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Archive for the ‘Diario di un sopravvissuto’ Category

Davanti all’enorme portone del grande palazzo c’erano due guardiani imponenti. Non erano loro a mettermi soggezione ma le dimensioni di tutto e tutto mi sovrastava. Avevo come l’impressione che persino il mio respiro si disperdesse in quegli spazi per poi tornare rimbombando come eco. Loro apparentemente non fecero caso a me, eppure avevo la sensazione che non mi avessero perso d’occhio per un solo istante. Che avessero controllato anche il mio minimo gesto in tralice attenti a non farsi scoprire. Mi feci coraggio, incassai la testa nelle spalle ed entrai nell’immenso androne. C’era solo un piccolo tavolo massiccio e un grande senso di vuoto. Attesi per un po’ per vedere se si avvicinava qualcuno, inutilmente. Non c’erano sedie e l’avevo fatto rimanendo in piedi. Allora osservai con più attenzione e mi accorsi che al centro del tavolo era posto un campanello. Mi avvicinai e suonai con prudenza, poi un altro paio di volte con fare più deciso.
Senza fretta arrivò il segretario; un ometto piccolo con occhiali molto grossi. Non gli rimanevano molti capelli in testa e teneva le dita incrociate sopra una pancia perfettamente tonda. Mi sembrò buffo, ma non lo diedi a vedere. Lui tossicchiò, si mostrò leggermente contrariato per il troppo baccano e mi chiese a cosa era dovuta la mia visita. Gli spiegai con calma che avendo cambiato di indirizzo e perciò avevo bisogno di modificare il mio certificato di residenza. Mi osservò con fare dubbioso e poi mi indirizzò. Disse che dovevo salire lo scalone che avevo davanti, attraversare la prima e la seconda sala, prendere il corridoio di mezzo e poi entrare alla terza porta a destra. Faticai più del previsto per trovare l’ufficio che mi era stato indicato.
Entrai, presi il numero e mi misi in attesa. Oltre a me non c’era nessun altro, ma tra il mio numero e quello del display c’era una discordanza di una mezza dozzina di numeri. Pazientai per un po’ e poi di decisi ad avvicinarmi allo sportello, per chiedere semplicemente chiarimenti, facendo presente che ero il solo. Senza alzare gli occhi l’impiegato mi spiegò che il loro era un lavoro delicato, che bisognava avere pazienza e che al momento opportuno il monitor avrebbe visualizzato il mio turno. Provai per ribattere ma lui sprofondo ancor più nel mezzo della sua montagna di atti. Da dietro la sua schiena sentii qualcuno, presumo un collega, fare un sibilo per invitare al silenzio. Tornai al mio posto e mi armai di pazienza; i numeri cambiavano con una lentezza esasperante.
Quanto apparve il numero che stringevo in mano mi lasciai ad un sospiro liberatorio e tornai allo sportello. L’uomo mi guardò come mi vedesse per la prima volta e mi chiese ragione di quella presenza. Spiegai per la seconda volta il motivo che mi aveva spinto là. Mi chiede il nome ed io non tardai a dirlo: Mirco Galvan. Me lo fece ripetere, scosse la testa e mi spiegò che avevo sbagliato ufficio, per la “emme” l’ufficio competente era un altro. Cercai di chiarirgli “Mirco Galvan come Galvan”, me lo fece confermare in modo più chiaro e io cercai di farlo con voce stentorea. Mi spiegò che non faceva differenza, anche per la “gi” di Genova non era il suo l’ufficio giusto. Gli chiesi la cortesia di indicarmi dove mi dovevo recare. Sembrò farmi, con grande fatica, un grosso piacere. Allora: dovevo prendere il corridoio a sinistra, percorrerlo tutto, poi ancora a sinistra, in mezzo a destra avrei notato senz’altro un altro corridoio, la prima o la seconda porta.
Cercai di seguire per filo e per segno le sue indicazioni con risultati catastrofici. Camminai a lungo e salii e scesi scale finché, ormai quasi disperato, non vidi lontano una figura umana. Affrettai il passo per raggiungere la visione di quel miracolante individuo prima di finire le forze. Mi sorrise tranquillo dicendo che ero fortunato, che ero quasi arrivato e mi accompagnò fino ad una porta lì vicina, prima di tornare ai suoi impegni. Dentro si ripeté la scena precedente: numero, display e attesa; e anche lì ero il solo utente. Forse era la mia disperazione a farmi sembrare che i turni potessero scorrere di un niente più veloci. Non mi capacitavo con precisione dello scorrere del tempo e dell’ora che si era fatta. Intanto avevo una voglia tremenda di una sigaretta. Finalmente apparve il ventisette.
Mi avvicinai deciso alla meta. Guardai l’uomo pelato dietro quel vetro e ripetei la stessa litania: dovrei fare un certificato di nuova residenza. Mi chiese sospettoso il perché e glielo spiegai. Mi chiese il nome e glielo recitai: Mirco Galvan. Si allontanò e poi tornò con la faccia dubbiosa. Mi fece ripetere il nome e mi costrinse anche a sillabarlo. Tornò a lasciarmi per un paio di minuti da solo per poi tornare con un paio di fogli da stampante a modulo continuo in mano. Con quelli sotto gli occhi interrogò il monitor del computer: “Vediamo… ecco qua; Marco Garlati, nato a La Spezia nel 67”… Fui costretto ad interromperlo: “No! Mirco Galvan, nato a Sant’Angelo di Piove di Sacco il 25 aprile 74”. Mi guardò contradetto.
Prima mi disse che non risultava nessun Mirco Galvan, nato a Sant’Angelo di Piove di Sacco nel 74. Poiché gli chiesi in che data risultavo nato mi precisò che non risultava nessun Mirco Galvan da Sant’Angelo di Piove di Sacco. Costretto dalla mia insistenza mi ribadì che non risultava nessun Mirco Galvan. Provai a fargli osservare che doveva esserci un errore; la risposta che ottenni fu che con le macchine che avevano a disposizione non potevano verificarsi errori. Feci un respiro profondo prima di chiedergli come potevamo risolvere la faccenda. Mi chiese se ero sicuro dai dati che gli avevo dettato, di chiamarmi proprio precisamente Mirco Galvan. Stavo per sbottare ma mi trattenni: certo che ero certo del mio nome e cognome. Ci pensò e poi mi domando se non avevo mai avuto qualche amnesia, se per caso avessi sofferto da piccolo di orecchioni o di qualche forma, magari leggera, di meningite. Ribattei che non ricordavo tutte le malattie da me avute in tenera età, ma che ero certo di aver sempre avuto un’ottima memoria.
