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Posts Tagged ‘malizia’

cappella-sistina_650x447Siamo poi andati a Norcia? Certo che sì. Lì e anche in tanti altri posti, tutti bellissimi. Abbiamo solo avuto bisogno dei nostri tempi per accettare la verità. E il viaggiare non è stato il più bel regalo del nostro nuovo rapporto. Lui, quello che qui chiamo Alberto, mi ha cambiato la vita. Mi ha trasformata in una donna vera. Consapevole di sé. Non lesina consigli su come vestirmi. Come abbinare gli accessori e i colori. Mi aiuta a truccarmi e in mille altre cose. Persino in cucina. Ha un gran bel gusto. Mi ha reso più disinvolta. E spesso insiste per pagare lui. E ora ho un guardaroba che mi invidia anche Ornella.
Ha sempre un pensiero gentile. Mi dice che sono la sua dea. Mi spiega come fare ad essere più civetta. Più maliziosa. Più enigmatica. A rendermi preziosa. Come mostrare e cosa non mostrare. Come usare le posate e quando usare le mani. In compenso io l’ho introdotto in quei locali dove si mangia veramente bene, le cose genuine, e in abbondanza. E si beve un buon gotto di vino. Anche se non è imbottigliato con la sua bella etichetta. In caraffa. Anche se si infastidisce ancora se il cameriere esagera e si prende confidenza con una pacca sulle spalle.
Per quanto detto e non detto in quel mio vecchio post ora so che fa l’assicuratore. In verità l’agenzia è sua. E so che in quel ristorante non avrei potuto permettermi di pagare. E so anche che quel Caravaggio era un pittore del seicento. E mi piacciono anche le sue opere. Mi ha portato a vederne alcune che sembrano veramente magnifiche. Incredibili. Nella Basilica di Santa Maria del Popolo e alla Galleria Borghese. Persino alla National Gallery. Mi ha fatto notare l’uso della luce e delle ombre, come se tutti i personaggi si muovessero di vita propria in un fantastico paesaggio teatrale. Sembrano proprio veri. E sono incredibili tutte le cose che sa. Ha sempre pazienza con me.
Quella che però mi ha impressionato di più è stata la Cappella Sistina. Sono rimasta proprio senza fiato. Per la grandiosità dell’opera. E sapeva i nomi di tutti i personaggi e le loro storie. Sarei rimasta, col naso all’insù, a guardare e ad ascoltarlo, per giornate intere. Ma ad un certo punto ero così stanca che non mi reggevo sui tacchi e siamo finiti ad ingozzarci a Trastevere. Questa è stata un’idea mia e lui ha apprezzato abbondantemente, anche se è molto attento alla linea, di entrambi. Non vuole che mi riduca a diventare come la povera Ornella.
Anche Ornella è stata fortunata. Contenta lei? Ha trovato il suo principe azzurro; Ercole. Un nome e un programma. Non l’ho visto che un paio di volte. Non si può dire che sia una persona colta. Lei dice che è sempre fuori. Che lui ama andare in balera, la sera del sabato. Anche qualche altra sera. Credo faccia il muratore. Quante cose possono cambiare in due anni. Ora lei porta due taglie più di me e ha due gemelli. Tutt’e due maschi. Uno non sta mai fermo, l’altro è una vera peste. Ha il suo da fare, poveretta. Ci vediamo meno, qualche volta ci si sente per telefono. Anche l’ultima volta aveva il labbro spaccato e il trucco non nascondeva un occhio tumefatto. Dice che è felice e che si amano moltissimo. Follemente. Sospetto che il suo Ercole beva. Non vorrei che finisse per farlo anche lei. Sospetto che non mi dica tutto.
Alberto invece non lesina certo i complimenti. Mi dice quando, dove e perché non debbo esagerare, ma anche che una bella scollatura, profonda quanto basta, quando ci vuole ci vuole, mi dona. Anche se ha riso tanto quando, a Fabriano, nel bel mezzo di una degustazione di vini, me n’è inavvertitamente uscita una. Lui divertito ed io a lottare col mio imbarazzo tentando di passare inosservata. E poi inorgoglita della sua allegria. E poi divertita anch’io dei suoi commenti per il mio gesto maldestro di rimetterla velocemente al suo posto subito. Reggendo con l’altra mano tremante il calice mezzo pieno. E degli occhi strabuzzati degli altri. Dei pochi che se ne sono accorti. Come dice lui: dei fortunati. E cosa mettermi al collo per renderla ancora più irresistibile. Dice che molte donne, quasi tutte, dovrebbero essere invidiose di un seno come il mio. Secondo me lui ha una vera passione per il mio seno, una venerazione. Io gli invidio mille altre cose.
Per la prima volta mi ha fatto assaggiare le ostriche e, incredibile, sono squisite e funzionano veramente. Non ci avrei mai creduto. Ne sono diventata ghiotta. Ostriche e champagne. In un letto di ghiaccio. O anche con del buon prosecco. Forse mi sto facendo confusione, salto di qua e di là, ma è l’entusiasmo. Tutto per dire che con lui sono felice. E pensare quanto son stata stupida. A volte la fortuna è proprio dietro l’angolo. Magari davanti al banco degli affettati, come nel caso nostro. Basta saperla riconoscere. Basta saperla cogliere.
Però ora il prosciutto lo pigliamo intero. Sì! sto da lui. Una casa magnifica che basterebbe per due coppie più una nidiata di bambini. Ai bambini non ci penso quasi mai, ma mai porre limiti alla provvidenza. E tuttora mi chiedo come fa ad affettarlo col coltello; il prosciutto. Ma per i lavori di casa fa quasi tutto lui. Io ho ancora tutto da imparare. Non mi ci proverei più a stirarmi una camicetta. E non ha mai sbagliato una lavatrice. Ora tutti i capi sono del loro colore originale. Ora tutto, nella mia vita, mi sembra perfetto.
Per quanto riguarda la nostra intimità preferisco non parlarne. E’ stato imbarazzante solo all’inizio. Forse un po’ stupido. Com’è sempre davanti alle cose nuove. Dirò solo che a lui piace stare a destra e io ho sempre preferito dormire dalla parte sinistra; e poco altro. Lui legge molto, anche la sera prima di spegnere la luce. Io preferirei passare più tempo davanti alla televisione, quando stiamo in casa e non abbiamo ospiti. Brandendo il nostro grosso telecomando. Accoccolata come un gatto. Sì! mi manca il mio gatto.
Ho del pudore a raccontarlo, ma quello che ha richiesto più tempo è stato il nostro primo bacio. Poi pian piano ha cominciato ad andare tutto a meraviglia. Certo che la nostra unione è una vita piena. Io lo amo come uomo e anche come donna. E non siamo gelosi del nostro rapporto. Mi capita di incontrare tipi interessanti. Insomma ho le mie scappatelle, con uomini, come tutte le donne. I miei flirt. Anche lui ha raramente degli incontri con uomini, ma sono la sua unica donna. Quando mi capita un’avventura galante poi vuole che gli racconti tutto per filo e per segno. E mi sta attento ad ascoltare. Non ci sono segreti tra noi.
