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Archive for marzo 2012


Presentazione in PowerPoint

di Rossaura Shani
Riflessioni su cieli troppo pieni
Non ci avevo pensato, eppure quei disegni li ho guardati un sacco di volte. Non solo guardati per il gusto di guardare, in fin dei conti sono disegni di bambini e i bambini, pensavo, disegnano sempre allo stesso modo… invece no, non tutti i bambini disegnano allo stesso modo. Certo, la mano è sempre timida, il colore incerto, le immagini approssimative, ma cos’è che differenzia questi disegni dagli altri?
Andiamo per ordine.
I disegni che da mesi sto studiando solo con lo sguardo di una “curatrice” di Mostre, sto catalogando, stampando, incollando sui cartoncini colorati e dopo sui pannelli più consistenti, sono disegni di bambini sofferenti e il loro disagio non viene solo dalla povertà e dall’ambiente difficile, viene soprattutto dalla paura e dai traumi continui di un conflitto che li priva di futuro e di serenità.
Come disegnano i bambini traumatizzati? Disegnano cose che gli altri non disegnano mai. Disegnano scene che non potresti credere, I soli, le nuvole e le case piangono, le persone sono spaventate, disperate. I bambini guardano gli aerei e gli elicotteri riempire il cielo, le scuole distrutte, gli alberi di ulivo divelti, i carroarmati e i buldozer dominano la scena e i loro compagni di giochi giacciono nel loro sangue, a terra, ammazzati. I soldati sono orribili e assomigliano a burattini crudeli.
Questi disegni non rappresentano un viedeogame, non sono il risultato di un film violento visto alla televisione, questi sono la rappresentazione di una realtà cruda e terribile che non lascia scampo.
Questi sono i disegni dei bambini di Gaza.
Così alla presentazione di una delle tante Mostre che stiamo organizzando, Maria Antonietta, la nostra psicoterapeuta, ha preparato la lettura scientifica di questi disegni. La sua dissertazione sull’analisi psicologica dei segni dominanti in queste rappresentazioni, mi ha lasciata basita. Certo molte cose le avevo già viste, e alcune le avevo capite da sola. Mi ero già resa conto che gli alberi abbattuti e sradicati significavano la vita strappata e negata. Le figure stese a terra scompostamente e cancellate dai segni di una matita che non perdona erano solo (solo?) morti negate anche alla mente stessa del bambino. Il corso d’acqua recintato da filo spinato, non era solo (solo?) l’acqua preclusa ai palestinesi, ma anche la possibilità ad un futuro. I bambini difficilmente raccontano bugie e non lo fanno mai attraverso i loro disegni.
Ecco, Maria Antonietta ci faceva notare come i cieli di questi disegni fossero pieni e popolati di “cose” che in un cielo non si dovrebbero mai vedere. Sono cieli affollati e opprimenti, cieli di paura, cieli che non consentono respiro e ottimismo. Sono gli unici cieli che parlano di Gaza.
Questi disegni sono molto più significativi di ogni parola, racconto e fotografia che ci parli di Palestina. Questi sono disegni preziosi che restano nella mente più di una ferita aperta. E noi siamo spettatori silenti, noi guardiamo con un voyerismo assurdo, crescere dei bambini feriti e traumatizzati che resi folli da questa immane tragedia, diventeranno un domani, se domani ci sarà, uomini disperati e pronti a tutto, malati di quella paranoia prodotta dalla sofferenza, incapaci di costruirsi un futuro, perchè il futuro gli è stato negato quando ne avevano bisogno, quando avrebbero dovuto crescere sani e felici, giocando a calcio nei cortili, cercando le carezze e i sorrisi di mamme e padri amorevoli, all’interno di una comunità solidale e non spaventata e disorientata.
I disegni di cui parlo sono una terribile denuncia, nessuno può restare indifferente a questo scempio, nessuno può dire che questo è quello che meritano, perchè i bambini meritano la vita e non la morte per mano di altri uomini. I bambini meritano di confondersi con altri bambini e che non gli venga insegnato ad odiare e a tremare di fronte a nessuno. Ai bambini va garantito il diritto di giocare, di andare a scuola e di far volare in cielo gli aquiloni e mai e poi mai doverli confondere con un aereo militare dotato di razzi e bombe che dilaniano, smembrano e dipingono di nero i loro sogni.
— presso Gaza e territori occupati.

