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Archive for the ‘Profili’ Category

La chiamo zia ma non è mia zia, Zia Cesarina. L’ho sempre vista per casa. Fin da piccolo. Fa le faccende. Sistema le cose. La mamma, povera vedova che deve lavorare, e fare anche i turni di notte, con un figlio ancora piccolo, ha bisogno di qualcuno che la possa aiutare. Le voglio bene quasi quanto una mamma. Come ad una vera zia.
Credo di essermi innamorato. E’ ancora una ragazzina. Lei non lo sa. Mi sembra bella. La più bella. Credo sia per gli occhi con cui la guardo. Per quelle trecce. Per il suo viso imbronciato. Per il suo sorriso, soprattutto per quello. Per la sua voce quando mi parla. Per l’attenzione con cui mi ascolta. Per l’espressione che assume il suo silenzio quando riflette. Perché è lei. Perché è la mia più cara amica. L’unica. Dovrei dire era? Ora mi sembra essere diventata molto di più. Non so come si bacia. Non so se lo sa. Non so se avrò mai in coraggio di confessarglielo.
Ha due anni più di me, Serenella. Non credo che sia grave. Mi parla come si parla ad uno grande. Il problema è che non possiamo stare nella stessa classe. Ma ci troviamo durante la ricreazione. E facciamo sempre la strada insieme. Abitiamo a uno sputo; due passi. Credo di essermi innamorato quando sua madre mi ha invitato a entrare a fare merenda. In quella casa grade. Piena di tappeti. E mi ha dato i biscotti con la marmellata fatta in casa; la sua mamma, la signora Teresa. Teresa Bonfanti. Anche Serenella si chiama così, naturalmente, Serenella Bonfanti. Il suo cane, Rocky, mi ha fatto un sacco di feste. Ma i nomi dei cani chiedono la maiuscola? Chissà… Il papà non l’ho mai visto. E’ sempre via per lavoro. Poi la signora Teresa ci ha lasciati soli. A giocare sul tappeto. E’ stato in quel momento che ho capito. Anche. Forse. Forse lo ero già. Forse lo sono sempre stato, ma l’ho capito solo allora.
E quando mi ha preso per mano, per strada, ho provato una felicità indescrivibile. Immensa. Ha le mani tiepide e morbide. E le dita sottili e lunghe. Ma Serenella è tutta lunga. Cioè alta. Con quelle gambe lunghe e le calze nere. E’ già una spanna più alta di me. Da allora facciamo sempre la strada così, per andare a scuola, per mano. Dondolando le braccia. Se faccio il gesto lei mi precede: mi prende la mano. E si comporta come una mamma. Questo non mi piace troppo. Non so come ma vorrei che si comportasse come una vera fidanzatina. Anche se i ragazzi ridono. E lo so che si prendono gioco di noi dietro, alle nostre spalle. E dicono anche delle cose non proprio belle. Anzi un poca volgari. Non mi interessa degli stupidi. Vado diritto per la mia strada. Perché… le voglio bene… bene veramente. Se questo è amore allora è amore.
Poi una mattina… Quella mattina non è venuta. Non ci siamo visti. Poi ho saputo che aveva la febbre. Mi dispiaceva per lei. Ed ero giù di corda. Sono corso a prenderle i compiti. Volevo farle compagnia. Magari leggere un libro assieme. Solo un racconto. Non potevo perché era infettiva. Vuol dire che me la potevo prendere. Non mi sarebbe importato. Avrei voluto dividere tutto con lei. Ma la sua mamma è stata categorica. Mi ha rispedito a casa. Ma quanto sono arrivato vedevo tutto nero. Zia Cesarina non sopporta quando mi vede triste. Mi fa sedere sulle sue ginocchia. Come sempre quando sono così. O quando ha voglia di farmi le coccole. O quando sa che io ne ho voglia. O per raccontarmi qualcosa. Come a un bambino. Ma non sono più un bambino. Lei non lo sa, forse. Lei non lo vuole sapere. Per lei sarò sempre il suo cucciolo, mi dice, ed è tutta sudata. Che cosa c’è, piccolino?
Sono l’unico uomo di casa, il loro ometto. Certo mamma direbbe che sono troppo giovane per queste cose. Che sono ancora piccolo. Vorrei la smettessero entrambe con quell’ometto. Vorrei crescere in fretta. Zia Cesarina ha sempre il suo da fare. Ma lei invece trova sempre un attimo per me. Vorrei dirglielo. Anzi gridarlo. Mi sento disperato. E se Serena non guarisce? Come posso confessarle che vorrei morire? So già che mi chiederebbe cosa sono certi paroloni. Quando non so nemmeno cosa sia. Ma so quello che sento. Vorrei piangere. E i miei occhi lo denunciano. Alla Zia Cesarina non so nascondere nulla. Tanto lo scoprirebbe. Mi conosce come un libro che ha già letto. Ride prima ancora che mi venga in mente uno scherzetto, un capriccio, un dispetto. E come se mi potesse leggere in testa. Una volta o l’altra le chiedo come fa.
Gli occhi mi bruciano e nella testa ho solo un grande ronzio. Ride, con quella sua aria materna. “Non ti starai mica innamorando”? Lo sapevo che mi avrebbe mascherato. Fa caldo. Ha la blusa bianca generosamente aperta. Non è la prima volta, ma stavolta è diverso. Non so né come né perché, so solo che è diverso. Vorrei solo coccole. Vorrei che mi allattasse come quando ero piccolo piccolo. Vorrei… non lo so. Dentro quella camicetta c’è una sorta di rifugio. Una specie di nido caldo. Un riparo da tutto.
Guardo. Vede che guardo. Sorride senza far rumore. Mi sento strano. Poi si fa prendere da un’allegria che sembra divertente. Mi strofina la faccia sulle sue tette generose, sospirando Piccolo mio. Poi me le lascia succhiare squittendo come se le facessi prurito Piccolino mio, così dolce. Non so bene cosa succede lì sotto. Ho una grande confusione nella testa. Caldo. Poi, con il suo sorriso bonario mi fa accomodare, e continua quel sussurro paziente Piccolo mio. Sento che lei sa quello che fa. Mi sono sempre fidato di lei. Mi detta il ritmo. E’ la mia prima volta. E succede così. Ho una specie di sete che mi arde in gola e negli occhi. Ho fretta. E’ solo la ricerca di un godimento disperato. Dalle labbra mi sfugge un bisbiglio angosciato: “Zia Cesarina”… Lei mi sorride benevola e mi risponde solo e semplicemente: “Furfante”.
Non sono un furfante. Sono uno stupido. Forse solo uno stupido ragazzino. Amo Serena e invece credo, forse, di aver amato, la Zia Cesarina. Ne provo vergogna. So di non doverlo confessare. Nemmeno davanti al prete. E ho perso entrambe. Perché quella zia mi ha detto Scordalo, è stato solo una volta. E il mio vero amore mi ha tradito. Andando a scuola, per mano, la mia dolce Serenella è triste. Si racconta e mi racconta che le piace quello stupido di Giulio. “Credi che glielo dovrei dire”? Mi sono sentito morire. Dovevo parlarle prima. Avevo già deciso. Credo che non glielo confesserò mai.