Gli altri uomini? Quando ci sono, e capita sempre di meno, cerco di non fare mai tardi. Solitamente so già dall’inizio come finirà e che finirà quasi subito. Sono sempre storie brevissime e comunque mi vengono presto a noia. Non ci si può credere, ma dopo un attimo ho già solo voglia di tornare da lui. Tra le sue braccia. Dentro il nido delle sue carezze. A piangere per farmi consolare. Persino per farmi perdonare; senza colpe. Per farmi dissetare di baci. Ce ne fossero di più di uomini come lui.

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playlist-del-risveglio-770x470E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca. Chiedetelo a lei. Non potrà che confermarlo: è stata proprio lei stessa, ridendo, a ricordarmi il proverbio. Sentirglielo raccontare mi mette ancora quel brivido. Perché a lei fa piacere dirle le cose. Naturalmente nel modo e nel momento opportuno. Io nemmeno avevo fatto caso a che tempo faceva fuori. Le imposte erano ancora chiuse. Ero ancora sospeso in quel dormiveglia. Non certo di essere uscito dal sonno. Non certo che non fosse più sogno. Impegnato ad ascoltare quel piacere che mi risaliva dalle viscere, liquido e tiepido.
Non me ne sono reso conto all’istante, naturalmente; come potevo? Certo che era incredibile ed era impossibile immaginare che lì ci fosse Luigina. Avrei dovuto riconoscerla, dopo dieci anni. Non era mai stata così… così… delicata. Così appassionata da… Eppure stavo già per sospirare: “Luigina”! Ma quelle non potevano essere le sue di labbra. Solo che al mattino, trascinato così fuori violentemente dalla notte, in quel dolce tepore; non era mai successo. Ancora penso che mia moglie… incredulo. Mentre la mia mano le sfiora i capelli. Sono capelli lunghi e sottili. Molto sottili. Guardo giù e non ci credo: sono biondi. E la testa è la testa di Egle. Questa è Egle.
Sta da noi da dieci giorni. A dire il vero neanche le tette sono quelle di Luigina. E’ ospite. Niente è di Luigina e tutto è di Egle. E’ carina. Luigina mi aveva avvertito “Non ho potuto dirle di no. Non aveva ancora visto Pisa. E poi vedrai che non darà fastidio. Voglio che la conosci”. E aveva ragione lei. E’ una donna solare. Spiritosa. S’è fatto subito amicizia. E’ stato facile stabilire quella confidenza. E lei a raccontare le sue cose senza parsimonia; con naturalezza. Già avevo avuto modo di chiedermi come aveva fatto quel Fantasma. C’è proprio gente che della vita non è mai contenta. Che qualsiasi fortuna gli capiti non la sa riconoscere. Ma è più la sua curiosità di conoscere me. Svegliarsi tra le labbra di Egle è un’esperienza indescrivibile. Sicuramente degna di essere vissuta e ripetuta.
Amiche da sempre. La credevo gentile per l’amica. Niente di più. Non posso che esserne enormemente sorpreso. Niente che potesse farlo anche solo lontanamente sospettare. Le dico “Ma?…” e fatico a dire anche quello. Avrò tempo per imparare che lei, Egle, sa leggere nel pensiero. Capisce al volo. Si libera di me solo per quel tempo e già rimpiango di aver avuto quella curiosità; ma ero allibito. Sa la mia domanda e mi spiega: “Le ho detto che volevo farti uno scherzo, spero non ti dispiaccia”. Il suo sorriso è furbo, ma non ho nemmeno il tempo di vederlo. Torno a accarezzarle il capo. Il contatto della mano sui capelli è leggero ma deciso. E’ come sfiorare seta. Nella carezza voglio spiegarle la mia gratitudine, e impedirle di fermarsi ovvero interrompersi. C’è la preghiera disperata di continuare. Credo non ce ne fosse bisogno; che non avesse nessuna intenzione lasciarsi distrarre. Egle è paziente e ostinata.
Per raccontare certe cose basterebbero due parole. E non ne basterebbero mille. Se ci fosse. La luce entra senza pudore. Mi va di guardarla. Cantami la tua canzone d’amore. A lei non crea nessun imbarazzo. Alza anzi gli occhi per interrogarmi. Credo che i miei si perdano ad ascoltare le parole che la sua bocca mi sussurra. Dettagliatamente. Credo che sia completamente soddisfatta della mia risposta. Almeno lo spero. Cerca di mettersi comoda e io tengo le coperte sollevate. Non ha bisogno di altre conferme. Sono completamente estasiato, abbagliato da quello che vedo. Come a guardare un altro ed essere io quell’altro. E lei è l’altra e questo fa tutto ancora più bello. Torno a convincermi che è solo tutto un sogno. Mi lascio sognare, sognante.
Fa un sospiro che sembra dover finire dopo il giudizio universale e mi fa scorrere la mano sul petto, senza distrarsi minimamente. Le lunghe unghie curate mi graffiano e mi solleticano. Poi mi arruffa il pelo. Per un attimo percepisco la presenza dei denti. Piccoli morsi appena udibili. Decido che è questa la vita che voglio, per sempre. Ho voglia di vederla; tutta. Ho voglia di tutto. E’ comunque diverso. E’ facile distrarsi, in un momento simile. Scordarsi di tutto. Improvvisamente mi viene in mente. Non è più curiosità ma un leggero timore. Conosco le cose: “E se torna”?
Non ho pronunciato un suono ma ancora una volta lei ha capito. Sembra quasi rimproverarmi. “Ha detto che doveva scendere per prendere il latte”.
La sentiamo aprire la porta. Grida appena entrata: “Ti sei svegliato”?
Sospetto che creda di essere spiritosa quando ci invita a ricomporci che è tornata. Egle l’ha già fatto con una velocità incredibile. Io mi limito a rintanarmi sotto le coperte. Desolatamente sconsolato. Fortuna perché Luigina, naturalmente, non vedendo nessuno, ci raggiunge in camera e si ferma sulla porta, la borsa ancora in mano, senza aspettare risposta. In fondo è casa sua. Guarda me e guarda Egle in piedi: “Me lo dovete proprio raccontare, il vostro scherzo”.
Meglio di no. L’ospite ride sotto i baffi, ma non mi toglie dall’impaccio. Se ne sta buona a godersi la scena. E’ pur vero che tra moglie e marito… Ammicca e si strofina gli occhi in uno sbadiglio. Sa fingere come una professionista. Forse il suo pigiama era già stropicciato della notte prima che entrasse. E’ delizioso; di un grigio perla che trasluce proprio come una perla. Più bella non potrebbe essere. Si sistema un ciuffo e torna a ridere.
Vedo la tazza sul comodino. “Egle è stata molto carina. Mi ha portato il caffè. Fingendo di essere te. Per poco non mi trovavo a dovermi vergognare. L’ho anche chiamata Luigina”.
Le avevo detto che tu dormi così”.
Ti ho detto che gli portavo il caffè. Che avrei finto di essere te per svegliarlo. E’ stato buffo. Tienitelo stretto. Non era ancora sveglio e già chiamava il suo amore: Luigina”.
Lei aveva appoggiato a terra le borse che dovevano essere pesanti. Si è vestita di un sorriso benevolo e si sfila le scarpe per infilarsi le ciabatte: “Ho detto che avrei fatto presto. Che mi sarei sbrigata subito. Per quelle quattro cose… E tu ora vestiti. Aspetta che usciamo. Vieni”.
