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Posts Tagged ‘malizia’

La curiosità è donnaSecondo me è moldava. Parla un italiano terribile; a stento comprensibile. Probabilmente suda dietro a qualche povero vecchio. Non sono tipo da farsi fantasie. Nemmeno troppo curioso da chiedere. Magari è un pensionato bavoso. Mezzo invalido. Magari no. Non devo sbagliarmi di troppo. Non deve avere una vita bella. Lei non le è molto. E anche quando sorride ha un viso triste. Se posso dirlo: sembra alla disperata ricerca di sistemarsi.
È al bar con delle amiche. Quelle se ne stanno sempre tra loro. Parlano e bisbigliano e ridono nella loro lingua. Ha dietro la borsa della spesa. Mi notano, si fanno un cenno e ridono. Ormai noi italiani restiamo in pochi. Pochi, ma ci distinguiamo subito. Solo che se chiedi un’indicazione per strada rischi di sentirti rispondere in armeno. Ma in alcuni casi, per fortuna, che ci sono. Come, per esempio, come detto, per accudire quei poveri vecchi. Le nostre donne non hanno più quella pazienza. Quella umiltà. Lo spirito di sacrificio. Non vogliono rovinarsi le unghie. E poi anche perché loro sono molto meno esigenti. Più spicce. Si accontentano subito e di meno.
Me ne sto con il mio bianchetto e le guardo distratto. Non ho altro da fare. Nessuno mi aspetta. La pensione l’ho già ritirata. Sono stato uno degli ultimi fortunati. Non sono così vecchio. E ho ancora il fuoco dentro. Insomma, provo ancora qualcosa vicino ad una donna. Mi vien ancora voglia di togliermi qualche sfizio. So apprezzare. E, a volte, mi so anche accontentare. Non ho niente di meglio e le sorrido. Lei volta di scatto la testa dall’altra parte. Torna ad occuparsi della sua compagnia. Solo la vicina se la gode a lanciarmi, di sbieco, sguardi furtivi. Si gira per sganasciarsi dandomi le spalle; anzi le alza le spalle. Fa spallucce. Come se mi compatisse e mi lanciasse un messaggio definitivo. Non le do retta e continuo a guardare con insistenza la mia preda. Forse non l’ho detto ma so essere caparbio. Ne va del mio orgoglio. Se ne dovrà pentire. Lei si gira e, quando torno a sorriderle, lei mi ricambia con un sorriso. Resto ad aspettare continuando a fissarla.
Lei resiste un paio di minuti, forse un quartino. Il tempo di altri due bicchieri. Poi dice qualcosa alle amiche in quella loro lingua incomprensibile. Si alza e mi raggiunge mentre le amiche ridono ormai senza ritegno. Mi guarda in piedi. La invito ad accomodarsi. Mi chiede cosa mi serve, almeno credo. Le spiego che non mi serve niente. Mi guarda perplessa e riflette. Prende posto sula sedia, davanti a me. Un po’ rigida e passabilmente imbarazzata. La invito a prendere qualcosa. Guarda il mio bicchiere e si prende anche lei un bianchino, dicendo che sono gentile. Non lo sono mai stato. In certi momenti anche un po’ cafone. Preferisco chiamare il pane col suo nome. Più che una donna sembra una zia. Mi devo essere impazzito. Davanti a tutti. Ma la carne è carne. Comincia a tradirmi la memoria. L’ultima doveva essere con le guerre puniche. Non è il caso di procurarsi troppi pudore. Fanculo e tutti, e poi, tranne le amiche, non siamo praticamente che noi due nel locale.
La prego di aspettare e vado fino al cesso a controllarmi, approfitto e la faccio. In tasca mi son portato un paio di cinquantini. Non credo, ma non si sa mai. Dovrebbero bastare, se si fa pagare. Son certo che non è così. Anzi farebbe meglio a non provare nemmeno ad approfittarsi di me. Quando torno le amiche sono andate e lei s’è ripresa la sua borsa. Resto io stavolta in piedi. C’è un attimo di silenzio ingombrante. Ha occhi e mani mansueti. Le dico se… sì! insomma… vogliamo andare. Lei non batte ciglio e si alza, e mi segue dopo aver aspettato che paghi le consumazioni. L’oste mi allerta che restano anche quelle delle amiche. Pazienza! Faccio. Dentro metto nella lista tutto per dopo. Quando si impone so essere un signore. Mi sistemo i pantaloni. E non mi faccio altri riguardi, con un sorriso malandrino la invito a casa: Va bene da me?
Mi riempie di domande. Chiede se la macchina è mia, le piace. Quanti cavalli ha. Quanti anni ha. La trova comoda. Che velocità, raggiunge. Se il portabagagli e abbastanza capiente. Da quanto ho la patente. Non sembra del tutto convinta. Cerca di non farsi impicciare dal silenzio. Intanto si tiene la borsa tra le gambe. Poi mi chiede il nome. Dove abito. Se è lontano. Quanti anni ho, me ne sottraggo e perdono sette. Solo per fare conto tondo. Mi indica il super dove fa la spesa. Mi dice che lei sarebbe vegetariana, ma non sempre. Sorride silenziosamente e in un modo un po’ vergognato e un po’ ambiguo. Forse era una battuta. La lingua non aiuta e non ha linguaggio del corpo. Se ne sta ferma e irrigidita. Non posso vederla che con la cosa dell’occhio. Già non è facile no lasciarmi distrarre. Odio guidare soprattutto con qualcuno a fianco. Soprattutto se il qualcuno è una donna; finalmente. In verità odio guidare.