Non si era mostrato convinto. Mi disse che per le macchine io non ero mai nato. Gli chiesi se era convinto che pur se gli stavo davanti io non esistevo. Confusamente spiegò che non voleva dire quello e mi pregò di attendere. Tornò solo per dirmi che non sapeva come fare. Lo pregai e supplicai di sentire anche i colleghi. Con grande sforzo lo fece ottenendo però lo stesso risultato. Vedendo la mia crescente insofferenza mi chiese se volevo sollevare un reclamo. Non mi sembrava di poter far altro e allora l’impiegato cercò di spiegarmi il percorso per lo sportello contestazioni verso cui mi indirizzai deciso. Naturalmente trovarlo non fu altrettanto semplice nonostante la massima attenzione che avevo messo a disposizione delle sue istruzioni.
Attraversai altri lunghi corridoi, poi ancora lunghi corridoi. Sfiorai porte massicce ed erano tutte chiuse. La luce scaturiva da punti invisibili, ma non era naturale. Era come scendere nel profondo e sperare di perdersi. Avevo la sensazione che da solo non sarei mai riuscito ad orientarmi; non avrei mai trovato la strada del ritorno. Dovetti ricorrere nuovamente ad interrogare la prima persona che trovai per caso. E lui fu così indulgente da indicarmi una porta più piccola che conduceva ad una stanzetta angusta con un’unica scrivania. Sul piano c’era un cartellino col nome del dipendente, nome sul quale ritenni opportuno non fissare la mia attenzione. Quello, impettito con una cravatta di un club di calcio, aspettò che sedessi sull’unica.
Provai a spiegare il mio problema, ma fui da lui subito interrotto: “Ho appena ricevuto la telefonata del collega che mi ha messo al corrente dettagliatamente della sua situazione. Già! allora lei vorrebbe inoltrare una domanda di contestazione”. Confermai esausto che quella sarebbe stata la mia intenzione. Si pulì gli occhiali e restò per un lungo attimo a pensare dubbioso: “Il problema è semplice: non essendo lei presente nei nostri registro non potrei nemmeno accettare che lei presenti nessun tipo di richiesta”. Interpretai quel condizionale presente come se contenesse una qualche, seppur minima, possibilità di soluzione. Deluse subito tutte le mie speranze: “Ha qualcuno che può presentare la domanda al posto suo e garantire per lei”? Lo stesso contratto d’affitto era vincolato alla presentazione dello stato di residenza, e molti altri documenti che mi sarebbero stati sicuramente in seguito richiesti. Spiegai che non potevo soddisfare la sua cortesia, ma che abitavo nel comune da quando ero nato. Lui sottolineò che la mia affermazione corrispondeva alla casistica: Da mai.
Con benevolenza cercò di ipotizzate altre ipotesi senza giungere alla soluzione del caso: “Sono qui solo per aiutarla. Noi vogliamo vedere gli utenti soddisfatti e cerchiamo la soluzione dei problemi, per non trascinarli eternamente in contestazioni e reclami. Vediamo cosa possiamo fare”. Sembrava provare a sondare ogni possibilità, ma ogni volta scuoteva la testa; parlò di catastrofe. Scartò l’ipotesi di modificare uno stato di nascita in mancanza dello stesso stato. Allo stesso modo scartò l’ipotesi di aprire l’iter per un processo di cessazione, cioè di morte, in mancanza del succitato stato di natalità. Si sarebbe potuto pensare ad uno stato di adozione purché potessi trovare una coppia disposto e idonea per una richiesta simile. Alla fine, spossato e sconfortato, si arrese all’evidenza dei fatti. Io non riuscivo ad avere una soluzione al posto suo. Lo pregai di non insistere ulteriormente poiché ormai deciso a rinunciare ad ostinarsi, per quel giorno, e che sarei ripassato eventualmente l’indomani. Mi fece i suoi auguri come se mi accomiatassi dalla vita, ma mi stavo già allontanando mestamente furibondo.
Mi proposi di trovare l’uscita, ma ancora una volta ebbi bisogno di aiuto. Mi fu indicata l’ennesimo portone ma da questo entrava un fascio di luce abbagliante di scarcerazione. Non era lo stesso che avevo attraversato quando ero entrato. Cercai di raggiungerlo il più rapidamente possibile, ma fui bloccato a pochi metri dalla libertà da un omino con lunghi capelli e folta barba bianchi. Mi intimò di fermarmi e mi spiegò di essere stato contattato telefonicamente e messo al corrente di ogni cosa. Non risultando io nessun residente non mi poteva permettere di uscire e di andare libero per le strade della loro città. Era costretto a chiamare la polizia e con loro si sarebbe cercata una complicata e ancora inimmaginabile soluzione. Non volevo parlare con la polizia. Non volevo sentirmi rivolgere ancora tutte quelle assurde domande inquisitorie. Tornai correndo sui miei passi e tornai ad inoltrarmi per quei corridoi senza la minima idea di dove stavo andando. Volevo solo fuggire: ero un uomo senza carte.
Un bisbiglio dietro un’altra dei tanti anonimi usci insistette per richiamare la mia attenzione. Sbucò una testa che mi trascinò dentro. Mi disse con fare furtivo che aveva giusto una soluzione per me, bastava un po’ di buona volontà e un paio di centoni. Era libera la posizione di tale Martina Gallearo, che “sempre con la “emme” è”. Bastava solo che mi fidassi di lui e “avremmo” richiesto il documento a quel nome per il quale nessuno si era mai rivolto ai loro servizi. Lo guardai stupito e gli feci presente che, se non aveva fatto caso, ero nato maschio. Gli sembrava solo un problema formale e di secondaria importanza: “Con i tempi che corrono è tutto così confuso e non sarebbe nemmeno il primo che poi diventa donna. Fatta le legge e trovato l’inganno. Fuori dal palazzo nessuno avrebbe fatto caso se i miei documenti erano siglati con un nome al femminile. Solo che dovevo decidermi velocemente”.
Da quel giorno rispondo al nome di Martina Gallearo. C’è un solo piccolo particolare che mi fa stare moderatamente in ansia: il gentile dipendente non era stato sufficientemente attento ai piccoli dettagli. Risulto nato non a Sant’Angelo di Piove di Sacco ma a Sant’Egidio del Monte Albino, “che sempre santo è”, e non nel 74 ma nel 25, per poi migrare nel 36 per domicilio ignoto. Forse per questo nessuno aveva mai sollecitato documenti a quel nome e probabilmente non li avrebbe mai reclamati. Però da domani posso provvedere a tutte le correzioni del caso, in tutti i documenti. Naturalmente l’unica cosa che non posso chiedere di modificare assolutamente, previo riapertura del dramma, restano quel nome e quel cognome. Da domani dicevo; però già oggi è arrivato il canone della televisione e la tassa per l’asporto rifiuti.