Stavo per sospirare: “Fin troppo presto”. Invece le spiego che il caffè s’è freddato pregando Egle se me ne può portare cortesemente un altro.
Luigina riprende le borse decisa a raggiungere la cucina: “Non fare il pigro. Vieni a prendertelo in cucina. E non essere egoista. Egle deve uscire altrimenti, se se ne sta sempre in casa, non vedrà mai Pisa. Non credi? Che il caffè te lo aveva già portato. E’ stata gentile. Anche troppo. Rischiando uno spettacolo non proprio edificante. Di rimanere scandalizzata di te che hai sempre caldo e ora ti vergogni e ti rintani lì sotto le coperte come stessi per morire. Per fortuna. Tutto sudato”.
Egle impertinente sorride e mi strizza d’occhio: “Non ci sarebbe stato nessun problema. Non sarebbe stato il primo che vedo; non credi? Meglio così. Ma era buffo con quegli occhi. Scusa se ho riso. Ma s’è accorto subito che io non ero te. Prima ancora che aprissi la porta. Peccato. Non ti preoccupare, non te lo tocco il tuo bello. Poi mi sono fermata a parlare mentre ti aspettavamo. Ti spiace? Stavamo giusto parlando di te. Poi lui è stato gentile. Tienitelo stretto. Mi ha chiesto com’era finita. Gli stavo giusto spiegando cosa faceva quello stronzo e lui è rimasto senza fiato. S’è pure scordato del caffè, ma mi aveva già ringraziata”.
Le guardo andarsene. Sospiro. Mattino di merda. Mi infilo il pigiama. Prendo il caffè e lo porto al microonde. In piedi aspetto che si riscaldi. Ci aggiungo due cucchiaini di zucchero, ma di canna. Luigina ingozza il frigo e mi da di spalle. Egle è andata a vestirsi. Allungo una mano. Cerco di ritrovare il sogno. Luigina mi redarguisce immediatamente, spazientita e irritata: “Stai fermo con quelle mani. Non fare il cretino che Egle può tornare da un momento all’altro. Non hai altro per la testa”? Aggiungo un po’ di latte. Intingo un paio di biscotti nella tazza. Mi pulisco le dita sulla tovaglia. Vorrei tornarmene a letto, ma ho paura di svegliarmi. E scoprire che il sogno era tutto un sogno. Egle vestita in modo pratico saluta dalla porta e se ve va a scoprire la maledetta Pisa: “Ci vediamo stasera”.
Faccio un ultimo tentativo: “Vuoi che ti accompagni”?
Fa niente. Non ti devi disturbare. Grazie lo stesso”.
Ora siamo soli. Torno ad allungare la mano. Non lo farei, non ci penserei, se non fossi stato svegliato in quel modo. Invece: “Non vedi che ho da fare? Possibile che tu non le capisco proprio le cose. E poi non è il momento”.
Ho un ultima residua speranza: “Esco a prendere il giornale”. Mi metto le prime cose che trovo. Imbocco la porta in tutta fretta. Mi precipito già dalle scale. La donna delle pulizie mi da il suo buongiorno. Esco in strada ancora tutto spettinato. Con le scarpe slacciate. Con gli occhi scruto intorno, ma lei naturalmente è già sparita. Non c’è traccia di Egle. Ingoiata da questa città matrigna. Prendo i giornali e me ne torno sui miei passi Mogio. Rassegnato. Pazienza. Meglio pensare che è stato tutto solo uno stupido ma meraviglioso scherzo. E in casa leggo ogni riga cercando di non pensare a lei. E’ un maledetto sabato. La sera non arriva mai aspettando l’anticipo.
E’ ora di cena quando Egle rientra tutta allegra. Ha preso una copia della torre in finto avorio e una borsetta e la mostra a Luigina. La borsa è brutta, ma mia moglie si complimenta dell’acquisto. Ceniamo ma non trovo molto da dire. Guardo l’orologio a muro, non voglio perdere il fischio d’inizio. Egle disinvolta racconta che il centro è un vero labirinto. Che ha rischiato di perdersi. Mangia con appetito. Fisso ogni boccone che porta alle labbra. E quando sorseggia il chianti. Continuo a guardare Egle ma lei non mi degna di uno sguardo. Le lascio da sole a chiacchierare tra donne. Me ne vado in salotto. Nell’intervallo mi rubano il divano e vado a guardare il secondo tempo su quella piccola in cucina. Alla fine ne abbiamo presi tre. Proprio un sabato di merda. Per non farci mancare nulla fuori comincia anche a piovere e tira forte il vento.
Spedisco due mail, mi spoglio e mi infilo a letto. Ripenso al mattino e non resto indifferente. Spengo la luce e cerco di dormire. Dopo un po’ Luigina mi raggiunge. Cerco di essere gentile: “Com’era il film”? “Boh! Non un granché. Niente di eccezionale. Niente da non perdere. Però ce la siamo raccontata. Attento a Egle, credo che tu, almeno un po’, le piaccia. Non ti sembra un po’ sfacciata? Viene e va come fosse proprio di casa”. Lei spegne la luce. Allungo una mano: “Non ora. Sono stanca e ho un gran sonno. Mi si chiudono gli occhi. Fai il bravino”. Non mi resta altro che cercare di prendere sonno anch’io. Lo cerco e non lo trovo. Cerco di distrarmi. Era sbagliata anche la formazione.
Sento un fruscio e un alito di aria. Vedo un filo di luce. Deve essere pazza. Entra Egle di soppiatto. Dentro lo stesso pigiama. Mi sorride. Guardo a sinistra e Luigina continua a dormire. Faccio per alzarmi ma lei mi spinge giù. Con la mano mi invita a rimanere al mio posto. Incredibile. Cosa vorrà fare? Sembra che il mio imbarazzo e tutto la diverta. Come una ragazzina: “Mi sono ricordata che avevamo un… un discorsetto in sospeso; io e te? Non credi”. Faccio sì con la testa e mi immobilizzo per il panico. Torno a guardare verso mia moglie; tragicamente impacciato. E’ completamente pazza. Prima ancora che glielo chieda mi tranquillizza: “Le ho riempito il vino di valeriana”.
Non sono del tutto tranquillo. Diversamente lei accende anche l’abat-jour: “Non mi dire che non mi volevi vedere proprio tutta. Tanto lo so che non sarebbe vero. Me lo hanno raccontato i tuoi occhi. Non ti ricordi? Sei un gran maiale. Tutti uguali voi… Senza nessuna fantasia. Invece così è”… Certo che lo volevo e lo ricordo bene. E lei mi fa contento. Se ne esce da quel pigiama e mi lascia guardare per un lunghissimo istante, soddisfatta di sé: “Ti piace guardare? Non vorrai solo guardare? Fammi un po’ di posto”. Io eseguo. Mi faccio un po’ più in là. Luigina ha l’abitudine di dormine in bilico sul bordo. E lei non chiede molto spazio. Si allunga vicino a me. Mi sussurra all’orecchio: “Luigina è una cara amica”. “Non vorrai fer”… “Proprio perché è un’amica. Con le vere amiche si deve dividere tutto”. “Vieni qui”. “Lascia che finisca di raccontarti quella storia”. E ricomincia da dove eravamo stati interrotti. E lascia che io la guardi darsi da fare.
