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Archive for giugno 2017

A vederli gironzolare sembrano frutto di tre amici rimasti soli al bar.
Due personaggi sfuggiti alla penna di Stefano Benni. Messi in musica da Samuele Bersani. Nella Bologna di Carlo Lucarelli. Semplicemente perché la salute di Claudio Lolli non era più la stessa, quella di Paz[1] andava ancora peggio, se si può dire così, e Marino Severini era il tournée con i suoi Gang. Per questioni di necessità.
Inutile chiedere in giro: nessuno avrebbe potuto distinguerli. Non perché fossero uguali, non si assomigliavano affatto. Uno era lungo lungo e biondo, coi lunghi capelli lisci, le mani sempre in tasca e un naso che arrivava con un buon quartino d’ora in anticipo. L’altro era un po’ meno alto e meno secco, aveva i cappelli che non si saprebbe saputo dire, ma sicuramente scuri, e due occhi sempre accesi; e non risparmiava certo nella sua collezione di brufoli. Solitamente uno era incazzato nero sempre e brontolava, forse il biondo, e l’altro pure. Semplicemente perché nessuno aveva visto l’uno senza vedere insieme l’altro.
Anche per l’anagrafe comunale era così o quasi. Sul registro cartaceo apparivano come Maiano e Zizinho, nati tra il primo e il cinque maggio, da N e NN. Come una sola registrazione e una sola persona. Il registro informatico invece non ne aveva voluto sapere. Zizinho aveva cercato di classificarlo come cognome, e alla data di nascita era andato tutto in crash. Pretendeva, la stupida macchina, una data unica e precisa. C’era un box con una sola possibilità di inserimento per il giorno, o 1 o 5. Avevano provato con una soluzione intermedia, cioè il tre. Avevano subito capito che ad ogni stringa da digitare si sarebbero trovati davanti agli stessi problemi e avevano rinunciato. Nessuno era stato in grado di trovare una soluzione. Alla fine si era deciso di abortire l’inserimento dati e di accontentarsi unicamente della carta. Quello era stato assolutamente il primo problema creato dei nostri due, o, per meglio dire, derivato, anche se del tutto involontariamente da parte dei nostri, dal loro stato.
Non che fossero cattivi; non si poteva certo dire fossero buoni. Se domandavi in giro ti sentivi rispondere Ah! quelli, meglio lasciarli stare. Stesso orfanatrofio. Sembra, ma molte cose sono incerte e vaghe, che uno sia stato abbandonato da una ragazza madre, per la vergogna, e l’altro i genitori non li avesse proprio mai avuti; icona delle storie del cavolo. Non si sa se nemmeno all’entrata a quel ricovero siano stati registrati separatamente. In quel posto non ci rimasero molto. Quella viene ancora menzionata come la loro prima evasione.
La prima volta che fecero parlare di loro il meno biondo la faceva ancora nel letto di notte. Rovesciarono la zuppa in testa alla mocciosa del tavolo accanto che si dava tutte quelle arie da principessa. Lei frignò per una settimana. Allora andarono a visitare il suo letto di notte e presero, per così dire in prestito, quel libro con solo disegni, che le era tanto caro e conservava come l’ave Maria. Non che amassero particolarmente la letteratura, nessuno dei due, ma solo per il gusto. Come sempre li presero quasi subito. In quel caso dopo l’esame delle feci. Se è capitato di sentirla raccontare lo facevano solo per ridere al ricordo di come s’era imbrattata tutta.
La vita è breve. Passa in un lampo. Sono inutili tante menate. E nella vita è sempre meglio correre, che fermarsi a pensare; ci può essere sempre qualcuno a correrti dietro. Lo skate dello stronzetto era proprio bello. Basta saper chiedere. “Me lo fai vedere”? Nella vita non conta il più forte, ma il più duro. Il più deciso. Il più furbo. A volte anche basta essere solo il più svelto. E in due si è sempre uno in più di uno. Ma una volta li hanno presi in cinque. Ne parlano ancora in piazza Grande. Cinque e non proprio minuti. Le hanno prese tante. Ma uno aveva un tirapugni in tasca e l’altro ha rotto una bottiglia. Alla fine li hanno stesi tutti e son rimasti a contare i caduti. E quei morti lamentosi li hanno pure pisciati.
Uno prometteva bene a dar calci al pallone, sembra quello che non era biondo, l’altro sapeva dare calci ma non lo prendeva mai, quando si trattava del pallone. Naturalmente se giocava uno bisognava far giocare anche l’altro, magari in porta. Visto da un ignoto osservatore, a quello bravo, ad un certo punto, proposero un contratto come pre-aspirante-promessa-dilettante in una grossa squadra. Rispose che non se ne faceva niente, che non andava da nessuna parte senza l’amico. Il contratto non fu mai firmato e gli spogliatoi del campetto della quasi grossa squadra semi-professionista presero fuoco di domenica, mentre tutti aspettavano di fare la doccia. Ma anche la partita non era proprio andata bene.
Ormai giovani ragazzi quando uno si innamorò si innamorò anche l’altro; della stessa ragazza. Ad una festa. Una stronzetta, maglietta a righe e zatteroni; tutta pelle e ossa e piercing al naso. Lei non ne voleva proprio molto sapere. Né dell’uno né dell’altro, e tanto meno di tutt’e due. Voleva fare la diva. Con un po’ di pazienza alla fine sono riusciti a convincerla, e la loro storia d’amore è cominciata veramente e alla grande, una decina di giorni dopo, quando lei ha lasciato l’ospedale. Ma poi era diventata molto docile. Alzava le spalle. Sempre imbronciata. Proprio come una ragazzina. Questo o quello era lo stesso, anche tutt’e due. Nessuno di loro era geloso. Bastava poco, un materasso. Bastava che portasse la grana perché, per un periodo, si era lasciata convincere anche a fare il mestiere per loro.
Uno dei due, insomma quello che a calcio rimuoveva solo le zolle, aveva imparato a strimpellare con la chitarra, e aveva anche una voce intonata. Acchiappavano. Più grandi loro e più grandi quelle che rimorchiavano. Salvo qualche rara occasione, perché le sbarbine, anche molto tenere, attizzavano entrambi. Erano più emancipate, sempre pronte a limonare, pronte a darla. Farlo con due era anche più divertente. Niente musi lunghi e niente stupide fisime. Alle feste li invitavano malvolentieri, solo perché un po’ di roba, a loro, non mancava mai. Avevano imparato la lezione. Per le zoccole c’era sempre lavoro. Niente crisi. I quattrini cominciavano a girare, anche se non bastavano mai.
Di storie da raccontare su loro, e quella loro vita, ce ne sarebbero ancora tante e ancora altre. Fin troppe. A cominciare dal loro innamoramento con la roba pesante. Ma nessuno né parla volentieri, e qui si è detto quanto basta. E non vuole essere un necrologio né ancor meno un’ ode. Perché voler andare contro corrente e infastidire il silenzio? Quella città non era fatta per gli eroi. La realtà non è mai stata creata per essere favola. E’ solo quello che è. La gente passa e va. Ci sono tipi così e tipi diversi. Loro erano solo Maiano e Zizinho. Due ragazzi come tanti. Due ragazzi del branco. Ma anche due tipi tosti. Non avevano avuto molto, anzi niente. Non che questo li giustificasse. Per le assoluzioni c’è sempre la chiesa. Sapevano quello che volevano e quello che volevano se lo prendevano. Decisi. Senza tante menate.
Poi Maiano o Zizinho, uno dei due, fa lo stesso, incontrò quella che ti mette triste. Quella che ti fa andare fuori. Quella rossa. Sono sempre le donne brave a mettere zizzania. Che mandano fanculo le cose belle come le amicizie. Una vita intera, tra loro, poteva finire in un istante. Divenne ancora di più malinconico. Perse l’appetito. Lei, la fata, non ne voleva proprio sapere di darla. Né lì in mezzo la sala, con occhi che vedono, né in un buco più privato. Tanto meno farlo anche con l’altro. Non ci pensava. Non se lo filava proprio. L’altro disse: “Lascia fare a me. Cazzo”! Sostenendo che ci avrebbe pensato a convincere lui la sgualdrina. Ma con lei era tutto diverso. Lui provare ci provò: “Io ti voglio bene, veramente. Cazzo”! Lei non era un tipo remissivo. Non si faceva convincere. Sembrava l’avesse messa sotto chiave. Lasciata in una cassetta di sicurezza. Lo lasciò toccarle una tetta. Poi stop. Gli tolse le mani quando aveva quasi raggiunto le mutandine. Tutto inutile. Invece la maliardona disse la cosa che li condannò entrambi: “O lui o me”.
La festa finì com’era cominciata, con entrambi che rinfoderavano le armi. E si rinfacciavano le colpe. Non si riconoscevano più. Dopo altre insistenze promessa gliel’aveva anche promessa, ma quando si sarebbe deciso. Da soli. Con un letto sotto al culo. E il marito distratto a guardare altrove. A farsi le sue. A menarselo distante. Magari quando era via. Ma non si toglieva dai coglioni. Questo solo rimandava la decisione. Poi il giorno venne. Era ricoverato, il marito, per dei calcoli renali. Faceva, il marito, il ganzo con tutte le infermiere, persino con le interinali, e anche le dottoresse. Si credeva un dio. Lui, Maiano o Zizinho, quello dei due, lo sapeva. Lei era una troia di quelle nate e fatte. Una di quelle insaziabili, ma che la faceva penare. Che si divertiva a farsi desiderare. E quella, la donna, telefonò alle otto di mattina. “Cos’hai deciso? O vieni con me o vieni da solo”.
Il discorso non gli filava proprio liscio. Ma poi, se possibile, l’incantatrice fu anche più precisa. E più subdola d’una serpe. Era proprio senza alcun ritegno. Gli annunciò che si sentiva troppo sola. Che il letto era troppo grande per lei. Desolatamente vuoto. Che lo pensava da giorni. Da quella sera stessa. Che non poteva più vivere… Di quanto aveva sognato e sospirato questa occasione. E poi ancora, come non bastasse, cominciò ad elencargli tutto quello che avrebbe voluto fare. Con lui. Gli confessò che si era già fatta una doccia. Profumata e preparata, proprio per lui. Che era quasi nuda, stesa sulle lenzuola. Che si stava già sfilando il tanga, e che sotto era già un torrente in piena, straripante. Forse fu quest’ultima ammissione, la visione di una sorta di tsunami vaginale, che le convinse. Se la raffigurava là, davanti ai suoi occhi. La vedeva. Stava già sudando e disse solo: “Arrivo”.
