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Posts Tagged ‘sesso’

La curiosità è donnaSecondo me è moldava. Parla un italiano terribile; a stento comprensibile. Probabilmente suda dietro a qualche povero vecchio. Non sono tipo da farsi fantasie. Nemmeno troppo curioso da chiedere. Magari è un pensionato bavoso. Mezzo invalido. Magari no. Non devo sbagliarmi di troppo. Non deve avere una vita bella. Lei non le è molto. E anche quando sorride ha un viso triste. Se posso dirlo: sembra alla disperata ricerca di sistemarsi.
È al bar con delle amiche. Quelle se ne stanno sempre tra loro. Parlano e bisbigliano e ridono nella loro lingua. Ha dietro la borsa della spesa. Mi notano, si fanno un cenno e ridono. Ormai noi italiani restiamo in pochi. Pochi, ma ci distinguiamo subito. Solo che se chiedi un’indicazione per strada rischi di sentirti rispondere in armeno. Ma in alcuni casi, per fortuna, che ci sono. Come, per esempio, come detto, per accudire quei poveri vecchi. Le nostre donne non hanno più quella pazienza. Quella umiltà. Lo spirito di sacrificio. Non vogliono rovinarsi le unghie. E poi anche perché loro sono molto meno esigenti. Più spicce. Si accontentano subito e di meno.
Me ne sto con il mio bianchetto e le guardo distratto. Non ho altro da fare. Nessuno mi aspetta. La pensione l’ho già ritirata. Sono stato uno degli ultimi fortunati. Non sono così vecchio. E ho ancora il fuoco dentro. Insomma, provo ancora qualcosa vicino ad una donna. Mi vien ancora voglia di togliermi qualche sfizio. So apprezzare. E, a volte, mi so anche accontentare. Non ho niente di meglio e le sorrido. Lei volta di scatto la testa dall’altra parte. Torna ad occuparsi della sua compagnia. Solo la vicina se la gode a lanciarmi, di sbieco, sguardi furtivi. Si gira per sganasciarsi dandomi le spalle; anzi le alza le spalle. Fa spallucce. Come se mi compatisse e mi lanciasse un messaggio definitivo. Non le do retta e continuo a guardare con insistenza la mia preda. Forse non l’ho detto ma so essere caparbio. Ne va del mio orgoglio. Se ne dovrà pentire. Lei si gira e, quando torno a sorriderle, lei mi ricambia con un sorriso. Resto ad aspettare continuando a fissarla.
Lei resiste un paio di minuti, forse un quartino. Il tempo di altri due bicchieri. Poi dice qualcosa alle amiche in quella loro lingua incomprensibile. Si alza e mi raggiunge mentre le amiche ridono ormai senza ritegno. Mi guarda in piedi. La invito ad accomodarsi. Mi chiede cosa mi serve, almeno credo. Le spiego che non mi serve niente. Mi guarda perplessa e riflette. Prende posto sula sedia, davanti a me. Un po’ rigida e passabilmente imbarazzata. La invito a prendere qualcosa. Guarda il mio bicchiere e si prende anche lei un bianchino, dicendo che sono gentile. Non lo sono mai stato. In certi momenti anche un po’ cafone. Preferisco chiamare il pane col suo nome. Più che una donna sembra una zia. Mi devo essere impazzito. Davanti a tutti. Ma la carne è carne. Comincia a tradirmi la memoria. L’ultima doveva essere con le guerre puniche. Non è il caso di procurarsi troppi pudore. Fanculo e tutti, e poi, tranne le amiche, non siamo praticamente che noi due nel locale.
La prego di aspettare e vado fino al cesso a controllarmi, approfitto e la faccio. In tasca mi son portato un paio di cinquantini. Non credo, ma non si sa mai. Dovrebbero bastare, se si fa pagare. Son certo che non è così. Anzi farebbe meglio a non provare nemmeno ad approfittarsi di me. Quando torno le amiche sono andate e lei s’è ripresa la sua borsa. Resto io stavolta in piedi. C’è un attimo di silenzio ingombrante. Ha occhi e mani mansueti. Le dico se… sì! insomma… vogliamo andare. Lei non batte ciglio e si alza, e mi segue dopo aver aspettato che paghi le consumazioni. L’oste mi allerta che restano anche quelle delle amiche. Pazienza! Faccio. Dentro metto nella lista tutto per dopo. Quando si impone so essere un signore. Mi sistemo i pantaloni. E non mi faccio altri riguardi, con un sorriso malandrino la invito a casa: Va bene da me?
Mi riempie di domande. Chiede se la macchina è mia, le piace. Quanti cavalli ha. Quanti anni ha. La trova comoda. Che velocità, raggiunge. Se il portabagagli e abbastanza capiente. Da quanto ho la patente. Non sembra del tutto convinta. Cerca di non farsi impicciare dal silenzio. Intanto si tiene la borsa tra le gambe. Poi mi chiede il nome. Dove abito. Se è lontano. Quanti anni ho, me ne sottraggo e perdono sette. Solo per fare conto tondo. Mi indica il super dove fa la spesa. Mi dice che lei sarebbe vegetariana, ma non sempre. Sorride silenziosamente e in un modo un po’ vergognato e un po’ ambiguo. Forse era una battuta. La lingua non aiuta e non ha linguaggio del corpo. Se ne sta ferma e irrigidita. Non posso vederla che con la cosa dell’occhio. Già non è facile no lasciarmi distrarre. Odio guidare soprattutto con qualcuno a fianco. Soprattutto se il qualcuno è una donna; finalmente. In verità odio guidare.
Quando siamo a casa è un poco in imbarazzo. Sta sulla porta e si guarda intorno. Non manifesta un eccesso di delusione. Forse ha già attraversato tutti i territori di quel sentimento. Alla fine, alza le spalle e appoggia la borsa della spesa a terra e resta ad aspettare. Non deve essere una che corre dietro al primo che incontra. Tona a guardarsi intorno, ansiosa. Non mostra che le piace. Ricomincia con le domande. Si fa mansueta e gli occhi mi sfuggono. Mi chiede se è mia, proprio mia. Quante stanze ci sono. Le prometto che dopo gliele faccio vedere tutte. Anche la camera da letto. Intanto le verso un bicchierino e ne verso uno per me, per carburare. Mi chiede nuovamente l’età. Mi chiede dov’è mia moglie. Dovrei spiegarle che sono vedovo, da cinque anni. Le dico che siamo separati. Mi chiede se abbiamo avuto figli. Due, e vorrei averli annegati appena nati. Non ho più tanta voglia di conversare. Le dico che mia moglie non ne poteva avere. Che se era per me… Mi dice che un uomo così giovane può ancora averne. Nasconde le labbra del suo sorriso dietro il palmo della mano. Gli occhi si sprofondano in un altro cenno di vergogna.
Forse è la prima volta che accetta un invito come questo. Non le chiedo niente, ma lei mi avvisa che ha un marito, che è rimasto là, a casa. Mi dice che là la vita è proprio dura. Le riempio di nuovo il bicchiere. Mi fa cenno di non insistere. Dice che non vorrebbe che cercassi… Lascia la frase a metà. Aggiunge che non vorrebbe rischiare di ritrovarsi ubriaca. Che sono un bel tipo. Un furbacchiotto. Che forse non dovrebbe fidarsi. Ma mi spiega che lei non è più una ragazzina. A dire il vero me ne ero accorto dal primo sguardo. Comunque, di disgrazie ne ho già tante, ho già le mie. Per fortuna torna la sua curiosità. Mi domanda dove lavoro. Le mento che sono ingegnere. Manca solo che mi chieda qual è il mio santo preferito. Ho tutta un’enciclopedia di bestemmie a mia disposizione.
La cosa è ben avviata. Sembra già fatta. Solo che non so da dove cominciare. Mi scappa di nuovo. Torno ed è in piedi davanti al divano. Il vestito l’ha tolto, ma è ancora sui tacchi.
Lei è solo curiosa e me lo chiede: Cosa ne pensi? Io sarò anche all’antica, ma non sono un coglione. Non glielo dico.

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article-2225093-15c07f25000005dc-590_634x903Tutto è cominciato con quella foto ricordo. Anzi quelle maledette foto. È stato lui a fare il primo scatto. Anzi i primi scatti. Poi mio marito, il solito cretino, dice che vuole farla a noi. Che senso ha? Va dietro alla macchina. Nemmeno la conosce. Chiede aiuto. Guarda nell’obiettivo. Dice: “Sono pronto”. Dice: “Fate un sorriso”. Ci mettiamo in posa. Ne approfitta subito, impertinente. Mi passa la mano dietro la schiena. Per farlo mi sfiora con disinvolta attenzione le chiappe.
Io… cosa potevo dire? Nemmeno ci avrei fatto caso. È sempre stato come se non ce l’avessi, io, quel culo. Certo che qualche apprezzamento … Non dico nemmeno che mi dispiaccia. Ma una donna… Si guarda in faccia. Si guarda allo specchio. Insomma… sono come sono. Tu mi conosci. Un po’ vanitosa; come tutte. Ma non ho gli occhi dietro. Non me lo dire. Forse… Anche senza tanti forse. E senza preamboli. Certo, me la sarei dovuto aspettare. Perché lui una mano al culo non la nega a nessuna. È fatto così. L’hai conosciuto anche tu. Ma… con mio marito là. Lo stupido. Sono anche amici. Bell’amico. E che cavolo. Col rischio che mi debba vergognare per tuta la vita. Mi è rimasta nel gozzo.
Lo guardo. Fa cenno a Claudio. Mi lascio ad un sorriso. A denti stretti. Interpreto perfettamente la parte di quella che non sa cosa succede. Di quella che ha il cervello da un’altra parte. E la coda a casa. E mio marito, sempre lui, a darci le indicazioni: “Più vicini”. Un vero idiota. Mi avvicino a lui. Mi fa anche un po’ di tenerezza. Ma molta rabbia. Gli sussurro se hai bisogno di questi mezzucci. Mi sussurra che ho un gran bel culo. Piacere farà anche piacere, sentirselo dire, non così, non in un momento simile. In effetti… chissà? Forse. Per quello che so mi fa un po’ di essere un tantino ossuto. Claudio scatta le foto. Il posto non è un granché bello, anche se nelle foto non si vede. Gli scatti non serviranno a ricordarlo. Troppo primi piani. È il parcheggio del ristorante. Avevamo appena pranzato. Avevo ancora l’amatriciana sullo stomaco. Forse si vede un po’ di pancetta.