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1. Ognuno era arrivato in piazza per un percorso diverso. Per ragioni diverse. Senza invito, ma eravamo tutti là, in Piazza. Come se si fossero conosciuti da sempre. Da sempre giovani. La prima generazione di giovani. Fieri. Pieni fin troppo dei loro pochi anni. Ancora pieni di speranze e utopie. Così sono i giovani quando hanno vent’anni. Almeno così eravamo noi. Senza passato, ma armati solo di presente. Tutti avrebbero voluto gridare con gioia “Questo è il sessantotto”. Solo che gli anni si annunciano solo dopo. A volte anche parecchio dopo. Gli riconosci quando fanno già parte del passato. Non ci si dovrebbe provare nemmeno a spiegarlo al figlio di nostro figlio.
Non ci provo. Io personalmente ero arrivato per la mia canzone fresca di bucato: Dio è morto. Quella che partiva quasi come una citazione di Urlo di Allen Ginsberg. Quella che per ascoltarla ci si doveva sintonizzare sulla radio vaticana. Ma io ero già arrabbiato di mio. E ne avevo ben donde. Molte ragioni. E avevo consumato già le suole delle scarpe. E si erano spente da tempo quelle candele, e Charlie Chessman era stato ugualmente gasato come un topo alle 10:12. Senza certezze. Cella 2455. Ne avevo fatta di strada da quelle sere. Tanta per arrivare in Piazza. Eppure mi sono fatto trovare impreparato, senza Eskimo. Con i Pugni in tasca, ma senza sassi. Eravamo noi confusi, Come Pietre che rotolano.
Eravamo pronti a vincere tutte le battaglie e perdere ogni guerra. Ancora pieni di illusioni, a colpi di chitarra. Ma nessuno ti dice le cose prima. Rimandando un appuntamento con la Route 66. Sperando di incontrare Jack in qualche Sotterraneo o al Village. Con un po’ di pakistano nero. Frisco o Deli, Goa o Katmandu. Sì, soprattutto all’inizio, era tutto una gran confusione. Con la vita e troppo davanti. E ci credevamo immortali. Convinti che almeno il padre l’avremmo ammazzato. Che il mondo era nostro e l’avremmo cambiato. Personalmente, lo confesso, sono arrivato a Istanbul circa vent’anni dopo. E con l’aereo. Cosa importa. Allora non c’era tempo nemmeno per pensare, andavamo tutti di fretta.
Figli di quelli che avevano provato ad ucciderci fin da piccoli. Con il libretto in tasca. Noi a sparare slogan e loro a sparare e basta. Maiali. Perché Giovanni Ardizzone era già stato ammazzato. Vilmente ammazzato. Lo sapevo bene. Quello che ignoravo era che avrebbe aperto la lista. Ecco da dove arrivavo. Noi che ci prendevamo le scuole, loro a far esplodere le bombe. Noi orgogliosi di essere Noi e loro nell’ombra. Quell’ombra che li nascondeva solo con la connivenza. Forse loro lo sapevano che anno era. Chissà? Noi a parlare nelle fabbriche e loro a chiuderle e delocalizzarle. L’inizio della fine. L’inizio di ogni fine. Avrei voluto già una P38.
Leggevamo. Sì, leggevamo. E ascoltavamo musica. Di quella che è, già anche qui, una colonna sonora. Il sottofondo di quella avventura imparato a memoria. Scusate se lo confesso: mi innamoravo ogni giorno. Di tutte. Di quelle ragazze non ancora streghe, ma già un poco più libere. Sempre in rivolta. Sempre arrabbiate. Già Compagne. Senza reggiseno. Erano lì, al nostro fianco. Le Compagne. La cosa più bella di quello che avrebbero chiamato dopo sessantotto. E io tonavo ad innamorarmene. Curioso di vederle sotto. Di vederle dentro. E avevo una penna, ma non ancora il vetriolo. Chissà se mai lo avrei trovato? Imprevidente sedentario vagabondo. Già viaggiatore analfabeta di romanzi.
Rossana la piazza, la piazza

2. Nostalgico irriducibile romantico. Per una storia che non c’è più. Mio nipote mi guarda. Tace. Forse non gli resta niente da dire. Forse pensa che sia assopito. Non devo essere un bello spettacolo. Tace e io taccio mentre tutto quel mondo mi è addosso. E devo farla. Portateli via i tuoi maledetti biscotti. Sto lì con i miei segreti. Perché guardavo tutto straordinariamente esterrefatto. Gridavo con gli altri. Sì! Ma io ero un uomo che veniva dal passato Ecco un altro segreto. Ero un giovane vecchio. Il Che era morto. Venivo da là. Forse l’ho già detto. Non ho l’alzheimer, ma la memoria non è più quella di una volta. Se mai è stata più buona. La vista ora è quella che è. Se voglio sapere mi devo far leggere il giornale. La televisione è diventata ombre di luce in movimento. Eppure non ho mai visto i fatti tanto lucidamente. Maledetti. La rabbia era già in vendita. Un ruggito da topo. Chissà se vedrò mai il settantesimo anniversario di quei giorni?
Tutto cambiava e niente cambiava. Si sarebbero rimangiato tutto. Che splendidi idioti. Grida più forte! Come bambini a bocca aperta davanti ad una favola. Dopo troppe volte ancora a restare sorpresi e sognare di scoprire nuovamente il finale. C’era una donna sulle barricate del maggio. Assomigliava a lei. Fiera come lei. Mi innamoravo di tutte, ma ne ho amata una sola per volta. E le potrei dire le poche volte. C’è stata Giada. E poi Rossana. Il grande amore. Quello con la A maiuscola. E poi… E l’elenco finisce quasi prima di cominciare. L’amore era già finito quasi fin dall’inizio. Quando ci siamo lasciato. E’ stata lei. Lei mi ha lasciato. Ero troppo distratto per amare come avrebbe voluto. Come era suo diritto. Dopo non mi restava che piangere. Mi piangevo addosso mentre un mondo crollava. Troppo preoccupato di me stesso. Forse anche quella mia rabbia non era vera rabbia. Rabbia assurda come un onda molle che scivola sulla spiaggia; al Lido. Non fa danni. Tanto rumore per nulla.
La fabbrica occupata era un’assurda noia mortale. Come potevamo capirli? Loro in tuta, noi in jeans. Loro con i tempi della catena. Con il cottimo. Noi a bighellonare e poi, appunto, occupare. A passare la notte con una chitarra e una birra. Ci cantavamo addosso. Speravamo. Non siamo mai stati abbastanza cattivi. Non siamo mai entrati in fabbrica. Le stavano già chiudendo. L’ho già detto? I sindacati a contrattare sulle catene. Ad accontentarsi di quattro spiccioli. Di due anelli in più. Allentare. Di un’ora d’aria. Di altri cinque minuti di pausa mensa. Noi a sognare l’America latina. Gli ultimi fuochi. A sognarsi fedayn. Gli eroi invitti e sempre sconfitti. I già patetici idealisti, illusi. L’ondata di piena di un mondo che si capovolge. Il Paradiso ora. Vogliamo tutto subito. Non ci hanno dato niente. Solo la maledetta ero. E le nuove periferie.
