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Posts Tagged ‘Vittorio Arrigoni’

Eravamo in tanti, tanti a S. Giovanni Lupatoto. Eravamo tutti. C’era anche chi non c’era. Ne sono certo. Anche chi non poteva esserci. E c’era amore.
Era settembre, era ottobre, era oggi, era domani, era ogni giorno, era sempre. Sempre così bello. Sempre così difficile. Con un sorriso, e le lacrime a gonfiare gli occhi. E col sole negli occhi –gli occhi non sanno mentire– e ancora speranza nel futuro. Anche quando ti sembra di stringere solo sabbia in quel pugno. O soltanto vento. O ti nascondi in un silenzio. Non è mai tempo solo di dormire. Quel sonno. Vorrei e non vorrei. Vorrei essere là. Essere con te. Così come sei qui, con me. E pagare il prezzo, un prezzo alto, il prezzo di tutti, per essere. E per conoscere. Perché la vita ha ancora speranza. E ha fame: fame di giustizia. E ancora ascolto narrarmi di te. Come a giocherellarmi vicino. Storie che sembrano di tutti. Storie che diventano sempre più mie. Per tornare. Perché è bella la vita piena delle risa dei bambini. Perché e nel dolore che si ama. E’ dalla sofferenza che si può capire. E’ nell’illusione. E’ nell’utopia. Pirati. Senza bandiere. Così diversi e così umani. Senza Frontiere. E nemmeno l’orizzonte per confine. E c’è il mare a Gaza. E continua il viaggio. Ed essere ancora vivo. Di nuovo vivo. Perché c’è sempre un dio in cui credere. Un piccolo poeta dentro di noi. Quella sete d’amore.
A una madre

Vittorio Arrigoni

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Bimbo in mezzo alle macerie di GazaRicevo una lettera da un amico di Gaza. Io conosco solo l’italiano e la lettera è in inglese scritta con tastiera in arabo (cioè da destra a sinistra). Cerco di dare almeno il senso del suo doloroso messaggio senza alcun commento poiché si commenta da sola:

Cari amici italiani,
Come stai? spero che questo messaggio possa in fine arrivarti, vorrei dirti quello che succede alla gente di Gaza. Siamo dentro una guerra, la striscia di Gaza è sotto attacco da caccia e droni ogni giorno.
Da per tutto ci circonda la morte, feriti e distruzioni, fino ad ora sono 820 i martiri. Tra loro ci sono 230 bambini e 310 donne. 6.000 sono le persone ferite e sempre in maggior parte sono donne e bambini.
Non c’è cibo, acqua, latte per bambini e medicine per i feriti. Gli ospedali sono presi di mira dai barbari attacchi aerei israeliani. Quindi, non vi è alcun posto sicuro, nessun luogo per rifugiarsi.
Anche le famiglie sfollate sono state colpite da missili e razzi, non ci sono luoghi o case per 350.000 persone e ci sono a migliaia sono i dispersi.
Per terminare, Gaza ha chiesto a tutti gli amici e le persone oneste aiuto per le sue donne e i bambini, per ottenere case invece di macerie, cibo, latte e medicine per i bambini di Gaza che piangono sotto il fuoco
Con i miei migliori auguri
cordiali saluti
Tarigmoamer
Gaza
Palestina

Sotto riporto l’appello accorato in originale. Mi scuso ma dove non arriva la mia conoscenza della lingua ho cercato di far parlare il cuore

Argent Lettera
Deascritta: Gazar Italian friends ,

How are you , I hope this message will arrive you and you in abest fine , I want to tell you what happens to people in Gaza , we are in a war , Gaza strip is under attack by jet fighters and warshipsall day .
We are surrounded with death in everywhere , injured losses , until now there is 820 martyrs ( between them there is 230 children and 310 women ,6000injured people most of them from children and woman.
there is no food , water ,milk for children and medicine for injured people .
Hospitals are targeted by barbaric Israeli air strikes . So , there is no save place in Gaza
Displaced families has been hit by many missiles and rockets, there is no places or homes to 350000 person and there is thousands of lost people .
To end , Gaza asked all friend and honest people to help here women and children to get homes instead of destroyed homes ,food, milk and medicine
Gaza children crying under fire
With my best wishes
Your sincerely
Tarigmoamer
Gaza