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franca1Strana la mia storia, cioè la nostra. Io e Lei. Cioè questa è la nostra canzone. Oggi. Canzone che nemmeno ricordavo. Sono state altre a farci… ballare. Altre ad essere un pretesto ruffiano. Superfluo. Sono state altre a farci del male. Da continuare a ricordare. Una storia fra le storie. Una canzone che sembra raccontarci. Raccontare noi come tanti di quella generazione. Generazione di ragazzi; la prima. L’ultima? spero di no. Non sta a me dirlo. Una stagione da ignari protagonisti. Da zingari felici. Da navigatori. Da erranti. Con gli occhi assetati di mondo. Ignari di tutto. Persino di noi. E dell’amore. Ma forse l’abbiamo già raccontata. Forse è simile ad altre storie, ma è la nostra. E il pudore non basta.
Già! l’amore. Quel mistero di allora. Che ancora un po’ rimane. E incanta. Com’eri bella. E le parole mi riuscivano difficili. Poi leggere. Poi fluivano. Non riuscivo a fermarle. E poi l’imbarazzo. E allora cercavo di mostrarmi sicuro. E il suono delle tue parole ti faceva molto più bella. Tutto era facile. Tutto era naturale. Finché non abbiamo affogato i nostri timori in un bacio. Lo ricordo come ora. Quella sera. E tutte le mie ansie. E la consapevolezza che la vita mi avrebbe portato via. Mi avrebbe strappato dalle mie cose. Dagli affetti. Dagli amici. Dalla calle dove cercavo le tue braccia. Ma si ha vent’anni una volta sola. E avere vent’anni è un dramma quando si hanno per la prima volta. Purtroppo il tempo non ripete le sue filastrocche. Una volta li hai e poi se ne vanno. E tutto cambia. E tutto è cambiato. Quello che dicevo non era quello che speravo. Eppure sentivo che qualcosa di noi ci apparteneva per sempre. Non si è mai abbastanza stupidi a quell’età. E’ da allora che mi son conservato un “Scusami”.
Sapevo che si consumava una fine. Allo stesso tempo non volevo crederci. E’ per quello che non ci siamo salutati come avremmo voluto. E che per dar credito alla vita abbiamo dovuto perderci. Le parole non nascondono nulla. E’ tutto molto semplice. Non ho voluto legarti a me e allo stesso tempo ho sperato che tutto durasse per sempre. Sapevo tutto ma non volevo credere che l’amico più caro potesse rubarmi quel sogno sapendolo. Ed è così che le tue parole mi hanno colto comunque di sorpresa. Non le ripeto perché le soffro ancora. A sbagliare in due non è più facile rimediare.