È vero che avevo quel vestitino che è un amore. Che mi piace tanto. Lo sai. Lo vedi. È una tutina, arancio. Cos’ha che non va? È solo un po’ corta. Cioè mi lascia le gambe scoperte. Forse mi disegna un poco. Ma ero tutta accollata. Col caldo di quei giorni. Non credo sia stato per quello. Insomma… Una non più pensare… Mi sembrava potesse andare. E poi, insomma, una non può mettersi sempre un abito antiscippo. Per un boccone tra noi. Non so come mi vengono queste idee. Nemmeno so come è fatto. E il fotografo disgraziato sembrava farlo apposta. Troppi sorrisi fin troppo consigliati. Poteva starsene almeno zitto. Non avevo certo voglia di sorridere. Ma lo dovevo fare. Non volevo uno scandalo lì davanti. E io così imbarazzata. Poteva arrivare qualcuno. Trovarci a non essere soli. Altri che venivano a prendere la macchina. Per farsi una sigaretta. Per il caldo. Che ne so? Troppe mani troppo curiose. Non ci resta che avviarci verso casa.
Io non sono abituata a dare confidenza. A nessuno. Nemmeno agli estranei. Tanto meno a un amico. A quell’amico. È stata una liberazione. Voglio dire… Quando siamo saliti in macchina. Non dico che non mi sia sentita lusingata. Forse un pochino. Forse… Se non fossimo stati là. In quella situazione. E davanti all’occhio di mio marito, e della macchina fotografica. Forse poteva essere diverso. Non dico che ci sarei stata. Questo no. Ma gli avrei detto io quello che si meritava. E gliel’avrei tolta, quella mano, stupita, stronza e sfrontata. Cosa? il linguaggio? ma ho ancora un diavolo per capello. Per farla breve torniamo a casa. Claudio si accomoda dietro; comodo. Guida lui. Gli sussurro all’orecchio: “Soddisfatto”? Mi risponde, che debbo leggergli la risposta sulle labbra: “Mi sono dovuto accontentare”. Gli sibilo: “Sei una merda”! E tutto spero finisca lì.
A quale donna non è mai successo. Magari per strada. Salendo in autobus. Che ne so? Un idiota lo trovi sempre. Anche in ufficio. Quelli trovano sempre l’occasione. Perché sono idioti e perché la cercano. Invece non è finito un bel niente. A sera stiamo per metterci a cena. Claudio ha fretta perché c’è la partita. Giuro, non ci pensavo più. Io sono una buona di carattere. Avevo scordato tutto. Non sono cose da portarsi dietro tutta la vita. Succedono e poi ti scivolano dietro, cioè addosso. Qual è quella… Sembrava preoccupato solo per quei tipi che in mutande corrono dietro a quella stronza di palla. Non me ne sarei ricordata se non mi avesse affrontata: “Guarda che ho visto”.
Proprio non mi passava più per la testa: “Cosa avresti visto”?
Che ti toccava”.
Penso che è una cosa stupida. Che Vittorio è stato uno stupido. Lui. Con me. E penso che sarà mai? Si è preso una libertà che non doveva. Che non gli ho dato. L’ultima cosa che penso e di dovermi anche scusare: per il suo amico. Ma poi… non è che una palpatina. Quasi nemmeno quella. Non so che gli abbia preso. Non sono stata certo io a provocare. Inutile farne un dramma. Non sarà quello… È stato villano e imprudente. Certo. Cosa dovevo fare? Uno scandalo?
Solo che Claudio è sempre stato così geloso: “Sei tu che sei toccato. Il solito. Spiritoso. Se fosse? È un amico. Mica un estraneo. Lui almeno apprezza. Sei tu che nemmeno mi guardi. Sei un cafone. Sempre il solito. Lì a pensare quello che non c’è. È amico tuo. Mi ha messo una mano sul fianco. E glielo hai dato tu il permesso. Anzi, l’hai invitato a farlo. Se era per me… Non so dove trovi tutta quella malizia”.
Mi ha chiesto subito scusa. Sai che io so come raccontarle. Comunque non ne avevo la minima colpa. E non c’era stato niente. Solo quello. Non che ci sia rimpianto. Lo senti anche dalla mia voce. Solo rabbia. E Claudio me l’aveva fatta tornare. Non ne avessimo parlato era tutto bell’è che finito: “Ecco. Ora sì che sei ragionevole. Come hai potuto pensare che io possa dare tanta confidenza proprio a lui”.
No! non è finita, ancora. È l’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Almeno credo. Mi suona il cellulare. Vado in cucina. Quando lo sento al telefono gli dico subito che è un cafone. Gli spiego che Claudio ha avuto dei sospetti. Che ci ha visti, ma che son riuscita a raccontargliela. Intanto lui ride. E che non è il modo di comportarsi. Che non me lo sarei mai aspettata da lui; da un amico. Non si scusa. Dice solo che non ci aveva mai fatto caso. Che non ha saputo resistere. Lo conosco anche troppo bene. Dovrei sentirmene offesa. Un poco lo sono. Non riesco a essere del tutto adirata. Mi era già passata.
Gli domando un paio di cose. Le prime che mi vengono in testa. Ormai siamo al telefono. Tanto vale… Sono una stupida. Sai come sono fatta. Non riuscirei a dormire senza chiederglielo. Con quel dubbio: “Cosa ti è sembrato”?
Lo sento ridere, il coglione: “Dovrei controllare ancora. Troppa fretta. Direi non male. Proprio non male. Direi che… Grazia, hai proprio un gran bel culo”.
Questo lo sapevo, ma non è male sentirselo dire. Il cretino ormai ha dimenticato ogni galanteria. Non ha mai una parola gentile. Sembra nemmeno accorgersi di me. Come fossi diventata invisibile. Una cosa dell’arredamento. Poi però protesta se qualcuno mi guarda. Se si azzarda a dire quello che dovrebbe uscire dalla sua bocca. Se cerca di fare quello che dovrebbe fare lui e che non fa più. Temo che Vittorio mi abbia capita: “Dì la verità. T’è piaciuto”?
Sono stanca. Non ho voglia di restare al telefono. Non ci penso e glielo dico. Anzi non so se l’ha proposto lui oppure io: “Che ne dici se torniamo domani e finiamo il servizio? Però senza il marito”.
Torno in salotto e non ci penso più. Devo essere onesta: la cosa mi ha un po’ stuzzicata. Non so se le foto o la telefonata. Insomma… Sono eccitata. Mi sbottono e ma la sfilo, la tutina. Lì, sul divano. Sotto ho quasi solo tutta Grazia. Tutta questa Grazia di Dio. Tu non ci crederesti. Claudio non stacca gli occhi dallo schermo. Ma ci credi? L’avrei ammazzato. Con le mie stesse mani. Seduta stante. Non l’ho fatto. Naturalmente. Per farla breve ho dovuto aspettare che l’arbitro fischiasse. Con il rischio che volesse vedere anche i risultati delle altre partite. Anche la mia pazienza ha un limite. Poi… a te lo posso anche confidare. E poi è mio marito. Cazzo! Me lo sono trascinata a letto. Dopo che gli avevo dato un primo assaggino sul divano. Ed è stato una favola.
Non essere stupida. Non pensavo a Vittorio. Pensavo solo a noi due. Pensavo solo… Ne avevo solo voglia. Non me ne vergogno affatto. E ho passato una notte tranquilla. Insomma… Quelle poche ore. Cosa dici? Sì, ormai… Ti racconto anche il resto. Certo. Tu non lo conosci il vero Vittorio. Il mattino dopo mi ero già scordata di tutto. Ma lui no. C’è stato bisogno me lo ricordasse Vittorio. Lo sai come sono fatta. Io sono una di parola. Ormai lo avevo promesso. E lui s’era preso un permesso. Il fannullone. Lo screanzato. È sempre stato troppo sicuro di sé.
Per fartela breve… Siamo tornati allo stesso posto. Ma se n’è ricordato quando siamo stati lì. Se ne era del tutto dimenticato. E non aveva nemmeno l’autoscatto. Ha dovuto chiedere la cortesia a uno seduto ad un altro tavolo. Ad un perfetto sconosciuto. Gli ha raccontato la favola che eravamo marito e moglie. Non so se gli ha creduto. E che dovevamo fare uno scherzo. Insomma… quello è stato gentile. E Vittorio gli ha messo quella maledetta macchina fotografica in mano. Il risultato si può anche vedere, ma non ditelo in giro.
Mi chiedi E dopo? Cosa vai a pensare? Non sono mica una di quelle. Dopo niente. Vittorio è tutto solo lì. È solo quella mano. Gli basta farsi bello. Si accontenta di toccare. Quel grandissimo figlio di buona donna. Anzi proprio di puttana. Avevamo tutto il pomeriggio davanti. Ma io non glielo avrei lasciato fare. Non c’è stato nessun dopo. Mi ha accompagnata a casa e mi ha lasciata davanti alla porta. Sono ancora tutta indignata. Quello che m’incazza ancor di più è che Claudio non si accorgerebbe di nulla nemmeno se lo facessi sotto il suo naso.

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news_50690_donna-morta-spiaggiaI giornali d’agosto dicono. I giornali d’agosto commentano. Cosa c’è di meglio di una bella morte? Di una bella ragazza morta ammazzata? In spiaggia? In un posto turistico rinomato? Cosa può fare aumentare di più la curiosità e le vendite? E allora le iene si avventano sulla preda. Fiumi di inchiostro. Niente di peggio per far confusione e intralciare un’indagine ben avviata. Il maggior sospettato inoltre è una persona che si dedica alla politica. Una specie di presidente di quartiere o qualcosa di simile.
L’indagato sostiene con veemenza che se non c’è colpa non c’è reato. Che lui dormiva. Che si era coricato alle undici, quando i ragazzi stavano uscendo. Che bisogna tutelare la gente seria. Quelli locali. Che bisogna fare qualcosa per questi immigrati. Che è uno scempio. Che sicuramente è stato uno di loro? Così lontani dalle famiglie e da tutto. Quelli con quella religione. Chiede perché non se ne stanno a casa loro. Quei miserabili.