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Donne palestinesi davanti al musoLa singolarità dello stato di israele, il suo essere una “democrazia atipica, la mancanza di una significativa opposizione interna ad una politica “espansionistica”, e colonialista e imperialista, si evidenzia fin dalla sua nascita e ancor prima. E’ consuetudine datare l’inizio del “dramma palestinese” al 1948 con la “Nakba” (catastrofe), ma il tema israele è precedente, ben più lontano, databile col “sogno” di creare in quella terra di Palestina uno paese teocratico, e prima ancora. Molto spesso le politiche delle dittature e/o “arroganti” hanno fatto della religione il vessillo strumentale a supporto dell’odio e del terrore. A giustificazione di ogni massacro. La scelta poi di costruire lo stato con la “forza” e non la “diplomazia” è conseguente alla sua stessa origine. Questo trova conferma nelle poche pagine “scappate” alla censura di “regine”, pagine non solo scritte da mano semita, ma da mano fortemente sionista, in alcuni casi persino sfuggite da notevoli rappresentati di governi israeliani. Si veda a questo proposito, solo come piccolo esempio, Vivere con la spada di Livia Rokach.
Ancora oggi si parla di migrazione di ebrei verso israele. Non vi è nessuna migrazione, di ebrei e non, verso una “terra promessa” ma il fenomeno in atto, con caratteri sempre più chiari con il trascorrere del tempo nell’affermazione sionista, assimila tale falso esodo più al concetto che comunemente viene dato nei linguaggi conosciuti al termine “reclutamento” che al ricordo mistificato della Diaspora. Si reclutano, appunto, disperati da tutto il mondo, di religione ebraica ma anche no, purché disposti ad investire il loro futuro in una “avventura” di “conquista”. Quei pochi che poi manifestano dissenso interno anche solo sui metodi di “affermazione” di quella politica basata sulla “vendetta” e sul “terrore” nel migliore dei casi sono fortemente emarginati e spinti verso l’esilio. Naturalmente vengono marchiati come traditori, parola questa che dovrebbe essere ben conosciuta, nei suoi significati, in israele, e che da sola dovrebbe distinguere una democrazia compiuta. Il marchio di traditore solo in israele e nelle più ottuse dittature sostituisce nel dibattito politico il lemma “dissidente”.
In parole molto semplici (poiché il linguaggio tecnico e ricercato è servo solo al rendere meno comprensibile la realtà e i temi trattati) il “sionismo di stato” non è conseguente all’olocausto né all’ “errante” ma più assimilabile, fin dall’inizio, allo sviluppo di uno stato equiparabile alle grandi dittature del novecento; mondo che si sperava in via di estinzione dopo la “sconfitta dei fascismi”. Certo come ogni forma di dittatura ha le sue particolarità, ma ha anche molte similitudini con precedenti facili da ricordare. La fondazione dello stato di israele, con la politica della conquista coloniale attraverso lo strumento del braccio armato, è sostenuta fin dall’inizio da formazioni paramilitari a stampo chiaramente e dichiaratamente terroristico. Che questo terrore sia diventato stato è conseguenza naturale dal momento stesso che il terrore ne diviene governo. Quei coloni che girano amati in territorio della Cisgiordania, protetti da un esercito da loro stessi alimentato, evocano certamente più il ricordo dei movimenti oscuri di quel lontano passato che semplici cittadini o contadini. Continuano e perpetrano l’eredità delle formazioni terroristiche degli inizi. Ci sarebbe da aggiungere che la mistificazione della “sicurezza” resta tutt’ora uno dei pretesti più palesemente mistificatori di questa storica operazione di “pulizia etnica” che è l’odierno vero olocausto.