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Una tazzina di caffèNon saprei dire dove nasce il nostro amore per il caffè. Forse è sempre esistito con noi. E’ il luogo. Il momento. Il rifugio. E’ l’angolo consolatorio. Si possono scrivere tante storie su questo amore. E tante di tutti i generi. Io stesso, o meglio il mio io narrante ne ha scritte. Storie di tutti i generi. Tra vita e finzione. Da quelle più brevi ad alcune da lasciare il segno. Dal sacro al profano, fino al più profano. Il nostro mondo vive seduto davanti ad un tazza di caffè. Corre, su8da ma quando si ferma e per sedersi davanti ad una tazzina di caffè. Quando proprio il tempo non lo consente: in piedi ma sempre con la tazzina in mano. Tutto è riconducibile ad “un caffè”?
A volte quel caffè riporta ricordi d’infanzia, lontani, persino quando sono amari. Quando quei ricordi rischiano di far perdere il gusto per il caffè. Lo stesso suo odore rammenta quei vecchi ricordi. Rende certi incontri indelebili. Il caffè è una cerimonia. I vecchi amici si ritrovano davanti ad un caffè. Si cementifica un incontro. Si plaude all’amicizia proprio perché è la scusa per sorseggiare un buon caffè. O, al diavolo tutto, solo per lo stesso pretesto. Si fa tutto per un caffè. Tutto tranne ammazzare, o forse no. Ma il caffè è sempre fraternizzante. E’ la vera droga.
Ci si ripromette un caffè con un amico lontano. Che speri di incontrare, o tornare ad incontrare. E allora la scusa di sedersi attorno ad un caffè è la più naturale, anche se la più banale. Sia liscio che corretto. Ci si consola dopo un lutto. Persino quando ti trovi in mezzo intrigato anche senza volerlo. E non sai come toglierti dall’impiccio. Che magari dopo il lutto e le condoglianze, dopo tutto, prima di andare, lo prenderesti anche quel caffè. E capita che la vedova sia tanto sconsolata da scordarselo. E ti resta l’amaro in bocca. E mica puoi aggiungerci qualche cucchiaino di zucchero. Quello resta.
Il caffè è proprio il massimo. E’ il rifugio per nascondere un imbarazzo. Perché ad una signora mica lo puoi dire. Figuriamoci se può farlo lei. Perché le donne non sono tutte come Caterina detta Tina disposte a chiederlo senza giri di parole, papale papale. Così con Lidia alla fine non l’ho mai preso quel caffè. Spesso è solo appunto quel pretesto, magari per un’avventura fugace. Perché penso che quella volta Eva in verità si sia fatta circuire per un caffè. All’inizio non capivo certe sottigliezze. E’ un mio difetto di fabbrica. Mi sembrava assurdo che Carla si spogliasse praticamente nuda per chiedermi se avevo voglia di un caffè. Che Giovanna usasse quella scusa per invitarmi a salire. Ma frequentando si impara. E’ la vita. E oggi, quando vado da Irene, glielo dico subito che “il caffè me lo prendo dopo, a casa”. Diversamente come potrei spiegarlo a mia moglie.
Impari appunto ad usarlo come fosse una metafora. Per dire qualcosa che non puoi o non sai dire. Perché noi maschi siamo fatti così. Per sembrare sembriamo tutti leoni. Spacchiamo il mondo. E poi ci inteneriamo davanti ad un sorriso e una svelata lusinga. E’ stata lei a dire sulla porta: “Posso offrirti un caffè”? E io ottuso: “L’ho appena preso, grazie”. E lei caparbia e indignata del mio rifiuto: “Ma allora sei proprio stupido”. Al che io, che lo avrei preso volentieri quel caffè, ma anche per malsana educazione, non mi volevo contraddire: “Come preso”. Ero proprio stupido, allora. Ma ero solo poco più di un ragazzo. Sopra la sua risata ho cercato di salvare capra e cavoli: “Magari un’altra volta. Magari più tardi”. E lei spazientita: “Mi spiace, sto uscendo”. E doveva ancora truccarsi e finire di vestirsi. Son tornato con la voglia del caffè.
Come con quella mignotta, ma questo molto dopo, che si è sentita lusingata; che ha trovato romantico che le chiedessi: “Posso offrirle un caffè”? Solo che alla fine esistono perfino donne che non ci mettono malizia. E di quelle è meglio diffidare. E allora è meglio precisare: “Non ho nemmeno il tempo per un caffè”. Solo che Sonia mica s’è arresa. Mi ha risposto: “Non penserai veramente che ti ho invitato a prendere un caffè solo per prendere veramente un caffè”? Meglio non pensarci. Non seriamente. Ne sento ancora l’odore in bocca. Un caffè prima di ogni battaglia. Non c’è donna né altra diavoleria che possa togliere all’italiano il gusto per il caffè. Il caffè resta tutto. Il mattino, ogni mattino che il buon dio, o chi per lui, manda al mondo, la vita stessa inizia con un caffè. Col suo borbottio sul fuoco. Fino a diventare poesia. Perché, come si diceva fin dall’inizio non c’è nulla che funzioni meglio che rifugiarsi in una tazza di caffè. Ormai è la nostra filosofia di vita. Cosa viene in mente anche davanti alle più grandi venture se non: “Pazienza, dai. Prendiamoci un buon caffè”? Il massimo è quando lei me lo porta a letto.

