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Archive for the ‘Profili’ Category

donna-libroAnche lei leggeva romanzi d’amore. Si sa come sono fatte le donne, se non c’è l’amore non è un romanzo. Spesso si faceva consigliare perché è facile dire, ma trovarli è un’altra cosa. Perché le librerie le facevano confusione. Meglio dall’edicolante. Ma non ce ne sono mai abbastanza. Perché le prime volte ne era stata delusa. Sembra che tutto sia amore. Anche i drammi di gelosia. Anche i grandi romanzi epici dove l’amore è solo di contorno, relegato in un angolo. Dove una donna guarda il suo uomo combattere e farsi sbranare dalle guerre. Lo guarda e lo aspetta. Ne condivide le pene. Lo vede eroe anche quando eroe non è. E’ già pronta al sacrificio, al sacrificio di perderlo. Perché questo è essere donna.
Poi ci sono anche quelli di lettere che non sono veri romanzi. Che sono amori tormentati. Almeno quasi sempre. Patire, partirò, partir bisogna. Lei che aspetta. Quando torni? Un bimbo piccolo che piange. La fatica di vivere. Il poco da mangiare. Vorrei essere là, ma… Il dovere. Delle ragioni più grandi. Cosa c’è di più grande? Più grande di un grande amore? Che cerca di sopravvivere anche a se stesso? Perché poi… Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Come può una donna avere la completa fiducia dell’amore? In quelle condizioni? Se lei a fatica deve vincere le tentazioni, e nemmeno sempre ci riesce, come può sopravvivere un uomo? Che coraggio può avere? Insomma l’amore diventava tutta una domanda. Ma perché l’amore deve essere sofferenza e rinuncia?
E gli amori tormentati. La vittima è quasi sempre donna. Perché la donna è preda. E quando ama lo fa senza riserve. Senza compromessi. Completamente. Per tutta la vita. E può perdonare tutto, purché sia per amore. E a volte è difficile. E a volte niente è troppo. Nessun sacrificio. Nessuna rinuncia. Si può persino non vedere. Non sentire. Raccontare agli altri un’altra storia. Una storia in cui è principessa, non domestica. Per fortuna che lei era stata fortunata. Ma quello che le mancava lo trovava in quelle pagine scritte da quegli autori così bravi e… sensibili. Aveva i piedi per terra, ma aveva anche bisogno di sognare. Che poi aveva anche quel nome. Insomma era nata e l’amore lo aveva già scritto sulla pelle. Anche se lei non sapeva lavorare a maglia.
Insomma lei li voleva d’amore amore. Magari anche con qualche odore forte, leggermente piccanti. Cioè d’amore e di passione. Non necessariamente, ma era meglio. Non volgari; no. Anche il sesso, per lei, era una cosa dell’anima. Il sesso andava suggerito. Descriverlo gli faceva perdere quella magia. Lo vanificava. Era da rozzi. Inibisce la fantasia. E lei voleva essere padrona della propria fantasia. Immaginare. E immaginarsi protagonista. La protagonista di quelle attenzioni. Cioè quando si scrive che si baciano non le interessava che le spiegassero in che modo. A seconda del momento, delle sue emozioni, riusciva a vederlo quel bacio. A provarlo. A provocarlo. Ad impadronirsene.
No! Anselmo non era bravo nemmeno in quello. Certo che nei romanzi è tutto un po’ esagerato. Lo deve essere. Nessuno cerca la noia nella lettura. Perché per lei non era mai stato proprio come per le protagoniste di quelle gesta. Cioè… non sapeva come dirlo. Nella vita è tutto più pacato, più controllato. Non si sfida una tempesta. Ecco… non si perde la testa. Forse è solo molto più semplice. La passione è più semplice. Se una potrebbe anche lasciarsi travolgere, lasciarsi andare, ci sono poi mille altre piccole ragioni per ritrovare il controllo. Soprattutto il momento dovrebbe essere lo stesso momento per due. E questo è impossibile. Se mai era successo, quando per lui era il momento, per lei era già passato o doveva ancora venire. Cioè non era il tempo o il luogo.