E’ consapevolezza di chi scrive che questi temi andrebbero più specificatamente trattati e sviluppati anche con il sostegno di accurata documentazione, nonché attraverso gli episodi della storia recente e meno contestualizzati. Non dispero di trovare il tempo e la voglia di farlo nel futuro, pur consapevole dei mie limiti, non sono né uno storico né un politico ma solo un umile “curioso”. Non dovrei essere deputato a farlo. Spinto dall’attualità (oggi è il 19 luglio 2014 e continua l’assedio e il massacro a Gaza, così come continua l’occupazione militare e il terrore in tutta la Cisgiordania, o West Bank che dir si voglia, che continuerò a chiamare Palestina) mi sembrerebbe utile rompere l’informazione della propaganda e del silenzio cercando di capire dove nasce il problema che da decenni attraversa tutto il medio oriente in una continua opera di destabilizzazione dell’area. Infatti insieme ad un’informazione certamente insufficiente e fortemente ottusamente “giustificatoria” verso il governo di Tel aviv per quella che confusamente potremmo definire “politica interna” (interna alla Palestina), c’è il silenzio assoluto sulla “politica estera” di israele. Sul massacro della cultura e dell’intelligenza palestinese portando la voce della violenza anche nel cuore dei paesi che hanno dato rifugio e quegli esuli, Europa compresa. Sui rapporti con paesi indiscutibilmente dittatoriali e le sue missioni di assistenza tecnico-militare fino in America Latina. Lo strano dialogoopposizione (che a tratti diventa sostegno) ad integralismi diversi dal suo, evocando un islam che non esiste. Di come israele abbia in tutta questa storia “provocato” crisi e distruzioni in tutto il medio-oriente. Di come abbia destabilizzato e fomentato la guerra nei paesi vicini, tanto in Libano, come in Siria, eccetera, in un disegno imperialista di egemonia nell’area. Di come continui a ricattare e minacciare il mondo intero. Potremmo continuare ma ci fermiamo con una domanda, premettendo che siamo decisamente contro la guerra e i suoi strumenti: «in base a quale raziocinio può un paese che dispone di uno degli eserciti più efficienti al mondo, di una tecnologia bellica tra le più raffinate del pianeta, sostenuta anche da un non indifferente arsenale nucleare (che impunemente si tende a nascondere), minacciare un paese terzo che si sospetta si appresti a fare la stessa deprecabile scelta di dotarsi di strumenti nucleari e trovare sostegno nelle “democrazie” dell’Occidente»?
Senza tacere di come la giustizia in israele (solo) verso il palestinese non giudichi ma condanni direttamente a morte il semplice sospettato e condanni a morte l’intero popolo. Ma personalmente mi sembra ovvio che la “politica della forza e della vendetta”, la menzogna della sicurezza, neghino qualsiasi possibilità al dialogo, creino un linguaggio fatto di vocaboli diversi (amo ricordare almeno Lessico deviato di Patrizia Cecconi), atti a comunicare incomunicabilità, e si concludano con la presunzione della costruzione di una “razza superiore”. Lo so bene che quest’ultima affermazione entra in un terreno di dialogo minato. Non si intende qui mancare di rispetto a tutto il mondo ebraico e l’ebraismo, parliamo sono di una politica, il sionismo, che sembra vergognarsi dei martiri della shoah come di vili, vittime destinate per natura al sacrificio, che non ha provato vergogna a trattare con gli stessi carnefici. Invero mi sembra consequenziale che chi ritiene di poter giudicare gli altri in base ad una verità propria, assoluta, indiscutibile su base fideistica, prefiguri per sé l’appartenenza ad una superiorità in qualche modo di razza di infausta memoria.