La vittima risulta nata in Emilia da famiglia emiliana. Lui insinua il dubbio che abbia un po’ di sangue russo o ucraino. Con quel nome. Anche se riconosce che si trattava di una bella ragazza. Piacente. Formosa. Molto attraente. Che parlava perfettamente un italiano fluido e corretto. Anzi sembrava avesse studiato. Ed era piena di risorse. Con un reggiseno bello pieno. Traboccante. E dice tutte queste cose con enfasi e tutto d’un fiato. Con quella sorta di tipico orgoglio da corteggiatore da spiaggia. Poi chiede di essere tutelato da un avvocato. E si zittisce, completamente. Non così la di lui moglie.
Ma chi può più fermarla la Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi. La donna sostiene che il marito, nella notte in questione, le dormiva accanto. Senza nulla addosso; nemmeno le mutande. Perché lui è così. Come sarebbe potuto uscire? E comunque non avrebbe potuto perché quella stessa sera… Cerchi di capire. –dice. Anche se si può capire lei preferisce essere chiara e precisare invitando che la sua testimonianza venga messa per esteso: Quasi due. Rafforza la propria dichiarazione anche con gesti delle dita e della mano: Era da un po’. –per questo lo ricordava bene– Non che lui… anzi. Non mi ha mai fatto mancare niente. Ha sempre fatto il suo dovere. E poi che non va mai in giro mai da solo. Che soffre di sonnambulismo.
Certo che non può essere del tutto sicura. Che le sembra di averlo visto che si alzava. Pensa per un semplice bicchiere d’acqua. Ma sicuramente il suo non era uomo da fare quelle cose. Lo escludeva. Poi lei s’era addormentata. Aveva faticato tutto il giorno. Ma quella ragazza no. Era una che si divertiva. Che non aveva amore per la casa. Nemmeno un briciolo di niente. Come tutte le ragazze. Niente. Non che… Questo no, lei non era gelosa. E di una sciacquetta simile. Non mi faccia ridere. Era solo una ragazzina. E lei conosceva il suo uomo. Poteva mettere una mano sul fuoco. Anzi anche tutt’e due. Se lì ci fosse del fuoco, certamente, ne avrebbe dato una subitanea dimostrazione. E in mezzo dice anche tante altre cose e tutte una contro l’altra, contradittorie.
Certo era che, oltre ogni ragionevole dubbio, a conferma delle prove raccolte, quella ragazza aveva trovato su quella spiaggia la morte per mano di autore ancora ignoto; da identificare. Certo era che la morte l’aveva colta nuda. Altrettanto certo era che c’era stata violenza. Non era stato accertato che la ragazza non fosse stata consenziente. E a carico del Giovanni Gasparello le prove e le testimonianze erano numerose, ma non ancora schiaccianti. Lui, in qualità di pubblico ufficiale, nonché di incaricato alle indagini, era sicuro che non si sarebbe potuto trovare davanti a spiacevoli quanto impreviste sorprese. La vita non è un film. Non c’era spazio per un finale con colpo di scena. Solo che l’ultima pagina del verbale non era ancora stata scritta.
Una cosa emergeva: quella ragazza sembrava una folla. Ora era una, ora era un’altra. Ora era così e ora era colà. Unica cosa provata era il nome, e che fosse proprietaria di un seno notevole, che non passava inosservato. Che avrebbe abbisognato di una descrizione dettagliata, se non proprio di una foto dello stesso quando la proprietaria poteva ancora portarlo a vanto. Certo era che, anche a trascrivere, non era comunque facile da tradurre quell’ammasso di testimonianze sconnesse in verbalese. Avevano un assassino praticamente certo, quel signor Giovanni Gasparello di anni 61, quasi autodenunciatosi, tranne che per alcune palesi contraddizioni. Dormiva o gironzolava per spiagge, magari in stato di sonnambulismo? E avevano molti altri presunti, quasi rei-confessi o ignoti. E in mezzo c’era una zona grigia.
Poteva anche essere che la moglie, Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, tendesse a scusare e giustificare e scagionare il marito. Allo stesso modo si poteva sospettare che inversamente fosse l’uomo che tentasse sbadatamente e goffamente di coprire la moglie gelosa di quel seno. Potrebbero entrambi nascondere un segreto per non tirare in ballo il figlio, tale Amilcare Gasparello di anni 33: perché con quella Graziella proprio non ce lo vedevano. Quella sciacquetta, a detta un po’ di tutti, non aveva niente di niente, né culo, né tette, né testa. Non era nemmeno che fosse un filino spiritosa e andasse simpatica. Il citato signor Giovanni si era lasciato sfuggire bofonchiando qualcosa sulla suddetta Graziella Vendramini di anni… circa, che non aveva voluto rilasciare formali dichiarazioni asserendosi estranea ai fatti, con un sorriso triste nei confronti della legge.
Poteva, perché no? anche essere il branco, cioè il gruppo di ragazzi, che cercava di confondere le acque per allontanare i sospetti in una sorta di autodifesa della combriccola. In effetti quel Maicol Seibezzi di anni 33, fidanzatino di Greta Veronelli, vittima, gli era sembrato reticente e non certo quello che si direbbe «un bravo giovane», nemmeno troppo afflitto dalla dolorosa perdita. Ma si sa che i giovani d’oggi sono privi di carattere e leggermente carenti di ideali ed emozioni.
E forse la Greta Veronelli, con quei seni, se l’era un poco andata a cercare. Era bella, in vita, da poter essere considerata quasi una attrazione. Certo il turismo né pativa. Detto anche che, seppur la nota rivesta relativa importanza, che in quelle località era interdetto anche il topless, cioè l’esibizione di qualsiasi nudità. Allo stesso modo, magari, poteva essere stato un maniaco turista di passaggio, uno zingaro, o uno dei tanti immigrati, più o meno di colore. Ovvero qualcuno che aveva lasciato gli affetti lontani e ne pativa. Allo stesso modo il turismo ne rimaneva penalizzato. Per quanto bella non è un bel vedere una bella ragazza in spiaggia se questa è morta. Anche il PM era confuso.
La signora Cesira, ormai incontrollabile, alzava la voce: “Sapete cosa vi dico? Credete tutti di sapere, ma non sapete un cazzo”.
Il signor Giovanni, sembrava mosso da un ultimo scatto d’orgoglio mascolino e da una ribellione davanti ad una vita noiosa ed una moglie bisbetica nonché isterica. Cercare una qualsiasi via attraverso la quale fuggire: “Vedermela lì con tutte quelle poppe al vento, e anche la farfallina, Boh! Non ci ho visto più. M’è salito il fumo agli occhi”.
Il comportamento della più volte citata Cesira, rendeva quanto meno comprensibile qualsiasi gesto o reazione di quella povera vittima di quel povero marito: “Lui è solo un gentile imbecille. Certo un instancabile imbecille”.
Incredibile era che su quella spiaggia, inerme, non fosse stato rinvenuto in corpo decadente della irrefrenabile Taradassi, in luogo di quello della bella Greta Veronelli, che era ancora un fiore, e che fiore. In quel caso marito e figlio della Taradassi avrebbero sicuramente potuto usufruire di tutte le attenuanti.

 

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Non mi aspettavo di vederla arrivare. Invece è venuta spesso a trovarmi in ospedale; preoccupata. Inizialmente con circospezione. Mi ha portato anche i saluti di Giangi. Una scatola di biscotti secchi. Da allora non mi ha più abbandonato. Si è presa cura di me. Non mi ha lasciato mai da solo. Mi ha seguito in tutto e per tutto. Mi ha fatto da infermiera. Mi ha riempito di attenzioni. Anche e soprattutto quando mi ha riportato a casa. Un poco si sentiva anche in colpa. Un poco era preoccupata. Ho cercato di rassicurarla. Di tranquillizzarla. Consapevole dei sacrifici che faceva. La prima parola che son riuscito a dire chiaramente ancora ricoverato, senza incespicare e sputacchiare, è stata Marisa. Mette sempre poco trucco. Non è questo che la fa bella. Mette sempre una maglietta e i jeans, o quasi sempre. A volte indossa la gonna ma mai troppo corta. Dice che non si sente sicura. Che non si sente bene. Libera. Che non si piace. Che così è più pratico, anche e soprattutto per badare a me.
Non mi fa mancare niente e nemmeno io lo faccio. In realtà è una vera ghiottona, anche in fatto d’amore. In un certo senso la mia disgrazia è stata anche la mia fortuna. La nostra fortuna. Le cose vanno a meraviglia. Non potevo e non potrei chiedere di più; di meglio. Mi spinge con la carrozzina in salotto. Mi si china davanti per fissarmi negli occhi. Mi invita a indovinare. Non riesco ad immaginare cosa possa avere per la testa. Si ricorda e mi ricorda che poi non siamo mai arrivati alla casa al mare. Lo ricordo bene anch’io, con un tuffo al cuore. Non mi aspettavo certo che me lo chiedesse. Dev’essere in un disordine incredibile. In completo abbandono. Le dico che non è più stagione. Alza le spalle. Dice che non fa niente. Perché no? Che è curiosa. Che gliel’ho promesso. Che magari possiamo fare solo due passi sulla sabbia anche se il mare è cupo. Starcene lì buoni e tranquilli a goderci la pace. Con malizia: “A godercela tutta”.
Per lei non mi sento mai stanco. Stavolta prende su un po’ meno bagagli e sembra avere meno fretta. Le ricordo del telo mare. Mi ricorda che non abbiamo poi perso molto. Ci siamo semplicemente risparmiati la pioggia. E ride. Anche se era piena estate. Forse sarebbe stata la mia grande occasione. Di occasioni ce ne sono state altre. Senza che nemmeno dovessi cercarle. Mi ha riportato a casa e si è stabilita con me. Poi la frequenza, la presenza, tutto ha fatto il resto. Ricordo come ora il nostro primo bacio. È stato casto. Era ancora solo una ragazza. Si era abbassata per pulirmi le labbra col tovagliolo perché avevo un po’ sbavato. Dopo un secondo ne ho approfittato e lei ha chiuso gli occhi e spento la televisione. Avrebbe dovuto aspettarselo. Avevo resistito anche troppo avendola così vicina. Certo forse aiutato dalla malattia. L’innocente morigeratezza è durata un attimo. Mi sono accorto che ne avevo voglia e subito che quella voglia era destinata a non estinguersi mai. A non darmi tregua. A non trovare pace. Incredibile. Non posso certo lagnarmi. Il tempo è passato e con lei è volato via. Come potrei rifiutarle qualcosa. Sta sacrificando l’intera vita per me, ma quando lo dice lo dice senza rimpianti: “Ormai siamo una coppia”.