Aspetta un istante e mi interroga: “Non vorrai?”… Le accarezzo la testa e i capelli. Quei capelli così sottili e lunghi. Molto sottili e biondi. Che riflettono una luce dorata. Le cerco un seno. E’ gentilmente sodo. Me ne riempio la mano. Lei mi lascia fare. Soddisfatta. Attenta. Poi resto solo a guardare. Estasiato. Lei mi arruffa il pelo sul petto. Lo liscia. Balbetto confuso: “Ver… veram… vorrei”. Troppo tardi per aggiungere altro. Aggiungo solo “Egle!” –in un sospiro. Poi ancora colpevole: “Ma tu?”… Lei si libera le labbra e se le lecca. Ritrova la parola con la stessa tranquillità di sempre: “Io… non fa niente. Non ti preoccupare. Per me. Era solo per conoscerci. E ho ancora un bel po’ di gocce di valeriana”. “Non te ne andrai già martedì”? “Fossi matta. Al martedì fanno la mia serie preferita: Sex in the city. Non me la perderei per niente al mondo. La mia non è così bella grande. Cioè è bella e piccolina. La televisione”. E scoppia a ridere: “Resterei, ma ora devo proprio andare. Sì! è meglio che vada”.
So che ha ragione. La vorrei trattenere, ma non posso. Non sarebbe giusto. E’ stato bello. Fin troppo. Non ne ho le forze. E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca, ma anche la notte ha le sue meraviglie e i suoi tesori. E l’amicizia è il bene più prezioso in cui un uomo possa sperare. Se ne va ridendo, ma proprio sulla porta aggiunge a voce bassa: “Sai che anche lei… Non fa niente. Meglio che tu non sappia”. Io di rimando, senza pensarci un attimo, soddisfatto: “Svegliamoci ancora così, bambina”. Spengo la luce e mi addormento all’istante. Invece al mattino trovo un biglietto: “Non penserai mica che dormissi. Mi credi stupida fino a quel punto. Prendi le tue cose e vattene. Accompagno Egle un po’ in giro. Non farti trovare al nostro ritorno”. Dovrò ricredermi e rivedere tutti quegli stupidi e inutili modi di dire. Non so più cosa pensare. So solo che Egle è un vero vampiro. E che certe mattine sono solo un pessimo preludio ad un pessimo giorno.

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lotteriaIo sono un tipo un po’ casalingo, non esco mai la sera. Riassetto e sprofondo a guardare la tivù. Finisco quasi sempre per prendere il sonno. Quando lei torna solitamente cerca di non svegliarmi, ma se lo fa le chiedo sempre com’è andata? Lei mi risponde solitamente Bene. O almeno quasi sempre. Se invece dice Così! come l’altra sera, mi sembra quasi un invito a chiederle. Mi ha spiegato che era solo una cena tra amici. E lo ha fatto mentre stava già andando al bagno a sistemarsi.
Mi alzo e vado pigro a letto anch’io. A lei piace leggere e a me la luce non da fastidio. Dice che continuerei a dormire anche sotto un bombardamento, ed è vero, presumo. Qualche volta mi chiedo se le do abbastanza, ma la vedo felice. Questo mi basta. Tra noi funziona tutto a meraviglia. Non ho bisogno di chiederlo né a lei né a me stesso né a nessun altro. Non possiamo certo dire che abbiamo una vita monotona.
Era la fiera di S. Lazzaro. Ci sono andato anche se non ci vado mai. Erano tutti là ed erano tutti sorpresi di vedermi. Veramente stavo lottando con il torpore progressivo. Mi sono fatto un caffè per resistere almeno un po’. Lei ha sempre detto che per me è meglio una buona tisana calda. E poi a letto. Sento le grida perché già stanno estraendo i vincitori. Guardo la lista e scopro che è lei il primo premio. Così assonnato non sono certo di riuscire a capire. Scuoto la testa e mi incammino per ritornare verso casa.
Non faccio un passo che ci incrociamo e mi guarda sorpresa: Che ci fai qui? Passavo, e tu? Mi sembri stanco. Un po’. Vai a casa e aspettami che torno presto. Fai con comodo, tanto non scappo. Non so perché ma mi sembra di aver sbagliato risposta. Lei si preoccupa per me: Ora devo proprio andare. Sai che non ti devi sciupare. Non so cosa ci trovi in tutta quella confusione: Torna pure alla tua festa.
Altri quattro passi e trovo Pietro. Cerco di non vederlo ma lui mi vede bene e si ferma. Non posso evitarlo. Sembra guardare un fantasma eppure ci conosciamo dalle medie. Non ho nessuna intenzione di fargli compagnia a bere. Anche tu qui? Passavo, e tu? Io sono ai polli allo spiedo. Come sta andando? Quest’anno è fiacca. Come mai? E’ per la lotteria. Qualcosa non va? No, niente. Come niente? Ti dico niente. Ci sarà un motivo? Lui si fa reticente. Borbotta: Hai visto i premi? Non faccio per dire ma me ne ero già scordato. Finalmente si decide: Da amico ad amico. No! E’ solo… beh ecco… che premio è il primo se il vincitore vince un premio che hanno già vinto tutti? Capisco che non riesco a capire: Scusa, debbo andare, magari ne parliamo domani. Lui mi saluta: Certo, contento tu.
Il film è a metà. Devo prendere Sky così posso tornare indietro. Spengo. Mi sento stanco e ho sonno. Le scrivo un bigliettino pregandola di fare piano. Mi stendo a letto e spengo la luce. Dev’essere il caffè se fatico ad addormentarmi. Al buio mi ritrovo a pensare. Primo premio: Loredana. Secondo premio: Frigorifero. Strano, ricordo ancora bene che il toscano mi ha detto che l’anno scorso il primo premio è stato una serata “romantica”. Proprio così, con “romantica” tra virgolette. Che cavolo dice Pietro che è sempre lo stesso premio? Non c’è mai da fidarsi di quell’uomo. A quell’uomo il vino ormai deve avergli affogato il cervello.
Quando lei rincasa deve essere ormai molto tardi. Mi chiede: Dormi? Le dico di no e le spiego che forse per il caffè mi sento bello sveglio. Si scusa perché è proprio troppo stanca da morire e nemmeno si accende la luce. Rinuncia anche a leggere. Ma perché poi proprio lei che ha il diploma di ragioniera devono metterla tutti gli anni al baracchino del tirassegno? Devo scambiare due paroline con il parroco. La vedrei meglio alla biglietteria.

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Couple at romantic dinner in restaurantNon è infrequente imbattersi nell’uomo sbagliato. E un poco innamorarsene, o provare per lui rapidamente della simpatia. Così è successo con Alberto. Devo essere un ottima allieva in questo. Non è stata la prima volta e temo non sarà l’ultima. Capitano tutti a me. Eppure non sono certo una a cui dovrebbero mancare le occasioni. Ma questa non l’ho mai raccontata a nessuno.