Ma se c’era uno più furbo dell’altro non era lui. Non aveva ancora finito la prima. Stava riprendendo fiato. L’appartamento intero fu scosso da un orrendo boato. Lui nudo, lei nuda, l’amico davanti a loro. Aveva sfondato la porta. E aveva due occhi come l’altro non li aveva mai visti, lanciavano fuoco. Lo stese con un pugno e prese il suo posto, mettendo alla puttana una mano lì e una sulla bocca, per soffocare quelle grida. Era la prima volta che menava l’amico. Gli dispiaceva essere stato costretto a farlo. Le spiegò, senza togliere una mano, che doveva fare silenzio. Stare zitta. Che se faceva la brava forse non si sarebbe fatta troppo male. Mentiva. Quegli occhi le mettevano paura. Le ordinò di fare sì con la testa, se aveva capito e se era d’accordo. Lei fece quel cenno rassegnata. Tremava di terrore. Lui ansimava e lei aveva capito che era deciso. Cercò di supplicarlo con i suoi occhi e sottovoce. Niente da fare.
Le ordinò di girarsi. Lei protestò con l’ultimo fiato con la voce che tremava: “Non vorrai mica?”… aveva perso anche l’ultimo appetito. Lui le aveva spiegato che per lui non faceva differenza. Sbatterla se la sarebbe sbattuta. Poteva scegliere lei se prima o dopo. Quando ancora respirava o da esanime. Lei scelse la prima opzione, sperando di salvarsi da quella immane ira, e si voltò quasi docile. Ora sapeva di avere sbagliato. Ciò che la natura unisce non può una donna separarlo. Ma lui era deciso. Le aveva detto di tacere e di limitarsi a eseguire gli ordini. Poi le aveva date le istruzioni spiegandole tutto per filo e per segno. Cosa doveva dire, quando poteva gemere, come si doveva mettere. Che non era obbligata a farselo piacere.
Lei singhiozzava ma senza voce, mentre lui aveva lo stupro che aveva sempre sognato, il più fantastico di tutta la sua vita. L’amico guardava tutto inebetito. Ancora non aveva ritrovato tutti i sensi. Senza distrarsi le strinse al collo il cavo del telefonò finché lei non smise anche l’ultimo respiro. Le disse un’ultima volta Puttana! a mo’ di saluto. Poi scese e raggiunse l’altro. Quello si massaggiava il mento e lo fissava attonito. Si erano giurati che niente al mondo poteva dividerli. Si sedette sul pavimento vicino a lui, e lo abbracciò, e gli infilò la spada maledetta, l’ultima, in vena. Poi attesero sereni entrambi la morte. Nemmeno quel viaggio potevano farlo da soli.
[1] Andrea Pazienza

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1969.06.02 img567.jpgCapita, a volte; capita. Ti metti davanti e ti chiedi: E ora cosa racconto in questo racconto? Come se fosse importante. Mentre la tua storia invade le storie. E ti perdona. Come una nenia. Eppure c’è sempre della meraviglia. Come cominciando un nuovo viaggio. Eppure le ciabatte sono ancora là. E la certezza è solo un sospetto. Annusi nell’aria: soffritto di cipolle. E un motivo che non riesci ad afferrare. Tutto ha un sapore di intimità. Di passato e già visto. Eccola l’avventura mentre il tuo caffè borbotta e sbadigliano le tende. Ma il Fantasma appartiene al passato. Trascina quelle catene sottili. Senza peso apparente. E questa è una dichiarazione d’amore. Non importa dove, in uno dei tanti luoghi, alla porta di Damasco, alla porta di Brandeburgo, aspettando una lei sotto casa.
Ricordi lontani. Ragazzi. Il ragazzo che eri. Pagine di un libro non ancora scritto. O la Parigi di tanti altri libri. Quella di Hemingway o quella di Sartre o quella di Miller. Fogli bianchi. Irritazione. Attesa. Lei ha portato fuori il gatto. Non è più tonata. Né ho rivisto il gatto. C’è il vuoto nella stanza. Nella vita intorno. E si fa esile il ricordo della sua voce. Quasi impalpabile. Quasi anch’esso silenzio. Solo i suoi occhi muti continuano a fissarmi nel tempo. Da quella sera. Come non se ne fosse mai andata. Come se fosse ancora seduta là. Eppure ho bisogno di una storia per vivere. E di un atlante geografico.
Non mi va di uscire. Cos’è un autore senza fantasia? Una crisi. Un uomo inutile. Stanco. Con la barba lunga e ispida. E’ pur vero che se apri il cassetto torna la memoria. Il caffè ha un buon aroma. Si spande nell’aria. Sistema di vita. Il fatto è che non mi diverto più. Non mi affascina più scrivere storie di altri. Per gli altri. E di raccontarmele non c’è sapore. E’ come se le conoscessi già. Vorrei una storia solo mia. Una storia da vivere. Finalmente. Senza nessuno che ponga limiti. Senza il rischio che qualcuno corra all’ultima pagine a scrivere la parola fine. Insomma la grande storia delle storie. Ma le vere storie quando vengono vengono da sole. Senza scampanellii.
Magari anche un grande amore. Basterebbe un amore ritrovato? Non lo so. Magari solo un viaggio. Ritornare a Praga. Una seconda opportunità. Una sigaretta in bocca e due occhi curiosi. Tutto come in una grande e preziosa tela. Rivoglio il mio gatto. E le parole sfuggite per caso. E uscire finalmente dalla stanza. Respirare l’aria che si respira la sera. Scrivere in un blog cosa ho mangiato per colazione. Fantasie e consuetudini. Pettegolezzi. Amenità. La storia di Elena dopo essere stato Paride e averla rapita. Un piatto ben cucinato di tagliatelle. Una fiorentina di chianina. Un buon calice di chianti. Vorrei non chiedere troppo. Voglio tutto. E anche di più. E andare al mare con Rossana.
Io e lei da soli, a guardare per ore le onde. A ammirare una vela bianca così lontana. Ascoltare la pioggia dietro il vetro. Tenerla abbracciata stretta a me. Perché non l’ho fatto allora? Camminare sulla sabbia bagnata. Stendere un telo per noi. Sdraiarcisi sopra. Baciarla una notte intera. Trovare il coraggio e dirle il mio amore. Non ora ma allora, quando mi costava troppa fatica. Cambiare i ricordi. Riscrivermi la parte. Riscrivermi la vita. Addentare l’ultima mela. Divorare quel vento. Allineare le figurine sull’album. Rileggere quei vecchi romanzi. Con la stessa curiosità. Con la stessa ingordigia. Con la stessa voglia. Con la stessa ignoranza ritrovando lo stesso fascino. Rileggerli assieme. Vorrei essere io a decidere. Rivorrei il prima e anche il dopo. E restituirle i suoi vent’anni.
Scrivere per lei la più bella delle poesie che non sono mai riuscito a scrivere. Che mi guardasse con quei suoi occhi e mi credesse. Persino quanto la vita mi costringe in una piccola bugia. Vorrei che salpassimo con una nave, con un vero veliero, verso l’isola che non c’è, ma che se lo vuoi veramente c’è ed è lì ad aspettarti. Vorrei donarle una Rosa. Una rosa rossa. Entrare in ogni stanza del film della sua vita. Lasciarla cento volte, ora che lo so, senza parole o con troppe parole, per poi ritrovarla mille volte. Vorrei gradare forte che mi sentisse l’universo intero. Vorrei che mi facesse tacere con un bacio. Che mi affogasse tra le braccia. Vorrei che mi prendesse fra le labbra e mi facesse scordare il mondo e la stupidità del passato.

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La guardia mi dice Nabucco hai una visita. Nessuno mi viene a trovare. Mi dice un pazzo. Uno che vuole scrivere la tua storia. Ma cosa c’è da raccontare in una storia come la mia? Curioso decido di vederlo. E’ una specie di giornalista dell’etere. Senza carta su cui scrivere e da stampare. Con una tastiera al posto del foglio bianco e la penna. Un blogger. Un intruso.
Gli ripeto, anche se lo sa, che sono Nabucco, ma che tutti mi chiamano da sempre Tex Mille. Mille perché allora c’erano le lire e quella era stata la mia prima refurtiva. Aggiungo prima di poterci pensare che il primo che mi ha affibbiato quel nomignolo l’ho riempito di botte. L’ho lasciato più morto che vivo. Poi mi sono accorto che non mi dispiaceva e me lo sono tenuto quel soprannome. Da allora tutti mi chiamano così, Tex Mille, ma solo quelli che hanno il mio rispetto e il mio permesso.
Vuole sapere tutto, ma non gli racconto la prima, con pudore, nemmeno la seconda. Non erano nemmeno ragazzate. Cose tra piccoli delinquenti ancora a scuola. Alle elementari. Non ho fatto altro. Nessuno mi ha mai potuto mettere i piedi in testa. Comincio da quella della televisione. Mai raccontata. Questa è la prima volta.
Ero entrato in quel negozio e sono uscito con l’apparecchio in spalla, disinvolto. Quello invece, il padrone, mi corre dietro. Mi chiede dove vado. Gli spiego semplicemente la verità: che sto andando a casa. Mi chiede ancora: “E quella”? Mi guardo sulla spalla e candidamente: “E’ una televisione. Non la vedi”? L’idiota: “Non pensavi di pagarla”? “Perché, si paga”? “Certo che si paga.” –mi precisa l’imbecille. Mamma avrebbe amato avere la televisione. Sono passati tanti anni. Mi giustifico che non me ne ero nemmeno accorto, che forse era stato qualcun altro a mettermela in spalla; magari lui l’aveva già pagata, o così ho pensato. Quello invece per tutto rimando ha chiamato i caramba e l’esercito. Per una stupidata come quella. Un vero citrullo.
Candido, così si chiama, lo sa che all’inizio sono stati solo semplici e innocenti furtarelli. Tranne quando sono entrato in quella casa dalla finestra e me ne sono andato con quel quadro. C’erano solo cose da signori ma niente di veramente utile. Per questo ho preso il quadro e ho svicolato via con quello sotto braccio, ma mica lo potevo sapere che era di un certo De Pisis. Sul campanello c’era scritto: Famiglia Graziani. Aveva, la tela, una firma che nemmeno si leggeva. L’arte è per chi ha anche il superfluo. Come potevo immaginare che un dipinto tanto brutto valesse così tanti denari. A dirtela tutta mi sono stancato, l’ho guardato e buttato in un canale. Ancora non sapevo. Mi sono dato dell’idiota solo dopo, quando ho letto cosa avevo fatto e quanto avevo gettato. Da quel momento ho fatto sempre vedere le refurtive a chi ne sapeva più di me.