P.S. immagine trovata nella pagina Facebook di Al Fatah Italia

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Lettera agli amici.
Bene o male di anni e strade ne ho attraversati abbastanza. Come dice la canzone: «Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze, e anarchici distratti cadere giù dalle finestre». Di santi e profeti ne ho conosciuti quanti basta. Sono rimasto agnostico, in tutto, nonostante le grandissime verità che mi sono state rivelate. Non posseggo quella Verità e anzi le grandi verità mi spaventano; coltivo il dubbio e ho sempre una domanda su tutto, forse anche una in più. Cerco di mantenere indipendente il mio agire, il mio pensare, il mio giudicare. A volte ci riesco, altre non lo so. Ammetto sono umano, fallibile e tra i tanti vizi ho anche quello del fumo. Solitamente non amo parlare, preferisco lasciarlo fare a chi ne ha più autorevolezza o ne ricava una maggiore soddisfazione. E’ anche una lontana scelta politica, non per questo mi sottraggo, quand’è necessario, ad esprimere il mio pensare. Qui è uno di quei casi in cui mi sento tirato per i capelli nel ribadirlo poiché, pur non chiedendo giustificazioni all’agire degli altri, queste giustificazioni mi vengono richieste per il mio sostegno alla causa palestinese. In realtà non sostengo la causa palestinese, sostengo la Giustizia, la Resistenza, i Diritti umani, la “Pace”. Ho sempre cercato di essere dalla parte degli ultimi. Tra i tanti miei “compagni di strada” abbondano le “anime pure”; ammetto di non esserlo. Preferisco il fare alle parole. So di non essere il solo. Non per propria aspirazione la Palestina si è trovata ad essere “esemplare” in questa Lotta e nel dar voce a questi Diritti; negati. Me lo ha ricordato un “amico” che mi manca: Vittorio Arrigoni. Non mi credo depositario del suo pensiero. Lavoro portando avanti solo una sua idea: «Restiamo umani». Per tutti quegli altri, li rimando ai mie raccontini sperando ne traggano piacere.
Non ho simpatia per il “pensiero unico”. Nel mio fare cerco di avere dei punti fermi, magari pochi ma chiari. Grossomodo girano attorno a pochi concetti, molto semplici poiché non sono un grande indagatore da vaste praterie di elaborazioni filosofiche. Allora parliamo di «Resistenza». Ne so poco ma da quel poco credo sia una cosa di una certa piccola complessità. Parliamo della nostra breve Resistenza di cui vado, e spero andiamo, ancora fieri. Sì! quella della «Bella ciao». Così m’è stata raccontata nei libri in cui ho frugato. Quella “nostra” Resistenza è durata due anni, anzi due stagioni poiché in montagna d’inverno fa freddo. Il primo anno le operazioni belliche sono state soprattutto dirette da Resistenti in divisa. Uomini, e ripeto Uomini, che avevano disertato l’esercito regio italiano per una scelta diversa, quella della dignità e dell’opposizione alla sudditanza al mostro nazista e alla barbarie. Da istruzione militare l’ingaggio contro il fascismo è stato provato in campo aperto, appunto con strategia militare. I risultati sono stati disastrosi per i Resistenti. E’ anche su quella lezione che le forze Resistenti hanno iniziato quella campagna in cui si usava una tecnica che molti anni dopo sarebbe stata chiamata di «Guerriglia» (non so se a qualcuno il nome del Che ricorda qualcosa?).