O una pensa alla cena o pensa a quello. Comunque nella vita di due tutto è amore. Anche la pazienza e l’impazienza di mettersi a tavola. Anche lui che legge il giornale. Anche la partita di calcio. La sua serata con gli amici. Anche aspettare. Anche la sua gelosia. Soprattutto quella. Anche una camicia stirata. Persino la bolletta della luce; perché lui la lasciava sempre accesa da per tutto. E le ciabatte in mezzo alla camera. E i calzini da lavare. E il tubetto del dentifricio aperto. Magari non tutto è romantico ma è quel tutto che è amore. Perché la vita in due non è mai veramente un romanzo. Anche se cerca di imitarlo. Chi mai direbbe certe frasi che si possono trovare solo scritte? A pensarci lui però non le aveva mai portato nemmeno un mazzo di fiori.
Magari sbagliava a credere troppo in quei romanzi. A fasciarsi la testa e a lasciarsi convincere. Magari l’amore non è sempre come in quelle pagine. Ma pensarlo era bello e le dava piacere.

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crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

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darlin_maxresdefault-2-1Vi ho mai parlato di Africa, cioè di Augusta detta Africa? No! credo proprio di no; perché questa è un’altra storia. Una delle tante. Per chi non la conoscesse nel nostro complesso lei cantava e suonava il violino. Non era alta, questo si dice di chi è abbastanza piccolina. Piccolina e formosa, ma sapeva farsi apprezzare. Aveva il diavolo in corpo e nessun ritegno. Carnagione scusa, da questo quel soprannome. Lunghissime treccine e forme piene. Molto piene, abbondanti. E non cominciava mai un concerto senza averlo fatto, dopo essersi fatta un bel po’ d’erba. Lei diceva proprio come Janis. Ma così vanno le cose, o andavano allora. E noi dovevamo suonare al King’s Palace. E doveva venirci ad ascoltare un produttore.
Quella sera avevamo appuntamento nel furgone mentre gli altri continuavano con il Sound Check. Non che dovesse rimanere un segreto. Ma io la raggiunsi furtivamente. Era la mia occasione. Ero emozionato, Non solo per la serata. Ero preparato al meglio, al massimo, non a una delusione. Invece, con lei, avrei dovuto esserne pronto. Infatti lo stava già facendo con quello stronzo buono a nulla che avrebbe dovuto occuparsi solo delle luci. Mi stava su quel posto già da appena l’avevo visto. Per un attimo non si accorsero di me. Mi sentivo un imbecille. Poi lei mi guardò e mi sorrise con quel suo fare innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se si stesse lavando i denti. Scusami un attimo. Sai… è solo che lui è arrivato. Mentre stavo aspettando. Non te la sei presa, vero? Magari ci… sentiamo dopo il concerto. E me ne uscii.
Non è stato il più bel concerto della nostra brevissima tournée. Ero distratto. Lei si era scordata di rimettersi le mutandine. Ero incazzato. Moisse aveva perso il tempo. Il piano aveva troppi tasti. Ad un certo punto le luci si erano spente. Fanculo, lo avevo detto che quel figlio… Dopo non avevo più un briciolo di energia. Lei aveva cercato di rabbonirmi, di consolarmi, facendomi vedere e giocare con le sue bocce. Già! da quando avevamo cominciato erano il successo maggiore e la cosa più gettonata di tutta la provincia. Forse è in un’occasione del genere che qualcuno ha coniato il detto che il tempo è d’oro. Ero fuori di me. In fondo la canzone era la mia.

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istock_000058983098_small_1739825Pareva che Teresa, quelli giusti, li avesse trovati tutti lei. Certo che Teresa era una che si dava da fare e ci sapeva fare. Almeno da come la raccontava lei. Era piena di consigli e li elargiva a piene mani. Solo che di quei consigli non sapeva che farsene. Inutile dire dopo cosa si sarebbe potuto fare prima. E poi nemmeno a lei mancava la fantasia. Forse era la pratica a farle difetto. Le sue domande poi erano le banalità più scontate che le avessero potuto propinare. A volte anche imbarazzanti, altre solo banali. Eppure era la stessa Teresa a confermarle che a lei non mancava proprio niente. Se non ti amano vuol dire che non ti meritano.