Non avrei voglia di parlare tanto, mi sarei già stancato. Candido mi chiede di quando sono passato alle rapine. Beh! rapine è un termine grosso. Impegnativo. Almeno per quei primi tempi. Non sono un ladro di polli. Questo è certo. Chi ha provato a dirlo ha dovuto pentirsene, amaramente. Era solo all’inizio della mia attività e non avevo ancora finito con i furti. Mi ero perso soprappensiero proprio in centro. Strada da signori. Lo vedo dietro una larga vetrina pulita a tavola in un ristorante rinomato. Quello stava mangiando un gran piatto di gnocchi. Gliene ho chiesto una forchettata. Mi ha negato anche quel piccolo boccone, l’ingordo. Me ne sono andato col piatto minacciandolo con un martello che avevo trovato in un cantiere.
Ma la prima vera è stata a un portavalori, anche se mica ero da solo. Allora avevo trovato di riffa e di raffa la mia prima rivoltella. L’ho messa sotto il naso a quei cacasotto e loro hanno subito abbassato le brache. Mi avrebbero consegnato anche la moglie, già senza niente addosso, in un vassoio d’argento. Abbiamo caricato tutto sulla macchina e ce la siamo filata. Quattro sacchi belli gonfi. E’ stato proprio un bel colpo, veloce e pulito, ottimo bottino. Che ha fruttato un bel gruzzolo. Tanto le assicurazioni, come le banche, ne hanno tanti e quando finiscono se li stampano. Si è diviso tutto in parti uguali. Dopo avrei potuto fare il signore, ma io a fare il signore non sono bravo. Io devo lavorare. Non riesco a starmene con le mani in mano. E’ stato quello il mio difetto. Però da quel momento tutti, persino i giornali, hanno cominciato a portarmi veramente rispetto.
Mi chiede: “Perché sei qui”?
Una marachella, una storia da niente. Ho sbagliato lo so. Candido osserva che per quella che pende sulle mie spalle e sta agli atti insomma… si tratta di una bella accusa di omicidio. Che non uscirò tanto presto. Ha fatto i compiti a casa, lo scribacchino. Decido di dirgli papale papale come sono andati sinceramente veramente i fatti. Una semplice lite, banale, finita malamente. Non volevo fargli del nemmeno un graffio, un piccolo sgarro. Una pura baruffa solo che l’altro c’è scappato morto. Insomma… per farla breve… aveva una bella macchina, proprio bella, veloce; me ne sono innamorato a prima vista. Volevo solo farci una gita e una piccola rapina tra amici. Una cosa semplice che avevo in testa da tempo e che ero sicuro sarebbe filata liscia. Una gioielleria. Un gioiellino. Bisognerebbe tener presente che mi ero appena fidanzato con Aida, che avevo tolto dalla strada e ormai lo faceva solo per me. Forse questo non conta e può non essere un gran merito, ma si dovrebbe comunque prendere in considerazione. Lui, quello che chiamano povera vittima, stava salendo su quello splendido mostro di automobile. Forse la vera vittima è stato il sottoscritto. L’ho bloccato e quasi gentilmente gli ho chiesto le chiavi. Mi ha risposto maleducatamente e mi ha insultato, tipo sei pazzo? e vattene barbone. Cose così. Ho cercato di farlo ragionare, lo giuro. Lui niente. Mi ha spinto. Stava per alzare le mani. M’è scappato un colpo, involontariamente. Prima che ci pensassi. Giuro che non volevo. Sarebbe preterintenzionale. E’ stata tutta colpa dei miei precedenti e dei miei avvocati. Incompetenti.
Questa intervista sta volgendo al termine. Ammetto che… Certo che nella mia professione ci si fanno dei nemici. Però… per essere precisi non ho voluto mai averci nulla a che fare con quella, con la droga. Non è cosa da veri mariuoli. Non ci vado davanti alle scuole. Non ho mai fatto del male a ragazzini. Ho pagato quello e il fatto che non riesco proprio a piegare la testa. Se volevano la piazza, liberarsi di noi scambisti, dovevano prendersela. Questa è la mia idea. Non si dovrebbe mai dare niente per niente. Così… Certo non c’è l’hanno chiesta con gentilezza. Mica potevo farmi vedere che cedevo senza provare a combattere. Ho perso alcuni amici. Me ne resi conto subito che tutto si stava sfasciando. Alla fine ammetto per stanchezza: “Vuoi la verità: mi son fatto beccare. Qui sto bene. Sono al sicuro. Se dovessi uscire quelli mi ammazzano. Subito. Appena metto il naso fuori dalla gabbia. Non siamo noi i cattivi. Non lo siamo mai stati. Loro sì che sono veramente cattivi”.

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Erano passati ormai due mesi dal loro colpo “Sgangherato”. Sgangherato, ma avevano ben dimostrato agli uomini di che pasta erano e che non c’era niente che anche loro non potessero fare. E poi era il primo. Erano state veloci ed efficienti. Tutte avevano fatto la propria parte, anche la Ninetta che non sapeva da dove venisse l’ospite che ogni mercoledì si trovava in casa. Neanche un cenno nei giornali. Nessuno ne aveva saputo niente, ma loro lo sapevano. Questo bastava. E due mesi erano, quasi sempre, sessant’un giorni. Nessuna rimase sorpresa quando Virginia le chiamò, ma tutte si mostrarono curiose: “Cosa c’è”? “Mi son fatta un paio di negozi ma poi”… “Poi cosa”? “Mi conoscete. Lo sapete come sono fatta. Non so starmene con le mani in mano”. “Cosa vuoi dire? Falla breve”. “Avrei un colpetto. Una cosa facile facile. Insomma quasi”.
Si provarono a protestare senza convinzione. Il capo aveva visto come brillassero già loro gli occhi a quel pensiero. Era stata adrenalina pura. Era emozione. Paolina, la più impulsiva, certe volte la si poteva giustificare e sopportare solo per via l’età, ma in questo caso fu la prima a rispondere entusiasta senza nemmeno sapere di cosa si trattava: “Io ci sto”. Quella gatta cheta di Claudiana: “Io, per me, ci starei, ma di cosa si tratta? Vorrei almeno sapere”. “Fatela parlare”. “E lui che ci fa qui”? “E’ il mio giorno. E poi lui ci può stare. Mi ha aiutata… cioè… insomma… si può dire che l’idea è anche un po’ sua. Possiamo dire che è come una di noi. Gli ho esposto il problema e”… Le fermò con la mano mettendole a tacere e si prese un attimo di silenzio: “Scusate signore, non credete che quando si tratta di finanzia, perdonatemi se mi permetto, ne sappia un po’ più di voi. Sanza offesa. Anche solo per una questione di pratica”. Come dargli torto? Solo che… meglio chiedergliene spiegazioni: “Con lei, voglio dire con la vecchia arpia, con quel vampiro succhia grana della tua signora Santippe Carraro, alla fine come te la sei cavata”? “Lei è convinta che ho organizzato tutto io. Da solo. E che ora me ne sto, scusate care amiche, con i gioiellini al sole, in una bella spiaggia delle Laccadive”. “Lacca che?”… “Paoletta, sempre tu”… “Sono dei mucchietti di sabbia bianca finissima in un oceano di limpidissima acqua di un azzurro stupefacente. Circondati da barriere coralline. Nel Mar Arabico”. “Devono essere belle”. “Una favola. Se non si mangiasse solo riso e pesce stopposo. Ci possiamo anche andare, tutte assieme, dopo il colpo”. “Splendido”. “Fatta”. “E Cesare”? “L’ho mandato a cagare”.
Si guardarono una nella faccia dell’altra e tutte in quella del loro, in un certo senso e per così dire, prigioniero. Convenne Claudina: “Solo che questa volta dovremmo essere più… più professionali. Sii onesto: mi avresti riconosciuta dietro quegli orribili occhiali”? “A dire la verità, amiche, sì”. “Era abbastanza… ridicola”. “Per la verità, ancora sì”. “Come si fa”? In quel momento di grave imbarazzo, pieno di dubbi espressi dalle espressioni di tutte, si tenne la parola e prese la situazione in mano il bravo Baldassare, già gioielliere ed ex-segregato. Quell’uomo sembrava avere una risposta per tutto: “Permettetemi di darvi a tutte del tu. Rende tutto più semplice. Allora… dove eravamo? Sì! al colpo. Vediamo… Tu, Paolina, ti potresti vestire da Pippi Calzelunghe”. “Pippi che”? “Era una ragazzina… Lasciamo stare, è una storia troppo lunga”. “Perché io”? “Perché sei la più giovane e poi”… “E poi un cazzo”. “Non fate le difficili, ragazze”. “Per i codini provvederemo con una parrucca. Ti basterà riempirti il viso di panne. E un po’ di rossetto sulle guance. Sarai perfetta”. Paolina preferì, nel dubbio, tenere il muso. “Invece tu ti camufferai da… Maga Magò”. “Perché proprio quella ch’è vecchia e antipatica”? “Claudiana, non ti ci mettere anche tu”. “Poi vediamo”. “Lasciamo parlare lui”. “Posso dire che non mi va”? “Puoi, ma poi basta”. “Vecchia ti facciamo diventare con un po’ di trucco. Non voglio dire che lo sei. Perché hai il fisico del ruolo”. “Le hai volute le tette e ora te le tieni”. “Pazienza. Ma poi non dice che non sono una che si accontenta”.
L’uomo ebbe bisogno di un ulteriore attimo per pensarci: “Due da pagliacci. Direi Otylia, basta che non parli, e Severina”. “Io non voglio fare la pagliacciata. Quella cosa lì”. “Si intende da Clown. Funzionano sempre. Quelli sono una garanzia”. “Se è da Clown allora va bene, ma solo se è da Clown”. “Una da Biancaneve”. “Voglio farla io Biancaneve”. “La faccio io”. “Vedo meglio Beatrice. Molto meglio. Mi sembra perfetta”. “Io preferirei da Maleficent. E’ anche più truce”. “Vada allora per Malefica”. Lei soddisfatta: “Se lo dici tu”? “E io?” –chiese contrariata Virginia che si sentiva trascurata. “Tu mi servi libera. Credo che saresti perfetta… Ti potresti mascherare, con un trucco pesante, perdonami, scusa il termine, in una puttana”. “Io sono il capo, qui, e non la faccio la puttana. Nemmeno per una sera”. “E’ solo una maschera”. “Non è perché è una maschera… perché non lo facciamo fare a Beatrice? è sicuramente più brava”. “Io sono già Malefica”. “Ti va bene Betty Boop”? “Non so chi sia quella, ma sempre meglio di puttana. Ci sto”. “E tu”? “Io sto al volante”.
