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Archive for ottobre 2009

raccontiLa sua memoria gli faceva strani scherzi. Si ricordava di quando scriveva su fogli a quadretti, con una grafia minuta; ora digitava variando il Times new romans e l’Arial con qualche digressione nel Californian FB. Si rammentava cose lontane che credeva perdute: ricordi di quand’era bambino e di imbarazzi e di piccola e spicciola povertà. Momenti che avevano ormai perduto valore. Provava uno strano piacere anche al solo tenere in mano il libro e sentire sotto i polpastrelli quella carta ruvida. Ascoltava quei turbamenti e quelle sensazioni come cose nuove, che lo distraevano sulle parole. Si rese conto che tutto quello lo aveva sottratto dalla lettura. Lei si girò sul fianco. La luce sul comodino infastidiva il suo sonno. Protestò di una protesta grugnita di parole tradite e bofonchiate che non avrebbe ricordato. Recuperò il segnalibri che era caduto e lo infilò all’altezza della pagina precedente. Uscì dalle coperte perché doveva andare al bagno. Sentì un treno viaggiare da lontano, per il completo silenzio. Ebbe come l’impressione di essere l’unica persona viva in un universo di persone morte. La cosa non lo scosse ma l’affascinò e gli diede una leggera allegria. Non aveva nessun altro pensiero. Poi improvvisamente fu assalito da un impellente e irrefrenabile desiderio di donna. Fu quello il momento in cui si sentì veramente completamente solo, ma non durò che un attimo.

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DiogeneMichele abbraccia Rossana sul divano ed è preda di una grande tenerezza.
L’abbraccio disperato di due persone che si sono ritrovate quando credevano che il loro tempo fosse scaduto. E poi quel cercarsi come d’affanno. Quella nuova vecchia passione. E staccarsi con fatica. Parlarsi. Lei gli accarezzava dolcemente la cicatrice, ma questa è un’altra storia. Ci saranno altre pagine per raccontarla. E per raccontare il resto. Quel suo entusiasmo: “Ho fretta. Voglio raccontarlo a tutti. Al mondo”. Tutto era successo troppo in fretta. E forse troppo tardi. Gli occhi della sua Rossana erano ancora gli stessi: mansueti. Quegli occhi che si facevano fieri ma poi ritrovavano sempre quella loro evidente mitezza. Ma erano gli stessi anche allora, quando l’aveva trovata, quella prima volta, e quando l’aveva perduta. E lui non riusciva ancora a crederci. E non si sentiva ancora certo e giunto.
A sfogliarle, le fotografie, c’era la storia di quegli anni; dei suoi anni. Michele provava il gusto amaro di giorni perduti. Gli occhi erano stanchi e il disordine temporale in cui erano conservate lo affaticava. C’erano ancora loro, gli amici. Qui era ancora quella ragazza; in bianco e nero. Lì era già una donna; in altre sciupata. Così sono le foto conservate. Un poco come la memoria. Forse avrebbe dovuto lasciarle nel cassetto. E poi troppe novità in un colpo solo. E troppa malinconia. Occhi tristi e occhi stanchi. Occhi. Quelli. E alcuni paesaggi che lasciavano senza fiato. Lei invecchiata rapidamente. Cambiata mille volte. E nel cuore niente era come era stato. Non lo poteva essere. Quella strana inquietudine lo distraeva dall’abbraccio. La lasciò sognate per un attimo, alla luce soffusa della lampada. Si sentiva estraneo a quelle stanze. Si sentiva curioso tra quelle stanze. Curioso di cose e di lei e di quel loro distante tempo. Si sentiva indiscreto. Nella casa delle ombre, negli armadi, sapeva di poter trovare di tutto, e anche il suo contrario, ma non credeva proprio che avrebbe trovato quello. Forse avrebbe dovuto usare più cautela. E rispetto. Ma è il rischio di frugare in quello che è stato, e non si conosce. Aperta la porta lo scheletro gli era caduto quasi dosso.
Ma chi è”?
No! nessuno.” era stata la risposta di lei. “Lui è cioè era Carlo. Non quello, l’amico. L’altro. Cioè, veramente era solo un amico. Carlo è un nome fin troppo comune. Ecco dov’era andato. E me n’ero scordata. Non è facile ricordare tutto. E poi non mi era ancora capitato di dover ricordare”.
Lui conosceva solo quel nessuno. Gli sembrava di averla ferita. Credeva di non aver paura dei fantasmi. I volti cominciava ad impararli. Anche quella volta credeva di essere invincibile. Di non provare il dolore. Credeva che il mondo fosse un altro mondo. E di poterlo cambiare. Aveva un ideale. Una rabbia. Quello lo aveva portato via. “Raccontami”.
Era vero: in fondo Carlo è un nome fin troppo comune. Chi non conosce almeno qualcuno che è stato chiamato con quel nome? E non si dovrebbe frugare dove non si sa; distrattamente. Lui lo sapeva che lei lo aveva conosciuto. Gliene aveva già accennato, ma in modo parco e con pudore. Poche parole; di lui e dell’altro. Ma con l’altro erano rimasti amici. Ed erano stati sempre e solo amici. Una bella amicizia; sopravissuta. E aveva una bella voce. E suonava la chitarra. L’altro. Quello di cui conosceva anche il cognome. E ne aveva conosciuto un altro ancora. Ma di lui non aveva bisogno di ricordare. Era stato solo un breve incontro. La vita è spesso confusa. Di quello, di quel Carlo, invece una storia, grande o piccola, o stupida, c’era. Poi, da troppo tempo, s’erano persi. Almeno lo aveva creduto fino a quel momento. Ora quel momento era imbarazzo. Per quello scheletro. “Non c’è nulla da raccontare.” e sembrava sincera.
Raccontami almeno una storia”.
Rossana nasconde gli occhi e racconta.