Quella, come ogni Resistenza, è stata fatta da Uomini, e naturalmente Donne, non si voleva fare qui un discorso di genere, diciamo da «Esseri Umani», che non hanno coltivato tanto il gusto dei paroloni ma hanno messo a rischio le loro vite. E come ogni Resistenza è stata una cosa complessa, nemmeno priva di eccessi. Come qualsiasi “evento bellico” non è stata fatta da, e per, stomaci delicati. Bisogna essere bravi a contestualizzare gli eventi. Si lottava per la Libertà. In quella lotta è vero che molti hanno imbracciato le armi, e a loro va il mio enorme Rispetto e tutta la mia Riconoscenza. Uguale Rispetto e Riconoscenza va a tutti gli altri Resistenti. Non meno resistenti sono stati i tanti, i fuoriusciti, coloro che hanno dato vita alla stampa clandestina, senza magari mai sparare un colpo. A chi ha fatto da supporto ai “Partigiani” in armi, che li ha ospitati, nascosti, sostenuti e sfamati. Agli operai delle fabbriche in sciopero. Uguale Rispetto e Riconoscenza e Ammirazione va naturalMente alle staffette partigiane. Mi fermo qui nell’esprimere il mio pensiero su questo poiché spero di essermi spiegato abbastanza. Ricordo solo che tra i molti che hanno perso la vita la maggior parte lo ha fatto senza aver mai sparato un colpo. Ma di tutto questo meno se ne parla meglio è, l’importante è tenerlo a mente, farne bagaglio, ideale.
Ora, secondo il mio buon senso, mi risulta che qualsiasi Lotta non sia fatta solo e soprattutto di proclami. Il “mio caro padrone domani ti sparo” non è uno slogan ed un invito perché lui, il padrone, non tardi all’appuntamento e si faccia trovare pronto. Nell’ specifico è semplice ironia. Nella Lotta avvertire l’avversario non mi pare poi una delle strategie più innovative e astute. Ma tant’è e poi questo esula da quanto volevo dire. Volevo invece soffermarmi su un altro punto. Il mio avversario l’ho sempre cercato davanti, non tra i nostri ranghi. La forza di una Resistenza sta nell’unione e nel riuscire a trascinare dietro le proprie Idee grandi aree della società, quello che per anni si è chiamato Popolo. Nel muovere classi sociali e consenso; facendo ogn’uno la propria parte. Cosa posso io fare per la Palestina? Poco. Quel poco, per mia scelta sta nel dar voce ai Palestinesi. Non a questo o quel Palestinese, ma ai Palestinesi. Ammettiamo che i Palestinesi sono un Popolo, non un pensiero unico. Un Popolo fatto di Persone, di Idee, a volte diverse, di Emozioni. Sono un Popolo in Lotta. Non mi sono mai sognato di parlare a nome loro. Di ridurli ad un’unica voce, tantomeno la mia. E a più voci abbiamo dato spazio e modo di esprimere il loro pensiero. E posso fare solo un’altra cosa che da molti mi è stata chiesta: «Informare». Informare come… DIRE LA VERITA’. TESTIMONIARE quello che succede in quella terra martoriata. Questo noi di “Restiamo umani con Vik” cerchiamo di fare con tutte le nostre forze e nel limite delle nostre capacità. Tutto quanto non chiaramente espresso al riguardo nelle mie parole si può evincere facilMente, non risparmiando la propria intelligenza, tra le righe. Parlo a nome mio senza giudicare il lavoro degli altri e ai giudici vada il mio… Andate con dio.
Mario Dal Gesso