La saggia Claudiana fu la prima a reagire e chiese divertita e altresì curiosa: “Ma non stiamo parlando, con tanto di maschere e costumi, di una recita di Beneficenza”. “Possiamo sapere qualcosa di più”? “Giusto! Passiamo al piano. Si tratta di… di un tipo che conosco. Un certo Aronne, Aronne Hagmann, è un tipo molto preciso. E molto meticoloso. Allo otto chiude la saracinesca e mette tutto in cassaforte. Alle dieci precise solleva la saracinesca e va a depositare l’incasso alla cassa continua”. “Che cazzo di nome strano”. “Fai silenzio”. “Ascolta”. “Cosa ti importa? Chiamiamolo Aro. Il sabato sera non va a versare i soldi. Perciò il lunedì sera ha quelli del sabato e del lunedì. Mi seguite? Fatte cenno se avete capito. E’ a quel punto, alle dieci, non un minuto di più né uno in meno, che dovete intervenire”. “Ma ne ha”? “Un vero Re Mida, credimi”. “…?”? “Già me ne potrei innamorare”. “Ma io non ho l’orologio”. Non aveva il coraggio di ammettere che sul suo si erano scaricate le batterie e non aveva trovato il tempo né la voglia di andare a sostituirle. “Ti metterai il mio, solo per quella sera, ma fai attenzione, non è una patacca”.
Ora veniva il difficile, l’impegno, il lavoro. Era un po’ restio ma lo doveva dire: “Lo dovete tenere sott’occhio continuamente, per almeno due giorni, a turni di due. Così almeno una sa sempre l’ora. Pedinare. Braccare. Basta, diciamo, dalle sette e mezza, otto meno un quarto, a quando lo avrete visto depositare. Dovrebbe bastare. Annottarvi tutto quello che fa. Precise al millesimo. Tutto deve filare liscio e alla perfezione”. “Ma se hai detto”… “Meglio che siamo sicure”. “E poi che si fa”? “Il moto-furgoncino del panificio del marito di Lisetta è dal meccanico; accidenti”. “Niente moto-furgoncino questa volta. Lo facciamo salire sulla sua macchina, dopo averci levato la targa. La tiene a due passi. Il pigro. Mi raccomando non togliete mai i guati. Poi passiamo tutti sulla mia. A quella la targa la tolgo la sera prima. Poi diritte al rifugio. C’è una vecchia capanna malandata che io conosco. E’ isolata. L’ho già attrezzata di tutto. Le catene sono già infisse al muro. E’ perfetta. Dovremmo solo darci i turni per portargli il cibo. E magari qualche giornale”. “E cosa gli diciamo, Lo invitiamo a una gita fuori porta”? “Niente di simile. In una cassetta postale c’è la mia pistola. Si occupa Virginia di andarla a prendere”. “Io una rabbiosa la posso rimediare da un amico carabiniere”. “Amico… diciamo cliente”. “Rabbiosa”? “Me l’ha insegnato Il mio ganzo”. “Non lasciatevi distrarre”. “Carabiniere?”… “Sì! ma è un tipo tosto ma malleabile, almeno con me, e accondiscendente. Non so se mi sono spiegata. E poi non devo spiegargli niente”. Ride e ridono anche le altre. “Due credo che bastino. Tutto chiaro”? In coro: “Chiaro”.
Ormai erano entusiaste e avide di sapere: “Poi che si fa”? “Pazienza”. “Facile da dire”. “Quando siete lì dentro vi fate riaprire la cassaforte. “Se si rifiuta di liberare la marmotta”. “Marmotta”? “Se fa qualche resistenza il codice lo so. E’ una ics a specchio. Non chiedetemi come ma lo so. Semplice: tre, cinque, sette, uno, ancora cinque e nove. Virginia, è meglio se lo scrivi. Lo impari a memoria. Non farti vedere che lo leggi mentre sei là. Poi vi fate dare i soldi delle due giornate e poi fate un pacco anche di lui. Io vi aspetto in macchina. Tutto chiaro”? In coro: “Chiaro”. “Fate attenzione. Ne parleranno tutti i giornali”.
Tutto filò liscio. Lui, l’obiettivo, aveva rispettato tutti i giorni esattamente gli stessi orari preventivati. Loro si erano comportate tutte come delle vere professioniste. Fino alla sera del colpo, alla grande serata. Erano lì in trepidante attesa. Si erano travestite all’ultimo momento dentro la macchina della stessa vittima che Baldassarre aveva già provveduto ad aprire e a togliere la targa. I due clown li avrebbero seguiti con una lambretta, e Pippi, recalcitrante, in un altro motorino. Nessun mezzo doveva avere la targa, il nome. Era stata la scelta più comoda. La macchina del rapito era parcheggiata a pochi metri dal negozio. Per dirla tutta ci sarebbero anche potute stare tutte. Quando stava per giungere l’attimo fatidico un po’ di scaga ce l’avevano. Paoletta fu costretta a correre altre due volte al bagno già in costume. Dieci di sera. Il grande orologio dell’avventura batte la loro ora. Come un araldo di gloria. L’ignorante alzò la saracinesca a metà. Il meschino si chinò nel tentativo di uscire con un borsello bello gonfio sotto il braccio e si guardò intorno. In quel preciso momento entrò in azione sicura Beatrice: “Se mi fai entrare un attimino ti mostro in paradiso. Mi chiamano MaleFica”.
Il viso era spigoloso, gli zigomi, ma tutto il resto era… generoso. Portava le corna con estrema disinvoltura. Gli fece cenno al collare che portava sopra il suo splendido decolté e richiamò l’attenzione sul profondo spacco che ad ogni passo mostrava le sue magnifiche lunghissime gambe e le sottili caviglie. Lui restò fulminato. Repentinamente aveva strabuzzato gli occhi e solerte alzato la saracinesca. Baldassarre, che era alla regia, era certo che l’avrebbe fatto, ed erano sgusciate dentro in sei. Sei sbucate dal nulla. Per un attimo la vittima si chiese se era tornato carnevale, halloween o che festa fosse. Oltre a Malefica, o come s’era presentata lei MaleFica; avevano fatto la loro entrata in scena una Maga Magò, ma con due tette da paura; due antipatici clown muniti di pistoloni; una Pippi Calzelunghe con due codini come un dondolo; e, dulcis in fondo, una Betty Boop tutta occhioni e lunghe gambe e parrucca nera. Visti i camuffamenti né Malefica né Betty avrebbero saputo dove nascondere i ferri. Li avrebbero presi salite in macchina. Non fosse stato per quei revolver quell’Aronne avrebbe pensato che ci sarebbe stato da divertirsi: “Fate le brave ragazze. State calme, non fate scherzi. Cosa volete”?
Loro erano calme, o almeno lo sembravano, lui, il cretino, molto meno. Dovevano fare in fretta. Malefica si prese cura del borsello, Betty andò diretta alla marmotta, la cassaforte, senza chiedergli nulla, mentre Pippi lo legava come un salame e i clown lo tenevano sotto tiro. Non una sola parola. Nemmeno un fiato. Poi sodisfatte e sicure tornarono in strada. Abbassarono la persiana e salirono negli automezzi destinati. Poi via nel nulla con dietro il pacco. Non avevano mai immaginato tanto ben di dio. Né visto o sognato diamanti tanto belli e grossi; proprio come noci. E due giorni d’incassi erano come due anni di buoni stipendi. Avevano il paradiso davanti ai loro occhi. E per di più un milioncino non era una cosa da poco; quasi due miliardi delle vecchie lire. Certo che non aveva perso l’appetito. Lo avevano lasciato sull’Appia, senza nient’altro che le mutande e la canottiera, due mesi dopo. Otylia si era innamorata del suo orologio e non avevano avuto il cuore di chiederle di rinunciarci. Erano andate persino in televisione, certo non con la loro faccia. In tutti i notiziari: il fantastico Colpo delle Maschere. Un titolo proprio azzeccato. I giornali ne parlano ancora; anche se sempre più di rado. Ma non li leggevano ormai più. Quelli italiani non arrivavano alle Laccadive. Con tutto fuori e lui che se le guardava e si beveva il suo bloody mary che s’era fatto portare con la barca.
Nell’ordine Pippi era ridiventata l’innocente Paoletta; Maga Magò una Claudiana più giovane, ma sempre piene di abbondanti virtù; i due Clown erano tornati ad essere uno la brava Otylia e l’altro una Severina carina; Malefica, la più riottosa, alla fine si era rassegnata e si era lasciata convincere ed era ridiventata Beatrice; e Betty non aveva fatto troppe storie a ritrasformarsi nell’originale, Virginia. Ma erano rimaste nel cuore completamente legate ai personaggi che avevano interpretato. In fondo la vita è sempre un meraviglioso spettacolo; solo una commedia. Erano certe che avrebbero rimesso quei panni. Per ora dovevano pensare solo a divertirsi. A Baldassare, finito il suo bloody mary, avrebbero provveduto. Non era come una di loro.
Se è il lavoro a dare dignità all’uomo, avevano imparato dal primo rapimento che: se c’è una cosa certa quella è che il crimine cambia la vita. Severina, che sa, avrebbe detto che era stato proprio come sparecchiare un altarino. Ma due… Ora pensavano che la pratica rende l’uomo scaltro, e che un lavoro ben fatto dà sempre le sue belle soddisfazioni.

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Io e Giacinta siamo sposati da vent’anni. Le voglio bene, ma, diciamo così, i gesti d’affetto si sono raffreddati; sono diventati più vaghi. Credo succeda a tutte le coppie. Lentamente e senza che nessuno dei due se ne accorga. Scivolando nella noia. Insomma viviamo bene insieme e ci ignoriamo con simpatia. Litighiamo anche sempre meno, e sempre e solo ancora per cose banali. Abbiamo perso la passione anche per quello.
Credo sia così anche per lei. Io sono un tipo un po’ sedentario. Qualche avventura ma niente di più. Nulla capace nemmeno di riscaldare il nostro rapporto. Sempre cose molto brevi che non hanno lasciato ferite. Ma ho sempre meno voglia anche di quello. Però lei è una buona moglie. Sempre attenta e premurosa. Mi accudisce bene. Con cura. Ha sempre una parola premurosa, e la casa è sempre in ordine. Su me non transige: non mi lascerebbe uscire meno che assolutamente ordinato. Vuole essere ancora orgogliosa di me.