A volte c’è solo bisogno di parole. E qualche volta servono ad un imbarazzo. Per un silenzio ingombrante. Per riempire un vuoto. O solo per starsi ad ascoltare. O perché è bello sentire la sua voce raccontare. In fondo quale uomo non conserva dentro un poco di quel romanticismo? Non insegue di disporre gli occhi al sogno? Dentro si resta sempre un po’ bambini. E si ha il bisogno di credere. E di favole. Perché non si limitava ad abbracciarla? In fondo avevo aspettato anche troppo. “Come dicevo non c’è molto, da raccontare. Se vuoi lo farò. Ma la verità. La verità vale sempre meglio che la sua bugia. E poi non te ne ho mai dette. Almeno quello che ricordo di quella verità.” Non sapeva se lo voleva. Poi era stato distratto dalla finestra. Passava una barca per il rio. Si era già dimenticato. Una vita piena di ricordi diventa un peso. E cominciava a farsi confusione. Quale Carlo? E perché Carlo, e perché lì? Non è mai come sembra. Perché nella sua stanza. Forse lei raccontava perché aveva il bisogno di ricordare. E lui un po’ temeva quello che lei gli poteva dire. Se ne accorse solo in quel preciso istante. Non voleva dare un nome ad ogn’una delle sue rughe. Ma il tempo era passato senza chiedere loro ulteriori spiegazioni. Era come se li avesse lasciati lì, a quel giorno. Ancora con gli occhi sognanti. “Insegnava; lui. Era professore. Professore universitario. Era una amicizia, la nostra. Una amicizia come altre”.
Ma con lui”?
Ma lei non era più quella. E lui non capiva certe sottili differenze delle donne. Forse solo di quella donna. Esseri complicati, le donne. Era cambiata. Era un’altra. Solo in alcuni istanti tornava lei. Aveva bisogno di quel lei. Di tipi come quello ne aveva incontrati parecchi. Non aveva mai avuto il tempo per invidiarli. In fondo non era di quello. Lui si poteva dire soddisfatto. Soprattutto quando la fortuna torna a battere alla stessa porta. Succede raramente. Molto raramente. Mai. Ne era persuaso. Non che sapesse perché l’aveva chiesto. Non c’era una ragione. Gli era sembrato strano sentirlo nella sua voce. E non aveva idea di come avrebbe reagito lei. A volte è meglio portarsi le proprie storie con sé. Soprattutto quando se ne è protagonisti. E altre volte fa solo male guardarsi indietro. Ma come si può provarne ancora vergogna? Come si può sporcarsi con le memorie? “Sì! con lui ci andavo anche. A letto. Se è questo. Ma non c’era niente; in verità. Solo amici. Lui non passava per il mio cuore. Solo per il mio letto, insomma ma si dice così. Non è stato bello. Non ne vado fiera. Come per quelli altri. E poi è passato tanto tempo. Si parlava. Solite cose. E c’era ancora Michele. Ma era uno di quei momenti. E niente è come sembra. Cerca di non giudicare. Allora c’era e non c’era, Michele. Non trovi strano, la cosa del nome. Comunque. Ne avevo parlato con Carlo. Lui sapeva. E anche Michele. Di cognome fa cioè faceva Maggiori. Voglio dire di Michele. E della nostra storia. Quando ho deciso di finire con Michele ho finito anche con lui. Cioè con Carlo. Cosa ti dicevo? Due anni. A pensare non ricordo molto. Lui, Carlo, era uno di quegli uomini brillanti. Quelli che si lasciano guardare. Forse si poteva dire bello. Non gli mancavano certo quelle pronte a farsi corteggiare. Lui mi guardava come una preda da mettere nel suo taccuino. Poi aveva trovato, anche facilmente, grazie ad un amico, l’occasione di incontrarmi. Non era successo quello che doveva succedere. Quello che sperava. Cioè non subito. Ma poi siamo finiti per diventare amici. Non è stato mai niente di diverso. Niente più che amicizia. E’ stato dopo un po’ che eravamo finiti a letto. Non subito. Abbiamo scoperto di avere delle cose. Cose in comune. Che era bello parlare. Tutto qui”.
Ma tu”?
Non c’è nulla da spiegare. Le cose succedono come succedono. Non mi sono mai chiesta i perché. Non è stato mai facile. Avevo gli occhi addosso, di tutti. Mi vedevano bella. Mi infastidiva. Avrei voluto fuggire. Gridare. Ribellarmi. Tutti a innamorarsi. A innamorarmi. A corteggiarmi. Per una sera. Non avrei da raccontare. Scusami ma sono stanca. E Michele me ne faceva una colpa. Anche lui. Per lui ero io. Bastava una parola. Anche se nemmeno l’avevo detta. Amava che mi amassero. Amava che mi guardassero. Ma non lo voleva. Non voleva che mi vedessero. La minima attenzione. Dovevo stare in cucina a fare il mangiare. Ad ascoltare. Quando venivano gli amici. Amava attorniarsi degli amici. Ma anche loro. Tutto lo infastidiva. Dovevo essere solo per lui. Sempre pronta. Donna. Non sai cosa vuol dire subire la gelosia. Era sempre colpa mia. Eppure non ne ha mai avuto un vero motivo. Tranne quando glielo dissi. Ma di loro non mi importava nulla. Devi sapere; finalmente. Era quello che mi importava: dirglielo. Era stato per lui. Non l’ho ammesso. Nemmeno con me. Ero stata sempre una delle tante. Sempre. Ed è stata una storia lunga. Forse ancora dolorosa. Volevo fargli del male. E ce ne siamo fatti. Credo che tu non possa capire. E se ho sbagliato allora non vuol dire che lo debba fare ancora. Oggi non sono più quella ragazzina. Quello che è stato con te non può tornare. Con lui era diverso. C’era Michele. Non trovi strano abbiate lo stesso nome. A volte, il caso. Cosa vuoi sapere”?
Non me ne avevi mai parlato”.
