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Archive for febbraio 2010

Senza scampo

Ma i sogni sono ancora sogni e l’avvenire e’ ormai quasi passato”.¹
Le sue canzoni. Quella canzone continuava a rimbalzarle in testa. Con ogni probabilità erano stati ciechi o meglio affetti da cecità. Non avevano visto ed erano stati stupidi. Solo lei avrebbe potuto raccontarlo, ma le sembrò di non avere nulla da dire. I ricordi che le giungevano alla mente non lo vedevano con lei. E poi le sarebbe stato troppo doloroso.


1] Luigi Tenco: da Un giorno dopo l’altro.

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XI – CANZONE
Ciò ch’è cambiato è l’anno
(sul datario bianco) forse i suoi suoni
(forse noi) i suoi valletti ed i suoi giullari
e le nostre stanze di vita quotidiana
le ansie, le paure in grida
fatte passioni; i miti ormai consunti
i poveri cristi (pure loro)
ora non so più neanche illusioni.
Sì! diversi cauti ora si dà,
altre canzoni: ricordo quella in cui restavo
un bimbo che ha paura (la ricordi?),
quella che più dolorosamente c’ha legato,
ora la canto solo a labbra strette
o non la canto affatto;
o quella per cui Luigi s’è sparato.
Ora il gallo più non canta. Michele? Chi?
resta solo un chiodo, forse la corda
certo la cella; Esther e la bicicletta
sono sole (vedove del lavoro)
e Barbara non abita più lì;
si torna a cantar solo alla bella
e il dio morto forse tornerà;
chissà? Kety, lei no!
la porta è chiusa, la notte insonne
ma lei no! non tornerà.
Ah! le nostre canzoni
tutte le nostre canzoni
e le altre
ma soprattutto quella
qualsiasi ombra sarei diventato; qualsiasi
ma non sei rimasta, non è bastato
perle di pioggia perse, solo ricordo
questo è restato, la tua figura farsi
cosa altrui
il tuo andartene
e di noi cosa?
Queste righe veloci?
In verità      siamo (qui)
                        noi soli.¹


1] 5/8 marzo 1983

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Quando ti metti alla finestra. Guardi e valuti. Non sei più un uomo; quando osservi gli altri. Ti senti dio. Pronto a condannare. Inflessibile. Giudice.Era bella

Ricordi. Frammenti. Distanti. Nel tempo. “Per sempre”. Come per ogni fine. Ogni addio è per sempre. Certi non lo sono mai. L’impossibilità di dimenticare. Come una malattia. E come un sapore. Un odore. Una voce. Tutto ti porti addosso. Del tempo. Un tempo; da cui è impossibile liberarsi. E’ per prima la voce ad affievolirsi. E’ strano. Un diario. Tutto si trasforma. E una canzone. Tra tante una. Resterà. Crescerà. Anche se tu non lo vorrai. E ancora tempo. Troppo tempo. Provare. Forse dei rimpianti. “Non ti scorderò mai”. Essere giovani. Tornare sui propri passi. Frugare. Tacere. Si vive; ugualmente. Ad ogni costo. Testardamente. Si sopravvive a se stessi. “Devo ripartire.” –questo invece glielo aveva detto. E anche lei lo sapeva. Ognuno segue il suo destino. Proprio come dio si era nascosto dentro se stesso. C’è sempre qualcuno, che parte. Qualcuno che resta. Qualcuno che non tornerà. E poi le cose. E quel mare. E la vita. La vita è fatta di piccole cose. Le cose che paiono giuste. Quelle che sono sbagliate. Lo si sa solo dopo. Il piacere di ricordare. Il dolore del ricordare. Il rimorso dei ricordi. Quella lettera mai scritta. Una lettera mai arrivata. E gli anni incolonnati. Uno dopo l’altro. Non ci sono parole che bastino. Non basta una poesia. Una sola poesia. Per una vita. Le strade dei ricordi sono sempre uguali. Allo stesso modo non lo sono mai. C’è qualcosa di più. Qualcosa di meno. Qualcosa di diverso. Imprigionato in quelle stanze. Anche dopo che era fuggito. Che era stato trascinato via. Aveva amato. Vinto. Perso. Si era arreso. Si era ribellato. Poi si era trovato sbattuto davanti a quello specchio. Alla sua immagine riflessa. Era stato tutto. Niente. E poi anche altre cose. Non è mai tempo per fare i conti. Forse ci sarebbe riuscito. Sapeva di mentirsi. Nell’istante stesso che lo faceva. Guardala la tua città. Non è più la stessa. I palazzi si capovolgono sui canali. L’aria diventa putrida. Guardala. E’ tutta colpa di una canzone. Un’altra canzone; questa volta. Anche questa amata. Diversamente. La casualità. Non succede solo a dio. E’ solo colpa del cielo. Niente tornerà mai. Anche quella foto l’aveva perduta. Forse mai avuta. La foto? Lei? Solo quel tempo era stato il loro tempo. Un tempo breve. Un sorriso. Poco di più. Era bella. Bella! Comunque bella. E quella non era una canzone. Non certo la loro. Quei due ragazzi sono ancora solo là. Canta ancora Lucio. Anche questo è amore. Disperato amore.