Solo da poco ho un piccolo segreto. Ho scoperto la beatitudine di una donna che mi accarezza i capelli. Non si può nemmeno dire che è un vero vizio. Solo che avere le mani che mi frugano delicatamente e mi accarezzano il cuoio cappellino è un vero e proprio godimento. Me ne starei sempre lì, con quelle mani in testa. Ora vado dalla parrucchiera, uomo donna, almeno tre volte la settimana. E vado sempre dalla stessa. Da Sansone’s shop.
La prima volta ho accompagnato Giacinta, mia moglie. Poi ho imparato la strada. Sono sempre gentili e non mi fanno aspettare troppo. Lo shampoo è il trattamento da me preferito. Si inizia sempre con quello. Non nego che inizialmente ero un po’ imbarazzato. In mezzo a tante clienti. Che raccontano e spettegolano. Anche le riviste sono quelle preferite dal gentil sesso. Cose sulle celebrità e di gossip. Spesso sono l’unico maschio. Un po’ alla volta mi sono liberato dai miei pregiudizi. Sono diventato uno dei clienti più affezionati.
Ci sono diverse ragazze. Non le ho mai contate. Saranno un otto dieci. Tutte sempre affaccendate. E’ c’è la signora Maila Elizabettta Valarie, la padrona, che tutti chiamano Eli. Giacinta mi ha consigliato di non chiederle del suo nome. Non so perché. Credo che sia originaria da Bran, un posto che mi era, fino ad un attimo prima, sconosciuto; che dovrebbe essere nei Carpazi. Non so se in Ungheria o in Romania. Sicuramente in una delle due Repubbliche. L’ho sentito dalle ragazze che bisbigliavano tra loro. Senza farsi sentire. Sembra che con loro sia meno gentile. Che sia una che pretende. Forse è solo una mia idee tratta da sussurri rubati.
Tra tutte le ragazze quella che preferisco è Cristelliana. Certo non è bella. Forse è la meno carina. Forse non lo è affatto. Certo Diasporana è molto più graziosa. Ha una bella figura e il camice le sta bene. Spesso lascia qualche bottone del grembiule aperto. Poi è una che conosce l’arte di strofinarsi con gentilezza. Non che non la apprezzi. Non che non sia garbata come le altre. Forse lo è anche di più. Ma come me li lava e mi massaggia la testa Cristelliana, per me, non c’è paragone con nessuna. Anche se non è bella ha delle mani magiche. Un tocco fantastico.
I capelli però li taglia solo la signora Eli. Cristelliana a vederla non le si darebbe fiducia; un centesimo. Forse fa solo la shampista, e qualche eccezione per me. Non ha il grembiule, come le altre. Ha spesso i capelli neri, fin sotto le orecchie, con qualche strano ricciolo. In tagli che sembrano improvvisati o sbadati. Un sorriso sgraziato. Degli orecchini a dente di squalo. Poco trucco. E’ sempre insaccata in un paio di jeans e una maglietta, spesso macchiata, che mostrano molta fatica a contenerla tutta. Più che robusta è pienotta, anche nei posti che fanno infuriare le donne. Sui fianchi. Sulla pancia prominente che smotta. Sugli arti. Eppure dev’essere giovane. Con un sedere per sedie a due posti. Ha braccia da far invidia a più di qualche uomo, solo che sono tenere, flosce. E due tatuaggi, uno sul bicipite destro e l’altro affiora dallo scollo della maglietta, che odio, come odio tutti i tatuaggi.
Sotto quella maglietta deve avere abbastanza seno, che sembra già stanco. Ma sono pazzo delle sue mani. Ormai tutte mi conoscono, e sanno i miei guasti. Forse sospettano di quel segreto. Certo che a volte sono servito tra l’ilarità sbarazzina, veloce e temporanea. A volte credo si predano gioco di me, e allora mi affidano alle cure di Diasporana o di qualche altra; o della prima che si libera. Succede di rado. Sanno che posso aspettare. Quasi sempre mi lasciano servire dalla mia Dea. Lei mi fa accomodare. Mi prega di togliere gli occhiali. Mi chiede se va bene la temperatura dell’acqua. Se voglio quello rivitalizzante, rinforzante, tonificante, con balsamo, eccetera. Per me fa lo stesso e lo sa. Fa parte del gioco. Mi passa il pettine. Mi passa le mani sulla testa e… Poi, nella schiuma, comincia a farmi impazzire. Io chiudo gli occhi e volo.
Poi mi risciacqua e torna ad insaponarmi una seconda volta. Questa volta con meno energia. E’ una carezza molto intima. Un contatto onanistico. Le sue dita fanno sesso con i miei pensieri. Lentamente. Con sensuale dolcezza. Proprio come piace a me. E’ una goduria. E’ il massimo. Non mi hai mai sfiorato con altro che le dita. Nemmeno per un attimo. Nemmeno per un centimetro. Ed è di una precisione chirurgica. Mai una sola goccia d’acqua mi è scesa lungo il collo o si è avventurata dentro le orecchie. Mai il più piccolo fastidio che possa distrarmi dal piacere. Poi mi fa accomodare su una sedia girevole. Li asciuga col phon. Li pettina. E io cerco di ritrovare la calma. E ricomincio a provare malinconia.
A volte torno a casa ancora in preda a quell’eccitazione. A volte è persino tanto violenta da essere dolorosa. Certo Giacinta ignora la ragione di questo. Non la può nemmeno immaginare. E’ sorpresa e più spesso seccata. Non mi chiede e io non ho nessuna voglia di svelarlo. Quasi sempre mi allontana invitandomi a calmarmi. Io sbuffo e di malavoglia, in quei casi, ricorro al bagno. A Cristelliana non ho mai chiesto niente; niente di lei. Non ha importanza. I soldi se li guadagna tutti. Mi da già più di quello che mi potrebbe dare. Il nostro è già un rapporto soddisfacente. Quasi completo. E poi la amo solo quando chiudo gli occhi e sento il contatto dei suoi polpastrelli sulla testa. Se la guardo mi passa ogni entusiasmo. Non vorrei rovinare tutto. Forse un giorno le chiederò se posso chiamarla semplicemente Cristi.
Prendo appuntamento appena aprono. Così hanno tutto il tempo per me. C’è come più intimità. Senza il brusio delle chiacchiere delle ficcanaso intorno. Va tutto troppo bene per poter essere vero. No! non è colpa di Giacinta, questa volta. E’ solo che le cose belle sono sempre destinate a durare poco. Cristelliana mi sta sciacquando per la seconda volta quando mi da la notizia funesta. Il peggior pomeriggio della mia vita. Una vera pugnalata. Mi spiace che sia lei a dovermelo dire. Egoisticamente preferisco essere ferito da lei piuttosto che da un’altra. Che lo confessi la sua voce. E’ naturale che io reagisca male. “Dottore, –mi ha sempre apostrofato così, credo per una questione di rispetto– mi spiace doverglielo dire ma lo sa che sta perdendo i capelli”?
Quando sono tornato a casa ero proprio depresso. Non avevo voglia nemmeno di parlare. Solo di litigare. Non facevo che guardarmi allo specchio. Chiedermi Perché proprio a me? Era una sorta di penitenza fin troppo amara. Non sapevo che fare. Avrei voluto sparire. A cena ho mangiato senza appetito e quella notte non ho dormito. Ne sono seguiti dei giorni d’inferno. Poi ho rivisto la luce in fondo al tunnel. Cristelliana mi aveva colpito a morte e Cristelliana mi ha ridato speranza. Erano le quattro e un quarto del pomeriggio, anzi, per la precisione, le quattro e diciassette, quando ha suonato il telefono. Era lei. Ho riconosciuto la sua voce subito. Mi chiede se mi disturbava. Lei ho detto, con l’amaro in bocca, di no.
Sembrava contenta. “Meglio così. Parlavo con un amico, un mago del maquillage e della cura della pelle. E allora mi sono ricordata di lei. Scusi se mi permetto. Non so perché. Mi ha detto che potrebbe essere una forma di alopecia leggera, ma dalle mie spiegazioni lo esclude. Derivare da stress, allora sarebbe solo passeggera. Per essere sicuri sostiene che è meglio intervenire. Ed intervenire subito. Dice che si sono fatti passi da giganti. Che ci sono degli olii e delle pomate a base di erbe che fanno miracoli. Che favoriscono la ricrescita”. Non sapevo come ringraziarla. Ero fuori di me stavolta perché strafelice. Tanto da restare senza parole e senza fiato e non chiederle niente di più. Solo dopo mi son dato dello scemo e l’ho richiamata. Era a casa. In negozio m’hanno dato il numero, senza che dovessi insistere troppo. Forse hanno sentito che ero agitato.
Le chiedo come devo fare. Dove debbo andare. Mi dice cortese che se lo desidero, ma solo se lo desiderio, ma è un po’ costoso, però potrebbe passare lei per casa mia. Sarebbe una gentilezza solo per me. Fuori orario di bottega. Ma devo prometterle di non farne cenno al lavoro. Non c’è niente di male, ma semplicemente non vuole avere rogne. E qualche soldino in più fa comodo anche a lei. La tranquillizzo colmo di speranza da spendere in fretta. Proprio stasera Giacinta ha la canasta. Per le prossime sedute non sarà difficile inventare qualcosa. E poi che c’è di male. Non può essere gelosa di una shampista. Di Cristelliana. Si vede da lontano che è una che ha imparato presto il suo posto. E allora torno a vivere. Anche più di prima.
Stasera viene dopo cena per il primo trattamento. Quando suona sono già sulla porta. Arriva con un borsone con tutto ciò che le serve. Persino un paio di asciugamani bianchi. Mi chiede dove si può cambiare. Mi rassicura che le va bene qualsiasi posto. Le indico il bagno. Si sbriga in fretta. Esce con una specie di pigiama candido. Senza macchie. A prima vista sembra un’infermiera senza il cartellino. E’ più presentabile del solito. Quell’abbigliamento la fa sembrare più magra. Le toglie almeno un sette etti.
Mi fa sedere. Mi bagna la testa e la spalma con le diavolerie che ha portato. Più che profumo fanno puzzo. Ma non è troppo sgradevole. Comincia con un massaggio lento e profondo e meravigliosamente eccitante. Dice che devo avere pazienza. Ho tutta la pazienza del mondo. Non sapevo che dovesse durare per due ore. Avrei speso il tempo di tutta la notte; sotto le sue dita. Mi ci vorranno almeno una decina di sedute per sapere che tutto funziona anche su un cranio perfettamente calvo. Verso la fine esclama: “Ma… dottore”… Ma io sono già in preda al più straordinario appagamento.

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Ecco come la racconta Wu Ming 4
Atene, UE, 4 aprile 2002, h. 0.01
La Grecia è in Europa. Paese membro dell’Unione Europea, intendo. Forse già un po’ meno europeo degli altri: all’aeroporto di Atene ti lasciano fumare anche se è proibito.