Volevo finirla con Michele. L’ho finita con entrambi. Una delle tante fine con Michele. Infinite. Io sapevo delle altre. Non mi interessava. Cioè gli dicevo così. Ne soffrivo. Lui nemmeno mostrava di preoccuparsi. Mi ha dato del male peggiore. Non eravamo ancora sposati. Non eravamo ancora assieme. Non c’era ancora Matteo. E’ venuto dopo. Con lui era così. E’ stata così. Ci trovavamo e ci lasciavamo. Ero stanca di soffrire per lui. Così sono venuti gli altri. Solo per dirglielo. Per sbatterglielo in faccia. Per fargli capire. Non è cambiato nulla. Non c’è modo di spiegare a chi non vuol capire. Ma mi avevi chiesto di Carlo? Cosa vuoi che te ne dica? Era brillante. Potrei dire intelligente. Non ricordo molti ricordi. Non ha lasciato nulla. Nemmeno un segno. Nemmeno ne varrebbe la pena parlarne. Non so poi perché ne dovresti stare male. Non mi ricordavo di te. Ti ho detto: ti avevo dimenticato. Non so come. Non so perché. Era meglio così. Magari oggi mi spiace. Ho cercato di vivere. Ed è stato faticoso. Tu non mi avevi fatto capire. Allora. O almeno così credevo. Avevo dimenticato. Te l’ho detto. E poi ero solo una stupida ragazzina. Non mi fido di quella. Della ragazzina. Non sapevo nulla di politica. Lo sai. Lui, quello, l’amico, bell’amico, mi ha detto non serve. Ti insegno io. Ti dico i libri che devi leggere. Ti spiego. E intanto io non ero più io. E lui ha tolto subito quella maschera. Non voleva me. Voleva quell’altra. E forse l’ha fatto solo per te. Non per uno sgarbo. Per credere in sé aveva bisogno di abbattere te. Forse. Mica lo so. Si faceva trovare; dopo. Dopo la fine. Forse era un caso. Non credo. Non ne posso essere sicura. Non lo sapevo allora. Lui era un giuda. Stupida a credergli. Comunque allora voleva quella. Voleva che io fossi come mi voleva. Uguale alla sua immagine. E’ stato subito così. Cercavo di adattarmi e di non soccombere. Di restare me stessa. Alla fine non era nemmeno una gabbia, era una prigione. Non ho resistito. Gliel’ho detto. In realtà lui me l’ha detto. Non volevo sposarlo. Ha cercato di forzarmi la mano. «Allora ci possiamo lasciare». Era quello che speravo. L’ha detto. Gli ho detto subito sì! L’ho lasciato. In realtà, credo, non ricordo molto, per la verità gli dissi che avevo bisogno di pensarci. Di stare sola. Di stare con me. Di ritrovarmi. Sapevo, credo, che era solo un modo per dire basta. Un addio. E anche lui lo sapeva anche se non lo voleva sapere. Non lo poteva accettare. Lo so che non è quello che vuoi. Non posso farci più nulla. Forse non te ne dovrei parlare. La verità è che non ricordo molto. Anzi non ricordo nulla”.
Il passato non passa mai, e anche le favole possono fare male.
In verità lui, il caro amico, naturalmente, l’aveva raccontata, quella storia, in modo diverso; in una sera. Era stato l’ultimo sgarbo. Forse, almeno quello, forse, nemmeno voluto. E aveva anche pagato quella cena, e lasciato la mancia. Era stato l’ultimo capitolo. Ora Michele capiva, credeva di poter capire, aveva la sensazione, d’essere entrato in un territorio non suo, ma forse aveva bisogno di tempo. Nulla aveva più importanza, ma nulla lo lasciava. Dopo tanti anni quella ferita era tornata a dolere, e a spurgare. Era tutto stupido eppure era. E di lui si era fidato, dell’amico. Gli aveva messo nelle mani la propria vita. E il proprio amore; lei. Non c’è nessuna morte, per quanto piccola, che si esaurisca senza dolore. In quel momento non voleva più sentire la sua voce. Sentirla raccontare. Era tutto così doloroso. Quella voce che pareva faticare. Che pareva addolorata. Quella confessione era come dovuta. Come una penitenza. Non aveva più nessun diritto. Non poteva ritrovare un rancore che non aveva mai provato. Avrebbe voluto solo darle un sorriso. Lui voleva solo stringerla a sé. Imparare a tacere e dimenticare. Lo sapeva che era stupido. “Sai? sono tonato a valle Giulia”.
Già! niente era come prima. Come allora. E non è il massimo ritrovarsi dentro una canzone. Sempre quella canzone. “Ora lasciami parlare. Volevi sapere e se mi interrompi poi non riesco a dire. Con quell’altro Carlo invece eravamo solo amici, ti dico. Amici da sempre. Non come con te. Lui è stato dopo. Ma veramente amici. Aveva una voce meravigliosa. Era bravo. Gli sono stata vicina. Con lui non avrei mai potuto farlo. Tu non sai distinguere le sfumatura. Per te o è così o non è. E’ sempre stato così. Sei rimasti uguale. Ora è solo. E’ forse per quello che ha creduto di trovare rifugio tra le mie braccia. Con lui non sarebbe stato proprio possibile. E’ stato poco prima di te. Cioè che ci ritrovassimo. Una vecchia amicizia. Non poteva diventare altro. Non poteva che restare amicizia. Non so cosa gli è preso. A me capitano tutte. Ma non è di lui. Quel Carlo, come dicevo, è stato una cosa senza un vero motivo. Non era nulla né per me né per lui. Almeno credo. Per me lo so. Ma non è mai stato vero. Non è mai stato bello. Era come se io non ci fossi. Non partecipavo. E’ sempre stato così. Non riuscivo a rilassarmi. Forse riuscivo meglio meno ero coinvolta. Sentimentalmente intendo. Con quelli con cui sapevo. Non provavo niente. Ma non pensare. Non sono stati molti. Anzi. E non sono cose di cui parlare. Non ne vado certo fiera. Li ho cancellati. Non meriterebbe nemmeno. Con te era stato diverso. Tutto diverso. In un certo senso sono stata io ad essere tradita. Non ho mai potuto perdonarmelo. Sono stata tradita da un amico. Il tuo amico. Non potevo sapere. Non potevo immaginare. Lo credevo un amico. So di essere stata io. Me ne vergogno ancora. Sentivo dentro che te lo dovevo. Era come una cosa irrisolta. Una colpa. Poi ti ho ritrovato. Ho ritrovato tutto. Ho ricordato. Non è facile nemmeno per me. Non è facile se oggi ti chiedo scusa. Sembra chiaro solo perché oggi è oggi”.
Intanto non sapevano come disfarsi di quelle povere cose. Resti. E lui sentiva il bisogno di rimettere ordine fra quelle storie. Perché erano condannati a rivivere tutto e a vivere, nello stesso momento, del presente e del passato? E a non sapersi perdonare niente?

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poesiaDi silenzi
erano fatti quei boschi
e passi, leziosi
passi senza peso
scivolati nel vento.
Ah! le parole difficili
E quelle facili.