Voglio guidare io la macchina. Non ho ancora smesso la carrozzina e non so se potrò mai farlo, ma posso mettermi al volante. Alla fine cede. Fa fatica a sistemarla nel bagagliaio. Infila la cyclette nel sedile dietro. Amo troppo essere coccolato. Le sue attenzioni. La sua passione. Tutto di lei. In verità col bastone potrei camminare e muovermi indipendente, almeno per casa, però sono troppo legato alla mia dipendenza. Per leggermi al mare si è portata: Il caso Malaussène-Mi hanno mentito[1] appena uscito. Ha preso anche un altro paio di libri che non ho fatto a tempo a vedere. Non so quanto si voglia fermare. Non me l’ha comunicato. Spero mi abbia portato tutte le medicine.
Come prende posto alla mia destra qualcosa cancella gli ultimi tempi, tutti i brutti momenti, la sofferenza, il ricovero, le cure, le menomazioni. Lei ridiventa la ragazzina di allora. Sembra impossibile. La stessa e con la stessa spensieratezza. Io ritrovo energie perse. Tutto il resto è semplicemente cancellato. Non è poi cambiato così tanto. Continuo a pensare che ha un sorriso fresco. Ma è anche carina. Penso meno che sia fin troppo giovane. Però non è tutto. È come se fossero passati solo quindici giorni in più. Forse nemmeno quelli. Dovrei essere prudente, e guido prudente, per il resto lei è più forte di qualsiasi mio proponimento.
Ti ricordi di quella volta? Sai, è stato buffo. A parte il finale. Non me lo sarei aspettata. Ce l’hai ancora quella fotografia nel cellulare? Hai visto, ho messo gli stessi abiti. Stessa maglietta. Stessi jeans. Credevo di averli buttati. Uguale anche tutto il resto. L’ho deciso mentre ti preparavo l’iniezione. Sai, penso di tenerle come sono. Di non farle ridurre. In fondo non mi dispiace. Ci sono abituata. Ho capito e non mi da più fastidio se non fanno altro che guardarmele; anzi. Che poi che male c’è. Non è un peccato distribuire un poca di gioia. Di fantasia. Non mi costa quasi niente. Forse è solo perché so quanto piacciono anche a te. Proprio per questo. Vorrei farle vedere solo a te. Ancora e ancora. Ora come stai? Come ti senti? Un po’ d’aria non può farti che bene. Farci bene. Ho già appetito. L’odore del mare. Vediamo. Subito. Non farmi ancora qualche scherzo. Avvertimi se… Ma il medico ha detto che ti sei ripreso del tutto. Che posso stare tranquilla. Non che gli abbia… Insomma è fiducioso”.
Stavolta non mi chiede di fermare la macchina. Se per un attimo non fosse insolitamente silenziosa rischierei di non accorgermene. I gesti sono gli stessi. Ride. Ha sempre quei due lapislazzuli. Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Tutto come la prima volta. Non alza gli occhi, anzi si guarda compiaciuta, mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta; dondolanti. Sembra anch’essa affascinata da quelle meraviglie. Forse non ha ancora vinto un ultimo residuo di imbarazzo. Certo non sono più una novità. Da allora li ho visti spesso. E mi hanno riempito le ore. Rallegrato e sostenuto. Sono stati una consolazione nei momenti bui. Comunque sono sempre un’emozione. Anche stavolta resto senza parole e senza fiato. Non ci farò mai l’abitudine alla sua disinvolta monelleria: “Però così mi fa un po’ di pancetta; non trovi”?
Resta così a parlarmi mentre continuo a guidare. Si è riproposta di portarmi a visitare una mostra su Max Ernst e le avanguardie del novecento. È una minaccia? Io povero invalido. Quando torniamo. Se ne avremo tempo. Sono un sempliciotto. Amo il realismo. Vorrei vivere dentro un quadro di cui capisco quello ch’è ritratto. Ne “L’origine del mondo”. Se lo dico mi chiede se non riesco a pensare ad altro. Stavolta sta leggendo “L’amica geniale[2]”. Crede sia il primo di Elena Ferrante. Come se potessi non essere estremamente attento a tutto quello che fa. Che ha sopra il comodino. Anche questo non sa se è adatto ad un uomo. Mi parla di un film dei Coen, ma forse è un serial televisivo. Ora sa che sono della vergine. Non so che dire. Vorrei che si riempisse la bocca solo di me. Meglio che faccia attenzione solo alla strada. Mi suona il cellulare. Guardo: è Enza. Non mi va di risponderle. Le avevo detto di non chiamare. Che ero in una clinica, credo di essermi inventato Bosconuovo, se ricordo bene, per degli esami di controllo. Che sarei stato irraggiungibile. Forse le dovrei delle spiegazioni. Quasi quasi lo spengo quel maledetto telefonino. Suona anche il suo e lei risponde civettando. Poi si scatta un selfie e lo invia. Intanto un paio di macchine ci sorpassano. I guidatori non restano indifferenti quando sorpasso io. Gli altri non possono vedere e nemmeno immaginare. Me ne rendo conto.
Sempre impaziente? Avrei potuto almeno lasciarmi il tempo di toglierlo il reggiseno. Lo so. Volevo rivedere quella faccia. Coglierti di sorpresa. Ti spiace? Sei contento? Allora ha funzionato. Mi sento com’ero. Come se riavessi i miei diciott’anni. Avvertimi però subito se qualcosa non va. Non farmi stare in pena. Voglio essere tranquilla. Mi viene da ridere. Mi ero fatta una strana idea di te. Ti credevo… si insomma… Ti credevo uno a cui piace la gnocca. Ma non così… Così. Scusa. Che mi avessi invitata al mare solo per quello. Ero decisa a dirti di no. Forse. È buffo, abbiamo avuto così tanti ricordi e nessuna concretezza. Quel mare l’ho visto solo in cartolina. Posso dire che il nostro è stato un incontro molto casto. Anche se non abbiamo deciso solo noi. Se ci ha messo lo zampino il destino”.
Non vorrai farti vedere da tutti? Che tutti ci guardino”?
E perché no”?
Ride e sembra divertita dall’idea. So che è mia. Si toglie il reggiseno. Lo stesso a fiori. Senza acrobazie, le basta slacciarlo dietro. S’è ricordata proprio di tutto. Del minimo dettaglio. Rimette la maglietta. Peccato. Le sue due giganteschi montagne di delizie, quelle due meravigliose meraviglie, dondolano in libertà sotto la leggera stoffa. E dondolano dolcemente ma nervose e molto dinamicamente, con una certa energia. Sobbalzano. Sbatacchiano. I suoi gonfi sorprendenti airbag. Dovrei non pensarci ma come posso farlo? Se me li sbatte sotto il naso? Io non ne sono insensibile. Spero solo non provi freddo. Lo so che lo fa solo per me. Forse dovrei dirle che è bella. Che non si deve preoccupare. Credo sia del tutto inutile. Naturalmente viaggia senza cintura. Spero non ci fermino per quello. Diversamente non si potrebbe muovere con quella disinvoltura. Anzi starsene così ferma e così comoda. Appoggiata alla portiera e con le braccia allargate. Non sarebbe riuscita a rispondere.
Alla radio danno un bel programma di musica anni ottanta. Lei preferisce Rachmaninov. Pazienza. Mi chiedo ancora, come allora, se è soda e morbida allo stesso tempo. Allora non abbiamo avuto il tempo per niente. E forse nemmeno lo avremmo mai avuto. Sono stato lì lì per morire per cominciare a vivere. Per fortuna. Ora è tutto uguale e tutto diverso. Ora ci conosciamo. Ora conosco tutto di lei. Non conosco quei suoi diciott’anni. Quest’età come per miracolo ritrovata. Ho tutta l’intenzione di conoscerli tutti. Bene. Senza rimpianti. Senza fretta. Non capita tutti i giorni di avere una seconda occasione. I jeans sono bassi; pieni. La corda è tesa. La prego di slacciarla: “Voglio vedere”…
Se ho gli stessi slip? Ho fatto una fatica infernale per infilarli. Non so se ci riesco di nuovo. E poi non lo potresti sapere. Allora non hai fatto a tempo a vederli. Però… perciò… Non li ho messi. Se vuoi lo slaccio, però non vedi che cose che hai già visto. Però allora”…
Non c’è un allora. C’è solo un’ora. Un adesso.

2. Ancora una volta mi trovo a continuare io, ma stavolta nessuna tragedia. Per fortuna nell’occasione non è stato il male a togliere la parola a Niero. Era meglio che si limitasse a fare solo quello che stava facendo. Che non si distraesse troppo. Ero in ansia. Stavolta semplicemente perché era meglio che pensasse solo a guidare. E poi è di là finalmente che dorme il giusto riposo del guerriero dopo l’aspra battaglia. Perché, testardo, ha voluto guidare lui. Non che mi fidi troppo. Preferisco avere in mano pienamente il governo delle cose, come per la casa. È stato irremovibile. O guido io o mi riporti in camera. È stata una scelta difficile, dolorosa, ma poi ho scelto il mare. Ma andiamo con ordine, perché è certo che chi legge vorrebbe anche sapere. Ma non so se il pudore mi consente di ammettere che averlo sempre lì così… entusiasta è una cosa entusiasmante. Che non avrei mai creduto possibile. E forse avevo ragione. Ma lui non è come gli altri. Ero curiosa. Mi ha spiegato che lo è stato, come gli altri. Fin prima di restare invalido. Ma gliel’ho chiesto con il dovuto tatto. Con quel minimo di pudica delicatezza che si addice ad una ragazza, ad una donna.