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13 novembre 2009. La prima volta che l’aveva visto gli era parso uno simpatico; gioviale. Alto, biondo, era arrivato da uno di quei paesi che fino a qualche anno fa nemmeno esistevano. Quelli spuntati da dietro la cortina dopo che la cortina non c’era più. Cercava un posto dove stare e la fortuna e un lavoro. Certo che non era in regola, ma non si preoccupava per quello. La sua inquietudine andava al ricordo del paese da dove era fuggito. La fame, diceva, la misera; ma quella vera.
Glielo aveva mandato un amico. All’inizio, per un po’ lo aveva ospitato. Per il lavoro se l’era trovato quasi subito ma non era durato molto al mercato. Se non si ha paura le opportunità ci sono sempre e Ivan non aveva paura. Per quelli che venivano da dove veniva lui, e da posti simili, la paura è un lusso che non si possono concedere. Non che avesse qualcosa contro quelli che venivano da fuori; per questo nemmeno contro i musulmani. E in fondo gli stava simpatico.
La città era piccola, capitava spesso che si incontrassero. E poi non gli mancavano mai notizie. Certo la fortuna non dura per sempre per nessuno. Aveva fatto bene a smettere di ripulire le case. Prima o dopo se lo sarebbero pizzicato. E allora niente e nessuno l’avrebbe potuto salvare dal foglio di via. Solo che forse avrebbe dovuto avvertire prima che voleva uscire da quel giro. Non puoi rischiare di pestare i piedi a qualcuno; ci vuole rispetto.
Poi una sera aveva offerto da bere a tutti. Si erano ubriacati assieme. Gli uscivano soldi come se non contassero nulla. La voce che circolava era che erano dei suoi amici a rischiare per lui. Portavano la roba dentro a dei container. Lo avevo avvertito di andare delicato. Quella è gente che non scherza. E la roba non era nemmeno della migliore. Mi disse che sarebbe stato per poco; che gli occorrevano quei soldi. Mi sembrava uno che sapeva quello che faceva. E forse aveva anche saputo prendere le proprie informazioni, e degli accordi. Non sapevo, naturalmente, quanto tempo fosse quel poco. Intanto le cose gli andavano meglio. Si vestiva come uno di noi,anche più elegante. Lui correva, anzi galoppava.
Poi si era messo tranquillo. Aveva trovato due di qua. Niente di eccezionale ma quello che gli bastava a vivere. Qualcuno aveva soffiato che sapeva qualcosa su come era finito in canale il Graziano. Forse erano solo chiacchiere perché le due erano la scuderia dell’annegato. Quando erano andati per prenderselo aveva un alibi e documenti falsi più buoni di quelli veri. In serata avevano dovuto lasciarlo andare. Avevamo festeggiato assieme. Aveva capito che Ivan era soprattutto un gran figlio di puttana. Aveva però la sensazione che fosse di quelli che non si sanno accontentare. Stava esagerando.
Non si sbagliava: il ragazzone biondo si stava facendo spaccone. Le aveva fatte arrivare dal suo paese. Prima una, poi un’altra, e altre ancora. Alte e bionde; per essere belle erano belle, e pallide come la luna. Ormai la gente le voleva solo ucraine. I prezzi erano saliti. Per le nostre non c’era più mercato.
Lui era stato costretto a tenere Tamara tra le braccia. Piangeva. La poverina gli chiedeva scusa; sapeva che non era colpa sua. Aveva dovuto consolarla. Non sopportava le donne che piangono. Eppure era bella Tamara, e ci sapeva fare. Erano più le sere che se ne tornavano a mani vuote. Prima dicevano che lui aveva le migliori. Così va il mondo. Ancora un poco e avrebbe perso il rispetto di tutti. E non era nemmeno giusto starsene alzato la notte, per le strade, per quelle che ormai non erano che due miserabili lire.
Forse avrebbe dovuto parlarci. Il biondino, con quel suo sorriso disarmante, gli avrebbe spiegato tutto. Una pacca sulle spalle e avrebbe cercato di convincerlo. Non c’era più nulla da capire. Non poteva venirsene da lì a rompere le palle. Quando arriva lui esce dal portone e dal buio. Ivan non lo riconosce subito. Lo guarda e gli chiede come va. La tira fuori e allora a quello, allo straniero, il sorriso si spegne. Gli chiede con quel suo italiano all’inizio e rimasto difficile: “Cosa fai?” Ma lui non ha più voglia di spiegarglielo e di ricordargli che ognuno deve comandare in casa propria. Gli esce dal cuore:
Vaffanculo Ivan!” –e non gli lascia altro tempo che quello necessario per riconoscere che suono ha quel piombo. Dopo sta meglio.

