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Archive for ottobre 2011

Ci sono momenti che appartengono solo ad un sospiro o al silenzio. In cui è meglio tacere. Non c’è nulla che possa sostituire le parole: TI AMO. A te che sei la mia meravigliosa Compagna e a tutti quelli che sanno amare: buon ascolto.

ti ringrazio perché
sei ancora mi… a
e mi sai dare
tante cose
che io non ti do’
ti ringrazio perché
quando vado vi….a
sai aspettare
che ritorni da te
io vorrei trovare in me
quello che io sento più
e so che tu
mi aiuterai
ti ringrazio perché
nel mio cielo grigio
resta soltanto
il tuo bene per me
io vorrei trovare in me
quello che io sento più
e so che tu
mi aiuterai
ti ringrazio perché
nel mio cielo grigio
resta soltanto
il tuo bene per me

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Uomo sommerso dalle carteProvo quasi vergogna a parlarne. In questa Italia allo sbando, allo sfascio, parlare di un proprio diritto, mentre li stanno togliendo a tutti, provoca questo: pare quasi di muovere ad indignazione. Siamo tutti cassintegrati, siamo tutti precari, siamo tutti a rischio e appena piove siamo anche tutti alluvionati, e io aspetto la pensione. E sono in mano al dio della burocrazia. Oltre a tutto ho vissuto nella parte “fortunata” del paese e nell’epoca fortunata dove ancora si trovava lavoro senza impossibile fatica. Lo so è colpa mia. Io questo stato e le sue “carte” non lo capirò mai. Ho fatto il militare e se non glielo dico pare che lui lo ignori. Ma questo è il meno. Nemmeno vale la pena parlarne che nessuno mi dice che basta una telefonata e invece mi avrebbero mandato a Udine dopo avermi fatto cercare carte di 42 anni fa che probabilmente loro stessi mi hanno sottratto. Torniamo alla pensione. Alla mia età chi non ha lavorato per almeno quarantanni è un alieno o un figlio di un dio maggiore. Io ho imparato a lavorare nel privato ed ora me ne sto al caldino del pubblico impiego, nel mio comune. Metà del lavoro privato naturalmente risulta in nero, così andava, si sono mangiati i miei contributi. Nel 1985 chiedo la ricongiunzione all’Inps almeno di quella metà. Occhio alle date. Nel 2001 mi rispondono che mi sono stati riconosciuti i contributi, che ho pagato tutto e non mi resta altro da dare. Nel 2009 mi risollecitano la stessa cosa. Alla fine delle lettere c’era scritto che se non firmavo per accettazione mi decadeva quel diritto da me chiesto. Probabilmente non sono mai arrivato a leggere fino alla fine. Ho osservato quello ZERO e mi son sentito tranquillizzato. Pare paradossale ma ora manca la mia firma. A un mese dalla pensione manca quella maledetta firma. A tutto fatto e a conto alla rovescia iniziato si accorgono all’ultimo che manca quel dettaglio che dettaglio per loro non è. Ci si aspetterebbe che l’unica cosa che occorre sia una maledetta penna: “Datemi questo maledetto pezzo di carta che vi metto la vostra maledettissima firma e che sia finita”. “E poi andate fanculo”! No! siamo italiani. Si ricomincia da zero. Rifaccio richiesta che era stata evasa nel 1985. Richiedo la riconversione e tale richiesta sarà onerosa, ovvero pagherò per quello che ho già pagato e che mi spetterebbe se avessi messo quella firma. Tutto riparte da zero. L’Inpdap chiede verifica e conteggi all’Inps. Resta in attesa di risposta. Dopo mi scriverà per raccomandata che debbo accettare quello che gli ho chiesto. Dovrò restituire l’accettazione, sempre per raccomandata, debitamente firmata. I tempi di tutta questa titanica invenzione sono… speriamo. E io mi sento già tra i fortunati. Ragazzi… non so proprio cosa vi aspetta.