Quando siamo a casa è un poco in imbarazzo. Sta sulla porta e si guarda intorno. Non manifesta un eccesso di delusione. Forse ha già attraversato tutti i territori di quel sentimento. Alla fine, alza le spalle e appoggia la borsa della spesa a terra e resta ad aspettare. Non deve essere una che corre dietro al primo che incontra. Tona a guardarsi intorno, ansiosa. Non mostra che le piace. Ricomincia con le domande. Si fa mansueta e gli occhi mi sfuggono. Mi chiede se è mia, proprio mia. Quante stanze ci sono. Le prometto che dopo gliele faccio vedere tutte. Anche la camera da letto. Intanto le verso un bicchierino e ne verso uno per me, per carburare. Mi chiede nuovamente l’età. Mi chiede dov’è mia moglie. Dovrei spiegarle che sono vedovo, da cinque anni. Le dico che siamo separati. Mi chiede se abbiamo avuto figli. Due, e vorrei averli annegati appena nati. Non ho più tanta voglia di conversare. Le dico che mia moglie non ne poteva avere. Che se era per me… Mi dice che un uomo così giovane può ancora averne. Nasconde le labbra del suo sorriso dietro il palmo della mano. Gli occhi si sprofondano in un altro cenno di vergogna.
Forse è la prima volta che accetta un invito come questo. Non le chiedo niente, ma lei mi avvisa che ha un marito, che è rimasto là, a casa. Mi dice che là la vita è proprio dura. Le riempio di nuovo il bicchiere. Mi fa cenno di non insistere. Dice che non vorrebbe che cercassi… Lascia la frase a metà. Aggiunge che non vorrebbe rischiare di ritrovarsi ubriaca. Che sono un bel tipo. Un furbacchiotto. Che forse non dovrebbe fidarsi. Ma mi spiega che lei non è più una ragazzina. A dire il vero me ne ero accorto dal primo sguardo. Comunque, di disgrazie ne ho già tante, ho già le mie. Per fortuna torna la sua curiosità. Mi domanda dove lavoro. Le mento che sono ingegnere. Manca solo che mi chieda qual è il mio santo preferito. Ho tutta un’enciclopedia di bestemmie a mia disposizione.
La cosa è ben avviata. Sembra già fatta. Solo che non so da dove cominciare. Mi scappa di nuovo. Torno ed è in piedi davanti al divano. Il vestito l’ha tolto, ma è ancora sui tacchi.
Lei è solo curiosa e me lo chiede: Cosa ne pensi? Io sarò anche all’antica, ma non sono un coglione. Non glielo dico.

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Ersilia la magaIl direttore ne era entusiasta, non lesinava i complimenti. Da subito il successo era assicurato. Era chiaro a tutti del circo che era una prestigiatrice eccezionale. Il numero principale di ogni spettacolo, sia pomeridiano che serale. Ed era anche graziosa. Dal cilindro non faceva uscire il solito scontato coniglio ma Dumbo l’elefante. Lei faceva anche sparire dei portafogli in platea. Che poi, a fine della rappresentazione, ovviamente, debitamente restituiva ai legittimi proprietari. Naturalmente debitamente vuoti.
Quelli erano disposti ad essere tolleranti. A trovare anche una scusa per le mogli e le compagne. Da per tutto riceveva ovazioni. Ma era altrettanto chiaro che non importava il cane che le faceva da spalla, né se facesse lievitare maestralmente in aria, assieme alle carte, pesci, salami o rose con le spine, o il Millennium Falcon e la Morte Nera. A volte sopportavano anche che qualcosa le cadesse; tutti tranne le donne. Ma non riceveva applausi ed elogi bensì fischi se non mostrava le tette. Magari anche qualcos’altro. Spesso era lei che suggeriva e invocava il suo pubblico affezionato ammaliato in un boato.
Quello poteva essere un problema, ma lei era una vera artista; a tutto tondo. Era disposta a sopportare quasi tutto, anche l’ignoranza e la rozzezza, persino inciviltà. Regalava al suo pubblico quello che voleva, gli donava un sorriso; e dopo apriva il suo insolito costume, facendo tornare a sfavillare gli occhi dei presenti paganti. Nelle grandi occasioni era anche disposta a volare via lasciando sulla terra della pista solo quel suo libro-costume che nessuno s’è mai dato la briga di leggere.
Persino gli animali la adoravano. Soprattutto l’asino Camillo. Anche lui era un appassionato delle sue forme. I clown invece, è naturale, ne erano gelosi. Il direttore, a volte, era insolente. Poi si calmava sapendo di non poterla perdere. E lei usciva sempre più indispettita dalla sua roulotte. Non aveva occhi che per il suo Giacomo, l’uomo che camminava sul filo che non c’era. Ma Giacomo era uno stolto e un non vedente, in tutto, ma soprattutto in amore. Era completamente cieco sia negli occhi che nel cuore; attento solo a non cadere da quei dodici metri del suo cielo. E lei era inconsolabile, finché non entrava in scena.
L’uomo civetta se ne invaghì. Respinto lievitò via e non si rivide più. Questo poteva rivelarsi un altro problema. Fu sostituito dalla foca talpa. Ma Ersilia era anche una donna, e da donna non aveva certo la memoria corta, ed era pure un pelino vendicativa. Ed era una di quelle occasioni speciali. Entrò inaspettatamente in scena mentre Giacomo stava ancora eseguendo il suo numero. Soffio in aria fino a farlo precipitare. Lo raccolse in volo assieme alle sue carte, ai pesci e alle pistole. Gli schioccò un bacio inaspettato. Lo rimpicciolì fino a farlo diventare alto circa una spanna, poco più. Lo fece scivolare e scomparire dentro il suo costume. La gente non capiva e applaudiva. Qualcuno gridava. “Nuda”! “Nuda”! “Nuda”! Le solite voci e le solite cose poiché qualche spettatore si spostava col circo ed era testimone ad ogni rappresentazione.
Finì il suo numero e poi, come richiesto, tra le acclamazioni generali, tranne qualche donna, naturalmente, sgusciò fuori dal suo abito senza null’altro addosso che il suo profumo. Proprio come la famosa attrice. Ma stavolta si trattenne almeno per un breve attimo, tra l’eccitazione diffusa. Poi semplicemente volò via, ma questa volta per sempre. La gente ne restò allibita. Ancor più gli altri artisti circensi che continuano a frugare in ogni pagina dei suoi indumenti rimasti abbandonati per terra senza trovare traccia né di lei né del povero Giacomo. Tranne un paio di piccolissime brache e una microscopica maglietta e righine. Nemmeno la polizia ne è mai venuta a capo.