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Ma chi l’ha vinto questo benedetto Festival? Mi sono distratto, lo ammetto. Poi mi sono precipitosamente risvegliato sulla spinta del post di Ross, del mio commento e della sua replica, di cui il qui titolo fa il verso ricordando un antico trionfo di Nada; ma questo è un vezzo che non diverte nemmeno me. Chiedo comunque venia in quanto un buon blogger non dovrebbe mai lasciarsi sfuggire le notizie importanti della cronaca ricordando che nel tempo è quella, la cronaca, che si fa storia; ma tranquilli, non ho la presunzione di sentirmi un buon blogger.
Anche se mi sembra che tale citato post faccia un po’ il verso involontario a quelli di un’amica comune, in verità “Ross la bella” non civetta, ma questo c’entra come chi a merenda si fa i cavoli degli altri. In verità l’aria un poco snob Ross la presenta, anche se quando si fa conoscere ti accorgi che ne ha quasi solo l’aria. Comunque non è facile preda alle frivolezze, ma io avevo solo una domanda facile facile che mi portavo dietro da giorni e che non ha ancora trovato risposta.
Pare quasi accertato, secondo i dati auditel (che mi dà da pensare sia un istituto di rilevazione per non-vedenti), che un italiano sì e uno no abbia guardato il festival (anche se la seconda metà sembra stranamente molto più numerosa dell’altra). Io che sono un tipo convulsivo stavo zappingando follemente quando mi sono imbattuto in un frammento di balletto del Moulin Rouge. Poi ho visto goffamente intervenire e cercare di “volteggiare” la nostra Antonellina nazionale (o nazionalpopolare che dir si voglia) vestita come usa a guisa di un abatjour rococò ed ero già altrove ovvero su altro canale. Solo quel suo zampettare mi aveva fatto sospettare di essere piombato involontariamente nel mezzo della festa. Giuro sulle disgrazie del mio peggior nemico che non ho sentito una nota delle canzoni. Ho assistito solo a quei pochi secondi in verità fatti e allietati di chiappe di indubbio fascino estetico anche se esibite con parsimonia.
La domanda sortami era semplicemente se mi dovevo considerare tra i telespettatori che hanno visto il festival o tra quelli che l’hanno ignorato, tra gli snob o gli agnostici, come dice lei: tra i guardoni o gli afficionadi, insomma tuttora non so se sono un sì o un no. Cercherò di rassegnarmi a tale mia ignoranza, ma nel frattempo voglio spiegare alla “amica bella” qualcosa su chi ne è uscito vincitore e chi sconfitto. Pur se quasi solo per sentito dire, intanto che pare che nel paese stia tornando la monarchia (ma allegra e festaiola e soprattutto adeguata ai dettami della promozione del dettaglio). Sul ritorno del regime da tempo ci sono più che semplici sospetti.
Mentre tutto ciò che di sacro c’era nel Festival Nazionale, che anno dopo anno ha accompagnato la vita dello Stato per sessanta lunghi anni, crollava, in un’immagine che mostrava lo sfacelo di un Italia alla deriva e presa da convulsioni caotizzanti tanto da ridurlo quasi a farsa o a sagra, lei bellamente ne usciva intatta, da vera regina. E’ lei, senza emettere una sola nota, l’unica vera vincitrice della Kermesse di quest’anno. Mi sarei angustiato a chiedermi in che modo aveva affascinato e conquistato il palco dell’Ariston, ma subitamente sono stato illuminato dall’informazione ed edotto sui meriti della adorata Antonellina Clerici.
