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Archive for the ‘Diario di un sopravvissuto’ Category

franca1Strana la mia storia, cioè la nostra. Io e Lei. Cioè questa è la nostra canzone. Oggi. Canzone che nemmeno ricordavo. Sono state altre a farci… ballare. Altre ad essere un pretesto ruffiano. Superfluo. Sono state altre a farci del male. Da continuare a ricordare. Una storia fra le storie. Una canzone che sembra raccontarci. Raccontare noi come tanti di quella generazione. Generazione di ragazzi; la prima. L’ultima? spero di no. Non sta a me dirlo. Una stagione da ignari protagonisti. Da zingari felici. Da navigatori. Da erranti. Con gli occhi assetati di mondo. Ignari di tutto. Persino di noi. E dell’amore. Ma forse l’abbiamo già raccontata. Forse è simile ad altre storie, ma è la nostra. E il pudore non basta.
Già! l’amore. Quel mistero di allora. Che ancora un po’ rimane. E incanta. Com’eri bella. E le parole mi riuscivano difficili. Poi leggere. Poi fluivano. Non riuscivo a fermarle. E poi l’imbarazzo. E allora cercavo di mostrarmi sicuro. E il suono delle tue parole ti faceva molto più bella. Tutto era facile. Tutto era naturale. Finché non abbiamo affogato i nostri timori in un bacio. Lo ricordo come ora. Quella sera. E tutte le mie ansie. E la consapevolezza che la vita mi avrebbe portato via. Mi avrebbe strappato dalle mie cose. Dagli affetti. Dagli amici. Dalla calle dove cercavo le tue braccia. Ma si ha vent’anni una volta sola. E avere vent’anni è un dramma quando si hanno per la prima volta. Purtroppo il tempo non ripete le sue filastrocche. Una volta li hai e poi se ne vanno. E tutto cambia. E tutto è cambiato. Quello che dicevo non era quello che speravo. Eppure sentivo che qualcosa di noi ci apparteneva per sempre. Non si è mai abbastanza stupidi a quell’età. E’ da allora che mi son conservato un “Scusami”.
Sapevo che si consumava una fine. Allo stesso tempo non volevo crederci. E’ per quello che non ci siamo salutati come avremmo voluto. E che per dar credito alla vita abbiamo dovuto perderci. Le parole non nascondono nulla. E’ tutto molto semplice. Non ho voluto legarti a me e allo stesso tempo ho sperato che tutto durasse per sempre. Sapevo tutto ma non volevo credere che l’amico più caro potesse rubarmi quel sogno sapendolo. Ed è così che le tue parole mi hanno colto comunque di sorpresa. Non le ripeto perché le soffro ancora. A sbagliare in due non è più facile rimediare.

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franca1«Cammino piano per non fare rumore». A guardarlo bene è stato semplice. Come un bacio. Come quel bacio. Spiati dalla luna. Una luna puttana. Quanto si può essere stupidi? Un bacio negato. Ripetutamente. Rimandato. In fondo… solo un bacio. Per capire quello che non volevamo capire. Per capire quello che tutti avevano sotto gli occhi. E noi: unici ciechi. Troppo presi a cavalcare sogni per riconoscere il sogno più grande. Il sogno. Sopra un ponte. Ai piedi di quel ponte. In una Venezia che ci voleva stregati. Di sé e di noi. Eppure lo sapevo. Averti tra le braccia era una magia. Era essere parte dell’universo. Timidi. Impacciati. Soprattutto… stupidi. Ma ora ho il coraggio anche delle parole. E quelle parole hanno un suono dolce. Diventato persino agevole. Consueto. Perché il male che ci siamo voluti oggi non è nemmeno rimpianto. Perché essere in due è poter afferrare il mondo. Quasi sentirsi invincibili. Che mai avrei pensato di poter dire queste parole. Di avere il coraggio di questo noi. Di poter vincere anche l’ultimo pudore. Perdona solo che non ho che queste poche e povere parole. Se ho capito tardi ora so. E ora è per sempre. Nemmeno il dubbio mi può sfiorare. E allora più di quarantuno anni sono solo una parentesi sulla strada di questo immenso Noi. Alla mia dolce Resistente: TI AMO.