Ma una donna alle Seychelles, precisamente su una spiaggia di Mahé, ride divertita e soddisfatta. Sembra, ma questo non è certo, che di tanto in tanto, faccia uscire, non si sa da dove, dato anche il costume ridottissimo, una sorta di piccolo gnomo, forse un elfo. Lo faccia tornare a dimensioni consuete. Lui si guardi intorno come non vedesse. Prendano insieme una bibita tropicale enorme con l’ombrellino e la cannuccia. E poi lei torni a farlo sparire. Dicono anche che sia bella. Comunque sembra alloggiare da sola, in un bungalow. Ma questa è probabilmente solo fantasia popolare.

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Un uomo di pezzaSembra semplice giudicare ma non è così. E sempre preferibile andare cauti. Non ci si deve mai lasciare distrarre, ma ricordare continuamente che si parla di un uomo di pezza. Semplicio era nato così, marionetta. Se fosse stato una gallina avrebbe guardato il mondo dietro la rete di una stia. Se fosse stato un cardellino mai si sarebbe allontanato dalla gabbia. L’ultimo suo pensiero, davanti alla porticina rimasta distrattamente aperta, sarebbe stato sicuramente quello di scappare. Il mondo è fin troppo pieno di insidie quando ci si lascia infettare nei dubbi. Il suo mondo era simile e non troppo diverso da quello di Winnie[1] e la sua gang. Parola di parolaio.
Non aveva pianto quand’era nato. Aveva solo sbattuto gli occhi esterrefatto. Già con il proposito di non disturbare. Invece aveva procurato, quasi subito, le prime inquietudini in casa, involontariamente. La mamma era ricorsa al medico perché non la faceva né a letto né nel pannolino. Ragion per cui non la faceva proprio. Può sembrare banale ma la cosa si presentò subito seria. Non si reggeva né seduto né, naturalmente, tantomeno in piedi, aveva solo pochi mesi, che la mamma lo doveva sostenere sul vasetto. Ma lei, la cosa, si faceva sempre attendere. Si concluse che era parco anche in quello. E la povera donna notò con sgomento che la sua cacca era inodore.
Questo non era tutto. Non succhiava nemmeno a pregarlo. Non frignava. Non faceva capricci. Era un piccolo angelo. Era un bambino in una casa che sembrava non conoscere bambini. Tardò a parlare. Anche questo sembra naturale. Poche parole e il suo vocabolario restò in eterno parco. Non aveva una parola sua se non la trovava nel copione.
Alla materna lo scordavano spesso dove l’avevano lasciato. A volte persino la povera mamma scordava di andarlo a ritirare. Come detto era come non averlo. Non si può fare una colpa alla misera donna. All’asilo rimase sempre con i piccoli. Anche perché lui non cresceva molto. Lo mettevano lì e lui lì restava. Ignari commisero un errore, gli diedero la parte del bambin Gesù nella recita di natale. Bastava stesse nella culla e in silenzio. Sembrava un ruolo perfettamente adatto. Niente aggiunge riferire che la stalla era fredda. Che il bue si chiamava Stefano e l’asinello era quell’asino di Marco. Che persino Graziella, la Madonna, era intirizzita. Il fiato dei due puzzava parecchio ma non scaldava niente.
Fin dal primo anno di scuola fu chiaro che per lui era un percorso gravoso. Non andava male, ma nemmeno certo bene. Si salvava perché era diligente e recitava tutto a memoria, come un rosario. Ovviamente non eccelleva, tutt’altro, nelle cose fisiche e artistiche. In ginnastica erano tolleranti, ma in disegno i compiti glieli doveva fare Enrico. Anche i componimenti erano il suo cruccio. Ne aveva imparati tanti. Forse tantissimi. Poteva capitare però un titolo che chissà dove diavolo il maestro era andato a scovarlo. Bene o male poteva navigare sul confine delle sufficienze, se non trovava insegnati troppi esigenti. Però anche all’appello doveva rifletterci un attimo perché il suo nome non era scritto da nessuna parte tranne nel registro. E il registro ce l’aveva davanti solo l’interrogante. A fatica si laureò in storia delle favole inutili e delle saghe superflue.
Era naturale, come un destino, che il placido Semplicio si facesse conquistare dalle passioni per il glorioso mestiere dell’attore. Senza spropositate pretese e aspettative, certo. Si sapeva accontentare anche di ruoli di secondo piano. Anche di una battuta. E ciò gli avrebbe riservato come risultato il suo prodigarsi. Ma quell’abito gli stava a pennello. Impazziva per i riflettori. Questo avrebbe dovuto farlo riflettere, ma non lo fece. Lui così schivo in un mondo così vanitoso e arrogante. Trovò la sua prima vera scrittura, cioè la trovò la sua compagnia, per un piccolo teatro parrocchiale di provincia. Poteva essere la sua grande occasione. L’inizio di una fulgida carriera.
Semplicio era un tipo buffo di suo. Piccolino. Rotondetto. Con pochi capelli, di colore carota, al centro del cranio. Due occhi come spilli, che quando li alzava parevano azzurri, e due occhiali come telescopi astronomici. Due piedi piccoli piccoli. Dei pantaloni di jeans larghissimi sostenuti con le bretelle e magliette sempre a righe orizzontali. Doveva interpretare la parte del segretario di un arido bisbetico. Proprio come in una sciocca commedia dell’arte senza l’arte né la parte. I suoi compagni bisticciavano con le parole quando le ricordavano. Lui no, aveva imparato ogni singola lettera a menadito. Andava sicuro e spedito. A salvare la storia sembrava dovesse essere solo lui.