E’ un certo Eddy Martens in persona a svelarlo e se ne prende perciò parte del merito. Lei ha vinto perché lo fa, cioè lo fanno (dobbiamo supporre che lo facciano entrambi e assieme) ogni notte che dio comanda. Sì! avete capito bene. Proprio ogni notte senza sgarrare (influenzando qualsiasi media nazionale a riguardo), con qualsiasi tempo e alla faccia di qualsiasi altro impegno. Cavillizzando, per una questione prettamente fisica, dovremmo dargli più di una parte di tale merito e riconoscergli anche una certa costanza e tenacia e una disponibilità al sacrificio.
La generosa (a questo punto in tutti i sensi) Antonellina aveva già reso pubblica testimonianza sulle sue preferenze in fatto… cioè aveva rivelato, via etere all’Italia intera, anche se non a reti unificate, che lei va pazza per il sesso. In diretta non ha naturalmente utilizzato la parola proibita, (sesso) se n’è guardata bene. Invece papale papale, con la consueta incontrollata e simpatica spontaneità, ha utilizzato quella definizione di pari lettere che in modo ritenuto dai soliti noti un poco volgare indica l’organo maschile; proprio quella parolina. Insomma… se non avete capito siete proprio irrecuperabili.
Sullo schermo il tema non ha mai trovato molta diffusione pur tuttavia l’annuncio non mi era sembrato nemmeno una dichiarazione vitale per la nazione, solo non molto elegante, e mi era sorto il sospetto che non fosse nemmeno molto originale. Forse nemmeno una vera e propria dichiarazione di intenti. Pare infatti che altri amino simili distrazioni, anche se magari non con tale frequenza, ma al momento non sapevo ancora che avrebbe vinto il sessantesimo Festival, e proprio per ciò. Forse è di questo che sono fatti i miti di questa epoca contemporanea, anche di quella ribellione che smaschera l’ipocrisia dell’antico tacere che imbavagliava nel pudore. Non avevo avuto la sensibilità di accorgermi di trovarmi davanti ad una vera rivoluzione (anche se solo dei costumi).
La buona (e bella) Ross a questo punto ha cercato disperatamente di salvare la mia reputazione come se tutto il popolo potesse permetterselo ogni sera, anche quando danno la partita in chiaro. E’ tra la penuria e l’abbondanza che le società si sono sempre, da che storia è storia, divise in classi, per cui posso lasciarmi ad una confessione personale che è anche una dichiarazione di costume e una inutile amenità. Sono vissuto anch’io in questo paese per tutti questi anni. Ho ricevuto molte e svariate confidenze su grandi ed eccezionali prestazioni da molti amici e conoscenti di sesso maschile. Ho ascoltato non poche confidenze su grandi e cocenti e reiterate delusioni dall’altra metà del cielo, da appartenenti all’altro genere, insomma da molte amiche e conoscenti di sesso femminile. Certo non solo quelle, ci mancherebbe. Lasci stare la cara (e bella) Ross: Non è più tempo di eroi.