Eravamo rimasti in viaggio. Voleva che li togliessi. Ho fatto una fatica di Sisifo, il figlio di Eolo e di Enarete, per infilarmi in quei jeans come un’anguilla. Sarei dovuta sbroccare per farlo, in piena autostrada. Che poi è solo una semplice provinciale. Col rischio di dover scendere e raggiungere casa svestita. Ma un uomo come lui avrà anche dei limiti ma ha anche dei pregi, e molti. In più a una donna da sicurezza: lei sa che comunque lui è lì, sempre lì per lei. Non può scappare. Se ne sta buono in casa anche davanti alla televisione. Oppure dietro ad un giornale. Mentre io fatico. Se gli serve chiama. A mia completa disposizione. Però questa cosa straordinaria di essere tornata quella di un tempo non so ancora come la saprò gestire. Gli dico che dovrà avere pazienza. Che se mi vuole così ragazzina dovremmo ricominciare tutto da capo e mi dovrà insegnare nuovamente tutto: “Scorda tutto. Sarà la nostra vera prima volta”.
Orami lo conosco bene. A volte fatico ma non mi sta ad ascoltare. Anche quando parlo solo per il suo bene. O con la “p” che sostituisce la “b”. So bene che avrebbe voluto che mi riempissi la bocca solo di lui. Che lo riempissi di cose gentili. Che lo lusingassi. A volte non mi va proprio di farlo. Anch’io ho i miei momenti no. Non sono una macchina. Posso avere dei pensieri e dei grattacapi. Delle preoccupazioni. Già lui me ne ha date, fin dal nostro inizio, sempre tante. Anche senza volerlo e non per colpa sua. Debbo stare sempre all’erta. So anche com’è lui quando si annoia ed è nervoso. Quando è irrequieto e impaziente. Non sta più sulla pelle. Come al chilometro ventisette.
Riesco a trattenerlo fino all’autogrill, dovrò pure fare la spesa se vogliamo metterci qualcosa nello stomaco quando arriviamo, e per riassettare un po’. Ingerire. Potevo usare quella invece di mettere. Ingurgitare. Mi mette in testa una buffa idea. Perché no? Spero non gli faccia male. Faccio gli acquisti in fretta per tornare da lui che aspetta. La sa bene che non mi piace il turpiloquio, le sconcezze. Devo rimproverarlo spesso. Qualcuna gliela perdono. So che non lo fa per cattiveria, che non le pensa veramente, gli vengono dal cuore; spontaneamente. A volte persino come veri complimenti.
Per farlo stare buono gli prometto la più meravigliosa irrumazione della sua vita. Dalla buffa faccia che fa capisco al volo che non ha capito. Gli dico che sarò la sua Linda Susan Boreman, ovvero la sua Linda Lovelace e che gli interpreterò tutte le scene del film fino al nostro arrivo. Sono praticamente certa che non sa nemmeno chi sia. Eppure dovrebbe essere una pellicola dei suo tempi. Si è fatta fotografare anche con i Kiss. Eppure lui è appassionato di quel cinema e quella musica. Anche lei ne aveva tante, se ben ricordo, ma non così tante. Non so se sono brava come lei ma ho tanta voglia di imparare. E ho proprio tutto quello che aveva lei; come lei. Lo metto buono. Sono una che mantiene le premesse e le promesse. Forse di questo sarei più assennata a non parlarne. Spero non gli faccia male. Continuo il resto del viaggio accovacciata senza vedere la strada. Sto scomoda, con una pazienza penelopea, da madre di Poliporte eccetera. Non sono una che se la tira e si da arie: “Però stai tranquillo”.
Smetto solo quando lui frena. Spero che stia bene e non sia troppo stanco. Lo sistemo nella sua carrozzina e un po’ un po’ alla volta porto lui e poi tutto il resto fin dentro casa; cyclette compresa. Sono proprio affaticata e avrei bisogno di una bella doccia e dal tanto parlare ho le mascelle indolenzite. La casa è un vero macello. Lo so che potrebbe tranquillamente deambulare, magari aiutandosi a un bastone. Gliel’ho preso. Gli ho preparato il regalo per il nostro ritorno. Ormai ha ritrovato quasi completamente anche la sua forza nella muscolatura dei suoi organi inferiori. Me l’ha confermato anche il suo medico e la fisioterapista che lo segue. A quella certe volte vorrei strapparle gli occhi. Per lui ho lasciato gli studi e tutto il resto. Studi e studenti. Anche se l’anatomia è sempre stata la mia passione. L’eterno immortale turgore del suo organo erettile, come dire? quella fantastica tumescenza, che in primis mi ha lasciata senza fiato, mi ha ripagata di tutto. È la conclusione dei miei studi. Mi rende felice. Non mi lascia spazio per nessun rimpianto. Anche se a volte sono quasi stoltamente tentata di pensare ad una pausa, di prendere fiato.
Lui non s’è ancora acquetato, non trova pace. Lui non trova mai pace. Vado su e giù a fare un minimo d’ordine e di pulizia e devo fare attenzione quando sono costretta a passargli vicino perché debbo continuamente scansare le sue mani rapide ad afferrarmi e trascinarmi a distrarmi dalle mie incombenze. Cerca di muovermi a pietà. Mi ricordo che debbo aver dimenticato il reggiseno in macchina. Mi implora ricordandomi che sono stata io a tirarle fuori. I miei maestosi airbag tornati come nuovi. Lo sa che li esibisco così solo per lui. Sarei una scimunita se lo facessi per altro. Spero non gli faccia male. Non lo volevo provocare. Non era nelle mie più recondite intenzioni. Non ne ha sicuramente bisogno. Mettono allegria ad entrambi. L’ho fatto per quello. In modo puramente innocente. Senza alcuna malizia. Volevo rendere leggero e allegro il viaggio. E rivedere quella faccia. La faccia di quella sua maschera. Ma appena entrati li vuole provare. Tolgo la maglietta perché ormai è tutta sudata. Pazienza, finirò più tardi.
Non c’è più molto da spiegare. Tutti sanno come funzione. Si accoccola e immerge nel mio abbraccio cercando di non soffocare, subito estasiato e sognante. Bofonchia alcune parole dai suoni gutturali e le ingoia subito per non farmi adirare. Mi incita come se ne avessi bisogno. Sono quella ragazzina ma certe cose vengono naturali anche a diciott’anni. Una donna le sa da sempre. Le sue dimensioni non sono proprio del tutto trascurabili, tutt’altro, ma in questo caso e in ogni caso non sono proprio un problema. Sono una risorsa. Sono una grazia. Spero che si metta finalmente tranquillo per un po’. Spero che mi chiederà finalmente di sposarlo. So che lo vuole. Forse si fa riguardo. Forse non ha trovato ancora il coraggio. Forse pensa alla sua condizione e crede che non potrei sopportare il sacrificio ancora per molto, in eterno. Ma lui mi da tutto quello che una donna può desiderare.

[1] Il caso Malaussène di Daniel Pennac. Narratori Feltrinelli, Milano – 2017
[2] L’amica geniale di Elena Ferrante. Edizioni e/o, Roma – 2011

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12-banksy-graffiti-1600x1200-pulizieIl povero signor Alvaro era morto nel suo letto. Stroncato ignaro nella notte. Senza soffrire. Così aveva detto il medico. La vedova era affranta. Lui era lì disteso sotto al lenzuolo. E lei era entrata per riordinare la stanza. Prima dell’arrivo dell’autolettiga. Cercava di non guardare. Come avrebbe fatto qualunque altra donna. Qualunque altro essere umano. I morti le avevano sempre fatto impressione. E si sentiva a disagio. Aveva fretta di finire la camera e di uscire. Non era mai entrata quando c’era qualcuno dei due. Bussava sempre prima per esserne certa. Eppure, come sarebbe successo a chiunque, i suoi occhi non andavano che là. Di sfuggita, certo. Rapidi a distogliere lo sguardo. Era ancora abbastanza giovane il signor Alvaro. Insomma un cinquantenne ancora in discreta forma. Chi l’avrebbe mai detto? Chi se lo sarebbe potuto aspettare? Pensò al dolore della povera vedova. Alla parola vedova. Ai rimpianti. Pensò che forse, quella donna, non avrebbe più avuto bisogno di lei.
Nemmeno lei avrebbe saputo cosa poteva aver mosso la sua curiosità. All’improvviso decise di voler vedere un’ultima volta il suo vecchio padrone. In fondo gli era stata proprio affezionata. Era sempre stato gentile con lei. Scostò con cautela leggermente il lenzuolo. Era pallido, ma non tanto più del solito. Un filo di barba da radere. Gli occhi chiusi. Il volto sereno, in una specie di sorriso; quasi divertito. Dissacrante la disgrazia. Sembrava proprio che dormisse. Un po’ freddo, questo sì. Rigido. Non che l’avesse toccato, non ne avrebbe mai avuto il coraggio; questo l’aveva immaginato. Fece scendere ancora un po’ la bianca stoffa. Poi ancora un po’. Prima non aveva fatto caso ma la tela era tesa, lì sotto, c’era un bozzo. Lo ricoprì con un improvviso senso di vergogna. Poi tornò a scoprirlo sempre lentamente. La curiosità era diventata troppa.
Altro che rigor mortis. Il povero signor Alvaro era deceduto con… in eccitazione. E che… eccitazione. Caspita. Chissà cosa o chi stava sognando? Certo non se lo sarebbe mia immaginata. Era un signore così per bene. Ma ai sogni non si comanda. Non si possono governare. Se l’avesse solo potuto immaginare non sarebbe nemmeno entrata. Non si sarebbe avventurata a spiare. Non si sarebbe permessa. Che poi la polvere non scappava. Le pulizie potevano anche attendere. C’erano cose ben più gravi; e più urgenti. Forse avrebbe dovuto mettere una candela accesa sul comò. Se era il caso avrebbe dovuto pensarci la moglie. Non si sa mai cosa fare in casi come quello. Se ne pensano tante e sembrano tutte sbagliate. Fece ancora per ricoprirlo con pudicizia. Si vergognava dei propri pensieri. Una mano, o qualcosa che non saprebbe definire, la trattenne. E lei non trattenne la mano.