Era tutto o quasi sulle sue spalle. L’idraulico era entrato con la serva quando non era il suo momento. Si era scusato e aveva mosso l’ilarità generale affermando che cercava il bagno. Lui non si era fatto intimidire. Anche le luci si erano spente per qualche attimo, proprio quando avrebbe dovuto consigliare alla graziosa servetta come difendersi dalle pretese del vecchio bacucco. Sentiva che stava trascinando gli auditori anche se la servetta non era riuscita bene a camuffare i suoi settantatré anni sotto quello spesso strato di cerone che sembrava malta. E l’anziano padrone aveva l’erre moscia e frequentava ancora il liceo pur avendo l’aspetto di uno scolaro medio. Per la paura doveva essersi fatto anche qualche cicchetto. Lui stava dando dei consigli che gli sembravano sensati, così come gli aveva letti nel copione, avanzando incontro al pubblico. Un poco si fece prendere dall’entusiasmo. Fu la catastrofe.
Nella foga si era spinto fino al bordo del palcoscenico. A tu per tu con gli occhi di quella gente. Mise a fuoco la loro muta attenzione. La vide lì in terza file; era bellissima e se ne innamorò. Semplicio non aveva mai provato un sentimento simile. Non aveva mai provato un sentimento. Non capiva perché gli si spararono i capelli come spilli. E il fumo vero gli uscisse dalle narici. Sembrava una principessa. Cercò di fare un passo oltre ma rischiò di precipitare. Avrebbe potuto cadere in platea. Farsi male veramente. Forse persino morire. L’unica cosa che lo trattenne e lo salvò erano i fili. Bisogna tornare a ricordare l’ammonimento fatto all’inizio. Riprovò barcollante ad andarle incontro. Inutilmente. Era trattenuto e salvato su quel palco.
Tornò al copione, ma la sua voce dei consigli aveva preso un tono di disprezzo. Disprezzo per la piccola parte e per la compagna d’arte. Si interruppe e prese a riflettere. Era un’attività faticosa e assolutamente nuova per lui. Si chiedeva cos’era quello che sentiva. Quel calore. Quella confusione. Quel sudore. Cosa gli accendesse il viso come avesse gli orecchioni. Non aveva nemmeno una piccola risposta. Sapeva poco ma di una cosa era certo: preferiva correre il rischio, persino della morte, che pensare di poter non vederla più. Semplicio si tolse la maschera. Batte i pugni ed esplose in un roboante Perbacco! Prese le forbici di scena e tagliò tutti i fili. Non sopravvisse un istante a quell’attimo di insana e improvvisa follia. Cadde sul tavolato e con lui caddero esanimi tutti i personaggi della commedia. Dal pubblico di levò un mormorio sgomento di delusione.
Non si fraintenda. Non si vuole assolutamente sostenere, come affisso in tanti ammonimenti, che chi taglia quei fili muore; tutt’altro. Si vuole invece affermare che lo fa solo chi è legato a quei fili. Chi burattino è nato o comunque ha scelto di essere. E anche questo è dubbio poiché può morire solo chi prima è vissuto. L’uomo è nato per essere libero altrimenti sarebbe stato pecora. Ma poi cosa se ne può fare una donna di una marionetta?
[1] Winnie the Pooh

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La bruttinaSi occupa delle pratiche in sospeso. È arrivata da un paio di mesi. Ci incontriamo raramente per il corridoio. Se non sbaglio nemmeno un caffè. Mai in garage. Non ho sentito grandi giudizi nei suoi confronti, ma nemmeno significative critiche. Neanche pettegolezzi. Non passa inosservata, ma nemmeno la si nota troppo. Fa il suo lavoro e non si lascia distrarre. Non è bella. So a stento il suo nome. Cerco di ricordarlo ora. Potrei leggerlo sul cartellino. Preferisco di no.
Il sabato finiamo alle due. Ho un po’ di appetito. Un languorino leggero. Succede, qualche volta, che non abbia né la voglia né la pazienza di aspettare di arrivare a casa. Là non mi aspetta nessuno. Allora mi faccio portare su un panino dal negozio all’angolo. Una birra. Poi vado tranquillo a consumarlo al parco. In mezzo al verde. Comodo; su una panchina. Soprattutto quando sospetto che poi mi può venire lo sfizio di evadere un po’ di arretrati. Come oggi. Sono un tipo abitudinario. Sedentario. Non mi piacciono le sorprese.
Ci incontriamo davanti all’ascensore. Mentre scendiamo mi chiede come va. Mi augura buon fine settimana. Si informa come ho intenzione di passarlo. Sono solo. Si sorprende. Dice che le dispiace. Si scusa. Mi dice, con quella che mi sembra amarezza, che anche lei… Mi chiede se vado proprio diritto a casa. La strada che debbo fare. Prima che possa risponderle. Poi nota il panino. Mi sento quasi costretto a confessarle i miei piani a breve termine. Mi dice che pensava proprio di fare lo stesso. Se si può accompagnare. Se non disturba. Che glielo dica pure. Non so come dirle di no. Aspetto che ne prenda uno anche lei, di panino. Se lo fa preparare al prosciutto con tanta maionese.
Al parco mangiamo in silenzio. Non amo tanto parlare. Praticamente non posso dire di conoscerla. Non saprei che dire. Poi lei pian piano prende confidenza e si sbottona. Mi racconta di sé. Della sua famiglia. Delle aspettative nel lavoro. Dice che ci mette tutto il suo impegno. Mi chiede se sono soddisfatto. È contenta perché è stata accettata subito e bene. Poi il cinguettare dei passerotti sovrasta la sua voce. Uno viene a becchettare le briciole vicino, tra le nostre scarpe. Uno più ardito. In verità ho smesso di ascoltarla. La sua voce mi invita all’assopimento.
Improvvisamente il paesaggio cambia e perde colore. Velocemente si sta svuotando. Le mamme cominciano a richiamare i bambini. La gente prende ad andarsene. Lei alza gli occhi al cielo. È diventato tutto grigio. Mi controlla per un po’ e infine decide di proporlo. Stavo scordando di dire che nel frattempo si è presa la confidenza di passare al tu. “Cosa mi dici del tempo. Forse faremmo meglio a rincasare. Credi che lo possiamo fare? Se ci sbrighiamo evitiamo di prenderla. Possiamo andare da me. Luciano è via. Ci facciamo qualcosa per mangiare. Magari poi guardiamo un po’ di tele. Se vuoi possiamo anche… scopare. Cosa dici? Ti va”?