Certo che gli aveva fatto notare come avesse le gambe lunghe, e le cosce sode. Certo che conosceva il linguaggio di un sorriso ammiccante. Certo… anche del sedere. Certo che sapeva essere provocante. E impaziente. O, se serviva, paziente. E farsi riservata. E farsi spudorata, cioè un po’ arrogante e un po’ impertinente. Ma anche, se era il caso, un po’ santa e un po’ quasi quasi non te la do. Poteva essere qualsiasi donna e tutte le donne Per me… fa lo stesso. Come vuoi. Visto che siamo qui. Non lo avrei mai immaginato. Certo che tu… Non ti credevo così… Non guardarmi con quegli occhi. Come ti sembro? Scusa, puoi abbassare la luce. Ma mi hai vista. Abbi pazienza. Per chi mi hai presa? Datti da fare. E quelle cose lì. Tutte le donne lo sanno. E’ solo che poi vai a pescare gli uomini che le capiscono. E trovare quelli giusti. E il momento giusto.
Forse era solo una questione di tempo e di tempi. Se uno non lo conosci proprio a fondo puoi fraintendere quello che si aspetta. Che tipo è. Mica poteva chiederglielo Che tipo sei? Come ti piace farlo? Non sarai mica uno di quelli? Non è che poi mi deludi? Sei un toro o un agnello? O un capone? E la prima volta è sempre fondamentale. Lui ti guarda e ti sembra impaziente. Tu lo guardi e ti pare che la pazienza non saprebbe bastarti mai. L’amore ha sempre mille sfumature. E lei non parlava di amore, si accontentava di una semplice e sana avventura. Non cercava niente di più.
Al dire di Teresa Spresiano era un vero gigante, un bronzo. Doveva essere particolarmente fortunata. Lei aveva incontrato solo normo-dotati, quando non mini-dotati. Certo che il ricordo storpia, ma quando aveva, come dire? incontrato Spresiano non le era parso nulla di che. Per dirla tutta più pelle che carne. Per Teresa le poppe erano tutto, erano il suo segreto. Ma lei, Teresa, le aveva abbondanti. E anche un po’ cadenti. E se tra loro si doveva posare uno sguardo era prima su di lei che si soffermava e si soffermava un attimo di più, con maggiore interesse. Solo che spesso si soffermava solo quello sguardo. Il proprietario non riusciva a trovare le parole, il coraggio. Si allontanava con la sua voglia silenziosa. E la coda tra le gambe.
A sentire Teresa bastava essere disinibite. Cosa vuol dire? Si ha un bel dire disinibita quando nessuno cerca nemmeno di attentare alla tua virtù. Quando uno sguardo da pesce lesso resta solo lo sguardo di un pesce lesso. E te ne stai lì ad aspettare l’occasione e mastichi aria e l’occasione continua a farsi aspettare. Non ci sono più gli uomini di una volta. Dov’è finito il maschio cacciatore? A raccontare fantasiose rodomontate. A berselo corretto. A parlare di sport e di quella che lui chiama politica. A farsi lo spritz. A distogliere lo sguardo se lo guardi. Se incrocia i tuoi occhi. Se ti si scopre un po’ di gamba. Se si accorge che te ne sei accorta. Se ha ammirato troppo a lungo, secondo il fesso, la tua maglietta. Come se potesse darti fastidio. Come se un complimento potesse essere non apprezzato.
E’ stato allora che ho detto a Teresa vai a fartelo fare da un bassotto e pelo corto. Che mi sono alzata e l’ho raggiunto al suo tavolo Posso dirti due parole trascinandolo via dagli amici. Scusa, come ti chiami? Veramente… io mi chiamo veramente… Salvatore; perché? Salvatore, ho visto come mi guardavi. Credo si stia sbagliando; io mica la guardavo. Certo che lo facevi. Mi deve credere. Ti è piaciuto quello che hai... Non vorrei essereInsomma, se ne hai voglia allora abbiamo voglia in due. Non credo di capire. Certo che capisci, intendo… sì, insomma… scopare? Dice sul serio. Certo, solo una scopata. E’ che ioFacciamo in fretta. Una sveltina. Una botta e via. E’ solo che devo prendere il pullman. E si è alzato. Soddisfatto. Soddisfatto di che?