Come un nuovo vecchio nostalgico pentito. Come un vecchio incensiere. Per manifestare Manifesto, anzi manifesterei. La danza dei cateteri. Le reti che cigolano. E allora Sciopero. Lo sciopero della padella. E’ duro sopravviversi a se stessi. Soprattutto per quelli che come noi hanno vissuto. O creduto di vivere. Che hanno sognato. O creduto di sognare. Che non hanno mai accettato di aprire gli occhi. Che credevano veramente che un popolo unito non avrebbe mai potuto essere vinto. Che loro non avrebbero mai piegato la schiena. Ne tanto meno abbassato la testa. Che volevano buttare a mare le basi. E rinnegavano i padri. Ma non li avrebbero, in verità, mai uccisi. Quelli presenti in tanti, troppi giornali. Quelli che marciavano dietro a un pifferaio, ma credevano fosse un tamburino. Ma questa, se avrò ancora vita, la racconterò, magari, un’altra volta. Me la racconterò.
Sono solo un esubero. Un povero vecchio. Ottanta non sono poi pochi. Ottanta spesi così. Mica avevamo tanti computer allora. Nemmeno uno smartphone. Non si può mettere ordine in una storia come quella. Nata nel disordine. Nata in ogni luogo e in tanti luoghi. Anche se oggi sono in questo letto e quelle canzoni mi tormentano ancora in testa. E sarò per sempre giovane. Perché l’unica lezione che ho imparato da allora è questa.

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Ormai sono passati due anni. Precari siamo ancora entrambi precari. Solitamente possiamo vederci solo il fine settimana. Da me o da lei. Dov’è libero. Da chi dei due riesce a convincere i compagni di corso a togliersi dai piedi almeno per un paio d’ore. Io Diletta, la mia compagna, l’ho incontrata ad una festa. Doveva essere il compleanno di Alvise o di Mattia. Comunque era un compleanno. Qualcuno aveva cercato un po’ di tranquillità. Qualcuno stava limonando. Gli altri si stavano annoiando, e liquirizia Akpan si stava preparandosi una spada. Era una promessa del beach soccer prima di scoprire la roba. E di imparare che poteva guadagnarci di più. Insomma tutto andava a rilento e l’ambiente era stanco, come succede sovente in occasioni simili. Chi aveva il compito di mettere la musica lo faceva stancamente con pause infinite.
Non che me ne dispiacesse, non ho mai imparato bene a ballare. Ero come spesso mi succede solo a disagio. Fuori posto. Mi sento un po’ diverso e lo sono anche per gli altri. Ho passato l’infanzia e ho fatto la maturità all’estero. Sono cresciuto in quello che oggi mi appare come un nido di bambagia. In un sogno. Poi papà è stato rispedito qui, e tutti noi con lui. Sono piombato in questa crisi. Al nostro vecchio indirizzo. Ma la città sembra non esistere più. Molte attività sono chiuse. Ho ritrovato un mondo diverso. C’è persino meno voglia di divertirsi. E più spinta agli eccessi. Così alla festa c’ero andato perché tampinato da Ambra, un’amica. Poi lei aveva trovato quello che cercava, ed era sparita con quelli che avevano trovato un buco in cui stare da soli. Così ero da solo. Stavo per alzarmi, e salutare tutti con un silenzioso addio, quando l’ho vista. Con mia sorpresa anche lei era da sola. Seduta davanti ad una bibita. Con i jeans stinti e quella canotta generosa, di quel verdino indeciso, che sembrava interessante. Capelli lunghissimi; castani. Bella era bella. Triste pareva triste. Gli occhi suggerivano che avesse anche qualcosa da raccontare. Che non fosse solo guscio.
Non è da me ma forse in quel caso ha vinto la noia. L’ho fissata finché non mi sono accorto che anche lei s’era accorta di me. Le ho sorriso e lei ha risposto al mio sorriso che un sorriso. Sì, era bella. E giovane. Mi sono alzato e sono andato a sedermisi accanto. Lei ha alzato le spalle con un gesto di rassegnazione che non ho capito. “Volevi restare sola”? le ho chiesto. Mi ha fissato come un marziano aggiungendo solo, in un soffio, un laconico Diletta. “Non volevo disturbare.” le ho precisato. Mi sono un poco perso in quel momento. Mi sono scordato di presentarmi o altre cavolate simili, tipo che trovavo che avesse un bel nome. Mi aveva colpito maggiormente la scollatura. Se n’era accorta e aveva pudicamente cercato di coprirsi almeno un po’. Era scoppiata all’improvviso a ridere. Mi aveva fissato curiosa e mi aveva lasciato esterrefatto: “Cosa vorresti fare?… mi stai corteggiando”?
Devo essere arrossito. Fortuna che non c’era tanta luce. Ero stato preso in contropiede. In fallo; cioè… Insomma, debbo aver bofonchiato qualcosa di incomprensibile prima di trovare parole con un senso quasi compiuto: “No!… cioè… in un certo senso… Insomma sì!”
Lei mi aveva osservato. Squadrato. Sembrava avessi superato l’esame. Ci aveva pensato. Poi aveva deciso facendosi seria: “Non c’è più tempo per queste cose. Dove stai”?
In via degli specchi”.
A quel punto si stava già alzando. “Andiamo”.
Non è possibile. C’è mamma”.
Faccia schifata. Poi faccia di chi a cui crolla il mondo addosso, e cerca di scansarsi. Poi di chi stenta a capire o si trova davanti a uno un poco lento. Mi chiede perché allora ho certato l’approccio. Si pente della sua durezza guardando la delusione nella mia faccia. Cerca di darmi una seconda occasione: “Avrai pure una camera tutta tua. Capirà”.
Non è l’occasione né il momento per mentire: “Lei no”.
Resta in piedi: “Allora perché ti sei seduto? Vuoi o non vuoi”?
Mi faccio piccolo e misero: “Vorrei”.
Lei è sempre stata una donna riflessiva, ma anche decisa. Anche in quel momento ha avuto bisogno di un solo attimo. “Ce l’hai una macchina”?
Certo”.
Andiamo”.
Mi dice che lei sarebbe sempre stata una donna all’antica. Legata alla tradizioni. Illibatezza. Matrimonio. Abito bianco. I fiori all’altare. Tutte quelle cose lì; insomma. Ma i tempi cambiano e i tempi ci cambiano. Non c’era nulla da fare. Mi spiega che c’è sempre tempo dopo per il romanticismo. Mi dice tutto in quei due minuti poi la guarda e sale. Mi da le indicazioni per trovare posto nel garage del condominio. Quello che non capisco è perché si è messa la cintura per fare una semplice rampa in discesa. E perché non appoggia il cellulare. Mi guardo intorno ma non è abbastanza buio. “Non ci badare. Di questi tempi tutti si devono arrangiare”. E poi si piega, verso di me. Non sapeva ancora il mio nome e già mi concedeva quella intimità.