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franca1«Cammino piano per non fare rumore». A guardarlo bene è stato semplice. Come un bacio. Come quel bacio. Spiati dalla luna. Una luna puttana. Quanto si può essere stupidi? Un bacio negato. Ripetutamente. Rimandato. In fondo… solo un bacio. Per capire quello che non volevamo capire. Per capire quello che tutti avevano sotto gli occhi. E noi: unici ciechi. Troppo presi a cavalcare sogni per riconoscere il sogno più grande. Il sogno. Sopra un ponte. Ai piedi di quel ponte. In una Venezia che ci voleva stregati. Di sé e di noi. Eppure lo sapevo. Averti tra le braccia era una magia. Era essere parte dell’universo. Timidi. Impacciati. Soprattutto… stupidi. Ma ora ho il coraggio anche delle parole. E quelle parole hanno un suono dolce. Diventato persino agevole. Consueto. Perché il male che ci siamo voluti oggi non è nemmeno rimpianto. Perché essere in due è poter afferrare il mondo. Quasi sentirsi invincibili. Che mai avrei pensato di poter dire queste parole. Di avere il coraggio di questo noi. Di poter vincere anche l’ultimo pudore. Perdona solo che non ho che queste poche e povere parole. Se ho capito tardi ora so. E ora è per sempre. Nemmeno il dubbio mi può sfiorare. E allora più di quarantuno anni sono solo una parentesi sulla strada di questo immenso Noi. Alla mia dolce Resistente: TI AMO.