Non era male Salvatore. Non sarebbe stato male. Ero certa che ci stesse ripensando. Spettinandosi i capelli. Ma appena si era allontanato era giù una storia chiusa. Se si può definite una storia. E sono tornata da Teresa Sei ancora qua? Dove volevi che andassi? Non dire che non te l’avevo detto. E allora? Hai visto anche tu. Cosa? Allora nisba. Perché? Che ne so? Mica potevo dirle che aveva appuntamento con un pullman. Lei aveva riso. Gli uomini restano un mistero. Se anche trovano il coraggio solitamente non hanno neanche niente da nascondere. Puoi aspettarti che ti riempiano di parole. Sei un’illusa ad attenderti anche dei fatti. E’ una storia già scritta: gli uomini che incontri sono sempre gli uomini delle altre.

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istock_000058983098_small_1739825Ogni uomo è diverso ma alla fine sono tutti uguali. Anche se ogni uomo ama le cose che ama. Forse non la donna. Forse quello che la donna gli può dare. Forse quel momento che in quel momento sembra speciale. Unico. Forse quel finto rischio. Forse un po’ di apprensione. Ma se pensava agli uomini della sua vita, anche a quelli che l’avevano attraversata per quel breve istante, soprattutto a quelli, le prendeva una sorta di malinconia. Anche un po’ di malumore. Continuava a non capirli.
Claudio era la certezza, il porto in cui si poteva rifugiare. Non aveva certo molta fantasia e gli anni avevano cancellato anche quel briciolo di mistero. Però non dovevano chiedersi nulla. Anche se era come mangiare dalla vaschetta uscita dal microonde. A lui diceva tutto, o quasi. Ma lui era suo marito. Forse era stata solo una sua illusione pensare che per qualche motivo o con qualcuno la cosa sarebbe cambiata.
Il divano di Samuele non era stato la cosa più comoda in cui si fosse… dimenata. Avrebbe potuto enumerare le molle che l’avevano distratta. E non aveva mai capito se c’era stato quel briciolo di passione o se era solo erba buona. Ma lui era un ragazzo e nemmeno lei poteva dire di essere molto esperta in cose di… cuore; allora.
Giuseppe tutto casa e chiesa aveva creduto di incontrare una santa. Non era stato sfiorato dal dubbio che il piacere non avesse bisogno di una morale. Non ci si può lasciare andare completamente con uno che ti mostra le foto della famiglia. In silenzio gli aveva detto quello che si meritava.
No! di Matteo avrebbe potuto serbare un buon ricordo, anzi almeno un paio, se ricordava bene. Assolutamente niente di cui lagnarsi, tutt’altro. Non che lei fosse una che dava i voti, ma se lo fosse stata avrebbe meritato un ottimo. Si era veramente impegnato. Nemmeno con le parole si era limitato. Pareva veramente preso. Ed era uno da rendere orgogliosa una donna fin dal primo sguardo. Non fosse stata sposata avrebbe pensato che si potevano rivedere.
Con Corrado non era stato nemmeno sesso. Se n’era andata insoddisfatta. Lo aveva preso in mano mentre recitavano le formazioni, e le aveva sporcato il vestito prima ancora che l’arbitro fischiasse l’inizio della partita. Non le era mai capitato di destare così poco interesse. Di farlo guardando il quadro appeso al muro e pensando che il giorno seguente doveva andare dalla parrucchiera. Una cosa che nemmeno alle superiori.
Per Filippo non ci sarebbe stato niente da fare probabilmente nemmeno se ce l’avesse avuta d’oro. Per provare lei ci aveva provato, testardamente, e messo energia. Aveva messo tutta se stessa e la sua stessa dignità. Non era nemmeno un uomo. Se l’era quasi slogato il polso. Era morto che più morto non si può nemmeno dopo gli olii santi. Avrebbe voluto anticipare il ritorno a casa, ma ormai avevano affittato per tre giorni e due notti. E cosa avrebbe detto Claudio vedendola rientrare in anticipo da quel… convegno.
A Lucio concedeva l’alibi del momento e del posto, e di tutta quell’etichetta. Se non fosse stato per quello si era dimostrato uno zero assoluto. La cintura che non si slacciava. La lampo che non scendeva. La cravatta che lo soffocava. Tutte scuse. In qualsiasi altro momento ne avrebbe riso, come aveva fatto quando aveva raccontato l’accaduto ad Annalisa, ma solo a lei. Sul momento era riuscita solo che a sentirsi offesa e infuriata. Umiliata. I suoi complimenti alla sposa erano stati uno sputo di commiserazione, per quella poveretta.