E quelle foglie, quelle frasche
e quegli stessi passi
conservano il segreto
(che non è più)
e scordano il ricordo
perché è facile aver pietà
tra tanta pace
anche di sè
per non girarsi indietro;
senza girarsi indietro.
Cosa c’è dietro?
Chi lo sa?
solo la voglia di non volgersi
e una promessa mal riposta,
per chi non ha orecchie,
e una filastrocca da imparare.
E cosa c’è davanti?

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raccontiSessant’anni ti sembrano troppi. Esci di casa e sai che non riattraverserai la porta. In fondo era stata un’ottima compagna, fin quando era durata. Poi il tempo consuma le cose; inesorabilmente. Un lavorio lento e continuo. Che quando è in atto mica te ne accorgi. Poi lei aveva scoperto che aveva un’altra missione nella vita che quella di pazientare per lui. Improvvisamente se l’era chiesto e la risposta non gli era garbata. Era stanca di fare solo la donna. Era solo stanca e non aveva più energie per litigare. Voleva solo starsene tranquilla. Le cose importanti. Il lavoro. In verità Aldo si chiedeva ancora confuso. Non sapeva cos’era successo. Era stato un addio senza nessun rimpianto; definitivo. Non aveva avuto il tempo di guardarsi dietro. Per poi trovarsi in una casa estranea; nella provvisorietà. Tutto era rimasto alle sue spalle, tranne quelle poche cose. Non avrebbe mai creduto che lei potesse trovare quel coraggio. Non sapeva se era sempre così perché non gli era mai successo. E si sentiva strano perché non avrebbe mai creduto di dover ricominciare a sessant’anni. E si sentiva vecchio.
Che poi Milano è Milano. Ti sbatti per un buco. Trovi un buco dove andare e te lo fanno pagare, e come. Hai un bel dire che è una rapina. Devi dire anche grazie. E così Aldo s’era ritrovato solo. Si era lasciato andare sul letto; svuotato. Le stanze che non conosceva, due. Era tutto lì. Una vita, consumata in modestia, è vero, per ritrovarsi inutile. Senza alcunché. E nemmeno un buco dove parcheggiare. Che aveva dovuto camminare. Il poco infilato nell’armadio. Odore di muffe. Che fretta c’era? Il frigo vuoto che fa andare il rumore ronzante del motore. Il rubinetto del lavello querulo che perde cadenzando la monotonia. La televisione, piccola, nebbiosa, senza telecomando. Il calendario appeso è dell’anno passato. Tutti uguali questi mini. Metà in nero. E si poteva dire anche fortunato. Un silenzio afoso sale dalle finestre vuote. E fuori una Milano vuota; altro che come la raccontano. Tanto vale uscire. Anche per fuggire da quella depressione. Anche per cercare il minimo indispensabile. Quando anche uno sbadiglio è un sentimento forte. E feroce. Una voglia di donna che non ricordava da tempo. E chiudendosi la porta alle spalle aveva pensato che avrebbe anche potuto finirla lì.
Appena fuori si era accorto che non sentiva la voglia di mangiare. Non aveva notizie dallo stomaco. Ché, in realtà, non c’era un posto dove volesse andare. Aveva solo voglia di una sigaretta. Fu preso dall’impulso di tornare indietro. Dall’ennesimo sconforto. Eppure Elsa. Non lo avrebbe mai immaginato. Ma indietro c’era quel malinconico niente. E davanti? lo stesso deserto. Le macchine rade degli ultimi pigri ritardatari. Tutti di fretta che attraversare ne andava della ghirba. Fretta di andare dove? Perché a Milano tutti devono avere fretta? Forse scappavano quella città. Città inutile. Ma l’indomani era domenica. Fortuna non doveva andare all’officina. Magari glielo avrebbero letto in visto. Ma forse il suo viso era da troppo l’immagine di una lenta agonia. Ultimamente non era stato certo una buona compagnia. Come poteva. Così vuoto. Avevano ragione a dire che non era più lui. Le parole gli pesavano. Ma le domeniche così rischiano anche di essere peggio. Quando sei solo la festa ti fa sentire ancora più solo. Magari poteva andare fin dalle parti di Porta Vigentina. Provare a fermarsi al solito bar. Magari trovare Eugenio. Per due chiacchiere. Tanto per fare due chiacchiere. Solo due chiacchiere. Un caffè. Forse avrebbe potuto chiamarlo. Guardò l’ora. Probabilmente era a cena. A quell’ora, la gente che una casa ce l’ha ancora, insomma, gli altri, solitamente sono a cena. E mica gli doveva niente Eugenio. E’ che lui non ci aveva pensato troppo agli amici. Sempre in casa. Di giocare a carte, poi, non gli piaceva. Ci pensi quando sei solo. E’ tardi. Se n’erano tutti andati. Sembravano tutti andati. Nella sua testa erano tutti andati. Non riusciva a fissare un pensiero che fosse uno.
Fuori dal centro nemmeno sembra più Milano. Intorno c’era solo buio quando Aldo l’aveva visto avvicinarsi. E in quel buio era solo un ombra, anche lui. Scalciava qualcosa che lui non vedeva. Le mani nelle tasche. La cicca che si consumava tra le labbra. Capelli lunghi. Aldo non li sopportava con quei capelli lunghi. A Dante li aveva fatti tagliare. Ai suoi tempi erano altri tempi. Sono cose che non ritornano. E Ester portava i capelli corti come uno di loro, allora. Quegli sì che erano anni. Di anni ne avrà avuti una trentina. Trenta e, naturalmente, niente da fare. Null’altro che bighellonare. E fumare. Si sentiva appena inquieto. Ma quel ragazzo non aveva nulla da perdere. Era il padrone del mondo. Bel mondo. Non avevano rispetto neanche dei più vecchi. Magari era di quelli del Leoncavallo. Certo. Che ci hanno sempre troppo da fare anche per dormire. E che le vogliono spiegare loro le cose. Senza palle. E intanto gli cresceva dentro la voglia. “Ce l’hai una sigaretta”?