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La grande manifestazione di Roma

Foto di Elena Bellini

Tra i tanti video “amatoriali” sugli scontri del 15 ottobre a Roma in uno c’è una frase sulla quale ho soffermato in particolare la mia attenzione. E’ rivolta ai “violenti” tra i “dimostranti” da un “poliziotto” in tono di spregio e di sfida: “…mi fate schifo. Siete tutti cagasotto”. Perché mi soffermo su questo poche e povere parole di astio che non rappresentano nemmeno chissà quale novità? Forse rappresentano solo ignoranza e intolleranza. Mi soffermo considerando che la piazza non è unita, è anzi frantumata. Ci si unisce solo nella piazza, dentro al vocabolario degli slogan, anzi ci si divide in una semplificazione tra chi vuole utilizzare gli strumenti del pacifismo e chi invece crede nella necessità dello scontro anche violento. Onestamente mi sembra una inutile semplificazione. Quel poliziotto è un frammento di uno stato frammentato. Certo che finché si tollerano interi settori degli apparati dello stato che deviano dallo stesso ordinamento statuale, come è sempre stato, interi settori con profonde matrici fasciste, nessun confronto è possibile tranne quello della Resistenza, qualsiasi Resistenza portata attraverso qualsiasi forma si renda possibile. E’ però sconsolante il modo in cui la sinistra, nelle sue organizzazioni, non ha capito quella piazza andando completamente in confusione. O diamo delle risposte progettuali o rischiamo una deriva autoritaria come risposta.
Io non credo, in tutta onestà, nel grande complotto. Non ho mai creduto in una regia occulta. Credo che un corpo disordinato produce sia gli effetti dello scontro sia una situazione di instabilità che porta la “paura” (che destabilizza) e la conservazione (la richiesta di ordine come sicurezza). Quella piazza ha bisogno di una leadership? Non se ne esce allo stato attuale. Non vedo apparire figure significative al di sopra di quelle divisioni. Ma perché non una “intelligenza” diffusa, una scienza multipla? Ma queste domande mi portano fuori tema, non sono un teorico. Cerco di dire solo alcune cose piuttosto pratiche. La rivoluzione come cambiamento radicale della società può passare attraverso strumenti difformi. La storia ci insegna che è passata attraverso la lotta armata come attraverso un movimento popolare pacifista. Unico dato comune è in quel “popolare”. Ora abbiamo Pacifismo e pacifismo e Violenza e violenza. Non starò qui a soffermarmi in analisi, magari altrove o un’altra volta. Mi sembra solo che la situazione attuale sia piena di incognite ma anche di speranze. Mi pare sia alquanto complicata. Io credo che un “movimento” dovrà inventarsi nuovi strumenti di lotta. E che nulla dovrebbe essere trascurato. E’ pur vero che la mia visione, che può apparire utopia, mi spinge a sostenere che solo una lotta “pacifica” di massa può portare quel cambiamento radicale costruendo contemporaneamente una nuova concezione di struttura statuale. Solo un paese di uomini liberi sarà un paese realmente libero. La domanda in fondo è ancora la stessa: Ma chi aveva interesse a non far arrivare quel mare di folla nella “loro” Piazza?

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tazzina di caffèMaria era ancora sudata sopra ai fornelli. Giuseppe andò alla porta ad aprire. Naturalmente lui era arrivato con una bottiglia di vino, rosso. Forse si era dimenticato che per pranzo era previsto pesce o forse il rosso era il suo colore. Entrò sicuro, impeccabile come il solito (curato al minimo dettaglio), accompagnato da un alone intenso di dopobarba. Chiese il permesso di mettere la bottiglia in frigorifero. Ce ne fossero altri come lui, pensò Annastella, così decorativi; o capitasse più spesso. Due occhi azzurri sono troppo di frequente due splendidi occhi azzurri. Lui salutò prima la padrona di casa poi l’amico e in fine l’ospite, quella giovane nuova che non conosceva; poi si accomodò senza che nulla di lui rischiasse l’offesa di una piega. C’era ancora un poco da attendere. Annastella provò a informarsi cortesemente di lui: in realtà lui pesava le risposte come se dovesse districarsi tra delle scelte, ma anche i suoi argomenti sapevano di dopobarba. Più che interessarsi voleva interessare e continuò a parlare di sé anche mentre sezionava il pesce con una precisione chirurgica. Non si può sempre avere tutto ma qualcosa, a volte, e pur sempre qualcosa; soprattutto se anche piove. Non le toglieva mai gl’occhi di dosso e quando chinava leggermente il capo, per passarsi il tovagliolo sulle labbra, il suo sguardo assumeva un’espressione strana che lei non conosceva, ma che sembrava soddisfatta o forse vagamente intrigante. Vedeva, cioè, in quegli occhi quella che lei avrebbe detto approvazione e fu in quell’istante, o poco prima o poco dopo, che cominciò a batterle il cuore. Voleva che la guardasse. Si chinò apposta. Non lo aveva mai fatto. Non riuscì a verificare che lui l’avesse fatto.
Naturalmente lei, Annastella, aveva portato il dolce.