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Addii

 

Grandi stanze di vecchie case avite

di provincia

piene di fischi di navi lontane, piene

di spenti rintocchi di campane

e di battiti profondi

d’orologi antichissimi. Nessuno abita

piú qui dentro

eccetto le ombre, e un violino appeso

al muro,

e le banconote fuori corso sparse

sulle poltrone

e sul letto largo con la coperta gialla.

Di notte

scende la luna, passa davanti

agli specchi esanimi

e coi gesti piú lenti rassetta dietro

i vetri

i fischi d’addio delle navi affondate.

Ghiannis Ritsos

Poeta della Resistenza greca

 

CANZONE PER GLI UOMINI

Io cammino verso la riva più bella.

Non piangete, miei piedi, che la spina insanguinata

Io cammino verso la riva più bella:

non piangere, cuore mio, straziato dal criminale.

Il mio cuore, immagine della terra,

è un vento leggero che accarezza la mano dell`amore,

tempesta per i lupi dell`odio.

Io cammino verso la riva più bella.

Se le mie scarpe restano senza suola

Camminerò sulle mie ciglia.

Che importa dormire?

Io tremo, pensando ai morti addormentati a mezza strada.

Compagni tristi e incatenati,

noi camminiamo verso la riva più bella.

Non perderemo che i nostri sudari, e vinceremo!

In alto i petti,

in alto gli occhi,

in alto le speranze,

in alto le canzoni.

Con le nostre forze,

con le croci presenti e passate,

noi supereremo i cammini

del paziente domani,

apriremo il paradiso dalle porte chiuse.

Dai nostri petti, dai nostri lamenti,

tesseremo poesie e le berremo,

dolci come il vino delle feste.

Tewfiq Zeyyad

Poeta della Resistenza palestinese

 

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La nostra presentazione al convegno.

Venerdì 2 marzo 2012

Manifesto manifestazione CITTA' LENTA - VENEZIA OLTRE LA MODERNITA'Siamo qui a nome del gruppo Restiamo Umani con Vik.
Nome strano vero? Solo all’apparenza, se vi spiego non è poi più così strano. ”RESTIAMO UMANI” era la chiusa degli articoli che venivano inviati, quotidianamente, da Gaza, durante i bombardamenti dell’operazione Piombo Fuso, dall’attivista dell’International Solidarity Moviment e pacifista Vittorio Arrigoni, chiamato dagli amici Vik. In questo modo lui sollecitava il mondo a dare valore all’umanità anche se di fronte a profonde ingiustizie e alla negazione dei diritti umani elementari di un popolo.
Vittorio ci ha lasciati circa un anno fa, ucciso da chi lo riteneva scomodo e fastidioso. Paura e fastidio che viene provocato da chi, quotidianamente, mette a disposizione la propria vita per una causa. E nel suo caso aveva consacrato la sua giovane esuberante vita alla causa della Palestina: i diritti umani dei più deboli, ossia quelli senza voce che ogni giorno rischiano la loro vita nei campi da coltivare, sotto il tiro di cecchini capricciosi, nei pescherecci al largo di Gaza, sempre più vessati dalle motovedette militari e nelle ambulanze a portare i feriti durante i bombardamenti. Il suo lavoro era fare lo “scudo umano”, mestiere ingrato che gli è costato la vita e solo indirettamente il giornalista e blogger per denunciare quello che gli altri media tacevano. Insomma una vera spina nel fianco dei suoi detrattori.
Ecco noi siamo tra i tanti che hanno voluto raccogliere il testimone di Vik e ci siamo presi l’impegno di denunciare ed informare attraverso le nostre attività, dove si presentino soprusi e scarseggi l’informazione, per operare, fin dove è possibile, perché vengano ripristinati i diritti umani negati e vengano demoliti i Muri vergognosi, i ghetti dell’apartheid, che come allora pure oggi esistono. Noi cerchiamo di aprire un dialogo tra le varie realtà inseguendo un giusto equilibrio che tenga conto dell’importanza del rapporto umano finalmente a scapito di quello meramente economico e aridamente legato alle convienienze. Per parlare ci vuole tempo e buona volontà. La Pace costa fatica ed interminabili e pazienti mediazioni. Se in Palestina in 64 anni non c’è stata Pace, noi pensiamo che sarà difficile e lungo il percordo per una Pace possibile, lungo appunto, ma non impossibile.
Quindi siamo in piena sintonia con il tema di oggi: “Città lenta, Venezia oltre la modernità” e con Venezia porta dell’Oriente, città aperta ai flussi di genti e merci e miscuglio di culture e di diversità. In questa città che dall’Oriente ha preso l’eleganza, le forme e i colori assieme al ritmo lento e riflessivo della vita, la modernità prende un nuovo respiro, abbandonando la superficialità del consumo veloce della cultura stessa, delle idee e del rapporto mordi e fuggi di ogni pensiero. Luogo che si tramuta ancora in un crogiuolo di idee e conoscenze, di culture e di espressioni che solo attraverso una lenta rielabolazione e assimilazione diventa luogo ideale, officina di pensiero, esperienza di vita.
Proprio per questa fratellazza con la cultura orientale e per le capacità di Venezia di essere “Res Pubblica”, ossia luogo di tutti, per tutti e aperta a tutti, già in tempi lontani, oggi diventa dote irrinunciabile di una città progredita e civile. Noi, suoi figli, cresciuti nei principi di una cultura attenta alla giustizia e all’uguaglianza, senza pregiudizi razziali o verso le diversità, vogliamo aprire altre vie di dialogo con tutte quelle parti che vogliono collaborare per condurre il mondo verso una nuova cultura di Pace e di tolleranza, per combattere le più evidenti ingiustizie sociali e per ricondurre sulla strada della ragionevolezza chi pensa che nuovo voglia dire senza memoria e lentezza significhi incapacità e inefficienza invece che riflessione e capacità di inclusione.
Siamo degli idealisti? Può essere. Ma noi abbiamo progetti e azioni che si sviluppano un po’ alla volta, giorno dopo giorno, per raggiungere una realtà migliore e per diffondere una cultura di Pace che sostituisca l’attuale e prepotente economia di guerra, che vede i potenti come vincitori e i deboli destinati a soccombere. Su questo la Palestina ne è metafora dolorosa. Venezia veloce e senza anima non è la città dove vogliamo vivere e un mondo senza etica assetato di potere non è il luogo dove vogliamo contare. Un’altra terra comune è possibile e noi profondamente ci crediamo.
E chiudo questo lungo e forse confuso discorso con un’unica frase che è il nostro motto, forse saremo lenti e forse capiremo male il significato di modernità ma convintamente e pienamente:
Restiamo Umani, con Vik nel cuore