Puzzava di sudore. E ad Aldo non era piaciuta la sua risposta. Nemmeno il tono. Che lui non si trovava mai senza. E lui ce li aveva i soldi per comprare tutte le sigarette che voleva. Mica era uno di quei disperati. Un barbone. O un bauscia. Solo la maledetta macchinetta era fuori servizio. E si era anche tenuta venti centesimi. Un taxi era passato vuoto. Poi più niente. Per arrivare dalla Linda gli sarebbero occorsi ancora una buona ventina di minuti. E lui la voglia ce l’aveva in quel momento. Non dopo. In fondo non gli aveva chiesto che una sigaretta. Non era stato gentile. Ma lui sì. Solo che non era la serata giusta. A volte le cose le puoi anche accettare. Non tutte le ore sono uguali. Era proprio un pezzo di merda. E si era comportato da quello che era. Aveva anche riso, almeno così gli era sembrato, mentre gettava la cicca accesa. Lui, Aldo, non voleva più farsi mettere i piedi in testa da nessuno. No! non era la serata adatta. Non quella sera. Non gli andava di essere preso per il culo. In giro non c’era un anima. Dopo il primo colpo, quello, il minchione, sorpreso, era riuscito solo a dire: “Che cazzo fai; nonno”. Quelle parole non gli erano proprio piaciute. Aveva ripulito la lama sulla sua maglietta del cazzo. Poi l’aveva gettato nel cassonetto. Il coltello, non il ragazzo. Quello, il ragazzo, aveva finito di lamentarsi. E di rompere. Un altro drogato di meno. Proprio un compleanno di merda.

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MascheraSono l’autore. Il vero mandante di ogni omicidio. Il ruffiano di ogni amore ovvero di quei pochi. Me ne assumo ogni responsabilità. Qui e subito. Come faccio la spia ognuno è un dilettante. Inutile, non saprei tenere per me nemmeno una emozione. Figuriamoci un qualche segreto. Non è una scelta, le cose mi scivolano di bocca; prima ancora di pensarci. Ed è così che la parola diventa carne. A tratti anche dolore. Confessione. Passione. E’ la stanza dove si liberano gli istinti. Il luogo dove ti ami cioè dove per farlo ti masturbi. Illudendoti di farlo nel silenzio, come di nascosto. Invero impudico. Ma mica sono solo. Anche se questo non suona a discolpa. Una intera umanità lo fa o cerca di farlo. Si mette a nudo e mette a nudo. Riempie le pagine di segni grafici, di ripensamenti, di rimpianti. Vivono le avventure che diversamente non saprebbero vivere. O banalizzano le poche che gli sono capitate. Io preferisco la seconda che ho detto. Come autore preferisco il silenzio. Come fai poi a descrivere una emozione. E’ di questo che stiamo parlando? Mi succede spesso di perdere il filo. Poi di accorgermi che il filo non c’è.
Certo preferirei scrivere storie d’amore, tenere storie di amori, come nella canzone: un lui, una lei e la luna. Gran puttana la luna (lasciamo stare gli interpreti, ce ne sarebbero da dire). Ma questo è un ricordo. Ricordi? E’ passato così tanto tempo. Quello, il tempo, lenisce. Cambia le cose. Si inventa il passato. Perché non lo faccio? E’ solo che l’amore non rende; è fuori moda. E poi è più difficile; anche se è quello che si ricorda. Per l’amore ci vuole una sottile ragione, come un bisogno, e poi l’occasione. E poi si deve verificare pressoché l’impossibile: si deve essere in due. Almeno in due. Con i tempi che corrono niente è così sicuro. Mica semplice. Molto più facile il delitto. Basta una persona disposta, ma anche no, a fare da vittima. Di assassini se ne trovano con estrema facilità. O almeno di aspiranti. I più dei dilettanti. Li puoi assoldare con poco. Pronti all’ira e a gridare. Troppo sensibili e vittime anche loro. Decisamente inadatti. Si lasciano sgammare subito; alla minima contrarietà. Ma la sagacia non è dote comune, soprattutto in quel mondo. E’ comunque più facile. E poi i morti non parlano. E non hanno ricordi. Ti offendono della loro indifferenza. Della loro insensibilità. Strano mestiere quello del morto. Magari fino ad un attimo prima sembrava avere mille cose da dire.
E’ così che ho deciso che volevo uccidere il passato. Ottima impresa; non c’è che dire. Mica facile. Mi ero detto che per tutti sono facili le cose facili. Riflessione da quattro lire ovvero da quattro euro. Meglio aggiornare anche i modi di dire. Eppure quando me lo sono trovato davanti, lì comodamente a portata di mano, non ero ancora pronto. Lo ascoltavo parlare le sue parole; confuso. Uno non può sempre immaginare e prepararsi prima. La sorpresa ti prende ed è sempre inaspettata. Lui metteva le doppie. Riempiva tutto di supponenza. Vendeva barattoli d’aria, ed era aria viziata, respirata. Un semplice e squallido niente. Forse era per quello che non ci avevo pensato. Che non gli avevo creduto. E sono stato come un ebete ad ascoltarlo senza sentirlo.
Avevo cercato un’altra ragione; allora. Una grande rabbia. La fantasia. Avevo cercato un alibi. Un’altra vittima e un altro carnefice. E m’ero perso in tutta un selva di ipotesi. Mi piacciono gli imperfetti, come Sarti Antonio. Quelli che si fanno sorprendere dalla vita. Sempre inadeguati. Che si fanno sorprendere da tutti. Con loro si vive tranquilli. La vita è vita. La maggior parte dei delitti resta irrisolta. Proprio come nella realtà. Cercano il movente. Pretendono un ordine. Intanto si degustano un caffè. Così è tutto facile quando l’unica ragione è il piacere. O come quando è passato tanto tempo che s’è perduta qualsiasi traccia. Ci vuole pazienza. L’arte del delitto è fatta anche di pazienza. E’ così fastidioso sentire la sirena, magari nella notte. Soprattutto quando cerca te. E’ così fastidioso essere scoperti. E io di pazienza ne ho avuta anche troppa. Anche se potrei fregarmene. Mica si tratta del mio di passato. Si sa che gli autori non hanno passato. Il mio è in parte chiuso in scatole di cartone. Per il resto è rimasto dov’era. Niente gli è sopravissuto. E’ per questo che ne posso parlarne con semplicità. Ma torniamo al passato. Il fatto è che non c’è una ragione per tutto. E non sopporto i ragionieri dei sentimenti. E non mi piacciono gli uomini con la cravatta di tela di ragno. Quando ho provato a stringergli le mani al collo era già scivolato via. Eppure nessuno avrebbe potuto sospettare di me. In fondo giustiziavo per giustizia: il passato è sempre il peggiore degli assassini. Ma lo ritroverò.