Né io né lei c’eravamo chiesti se e quanto sarebbe durata. Stiamo ancora assieme. Solo dopo avermi conosciuto meglio aveva potuto interpretare la mia aria di diffidenza e sbigottimento. Senza che glielo chiedessi mi ha spiegato i suoi perché. La sua filosofia aggiungendo che, obtorto collo, non poteva che essere la filosofia di tutti. Di una intera generazione. I nuovi tempi, con la loro precarietà, e la loro provvisorietà, hanno cambiato le persone. Hanno ucciso il corteggiamento. Non c’è tempo perché è il tempo ad inseguirti. Se dopo la cosa funziona allora si può cercare di trovare il tempo. Anche quello dell’innamoramento. Ma è sempre difficile essere in due. E oggi siamo qua e domani chissà. E adesso poteva dirlo di amarmi.
Ogni tanto ride al ricordo di quant’ero buffo quel giorno, in quella macchina. E della mia faccia quando mi ha detto: “Puoi anche chiamarlo per nome. Non mi offendo mica”. Racconto di lei piano perché sono tranquillo e lei sta riposando. Ambra è impegnata in un fine settimana di sci e di sesso. Ci ha lascito sogghignando le chiavi della stanza. Le parole di Diletta mi hanno fatto capire molto. Ma io non sono di questo mondo; o almeno non ancora. Cercano un apprendista con una buona esperienza. Incrocio le dita. Speriamo bene.

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156702_118821124851321_100001703036472_131674_6224606_nForse dovrei provare a descriverla. Basterebbe la foto. Soffermarmi un poco nella nostra storia. Parlare del più e del meno. Dei nostri gusti. Delle tante cose in comune. Delle nostre quotidianità. Delle letture. Magari è indispensabile aggiungere che l’amore non è sempre tutto. Tra noi lo era, ma anche i nostri tempi erano difficili, come quelli degli altri. L’amore e un nido non bastano, perché ci sono l’affitto e le bollette. E tutto il resto. E anche gli innamorati devono mangiare. Almeno due volte al giorno.
Quando ho conosciuto Ludovica, Ludovica Blanciardi, quella che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie, credevo di vivere un sogno. Alta uno e settantacinque, quasi uno e ottanta. Capelli neri come la pece. Labbra carnose. Due occhi scuri con tutti i bagliori degli inferi. Pieni di promesse. E due tette da paura. Ricordo che eravamo alla mensa. Lei due tavoli distanti dal mio. Io ero solo come mi capita spesso. Un po’ perché non amo troppo parlare. Un po’ perché a volte ho bisogno di riflettere. Un po’ perché non amo molto la compagnia e la compagnia non mi ama troppo. Si potrebbe dire che sono un tipo un poco solitario. Insomma ero preso nel mio nulla dei miei pensieri quando l’ho notata. Ho cercato subito di distogliere gl’occhi.
Non mi sarei mai nemmeno avvicinato. Una storia con lei non mi sembrava possibile. Non riuscivo più a non guardarla, di striscio, cercando di non farmene accorgere. Avevo già perso tutta la mia disinvoltura. E poi era in compagnia di un’amica. Lei, l’altra, niente di speciale. Era solo lei, la mia protagonista, che richiamava l’attenzione di tutti. Come detto anche il solo tentativo di approccio mi sarebbe sembrato impossibile. Mi sarei evitato volentieri il solito due di picche. Le ovvie scontate risatine dei cosiddetti amici. Dei presenti. Quando si era alzata un’enorme delusione mi era scoppiata in petto. Si può restare delusi anche davanti al crollo di un sogno impossibile. Invece, con mia somma sorpresa, la vedo avvicinarsi per poi sedersi al mio tavolo.
A volte succede anche l’incredibile e l’impossibile. Ora tutti in sala guardavano verso di me. Un poco di imbarazzo lo provavo. E una veloce quanto effimera soddisfazione. Destinata a non durare. Credevo. Rompe subito il ghiaccio lei. Mi chiede perché da solo. Bofonchio in preda a un marasma di disordini. Confuso. Mi dice che ha visto come la guardavo, cioè come non la guardavo. Mi chiede se è solo per timidezza. Mi fissa che mi fa sprofondare, ma anche con un’espressione amichevole. Mi chiede se non mi ero accorto di lei. Le sembra strano. Mento spudoratamente confessando che ero distratto e non l’avevo proprio vista. Mi scuso. “Di che”? sorride, anzi ride. Mi confida sollevata che dovrebbe scusarsi lei, per la sua intrusione. Che dietro gli occhiali le sembro un tipo carino. A posto. Che non le sopporta più tutte quelle troppe attenzioni. Che vorrebbe poter vivere in un isola deserta. Non ho un’isola deserta solo per noi. Fatico a pagare anche quel misero affitto.
Per farla breve non finisco nemmeno di pranzare e usciamo. Del mio corteggiamento non c’è molto da dire. E’ stato come tanti. Niente di particolare. Io non sono mai stato certo uno bravo a lusingare una donna. Neanche con le parole. Devo avere un minimo di intimità. Con lei l’ho trovata quasi subito. Ora non fatico a raccontarle le cose. Allora era tutto un po’ più complesso. Comunque… ripeto: come tanti. Facciamo due passi e lei mi prende sottobraccio. Tutti possono immaginare la mia emozione nell’averla accanto. Nel sentire il suo corpo vicino al mio. Sfiorarmi. Trasmettermi brividi indescrivibili. E credo di impazzire quando mi dice che vive sola, cioè con un’amica, ma al momento non c’è, e mi invita da lei per un caffè. Balbetto che ci conosciamo da così poco. Mi spiega che avrebbe dovuto dirlo lei, e che è una ragione in più per conoscerci meglio. Temo una beffa. Non posso crederci. Invece è tutto vero. Saliamo e mi lascia solo in cucina. Mi spiega che vuole andarsi a mettere più comoda. Quando torna credo di morire soffocato. E’ come nella foto. L’ho scattata con lo smartphone perché nemmeno io ci avrei creduto. Ha solo quella sottile e leggera vestaglietta addosso. E un paio di mutandine nere, ma si possono notare in trasparenza.
Credo di aver veramente rischiato l’infarto. Ma con lei non sarebbe rimasta una volta isolata. Almeno per i primi tempi. Ora va meglio, ma allora lei mi faceva questo tremendo effetto. “Vuoi che andiamo di là o hai troppa fretta”? Avevo troppa fretta. Di più. In modo straziante. Impellente. Indifferibile. Altri particolari di ciò che avvenne in seguito mi sembrerebbero superflui. E lederebbero l’immagine del mio amore. La descriverebbero per quello che non è. Rischierebbero di essere solamente volgarità. Solo che la cucina era linda ma la tavola ancora apparecchiata. Combinai un macello. Lei non se la prese. In certi frangenti di certi momenti è sempre stata comprensiva e paziente. Ha sempre sospirato alzando le spalle aggiungendo che Non fa niente. Sognando volavo. Temevo il dopo. Non avrei comunque rinunciato per nulla al mondo. Così è iniziata tra noi, in un solo pomeriggio. Quella che credevo un’avventura fugace, un meraviglioso e impossibile sogno destinato a non durare che per quell’attimo, e nemmeno quello, è diventata la nostra storia. Ho dormito da lei e il mattino dopo, quando mi solo alzato stanco e assonnato, aveva già pronte le valigie per trasferirsi da me. Però non è come qui potrebbe sembrare.