La guardo: la bellezza in fondo non è tutto. Quel Luciano dev’essere il suo ragazzo. Non so se ho sentito proprio tutto bene. L’ha detto con talmente tanto candore, ma di fretta, da farlo sembrare la cosa più naturale del mondo. Forse lo è. Solo che per me è insolito trovarlo tra le labbra di una donna. È inaspettato. Non so se ho sentito proprio bene. Solitamente me lo fanno capire, ma si aspettano da me almeno la prima mossa. Mi lasciano fare. Non è propriamente bella. Mi alletta poco bagnarmi di pioggia. Tanto vale… Mi sembra una proposta ragionevole… e alettante. Per quanto incredibile. Perché no? Non ho niente di meglio. Niente da perdere. Male che vada aspetto che il tempo si rimetta.
Dobbiamo prendere la mia macchina. Lei viene con i mezzi pubblici. Facciamo il viaggio senza che lei aggiunga niente. Sembra pensare. Sembra riflettere. Sembra dubbiosa. Sembra pentita. Sembra distratta. È una sconosciuta. Non glielo chiedo. Per me non è importante saperlo. Accendo la radio. Per fortuna non abita distante. In un appartamento piccolo ma ordinato. La risparmiamo per poco. Appena dentro scoppia un vero nubifragio. La guardiamo scendere dietro le finestre. Per un lungo attimo la restiamo ad ammirare. Rinuncio di passarle il braccio dietro le spalle. Non so cosa si aspetta. Come mi dovrei comportare. Guardiamo le persone per le strade bagnarsi correndo frettolose. Le auto alzare scie di schizzi.
Poi mi ritrovo in quella cucina sconosciuta. In piedi. Imbarazzato. Senza parole. Vedo che vorrebbe mettermi a mio agio. Che anche lei non sa come fare. Da dove iniziare. Ha perso il filo. Probabilmente anche quella schiettezza e sicurezza. Non è mai facile per nessuno. Sta scomoda dentro i suoi panni. Mi indica qual è la porta del bagno. Se mai dovesse servirmi. Mi invita a sedermi. Mi spiega che sono in affitto da poco. Che non hanno ancora preso tutti i mobili. Che ha dovuto aspettare di finire gli studi. E poi anche aspettare per il lavoro. Che il quartiere non è poi male come dicono. E che è anche abbastanza silenzioso. Dice tutto tornando a rivolgersi a me con un formale lei. Poi, dopo una breve pausa, torna al tu: “Sono contenta che hai accettato di venire. Vuoi che intanto preparo un caffè? Hai già appetito? Non ti ho mica costretto, vero”?
La guardo e le sorrido. Decido di essere onesto. Forse più che onesto galante: “A due tette come le tue non si può dire di no”.
Sospetto aspettasse solo questo. Scopro che lei è una che le cose le capisce facile. Al volo. Non se le fa ripetere. Non la conosco ancora fino a questo punto. È tutta una novità. Ma intuisco subito che è così. Non ho dubbi. Ne sono certo. Ha capito. Ma come tutte è golosa di sentirselo chiedere e dire e magari anche ripetere: “Dovrei offendermi? Andarne fiera? Cosa stavi pensando”?
Alla tua proposta”.
Quale? –sorride maliziosa; certo che lo sa– Da dove vuoi cominciare”?
Io proporrei di iniziare dalla fine”.
Dimmelo”!
Vorrei scopare”.
Ecco la donna che è il lei: “Cosa”?
Vorrei scoparti”.
Lei scoppia a ridere. Non siamo venuti forse per quello? Lascia stare tutte le altre cose per stare solo con me. Si toglie il golf dalle spalle. “Forse è meglio che andiamo di là”. Mi fa strada, scodinzolando nei jeans. Tutta civetta. E come tutte finge di parlare d’altro. Ma come poche riesce a non farlo. Ad essere onesta con me e con se stessa. E sono fondamentali anche le pause. Quelle pause ancora più malandrine e impudenti del tono sudante della sua voce ammiccante: “Avevo una cosa da… farti vedere. Volevo proprio… proprio… mostrartela”.
Fanculo il caffè. A proposito… ha proprio un gran culo. Non le manca niente. Forse un pizzico di riservatezza. Non è necessaria. Così non guasta. La cena può anche aspettare. Per la televisione possiamo guardarla anche dopo. Se ci passa la voglia. Tanto fanno sempre le stesse cose. Se ne abbiamo voglia. Vuoi sapere cosa sto pensando? Cara Agata, ho tutto il tempo che vuoi.

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article-2225093-15c07f25000005dc-590_634x903Tutto è cominciato con quella foto ricordo. Anzi quelle maledette foto. È stato lui a fare il primo scatto. Anzi i primi scatti. Poi mio marito, il solito cretino, dice che vuole farla a noi. Che senso ha? Va dietro alla macchina. Nemmeno la conosce. Chiede aiuto. Guarda nell’obiettivo. Dice: “Sono pronto”. Dice: “Fate un sorriso”. Ci mettiamo in posa. Ne approfitta subito, impertinente. Mi passa la mano dietro la schiena. Per farlo mi sfiora con disinvolta attenzione le chiappe.
Io… cosa potevo dire? Nemmeno ci avrei fatto caso. È sempre stato come se non ce l’avessi, io, quel culo. Certo che qualche apprezzamento … Non dico nemmeno che mi dispiaccia. Ma una donna… Si guarda in faccia. Si guarda allo specchio. Insomma… sono come sono. Tu mi conosci. Un po’ vanitosa; come tutte. Ma non ho gli occhi dietro. Non me lo dire. Forse… Anche senza tanti forse. E senza preamboli. Certo, me la sarei dovuto aspettare. Perché lui una mano al culo non la nega a nessuna. È fatto così. L’hai conosciuto anche tu. Ma… con mio marito là. Lo stupido. Sono anche amici. Bell’amico. E che cavolo. Col rischio che mi debba vergognare per tuta la vita. Mi è rimasta nel gozzo.