Qui tutte le nostre foto:
Qui le diapositive che hanno accompagnato la nostra presentazione: CITTA’ LENTA – VENEZIA OLTRE LA MODERNITA’

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tazzina di caffèLa ricetta per il brasato è una sorta di delirio. Non che il delirio stia nella difficoltà. Non c’è niente di difficile in quello che si sa. Soprattutto nei compiti che normalmente sono affidati alle donne. E poi ci sono gesti che ormai diventano automatici. Il fatto era che a lui non piaceva nulla di quei lavori. Non ne fosse stato costretto, per necessità, li avrebbe evitati. Ma cucinare doveva se voleva mangiare. E anche tutto il resto anche se, il più delle volte, le cose restavano là. Le faceva per disperazione. Quando non ne poteva fare a meno. Come per i piatti. Se poteva le rimandava. Le rimandava finché era possibile rimandarle. La casa non si poteva dire in ordine, ma ogni primo venerdì del mese faceva il brasato. Aveva saltato il venerdì. Aveva saltato il sabato. La carne era rimasta nella sua marinatura. Era domenica e si accingeva a farlo. Non avrebbe voluto mai che la carne andasse a male. Erano già fin troppi gli alimenti che gettava. Il delirio non era nemmeno nei tempi di preparazione; non si imbarcava mai in manicaretti troppi elaborati. Era nei tempi di cottura. E c’era poi il costo del barolo. Si chiedeva da dove lo spremessero per avere quel costo. Si chiedeva… e in quel momento squillò il telefono. Due suoni acuti e uno greve. Due suoni acuti e uno greve. Cominciavano ad urtargli il sistema nervoso. Erano Carlo ed Elena. Ripose la terrina in frigo. I grani di ginepro galleggiavano avvizziti e tristi.

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Logo del sitoTake action today for Hana al-Shalabi – administrative detainee and hunger striker!

 Send a letter now to Israeli officials demanding Hana al-Shalabi’s freedom.