Solo qualche tempo dopo ho avuto il coraggio di chiederglielo Perché proprio io? Mi ha spiegato che mi aveva capito subito. Anche per questo era stato tutto più facile. Io non l’avevo guardata con gli occhi che la guardavano tutti. Non avevo azzardato uno dei soliti stupidi complimenti. Non l’avevo trattata come un fenomeno da baraccone. Si vedeva lontano un miglio che non ero tipo da allungare le mani. A quelli, agli altri, non interessava nient’altro di lei, solo quello. Ma lei non era solo quello. Ora lei è Ludovica Pallacorda. Per me Chicca o Lulù. I primi anni non ce la siamo passata male. Vivevamo in quell’appartamento piccolo del nostro grande amore. Sapevamo accontentarci. Lei non ha mai chiesto molto. Io sono sempre stato bravo ad farmi bastare il poco. Poi l’innovazione tecnologica. Gli esuberi. Tutte quelle menate lì. Alla fine lei si è sacrificata per me e per noi. Ha accettato di farlo lei, l’esubero. E solo la mia non bastava. I tempi si sono fatti ancora più difficile. A volte eravamo talmente giù da trovare fatica anche solo a parlarci.
Devo aggiungere, per completezza, che era un tipo completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare a prima vista. Nei modi dal modo in cui io stesso l’avevo giudicata, a prima vista. E si potrebbe giudicare guardandola in modo superficiale. Prima di conoscerla, veramente. Dovrei anche dire che non è una gran chiacchierona. Per parlare parla, e non le mancano certo le parole o gli argomenti, ma ci sono cose di cui preferisce evitare. Come per il suo passato. Se lo fa lo fa a fatica. E’ quasi una inutile sofferenza. Ma quella sera, come poche volte, aveva voglia di raccontarsi. Era una storia che avevo già sentito altre volte, ma era una serata speciale. Lei era tesa e stanca. Tornava da quel colloquio di lavoro. Per lei, e anche per noi, era importante. In momenti come quelli debbo essere molto paziente. Lascio che Chicca parli e me ne sto semplicemente ad ascoltare. Cercando di non interromperla.
La invito a mettersi calma e a raccontarmi com’è andata. E allora ricomincia con la storia della sua vita. Da ragazzina era proprio piatta. Non aveva niente. E già tutti dicevano che era bella. Lei diventava una furia per questo. Lo fa ancora anche con me. Lei si era sempre vista al massimo carina. Non si era mai accettata. Ma la sua vita era stata segnata da come la vedevano gli occhi degli altri. Già da allora, quando davanti era come una tavola, faceva fatica a trovare amiche. A mantenersele. Anche quelle poche erano sempre invidiose e gelose di lei. Diventavano quasi indisponenti. Per le attenzioni dei ragazzi. Che colpa ne aveva se Oriliana era un po’ bruttina. Anzi proprio brutta. Se nessuno se la filava. La invitava. Se si doveva intrufolare alle feste solo perché quelli, i ragazzi, invitavano Lulù e lei si aggregava come un pena da pagare pur di avere Ludovica. E, anche in quel caso, poi, alla mia futura mogliettina, lo facevano pagare chiedendole perché si continuava a portare dietro il cagnolino, ovvero il ramarro. La pregavano che la prossima volta… Ma questo era solo un esempio.
La verità era che Liana uno disperato lo trovava spesso. Magari solo un per bacio. Per una passeggiata. Per una pomiciata. Per qualche palpatina. Lei era sempre molto disponibile. Troppo. Se non era lui ci provava lei. Alla fine era riuscita ad accalappiare il gonzo. E continuava a divertirsi anche fuori casa. Perché per quanto brutta era pur sempre una donna. E maschi dal palato non troppo fine se ne trovano a bizzeffe. Uomini, magari sposati, che si sanno accontentare. Anche perché per tanti un’avventura è sempre un’avventura. Mica debbono spiegare con chi. Basta fare e raccontare. Magari solo a sé. Tanto per andarne fieri. Tanto che il figlio che avevano avuto assomigliava, sputato, un poco al fornaio e un poco al ginecologo stesso. Quello dove Oriliana aveva lavorato finché non aveva deciso di fare solo la mamma. Mentre per la mia bella di esperienze, vere e proprie esperienze, poche. Non fatico a crederle. Me ne sono accorto da solo. La infastidivano tutte le attenzioni che aveva intorno.
Già alle superiori era giunta al sospetto che i giudizi sulle sue interrogazioni e i compiti avessero spesso qualche punticino in più di quello che riteneva di meritare. Quando l’insegnate era un uomo, naturalmente. La metteva in imbarazzo che i compagni la agevolassero anche quando di trattava di una semplice fila. Che tutti si offrissero per darle lezioni private. Di non poter andare ad una festa senza essere assillata. Senza che tutti non pretendessero almeno un bacio. Che cercassero di allungare le mani. Di essere invitata anche in posti vietati a tutti gli altri. Che persino persone anziane si alzassero per cederle il posto quasi fosse in attesa. Che se c’era da scegliere, succedeva anche quando si presentava per un impiego, scegliessero lei già prima di iniziare i colloqui. La faceva sentire colpevole. In peccato. Responsabile in un mondo ingiusto. Non che lei non si fosse meritato tutto. Le sembrava fin troppo facile. E sbagliato.
Sbagliato di non poter avere un amico che fosse un amico. Un vero amico. Perché anche i più cari alla fine, prima o poi, non si accontentavano e avrebbero voluto di più. Essere di più. E ridicoli si confessavano. Anche Sebastiano, che aveva sposato una sua amica. Oppure di essere invitata a cena per essere poi invitata a casa. A letto. Di andare al cinema e poi sentirsi le mani di lui sulle cosce. Di andare in barca e non potersi mettere libera senza che nessuno affogasse prima ancora di tuffarsi. Che gli prendesse un malore. Forse era anche solo perché di seno lei non era avara, e ne possedeva a sufficienza. Che colpa ne aveva? E ancora molti provavano a corteggiarla. Anche se era sposata. Lei, naturalmente niente. Non aveva bisogno di ripetermelo. Ho sempre creduto in lei. Per lei era diverso. Un pochino gelosa lo era. Insomma essere bella era un vero inferno.
Se non la fermavo avremmo fatto notte. La prego di arrivare al punto. A quel pomeriggio. Lei si mostra infastidita ma dura poco. Era arrivata puntuale e l’avevano fatta passare quasi subito. Una vera fortuna. Lui era un tipo molto pacato, distinto. Con un completo Principe di Galles effettivamente molto elegante. E una cravatta veramente raffinata. E una voce pastosa, un po’ autoritaria e un po’ suadente. Ma era un tipo che aveva superato molte volte gli anta. E anche gli ultimi capelli stavano comunicandogli il loro addio. Aveva guardato svogliatamente la domanda e lei con molta attenzione. Ma le cose non erano proseguite lisce. Mannaggia al cavolo. Mi dice che sembrava farlo apposta. Cazzo! E lo esclama proprio fuori di sé e a bocca piena. Perché le aveva chiesto delle cose veramente banali, anzi proprio assurde. Come quante battute sapeva battere in un minuto. Se conosceva Internet, come se potesse ancora esserci qualcuno che non conosce internet. La sua taglia. Se aveva esperienze e in che campo. Quello era un lavoro delicato diverso da tutti gli altri.