Lo guardo. Fa cenno a Claudio. Mi lascio ad un sorriso. A denti stretti. Interpreto perfettamente la parte di quella che non sa cosa succede. Di quella che ha il cervello da un’altra parte. E la coda a casa. E mio marito, sempre lui, a darci le indicazioni: “Più vicini”. Un vero idiota. Mi avvicino a lui. Mi fa anche un po’ di tenerezza. Ma molta rabbia. Gli sussurro se hai bisogno di questi mezzucci. Mi sussurra che ho un gran bel culo. Piacere farà anche piacere, sentirselo dire, non così, non in un momento simile. In effetti… chissà? Forse. Per quello che so mi fa un po’ di essere un tantino ossuto. Claudio scatta le foto. Il posto non è un granché bello, anche se nelle foto non si vede. Gli scatti non serviranno a ricordarlo. Troppo primi piani. È il parcheggio del ristorante. Avevamo appena pranzato. Avevo ancora l’amatriciana sullo stomaco. Forse si vede un po’ di pancetta.
È vero che avevo quel vestitino che è un amore. Che mi piace tanto. Lo sai. Lo vedi. È una tutina, arancio. Cos’ha che non va? È solo un po’ corta. Cioè mi lascia le gambe scoperte. Forse mi disegna un poco. Ma ero tutta accollata. Col caldo di quei giorni. Non credo sia stato per quello. Insomma… Una non più pensare… Mi sembrava potesse andare. E poi, insomma, una non può mettersi sempre un abito antiscippo. Per un boccone tra noi. Non so come mi vengono queste idee. Nemmeno so come è fatto. E il fotografo disgraziato sembrava farlo apposta. Troppi sorrisi fin troppo consigliati. Poteva starsene almeno zitto. Non avevo certo voglia di sorridere. Ma lo dovevo fare. Non volevo uno scandalo lì davanti. E io così imbarazzata. Poteva arrivare qualcuno. Trovarci a non essere soli. Altri che venivano a prendere la macchina. Per farsi una sigaretta. Per il caldo. Che ne so? Troppe mani troppo curiose. Non ci resta che avviarci verso casa.
Io non sono abituata a dare confidenza. A nessuno. Nemmeno agli estranei. Tanto meno a un amico. A quell’amico. È stata una liberazione. Voglio dire… Quando siamo saliti in macchina. Non dico che non mi sia sentita lusingata. Forse un pochino. Forse… Se non fossimo stati là. In quella situazione. E davanti all’occhio di mio marito, e della macchina fotografica. Forse poteva essere diverso. Non dico che ci sarei stata. Questo no. Ma gli avrei detto io quello che si meritava. E gliel’avrei tolta, quella mano, stupita, stronza e sfrontata. Cosa? il linguaggio? ma ho ancora un diavolo per capello. Per farla breve torniamo a casa. Claudio si accomoda dietro; comodo. Guida lui. Gli sussurro all’orecchio: “Soddisfatto”? Mi risponde, che debbo leggergli la risposta sulle labbra: “Mi sono dovuto accontentare”. Gli sibilo: “Sei una merda”! E tutto spero finisca lì.
A quale donna non è mai successo. Magari per strada. Salendo in autobus. Che ne so? Un idiota lo trovi sempre. Anche in ufficio. Quelli trovano sempre l’occasione. Perché sono idioti e perché la cercano. Invece non è finito un bel niente. A sera stiamo per metterci a cena. Claudio ha fretta perché c’è la partita. Giuro, non ci pensavo più. Io sono una buona di carattere. Avevo scordato tutto. Non sono cose da portarsi dietro tutta la vita. Succedono e poi ti scivolano dietro, cioè addosso. Qual è quella… Sembrava preoccupato solo per quei tipi che in mutande corrono dietro a quella stronza di palla. Non me ne sarei ricordata se non mi avesse affrontata: “Guarda che ho visto”.
Proprio non mi passava più per la testa: “Cosa avresti visto”?
Che ti toccava”.
Penso che è una cosa stupida. Che Vittorio è stato uno stupido. Lui. Con me. E penso che sarà mai? Si è preso una libertà che non doveva. Che non gli ho dato. L’ultima cosa che penso e di dovermi anche scusare: per il suo amico. Ma poi… non è che una palpatina. Quasi nemmeno quella. Non so che gli abbia preso. Non sono stata certo io a provocare. Inutile farne un dramma. Non sarà quello… È stato villano e imprudente. Certo. Cosa dovevo fare? Uno scandalo?
Solo che Claudio è sempre stato così geloso: “Sei tu che sei toccato. Il solito. Spiritoso. Se fosse? È un amico. Mica un estraneo. Lui almeno apprezza. Sei tu che nemmeno mi guardi. Sei un cafone. Sempre il solito. Lì a pensare quello che non c’è. È amico tuo. Mi ha messo una mano sul fianco. E glielo hai dato tu il permesso. Anzi, l’hai invitato a farlo. Se era per me… Non so dove trovi tutta quella malizia”.
Mi ha chiesto subito scusa. Sai che io so come raccontarle. Comunque non ne avevo la minima colpa. E non c’era stato niente. Solo quello. Non che ci sia rimpianto. Lo senti anche dalla mia voce. Solo rabbia. E Claudio me l’aveva fatta tornare. Non ne avessimo parlato era tutto bell’è che finito: “Ecco. Ora sì che sei ragionevole. Come hai potuto pensare che io possa dare tanta confidenza proprio a lui”.