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Un’altra canzone che non ha bisogno di parole. Ha bisogno solo che il sentimento dimentichi ogni pudore. Forse dovevo diventare maturo e un po’ più stupido e un po’ più ingenuo per avere il coraggio di mettere a nudo tutto. 100% di parti di zucchero, un po’ ma solo un po’ di melassa, gli occhi che guardano dove non c’è più cielo e raccontano di vedere quello che non c’è e tanta ma tanta leggerezza nell’anima. Niente retorica, solo sentimento. E allora Amore, e voi tutti pochi spettatori della vita qui presenti… Buon ascolto.

Sull’eco del concerto
Che insieme ci trovò
Ripeterò ancor la strada
Che mi porta a te

Ovunque sei, se ascolterai
Accanto a te mi troverai
Vedrai lo sguardo
Che per me parlò
E la mia mano
Che la tua cercò

Ovunque sei, se ascolterai
Accanto a te mi rivedrai
E troverai un po’ di me
In un concerto dedicato a te

Ovunque sei, ovunque sei
Dove sarai mi troverai
Vicino a te

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Roma dopo gli scontriRoma: 15 ottobre 2011. Arriviamo in piazza della Repubblica con moltissimo anticipo. Ci metto un po’ per capire dove siamo. Anche la politica è un’arte. Questo movimento (15-M più conosciuto come “indignados”) è un soggetto multiplo, una sorta di idra dalle moltissime teste. In grossa parte dice niente bandiere. La traduzione di quella parte è: nessuna bandiera di appartenenza, di partito; tutti sono responsabili di questa crisi. La totalità la riconosce come quella famosa crisi strutturale. Alcuni si spingono persino oltre l’utopia e vorrebbero mettere in piazza assieme destra e sinistra. Nella realtà in piazza già troneggia un enorme striscione: “Falce e martello”. Subito dopo arrivano in pompa magna, con tanto di gazebo e bandiere, quelli di SEL. Come dire che spuntano all’improvviso quelli che fino a ieri erano solo fantasmi impalpabili. La rete dopo si divide tra chi nega il diritto a queste presenze e quelli che soffrono della mancanza della destra. Non sono certo sbigottito: non c‘è piazza, almeno di questo tipo, in Italia possibile senza la sinistra e nel corteo la sinistra rappresenterà una presenza se non totale molto maggioritaria. Quella dietro le proprie orgogliose bandiere di appartenenza e quella, come noi, dietro istanze specifiche come, appunto, la richiesta di giustizia per la Palestina (ma di ciò ho più che parlato). Di cosa vogliamo parlare allora?
Alcune osservazione schizofreniche, altre di assoluta improvvisazione priva di veri strumenti di analisi, altre ancora solo parziali o funzionali e comunque davanti ad un fatto di tale rilievo richiederebbe lo sforzo di cercare di capire. Sospeso tra chi condanna incondizionatamente quella violenza (e forse tutta la violenza), chi a giochi fatti ancora continua a cavalcarla e glorificarla e quelli che condannano per pavidità qualsiasi espressione ancor ferma ma pacifica. Vorrei provarci almeno su alcune piccole cose senza la presunzione di riuscirci perché a volte è sottile la frontiera che passa tra eversione e sovversione, cioè può sembrare quasi labile. Riparto allora da un piccolo messaggio di accompagnamento ad una testimonianza fotografica trovato in rete: “qua colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’esemplare servizio d’ordine svolto dai compagni del “Cafiero” di Roma, senza i quali difficilmente avremmo portato le chiappe più o meno incolumi”. E’ naturale che dopo la violenza le anime candide la condannino in toto e ne prendano le distanze e venga criminalizzata qualsiasi forma di violenza fino alla resistenza. Che cosa c’è in gioco, a mio avviso, in quella manifestazione: “la possibilità di dare da sinistra «una prospettiva, una piattaforma, un progetto» alle variegate proposte di quella indignazione spontanea e generalizzata fatta di mille anime”. Il tempo ci dirà chi ha partecipato agli scontri e, se c’è, chi li ha provocati e fomentati.