Ci eravamo incontrati un paio di volte al supermercato sotto casa. Solo dopo ho saputo che lui ci andava solo perché era più grande e più fornito, anche se gli stava fuori mano. Avevo pensato: Peccato. Poi un pomeriggio, stavo prendendo due etti di prosciutto crudo al banco, ha trovato il coraggio. Ha aspettato poco distante che la banconiera finisse di servirmi e poi mi ha spiegato che anche a lui piaceva il crudo. Mi ha fatto i complimenti per il vestire. E per il taglio di capelli. Ci ha pensato un po’’, imbarazzato. Poi finalmente ha avuto l’ardire di invitarmi a cena. Io sulle prima ho cercato di mostrarmi sostenuta, ma poi, davanti alla sua galanteria, sono crollata, mi sono arresa e ho accettato per la sera stessa. Avevo già controllato che non portava la fede. Gli ho mostrato il portone e indicato qual era il campanello. Gli ho spiegato di suonare Sonia Bellavia e che sono io Sonia; che sarei scesa subito.
Gli avevo detto alle sette e si è presentato puntuale, anzi con cinque minuti in anticipo. Diversamente mi avrebbe trovata già giù ad aspettarlo. Ed è corso ad aprirmi la portiera. Gran bella macchina la sua. Grande e comoda. Blue elettrico. Non ne avevo mai provate di quel modello. Dopo avermi chiesto il permesso ha acceso l’autoradio. E mi ha portata in un locale veramente elegante, con le tovaglie candide e piene di posate. Grande. Un cameriere per il vino e uno per l’acqua. Io l’ho presa gassata e lui frizzante; l’acqua. E lui ha nascosto un sorriso compito dietro la mano. Prima che mi sedessi ha fatto una cosa veramente insolita: ha fatto il giro del tavolo per accostarmi la sedia. Avrei fatto anche da sola, ma quel gesto mi era sembrato veramente una cosa galante. Mentre aspettavamo mi ha detto di chiamarsi Vittorio Ernesto Gianmaria, ma che potevo chiamarlo Alberto. Poi ha assaggiato il vino.
Non abbiamo dovuto aspettare molto. Sembrava che lo conoscessero. Ho ordinato quello che ordinava lui, per non sbagliare. Tutto veramente squisito anche se le porzioni non si potevano certo definire abbondanti. Prima del dessert è passato un cingalese dell’India con le rose e lui me ne ha regalata una. Poi l’ha richiamato e me le ha prese tutte quelle che il piccolo uomo aveva. Tutte rosse, naturalmente. L’ho ringraziato lanciandogli un piccolo bacio a labbra socchiuse. Lui mi ha preso la mano spiegandomi che era una gioia. Alla fine ha fatto un cenno al cameriere, gli ha bisbigliato quasi all’orecchio e ha pagato tutto lui porgendogli la carta di credito.
Ero senza fiato. Non potevo credere che stesse succedendo proprio tutto a me. Mi ha accompagnato fino alla porta e sulla porta ha spettato per salutarmi e vedermi rincasare. C’è stato un attimo di silenzio che abbiamo consumato guardandoci negli occhi. Come se aspettassimo entrambi qualcosa. Gli ho chiesto cortesemente se voleva salire. Mi ha detto che non voleva rovinare tutto e mi ha salutato con un timido e rapido bacetto sulla guancia. Per tutte le scale mi veniva da cantare. E da ridere. E da piangere. E da imprecare. E ancora da cantare. Ho messo le rose in un vaso con l’acqua e stanca sono corsa a letto. La notte ho faticato a prendere sonno. Un po’ pensando a lui. Un po’ per l’emozione e per tutto. Un po’ per il vino. Un po’ perché mi sentivo immensamente sola in quel maledetto enorme letto.
Il mattino seguente si è fatto vivo subito, anche troppo presto. Nel primo messaggino mi chiedeva se avevo dormito bene. Nel secondo come stavo. Nel terzo si scusava se poteva aver mancato in qualcosa e se mi era piaciuta la serata. Naturalmente il quarto l’aveva scritto per chiedermi se potevamo rivederci. A questo ho risposto subito, senza farlo aspettare, per dirgli di sì. Certo! Che potevamo rivederci sicuramente. Quando voleva. Allora mi ha chiesto quando lasciandomi sorpresa. Non ho scritto “Anche subito, immediatamente”. Ci ho pensato e poi ho deciso per dirgli: anche stasera. Ci sono rimasta un po’ delusa e stupita quando mi ha messaggiato che proprio quella sera non poteva per un impegno. Se mi andava bene per l’indomani. Certo che mi andava bene. Per di più era di sabato. Avevo tutto il fine settimana davanti. Al mio “Certamente!” ha replicato invitandomi a teatro. Rimasi un po’ delusa. Avrei voluto rispondergli: Meglio da me.
Ero impaziente. A pensarci non avrei avuto niente di adatto da mettermi. Ho preso un vestito rosso Valentino che m’è costato una cifra. E due scarpe con i tacchi che mi facevano le vertigini solo a guardarli. La borsa me l’ha prestata Ornella. Ho messo gli orecchini d’oro, quelli fatti come delle lanterne, che sono sempre belli. Ho cercato di pensare proprio a tutto sperando di non farmi confusione. Persino alle mutandine che ho immerse in un bagno di gelsomini. Per il trucco mi son fatta aiutare dalla stessa Ornella. Volevo essere perfetta. Lei, Ornella, mi ha detto che ero magnifica. Mi sono ammirata allo specchio e non ho potuto che darle ragione. Ho trovato sicurezza di me. Fiducia. Le ore dopo sono state una lunga infinita attesa.
Ero alta come lui o quasi. Non vedevo l’ora di sedermi e di sfilarmi, nel buio, quelle scarpe. Facevano una cosa sulla vita e la morte di un certo Caravaggio. Più sulla morte che sulla vita. Una cosa di una noia mortale, ma ogni volta che lui rivolgeva la sua attenzione verso di me cercavo di ricambiarlo con un sorriso. Non ci ho capito molto. Forse mi lasciavo distrarre dalle persone tra il pubblico. Forse pensavo a come sarebbe finita la serata. Fantasticavo. L’attore principale interpretava il protagonista e anche un altro personaggio, un certo Michelangelo Merisi. Non capivo quando era l’uno e quando era l’altro. Non cambiava nemmeno faccia. Avrei potuto chiedere ad Alberto, ma non volevo farmi vedere come fossi la sprovveduta che non sono.
Mentre tornavamo a casa mi accorsi che non mi erano state nemmeno chiare le vere ragioni della sua morte. Non che mi interessasse così tanto. Forse mi ero anche un po’ assopita. Prima di scendere mi ha spiegato che secondo lui due persone non dovrebbero mai lasciarsi prendere troppo dalla fretta. Non è una buona consigliera, mi ha detto. Non era una questione di fretta, ma eravamo già al secondo appuntamento. Fosse stato solo per me sarei stata felice di farlo felice anche lì in macchina. I sedili erano reclinabili, e comunque era molto comoda. Mi sono trattenuta. Certamente Ornella mi avrebbe rimproverato con un divertito: Bella stupida. Gli ho chiesto se era proprio sicuro di non voler salire. Ha declinato l’invito ancora e con grande amabilità ringraziandomi. Davanti al portone mi ha abbracciata e mi ha lasciata con un bacio sulla guancia, stavolta meno rapido, meno fuggevole.