No! non è finita, ancora. È l’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Almeno credo. Mi suona il cellulare. Vado in cucina. Quando lo sento al telefono gli dico subito che è un cafone. Gli spiego che Claudio ha avuto dei sospetti. Che ci ha visti, ma che son riuscita a raccontargliela. Intanto lui ride. E che non è il modo di comportarsi. Che non me lo sarei mai aspettata da lui; da un amico. Non si scusa. Dice solo che non ci aveva mai fatto caso. Che non ha saputo resistere. Lo conosco anche troppo bene. Dovrei sentirmene offesa. Un poco lo sono. Non riesco a essere del tutto adirata. Mi era già passata.
Gli domando un paio di cose. Le prime che mi vengono in testa. Ormai siamo al telefono. Tanto vale… Sono una stupida. Sai come sono fatta. Non riuscirei a dormire senza chiederglielo. Con quel dubbio: “Cosa ti è sembrato”?
Lo sento ridere, il coglione: “Dovrei controllare ancora. Troppa fretta. Direi non male. Proprio non male. Direi che… Grazia, hai proprio un gran bel culo”.
Questo lo sapevo, ma non è male sentirselo dire. Il cretino ormai ha dimenticato ogni galanteria. Non ha mai una parola gentile. Sembra nemmeno accorgersi di me. Come fossi diventata invisibile. Una cosa dell’arredamento. Poi però protesta se qualcuno mi guarda. Se si azzarda a dire quello che dovrebbe uscire dalla sua bocca. Se cerca di fare quello che dovrebbe fare lui e che non fa più. Temo che Vittorio mi abbia capita: “Dì la verità. T’è piaciuto”?
Sono stanca. Non ho voglia di restare al telefono. Non ci penso e glielo dico. Anzi non so se l’ha proposto lui oppure io: “Che ne dici se torniamo domani e finiamo il servizio? Però senza il marito”.
Torno in salotto e non ci penso più. Devo essere onesta: la cosa mi ha un po’ stuzzicata. Non so se le foto o la telefonata. Insomma… Sono eccitata. Mi sbottono e ma la sfilo, la tutina. Lì, sul divano. Sotto ho quasi solo tutta Grazia. Tutta questa Grazia di Dio. Tu non ci crederesti. Claudio non stacca gli occhi dallo schermo. Ma ci credi? L’avrei ammazzato. Con le mie stesse mani. Seduta stante. Non l’ho fatto. Naturalmente. Per farla breve ho dovuto aspettare che l’arbitro fischiasse. Con il rischio che volesse vedere anche i risultati delle altre partite. Anche la mia pazienza ha un limite. Poi… a te lo posso anche confidare. E poi è mio marito. Cazzo! Me lo sono trascinata a letto. Dopo che gli avevo dato un primo assaggino sul divano. Ed è stato una favola.
Non essere stupida. Non pensavo a Vittorio. Pensavo solo a noi due. Pensavo solo… Ne avevo solo voglia. Non me ne vergogno affatto. E ho passato una notte tranquilla. Insomma… Quelle poche ore. Cosa dici? Sì, ormai… Ti racconto anche il resto. Certo. Tu non lo conosci il vero Vittorio. Il mattino dopo mi ero già scordata di tutto. Ma lui no. C’è stato bisogno me lo ricordasse Vittorio. Lo sai come sono fatta. Io sono una di parola. Ormai lo avevo promesso. E lui s’era preso un permesso. Il fannullone. Lo screanzato. È sempre stato troppo sicuro di sé.
Per fartela breve… Siamo tornati allo stesso posto. Ma se n’è ricordato quando siamo stati lì. Se ne era del tutto dimenticato. E non aveva nemmeno l’autoscatto. Ha dovuto chiedere la cortesia a uno seduto ad un altro tavolo. Ad un perfetto sconosciuto. Gli ha raccontato la favola che eravamo marito e moglie. Non so se gli ha creduto. E che dovevamo fare uno scherzo. Insomma… quello è stato gentile. E Vittorio gli ha messo quella maledetta macchina fotografica in mano. Il risultato si può anche vedere, ma non ditelo in giro.
Mi chiedi E dopo? Cosa vai a pensare? Non sono mica una di quelle. Dopo niente. Vittorio è tutto solo lì. È solo quella mano. Gli basta farsi bello. Si accontenta di toccare. Quel grandissimo figlio di buona donna. Anzi proprio di puttana. Avevamo tutto il pomeriggio davanti. Ma io non glielo avrei lasciato fare. Non c’è stato nessun dopo. Mi ha accompagnata a casa e mi ha lasciata davanti alla porta. Sono ancora tutta indignata. Quello che m’incazza ancor di più è che Claudio non si accorgerebbe di nulla nemmeno se lo facessi sotto il suo naso.

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news_50690_donna-morta-spiaggiaI giornali d’agosto dicono. I giornali d’agosto commentano. Cosa c’è di meglio di una bella morte? Di una bella ragazza morta ammazzata? In spiaggia? In un posto turistico rinomato? Cosa può fare aumentare di più la curiosità e le vendite? E allora le iene si avventano sulla preda. Fiumi di inchiostro. Niente di peggio per far confusione e intralciare un’indagine ben avviata. Il maggior sospettato inoltre è una persona che si dedica alla politica. Una specie di presidente di quartiere o qualcosa di simile.
L’indagato sostiene con veemenza che se non c’è colpa non c’è reato. Che lui dormiva. Che si era coricato alle undici, quando i ragazzi stavano uscendo. Che bisogna tutelare la gente seria. Quelli locali. Che bisogna fare qualcosa per questi immigrati. Che è uno scempio. Che sicuramente è stato uno di loro? Così lontani dalle famiglie e da tutto. Quelli con quella religione. Chiede perché non se ne stanno a casa loro. Quei miserabili.
La vittima risulta nata in Emilia da famiglia emiliana. Lui insinua il dubbio che abbia un po’ di sangue russo o ucraino. Con quel nome. Anche se riconosce che si trattava di una bella ragazza. Piacente. Formosa. Molto attraente. Che parlava perfettamente un italiano fluido e corretto. Anzi sembrava avesse studiato. Ed era piena di risorse. Con un reggiseno bello pieno. Traboccante. E dice tutte queste cose con enfasi e tutto d’un fiato. Con quella sorta di tipico orgoglio da corteggiatore da spiaggia. Poi chiede di essere tutelato da un avvocato. E si zittisce, completamente. Non così la di lui moglie.