Parte una caccia alle streghe contro gli anarchici e gli antagonisti che va respinta. Io non condanno nessuno soprattutto i compagni né accetto di entrare nella logica della delazione. Onestamente io non ho ancora elementi per parlare almeno con approssimazione di responsabilità e credo sia sbagliato criminalizzare un intero movimento. Però dobbiamo andare a fondo prima di una sollevazione indignata in difesa generalizzata dei coraggiosi. Il primo arrestato, o tra i primi, il lanciatore di estintore, si dimostra essere un ragazzo bene estimatore di Hitler. Non corro in soccorso di questo tipo di “compagni”; scusate ma dopo una pausa qualche domanda dovremmo porcela. Come dicevo certo FB è uno strumento schizofrenico se il 18.10 trovi commenti come questo da parte di una persona non giovanissima di cui è inutile fare il nome non essendo un caso singolo: “sarò considerato una merda ma sabato godevo come un riccio…” quando la stessa persona sabato 15, di ritorno, per esempio non solo li definisce teppisti ma va oltre esternando così il suo pensiero: “NON BLACK BLOC… QUELLI VESTITI DI NERO CON I CASCHI E IL TATOO S.P.Q.R. SONO FASCISTI …e Alemanno li conosce…”. A questo punto si tira in ballo il Che, la Resistenza, i tupamaros fino ai fedain, tutte figure (o figurine?) su cui si può tornare e probabilmente tornerò ma non ora perché renderebbe il post eccessivamente lungo. Mi preme dire che sono stati richiamati tutti, a mio avviso, in modo improprio e inopportuno. Comunque non mi nascondo certo che in momenti simili ci possano essere quelli che possiamo definire “danni collaterali”. Non è questo il posto idoneo, ripeto non è questo, per parlare di “guerra per bande” o di “guerriglia urbana” o di “strategie insortive”. Non credo alle notizie che ci vendono i giornali e le televisioni. I primi obiettivi colpiti non erano certo strategici. Nessun centro del potere ha tremato, tutt’altro. Nella manifestazione oceanica c’erano donne, bambini e invalidi, con loro si sarebbe dovuta prendere e difendere quella Piazza. Sono stati messi in pericolo. Molti in quella piazza, me compreso, nemmeno ci sono mai potuti arrivare. Non i pavidi. I numerosi e organizzati Compagni del PMLI nemmeno sono partiti, nella pratica. Tutto stava finendo ed erano ancora davanti alla stazione Termini. Quale politica si nascondeva dietro quelli scontri che sono almeno inizialmente sembrati come semplici atti di vandalismo? Difendiamo i Compagni ma non evitiamo i distinguo. Col senno del giorno dopo dobbiamo capire cosa abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. Non posso finire che con: “niente finisce, tutto continua”. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

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tazzina di caffèBiagio, nei lunghi mesi di quell’inverno, quando anche la luce era pigra, senza altra compagnia che quella del suo cane CodaStorta, aveva accumulato così tante parole da non riuscire più a contenerle. Era una primavera stanca e indolente quando cominciò a riversarle con foga sulla carta. Tutte allineate e messe in ordine preciso con una calligrafia minuta ma aggraziata. Aveva cercato metodo ma il metodo ben presto era andato a farsi friggere sopraffatto dalla lussuria dell’abbondanza e della rapacità. Era lui stesso sorpreso della velocità con cui si accumulata quella risma di fogli già sufficientemente spessa che quel volume gli incuteva rispetto. Ciò che non era ricordo era fantasia e qualcosa era un poco questo e un poco quello; persino lui avrebbe fatto fatica a dirlo o distinguerlo. Verso ottobre se ne sentì finalmente soddisfatto e cominciò a rileggersi come se non conoscesse nulla di quelle parole, riuscendo a restarne affascinato. Certo la correzione è una cosa lenta e laboriosa durante la quale non ci si può permettere distrazioni o innamoramenti e le pagine erano all’incirca un migliaio. Era una notte anonima di novembre quando decise di essere soddisfatto e che quella sarebbe stata l’ultima stesura della parola fine. Il freddo era già testardo e pungente. Si preparò un tè al gelsomino guardando con rinnovato orgoglio il lavoro fatto. Era sereno nella consapevolezza che non gli restava altro per cui lottare. Aprì lo sportello e diede il manoscritto in pasto alle fiamme nel ventre avido della stufa. Andò a coricarsi consapevole di non aspettare nemmeno un nuovo mattino e che null’altro avrebbe potuto destare in lui alcun interesse. Del resto era solo acqua passata.