In seguito non si era fatto sentire per tre giorni. Tre lunghi giorni di silenzio. Avrei voluto chiamarlo, ma non mi aveva dato il suo numero di cellulare. Avrei potuto contattarlo attraverso quegli stupidi messaggini, ma non volevo apparirgli invadente. E poi per sms non so mai bene cosa dire senza poter essere fraintesa. Per dirla tutta mi sono sembrati tre giorni d’infermo. Andavo su e giù senza trovare pace. Riempendomi la testa di domande alle quali non riuscivo né potevo trovare risposte. Era un silenzio ingombrante. Assordante. Un silenzio materiale che mi seguiva in qualunque stanza andassi, cercassi di nascondermi. Anche la televisione mi mostrava cose che non sentivo, che non capivo. E quando sono in ansia mi si crea aria nella trippa.
Alla fine si era rifatto vivo. Solo uno di quei maledetti messaggini, laconico. Mi chiedeva se mi andava bene per una cena per quella stessa sera. Ormai era pomeriggio. Ero nei guai. Non potevo certo mettere lo stesso vestito del primo appuntamento. Tanto meno quello del secondo. Troppo elegante. Non mi piace fare le cose di fretta. E non mi piaceva niente di quello che avevo nell’armadio. Per un verso o per l’altro niente andava bene. Decisamente inadatto. Troppo da pomeriggio. Troppo da signora. Troppo troppo. Ho comunque confermato per quella sera. E ancora una volta mi ha salvato Ornella. Lei ha tutto di tutto e qualcosa per ogni occasione. Mi ha salvato e, vedendomi, mi ha fatto gli auguri: Non farti fregare. Ma mi ero sbrigata tutto all’ultimo momento.
Lui mi aspettava davanti alla porta. Mi ha portata allo stesso ristorante. Sembrava un déjà vu, insomma una cosa già vista. Alla seconda visita però mi sembrava che il locale avesse perso un poco del suo fascino. Anche il cameriere per le ordinazioni era lo stesso. Anche il vino che ha ordinato. Persino le coppie agli altri tavoli sembravano le stesse. Però stavolta sapevo che le forchettine più piccole erano per il dolce. Appena seduti o poco dopo gli ho chiesto cosa avesse da dirmi. Si è scusato molto, tenendomi la mano, e mi ha raccontato che era dovuto andare in un posto vicino a Norcia. Per lavoro, mi aveva detto. Un posticino veramente incantevole, a sentire lui. Affogato nel verde. Poi è stato carino. Mi ha confidato che avrebbe voluto che ci fossi anch’io. Che avrebbe desiderato farmelo vedere. Che potevamo tornarci assieme.
Il vestito a fiori di Ornella era un po’ scollato. Forse più che abbastanza. Me lo sono chiesta: esagerato? Lui sembrava distratto. Sembrava distrarsi a guardarmi nella scollatura. Ma non troppo. Non come mi sarei aspettata. In fondo che c’è di male? E poi… non che si vedesse proprio tutto. Avrei voluto chiedergli qual era il suo lavoro, ma non lo feci. Per la mia solita insopportabile riservatezza. Lasciai parlare quasi solo lui, mi piaceva starlo ad ascoltare. Anche solo sentire. Aveva un tono melodioso. Persino quando ha ordinato il filetto di cernia. Io ho alzato solo le dita nel segno di vittoria come dire: per due. Lui ha controllato l’ora tre volte, sono stata attenta, sempre scusandosi, come se dovesse dopo andare in qualche altro posto.
A volte vengono proprio delle idee bizzarre. Avevo sperato che mi avrebbe portata in un posto nuovo. Un poco delusa ci era rimasta. Per fortuna non mi aveva invitato al cinese. Io con le bacchette non so nemmeno come cominciare e come finire. Non riesco ad afferrare le cose, tantomeno portarmele alla bocca. Sì! proprio una fortuna. Certo il locale era bello, ma troppo grande. Troppo illuminato. Con tutti quei lampadari la candela perde ogni effetto e significato. Troppo chic. Era troppo… troppo… troppo poco intimo. E il cameriere era sempre tra i piedi. Non potevo finire una frase. Non potevo finire di bere che già mi aveva riempito il bicchiere. Speravo in un posto magari meno distinto, ma più romantico.
Non potevo dire che era bello, non proprio. Però era intelligente, pulito, elegante, educato, raffinato, delicato, galante e tante altre cose. E sempre rasato in modo perfetto. Forse anche bello. E poi… quando c’è del sentimento cosa importa? E le scarpe mi facevano un male d’inferno. Erano di un numero più piccolo del mio e mi soffocavano i piedi. Anche il vestito era una taglia in meno, ma non potevo rimproverare niente a Ornella. Decisi di rinunciare al dolce per non compromettere la tenuta della cerniera. Sarebbero stati guai seri. Sono pudica il giusto, non avrei mai voluto ritrovarmi spogliata davanti a lui in mezzo a tutta quella gente. Mentre mi dicevo tutte queste cose cercavo di non negargli l’attenzione e di ascoltare le sue parole. Un gioco complicato di equilibri in cui non sono proprio una maestra.
Insomma quell’interminabile cena era finita con lui che mangiava una fetta di Saint-Honoré e io che aspettavo paziente. Paziente ma non troppo. Era il terzo appuntamento e sapevo appena il suo nome, anzi facevo fatica anche a ricordarli tutti quei nomi. Era pieno di attenzioni eppure mi sentivo invisibile. Mi guardava di più il tipo due tavoli distanti. Per quanto mi chinassi sembrava non ci fosse niente da fare. Ancora una volta pagò tutto lui, per due. Poi facemmo in macchina il percorso in un silenzio imbarazzante. Parcheggiò sotto casa mia, ma non fece cenno a scendere per aprirmi la portiera. Aspettai anch’io. Aspettammo in un attesa infinita. Infine si fece forza e, senza guardarmi negl’occhi, mi chiese se poteva confidarmi una cosa. Un segreto. Certo! –gli dissi. Cercai di spiegargli che poteva chiedermi tutto quello che voleva. Che ero pronta a tutto. Forse mi stavo veramente innamorando. Forse ero solo felice.
Mi pregò di starlo a sentire senza interromperlo. Mi pregò di non dire a nessuno quello che stava per dire solo a me. Che era un segreto. Mi sentii emozionata. Privilegiata. Perché no? Intanto io avevo il tempo di immaginarmi chissà quali cose. Persino le più strampalate. Invece mi confessò che in verità lui si chiamava Vittoria Ernestina Giannamaria, cioè lei si chiamava così, o si era chiamata. Che da bambina tutti la conoscevano come Giannina o Tina, ed era una vera discola. Poi era cresciuta fino a diventare Alberto. Ma… che… insomma… non era Alberto del tutto, un poco era ancora Giannina. Mi ci volle qualche minuto per pensare e per capire. Per realizzare cosa mi stava raccontando. Credo sia umano. Vorrei vedere un’altra in una situazione simile. Non gli risposi subito. Poi mi dissi: Che sarà Mai? Un nome è solo un nome. Il modo in cui ti chiamano gli altri. Ma nemmeno nella voce ero convinta.