Hana al-Shalabi, an imprisoned Palestinian held under administrative detention without charge or trial, has been engaged in an open-ended hunger strike since her re-arrest on February 16, 2012. Now that Khader Adnan’s heroism has opened the eyes of the world to the struggles of Palestinian prisoners, it is imperative to keep the pressure on for Hana al-Shalabi.

TWEET NOW to share this action alert by clicking here.

Hana al-Shalabi – like Khader Adnan – needs international solidarity and support for her case to amplify her voice and that of her nearly 5,000 fellow Palestinian prisoners, and to make it clear that the people of the world will not accept the abuse and arbitrary detention of Palestinians by the Israeli occupation. Send a letter now to Israeli officials demanding her freedom.

Hana al-Shalabi was released from an Israeli prison in October 2011 in a prisoner exchange agreement; prior to her release, she had been held for more than 30 months. During that time, she was never charged with any crime nor tried; she spent nearly three years in arbitrary administrative detention.

Hana has been on hunger strike since February 16. On February 23, Hana’s parents both joined in her open-ended hunger strike. Hana’s brother, Samir, was killed by Israeli occupation military forces invading their village of Burqin in September 2009, and her sister, Huda, was also previously held without charge or trial under administrative detention.

After only four months released, Hana was once again arrested – and again, not accused of any crime. Once again, she has been sentenced to six additional months of administrative detention – renewable indefinitely, held arbitrarily. The targeting of Palestinian former prisoners for re-arrest and continued arbitrary administrative detention is not uncommon – Khader Adnan himself spent eight terms in administrative detention.

It is clear that Hana al-Shalabi was targeted for continuing imprisonment so quickly after her apparent release, and once again accused of nothing, except for unreviewable, unaccountable “secret evidence.”

Administrative detention violates the right to a fair trial as recognized in the International Covenant of Civil and Political Rights. It is a practice that is used to silence Palestinians without ever exposing the reality of such actions to the light of day – even in the rigged military court systems. Amnesty International has joined Palestinians and prison rights activists in demanding an end to administrative detention. Administrative detainees have vowed to boycott their hearings, demanding an end to the injustice.

Hana al-Shalabi’s hunger strike is a demand for dignity, for justice and freedom, building on the sixty-six day hunger strike of Khader Adnan, which drew the eyes of the world to the bitter reality of administration through his courage and sacrifice. Hundreds of Palestinian prisoners participated in a 23-day hunger strike in October 2011, demanding an end to isolation, abuse, denial of family visits, and the long-term isolation of Palestinian leaders such as Ahmad Sa’adat; Israeli promises to end isolation, aimed to secure the end of the strike, proved to be false.

Hana al-Shalabi must be released immediately, and international action is urgent.

TAKE ACTION!

  1. Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network urges the Palestine solidarity movement in North America and around the world to publicize the case of Hana al-Shalabi and all Palestinian political prisoners. Join in the call for an April 17 day of action for Palestinian prisoners’ day!
  2. Contact Israeli occupation officials and demand Hana al-Shalabi’s release. Sign your letter here.
  3. Organize a picket or protest outside the Israeli embassy or consulate in your location and demand the immediate freedom of Khader Adnan and all Palestinian political prisoners. Make it clear that the eyes of the world are on the situation of Khader Adnan and demand an end to the use of isolation, torture solitary confinement, and administrative detention against Palestinian political prisoners. Send us reports of your protests at Israeli embassies and consulates at samidoun@samidoun.ca.
  4. Send a fax as called for by FreeHana.org to occupation officials: Minister of Justice, Yaakov Neeman, fax: + 972 2 670 6357; Deputy Prime Minister and Minister of Defence Ehud Barak, fax: + 972 3 691 6940; Commander of the IOF in the West Bank, Major-General Avi Mizrahi, fax: + 972 2 530 5724. Click here for free fax service.
  5. Write to the International Committee of the Red Cross and other human rights organizations to urge them to act swiftly to protect Khader Adnan and all Palestinian political prisoners. Email the ICRC, whose humanitarian mission includes monitoring the conditions of prisoners, at jerusalem.jer@icrc.org, and inform them about the urgent situation of Khader Adnan. Make it clear that arbitrary detention without charge or trial is unacceptable, and that the ICRC must act to protect Palestinian prisoners from cruel and inhumane treatment.
  6. Keep sharing Hana’s story on social media.

Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network

http://samidoun.ca

samidoun@samidoun.ca


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