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Forgone polizia incendiatoRoma, 15 ottobre 2011. Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza. Naturalmente ero sul posto, in pancia alla manifestazione, assieme alla mia Compagna e a vecchi e nuovi amici. Separati da nostro figlio e dalla figlia di un’amica e da altri nostri amici. Credo che non lo farò perché l’ha già testimoniato fin troppo bene Lei e perché nessuno ha visto nulla. Cioè ognuno ha visto solo un piccolo frammento di un film che mi pare, a me sessantottino, di aver già visto sgradevolmente più di una volta. Mettere insieme i frammenti è alquanto difficile e forse ancora presto. E guarda caso si torna a parlare di strategia della tensione. A questo gioco non ci sto. Dicevo: ero nella pancia della fiumana incredibile e interminabile di quella manifestazione di cui nessuno da ancora numeri, almeno approssimativi, più verso la testa che al centro, anzi quasi in testa. Ero a testimoniare la presenza della Freedom Flotilla e la nostra attenzione al problema della Palestina. Allora, se non un resoconto molto personale, cosa posso raccontare? Vorrei fare solo una piccola premessa su quel fiume in piena e poi narrare una storia che in quanto storia è frutto solo di fantasia, forse un po’ surreale, come sembravano essere quelle figure nere che abbiamo visto. Incutevano una certa soggezione ma più che paura si trattava di un senso di incredulità, di figure appunto surreali, da un altro mondo. Ai pochi che abbiamo visto gli abbiamo gridato inutilmente dietro. Io è pochi altri li abbiamo anche apostrofati in malo modo. Non hanno fatto caso a noi. Avevano qualcosa di più importante da fare: andare alla loro guerra che era solo loro. Mi spiace perché sarà solo quella e poche l’altre l’immagine che resterà di questa grande protesta mondiale.

Noi, io e Lei alla manifestazioneOra proviamo ad analizzare da chi era composta quella manifestazione. Chi va in piazza e in quella piazza, come me, non ci arriva mai? La manifestazione è indetta, in modo spontaneo (spontaneo?), in varie parti del mondo dal movimento 15-M più conosciuto come “indignados”, fin qui è aria fritta. Un movimento apartitico; circa 900 (novecento) piazze nel mondo scendono a protestare. Si vede dal mattino che l’utopia di mettere insieme, sugli stessi obiettivi, un popolo che va dall’estrema sinistra “disubbidiente” all’estrema destra “eversiva” è appunto solo utopia. Nessuna bandiera, s’era detto, si intendeva nessun simbolo di partito. Io Comunista ero stato un po’ emarginato pur non avendo tessere o referenti in una sinistra che mi riempie di perplessità; nella quale stento a vedere un progetto. Di bandiere e simboli di partito è piena la piazza fin dal primo mattino. Una manifestazione senza quella sinistra non è realtà nel nostro paese e di questo ero orgoglioso seppure io rappresentavo un’istanza particolare. Comunque la parola d’ordine era in estrema sintesi “Noi il debito non lo paghiamo”. Uno slogan in sé sovversivo che potrebbe scardinare (finalmente) dalle basi questa società “borghese”. Una parola d’ordine per “abbattere” lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” di questo “capitalismo” e della “finanza”. Il resto è contorno. Mi chiedevo è mi chiedo se su questo, che credo si incarni nel tessuto stesso di qualsiasi elaborazione marxiana, la sinistra sia in grado di elaborare risposte, di prospettare un futuro, di incarnare un progetto; questa sinistra confusa e nebulizzata. Qui finisce la mia premessa con l’ultima mia considerazione più volte ripetuta in rete: “Ecco il coraggio e la lotta in cui credo. Ci vogliono più coglioni a fare da scudo umano che a sfasciare mille vetrine”.

