Salvatore; perché? Salvatore, ho visto come mi guardavi. Credo si stia sbagliando; io mica la guardavo. Certo che lo facevi. Mi deve credere. Ti è piaciuto quello che hai... Non vorrei essereInsomma, se ne hai voglia allora abbiamo voglia in due. Non credo di capire. Certo che capisci, intendo… sì, insomma… scopare? Dice sul serio. Certo, solo una scopata. E’ che ioFacciamo in fretta. Una sveltina. Una botta e via. E’ solo che devo prendere il pullman. E si è alzato. Soddisfatto. Soddisfatto di che?
Non era male Salvatore. Non sarebbe stato male. Ero certa che ci stesse ripensando. Spettinandosi i capelli. Ma appena si era allontanato era giù una storia chiusa. Se si può definite una storia. E sono tornata da Teresa Sei ancora qua? Dove volevi che andassi? Non dire che non te l’avevo detto. E allora? Hai visto anche tu. Cosa? Allora nisba. Perché? Che ne so? Mica potevo dirle che aveva appuntamento con un pullman. Lei aveva riso. Gli uomini restano un mistero. Se anche trovano il coraggio solitamente non hanno neanche niente da nascondere. Puoi aspettarti che ti riempiano di parole. Sei un’illusa ad attenderti anche dei fatti. E’ una storia già scritta: gli uomini che incontri sono sempre gli uomini delle altre.

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istock_000058983098_small_1739825Ogni uomo è diverso ma alla fine sono tutti uguali. Anche se ogni uomo ama le cose che ama. Forse non la donna. Forse quello che la donna gli può dare. Forse quel momento che in quel momento sembra speciale. Unico. Forse quel finto rischio. Forse un po’ di apprensione. Ma se pensava agli uomini della sua vita, anche a quelli che l’avevano attraversata per quel breve istante, soprattutto a quelli, le prendeva una sorta di malinconia. Anche un po’ di malumore. Continuava a non capirli.
Claudio era la certezza, il porto in cui si poteva rifugiare. Non aveva certo molta fantasia e gli anni avevano cancellato anche quel briciolo di mistero. Però non dovevano chiedersi nulla. Anche se era come mangiare dalla vaschetta uscita dal microonde. A lui diceva tutto, o quasi. Ma lui era suo marito. Forse era stata solo una sua illusione pensare che per qualche motivo o con qualcuno la cosa sarebbe cambiata.
Il divano di Samuele non era stato la cosa più comoda in cui si fosse… dimenata. Avrebbe potuto enumerare le molle che l’avevano distratta. E non aveva mai capito se c’era stato quel briciolo di passione o se era solo erba buona. Ma lui era un ragazzo e nemmeno lei poteva dire di essere molto esperta in cose di… cuore; allora.
Giuseppe tutto casa e chiesa aveva creduto di incontrare una santa. Non era stato sfiorato dal dubbio che il piacere non avesse bisogno di una morale. Non ci si può lasciare andare completamente con uno che ti mostra le foto della famiglia. In silenzio gli aveva detto quello che si meritava.
No! di Matteo avrebbe potuto serbare un buon ricordo, anzi almeno un paio, se ricordava bene. Assolutamente niente di cui lagnarsi, tutt’altro. Non che lei fosse una che dava i voti, ma se lo fosse stata avrebbe meritato un ottimo. Si era veramente impegnato. Nemmeno con le parole si era limitato. Pareva veramente preso. Ed era uno da rendere orgogliosa una donna fin dal primo sguardo. Non fosse stata sposata avrebbe pensato che si potevano rivedere.
Con Corrado non era stato nemmeno sesso. Se n’era andata insoddisfatta. Lo aveva preso in mano mentre recitavano le formazioni, e le aveva sporcato il vestito prima ancora che l’arbitro fischiasse l’inizio della partita. Non le era mai capitato di destare così poco interesse. Di farlo guardando il quadro appeso al muro e pensando che il giorno seguente doveva andare dalla parrucchiera. Una cosa che nemmeno alle superiori.