Mi aggiro nel cuore della notte tra freeshop chiusi, luci sparate a giorno, tensiostrutture da architetto strapagato. Gli aeroporti sono tutti uguali.
– Devo aver contratto la sindrome di Genova – dice Vittorio Agnoletto col fiato corto e l’aria preoccupata – non riesco a parlare cinque minuti che mi viene una tosse secca fastidiosissima. Sono i lacrimogeni…chissà che merda c’era dentro. Devo fare assolutamente delle analisi.
Me li ricordo i lacrimogeni di Genova, due in particolare: quelli che un solerte carabiniere mi ha infilato tra i piedi da sotto lo scudo di plexiglass che reggevo. Asfissia è la parola giusta. Ero in via Tolemaide. Quasi un nome biblico.
Noi altri fumiamo per allentare la preoccupazione. Parliamo fitto, io, Guido del Corto Circuito e Anubi. Anubi è il suo nome anagrafico, non un soprannome. E’ nato nel 1970, tempi di fascinazioni esotiche, tempi di genitori giovani e freakettoni. Noi parliamo, Agnoletto cammina per l’aeroporto deserto, attaccato al cellulare.
– I compagni hanno telefonato da Gerusalemme: il nostro arrivo è annunciato sui giornali.
– Bisognerà improvvisare qualcosa.
– Non ci faranno mai passare.
– La guerra come va?
– A Nablus i palestinesi sono riusciti a organizzare la resistenza armata. Hanno fermato i tank. Betlemme è in fiamme. I giornalisti sono usciti dalla chiesa, i francescani fanno da intermediari. Gli italiani di Indymedia restano chiusi a Dehijeh, ma c’è il progetto di creare un ponte umanitario per farli uscire. Hanno posto delle condizioni, ma non tutti sono d’accordo a venire via. Si stanno scazzando tra loro.
Anubi, da buon giornalista, è un bollettino in presa diretta. Ha scovato una postazione Internet e non la molla. Ogni mezz’ora un aggiornamento. E qui il tempo non manca.
– Il nostro programma?
– Dovremmo fare una conferenza stampa e incontrare i pacifisti israeliani a Gerusalemme. Poi spostarci subito a Ramallah.
– Notizie da là?
– Ci aspettano. Quelli a cui dovremmo dare il cambio vengono via domani. Dovremmo incrociarli all’aeroporto. Loro all’imbarco, noi alla frontiera.
– Non ci faranno mai passare.
– Almeno i parlamentari sì.
Passo in rassegna i “nostri” parlamentari. Pagliarulo dei Comunisti Italiani. Sui cinquanta, pelato, occhiali, cravatta, aria distinta, accento meridionale. Non parla una parola d’inglese. Martone dei Verdi. Giovane, occhiali, buon inglese, giacca a vento. Luana Zanella. Caschetto biondo, sorriso simpatico, valigia con le rotelle, scarpe col tacco, battuta pronta.
Il resto della delegazione sonnecchia o beve caffè al bar. C’è Luciano Nadalini, storico fotografo bolognese. Mi conosce da quando sono nato o giù di lì. Valerio “Ciano” Monteventi. Consigliere comunale bolognese, stazza da rugbysta, campione di retrospettive sul ’77. Anche lui mi conosce da quando giocavo col pongo. Amici del vecchio genitore, che oggi prende il sole a Cuba. Beato lui. Egidio: trascorsi da anni settanta e una faccia che non dimentichi.
Poi Giangi. Era appena sceso dalla nave a Palau quando gli ho annunciato che volevo raggiungere i compagni in Palestina. Ha girato la macchina e il traghetto ed è tornato indietro per venire con me.
Quattro compagni di Roma, insieme a Guido. Due della Cgil di Trento. Marco Revelli, intellettuale senza bisogno di presentazioni, cana blanca, baffi e sorriso inossidabili, sulla sessantina. Agnoletto continua a parlare al telefono, non si ferma mai. Incredibile che in un uomo così piccolo si concentri tanta energia.
Guido Lutrario, uno dei portavoce del centro sociale Corto Circuito di Roma. Fa il maestro elementare. Dice che se ci espellono potrà almeno andare a prendere sua figlia a scuola, oggi pomeriggio.
Anubi D’Avossa Lussurgiu. Che cazzo di nome. Impermeabile di pelle nera e occhiali da sole cangianti. Che cazzo di abbigliamento.
Guardo tutti. Ne manca uno solo. Mi specchio in una vetrata. Eccolo qua: lo scrittore.
Non ci faranno mai passare.
Tel Aviv, Israele, 4 aprile ’02, h. 4.15
Gli aeroporti sono tutti uguali. Stesse luci a giorno. Stesse strutture. Stessi gabbiotti per il controllo passaporti. La prima persona che vedo quando entro è Giovanni De Rose, presidente dell’Arci Emilia-Romagna. Faccio per salutarlo, ma mi fa un gesto impercettibile con la mano. Poi mi accorgo dello sbirro enorme che lo sta accompagnando. Faccio finta di niente e avverto gli altri. Lo portano in un ufficio sulla destra. Ci sono altri italiani. Un paio li riconosco: Claudio “Scarface” Sabbatini (ricordo una foto appesa nella stanza di suo figlio: lui e Arafat che si abbracciano) e Luciana Castellina. Sono una decina. La prima delegazione, quella arrivata un’ora fa con il primo aereo.
Ci mettiamo in fila per il controllo passaporti. C’è una ragazza dietro il vetro. Per la verità la maggior parte degli sbirri in vista sono donne.
Le nostre risposte, in un inglese approssimato, la fanno sogghignare.
– E’ la prima volta che vieni in Israele?
– Sì.
– Dove vuoi andare?
– A Gerusalemme.
– Credevo volessi andare a Ramallah.
– No. A Gerusalemme.
– Ah sì? E che attività svolgi?
– Volontariato sociale.
– Certo, certo, come no… E perché vieni proprio in Israele?
– Per partecipare a un progetto di pace al seguito dei nostri parlamentari.
– Certo, certo. Accomodati pure in ufficio.
Io mi metto in fila per ultimo. Ho il tempo di guardarla a lungo. Venticinque anni, brufoli in faccia, tono strafottente. Glieli leggo negli occhi i pensieri. Eccoli qua gli amici di Arafat, i fiancheggiatori dei terroristi. Comitiva di straccioni che pensano di venire a fare i loro comodi nel nostro paese.
– Perché vieni in Israele?
– Accompagno i nostri parlamentari che sono qui per un progetto di pace.
Sbuffa annoiata. Raccoglie tutti i passaporti e dice: – …Per accompagnarli a casa.
Quando raggiungo gli altri mi dicono che la prima delegazione è stata già accompagnata al controllo bagagli. Nadalini telefona a De Rose.
– Ci stanno espellendo. Ci hanno già perquisito le valigie e ci hanno attaccato l’adesivo per il prossimo volo su Linate. Hanno fatto passare soltanto i parlamentari.
Meglio che niente. Quelli a Ramallah devono arrivarci a tutti i costi.
– Voi cosa pensate di fare?
– Cercheremo di convincerli.
Il tempo passa. Più volte i parlamentari chiedono spiegazioni sul nostro fermo, ma i poliziotti non danno risposte. Le poliziotte sono tutte giovani. Luciano si accorge che le sto guardando.
– Hai notato che sono tutte dei cessi? Hanno tutte dei culi enormi. Come le nostre vigilesse.
Sorridiamo.
– E tutta ‘sta gente chi sarà?
In effetti nell’aeroporto continuano ad arrivare centinaia di persone. Appena scese dagli aerei, si incolonnano ai gabbiotti riservati ai cittadini israeliani. Non ho mai visto una raffica di arrivi come questa, a quest’ora di notte, in un aeroporto. In un paese in guerra, poi.
Un sospetto. I nostri sguardi si incrociano.
Un paese in guerra.
Un brivido ci percorre la schiena, mentre li osserviamo ammassarsi e passare in fretta.
Riservisti.
Cittadini israeliani residenti all’estero che tornano per essere arruolati. Magari con voli speciali. Sharon ne ha richiamati già 40.000.
Li guardo e quasi non ci credo. Sono padri di famiglia, giovani in tenuta da mare che tornano dalle vacanze, ragazze in canottiera. Gente normale. Borghesi che rientrano dalle ferie, ma che domattina non andranno in ufficio. Indosseranno una tuta mimetica e imbracceranno un M16. Guideranno un carro armato. Forse ammazzeranno qualcuno.
Deglutisco a fatica. Il brivido non mi abbandona più.
Insieme a noi aspettano altri italiani. Sono dei Beati Costruttori di Pace. Ci dicono che sono fermi qui da dodici ore. Li stanno espellendo.
Mi avvicino a quattro tizi con pance e baffi uguali. Sono greci. Medici Senza Frontiere.
– Venivamo qui per dare una mano. Per assistere i feriti. Ma non ci vogliono. – dice il più giovane.
Una sbirra esce dall’ufficio e ci chiede di seguire il collega che ha i nostri passaporti al controllo bagagli.
Agnoletto protesta, chiede perché siamo stati fermati.
Il “collega” è due metri per un quintale e dieci di peso.
– Noi siamo la polizia. Quello che diciamo, tu lo devi fare. Qui funziona così.
– Anche in Italia, – dice il piccoletto – ma è nostro diritto sapere cosa avete intenzione di fare. Se ci state espellendo dovete fornirci un motivo.
– Qui non è questione di diritti. Quello che dico, tu lo devi fare.
Agnoletto si agita, si gira verso di noi: – Bisogna fare qualcosa. Cominciamo a chiamare l’Ansa, l’ambasciata, il consolato, la Farnesina…
I parlamentari telefonano. I parlamentari parlamentano con la polizia.
I parlamentari ritelefonano. Esibiscono i tesserini.
La tensione sale. Rimango un po’ scostato con Ciano, che mi fa: – Oh, ma lo sai che nel ’70 Potere Operaio fece un manifesto con Leyla Kahled, seduta alla macchina da scrivere, col mitra di fianco. E sai qual era il titolo? “Padroni, bastardi, vi dirotteremo!”.
Poi ride forte. La tensione gioca brutti scherzi.
All’improvviso, una telefonata ci avverte che dall’altra parte della frontiera c’è un rappresentante dell’ambasciata.
– Finalmente. Il console?
– No, l’addetto commerciale.
Rido. Non frega a nessuno che siamo qui e che ci stanno ricacciando indietro senza addurre alcuna motivazione.