Le veniva da canticchiare, come sempre le succedeva mentre faceva le faccende, ma a fatica riuscì a impedirselo. Passò lo straccio sulla colomba bianca. Benché provasse vergogna e rimorso i suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quella vista. Ne era come… affascinata. Certo non poteva credere che tutto quello fosse opera di quella donnetta della moglie. Che loro due… insomma che fosse venuto meno proprio… insomma, mentre lo facevano. Non le sembrava possibile. Naturalmente non l’aveva mai visto così, in quel modo, nemmeno l’aveva mai pensato e immaginato. E per di più credeva che dormisse in quel pigiama. Non con solo i boxer. E che poi nella notte gli potesse uscire fuori… In quel attimo volle credere che lui, nel fatale momento, la stesse sognando. L’idea era strampalata, ma la cosa le dava un senso di soddisfazione. In un altro momento non si sarebbe mai permessa. Lo guardò bene. Era gonfio di desiderio che non avrebbe mai appagato. L’ironia della vita va sempre molto oltre qualsiasi fantasia.
Si guardò intorno. Ascoltò i rumori. La moglie non sarebbe mai entrata in quella stanza. Accostò le tende. Chiuse la porta. Si chiese se era giusto. Perché no? Cosa c’era di male? Nessuno l’avrebbe saputo. Non avrebbe fatto del torto a nessuno. In un certo senso non era più nemmeno il signor Alvaro. Lo era e non lo era più. Il vincolo del matrimonio dice solo… E poi si era accorta di come quell’uomo la guardava mentre faceva le pulizie. Con due occhi. Forse sua moglie non gli era abbastanza; come dargli torto. Non si sarebbe mai permessa. Non gli avrebbe mai permesso. Ed era sempre anche così trasandata. Sempre in ciabatte. In quel momento era tutto diverso. Fu solo allora che si decise. Salì sul letto. Lo scavalcò con una gamba. Sollevò appena l’orlo del vestito e lo accolse in sé, senza togliersi niente. Avrebbe mantenuto comunque il proprio decoro e il proprio pudore. Non voleva certo mancare di rispetto a sé stessa. Alzò gli occhi al cielo e al crocifisso e si sentì soddisfatta. E’ proprio vero che tutti i salmi finiscono in gloria. Nel dolore dei cari almeno che si potesse godere lui quella morte, povero caro.

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playlist-del-risveglio-770x470E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca. Chiedetelo a lei. Non potrà che confermarlo: è stata proprio lei stessa, ridendo, a ricordarmi il proverbio. Sentirglielo raccontare mi mette ancora quel brivido. Perché a lei fa piacere dirle le cose. Naturalmente nel modo e nel momento opportuno. Io nemmeno avevo fatto caso a che tempo faceva fuori. Le imposte erano ancora chiuse. Ero ancora sospeso in quel dormiveglia. Non certo di essere uscito dal sonno. Non certo che non fosse più sogno. Impegnato ad ascoltare quel piacere che mi risaliva dalle viscere, liquido e tiepido.
Non me ne sono reso conto all’istante, naturalmente; come potevo? Certo che era incredibile ed era impossibile immaginare che lì ci fosse Luigina. Avrei dovuto riconoscerla, dopo dieci anni. Non era mai stata così… così… delicata. Così appassionata da… Eppure stavo già per sospirare: “Luigina”! Ma quelle non potevano essere le sue di labbra. Solo che al mattino, trascinato così fuori violentemente dalla notte, in quel dolce tepore; non era mai successo. Ancora penso che mia moglie… incredulo. Mentre la mia mano le sfiora i capelli. Sono capelli lunghi e sottili. Molto sottili. Guardo giù e non ci credo: sono biondi. E la testa è la testa di Egle. Questa è Egle.
Sta da noi da dieci giorni. A dire il vero neanche le tette sono quelle di Luigina. E’ ospite. Niente è di Luigina e tutto è di Egle. E’ carina. Luigina mi aveva avvertito “Non ho potuto dirle di no. Non aveva ancora visto Pisa. E poi vedrai che non darà fastidio. Voglio che la conosci”. E aveva ragione lei. E’ una donna solare. Spiritosa. S’è fatto subito amicizia. E’ stato facile stabilire quella confidenza. E lei a raccontare le sue cose senza parsimonia; con naturalezza. Già avevo avuto modo di chiedermi come aveva fatto quel Fantasma. C’è proprio gente che della vita non è mai contenta. Che qualsiasi fortuna gli capiti non la sa riconoscere. Ma è più la sua curiosità di conoscere me. Svegliarsi tra le labbra di Egle è un’esperienza indescrivibile. Sicuramente degna di essere vissuta e ripetuta.
Amiche da sempre. La credevo gentile per l’amica. Niente di più. Non posso che esserne enormemente sorpreso. Niente che potesse farlo anche solo lontanamente sospettare. Le dico “Ma?…” e fatico a dire anche quello. Avrò tempo per imparare che lei, Egle, sa leggere nel pensiero. Capisce al volo. Si libera di me solo per quel tempo e già rimpiango di aver avuto quella curiosità; ma ero allibito. Sa la mia domanda e mi spiega: “Le ho detto che volevo farti uno scherzo, spero non ti dispiaccia”. Il suo sorriso è furbo, ma non ho nemmeno il tempo di vederlo. Torno a accarezzarle il capo. Il contatto della mano sui capelli è leggero ma deciso. E’ come sfiorare seta. Nella carezza voglio spiegarle la mia gratitudine, e impedirle di fermarsi ovvero interrompersi. C’è la preghiera disperata di continuare. Credo non ce ne fosse bisogno; che non avesse nessuna intenzione lasciarsi distrarre. Egle è paziente e ostinata.
Per raccontare certe cose basterebbero due parole. E non ne basterebbero mille. Se ci fosse. La luce entra senza pudore. Mi va di guardarla. Cantami la tua canzone d’amore. A lei non crea nessun imbarazzo. Alza anzi gli occhi per interrogarmi. Credo che i miei si perdano ad ascoltare le parole che la sua bocca mi sussurra. Dettagliatamente. Credo che sia completamente soddisfatta della mia risposta. Almeno lo spero. Cerca di mettersi comoda e io tengo le coperte sollevate. Non ha bisogno di altre conferme. Sono completamente estasiato, abbagliato da quello che vedo. Come a guardare un altro ed essere io quell’altro. E lei è l’altra e questo fa tutto ancora più bello. Torno a convincermi che è solo tutto un sogno. Mi lascio sognare, sognante.
Fa un sospiro che sembra dover finire dopo il giudizio universale e mi fa scorrere la mano sul petto, senza distrarsi minimamente. Le lunghe unghie curate mi graffiano e mi solleticano. Poi mi arruffa il pelo. Per un attimo percepisco la presenza dei denti. Piccoli morsi appena udibili. Decido che è questa la vita che voglio, per sempre. Ho voglia di vederla; tutta. Ho voglia di tutto. E’ comunque diverso. E’ facile distrarsi, in un momento simile. Scordarsi di tutto. Improvvisamente mi viene in mente. Non è più curiosità ma un leggero timore. Conosco le cose: “E se torna”?
Non ho pronunciato un suono ma ancora una volta lei ha capito. Sembra quasi rimproverarmi. “Ha detto che doveva scendere per prendere il latte”.
La sentiamo aprire la porta. Grida appena entrata: “Ti sei svegliato”?
Sospetto che creda di essere spiritosa quando ci invita a ricomporci che è tornata. Egle l’ha già fatto con una velocità incredibile. Io mi limito a rintanarmi sotto le coperte. Desolatamente sconsolato. Fortuna perché Luigina, naturalmente, non vedendo nessuno, ci raggiunge in camera e si ferma sulla porta, la borsa ancora in mano, senza aspettare risposta. In fondo è casa sua. Guarda me e guarda Egle in piedi: “Me lo dovete proprio raccontare, il vostro scherzo”.
Meglio di no. L’ospite ride sotto i baffi, ma non mi toglie dall’impaccio. Se ne sta buona a godersi la scena. E’ pur vero che tra moglie e marito… Ammicca e si strofina gli occhi in uno sbadiglio. Sa fingere come una professionista. Forse il suo pigiama era già stropicciato della notte prima che entrasse. E’ delizioso; di un grigio perla che trasluce proprio come una perla. Più bella non potrebbe essere. Si sistema un ciuffo e torna a ridere.
Vedo la tazza sul comodino. “Egle è stata molto carina. Mi ha portato il caffè. Fingendo di essere te. Per poco non mi trovavo a dovermi vergognare. L’ho anche chiamata Luigina”.
Le avevo detto che tu dormi così”.
Ti ho detto che gli portavo il caffè. Che avrei finto di essere te per svegliarlo. E’ stato buffo. Tienitelo stretto. Non era ancora sveglio e già chiamava il suo amore: Luigina”.
Lei aveva appoggiato a terra le borse che dovevano essere pesanti. Si è vestita di un sorriso benevolo e si sfila le scarpe per infilarsi le ciabatte: “Ho detto che avrei fatto presto. Che mi sarei sbrigata subito. Per quelle quattro cose… E tu ora vestiti. Aspetta che usciamo. Vieni”.
Stavo per sospirare: “Fin troppo presto”. Invece le spiego che il caffè s’è freddato pregando Egle se me ne può portare cortesemente un altro.
Luigina riprende le borse decisa a raggiungere la cucina: “Non fare il pigro. Vieni a prendertelo in cucina. E non essere egoista. Egle deve uscire altrimenti, se se ne sta sempre in casa, non vedrà mai Pisa. Non credi? Che il caffè te lo aveva già portato. E’ stata gentile. Anche troppo. Rischiando uno spettacolo non proprio edificante. Di rimanere scandalizzata di te che hai sempre caldo e ora ti vergogni e ti rintani lì sotto le coperte come stessi per morire. Per fortuna. Tutto sudato”.
Egle impertinente sorride e mi strizza d’occhio: “Non ci sarebbe stato nessun problema. Non sarebbe stato il primo che vedo; non credi? Meglio così. Ma era buffo con quegli occhi. Scusa se ho riso. Ma s’è accorto subito che io non ero te. Prima ancora che aprissi la porta. Peccato. Non ti preoccupare, non te lo tocco il tuo bello. Poi mi sono fermata a parlare mentre ti aspettavamo. Ti spiace? Stavamo giusto parlando di te. Poi lui è stato gentile. Tienitelo stretto. Mi ha chiesto com’era finita. Gli stavo giusto spiegando cosa faceva quello stronzo e lui è rimasto senza fiato. S’è pure scordato del caffè, ma mi aveva già ringraziata”.