Se era sposata e pensava in seguito di avere figli. Perché i figli vogliono dire maternità e tutto il resto. Eppure era tutto scritto là. Aveva ributtato un occhio distratto al suo curricolo. E poi, dove abitava. Che ambizioni avesse. L’interrogatorio era proseguito stancamente. Se fumava. Se aveva impegni che avrebbero impedito che si fermasse se necessario. Se c’era bisogno di qualche straordinario. Se voleva un caffè. Il numero di cellulare. Persino se sapeva stenografare. Quando al mondo nessuno usa più la stenografia. Ci sono mille diavolerie da utilizzare al suo posto. Persino programmi che trasformano in parole il suono della voce. Non sapeva quali ma c’erano. Se voleva aggiungere qualcosa. “No, niente”! Per il caffè lei aveva ringraziato e declinato l’offerta. Era già abbastanza nervosa. Era certa di aver sbagliato qualche risposta. Non sapeva quale ma ne era sicura. Che si fosse aspettato che rispondesse a qualcosa diversamente. Ma non l’aveva messa alla prova. L’aveva licenziata con un distaccato e laconico Le faremo sapere.
Aveva capito che non era andata troppo bene. Le ho chiesto cosa si sarebbe aspettata. Niente! Non lo sapeva. Non ci aveva pensato. Magari anche solo un briciolo di maggiore cordialità. Forse la sua poteva essere sola una sensazione. Sperava fosse così, ma era impaziente. Il suo volto descriveva pienamente il suo insuccesso. Le veniva da piangere. E pensava al ritorno. Alla delusione che avrebbe dato anche a lui. A ciò che avrei detto. E a tutti i loro problemi. Si sentiva responsabile. In entrata c’era ancora quella segretaria, la stessa che l’aveva annunciata, mi spiega che era una vera arpia. Cerca di descriverla con un Cerca di capire. Due fondi di bicchiere. Una crocchia spellata di capelli ormai quasi bianchi. Una bocca sottile con dei denti irregolari. Un naso a becco di civetta. E un vestito nero che mamma me ne scampi. Da funerale. Mi guardava con quello che non riusciva a diventare un sorriso. Forse voleva mostrarsi comprensiva. “Il direttore non è poi così cattivo. E’ un uomo di cuore. Capisce le situazioni come la sua, se”…
Io la potevo capire, disse, voleva solo andarsene. Stringeva la borsetta come se la volesse strozzare. Per un momento ha pensato di strozzare anche lei, la segretaria. Si fa presto a parlare. Avrebbe voluto spiegarle la loro situazione. Che di quel lavoro ne aveva proprio bisogno. Aveva quel groppo in gola. Non era riuscita a estorcersi nemmeno una parola. L’altra aveva infierito quasi incurante. “Lui è come un padre, comprensivo con tutti, basta saperlo prendere per il verso giusto, basterebbe che”… Quelle pause sospese cominciavano a darle ancor più suo nervi. Quel sogghigno un poco da equivoco e un poco approssimativamente malizioso. Come può esserlo nel viso di una vecchia megera come quella. “Sono certa che il posto può essere suo, se”… A quel punto avevo cominciato a riprendermi. Ho tirato il fiato e glielo detto, papale papale. Sbottando con un tono deciso. “Insomma se… cosa? Che… cosa”? Avrei dovuto vederla, probabilmente aveva le gote come il fuoco. Non fatico a crederle conoscendola. Ma l’altra non aveva perso un millimetro di quella orribile calma “Possibile che non capisca? Proprio una come lei. Non dovrei essere io a dirlo a un ragazza così bella, basterebbe che”… Mi ha ricordato di ricordarmi come lei non ha mai amato gli indovinelli. Voleva mandarla papale papale a quel paese. Anzi a andare a farselo… eccetera eccetera. Ma chi avrebbe avuto il coraggio di mettere anche solo le mani addosso ad una strega come quella? “Lasci stare. La faccia breve. Si spieghi. Cosa dovrei capire”?
Lei, mia moglie, mi guarda e mi chiede se potevo mai immaginare una proposta come quella. Indecente. Osservo che se non si spiega più che immaginare non posso nemmeno provare a cominciare a capire. Un poco ho anche perso il filo del discorso. Cerco solo di non mostrarmi deluso. Temo la fine del suo racconto. Invece mi dice che quella, la befana, ha avuto in coraggio di darle quell’indegno suggerimento. E anche di sogghignare mentre lo diceva. “Da quando il mondo è mondo… l’uomo è uomo. Maschio. Mi capisce? Il dottore ne va pazzo. Si farebbe convincere anche con una semplice succhiatina”.
Che ne poteva capire lei. Sapere lei che è brutta come il diavolo. Credevo, cioè Lulù credeva, perché è lei che continua a raccontare, di non aver capito. “Vuole dire?”… Forse si limitava a tenersi informata sul suo datore di lavoro. E avrei voluto almeno che la smettesse con tutti quei puntini di sospensione. “Basterebbe… Che lei glielo ciucci”. L’ho guardata sorpreso e non ho potuto fare a meno di interromperla. Lo dico tra un ti sembra possibile e un ti sembra vero: “E tu”?
Sembrava essere tornata là dentro. Rivivere quell’istante. Era in preda alla collera. Non sembrava nemmeno lei. Anche se ci avessi provato non mi credevo in grado di riuscire a tranquillizzarla. “Io sono uscita come una furia. Sono andata a prendermi un altro caffè, alla macchinetta. Ero fuori di me. L’avrei ammazzato. Lui e anche quell’altra. Quella arpia che gli faceva da ruffiana”.
Volevo consolarla. Dirle che non faceva niente. Che sarebbe andata meglio la prossima volta. Che c’è sempre un’altra occasione. Ma avevo l’impressione che il suo racconto non fosse ancora finito. “E poi”?
Si prese una breve pausa. Sorseggiò anche un sorso d’acqua. Il tentativo di tornare in sé non le era del tutto riuscito. “Ero decisa a dirgliene quattro. Come ti ho detto: avevo un diavolo per ogni capello. Ed ero appena uscita dalla parrucchiera. Lo sai. Tutto per quel bel tomo. Per il disgraziato. Ho ripreso la mia domanda di assunzione dal tavolo della megera. E sono tornata diritta nel suo ufficio, senza nemmeno bussare”.
Speravo tanto che non avesse fatto un macello. Cominciavo a preoccuparmi. “Hai fatto bene. E?”…
Un altro sorso d’acqua e si era quasi completamente ricomposta. Gli occhi le si sono cambiati. Poi è scoppiata in un sorriso che lentamente si è trasformato in una risata soddisfatta. “E… e… cosa potevo fare? Ho avuto quel maledetto posto”.