Era assolutamente addolorato. Sconfortato. Con molta tenerezza gli passai una mano sulla guancia assolutamente liscia. Forse era troppo tardi per tornare indietro. Gli spiegai che… io… insomma… potevo amarlo anche come donna. Non ne ero certa. Non avrei saputo come fare. Ero anche disposta a provarci. Mi rispose sconsolato che lui però non poteva amarmi come un vero uomo. Mi ricoprì di scuse. E non volle salire. A casa ero furiosa. Ero delusa. Ero… fuori di me. Dovetti sorbirmi una tisana, dopo essermi tolta quel maledetto abito e sfilate le scarpe. In seguito a quella sera a volte ci troviamo dalla parrucchiera, a volte dall’estetista. Come due buone amiche. O due buoni amici. O entrambe le cose. Nessuno dei due ha trovato il coraggio per fare quell’ultimo passo.
Come ho detto fin dall’inizio: questa è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno. Per pudore? Per vergogna? Perché non saprei da dove cominciare? Perché non saprei come farmi capire? Perché confonde pure me? Non lo so. E anche ora che la racconto ho ritenuto opportuno usare nomi di fantasia. Nella realtà non c’è nessun Alberto. E io non sono io. Mi sono inventata questo nome per rispetto nei suoi confronti. Per non compromettere la sua carriera. Per evitare i pettegolezzi. Perché lui è l’uomo sbagliato, ma una splendida e meravigliosa amica.

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labbra-giovaniQuel giorno non c’era nessuno con lui. Si era avvicinata e poi si era seduta al suo tavolino. Aveva una maglietta gonfia e orgogliosa. Una maglietta con delle stelle di brillantini. Capelli corti e un volto dove non riusciva a nascondere che i suoi anni migliori erano passati. Eppure aveva ancora quell’arroganza e quella sicurezza della gioventù. Di essere donna. E due occhi penetranti. Da mettere in imbarazzo. Perché poi? Ma gli era successo più d’una volta. Lei non aveva detto nulla. Si era limitata a cercare il suo sguardo.
Provava la vaga sensazione di averla già incontrata. Poi le solite cose quasi buttate là, banali Vieni spesso? Sì… cioè… vedo che spesso lei è a quel tavolino; sola. L’hai notato. Ora che mi ci fa pensare… Lei si compiacque Non sempre. Già! forse è vero. Perché del lei. Mi viene spontaneo. Vuoi dire…? Non la volevo offendere. Sei solo? Oggi sì! Volevo dire… Quelli erano affari suoi Separato, in attesaTutti aspettano qualcosa, qualcuno. Già! Lei sorrise e lui si guardò intorno Posso offrirle qualcosa? Non riesci a togliertelo dalla bocca. Mi riesce naturale.
Sapeva che lei, in precedenza, aveva fatto caso a lui. Non s’era mai chiesto il perché. Semplicemente s’era sentito osservato. Aveva sentito parlare, anzi sparlare, di quella donna. Non sapeva chi fosse e naturalmente come si chiamava. Aveva sentito dire che aveva due figli maschi, grandi. A dare ascolto alle chiacchiere della gente, anzi di Gualtiero, pareva che lei avesse partecipato anche a dei porno, amatoriali. Cose girate per il quartiere. Che avesse la fama di essere anche una brava, specialmente in rapporti orali. Certo era che prendeva il caffè a quello stesso bar. E rimaneva lì seduta a lungo, guardandosi torno.
Lui non era un cacciatore. Piuttosto si sarebbe definito una preda. La verità era che aspettava la sua grande occasione. Si limitava ad aspettare sognando ancora l’impossibile, il grande amore. Con sempre maggiore rassegnazione. Io prenderei un prosecco. Scusi, m’ero distratto. Alzò la mano per richiamare l’attenzione del cameriere. Perché non mi guardi mai negli occhi, li sfuggi? Frugò rapidamente nella sua testa, ma trovò solo la scusa più banale. Era semplicemente così. Lo faceva senza pensarci. Forse per un qualche strano disagio, con lei Veramente m’era sembrato che stesse arrivando qualcuno. Aspetti qualcuno? Non proprio. Lei si limitò a sorridere soddisfatta.
… Com’è Parigi? Come? Parigi, come ti è sembrata? Non credo di capire. Non sei andato a Parigi? Cosa sapeva o credeva di sapere quella donna di lui. Ed erano passati ormai un paio d’anni. Forse tre. Allora era ancora con Alda. O forse avrebbe dovuto chiamarla Samantha. Non sapeva niente Ahh! Veramente era Brest, Quimper e Brest. Sa, Prevert. Le bombe. No! lasciamo stare. Sempre Francia è. Non proprio, Bretagna.
Mise i soldi sul tavolo Devo andare. Devi proprio? Devo proprio. Peccato, è divertente parlare con te. E’ stato un piacere. Chi ti aspetta? Non erano affari suoi. Non si preoccupò di apparire sgarbato. Già! non lo aspettava nessuno. Si sentiva in tensione. Ne aveva abbastanza di chiacchiere. E Gualtiero non si era nemmeno fatto vedere. Forse era di turno. Forse in qualche avventura.
In seguito, senza motivo, avrebbe riavvolto più volte il nastro di quella conversazione, di tutto quel pomeriggio breve. E certe volte, stupidamente, aveva evitato quel bar. Non voleva sentirsi in una sorta di trappola, come quello che cerca di prevenire ogni domanda e se le aspetta sempre diverse per poi non trovare mai le risposte. Ma lei non era certo il tipo da farsi scoraggiare.
Poi un pomeriggio come gli altri, con la testa vuota e niente da fare. Mentre lei sorseggiava calma un martini e si portava l’oliva alle labbra Posso chiederle una cosa? Tieni ancora le distanze. E allora…? Tutto quello che vuoi. Mi chiedevo…? Ti hanno detto. Fu così che scoprì che quello che gli era stato confidato era proprio vero. Davanti alla porta del cesso degli uomini, di fianco al telefono a muro. Anche se a lui sembrava ancora così inverosimile. Nel frattempo aveva trovato casa.
Si ricordò di non averle nemmeno mai chiesto il suo nome. Se lo ricorderà per sempre. Tutto questo dopo di Alda, che forse avrebbe dovuto chiamare Samantha. E prima di incontrare Lidia.

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darlin_maxresdefault-2-1Vi ho mai parlato di Africa, cioè di Augusta detta Africa? No! credo proprio di no; perché questa è un’altra storia. Una delle tante. Per chi non la conoscesse nel nostro complesso lei cantava e suonava il violino. Non era alta, questo si dice di chi è abbastanza piccolina. Piccolina e formosa, ma sapeva farsi apprezzare. Aveva il diavolo in corpo e nessun ritegno. Carnagione scusa, da questo quel soprannome. Lunghissime treccine e forme piene. Molto piene, abbondanti. E non cominciava mai un concerto senza averlo fatto, dopo essersi fatta un bel po’ d’erba. Lei diceva proprio come Janis. Ma così vanno le cose, o andavano allora. E noi dovevamo suonare al King’s Palace. E doveva venirci ad ascoltare un produttore.