Le guardo andarsene. Sospiro. Mattino di merda. Mi infilo il pigiama. Prendo il caffè e lo porto al microonde. In piedi aspetto che si riscaldi. Ci aggiungo due cucchiaini di zucchero, ma di canna. Luigina ingozza il frigo e mi da di spalle. Egle è andata a vestirsi. Allungo una mano. Cerco di ritrovare il sogno. Luigina mi redarguisce immediatamente, spazientita e irritata: “Stai fermo con quelle mani. Non fare il cretino che Egle può tornare da un momento all’altro. Non hai altro per la testa”? Aggiungo un po’ di latte. Intingo un paio di biscotti nella tazza. Mi pulisco le dita sulla tovaglia. Vorrei tornarmene a letto, ma ho paura di svegliarmi. E scoprire che il sogno era tutto un sogno. Egle vestita in modo pratico saluta dalla porta e se ve va a scoprire la maledetta Pisa: “Ci vediamo stasera”.
Faccio un ultimo tentativo: “Vuoi che ti accompagni”?
Fa niente. Non ti devi disturbare. Grazie lo stesso”.
Ora siamo soli. Torno ad allungare la mano. Non lo farei, non ci penserei, se non fossi stato svegliato in quel modo. Invece: “Non vedi che ho da fare? Possibile che tu non le capisco proprio le cose. E poi non è il momento”.
Ho un ultima residua speranza: “Esco a prendere il giornale”. Mi metto le prime cose che trovo. Imbocco la porta in tutta fretta. Mi precipito già dalle scale. La donna delle pulizie mi da il suo buongiorno. Esco in strada ancora tutto spettinato. Con le scarpe slacciate. Con gli occhi scruto intorno, ma lei naturalmente è già sparita. Non c’è traccia di Egle. Ingoiata da questa città matrigna. Prendo i giornali e me ne torno sui miei passi Mogio. Rassegnato. Pazienza. Meglio pensare che è stato tutto solo uno stupido ma meraviglioso scherzo. E in casa leggo ogni riga cercando di non pensare a lei. E’ un maledetto sabato. La sera non arriva mai aspettando l’anticipo.
E’ ora di cena quando Egle rientra tutta allegra. Ha preso una copia della torre in finto avorio e una borsetta e la mostra a Luigina. La borsa è brutta, ma mia moglie si complimenta dell’acquisto. Ceniamo ma non trovo molto da dire. Guardo l’orologio a muro, non voglio perdere il fischio d’inizio. Egle disinvolta racconta che il centro è un vero labirinto. Che ha rischiato di perdersi. Mangia con appetito. Fisso ogni boccone che porta alle labbra. E quando sorseggia il chianti. Continuo a guardare Egle ma lei non mi degna di uno sguardo. Le lascio da sole a chiacchierare tra donne. Me ne vado in salotto. Nell’intervallo mi rubano il divano e vado a guardare il secondo tempo su quella piccola in cucina. Alla fine ne abbiamo presi tre. Proprio un sabato di merda. Per non farci mancare nulla fuori comincia anche a piovere e tira forte il vento.
Spedisco due mail, mi spoglio e mi infilo a letto. Ripenso al mattino e non resto indifferente. Spengo la luce e cerco di dormire. Dopo un po’ Luigina mi raggiunge. Cerco di essere gentile: “Com’era il film”? “Boh! Non un granché. Niente di eccezionale. Niente da non perdere. Però ce la siamo raccontata. Attento a Egle, credo che tu, almeno un po’, le piaccia. Non ti sembra un po’ sfacciata? Viene e va come fosse proprio di casa”. Lei spegne la luce. Allungo una mano: “Non ora. Sono stanca e ho un gran sonno. Mi si chiudono gli occhi. Fai il bravino”. Non mi resta altro che cercare di prendere sonno anch’io. Lo cerco e non lo trovo. Cerco di distrarmi. Era sbagliata anche la formazione.
Sento un fruscio e un alito di aria. Vedo un filo di luce. Deve essere pazza. Entra Egle di soppiatto. Dentro lo stesso pigiama. Mi sorride. Guardo a sinistra e Luigina continua a dormire. Faccio per alzarmi ma lei mi spinge giù. Con la mano mi invita a rimanere al mio posto. Incredibile. Cosa vorrà fare? Sembra che il mio imbarazzo e tutto la diverta. Come una ragazzina: “Mi sono ricordata che avevamo un… un discorsetto in sospeso; io e te? Non credi”. Faccio sì con la testa e mi immobilizzo per il panico. Torno a guardare verso mia moglie; tragicamente impacciato. E’ completamente pazza. Prima ancora che glielo chieda mi tranquillizza: “Le ho riempito il vino di valeriana”.
Non sono del tutto tranquillo. Diversamente lei accende anche l’abat-jour: “Non mi dire che non mi volevi vedere proprio tutta. Tanto lo so che non sarebbe vero. Me lo hanno raccontato i tuoi occhi. Non ti ricordi? Sei un gran maiale. Tutti uguali voi… Senza nessuna fantasia. Invece così è”… Certo che lo volevo e lo ricordo bene. E lei mi fa contento. Se ne esce da quel pigiama e mi lascia guardare per un lunghissimo istante, soddisfatta di sé: “Ti piace guardare? Non vorrai solo guardare? Fammi un po’ di posto”. Io eseguo. Mi faccio un po’ più in là. Luigina ha l’abitudine di dormine in bilico sul bordo. E lei non chiede molto spazio. Si allunga vicino a me. Mi sussurra all’orecchio: “Luigina è una cara amica”. “Non vorrai fer”… “Proprio perché è un’amica. Con le vere amiche si deve dividere tutto”. “Vieni qui”. “Lascia che finisca di raccontarti quella storia”. E ricomincia da dove eravamo stati interrotti. E lascia che io la guardi darsi da fare.
Aspetta un istante e mi interroga: “Non vorrai?”… Le accarezzo la testa e i capelli. Quei capelli così sottili e lunghi. Molto sottili e biondi. Che riflettono una luce dorata. Le cerco un seno. E’ gentilmente sodo. Me ne riempio la mano. Lei mi lascia fare. Soddisfatta. Attenta. Poi resto solo a guardare. Estasiato. Lei mi arruffa il pelo sul petto. Lo liscia. Balbetto confuso: “Ver… veram… vorrei”. Troppo tardi per aggiungere altro. Aggiungo solo “Egle!” –in un sospiro. Poi ancora colpevole: “Ma tu?”… Lei si libera le labbra e se le lecca. Ritrova la parola con la stessa tranquillità di sempre: “Io… non fa niente. Non ti preoccupare. Per me. Era solo per conoscerci. E ho ancora un bel po’ di gocce di valeriana”. “Non te ne andrai già martedì”? “Fossi matta. Al martedì fanno la mia serie preferita: Sex in the city. Non me la perderei per niente al mondo. La mia non è così bella grande. Cioè è bella e piccolina. La televisione”. E scoppia a ridere: “Resterei, ma ora devo proprio andare. Sì! è meglio che vada”.
So che ha ragione. La vorrei trattenere, ma non posso. Non sarebbe giusto. E’ stato bello. Fin troppo. Non ne ho le forze. E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca, ma anche la notte ha le sue meraviglie e i suoi tesori. E l’amicizia è il bene più prezioso in cui un uomo possa sperare. Se ne va ridendo, ma proprio sulla porta aggiunge a voce bassa: “Sai che anche lei… Non fa niente. Meglio che tu non sappia”. Io di rimando, senza pensarci un attimo, soddisfatto: “Svegliamoci ancora così, bambina”. Spengo la luce e mi addormento all’istante. Invece al mattino trovo un biglietto: “Non penserai mica che dormissi. Mi credi stupida fino a quel punto. Prendi le tue cose e vattene. Accompagno Egle un po’ in giro. Non farti trovare al nostro ritorno”. Dovrò ricredermi e rivedere tutti quegli stupidi e inutili modi di dire. Non so più cosa pensare. So solo che Egle è un vero vampiro. E che certe mattine sono solo un pessimo preludio ad un pessimo giorno.

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Dice: “Io sono Franco. Ah! sì. Scusa, Lei invece è Tina”.
Sono una coppia in età. Cristiana li ha conosciuti ad una conferenza su ambiente e benessere. Non so perché li abbia invitati. Non ne aveva mai parlato fino all’altro ieri. Poi mi ha detto che le hanno telefonato. E che sono una coppia gentile e carina. Non ha potuto dire di no. Certo la nostra casa al mare sarebbe una lusinga per tutti. Le hanno detto che non avevano mai visitato queste parti. Così mi trovo ad averli tra i piedi. Un paio di giorni. Poi mi ha lasciato solo ad aspettarli. Aveva da fare. Ha sempre da fare. Maledetto ufficio. Come se io non avessi le mie cose da fare. E poi io non so che dire, con persone che non conosco. Dovevo insistere.
Gli faccio vedere la loro stanza. I letti sono ancora da fare. Loro depositano le loro valigie e poi mi seguono a vedere le altre stanze. Mi fanno i complimenti; per la casa. Gli chiedo se vogliono un caffè; è il minimo. Mi rispondono che non vogliono disturbare. Che lo hanno già preso. Che si scusano, non sapevano, e che aspettano mia moglie. Gli spiego che dovranno pazientare perché ne avrà fino a sera. Si sorridono carini. Gli dico che magari tra un po’ ci prepariamo e andiamo a pranzo. Ripetono che non mi devo preoccupare. In cucina sono peggio di una frana. E’ lei soprattutto a parlare. Lui per lo più tace e sembra osservarmi. Le da sempre ragione e conferma quello che dice lei. Mi dice che se non mi spiace poi, magari dopo, può fare lei qualcosa da mangiare; mentre aspettiamo. La guardo come la mia salvatrice, ma non le dico nulla; né sì né no. Mi sorride. Insisto almeno per un caffè. E’ l’unica cosa che so fare. Loro mi dicono che se proprio insisto, che lo prenderebbero volentieri per cortesia. Lui aggiunge se magari dopo ci possiamo fare anche una grappa ma dopo. Apro la dispensa e non abbiamo nemmeno un biscottino. Devo ricordarmi di dire a Cristiana di ricordarsi di comprarli tornando a casa.