– Abbiamo giusto il tempo di arrivare al controllo bagagli per decidere cosa fare. – dice Agnoletto.
Guido, Giangi e Anubi, con i cellulari quasi scarichi, si mettono in contatto con i compagni che ci aspettano fuori dall’aeroporto e comunicano la situazione.
Poi arriva la notizia peggiore. E’ De Rose, la prima delegazione sta venendo imbarcata su un aereo per l’Italia con la forza.
– Hanno spintonato Sabbatini, la Castellina l’hanno trascinata per i piedi fino all’uscita, a De Rose gli hanno storto una caviglia. Perfino l’addetto commerciale del consolato si è preso degli spintoni! – annuncia Nadalini.
Ok, adesso sappiamo cosa ci aspetta.
Adesso dobbiamo decidere. Agnoletto ha ragione, non resta molto tempo, stiamo già camminando verso il controllo bagagli, in fondo all’aeroporto.
Ci siamo.
Il piccoletto non molla: – Non potete espellerci così.
I parlamentari protestano: – Dovete fornirci una motivazione. Non è ammissibile che non possiamo sapere perché ci mandate via. Vogliamo parlare con un rappresentante del nostro consolato.
Arriva un altro funzionario di polizia, in borghese.
– Il vostro consolato non c’entra niente. Questo è un paese in guerra e siamo a noi a decidere chi può entrare e chi no.
Sono tutti gentili. Per ora. Fermi, ma gentili. Sordi alle proteste, ma gentili.
– Volete creare un incidente diplomatico? – chiede Martone.
Non gliene frega niente. Questo è un paese in guerra eccetera eccetera.
– Siamo in contatto telefonico col nostro Ministero degli Esteri.
Questo è un paese in guerra eccetera.
– L’Italia non ha mai espulso nessun cittadino israeliano.
Questo è un paese in guerra eccetera.
Mentre la discussione prosegue, mi accorgo che ci hanno circondati. Sono ancora soprattutto donne. Che ridono e ci sfottono. Ma già, siamo amici dei terroristi.
Però ci sono anche cinque o sei energumeni in divisa. E altri sbirri in borghese.
Mi accorgo che Ciano è rimasto fuori dal cerchio, isolato dal gruppo con una manovra lenta e “gentile”. Lo fanno entrare per primo al controllo bagagli, cioè lo perquisiscono, poi lo accompagnano da un’altra parte. Mentre lo scorta via, lo sbirro lo indica ai passeggeri appena sbarcati. Non capisco l’ebraico. Ma la parola “Arafat” è chiara come il sole e ripetuta ogni frase. Quelli annuiscono o sorridono.
Ciano è una montagna. Ciano è il più grosso della comitiva. Troppo grosso. Meglio allontanarlo con modi gentili, prima di passare alle maniere forti con noi.
Agnoletto e i parlamentari continuano a discutere, ma i poliziotti si stanno innervosendo. Sento un rumore di legno sbattuto e intravedo uno di loro che nasconde un mazzo di manganelli nella stanza del controllo bagagli. Dove gli sbirri vogliono convincerci a entrare uno a uno, per perquisirci.
Merda.
Cercano di spingerci dentro stringendo il cerchio.
Con una rapida consultazione decidiamo di sederci e incordonarci tra noi. Ci trascineranno via come hanno fatto con gli altri.
Una poliziotta si china a parlare con Agnoletto.
– Se fate così dovremo usare la forza.
– Non avete alcun diritto di espellerci. Siamo pacifici e non abbiamo fatto niente.
Un energumeno in divisa alto due metri scosta la poliziotta e prende su di forza il piccoletto. Lo sfila come un’acciuga dal barattolo e senza nessuna fatica lo lancia dentro la stanza delle perquisizioni. Gli altri ci impediscono di muoverci. Nadalini, che, forse per via della telecamera a tracolla, pensano sia un giornalista, viene afferrato e bloccato sulla porta. Lui deve vedere cosa ci aspetta.
Agnoletto viene sbattuto sul bancale, un braccio girato dietro la schiena. Il poliziotto gli preme il ginocchio sulla spina dorsale e altri tre lo prendono a calci e pugni. Le urla si sentono da fuori. Dura tutto pochi secondi, poi lo rispediscono fuori.
– Ragazzi, questi menano… – dice con gli occhi sbarrati e la voce strozzata.
Lo soccorriamo. Non ha niente di rotto, anche se sembra potersi spezzare come un grissino. Solo qualche bozzo in faccia.
E’ la volta di Marco Revelli. Lo trascinano dentro per la collottola, mentre lo riempiono di calci alle costole. Quindi afferrano Egidio, che per fortuna se la cava con poco.
Noi siamo ormai tutti in piedi e urliamo. Accenti emiliani e romaneschi si mescolano in un coro di “Basta!”, “Stop the violence!”.
Siamo in mezzo a un aeroporto internazionale. Un aeroporto come tutti gli altri. Stesse luci troppo forti, stesse tensiostrutture del cazzo, stessa organizzazione dello spazio, stesso ferro e cemento. La polizia sta pestando un piccoletto di quaranta chili e un signore di sessant’anni. Mi guardo intorno, cerco di incrociare gli sguardi della gente che affolla la sala. Sono indifferenti. Nessuno dice nulla.
Mormoro tra i denti: – Siete finiti.
Basta così. Non ha senso farci massacrare tutti quanti. Sono disposti a farlo. Non gliene frega niente. Né alla polizia né a chi sta assistendo ala scena senza battere ciglio. Loro sono in guerra. Noi siamo nemici. O amici dei nemici. Dobbiamo andare a farci fottere a casa nostra.
Rassegnati entriamo uno dopo l’altro a farci perquisire. Risparmiano solo i parlamentari.
Io resto per ultimo.
Quando mi fanno entrare mi trovo di fronte un ragazzino. Avrà al massimo vent’anni, i capelli rossi e le lentiggini. E’ almeno trenta centimetri più basso di me. Dietro di lui, gli energumeni mi fissano.
Prima la giacca. Poi il marsupio, oggetto per oggetto. I liquidi per le lenti a contatto.
Il ragazzino si ferma. Mi guarda e dice: – Stand! – indicando un punto davanti a sé e mimando il gesto delle braccia allargate.
Deve perquisirmi.
Resto fermo. Guardo lui. Guardo gli sbirri che hanno picchiato i miei compagni di viaggio. E’ davvero finita. Ci cacciano via, ci timbreranno il passaporto, memorizzeranno i nostri nomi. Probabilmente non potremo più rimettere piede in questo paese. Non ci abbiamo mai messo piede, a dire il vero. I nostri compagni sono nell’ospedale di Ramallah, a tenere aperto lo spiraglio di una debole speranza. I nostri compagni hanno sfidato i cecchini e i posti di blocco per consegnare cibo alla popolazione civile. Hanno scortato le ambulanze. Sono stati testimoni oculari dell’orrore. Del cecchinaggio e delle esecuzioni. Dei civili massacrati.
Avremmo dovuto dare loro il cambio. Accompagnare i deputati di un parlamento europeo a vedere cosa succedeva a Ramallah. A garantire la sicurezza per i convogli umanitari e a difendere i medici palestinesi. Non potremo farlo. Ce lo hanno fatto capire in modo molto chiaro.
Avete vinto, bastardi. Ce ne andiamo.
Incrocio tutti i loro sguardi. E mi inginocchio con le mani sopra la testa.
Il ragazzo è rapido, mi fa subito rialzare, rosso d’imbarazzo, e mi consegna agli sbirri.
Tel Aviv, Israele, 4 aprile ’02, h. 8.15
La buona notizia è che ci reimbarcano sullo stesso aereo dei compagni che erano a Ramallah e che sono in partenza per tornare a casa. Almeno faremo il viaggio accompagnati dai loro racconti. Un bagno di calore umano dopo la doccia fredda.
Resto in fondo alla fila anche stavolta. E quando metto il piede sulla scaletta, mi fermo a stringere la mano a uno degli sbirri.
Rimane talmente stupito dal gesto che non riesce nemmeno a ritirarla.
– Volevo soltanto visitare il tuo paese. Vedere con i miei occhi. Incontrare i miei amici. Perché non posso farlo?
Lui scuote la testa, non capisce se dico sul serio o se lo sto prendendo per il culo. Guarda i colleghi e balbetta qualcosa di incomprensibile.
Salgo la scaletta col cuore che batte per l’emozione di rivedere tutti i miei supereroi preferiti.
Vaffanculo, sono uno scrittore. Torno a casa e scrivo.
no (c) 2002, WM4

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Enrico Mazzucato 10469303_801639323220062_8390893481013635969_oAlla fine, quando si tirano le somme, e si potrebbe guardare con il senno di poi, tutto è risultato chiaro e lineare, quasi banale, ma mentre procedeva l’indagine, tra momenti d’impasse e sconforti vari, tutto pareva ingarbugliato e la soluzione sempre più lontana. La scena del crimine era molto compromessa con reperti e impronte di tutti i generi. In casi come questo si pensa sempre per primo al povero marito. Ci si azzecca quasi sempre. Si era subito ipotizzato che si trattasse del classico delitto di gelosia, ma il coniuge sembrava veramente onestamente sconvolto e sbigottito. Comunque si era continuato, per gran parte del tempo iniziale delle investigazioni, a sospettare di lui, di quel povero marito della povera vittima, una donna, ma non sembrava possibile in quanto, al momento dei fatti, l’uomo stava parlando a un convegno davanti ad una cinquantina di ascoltatori distratti. Se fosse stato lui sarebbe stato quantomeno diabolico. Inoltre pareva che la coppia filasse in armonia, perfettamente d’amore e d’accordo.
Poi, per un po’, abbiamo seguito la pista della rapina. Ma non mancava nulla dalla scena del crimine tranne delle barrette di cioccolato fondente e una confezione di brioches. Il delinquente aveva lasciato gli involucri delle cioccolatine che aveva consumato sul posto. C’erano tracce di dna che non combaciavano con nessuno dei sospettati congetturati fino ad allora. Abbiamo analizzato anche i quattro mozziconi di sigaretta rinvenuti nel posacenere, due con evidenti tracce di rossetto, ma si sono dimostrati appartenere alla vittima –quelli con il rossetto– e all’uomo che era con lei in quel momento topico e delicato –gli altri due. Sul motivo perché quei due giacessero a letto alle quattro del pomeriggio di una bella giornata soleggiata sono state formulate abbondanti e attendibili ipotesi, ma, a me personalmente, viste le calze bianche e la ciocca in testa della signora, osservati il tipo di canotta e il fatto che si fosse sfilata gli orecchini, o non li avesse proprio messi, questo indicherebbe una precisa premeditazione ai fatti, visto il disordine in cui è stato trovato il letto, la ragione è sembrata fin da subito più che palesemente evidente.