Quella sera avevamo appuntamento nel furgone mentre gli altri continuavano con il Sound Check. Non che dovesse rimanere un segreto. Ma io la raggiunsi furtivamente. Era la mia occasione. Ero emozionato, Non solo per la serata. Ero preparato al meglio, al massimo, non a una delusione. Invece, con lei, avrei dovuto esserne pronto. Infatti lo stava già facendo con quello stronzo buono a nulla che avrebbe dovuto occuparsi solo delle luci. Mi stava su quel posto già da appena l’avevo visto. Per un attimo non si accorsero di me. Mi sentivo un imbecille. Poi lei mi guardò e mi sorrise con quel suo fare innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se si stesse lavando i denti. Scusami un attimo. Sai… è solo che lui è arrivato. Mentre stavo aspettando. Non te la sei presa, vero? Magari ci… sentiamo dopo il concerto. E me ne uscii.
Non è stato il più bel concerto della nostra brevissima tournée. Ero distratto. Lei si era scordata di rimettersi le mutandine. Ero incazzato. Moisse aveva perso il tempo. Il piano aveva troppi tasti. Ad un certo punto le luci si erano spente. Fanculo, lo avevo detto che quel figlio… Dopo non avevo più un briciolo di energia. Lei aveva cercato di rabbonirmi, di consolarmi, facendomi vedere e giocare con le sue bocce. Già! da quando avevamo cominciato erano il successo maggiore e la cosa più gettonata di tutta la provincia. Forse è in un’occasione del genere che qualcuno ha coniato il detto che il tempo è d’oro. Ero fuori di me. In fondo la canzone era la mia.

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istock_000058983098_small_1739825Pareva che Teresa, quelli giusti, li avesse trovati tutti lei. Certo che Teresa era una che si dava da fare e ci sapeva fare. Almeno da come la raccontava lei. Era piena di consigli e li elargiva a piene mani. Solo che di quei consigli non sapeva che farsene. Inutile dire dopo cosa si sarebbe potuto fare prima. E poi nemmeno a lei mancava la fantasia. Forse era la pratica a farle difetto. Le sue domande poi erano le banalità più scontate che le avessero potuto propinare. A volte anche imbarazzanti, altre solo banali. Eppure era la stessa Teresa a confermarle che a lei non mancava proprio niente. Se non ti amano vuol dire che non ti meritano.
Certo che gli aveva fatto notare come avesse le gambe lunghe, e le cosce sode. Certo che conosceva il linguaggio di un sorriso ammiccante. Certo… anche del sedere. Certo che sapeva essere provocante. E impaziente. O, se serviva, paziente. E farsi riservata. E farsi spudorata, cioè un po’ arrogante e un po’ impertinente. Ma anche, se era il caso, un po’ santa e un po’ quasi quasi non te la do. Poteva essere qualsiasi donna e tutte le donne Per me… fa lo stesso. Come vuoi. Visto che siamo qui. Non lo avrei mai immaginato. Certo che tu… Non ti credevo così… Non guardarmi con quegli occhi. Come ti sembro? Scusa, puoi abbassare la luce. Ma mi hai vista. Abbi pazienza. Per chi mi hai presa? Datti da fare. E quelle cose lì. Tutte le donne lo sanno. E’ solo che poi vai a pescare gli uomini che le capiscono. E trovare quelli giusti. E il momento giusto.
Forse era solo una questione di tempo e di tempi. Se uno non lo conosci proprio a fondo puoi fraintendere quello che si aspetta. Che tipo è. Mica poteva chiederglielo Che tipo sei? Come ti piace farlo? Non sarai mica uno di quelli? Non è che poi mi deludi? Sei un toro o un agnello? O un capone? E la prima volta è sempre fondamentale. Lui ti guarda e ti sembra impaziente. Tu lo guardi e ti pare che la pazienza non saprebbe bastarti mai. L’amore ha sempre mille sfumature. E lei non parlava di amore, si accontentava di una semplice e sana avventura. Non cercava niente di più.
Al dire di Teresa Spresiano era un vero gigante, un bronzo. Doveva essere particolarmente fortunata. Lei aveva incontrato solo normo-dotati, quando non mini-dotati. Certo che il ricordo storpia, ma quando aveva, come dire? incontrato Spresiano non le era parso nulla di che. Per dirla tutta più pelle che carne. Per Teresa le poppe erano tutto, erano il suo segreto. Ma lei, Teresa, le aveva abbondanti. E anche un po’ cadenti. E se tra loro si doveva posare uno sguardo era prima su di lei che si soffermava e si soffermava un attimo di più, con maggiore interesse. Solo che spesso si soffermava solo quello sguardo. Il proprietario non riusciva a trovare le parole, il coraggio. Si allontanava con la sua voglia silenziosa. E la coda tra le gambe.
A sentire Teresa bastava essere disinibite. Cosa vuol dire? Si ha un bel dire disinibita quando nessuno cerca nemmeno di attentare alla tua virtù. Quando uno sguardo da pesce lesso resta solo lo sguardo di un pesce lesso. E te ne stai lì ad aspettare l’occasione e mastichi aria e l’occasione continua a farsi aspettare. Non ci sono più gli uomini di una volta. Dov’è finito il maschio cacciatore? A raccontare fantasiose rodomontate. A berselo corretto. A parlare di sport e di quella che lui chiama politica. A farsi lo spritz. A distogliere lo sguardo se lo guardi. Se incrocia i tuoi occhi. Se ti si scopre un po’ di gamba. Se si accorge che te ne sei accorta. Se ha ammirato troppo a lungo, secondo il fesso, la tua maglietta. Come se potesse darti fastidio. Come se un complimento potesse essere non apprezzato.
E’ stato allora che ho detto a Teresa vai a fartelo fare da un bassotto e pelo corto. Che mi sono alzata e l’ho raggiunto al suo tavolo Posso dirti due parole trascinandolo via dagli amici. Scusa, come ti chiami? Veramente… io mi chiamo veramente… Salvatore; perché? Salvatore, ho visto come mi guardavi. Credo si stia sbagliando; io mica la guardavo. Certo che lo facevi. Mi deve credere. Ti è piaciuto quello che hai... Non vorrei essereInsomma, se ne hai voglia allora abbiamo voglia in due. Non credo di capire. Certo che capisci, intendo… sì, insomma… scopare? Dice sul serio. Certo, solo una scopata. E’ che ioFacciamo in fretta. Una sveltina. Una botta e via. E’ solo che devo prendere il pullman. E si è alzato. Soddisfatto. Soddisfatto di che?
Non era male Salvatore. Non sarebbe stato male. Ero certa che ci stesse ripensando. Spettinandosi i capelli. Ma appena si era allontanato era giù una storia chiusa. Se si può definite una storia. E sono tornata da Teresa Sei ancora qua? Dove volevi che andassi? Non dire che non te l’avevo detto. E allora? Hai visto anche tu. Cosa? Allora nisba. Perché? Che ne so? Mica potevo dirle che aveva appuntamento con un pullman. Lei aveva riso. Gli uomini restano un mistero. Se anche trovano il coraggio solitamente non hanno neanche niente da nascondere. Puoi aspettarti che ti riempiano di parole. Sei un’illusa ad attenderti anche dei fatti. E’ una storia già scritta: gli uomini che incontri sono sempre gli uomini delle altre.

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