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Il mercato arrivava tutti i sabati, tranne quando lo spazio era precluso per qualsiasi motivo, e c’era sempre una frettolosa e allegra confusione. Davanti al banchetto si soffermò e prese tra le dita un pomodoro osservato con sgarbo dal fruttivendolo. Acquistò un paio di quelli e un chilo di patate e quattro mele. Si trovò curiosamente a ripensare alle parole dell’amico che gli aveva detto che gli uomini tendono alla periodicità come gli umani all’infinito e le volpi all’uva. Quell’uva era bella e attirava il suo occhio, ma era verde alle sue tasche soprattutto all’ultima settimana del mese. In quel mondo che credeva di poter scordare la vera povertà essere poveri era diventata una colpa e ne provò vergogna. Cercò di rammentarsi di quanto gli rimaneva. Decise che preferiva non rinunciare a prendere quel libro.

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Presentazione prima di una storia
Avevo provato a spiegarlo a Ornella di come il nostro tempo era ormai fatto senza domeniche. C’ero tornato sopra con la forza disperata di chi non ci vuole credere, di chi non si sa accontentare e non può arrendersi. Era stato tutto inutile, lei aveva già il suo gran pensare alla casa e alla famiglia; a fare tornare i conti. I miei giorni erano diventati solo fabbrica; fabbrica e produzione, senza nemmeno che me ne accorgessi. E’ sempre così. Non potevo farci nulla. Lei ripeteva che non ci si può accontentare di così poco; vivere di questo niente. Lei non sapeva rassegnarsi.
Poi erano cominciate ad arrivare le lettere e a circolare le voci. Sono queste ultime, le voci, quelle che ti distruggono. Ne avevamo ingoiata di merda e adesso, sia quelli che si erano impegnati per lavorare bene sia quegli altri, indiscriminatamente, ci saremmo ritrovati a casa tutti. Guardavo i compagni smarriti. La crisi: a parole ero stato tra i primi a sostenere che si trattava di una crisi di struttura, epocale, che ne sarebbe uscito un mondo completamente diverso. Sono facili le parole. Poi i primi dubbi che anche se diverso non era obbligatorio che sarebbe stato proprio il nostro mondo; un futuro più giusto. Così mi sono ritrovato dopo più di vent’anni a pensare. Mi rendevo conto che mi stavano togliendo il futuro. E non riuscivo ad immaginare cosa altro avrei potuto fare. Non sapevo essere che in fabbrica. Quella era ormai la mia storia. E non c’era già più lavoro per nessuno e da nessuna parte.
Come aveva incominciato ad avvicinarsi il momento sempre più mi incalzava la sensazione che occupare fosse un gesto dell’ottocento. E che tutto fosse una situazione senza vie di uscita. Me lo tenni dentro. Avrebbero, certo, dovuto capire, starci ad ascoltare, l’impressione era che non ci potessero essere orecchie che potessero sentire. La rabbia che mi era salita non aveva nessun senso, lo sapevo. A cosa sarebbe servito restituire la tessera, prendersela con i delegati? Che colpa ne avevano loro? Nessuna, come quei nostri padri che ci avevano promesso un mondo migliore, e forse ci avevano creduto. Credo che il mio si sia lasciato morire anche un po’ per quella vergogna.
Potevamo combattere ma non avremmo mai potuto cambiare nulla. Non era possibile finché c’era questa società. Niente può cambiare finché c’è un padrone e un uomo disposto a vendersi, uomini pronti o costretti a farsi pecore. Mi sentii morire quel giorno che disse: “Sarà meglio per tutti, anche per te, soprattutto per Alvise. Lì avremmo sempre almeno un piatto di minestra”. Non mi sono nemmeno sentito tradito. Ma mi sono voluto illudere che fosse solo per rabbia, per farmi semplicemente del male. Lo capii solo quando cominciò a fare le valigie. Mi aveva spiegato che in certi momenti non basta l’amore.
Mi ricordo che pioveva, quel giorno. Stupidamente pensai solo che si sarebbe bagnato tutto. Le raccomandai di prendere l’ombrello, di fare attenzione e riparare Alvise, come fosse ancora quel bambino. Quanti anni aveva? Ormai venti, ma come poteva, anche lui, capire? Dovevo pensarci io e non ero più stato capace di pensarci. Ero solo inutile. Poi uscii per andare al lavoro e appena in strada cominciò a montarmi questa angoscia dentro.
Non riuscivo a volergliene e forse aveva ragione. Cosa avevo saputo dare alla mia moglie bambina, in tutti quegli anni? Eravamo solo invecchiati. Quei sogni cominciavamo a non riuscire nemmeno a ricordarli più. Cosa mi restava? E mi accorsi che ero completamente e definitivamente e veramente solo. Forse c’erano stati giorni migliori, o forse semplicemente diversi. L’unica cosa che riuscii a fare fu di pensare ad un vecchio disco di mio padre.

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