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raccontiI. Raccolse la foto che si staccò dalla piccola cornice d’argento. Riuscì a salvare il vetro ma quella gli cadde. La raccolse. Se ne sentì responsabile. Non sapeva se aveva il diritto di chiedere, ma lui non aveva mai imparato a trattenere le sue domande. Era sempre stata la sua condanna. Chiedere anche quello che avrebbe preferito non sapere. Inoltre l’aveva saputo a chi apparteneva quel volto. Ciò che non conosceva era tutto il resto. Lo frequentava spesso quel senso di disagio. “Chi è”?
La voce di lei s’era fatta amara. Solo un orecchio attento poteva cogliere come s’era appena incrinata di una impercettibile accoramento. “E’ il padre di Matteo. Ora non c’è più”.
Gli capitava sempre di pentirsi troppo tardi. Lo sapeva ma non poteva opporsi. Quando la domanda cominciava a farsi largo nella sua testa. Diventava opprimente. Un tarlo che esigeva il suo tributo. Si faceva ingombrante. Indiscreto. “Mi spiace”.
Non devi. Non è stato fortunato. Mio marito. Una cosa banale gli ha rubato la vita proprio quando cominciava a vivere. Anche lui si chiamava Michele. E’ strana la vita. Le coincidenze. Ma lui era molto più vecchio di me. Un’altra generazione. E’ strano come il tempo possa guarire di tutto, anche dalle migliori malattie. Il tempo. Eppure allora avrei creduto. Ne è passato del tempo. Poi… ma forse non ti interessa. Ora non è più un problema. Ora non ho più paura della notte e del sonno”.
Non era quello. Nemmeno avere lo stesso nome. Anche quell’uomo aveva il nome che lui per tutto il tempo si era portato addosso. Ma non sapeva che s’erano sposati. Nei ricordi tutto resta immobile. Pare che niente possa cambiare. Era una tra tutte le cose che non poteva sapere di lei. Che avrebbe voluto continuare a non sapere. Oppure sapere allora, quando sarebbe servito. E poi le storie vanno come vanno. Si rischia sempre di pensare che siano tutte uguali. Ritrovarsi dovrebbe essere accettare il passato. Si accorse all’improvviso di essere tornato ad essere di tutto curioso di lei. Del figlio, di Matteo, aveva saputo. Non ricordava chi glielo avesse detto. Forse proprio lei. Ma erano stati così pochi i contatti che aveva avuto. E tutti erano stati, in un qualche modo, dolore; anche se piccolo dolore. Le cose corrono e si perdono. E poi ci sono momenti in cui le parole non hanno padroni e posti in cui si liberano di ogni rimorso. Ora lo sapeva. Erano stati figli di quello sbaglio. Eppure sapeva che non né aveva alcun diritto. E poi poco importa l’età. Che lui fosse più vecchio. Era solo uomo. Non si è solo in misura della propria età. Non sempre sono gli anni a farti diverso. Michele provò tenerezza, per lei e anche per lui. Anche di lui. Se era stato assente, se le aveva fatto del male, certo non lo voleva. Se lo aveva fatto era stato il suo modo di amare. E la vita era stata avara soprattutto con lui. L’aveva persa prima di imparare ad amarla.

II.Questa è del giorno del matrimonio”.
Il suo silenzio era pieno di parole, le parole dei ricordi. Ricordi che avevano smesso ormai di essere vivi. E di farle del male. Ma ricordi. Ma erano quelli, ricordi, che non smettono mai. Che lasciano sempre qualcosa. E quella sorta di tepore, ma soprattutto di paura. Certe sere di gelo. Eppure non aveva di che rimpiangere. Aveva scelto. Ma aveva veramente scelto? A pensarci bene, nel dopo, nemmeno la trovi una ragione. Lo fai è basta. Lo fai per scappare. E scappi. Non puoi vivere tutta la vita il dolore. E poi non ricordava tutto. Anzi non ricordava che poche cose. Forse perché altri ricordi non erano abbastanza importanti da ricordare. Hai bisogno di due braccia. Di illuderti ancora. Di sperare. Lo fai perché te lo detta il cuore. Ma anche lui ti può mentire; si può sbagliare. Il cuore. O qualcosa dentro. Un vuoto. L’assenza. Qualcosa che ti manca. Nemmeno lo sai. Ti dici che infondo è gentile. Non ti chiedi se è abbastanza. Il cuore. Quella cosa che chiami cuore. Vorresti tornare a vivere. Ma chi non ha perduto non può capire. Chi non ha vissuto un dolore così grande non può sapere. E si era rimproverata di averlo letto, in certe ore, come una liberazione. Per quanto dura e difficile fosse stata; quella vita. Colpevole di tutto.
Dopo. In fondo era solo Raffaele. Lui non lo sa. Non l’ha mai saputo. E poi lui era così giovane. Troppo. Ormai non serve. Oggi si chiede di quale amore. Si è giovani a sedici anni. Giovani e stupidi. Poi si cresce ma quello che sei non cambia, te lo porti dietro. E dentro. Come una condanna. Ma questo te lo chiedi solo dopo. E’ dopo che ti chiedi di quale amore. E dopo è tardi. Magari è solo una storia stupida, ma solo dopo. Sarebbe rimasta troppo giovane per sempre. Non si impara mai. Un solo gesto di cortesia, quando hai bisogno almeno di un gesto di cortesia. Perché ti senti sola. Disperatamente sola. E sei lì, disposta ad aggrapparti a qualsiasi cosa. Non cerchi niente ma ti manca il respiro. Ti senti di annegare. Ti manca tutto. Non sei più niente. E ti sembra troppo tardi per vivere. Ma hai voglia di vivere. Non vuoi annegare in quel vuoto. Hai un figlio. Non puoi pensare solo a te. E ti sembra di aver sempre pensato solo a te. Infondo non lo fai nemmeno per lui. Non sai perché lo fai. Solo perché dopo la notte viene un altro giorno. Solo perché il letto è freddo. Solo perché. E credi ancora di poter dare.