Immagine di Vittorio ArrigoniOra la storia e scusate se non è una storia molto originale. Questo è solo un racconto di pura fantasia. Personaggi e altro sono solo frutto di una mente malata che si lascia all’immaginazione. Da giorni c’è un via vai strano per la città, un indaffararsi che passa quasi completamente inosservato. C’è tensione ma nessuno può né vuole crederci. La paura non può fermare la manifestazione. Il meccanismo è già in moto, entrambi i meccanismi. E’ mattino presto ma non prestissimo. Un capitano vicino alla pantera parla con alcuni individui. A vederli sono inquietanti, sanno di quelli che chiamano “black blocs”, eppure sono tranquilli, intenti nel loro chiacchiericcio. Non puoi covare sospetti, sono così disinvolti, quasi normali. Non si può tramare gli ultimi dettagli così alla luce del sole. C’è il teorema Kossiga a fungere da vademecum; credo sia inutile ripeterlo per l’ennesima volta. Sono storie di un’altra Italia e quando sono vere il gioco si fa pesante, si mette in gioco la vita. Sono storie di un Italia dove c’erano parti dello stato “deviate”, golpiste. Sono uno stupido sessantottino. E la marea parte e non parte perché siamo in troppi e i più sono ancora in Piazza della Repubblica. Da un furgone scendono quegli individui ed altri. Alcuni sono poliziotti in borghese ma stranamente sembrano i cattivi della nostra storia. Da un’altra parte sbucano quelli, i cattivi veri, un misto di ultras della curva e di fascisti che sono usciti da Casa Pound, che poi un po’ sono la stessa cosa e comunque non si può notare la differenza. Si muovono sicuri, sono addestrati, si vede. Sanno che troveranno ragazzi, la maggior parte molto giovani, con in corpo un carico di adrenalina senza controllo facile da far infiammare. Raccolgono il loro armamentario che avevano in precedenza preparato e nascosto e precedono il corteo. Solo una piccola parte cerca di entrarci da uno slargo. Sistematicamente iniziano la distruzione di qualsiasi cosa si trovano davanti, non si danno nemmeno cura di accanirsi su quelli che si potrebbero definire simboli di opulenza o almeno obiettivi simbolici. Spargono la voce che ci sono disordini, che la polizia carica. Lontano si comincia a vedere una grande e alta colonna di fumo. Le prime auto sfasciate e quelle incendiate. Si trascinano dietro questo seguito di giovani che sognano l’avventura e la grande lotta. Si muovono verso la testa del corteo per invitare i manifestanti ad unirsi a loro. Il corteo li respinge coraggiosamente quanto decisamente, li sfida e li apostrofa pesantemente. Li riconosce, cioè li riconosce nell’ideale che incarnano: gli grida fascisti. La piccola parte infiltrata esce dal corteo senza averne mai fatto parte, cacciati dallo stesso corteo. Stampa e televisioni sono già state invitate alla festa, a quella della distruzione indiscriminata. Uno di loro si stacca dal branco e si accanisce contro gli arredi di una chiesa. La polizia lascia un furgone al centro della piazza, aperto, e loro gli danno fuoco, fa parte dall’inizio della sceneggiatura. Gli strani individui che sono apparsi all’inizio di questa storia tranquillamente se ne vanno. Alcuni si permettono di salutare romanamente ormai paghi del lavoro e certi dei risultati. Lasciano nella piazza quei ragazzi che si son riusciti a trascinare dietro e che credono che quella sia la rivoluzione. Lì lasciano in preda alle forze dell’ordine (ordine o disordine?) disorganizzate, in preda alla paura, impreparate. Scoppia la battaglia delle vittime. Il capitano è davanti alla televisione e sogghigna soddisfatto: le immagini son quelle di una battaglia. Nessuno bada più alle tante centinaia di migliaia di persone che hanno cercato qui, come in quasi tutto il mondo, di cambiare la storia e la società. Silvano è tutto orgoglioso dice che gli ha gridato che gli avrebbe spaccato il culo e che questa volta gliele hanno date. Umberto ha due costole incrinate e un occhio nero e gonfio e tornando a casa circospetto improvvisamente si sente defraudato. Uno stormo di trolls si accanisce in rete intorno a quelli che erano stati nei giorni precedenti i luoghi di organizzazione della protesta. Intanto una voce fuori campo invita alla delazione. Partono i titoli di coda. Propongo di farli accompagnare dall’Internazionale e di aggiungere alla fine: ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Un aspetto della manifestazione: il camion rosso.