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Circola in Facebook una polemica che forse fa sentire qualcuno importante. Vorrei disporre meglio del mio tempo, ma causa mia mi sono trovato coinvolto per aver condiviso con leggerezza una foto. Me ne assumo ogni responsabilità. Mai creduto di essere infallibile, ma davanti a alcuni commenti sento il dovere di chiarire la mia posizione e il mio pensiero politico, che alla fine non credo così rilevante. Mi preme solo non essere frainteso visto l’importanza del tema trattato: la Palestina.
Sono di parte, sono sempre stato di parte, sarei orgoglioso di potermi definire Partigiano. E con estrema modestia mi richiamo a quella grande Tradizione, a una Storia, a un’Italia. Sono lì i miei ideali, piaccia o meno. Mi richiamo a un soggetto politico nato a Livorno. Alla clandestinità e alla Resistenza. Difendo via Rasella e piazzale Loreto. Condanno fermamente le fosse Ardeatine e ogni tipo di dittatura dell’uomo sull’uomo. Avevo vent’anni nel Sessant’otto. Sono Sessantottino comunque, anche non lo avessi voluto; ma “lo volli”. Vorrei essere libero nell’agire e nel pensare e allo stesso tempo solo un militante di base. Non voglio fare e non faccio opinione.
E’ duro vivere sotto occupazione. Sulla Palestina… credo fermamente che un “Popolo” sotto occupazione abbia il Diritto di adottare tutte le forme di Resistenza che ritiene utili alla propria causa. Non mi meraviglio se davanti a tanta arroganza, alla distruzione, all’orrore, a questo criminale lento genocidio e al silenzio vi possano essere gesti (più o meno) estremi (non mi pare questo il caso). In fondo trovo il “gesto delle tre dita” una cosa più che normale. Meno normale anzi sub-normale credo questa forzata e sconsiderata e pedante richiesta di un “etica della Resistenza”; qui esagerata. Se chi si è fatto ritrarre con il forno alle spalle lo ha fatto con quella consapevolezza ha sicuramente fatto opera, minimo, di cattivo gusto, deprecabile e sicuramente non utile alla causa della Resistenza. Ne prenderei immediatamente le distanze. Solo Lei potrebbe dirlo e sinceramente non credo abbia voluto dare quel significato alla foto. Chi ne ha dato questa interpretazione è quantomeno ricco di fantasia e avrebbe dovuto avere il dovere di chiedere chiarimenti alla diretta interessata; facendo tutto questo nella sfera del privato.
Non mi sforzerò mai abbastanza di dirlo (anche a persone che stimo per la loro competenza): “le divisioni sono una delle armi messe in mano all’avversario”. Il foglio di propaganda sionista “Informazione corretta” non è tra i miei saggi di riferimento. Israele non ha bisogno di pretesti, se li cerca e se li inventa. Perdiamo il nostro tempo a spiegare cosa è un colono invece di santificare la loro dubbia scomparsa e darla per vera. Se condanniamo anche quel gesto delle tre dita che margini di manovra crediamo di poter lasciare alla Resistenza, tranne quello di migrare o di porre il proprio nome su una lapide, che verrà anch’essa divelta dal mostro dell’occupazione tanto privo di rispetto della vita quanto della morte?
Siamo tutti coinvolti. Non possiamo togliere a quel popolo anche la dignità della pietra. Non possiamo imporre loro solo di farsi ammazzare con un arma in mano. I sequestrati sono i palestinesi, senza alcun dubbio. Sosteniamo veramente tutte le forme di resistenza che i Palestinesi, nella loro complessa pluralità di Popolo, vorranno adottare. Così come erano molteplici nella forma di opposizione al fascismo della nostra “breve” Resistenza. Magari cercando di capire nella drammaticità quotidiana anche quei gesti che ora ci paiono, dai nostri divani, poco utili alla Causa. Davanti al fucile a volte i nervi possono anche saltare. Ieri manifestavo per Il rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani. Non eravamo molti, mentre quando c’è da parlare e pontificare allora siamo quasi un grande universo, un vero oceano. Se i 3 coloni, e ripeto SE, sono stati “arrestati” da parte di una qualche organizzazione resistente, proprio per quella legalità e quei diritti il mio pensiero è molto semplice: i palestinesi avrebbero il “Diritto”, e ripeto Diritto, di “arrestare” tutti gli appartenenti a quelle bande armate che si definiscono coloni, che occupano illegalmente la Palestina e la cui opera è semplicemente rendere impossibile la vita ai palestinesi. L’esercito di occupazione è semplicemente un esercito di occupazione, nessuna Resistenza ad esso ha bisogno di essere giustificata. La Pace non si costruisce sulle tombe, anche se, non scordiamolo, la Pace va fatta con l’avversario. Troppo facile sarebbe trovare l’accordo con l’amico.
P.S. E un amico dalle galere sioniste ci fa telefonare per tranquillizzarci che il loro morale è alto, ottimo. Questi sono i palestinesi, mostriamo loro una faccia migliore. Cerchiamo di non essere peggiori di quello che siamo.