Le notti, allora, si fanno giorno, e folla. Si animano e non ti lasciano più in pace. E poi eviti le domande. Quelle fanno solo male. Si fanno ingombranti pure loro. E non hai nessuna risposta. Mai. Così accetti tutto, e le notti. Le vivi. E le temi, e le vivi. Lo sapeva che è stupido. Chi non ha vissuto non può capire. E’ stupido ma ci si sente comunque colpevole. Si dice: se avessi fatto. Se avessi capito. Forse era solo una questione di attimi. Minuti. E’ che il tempo perso non torna. Come tra loro. Si cerca di correre contro il tempo ma è tardi. E’ sempre così, credeva; quando piangi una persona che è venuta a mancare, all’improvviso, e troppo presto. Inaspettatamente.
Forse era presto ma non aveva più bisogno del passato.
Ora poteva liberarsi di tutte le cose che erano rimaste ancora nell’armadio.

III. Se non amava la donna che era diventata nemmeno amava la donna che era stata. Nessuna di quelle donne. Sì! forse non si era mai amata. E così non si era mai perdonata. Ma gli altri. Tutti gli altri. Gli uomini. Lei aveva amato troppo e amato tutto. Forse anche male. Alla fine, dopo, nemmeno lei lo avrebbe creduto. Ogni volta era la prima volta. Lasciarsi dietro tutto e ricominciare. Ancora. Sperare ancora. Dopo aver rinunciato. E amare era darsi. E dare tutto. Senza chiedere. Non conosceva altro modo d’amare. E troppo era stata amata. Non voleva sapere perché. Non lo avrebbe accettato. Eppure ogni decisione era stata definitiva. Era diventata definitiva. Anche quella volta. E tutto sembrava semplice, e felice, allora. Quasi come la vita potesse essere solo una corsa. Lei, diversa. Libera. I suoi dubbi in silenzio. Le notti a guardare il soffitto. Ad immaginare. Ad aspettare. Alla fine non era successo. Non era successo niente. E in segreto portava quel ricordo. E l’aveva taciuto, quel ricordo. Non ne aveva avuto memoria. Non coscienza. Si era illusa di poter dimenticare. Com’è possibile dimenticare ciò che si è? E quella lametta. E quelle storie di ragazza. Non si può restare ragazza tutta la vita. Ma non voleva essere donna.
E aveva smesso di credere all’amore. Troppo presto. Continuando a chiedersi. A chiedersi se l’amore era tutto lì. Era solo quello. Quella piccola cosa. E se doveva sempre finire così. E ritrovarsi con le mani vuote. I capelli sparsi sul cuscino. E quel vuoto che lasciava lui. Lui che dormiva senza sapere. E ascoltare quel sonno, distante. Senza provare più niente. Lui che non era più nemmeno un corpo. Che era diventato solo silenzio. Scappare. Evitare anche le parole. Le avrebbe volute, quelle parole. Sapeva che non c’erano. Che non servivano più. Ma voleva capire quel vuoto. Anche se sapeva che nessuno glielo avrebbe potuto spiegare. Era un vuoto dentro. Che si portava dentro. E non aveva mai più imparato ad abbandonarsi. Ad ascoltare solo il rumore del suo cuore. E del proprio respiro; incapace di essere nient’altro che di respiro. Assente. Aspettando che finisse. Nemmeno il sesso era sesso. Era solo la paura di essere quella che non avrebbe mai voluto essere. Amare e non sapere amare. E allora perché? Sperare invano. Sentirsi nuda. Nuda e ancora confusa. E’ difficile essere donna. L’unica che non sapeva difendere era quella ragazza che si portava dentro. Lei doveva pagare, ma non sapeva cosa. Non sapeva perché.
Allora ancora le sue paure. I suoi dubbi. Forse la sua incapacità di crescere. Perché? E gli rimbombava in testa quella parola. Quella parola che non voleva sentire: «puttana»! Quante volte. Quante volte se  l’era detta. Per farsi del male. Quante se l’era chiesto. Si sentiva, lei, incapace di amare. Estranea. Assente. Responsabile di tutto. E di tutto colpevole. E tra quelle braccia s’era sentita cosa. O forse meno. E si trovava a chiedersi perché la guardassero così. Come se lei fosse solo quello che vedevano. Come se lei fosse capace di essere altro; diversa. Poi. In quel momento sapeva d’essere stata fortunata. Lui era quel ragazzo. Il ragazzo di allora. E tutto tornava a farsi semplice. Una tenerezza la scioglieva dentro. Bastava solo guardarlo. Allontanarsi da quel perché. Non serviva. Michele invece guardava la foto. La teneva tra le dita come una cosa fragile. Con pudore e delicatezza. Dietro si allargava la città nel sole. Il sorriso di lei era soddisfatto, non felice. Gli sembrava di cogliere un ombra in quel viso. Appunto, l’assenza di felicità. In quella foto. In ogni foto. Ma forse era solo un impressione. Forse era solo quello che voleva vedere. E aveva paura della propria curiosità. Ma il sorriso di lei era bello quasi come allora.