Dovevamo festeggiare. Era un posto buono con un buon stipendio. Stabile. Quasi sicuro. Con i calici già mi mano mi sono lasciato cogliere da un dubbio improvviso: “Ma allora?”… Lei mi ha subito tranquillizzato sorridente spiegandomi che non mi dovevo preoccupare. Che lei non mi avrebbe mai tradito, lo sapevo. Era stato solo uno schizzetto che aveva lasciato cadere sul quel maledetto documento di richiesta d’impiego. Niente di più. Ho sempre avuto fiducia in lei, ed ero stato fin dall’inizio pronto a crederle che la bellezza, a volte, è una vera e propria maledizione.

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Io la odio. Mamma non vuole che dica così ma, la odio. Da quando la cicogna l’ha portata tutto è cambiato. Maledetto uccello. Papà dice che è colpa della mamma, perché lui voleva un maschietto, invece è arrivata Stamila. Non ho capito. Potevano tenere la porta chiusa. Restituirla. Dire che si era sbagliata. Cosa ha fatto la mamma? Ma è cambiata anche lei. Sempre con gli occhi sopra a quella pisciaddosso. Tutt’e due. Mila di qua, Mila di là. A stento mi guardano, si accorgono che ci sono. E se mi guardano è per sgridarmi. E qualche volta ci scappa anche qualche scapaccione. “Tu sei grande.” –mi dicono.
Certo che sono grande. Io vado a scuola. E sto imparando anche a scrivere. Sono brava. Lo dice la maestra. Eppure se lei ingoia quattro cucchiai di pappa e ne sputa otto tutt’e dire a dire: “Brava! Brava!” e a battere le mani. E lei, quella nana che nemmeno è tanto bella, anche se loro dicono in continuazione che lo è, si batte le mani, anche lei, da sola. Scimmiotta come una scimmietta. E ride divertita. E io, se mi faccia una macchiolina, subito a dire che sono una sporcacciona, che devo crescere, e ancora a sgridarmi. E lei si fa ancora la pupù addosso che puzza. E loro le puliscono tutti pazienti il culetto. La mia vita è diventata un inferno: “Guarda la tua sorellina com’è brava”.
Mi hanno insegnato loro a farla in vasetto. Ora mi devo mettere in un angolo. E non mi dicono che sono brava. E non mi fanno compagnia mentre la faccio. Io non ci gioco con lei. Perché non sa giocare. Perché piagnucola sempre. Perché vuole sempre le mie bambole. Perché puzza di profumo. Perché la mamma a lei da mangiare ancora al seno e a me no. Perché se la fa nei pannolini senza avvertire e poi puzza. E dice “Cacca.” E glielo lasciano dire. E sbava. E le scendono lacrimoni dal naso. E rompe le cose con quelle zampe da orsacchiotto. E il pigiamo con le orecchie. Insomma io mica la volevo una sorellina. Avevo chiesto la casa di Barbie. Il libro di Peppa Pig. Il costume da principessa. Lo zainetto di Hello Kitty. Il cellulare dei Minion. Le bolle di sapone. Non una sorellina rovinattutto che non sa nemmeno fare la conta e se le dico nasconditi si nasconde dove tutti la vedono subito. Magari seduta sotto la tavola da pranzo. Sul divano con le mani davanti agli occhi. Crede che se lei non vede gli altri non la possono vedere, povera bamboccia sciocca.
Non è giusto. Sono stufa. Rivoglio le mie coccole. Ne ho diritto. Mi lasciano fuori. Si chiudono in bagno. Ogni volta. Per farle il bagnetto. La riempiono di talco come se impanassero una fettina. Però poi non la friggono. La lasciano nel fasciatoio e lei sbadiglia e si contorce. E’ un’idea. Entro di soppiatto senza farmi vedere né sentire. La sospingo solo un po’, senza tanta forza. Lei precipita nell’acqua. Divertita, insolente, protestante crede di doversi fare di nuovo il bagnetto. Le tengo giù la testa e lei fa tante bollicine, con la bocca e dal naso. Nemmeno quelle sa fare bene. Sono piccole e non hanno quei bei colori dell’arcobaleno. Alla fine fa solo glu glu. Io oramai mi lavo da sola: “Guarda mamma, galleggia come una paperella”.

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09f8616750569047f5c9f66bfb5e6ae5Se Luisa avesse saputo anche giocare anche a scacchi sarebbe stata una donna perfetta. A Battaglia navale era un avversario niente male, anche se a quel gioco ci vuole pazienza, intuito e molta strategia. Nemmeno a Cluedo era male, era ostico riuscire a batterla. A Monopoli erano più le volte che fallivo. A Risiko sembrava il generale Patton. Maledetta donna: a Bingo aveva una fortuna sfacciata. Le serate con lei non erano mai noiose. A Texas Hold`em poker sapeva bluffare come una vera professionista, fortuna che giocavano fagioli o pochi spiccioli. Comunque le dovevo una cifretta. A Domino mi aveva fatto capire che ero una vera schiappa. Persino a Subbuteo facevo fatica ad aver ragione della sua abilità. Solo con i giochi in rete, tipo sparatutto multiplayer, era facile farla arrendere. Forse li amava meno.
Non aveva un vero punto debole. Era incredibile. Era una donna stupefacente. Era meglio di un uomo. Non che con gli uomini… Tranne qualche lontana e dimenticata briscola al bar. E non aspettavo che il momento del nostro appuntamento. Attorno a quel tavolo, da me o da lei; mi sentivo un uomo finalmente completo. Ed era anche carina. Certe sere prima si preoccupava per i piatti sporchi che si accumulavano. O se avevo scordato di fare la lavatrice. E si sentiva veramente libera e a suo agio. Veniva preparata solo quando rientrava da qualche commissione. Per il resto, tutte le altre volte, arrivava comoda, vestita per casa. Con le ciabatte e in vestaglia, come quella sera. A volte persino senza trucco. In quei casi si giustificava perché a suo dire aveva avuto da fare e molta fretta. Si scusava per il timore di essere poco presentabile, ma a me anzi non dispiaceva affatto.
Non si faceva mai attendere. Ormai conosceva perfettamente gli impegni di mia moglie. E poi c’era casa sua. E poi una scusa si riusciva a trovarla sempre. Quando proprio ci era impossibile, lei da casa sua e io dalla mia, ci confrontavamo in quei giochi in cui i giocatori possono anche giocare a distanza grazie ai messaggini. G3 o F4, nessuno avrebbe potuto immaginare il nostro segreto. Erano una sorta di codice indecifrabile. E non poteva destare sospetti. Che poi non c’era nulla da sospettare. Ma lo sapevano solo noi. Domitilla non era gelosa e vedermi sereno la rendeva tranquilla. Anzi il nostro piccolo segreto aveva fatto aumentare la sua stima nei miei confronti. Credeva che avessi imparato a occuparmi della casa. E qualche volta Luisa arrivava prima di cena o per cena. Era anche una discreta cuoca. Prendevamo il caffè impazienti di iniziare.