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Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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[nella realtà è stato scritto a 2 anzi più mani]
musicaUn pò di Jazz e un po’ NO e un po’ di tutto. Si parlava e un po’ ho come perso il filo. Cioè si parlava non qui ma in quel mondo strano e complesso che è Facebook (la Faccia del Libro o Il Libro di Faccia). Insomma io lascio andare i pensieri liberi, i ricordi balbettano ma, metto quattro parole e mi torna la musica. Il pretesto lo ha creato un amica ed era quasi una provocazione. Per i pezzi jazz mi rammarico solo perché in quasi tutti i casi non mi è stato possibile reperire l’incisione che avrei voluto. E si sa come particolarMente nel jazz questo sia importante. FondamenTale. DiversaMente non resta niente. Il un pensiero balbetta. Insomma solo un fiume che scorre. Insomma…
Un’amica dice: Non perché io ami il Che talmente tanto… Amo piuttosto Jan Garbarek, che ha fatto un capolavoro
Jan Garbarek – Hasta Siempre

E un’altra risponde: bella lotta, (nome)… diciamo che sono entrambi favolosi? ….grazie.
Risposta: …io opterei per il “lupo” Jan
Terza amica: i love him
Risposta [e andrebbe ancora tutto bene]: …I too, [nome]… un sassofono di velluto. Ed era da stamattina che avevo bisogno di musica
Io [incautaMente]: IO amo anche il Che. E questo è Charlie Haden con la sua “Liberation Music Orchestra (in realtà come si può vedere l’incisione è tratta da Crisis di Ornette Coleman) Song for Che:

Amica: …però, gli strumenti a fiato hanno un fascino
Lei (occorre precisare?): Sapessi quanto amo la voce del sax
Amica: …sei un’intenditrice
Io [la voce del sax… SIC, c’è qualcosa, dio, più banale?] a Lei: (Nome), ascolta Charlie Haden, un bassista che fa da propulsione a grandi artisti. Cosa mi dici di una tromba, esempio questa (come sai colonna sonora di un grandissimo film) Miles Davis – Ascenseur pour l’Echafaud (ho sempre amato questo pezzo e magari Lei non sa):

Lei: Oruni Bird… e chi se lo scorda.
Io resto interdetto: Oruni?
Lei: Vedo che non ricordi come lo chiamava Jak Kerouac in “On the road (notare il titolo del romanzo di culto in originale).
Io imperterrito: Intendi questo? E ci piazzo un bel [Charlie Parker in Ornithology]:

Io che pure insisto: O lo vuoi più intimistico (mi piace provocarla e soprattutto, quando possibile, vincere) E Rimetto il grande Charlie in Summertime (qui non si bada al risparmio, è tutto gratis):

Lei (ostinata): Vuoi dire che non era Davis ma Parker ad essere chiamato Oruni Bird? [ma io sto chiacchierando assieme alla musica, non insegno niente perché non so niente]:
Io (e va beh!): E perdona la mia immensa ignoranza. Per la memoria sai che… non c’è [figuriamoci poi si mi posso anche arrabattare in citazioni] e riaffermo: Miles mai stato chiamato Bird… Ma la memoria… ribadisco Maestrina.
Ma Lei è Donna e non si potrebbe mai dare per vinta, va da sé che… non si piega la testa: Va beh ti perdono, ma quel libro, proprio quel libro, lo sai che significa eh? [così a nessuno può sfuggire che siamo sessantottini cioè la nostra età cioè che diamo fiato alle parole di due vecchietti]:

P. S.
e poi magari ci ritroveremo ancora a parlare di musica e di altra musica.

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poesiaDi questo mio povero blog. Così trascurato. Così Abbandonato. Dove il silenzio non è nemmeno uno spazio chiuso. E’ solo immobilità. Fissità. E’ ieri senza un oggi. Come un rumore che si fa bisbiglio. Un bisbiglio che diventa silenzio. Che si trasforma in sbadiglio. Il canto muto di un menestrello senza idee. E piango e RIMpiango. Così come uno specchio. Leggi quello che vuoi. Cerca. Cercati. Non ho mai pensato di possedere delle risposte. Ho solo domande. Ho solo dubbi. Qualche vecchia canzone che mi ronza in testa. Una solitaria voglia di ricominciare. Di ritrovare. E invece è solo spazio. Fuori. Dentro. Anzi non solo quello. Ma il mondo corre; in fretta. Passano i minuti. E ti prende la voglia di vita. Sempre più vita. Sarà l’età? Forse. Una cosa è certa: AMO LA VITA. Niente è più prezioso di un sorriso. Di un abbraccio. E di parole si bagna già il mondo. Esonda. Le parole in fondo sono facili. Semplici. Si può dire tutto. E il suo contrario. Farsi belli. Non provarne nemmeno vergogna. Di loro si può spingere. Fingere. La sofferenza delle parole non è mai vera sofferenza. E’ alle porte della notte. Oltre c’è solo un buio; il nulla. E’ facile dire amore. Il difficile deve venire. Il difficile è amare (e AMO). Non mi piango addosso. Non parlo di me. Di me io taccio. Nel grande ventre della terra il seme secca. Resta solo sabbia. Pietra e pietrisco. E uomini senza senno vendono il domani. Il mio domani. Anche il tuo. Perdonami. Il tacere è complice. Basta sangue. E allora torno perché ho bisogno di poesia. E vi lascio una poesia. Ce n’è tanta al mondo, basta saperla trovare.
Esistono molte solitudini intersecate – dice –
sopra e sotto
ed altre in mezzo;
diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere – intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro,
esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata,
senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa,
interrotta da bagliori di segnali sconosciuti.
In questa città
da anni dimorano i poeti.
Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole,
paesaggi,questi consolatori del mondo,
i sempre sconsolati, braccati dai cani,
dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiiti dalle loro stesse parole,
dette o non dette.