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DiogenePuò finire così, una storia come questa? Una storia che non è nemmeno una storia? Devo essere pazza. Se lo sono lo sono sempre stata. Dovevo pensarci prima. Matteo sembra proprio un ometto. Dovrei farlo almeno per lui. Cuore di mamma. Ma lui ne aveva bisogno allora. Non sembra importargli. Cosa gli posso dare ora? Che senso ha, ora? Avrei creduto che sarebbe stato diverso. Più bello. Semplicemente bello. Stupida. Che succede? Ne hai Paura? Ora? Che senso ha? Esci da questa vasca. Non puoi restartene sempre qui; rintanata. Ti aspettano. Tutti ti aspettano. E lui è di la. Ma vorrei crederci. Non vorrei lo facesse solo per me. Ma chi sono io, per lui? Ancora a farmi queste domande. Lui è qui. Per un caso. Per la pioggia. Ma lui è qui. No! non pioveva. E’ la nostra storia. Forse non una bella storia. Forse me ne dovrei vergognare, ma è la nostra storia. No! è la sua storia. E’ solo mia. Che c’entra lui? E’ quello che hai voluto. Stupida. No! non credevo fosse così… così… poco. Infondo non me ne importa. Credevo fosse importante. Se lo è stato adesso non conta. Non ho bisogno di promesse. Di un’altra promessa. Lui non sa mantenere le promesse. Ma forse questa volta… La vita può essere diversa. E anche Matteo… Lui è mio figlio. Il mio bambino. E’ solo mio. Non voglio che lo sappia. Forse sono stata crudele. Cosa potevo fare. Non si può sempre tacere. Ora lo sai che è tuo. Come mi puoi capire? Come ti posso capire? Tu appartieni al tuo mondo. Io ero ragazza e tu già un uomo. Non sono gli anni a cambiarci. Sono gli anni ad essere cambiati. Ma a cosa servono tante parole. Non uscirò. Non uscirò mai. Vorrei tornare indietro. E sono stata io. Perché l’ho fatto. Perché glielo hai chiesto? E c’è anche mio padre ad aspettarmi. No! non mi importa nemmeno di lui. Mai un gesto. Sempre chiuso in sé. Nel suo ruolo. Lui era un padre. Anche lui, Michele, pare un padre. Non certo il mio. Era già padre. Un padre che non vuole essere padre. E allora perché? A che serve? E’ tardi? Quale favola ci raccontiamo? Ho perso le favole. Sei stata solo una stronza. Era finito. Il suo era un amore già finito. Ora ama me. Come fai a dirlo? Non dico nulla. Non ho più voglia di nulla. Non di parole. E’ passato tanto tempo. Nemmeno lo ricordo quel tempo. Se penso alle cose belle non ricordo cose belle. Sempre solo a farci del male. Perché? Povera stupida. Povera illusa. E’ questa la vita. L’amore non esiste. E allora perché non gli so dire di no? Perché non l’ho fatto? Non posso rimproverargli nulla. Infondo anche Matteo… è solo figlio mio. Io l’ho voluto. Ricordo ancora bene. Purtroppo ricordo tutto. Vorrei poter scordare. E quella passeggiata nel bosco. Non ci riesco. Ci devo provare. Chi può capire quanto è stato duro. E difficile. E chi può sapere quanto lo sarà, ancora. Perché siamo fatti di noi. Vorrei non essere. Vorrei assentarmi da me. Forse sono io che sono fatta male. Forse perché non ho voluto mai crescere. Ma è questo essere donna? Perché nessun addio è stato un vero addio? Rossana, svegliati. Lo senti che ti chiamano? No! non lo sento. Non lo voglio sentire. Non sento niente. Sento solo il tempo che si è fermato. Che non vuole passare. Ti prego, non entrare. E se immergessi la testa; nell’acqua? Tutto finirebbe presto. Sposa. Non mi vedo sposa. Moglie. Lui ce l’ha già una moglie. Cioè l’aveva. Non lo è. Ma non mi sento più. Non sento le braccia. Come dovrei farmi chiamare? Chiamami Rossana. Ma chiamami come non mi hai mai chiamata. Non usare quel tono che usi con tutto. E con le altre. Vorrei essere qualcuna. Ma non basta un vestito per cambiarsi. Per crescere. Non sono altro che una ragazzina. Ma non ne ho più l’età. E abbiamo già un figlio. Io ho un figlio. Lui poteva continuare a fregarsene. Chissà se lo fa per me o per lui. Perché non allora? Forse per paura. Perché non ci credeva più. Non avrò mai le risposte, ma non uscirò mai di qua. Cosa dicono? Cosa gridano? Hanno solo voci. Non ho bisogno di nessuno. Io basto a me. A me e a Matteo. Forse avrebbe meritato di più. Ho cercato di essere madre e padre. Ho cercato. Sono stata stupida. Ancora una volta, stupida. Per l’ultima volta. Non sarò ancora stupida. L’acqua si sta freddando. E’ così dolce starsene qua. Vorrei poter non pensarci. Vorrei non essere qua. Dove? Che ne so. Non ho pensieri.
Lo so che non posso scappare. Non ci sono mai riuscita. Rossana, esci da quella vasca. E’ facile solo da dire. Lui infondo è migliore di sé. No! non entrare. E fuori c’è il sole. Dovrei essere felice. Non so se ne sono capace. Cosa vuol dire: essere felice? Sembra facile da dire. So solo che non avrei mai pensato che sarebbe stato tutto così… Così… So solo che sono solo una stupida. Ha ragione. Hai ragione Michele. Ma cosa ne sai tu, di me. Ancora un attimo. Un attimo e per sempre. Si! scusami. E’ solo colpa mia. Come ti posso guardare? Questo è amore? Non ho bisogno di nulla. Mi basto. Per piacere, vattene. Non sono pronta. Non sarò mai pronta. Non c’è nessun sogno. Cosa fai qui, tutto vestito? Come fosse una festa. Quale festa. Non è la mia festa. Lasciami stare. Dov’è quel vestitino di velluto bianco, o panna? E la pelliccia bianca? A cosa pensi stupida? Avevo scordato tutto. Tutto è così lontano, diverso. E il velo in testa, ricamato a fiori? E le calze di merlo, e scarpette baby, anche quelle bianche? Non è più tempo di sognare. E il bouquet di bucaneve, o roselline, o mughetti, o non-ti-scordar-di-me, legati dal nastro di velluto? E i miei guantini bianchi? Tutto è così distante; perduto. Tutto. E il bianco è un colore accecante. Ero solo una stupida ragazzina, allora. Lo sei ancora. Niente è mai come te l’aspetti. E ci arrivo già donna. Già mamma. Cosa vai a pensare, a ricordare? Non hai più tempo. E’ finito. Non sono mai stata così nuda. In questa vasca. Nel nostro giorno. Nel giorno più bello. Pazza, sono solo pazza. Non è forse questo che hai sempre voluto? No! non sapevo. Non è questo quello che volevo. Che tutto fosse come un sogno. Forse non so più sognare. Non ho mai saputo quello che voglio. Sì! è vero, gliel’ho chiesto io. Lo so che lo voleva. Però. Nemmeno questo. Nemmeno questo ha fatto. Non ho avuto. Non ho dato. Questa è la verità. Arriva sempre il momento dei conti. Niente è stato come dovrebbe. Vorrei avere una vita. Vorrei indietro la mia vita. E le mie lacrime. Tutte. Dimmi almeno: grazie. Il male l’ho pagato col male. Siamo pari. Lo siamo mai stati? Vattene. Per piacere, vattene. Diodiodio! Non guardare i miei occhi con i tuoi occhi. Non dire niente. Ti prego.
“Esci da là, stupida; perché ti amo”.
(finalmente l’ha detto)

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