Forse è la sindrome di Peter Pan, ma io avevo trovato la mia Isola che non c’è. Non glielo chiesi né glielo dissi. Non volevo metterla a disagio. Preoccuparla. E quella sera avrei dovuto avere io i neri. Già era difficile… e poi partire in svantaggio. Un’altra sconfitta forse mi avrebbe fatto coricare amareggiato. E poi non avrei voluto mai scoraggiarla, deluderla di incontrare un avversario così arrendevole. Non che non ce la metessi tutta. Le mie probabilità, soprattutto in quel caso, erano ridotte a un numero vicino allo zero. Era meglio scegliere un altro passatempo. Li avevamo provati tutti. Era troppo competitiva. Dovevo trovare qualcosa in cui il divertimento non fosse legato a una sfida, a una semplice gara. Qualcosa che non finisse con Vincitori e vinti. Non ero sicuro che fosse una buona idea e non sapevo se e come proporla: Posso chiederti una cosa?
Certo. Sicura? Sicura. Non pensareMa dai! E alloraInsommaSe lo dici tu. Te lo dico. Insomma… vorrei chiedertiNon farmi aspettare. Non vorrei. Mi fai spazientire. Vorrei cambiare. Non ti vanno gli scacchi stasera? Non è quello. Insomma mi vuoi dire? Forse non dovreiTi vuoi decidere? Mi vergogno un po’. Di cosa? Potresti toglierla. Che cosa? La vestaglia, ma non pensareNon penso; perché? Vedi. Non essere sciocco, è normaleSo che non te lo dovevoVorrei capire, solo… così all’improvvisoE’ che non ne avevo il coraggio. Non è che nonSe non vuoi. Aveva già slacciato un paio di bottoni: Non mi farai prendere freddo? Sei molto gentile. Volevo solo capire. Non pensare… Se la stava sfilando con mia meraviglia, ma anche ridendo e lentamente: Non so che devo pensare; fare. Volevo solo provare a giocare… ecco… al dottore e all’ammalata. Non essere ridicolo. Non vuoi? Non fare il bambino. Non l’ho mai fatto nemmeno da bambino. Perché non posso fare io il dottore? L’idea è stata mia. Va bene; come vuoi che mi metta? Sul tavolo. Mi sento ridicola. Facciamo come con l’Allegro chirurgo.

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donna-libroAnche lei leggeva romanzi d’amore. Si sa come sono fatte le donne, se non c’è l’amore non è un romanzo. Spesso si faceva consigliare perché è facile dire, ma trovarli è un’altra cosa. Perché le librerie le facevano confusione. Meglio dall’edicolante. Ma non ce ne sono mai abbastanza. Perché le prime volte ne era stata delusa. Sembra che tutto sia amore. Anche i drammi di gelosia. Anche i grandi romanzi epici dove l’amore è solo di contorno, relegato in un angolo. Dove una donna guarda il suo uomo combattere e farsi sbranare dalle guerre. Lo guarda e lo aspetta. Ne condivide le pene. Lo vede eroe anche quando eroe non è. E’ già pronta al sacrificio, al sacrificio di perderlo. Perché questo è essere donna.
Poi ci sono anche quelli di lettere che non sono veri romanzi. Che sono amori tormentati. Almeno quasi sempre. Patire, partirò, partir bisogna. Lei che aspetta. Quando torni? Un bimbo piccolo che piange. La fatica di vivere. Il poco da mangiare. Vorrei essere là, ma… Il dovere. Delle ragioni più grandi. Cosa c’è di più grande? Più grande di un grande amore? Che cerca di sopravvivere anche a se stesso? Perché poi… Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Come può una donna avere la completa fiducia dell’amore? In quelle condizioni? Se lei a fatica deve vincere le tentazioni, e nemmeno sempre ci riesce, come può sopravvivere un uomo? Che coraggio può avere? Insomma l’amore diventava tutta una domanda. Ma perché l’amore deve essere sofferenza e rinuncia?
E gli amori tormentati. La vittima è quasi sempre donna. Perché la donna è preda. E quando ama lo fa senza riserve. Senza compromessi. Completamente. Per tutta la vita. E può perdonare tutto, purché sia per amore. E a volte è difficile. E a volte niente è troppo. Nessun sacrificio. Nessuna rinuncia. Si può persino non vedere. Non sentire. Raccontare agli altri un’altra storia. Una storia in cui è principessa, non domestica. Per fortuna che lei era stata fortunata. Ma quello che le mancava lo trovava in quelle pagine scritte da quegli autori così bravi e… sensibili. Aveva i piedi per terra, ma aveva anche bisogno di sognare. Che poi aveva anche quel nome. Insomma era nata e l’amore lo aveva già scritto sulla pelle. Anche se lei non sapeva lavorare a maglia.
Insomma lei li voleva d’amore amore. Magari anche con qualche odore forte, leggermente piccanti. Cioè d’amore e di passione. Non necessariamente, ma era meglio. Non volgari; no. Anche il sesso, per lei, era una cosa dell’anima. Il sesso andava suggerito. Descriverlo gli faceva perdere quella magia. Lo vanificava. Era da rozzi. Inibisce la fantasia. E lei voleva essere padrona della propria fantasia. Immaginare. E immaginarsi protagonista. La protagonista di quelle attenzioni. Cioè quando si scrive che si baciano non le interessava che le spiegassero in che modo. A seconda del momento, delle sue emozioni, riusciva a vederlo quel bacio. A provarlo. A provocarlo. Ad impadronirsene.
No! Anselmo non era bravo nemmeno in quello. Certo che nei romanzi è tutto un po’ esagerato. Lo deve essere. Nessuno cerca la noia nella lettura. Perché per lei non era mai stato proprio come per le protagoniste di quelle gesta. Cioè… non sapeva come dirlo. Nella vita è tutto più pacato, più controllato. Non si sfida una tempesta. Ecco… non si perde la testa. Forse è solo molto più semplice. La passione è più semplice. Se una potrebbe anche lasciarsi travolgere, lasciarsi andare, ci sono poi mille altre piccole ragioni per ritrovare il controllo. Soprattutto il momento dovrebbe essere lo stesso momento per due. E questo è impossibile. Se mai era successo, quando per lui era il momento, per lei era già passato o doveva ancora venire. Cioè non era il tempo o il luogo.
O una pensa alla cena o pensa a quello. Comunque nella vita di due tutto è amore. Anche la pazienza e l’impazienza di mettersi a tavola. Anche lui che legge il giornale. Anche la partita di calcio. La sua serata con gli amici. Anche aspettare. Anche la sua gelosia. Soprattutto quella. Anche una camicia stirata. Persino la bolletta della luce; perché lui la lasciava sempre accesa da per tutto. E le ciabatte in mezzo alla camera. E i calzini da lavare. E il tubetto del dentifricio aperto. Magari non tutto è romantico ma è quel tutto che è amore. Perché la vita in due non è mai veramente un romanzo. Anche se cerca di imitarlo. Chi mai direbbe certe frasi che si possono trovare solo scritte? A pensarci lui però non le aveva mai portato nemmeno un mazzo di fiori.
Magari sbagliava a credere troppo in quei romanzi. A fasciarsi la testa e a lasciarsi convincere. Magari l’amore non è sempre come in quelle pagine. Ma pensarlo era bello e le dava piacere.

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