Per Filippo non ci sarebbe stato niente da fare probabilmente nemmeno se ce l’avesse avuta d’oro. Per provare lei ci aveva provato, testardamente, e messo energia. Aveva messo tutta se stessa e la sua stessa dignità. Non era nemmeno un uomo. Se l’era quasi slogato il polso. Era morto che più morto non si può nemmeno dopo gli olii santi. Avrebbe voluto anticipare il ritorno a casa, ma ormai avevano affittato per tre giorni e due notti. E cosa avrebbe detto Claudio vedendola rientrare in anticipo da quel… convegno.
A Lucio concedeva l’alibi del momento e del posto, e di tutta quell’etichetta. Se non fosse stato per quello si era dimostrato uno zero assoluto. La cintura che non si slacciava. La lampo che non scendeva. La cravatta che lo soffocava. Tutte scuse. In qualsiasi altro momento ne avrebbe riso, come aveva fatto quando aveva raccontato l’accaduto ad Annalisa, ma solo a lei. Sul momento era riuscita solo che a sentirsi offesa e infuriata. Umiliata. I suoi complimenti alla sposa erano stati uno sputo di commiserazione, per quella poveretta.
Con Francesco, scossa dal treno, aveva dovuto chinarsi, davanti a lui, come fosse un dio, e fargli un lavoretto di fino di labbra. Diversamente avrebbe potuto annusare quel tanfo per tutta la tratta dalle Alpi alla Sicilia. Forse aveva bisogno del suo tempo, ma non c’era donna al mondo a poter avere tutto quel tempo. E nemmeno era questo granché. Era più chiacchere che sostanza. Non si poteva certo dire che era stata fortunata.
Con Gianluca niente di che ma nemmeno niente di cui lamentarsi. La sua parte l’aveva fatta, ma era come se lei non ci fosse. Si era sentita un oggetto. Una vera noia. Si dava da fare, con ritmo ed energia, come se fosse un obbligo, se dovesse dimostrare. Sotto c’era lei ma poteva esserci qualsiasi altra donna, uomo o anche solo il materasso. Alla fine era rimasta sorpresa che non le avesse messo in mano anche il suo biglietto da visita.
Già di Stefano nemmeno varrebbe la pena parlarne. La cosa più emozionante e eccitante che aveva fatto era stato dirle vengo subito. Come una minaccia lasciata al vento. Forse non avrebbe nemmeno dovuto citarlo in quei suoi pochi e sparsi ricordi di quello strano giorno in cui aveva voluto ricordare; per noia e per pigrizia, di quelli che chiamava i suoi amori. Al diavolo lui e tutti quelli come lui. Per fortuna che con il postino, per finire, si era stancata prima lei. Non sembrava mai soddisfatto, dio sia ringraziato. Da non crederci. E gli aveva pure dovuto dirgli di no perché lei così non lo voleva fare. Aveva insistito. Lei non avrebbe mai ceduto. Però per un attimo aveva tentennato.
Messe cosi, in fila, come i grani del rosario, potevano sembrare tante. In realtà quelle esperienze sparse nel tempo erano quasi tutto il suo vissuto, la sua povera pratica. Forse non avrebbe incontrato mai il vero uomo. Quello che l’avrebbe fatta vibrare veramente. Forse avrebbe smesso di cercarlo. Gli uomini erano degli eterni bambini, guardavano golosi la parata dei dolcetti da dietro alla vetrina. Non sapevano più desiderare veramente. Si sentivano sicuri solo dietro quel vetro. E alla fine, per lo più, amavano solo se stessi e spesso anche male.
Non si dovrebbe mai dare ascolto alle chiacchiere. Soprattutto a quelle da bar. Dovrebbero aggiungere una santa al calendario, se già non l’hanno fatto: Santa Pazienza.

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