Con Francesco, scossa dal treno, aveva dovuto chinarsi, davanti a lui, come fosse un dio, e fargli un lavoretto di fino di labbra. Diversamente avrebbe potuto annusare quel tanfo per tutta la tratta dalle Alpi alla Sicilia. Forse aveva bisogno del suo tempo, ma non c’era donna al mondo a poter avere tutto quel tempo. E nemmeno era questo granché. Era più chiacchere che sostanza. Non si poteva certo dire che era stata fortunata.
Con Gianluca niente di che ma nemmeno niente di cui lamentarsi. La sua parte l’aveva fatta, ma era come se lei non ci fosse. Si era sentita un oggetto. Una vera noia. Si dava da fare, con ritmo ed energia, come se fosse un obbligo, se dovesse dimostrare. Sotto c’era lei ma poteva esserci qualsiasi altra donna, uomo o anche solo il materasso. Alla fine era rimasta sorpresa che non le avesse messo in mano anche il suo biglietto da visita.
Già di Stefano nemmeno varrebbe la pena parlarne. La cosa più emozionante e eccitante che aveva fatto era stato dirle vengo subito. Come una minaccia lasciata al vento. Forse non avrebbe nemmeno dovuto citarlo in quei suoi pochi e sparsi ricordi di quello strano giorno in cui aveva voluto ricordare; per noia e per pigrizia, di quelli che chiamava i suoi amori. Al diavolo lui e tutti quelli come lui. Per fortuna che con il postino, per finire, si era stancata prima lei. Non sembrava mai soddisfatto, dio sia ringraziato. Da non crederci. E gli aveva pure dovuto dirgli di no perché lei così non lo voleva fare. Aveva insistito. Lei non avrebbe mai ceduto. Però per un attimo aveva tentennato.
Messe cosi, in fila, come i grani del rosario, potevano sembrare tante. In realtà quelle esperienze sparse nel tempo erano quasi tutto il suo vissuto, la sua povera pratica. Forse non avrebbe incontrato mai il vero uomo. Quello che l’avrebbe fatta vibrare veramente. Forse avrebbe smesso di cercarlo. Gli uomini erano degli eterni bambini, guardavano golosi la parata dei dolcetti da dietro alla vetrina. Non sapevano più desiderare veramente. Si sentivano sicuri solo dietro quel vetro. E alla fine, per lo più, amavano solo se stessi e spesso anche male.
Non si dovrebbe mai dare ascolto alle chiacchiere. Soprattutto a quelle da bar. Dovrebbero aggiungere una santa al calendario, se già non l’hanno fatto: Santa Pazienza.

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istock_000058983098_small_1739825Non riusciva più a comprendere gli uomini. Cosa aveva che non andava?
Forse quella sensazione l’aveva provata per la prima volta con Samuele. Forse il sospetto le era nato fin da prima. Erano in salotto. In salotto da lui. Nella sua casa da studente. Gli altri erano fuori. Lui stava preparando una canna. Era bravo con le canne. Forse ne aveva bisogno. Forse solo con quelle. Lei intanto, nell’attesa, aveva cominciato a spogliarsi. Cosa stai facendo? Cosa ti sembra che sto facendo? Non me l’aspettavo. Era stata sincera Ora lo sai, e aspettare non è una delle mie maggiori virtù. Ma non vorraiCerto che vorrei. Voglio dire… fare… hai capito. Hai del vino rosso? Io sono astemio. Possiamo fare senza. E’ che non miNon sarai anche… spirituale? Credo nel karma. Io nella carne. Sarei vegetariano. Puoi fare una piccola eccezione, per me; se ti sfili i pantaloni. Poi veramente e finalmente non se lo era fatto ripetere due volte. Non troppo presto ma aveva capito.