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Bakri Locandinaincontro con il regista e attore Mohammad Bakri
insieme a
Luisa Morgantini
ex vicepresidente parlamento europeo e presidente di Assopace Palestina
e Cecilia Dalla Negra
giornalista e blogger

31 maggio 2014 ore 18.00
Venezia – ex chiesa di S. Marta

discesa pontile ACTV S. Marta, linea 4.1 – 4.2 o 5.1 – 5.2 dalla Stazione o Piazzale Roma (facilmente raggiungibile anche a piedi); subito a destra, superato parcheggio Interporto, ingresso edificio storico

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/33186www.comune.venezia.it
il n.1 è l’imbarcadero e il 2 è la chiesa

Evento promosso da:
Assessorato alle Politiche giovanili e Pace del Comune di Venezia
associazione Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina – Venezia
Coordinamento per il Medio-oriente – Venezia
Coop Adriatica

IL NOSTRO LAVORO ANCHE SUL NOSTRO SITO: http://restiamoumaniconvik.wordpress.com/

Video consigliato: http://dotsub.com/view/e3a7d2cf-4aaa-40b3-bdab-d461c3531dc2

PROFUGO

Hanno incatenato la sua bocca
e legato le sue mani alla pietra dei morti.
Hanno detto: “Assassino!”,
gli hanno tolto il cibo, le vesti, le bandiere
e lo hanno gettato nella cella dei morti.
Hanno detto: “Ladro!”,
lo hanno rifiutato in tutti i porti,
hanno portato via il suo piccolo amore,
poi hanno detto: “Profugo!”.
Tu che hai piedi e mani insanguinati,
la notte è effimera,
né gli anelli delle catene sono indistruttibili,
perché i chicchi della mia spiga che va seccando
riempiranno la valle di grano.

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Scendiamo a Tel Aviv, è notte a Tel Aviv. Aeroporto. Coda. Domande, le solite, che suonano strane; indiscrete. “Perché del viaggio”. “Quali luoghi visiterete”. “Dove alloggerete”. Siamo stanchi dal lungo volo. Siamo stanchi di quella noia. In fondo per entrare si fa relativamente in fretta. Lunghi corridoi. Tapis roulant. Foto delle glorie israeliane. Grandi finestre. Aiole. Un muro che pare amicale. E tutti a rincorrerci. Ci perdiamo. Ci ritroviamo. Dovremmo essere i riferimenti, raggruppare quello che è ancora un gregge. Ci trasciniamo con le valigie. Ci affrettiamo. C’è odore di disinfettante. C’è odore di niente. Abbiamo fretta di lasciarci dietro la capitale dello stato occupante. Fuori ci aspetta il Grande Mike, con un abbraccio e il pullman. Carichiamo le valigie e via di corsa, verso Gerusalemme est. Pronti a lasciarci emozionare. Molti di noi non sanno cosa li attende. Impareranno presto:

Alcune pagine di questo diario di viaggio scritto a più mani le avete già lette in questo blog. Ora sono diventate un libro. Non ho mai tenuto a vedere il mio nome stampato, ma se puo’ essere utile per spingervi a visitare quella terra meravigliosa che si chiama Palestina e a conosce quel popolo splendido e le sue sofferenze allora guardo quel nome e ne sono orgoglioso. Un grazie va sempre a Luisa Morgantini, a Stefano Casi e a tutti i compagni di quel viaggio, ma anche degli altri viaggi, a… dimenticavo: alla Palestina.

E un ricordo sempre caro a Vik.

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