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Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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[nella realtà è stato scritto a 2 anzi più mani]
musicaUn pò di Jazz e un po’ NO e un po’ di tutto. Si parlava e un po’ ho come perso il filo. Cioè si parlava non qui ma in quel mondo strano e complesso che è Facebook (la Faccia del Libro o Il Libro di Faccia). Insomma io lascio andare i pensieri liberi, i ricordi balbettano ma, metto quattro parole e mi torna la musica. Il pretesto lo ha creato un amica ed era quasi una provocazione. Per i pezzi jazz mi rammarico solo perché in quasi tutti i casi non mi è stato possibile reperire l’incisione che avrei voluto. E si sa come particolarMente nel jazz questo sia importante. FondamenTale. DiversaMente non resta niente. Il un pensiero balbetta. Insomma solo un fiume che scorre. Insomma…
Un’amica dice: Non perché io ami il Che talmente tanto… Amo piuttosto Jan Garbarek, che ha fatto un capolavoro
Jan Garbarek – Hasta Siempre

E un’altra risponde: bella lotta, (nome)… diciamo che sono entrambi favolosi? ….grazie.
Risposta: …io opterei per il “lupo” Jan
Terza amica: i love him
Risposta [e andrebbe ancora tutto bene]: …I too, [nome]… un sassofono di velluto. Ed era da stamattina che avevo bisogno di musica
Io [incautaMente]: IO amo anche il Che. E questo è Charlie Haden con la sua “Liberation Music Orchestra (in realtà come si può vedere l’incisione è tratta da Crisis di Ornette Coleman) Song for Che:

Amica: …però, gli strumenti a fiato hanno un fascino
Lei (occorre precisare?): Sapessi quanto amo la voce del sax
Amica: …sei un’intenditrice
Io [la voce del sax… SIC, c’è qualcosa, dio, più banale?] a Lei: (Nome), ascolta Charlie Haden, un bassista che fa da propulsione a grandi artisti. Cosa mi dici di una tromba, esempio questa (come sai colonna sonora di un grandissimo film) Miles Davis – Ascenseur pour l’Echafaud (ho sempre amato questo pezzo e magari Lei non sa):

Lei: Oruni Bird… e chi se lo scorda.
Io resto interdetto: Oruni?
Lei: Vedo che non ricordi come lo chiamava Jak Kerouac in “On the road (notare il titolo del romanzo di culto in originale).
Io imperterrito: Intendi questo? E ci piazzo un bel [Charlie Parker in Ornithology]:

Io che pure insisto: O lo vuoi più intimistico (mi piace provocarla e soprattutto, quando possibile, vincere) E Rimetto il grande Charlie in Summertime (qui non si bada al risparmio, è tutto gratis):

Lei (ostinata): Vuoi dire che non era Davis ma Parker ad essere chiamato Oruni Bird? [ma io sto chiacchierando assieme alla musica, non insegno niente perché non so niente]:
Io (e va beh!): E perdona la mia immensa ignoranza. Per la memoria sai che… non c’è [figuriamoci poi si mi posso anche arrabattare in citazioni] e riaffermo: Miles mai stato chiamato Bird… Ma la memoria… ribadisco Maestrina.
Ma Lei è Donna e non si potrebbe mai dare per vinta, va da sé che… non si piega la testa: Va beh ti perdono, ma quel libro, proprio quel libro, lo sai che significa eh? [così a nessuno può sfuggire che siamo sessantottini cioè la nostra età cioè che diamo fiato alle parole di due vecchietti]:

P. S.
e poi magari ci ritroveremo ancora a parlare di musica e di altra musica.

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