Lei ride e le ballonzolano, le sussultano i seni pesanti e un po’ rilassati, perché sotto non porta reggiseno. Non manderei mai mia moglie in giro conciata così. L’abito controluce mostra anche qualche trasparenza, al primo momento non ci avevo fatto caso, e lei non ha molte cose belle da mostrare. Non che… è solo che dovrebbe ricordarsi dell’età che ha. Però siamo al mare e sono venuti per andare al mane. Al mare tutti ci fanno meno caso. Spero sia una che il costume se lo tiene addosso. Qui tutti ci conoscono. Nessuna lo toglie. Quando lo fa qualche turista, intendo il pezzo sopra, già la guardano male con occhi che la vorrebbero incenerire. In fondo è una piccola isola e gli isolani sono una comunità ancora un poco chiusa. Per dire la verità anche noi che siamo nati in città e abbiamo sempre abitato in città non è che amiamo molto farci vedere. Cristiana lo toglie solo quando è sicura che siamo soli e lontani da occhi indiscreti. E si fa ancora più riguardi da quando abbiamo scoperto quello che ci spiava nascosto dietro una duna, cioè la spiava. In fondo lei è ancora una cosa bella da guardare e anche lo capisco. Dovevamo noi essere più prudenti. Quella volta si è rivestita subito e normalmente si accontenta malvolentieri anche se le resta il segno sulla tintarella. Che poi quest’anno l’estate non è mai arrivata. Il venti dovrebbe essere piena stagione. E’ arrivato l’autunno prima che il sole, e non se n’è mai andato.
Mi vede che la guardo e alza le spalle e non se ne cura. Si alza dalla sedia. Va un po’ qua e un po’ là per la cucina come si sentisse in gabbia. La seguo con lo sguardo. Si prende da sola un bicchiere d’acqua. Si inumidisce le labbra e lo poggia sul lavello. Davanti alla finestra, con quello straccio addosso, è proprio quasi nuda. Un paio di tacchi salverebbero un po’ dell’apparenza. In fondo sotto il vestito… il vestito mente. Non le fa un cattivo servizio. Non fosse perché nei fianchi le stringono quel po’ di ciccia sembrerebbe non portarle. Nemmeno Cristiana ne metterebbe di così sottili. Mia moglie è una persona molto attenta. Ci tiene molto all’eleganza e al buon gusto. Loro sono un po’ più alla buona. Genuini. Spontanei. Almeno sembra. Eppure mi sembra che mi abbia detto che lui è un funzionario di banca.
Mi chiede all’improvviso: “Dove hai il pc. Possono andare a vedere se mi sono arrivate mails”?
Dico: “E’ di là. Fai pure”.
Se ne scappa dalla cucina come avesse un bisogno urgente. Nemmeno il tempo di avvertirla che se le serve l’altra porta nella stanza conduce al bagno. Glielo dico dietro e mi ringrazia. Lo chiedo anche a lui che mi risponde che non gli serve, grazie. Gli spiego che nel caso ce n’è un altro al piano di sopra. Torna a ringraziarmi e a spiegarmi che si sono fermati per strada. Solo con lui trovo ancora meno argomenti. Lui mi guarda e si guarda intorno come spaurito. Arrotola la salvietta di carta che ha davanti. Gioca con quella tra le dita. Al polso porta un orologio pacchiano. Forse ha bisogno di dimostrare che lui è un uomo arrivato. Torna a farmi i complimenti per la casa. Torna a chiedermi a che ora penso che tornerà Fabiana. Gli preciso che si chiama Cristiana. Non aggiunge nulla, pare che la cosa non abbia importanza. Guarda verso la caffettiera. Mi accorgo che mi ero scordato di accendere la fiamma. Mi alzo per farlo e porto anche tre tazze sulla tavola, poi lo zucchero e i cucchiaini. La sento chiamarmi: “Qual è la password di rete”?
Non mi ha mai dato problemi. Sto per risponderle, poi decido di raggiungerla, mi sembra più gentile. Mi scuso con lui se lo lascio per un attimo da solo. Lo prego di far attenzione al caffè. Sorride gentile. Mi rassicura di non preoccuparmi mentre vado da lei. Entro e resto attonito, immobilizzato sulla porta. Lei è china sul computer. Prima che si accorga della mia presenza scatto una foto col telefonino. Cerco di cambiare discorso: “Novità? La connessione dovrebbe”…
Solo dopo un po’ si gira ridendo e il vestito ricade al suo posto: “Non riuscivo proprio ad aprire la mia casella. Che stupida. Comunque nessuna nuova buona nuova. Niente di… importante. E poi non era importante la posta. Forse potevo aspettare anche più tardi. Non mi andava di star lì a parlare cercando qualcosa da dire. E poi… Scusa, non so… cosa hai visto”?
C’è una solo parola per dirlo ma non vorrei doverla pronunciare. In fondo è una situazione imbarazzante. Nemmeno ci conosciamo. E non è certo il mio tipo. A me piacciono più giovani; della nostra età. Meglio qualche anno in meno che in più. E… insomma… mi piace mia moglie. Non sono mai stato un tipo… Una scappatella può succedere… E’ una situazione complicata, ingarbugliata. Lui è di là. Lei si comporta come se non ci fosse. Col suo vestitino leopardato. Come fosse una ragazzina, o una fatalona. Cosa si è messa in testa? E’ la prima volta che mi vede. Non sono uomo da fare questo effetto. Non me la dà a bere. Mi sento preso in giro. Non so come uscirne. Non so che dire e allora parlo del niente: “Mi sembrava strano. Dovrebbe connettersi sempre”…
Non cambiare discorso. Cosa credi di aver visto”?
Mi ha messo in un angolo. Insiste. Non so cosa vuole farmi dire. Si sta divertendo. Ride alle mie spalle. Col solo gusto di mettermi in imbarazzo. E le righe di espressione sotto gli occhi. E quella bocca rossa di rossetto. Forse vuole far ingelosire il vecchio marito. Forse vuole illudersi di avere ancora quell’età. Abbasso la voce. Ho paura che lui entri o ci senta. Anche se ora si è… ricomposta: “Veramente non è che volessi… E’ solo che mi hai… Mi sembrava. Forse sono stato anche fin troppo veloce. Non ti preoccupare. Fai come se non fossi entrato. Resta tra noi. E poi”…
Guarda che hai visto quello che io ho voluto farti vedere. Non sei più un bambino. Nemmeno tu. E poi siamo al mare. E’ così caldo, qui. O devo fartelo rivedere? Devo farti un disegnino per farti capire”?
Grazie non è necessario”.
Non vuoi”?
Se ci tieni. Temo stia borbottando la caffettiera”.
Lascia fare a lui”.
Non è che”…
Conosci il linguaggio del corpo? Siamo una coppia… aperta. Quello era un culo. E’ un culo. E lui è un gran cornuto. Sa di esserlo. E gli piace esserlo”.
E tu seri una gran… una gran puttana”.
Me lo chiedeva e io ho cercato ma mi è uscito spontaneo. Non fa una piega; anzi sembra se ne senta soddisfatta: “Nemmeno questa è una grande novità. Volevo fartelo vedere fin da quando siamo arrivati. Da prima di partire. Puoi toccarlo, se vuoi. Non sarà… è sempre un culo. E allora, cosa aspetti”?
E Cristiana”?
Mica glielo dobbiamo per forza dire. Ma se vuoi, chiamala. Non mi dispiacerebbe vedere anche il suo. Sarebbe anche più divertente. Ma non hai mai visto tua moglie con un altro”?
Non credo si possa liberare”.
Sono brava anche con una donna”.
Non ne dubito”.
Se la ride di gusto: “Non fare lo schizzinoso, ho visto che ti interessa… –e con la mano indiscreta, sfrontata, controlla sopra i miei pantaloni– …la merce. Visto? D’altronde hai una bella signora”.
Faccio salire lentamente la mano e le riscopro le natiche. Me l’ha chiesto lei esplicitamente e sarebbe da cialtrone maleducato non farlo. Sarebbe un’offesa troppo grande per qualsiasi donna. Non che mi senta ancora sicuro; per nulla. Lei si gira leggermente per facilitare il mio gesto ed è divertita. Credo esclami anche un finalmente. Io nel gesto la spingo un po’ verso il tavolinetto. Voglio rivederla come l’ho sorpresa; cioè come ha voluto farsi sorprendere. Vorrei accontentarla in quella posizione. E in fondo nel preciso momento darebbe piacere anche a me. Intanto quella mano che mi ha conosciuto torna a cercarmi. Passa sicura tra i bottoni slacciandoli con maestria come fosse la cosa più semplice del mondo. Cerco di ricordare il suo nome e glielo sospiro sul collo: “Antonia”…
Ormai ha finito di trafficare con l’abbottonatura dei mie calzoni. Sbircia e pare soddisfatta. ! Mi precisa: “Solo Tina. Vedo che ti piace fare il padrone. Cioè sento. Lo immaginavo. Sei uno che prende l’iniziativa; deciso”.
Le afferro quelle minuscole mutandine ma torno a trattenere il vestito raggrumandolo sui suoi fianchi. Ormai non penso più ad altro. Con l’altra mano cerco di trascinarla verso me; di stringerla. Con mia grande sorpresa mi ferma afferrandomi per il polso, e con quel gesto mi impedisce di accostarmi ancora di più a lei: “Non avere fretta. Se vuoi entrare per quella porta… E’ solo che a me piace farmi fotografare. E a lui piace fotografare. Deciditi. Sbrigati”.
Non è quella che si può definire una bellezza. Il suo corpo non è certo statuario, e mostra la sua età. In ogni centimetro della sua pelle. Mi domando in che tempi sto vivendo. Il mondo sta andando proprio a rotoli. Non sono certo io l’unica persona adatta a salvarlo. E poi è un po’ tardi per tornare indietro. Intanto mi abbasso i calzoni e le dico che può chiamare anche lui. Non è che mi piaccia ma… E vada per le foto. Almeno sarà un’esperienza nuova. E’ lei quella che ha tutto da rimetterci. Purché non arrivino a Cristiana; non sono certo che apprezzerebbe. Nemmeno a lei piacciano le foto, in generale. Di foto simili nemmeno ne abbiamo mai parlato. Mentre me ne sto lì a pensare lei alza il tono della voce e le parole in gola le si fanno più concitate: “Sbrigati. Sbrigati a togliermi le mutandine. Ugo!!! Ora puoi venire. Sbrigati anche tu”.

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