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Non credo ci sia molto da aggiungere, basta ascoltare. E con questo auguro al mio Amore e a tutti gli innamorati anche questa domenica buone sensazioni.

Stare qui
ha il sapore dell’eternità
dopo aver amato te
io ti guardo mentre dormi accanto a me

Non ti sveglierò, oh no, no, no
perché tu sorridi
un bel sogno forse ora c’è
dietro le ciglia chiuse

Eternità, spalanca le tue braccia
io sono qua, accanto alla felicità che dorme.
Per lei vivrò, e quando avrà bisogno
io ci sarò, ad asciugare le sue lacrime.

Resta qui
primo fiore dell’eternità
dopo aver amato te
sul soffitto passa un angelo per me

Non ti sveglierò, oh no, no, no
perché tu sorridi
un bel sogno forse ora c’è
dietro le ciglia chiuse

Eternità, spalanca le tue braccia
io sono qua, accanto alla felicità che dorme.
Per lei vivrò, e quando avrà bisogno
io ci sarò, ad asciugare le sue lacrime

Eternità, spalanca le tue braccia
io sono qua, ad asciugare le sue lacrime…

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Cartina della Palestina in divenire, anni dal 1946 al 2005Torniamo a parlare di Palestina. Per chi a voglia di parlare. Io ho immensa voglia di ascoltare. Ma i sordi non interessano a nessuno. Non mi rivolgo perciò a chi mi spiega che non so e difende ideologicamente un abominio della storia. Per me la situazione che si è venuta a creare in quella terra si può spiegare in pochi e semplici termini; anzi con due parole. E sono parole in lingua ebraica, anzi parole che provengono proprio dalla casa dei sionisti. Io credo che qualsiasi persona di buon senso non può che arrivare alle stesse mie conclusioni: Libertà per la Palestina.
Il progetto della cosiddetta “terra promessa” cioè della costruzione dello stato di Israele nasce ben prima dell’olocausto, di quello a cui e genericamente dedicato il nostro intendere il giorno della memoria; non dell’olocausto che stanno subendo tutti i palestinesi. Quel progetto nasce da un semplice assunto: “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Ciò non teneva volutamente presente che in quella terra un popolo c’era ed era il popolo palestinese. Ma questo concetto lascia chiaramente intendere come le radici del sionismo affondino in un humus colonialista e/o imperialista e razzista. Non solo non si consideravano quelle persone come popolo, ma nemmeno si sono mai considerate come persone. Ci sono migliaia di testimonianze a riguardo a dimostrare come gli israeliani considerino gli autoctoni razza inferiore o peggio. E’ in atto una pulizia etnica e si accampano chissà quali scuse o si giustifica senza nemmeno sentire il bisogno di alcuna scusa. Come abbiamo visto ieri l’intervento militare israeliano si preoccupa di presidiare anche ben altri confini “sicuri”. Una occupazione, è bene ripeterlo, continuata attraverso interventi militari senza soluzione di continuità in “territorio da guerra” quanto anche in assenza di guerra. La politica armata degli israeliani ha spogliato i palestinesi di tutto, nel silenzio generale, anche durante i momenti cosiddetti di pace o di tregua. Inutile tornare a commentare l’atteggiamento di “coloni” la cui ostentata e orribile violenza, anche contro i bambini che si recano a scuola o almeno ci provano, è difesa dall’esercito.
Il secondo assunto che vorrei ricordare è la definizione adottata da coloro che, fuori ma anche dentro lo stesso stato di israele, si battono per la fine di questa assurda tragedia; di questa carneficina: “Ebrei contro l’occupazione”. Tre brevi e succinte eppure significative parole che nascono sempre all’interno del mondo ebraico. Questi affermano subito la loro appartenenza di ebrei, non di israeliani o di sionisti ma di ebrei. Quel contro afferma con forza la loro contrarietà alla politica portata avanti dallo “stato di israele”. E soprattutto usano la parola occupazione. Ecco, di occupazione si tratta. Io onestamente non vedo la necessità di aggiungere altro. Mi sembra tutto così semplicemente chiaro. Inutile rimandare a quanto più sopra, a come si stia continuando a sviluppare questa occupazione. Di come il sogno sionista del grande israele vada anche oltre i confini attuali in un movimento che rischia di coinvolgere nuovamente tutto il mondo arabo.

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