Con Giuseppe stava filando tutto bene. Solo che a parlare gradevolmente da amici sembrava non stancarsi mai. Aveva guardato l’orologio e quello le aveva detto che era ora di smetterla, che anche la pazienza ha un limite. Così aveva dovuto farlo lei. Gli aveva detto andiamo da me? Avevano a loro disposizione un letto bello comodo. Non avrebbe avuto di che lagnarsi, per quello nemmeno lui, ma alla fine, con sua grande sorpresa, era scoppiato in lacrime. Io non volevo. Io amo Mirella. Io non sono Mirella, forse te ne sei accorto. Anche le bambine. Quasi lo avesse forzato. Guarda che è stata una cosa così, non è nemmeno una storia. Mi sembrava lo volessi anche tu. Solo che… non so che dire. Non serve dire. Non credi che dovremmo…? Basta che ti dai una mossa. Ti giuro… non l’avevo mai fatto. Tranquillo, finisce qui. Però è stato bello. Anzi è già finito. Ti posso chiamare? Rivederlo al lavoro non le aveva creato nessun imbarazzo.
Con Matteo avevano preso una stanza. Un posto un poco squallido e nemmeno molto pulito, ma tranquillo. E poi era vicino. Proprio quella sera non potevano andare da lei. Da lui era impossibile. La scusa era stata una pizza. Non aveva nemmeno troppa fantasia. Ancora una volta aveva dovuto prendere aspettare, temendo di mostrarsi troppo impaziente, scoprendo che non aveva nessuna fantasia. Se era per quello avrebbe continuato a guardarla, a parte qualche piccolo sfioramento che aveva cercato di far sembrare casuale. Era certa di interessargli. Poi aveva cominciato a fare lo sdolcinato. Le aveva preso la mano Quando ci possiamo rivedere? Non riusciva a crederci. Non avrebbe voluto mortificarlo. Avrebbe preferito evitare, ma era stata costretta e aveva dovuto deluderlo Guarda che… è solo una botta e via. Ma io credevoHai creduto male. Per te sono solo questo? Non ti sembra abbastanza? Forse era uno di quelli che se comincia un libro lo deve finire per forza, anche se non gli piace. Ma lei credeva di essergli piaciuta. Ne era certa.
Corrado aveva fatto tutto in fretta perché doveva vedere la partita. Con il telecomando già in mano. Poi avrebbe preteso che si fermasse a guardarla anche lei Ma è l’Italia! Chi se ne frega –avrebbe voluto rispondergli. Che la nazionale vincesse o perdesse non avrebbe cambiato la vita né a lui né a lei. Si limitò a raccontargli che doveva rientrare presto. Comunque non sarebbe potuta rimanere ancora per molto. Pazienza. Lo stronzo l’aveva lasciata andare da sola. Nemmeno aveva fatto cenno di riaccompagnarla. A quell’ora di notte. E dalla periferia. Si era vista costretta a farsi dare il costo del taxi, indispettita. Se l’avesse saputo… La sua macchina era rimasta in garage. Fortuna che con suo marito andava alla grande, anche perché lui non era tifoso di calcio. Sicuramente lo avrebbe trovato ancora sveglio. Si era già preparata la scusa pronta.
Filippo era sempre stato un signore, ma doveva essere un weekend, non un per sempre. Si era informata: il campionato era sospeso. Aveva preso due cose, lo stretto necessario. Le sembrava di essere stata chiara Ostia e poi chi s’è visto s’è visto. Dici sul serio? Ti va? Certo che mi va. Gli andava troppo o troppo poco. Così aveva fatto più volte cilecca Scusami, è la prima volta. Non mi è mai successo. Magari penseraiForse è quello che abbiamo mangiato. Bevuto. Forse non so e quelle cose lì. Non è mica la prima volta. Litanie simili ne aveva sentite molte. Faceva poca differenza. Sapeva solo che avevano sprecato due splendidi giorni di sole. Aveva alzato le spalle Fa niente; non ti preoccupare. Anche se non era del tutto vero. Forse l’impazienzaNon ci pensare. Magari la prossima voltaQuale prossima volta? Aveva chiuso anche con lui. Lo avrebbe fatto comunque.