(Ghiannis Ritsos)


Questa versione in italiano, un po’ discutibile, me l’ero persa.

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Franca a Spigone (RE)Quelle parole uscivano direttamente strappate dal cuore, brandelli sanguinolenti. E non erano distanti nello spazio né nel tempo. Erano oggi. Erano vive. Banchettavano sulla loro pelle. Il passato si faceva presente. Strani paesaggi i ricordi. Scelgono; lo possono fare. Scelgono in tutta autonomia. Annebbiano certi luoghi, stendono una foschia fino a quasi renderli fusi e confusi, cancellano altri indirizzi. Erano molte le cose che lui lottava ma non riusciva a ricordare. Ma altri li rendono, improvvisamente o per sempre, vividi; crudeli, affascinanti, dolorosi. E lui lo sapeva, Lei non poteva farci nulla, era indifesa. E Lei era tutto; ma lui avrebbe potuto essere il suo presente, non avrebbe potuto cambiare il suo passato. E si trovò confuso, disorientato. Non era mai stato geloso, nemmeno delle piccole cose. Il suo modo di dire liberava semplicemente le cose dall’estraneità. Non sapeva possedere, tanto meno una persona. Era incapace di egoismo, di invidia. Era lui cioè quello che sapeva essere. Tutto quello era troppo poco per trasformarsi in una ferita destinata a non guarire. Lui aveva avuto solo un grande amore. Certo, altri amori; ma quello era stato uno solo: il grande amore. Quello per sempre. Il segreto mal custodito. Il compagno di viaggio. Il suo rifugio. La sua serenità. La sua allegrezza. Per Lei non era così. Tutto ciò lui lo provava stupito, lo sapeva, non poteva farci nulla. L’uomo è un animale stupido. Avrebbe voluto essere là, in quel posto che non aveva mai visto, tranne che nei films. Avrebbe voluto lottare, ma non si lotta contro il passato. Avrebbe voluto gridare. Non c’è fiato abbastanza per assordare l’assenza. C’erano solo loro: come avrebbe detto allora: “quelle parole, massimo asprore”. Perché si sentiva colpevole anche di quelle che non aveva visto la sua presenza? Perché tutto quello? Era sempre stato così. Eppure nessuno può cambiare le case veramente, può cambiare il disfarsi del tempo. E certamente Lei avrebbe negato, trovato un motivo valido, non era così. Lui non aveva strumenti per capire, aveva amato solo così, con tutto sé stesso. Con le sue paure, con i suoi timori, nei dubbi, nelle speranze, gettandosi in quella storia; storia che ancora gli sembrava troppo grande. Ma allora cosa rimane alla fine di un amore. Si infilò le mani in tasca. Gli faceva orrore quella parola, fine. Gli faceva terrore. Non voleva arrendersi. La voleva lì, subito, e per sempre. Si versò del the. Aprì la finestra. Era un automa. Si accorse che i suoi occhi erano umidi. Si accorse di non poter decidere delle proprio decisioni. Nemmeno delle proprie emozioni. Anche se non lo voleva era arrabbiato, era deluso, era sconfitto. Guardò dove volavano i gabbiani. Ricordò uno spazio largo, all’improvviso, un paesaggio marino, una spiaggia, una giornata uggiosa. Un silenzio pieno di parole. Un sussurro del vento. Ricordò con testardaggine, quello che voleva ricordare, quello che gli serviva, cercando di fuggire, di guarire di sé. Eppure era una storia che conosceva, Lei non gli aveva mai nascosto nulla. Sapeva che avrebbe trovato pronto in tavola come sapeva che sarebbe tornato di cattivo umore. Entrò in un bar solo per perdere tempo, la cena si sarebbe freddata nel piatto ma almeno avrebbero avuto altro di cui discutere che non della sua stupidità.

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