Il cognato della vittima, un vero signore, è tuttora il nostro migliore e unico testimone, solo che a tutt’oggi resta traumatizzato e sostiene di non ricordare nulla dell’accaduto. Su alcuni particolare si è chiuso in un assoluto riserbo. Quando siamo arrivati, chiamati da una vicina protestante disturbata dai rumori mentre guardava la settantatreesima puntata del suo serial preferito, il poveretto era ancora sotto il letto e ancora senza nemmeno le mutande. Lo abbiamo dovuto pregare di uscire e di ricoprirsi. Fatta irruzione nell’appartamento dalla porta rimasta aperta davanti ai nostri occhi s’è presentata una vera alcova con tanto di telefono bianco, con la cornetta che pendeva attaccata al filo senza toccare terra. Quello che non siamo ancora riusciti a comprendere è la presenza di quelle due maschere di Topolino e Minnie appoggiate sopra le lenzuola stropicciate. In quanto pare proprio, e fuori di ogni ragionevole dubbio, che i due si conoscessero bene, anche per quei vincoli di parentela. Non abbiamo perso la speranza che l’uomo, col tempo e molta pazienza, ritrovi la memoria e sia in grado di darci le informazioni necessarie onde farci capire la ragione della presenza di quelle due maschere seppure carnevale sia passato da un bel pezzo.
Nel telefonino del signore, in seguito, abbiamo ritracciato uno scatto della vittima che è quello che si può vedere e che è stato allegato agli atti come referto probatorio numero nove b. Si può notare che la signora ha un’espressione sorridente che si potrebbe definire anche serena e in un certo senso candida con un bel sorriso e un indumento –un top– che non la copriva molto. Si sarebbe potuta classificare certamente come una bella donna molto avvenente. Quando abbiamo rinvenuto la vittima la minuscola canotta di lustrini, molto, anzi esageratamente scollata, la indossava ancora ed era sporca del suo stesso sangue, rosso su rosso. Mentre le mutandine e una corta gonna erano piegati meticolosamente su di una poltrona, difficile se non improbabile supporre che una signora come lei fosse arrivata vestita solo di quei vestiti perché i capi di abbigliamento erano atti a non passare del tutto inosservati. Probabilmente apparteneva alla stessa anche una giacca grigio perla rinvenuta nell’attaccapanni dell’entrata. Come ho avuto occasione di affermare nell’esposizione dei fatti brancolavamo nel buio, nessun ricettatore da noi contattato con solerte sollecitudine si era visto offrire un paio di due orecchini a stella con incastonate piccole perle.
Per fortuna tutto è cambiato in base ad ulteriori successivi approfondimenti sui reperti ritrovati da parte della scientifica e quel tutto è stato reso ancora più semplice quando abbiamo reperito la registrazione di quella telefonata. E io cretino che mi ero anche chiesto come lo spieghiamo al marito che abbiamo trovato la moglie a letto nel letto di un altro, del fratello, per giunta. Con le voci che si sovrappongono il primo a parlare è proprio il marito che stupidamente non aveva nemmeno avuto l’accortezza di cancellarla dal cellulare che l’arguzia e l’intuito dell’appuntato Santinbeni, di propria encomiabile iniziativa, aveva provveduto a far mettere sotto controllo: “Sì può sapere cosa hai combinato, cretino”?
Quello che mi hai detto”.
Ti ho dato l’indirizzo”?
”!
Hai seguito il piano”?
Sì! Il secondo, prima porta a destra. Tutto okkei”.
Ti ho spiegato bene che si trattava solo di prendere quel contratto con la firma di mio fratello e che non si doveva fare male nessuno”?
”!
Per via della sua partecipazione alla società. Ai proventi”?
”!
Che mia cognata non aveva nessuna interessenza nella società”?
Credo di sì”!
Ti ho dato le foto”?
”!
Le hai studiate bene”?
Sì! cioè credo di sì”.
Ti ho detto di far sembrare che fosse una rapina”?
”!
Dovevi dargli una botta in testa”.
”!
Hai preso su qualcosa prima di andartene”?
Qualcosina. Ero di fretta”.
Qualcosina cosa”?
A parte… non importa. Non li ho proprio presi. Insomma… un paio di orecchini che erano sul comodino e mi sembravano belli ma non di grande valore. E come mi hai detto li ho buttati subito. Sono stato bravo? Insomma… buttati… Me ne sono liberato”.
E allora”?
Che ne so”?
Ti ho detto di appostarti e aspettare che la moglie uscisse e lui restasse solo”?
”!
Ma hai fatto come ti ho detto”?
Perfettamente. Sono stato delle ore sotto fingendo di essere un mendicante suonatore di kazoo. E l’ho vista uscire con i miei occhi”.
Ti sei almeno coperto il volto per non farti riconoscere”?
Certo”!
Sei sicuro”?
Credo di sì”.
Cosa vuol dire credo”?
Avevo quel cazzo di kazoo nell’altra mano. Non sapevo dove infilarlo. Ed ero ancora vestito per la posta, ma avevo un gran bel paio di baffi finti”.
E allora com’è potuto succedere”?
Che ne so? Sarà rientrata. Mi sarò distratto, ma ti giuro solo un attimo, forse… probabilmente… quando sono andato a farmi un cicchetto”.
Cazzo, racconta”.
C’è poco da raccontare. Entro con la chiave che mi hai dato. Me li trovo davanti. Lui scivola terrorizzato e sparisce rannicchiandosi sotto il letto come una pulce. Lei urla come una forsennata da richiamare tutto il vicinato. Mi prende un tale spavento… Allora sparo alla bionda e me la filo perché le cose si stanno mettendo male”.
Bionda hai detto. Sua moglie è una bruna, anche graziosa”.
Ti assicuro che quella era bionda. Bionda naturale. Prima dovevano stare facendo degli strani giochini. Sai come siete voi ricchi? Lasciami dire, un gran bel pezzo di gnocca. Una vera porca. Uno e sessantasette circa; direi. Secondo me quelle non erano sue, troppo perfette. Un gran bel… sì, insomma. Due labbra gonfiate. Con uno strano tatuaggio sulla spalla destra. Direi un asso di bastoni, ma non ho guardano bene bene e con calma. Non potevo certo fermarmi molto. Stavo dimenticando, aveva la fede al dito. Mi spiace per il cornuto. Non le capisco certe donne, e tu”?
Ma… ma… allora hai fatto fuori mia moglie, deficiente”.
Che ne potevo sapere”?
Cazzo, come hai fatto a sbagliarti”?
Vorrei vedere te. Che ne so? Forse… Quand’è uscita aveva un cazzo di cappello in testa”.
Che ci faceva lì quando avrebbe dovuto essere a Ivrea”?
Lo chiedi a me, amico? La vuoi la mia versione? La verità che ho visto con i miei occhi? Si stavano semplicemente trastullando e alla grande, amico”.
Cosa vuoi dire”?
Mi dispiace per te, amico, ma lei era sopra e lui sotto. Sul grande letto. Dovevi vedere l’energia che mettevano. Sentire come gemevano. Vuoi che ti faccia un disegnino? Sono rimasto a guardarli un paio di minuti senza che nemmeno badassero a me. Come se non ci fossi”.
Ma sei proprio un dilettante”.
Me li dai quei cinquecento”?
Era mia moglie… cazzo, aveva lei il nostro pacchetto azionario”.
Non ne capisco di aziende”.
Il resto della conversazione e delle seguenti sono state trascritte e verbalizzate ma non sono state riportate nel presente sunto informale, per solo mio uso e memoria, poiché prive di grande valore giuridico. Da quel momento ho indirizzato le indagini nuovamente sul marito e su un suo caro amico della materna già noto a noi per piccoli reati quasi insignificanti contro la moralità. Il coniuge sospettato, a precisa domanda, risponde che il cretino corrisponde al nome di tale Saint-Honoré, strana coincidenza, altresì conosciuto con il suo vero nome che all’anagrafe risulta infatti quello del vecchio amico Luigi, detto Gigi, Battiston, già tratto tempestivamente in arresto e attualmente in fermo trattenuto in una cella presso la locale caserma. Un amico colto e interessato aveva ravvisato da subito nei fatti come si potesse trattare di un episodio che pareva sputato un classico esempio della teoria freudiana del dualismo di Empedocle ovvero, in parole povere, della stretta connessione tra eros e thanatos. A me veramente era sembrata sull’istante solo un’assurda e inutile, nel nostro caso, formula chimica.
Il marito si dichiara estraneo ai fatti in quanto non presente, come poteva dimostrare chiamando al banco dei testimoni numerose persone; per aver perso le tracce dell’amico che non aveva più rivisto da tempo, per il quale nemmeno allora provava molta simpatia e fiducia, ma di averlo solo sentito per una telefonata che doveva essere a compimento di una burla; in quanto innamoratissimo della bella donna che gli era sempre stata fedele, sostenendo anche che ci doveva essere certamente un’altra logica spiegazione per la presenza della propria moglie in quella stanza –camera da letto ndr–; in quanto lei non si sarebbe mai prestata a una simile cosa e non avrebbe mai indossato simili panni, dovevano certamente averla rivestita post-mortem; In quanto gli orecchini non erano un suo regalo e lei non era usa accettare regali dagli estranei che non fossero lui; e anche in quanto assertore convinto della non violenza; e aveva immediatamente chiesto quale tutela la presenza di un avvocato.
Il maggior indagato, ovvero il Saint-Honoré, si dichiara con caparbia ostinazione innocente in quanto nello stesso momento dell’orrendo omicidio era nelle vicinanze, ma si stava dilettando quale virtuoso di kazoo, anche per raggranellare qualche spicciolo, infatti aveva ancora in tasca la refurtiva per euri ventisette virgola quindici centesimi; perché lui poteva assomigliare a quello chiunque quello fosse, ma non aveva mai portato i baffi; perché lui non poteva essere un assassino in quanto non era mai stato un assassino; perché l’arma non era sua e non sapeva in quale cassonetto fosse finita; perché era vero che aveva in tasca quegli orecchini ma li aveva trovati in un uovo di pasqua la nipotina; e, in ultima istanza, aveva chiesto la clemenza della corte, senza chiedere un avvocato, per infermità mentale in quanto, trovando la porta aperta, e non essendo assolutamente vero che lui aveva ingoiato le chiavi, e nessuno lo poteva dimostrare, era stato traumatizzato e poi spaventato dall’indecente attività dei due e dal grido della donna.
Personalmente stento a credere che i due abbiano agito da soli.

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