Con Lucio non era andata meglio. Certo che al suo matrimonio non era il massimo. Né lo era così fra i cappotti degli invitati. Ma la sua novella mogliettina era tutta presa a farsi baciare e farsi dare gli auguri dagli ospiti. A ridere stridula e sguaiata dei loro complimenti, anche pesanti. Che poi nemmeno lei era una santarellina. La sentiva persino dove avevano trovato riparo Qui ci sono io; non pesare a lei. Non è semplice. Cerca di renderlo semplice. E se ci cercano? Hanno altro da fare, e qui non ci trova nessuno. Che dici, devo esserci per il brindisi? Nemmeno per lei era facile, si sentiva gonfia, forse aveva mangiato troppo, come in ogni matrimonio Allora sbrigati. Mi si è incastrata la lampo. Fanculo anche la lampo. Non so seHai deciso di fare il marito o la moglie? A volte la pazienza è un bene troppo prezioso per essere sprecato con troppa facilità. Aveva le tette fuori e a lui veniva da vomitare. Era rientrata furiosa senza aspettarlo, sistemandosi il vestito che le era costato un occhio.
Francesco l’aveva fatta sentire sporca. Non perché l’avevano fatto contro la parete nel bagno del treno che li portava a Latina. In un odore fetido e penetrante. Con la colonna sonora di uno sferragliare pigro e monotono. E la vista delle campagne che scivolavano tutte uguali. Da ragazza lo aveva fatto anche in una cinquecento. Glielo aveva detto. Cosa si credeva? Ne avevano avuto fretta, entrambi. Avevano rinunciato ad aspettare. Ma proprio in quel momento lui aveva rovinato tutto Credo di amarti. Non essere cretino. Sei bella. Nemmeno tu sei male. Dove siamo? Non fermarti. Ma io credevo. Non so tu ma io scendo una stazione prima. Tu vuoi dire…? Tesoro, prendo la pillola. Allora non provi proprio niente? No! Cioè sì! è semplice, mi piace solo farlo. Così semplice da sembrare persino banale. Aveva due occhi come se non gli riuscisse di capire. Eppure era stato lui ad invitarla.
Gianluca era fin troppo gentile e rispettoso. Aveva sistemato i pantaloni facendo attenzione alla piega. Parlava un italiano perfetto. Lui era davvero un professore che insegnava. Aveva cominciato con Posso permettermi una domanda? Poi con Ti spiace se prima avverto casa che ritardo? Poi ancora Solitamente preferisci a destra o a sinistra. Stava per continuare con Solitamente preferisci sopra o sotto. Non lo avrebbe sopportato. Non l’aveva lasciato finire. Vorrei solo fare una semplice e soddisfacente scopata. L’aveva guardata allibito. E per un secondo si era intimidito. Poi l’aveva lasciata fare. Lei aveva finto passione, ma la magia era già svanita. Il piacere le si era soffocato in gola. Sembrava uscito da un dizionario di bon ton. Attento persino a non sudare. E odorava di dopobarba come una di quelle. Per un attimo aveva temuto che fosse uno di quelli. Pensò che forse sarebbe stato più emozionante farlo con Claudio, suo marito.
Se era per Stefano lo avrebbero fatto solo al telefono. La tratteneva per ore. Forse era quello ad eccitarlo. Solo la sua voce. La distanza. Quel mezzo tra loro. Non aveva mai amato stare per ore ed ore a parlare con uno stupido apparecchio. Che dici: da me o da te? Vogliamo concludere? Vorrei ma c’è lei. Lei cosa? Lei! Voglio dire Lei. Ma siamo tra adulti. Ma gli adultiMa gli adulti lo fanno. Non vorreiNon può che farti bene. Allora come restiamo d’accordo? Ti aspetto. D’accordo. Bel tipo quel tipo. Era rimasta ad aspettare e nemmeno si era fatto vedere. E pensare che si era preparata già pronta. Che pensava che sarebbe stata una cosa speciale. Ma forse era lui che aveva suonato. Aveva aspettato fin troppo, per i suoi gusti. E aveva suonato prima il postino. Quello delle raccomandate. Lui non si era fatto tanto pregare. Il fatto era stato che, come detto, lei era già pronta. E stuzzicata.
Era probabile che il postino lo sapesse. Non si dovrebbe mai fare aspettare una donna. Proprio per dispetto lo aveva fatto richiamandolo e parlando con lui al cellulare ti ho aspettato. Ma io sonoOra è tardi, scusami. Possiamo vederci un’altra volta? Ora non ho tempo. Lasciami almeno spiegare. Non è il momento. Ma io credevo che tra noiTra noi un corno. Cosa vuoi dire? Lui ha suonato e quando ho aperto credevo fossi tu. E allora? Mi hai fatto fare una figura di merda. Cos’ho fatto? Sono venuta ad aprirti ed ero già tutta nuda, per te; riesci a capire? Non ne sono sicuro. Scusami, io sto venendo, tu vai pure dove vuoi. Restiamo amici? Gli amici non si fanno aspettare. Aveva finito, lui, quello stronzo, per darle della zoccola. Gli uomini sono tutti così, tutti uguali. Ma come si permetteva?
Proprio gli uomini non li capiva più. Non avrebbe saputo decidersi se era la decadenza del maschio o una crisi di civiltà.

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donna-al-barEra una donna con la testa sulle spalle. Ormai non credeva più alla favole; ma alla magia sì. Era seduta come sempre a quel tavolino ad aspettare qualcuno, il primo che arrivava e che fosse di suo gradimento. Voleva essere solo Samantha. In verità non se lo nascondeva che aspettava con impazienza che entrasse Deodato.
L’aveva infastidita quella donna che s’era seduta ad un tavolino proprio vicino alla porta d’entrata. Aveva preso un caffè con la panna. Poi le aveva lanciato un sguardo incurante. Per un breve attimo lei aveva provato stizza e gelosia. Era come se quella cosa avesse invaso il suo spazio. Ma quasi subito aveva ripreso il controllo di sé e ritrovato la sua sicurezza. Aveva tanto seno ma era un tipo così grossolano. Troppo disponibile. Lei si mise a leggere il giornale distrattamente. In verità finse di leggerlo senza riuscire a distrarsi.
Fu in quel momento che, dopo tanto tempo, entrò lo studente. Sempre così giovane, forse era appena maggiorenne. Si ritrovò con quel dubbio. Però aveva un’aria più triste di sempre. E si diresse subito verso il suo tavolino. Le chiese cortesemente il permesso si sedersi. Sembrava ieri. Provò uno strana pena e un altrettanto strano affetto per lui. Aveva proprio bisogno di qualcuno con cui parlare; confidarsi. Ma inizialmente faticò a vincere quel suo silenzio imbarazzato. Le chiese come stava. Poi, con lo sguardo basso e la fatica a trattenere le lacrime cominciò a confidarsi proprio mentre entrava Deodato.
Il ragazzo le confessò le sue pene d’amore. Era una ragazza molto giovane e, a suo dire, graziosa. Una sua compagna di scuola, un paio di classi dietro a lui. Erano diventati quasi amici. Questo era il punto. Non sapeva come comportarsi. Non sapeva come confidarsi. Non sapeva come dirle quello che provava per lei. Aveva paura di non essere ricambiato. Di sbagliare. Di non essere corrisposto. E tutte quelle altre paure che possono attanagliare un giovane di quella età. Era così carino.
Intanto Deodato era andato a sedersi con quella tipa. Lei si rese conto di odiarla. Di odiare entrambi. Era una situazione che l’imbarazzava. Non sapeva cosa dire. Non era certa di essere in grado di dargli il consiglio giusto. Eppure non poteva lasciare quell’ingenuo e inesperto ragazzo in quelle condizioni. Guardò Deodato cercando di parlargli con gli occhi, poi prese la mano dello studente e, senza interromperlo, si fece seguire senza il bisogno di usare parole; di invitarlo a salire. Era stata una cosa veloce, molto appassionata e molto disperata.
Mentre lei si riassettava il ragazzo l’aveva ringraziata dicendole che si sentiva molto meglio, risollevato, e che per lui lei era come una specie di madre. Questo le aveva lasciato uno strano gusto di gomma bruciata in bocca, una sorta di amarezza e senso di colpa. Non aveva voluto nulla in cambio e l’aveva lasciato scendere per primo. Aveva preferito rimanere un attimo sola. Un attimo che sembrava non volesse finire. Per le scale aveva le gambe molli e la testa vuota, e anche un po’ di ansia.
Intanto in pasticceria Deodato l’aveva aspettata. Come la vide lasciò il tavolino, mentre la donna dal seno enorme la guardava con disprezzo e un po’ di invidia. Lei si sentì padrona di se stessa e del mondo. Mentre fuori aveva cominciato a piovere.

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