Ma chi può più fermarla la Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi. La donna sostiene che il marito, nella notte in questione, le dormiva accanto. Senza nulla addosso; nemmeno le mutande. Perché lui è così. Come sarebbe potuto uscire? E comunque non avrebbe potuto perché quella stessa sera… Cerchi di capire. –dice. Anche se si può capire lei preferisce essere chiara e precisare invitando che la sua testimonianza venga messa per esteso: Quasi due. Rafforza la propria dichiarazione anche con gesti delle dita e della mano: Era da un po’. –per questo lo ricordava bene– Non che lui… anzi. Non mi ha mai fatto mancare niente. Ha sempre fatto il suo dovere. E poi che non va mai in giro mai da solo. Che soffre di sonnambulismo.
Certo che non può essere del tutto sicura. Che le sembra di averlo visto che si alzava. Pensa per un semplice bicchiere d’acqua. Ma sicuramente il suo non era uomo da fare quelle cose. Lo escludeva. Poi lei s’era addormentata. Aveva faticato tutto il giorno. Ma quella ragazza no. Era una che si divertiva. Che non aveva amore per la casa. Nemmeno un briciolo di niente. Come tutte le ragazze. Niente. Non che… Questo no, lei non era gelosa. E di una sciacquetta simile. Non mi faccia ridere. Era solo una ragazzina. E lei conosceva il suo uomo. Poteva mettere una mano sul fuoco. Anzi anche tutt’e due. Se lì ci fosse del fuoco, certamente, ne avrebbe dato una subitanea dimostrazione. E in mezzo dice anche tante altre cose e tutte una contro l’altra, contradittorie.
Certo era che, oltre ogni ragionevole dubbio, a conferma delle prove raccolte, quella ragazza aveva trovato su quella spiaggia la morte per mano di autore ancora ignoto; da identificare. Certo era che la morte l’aveva colta nuda. Altrettanto certo era che c’era stata violenza. Non era stato accertato che la ragazza non fosse stata consenziente. E a carico del Giovanni Gasparello le prove e le testimonianze erano numerose, ma non ancora schiaccianti. Lui, in qualità di pubblico ufficiale, nonché di incaricato alle indagini, era sicuro che non si sarebbe potuto trovare davanti a spiacevoli quanto impreviste sorprese. La vita non è un film. Non c’era spazio per un finale con colpo di scena. Solo che l’ultima pagina del verbale non era ancora stata scritta.
Una cosa emergeva: quella ragazza sembrava una folla. Ora era una, ora era un’altra. Ora era così e ora era colà. Unica cosa provata era il nome, e che fosse proprietaria di un seno notevole, che non passava inosservato. Che avrebbe abbisognato di una descrizione dettagliata, se non proprio di una foto dello stesso quando la proprietaria poteva ancora portarlo a vanto. Certo era che, anche a trascrivere, non era comunque facile da tradurre quell’ammasso di testimonianze sconnesse in verbalese. Avevano un assassino praticamente certo, quel signor Giovanni Gasparello di anni 61, quasi autodenunciatosi, tranne che per alcune palesi contraddizioni. Dormiva o gironzolava per spiagge, magari in stato di sonnambulismo? E avevano molti altri presunti, quasi rei-confessi o ignoti. E in mezzo c’era una zona grigia.
Poteva anche essere che la moglie, Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, tendesse a scusare e giustificare e scagionare il marito. Allo stesso modo si poteva sospettare che inversamente fosse l’uomo che tentasse sbadatamente e goffamente di coprire la moglie gelosa di quel seno. Potrebbero entrambi nascondere un segreto per non tirare in ballo il figlio, tale Amilcare Gasparello di anni 33: perché con quella Graziella proprio non ce lo vedevano. Quella sciacquetta, a detta un po’ di tutti, non aveva niente di niente, né culo, né tette, né testa. Non era nemmeno che fosse un filino spiritosa e andasse simpatica. Il citato signor Giovanni si era lasciato sfuggire bofonchiando qualcosa sulla suddetta Graziella Vendramini di anni… circa, che non aveva voluto rilasciare formali dichiarazioni asserendosi estranea ai fatti, con un sorriso triste nei confronti della legge.
Poteva, perché no? anche essere il branco, cioè il gruppo di ragazzi, che cercava di confondere le acque per allontanare i sospetti in una sorta di autodifesa della combriccola. In effetti quel Maicol Seibezzi di anni 33, fidanzatino di Greta Veronelli, vittima, gli era sembrato reticente e non certo quello che si direbbe «un bravo giovane», nemmeno troppo afflitto dalla dolorosa perdita. Ma si sa che i giovani d’oggi sono privi di carattere e leggermente carenti di ideali ed emozioni.
E forse la Greta Veronelli, con quei seni, se l’era un poco andata a cercare. Era bella, in vita, da poter essere considerata quasi una attrazione. Certo il turismo né pativa. Detto anche che, seppur la nota rivesta relativa importanza, che in quelle località era interdetto anche il topless, cioè l’esibizione di qualsiasi nudità. Allo stesso modo, magari, poteva essere stato un maniaco turista di passaggio, uno zingaro, o uno dei tanti immigrati, più o meno di colore. Ovvero qualcuno che aveva lasciato gli affetti lontani e ne pativa. Allo stesso modo il turismo ne rimaneva penalizzato. Per quanto bella non è un bel vedere una bella ragazza in spiaggia se questa è morta. Anche il PM era confuso.
La signora Cesira, ormai incontrollabile, alzava la voce: “Sapete cosa vi dico? Credete tutti di sapere, ma non sapete un cazzo”.
Il signor Giovanni, sembrava mosso da un ultimo scatto d’orgoglio mascolino e da una ribellione davanti ad una vita noiosa ed una moglie bisbetica nonché isterica. Cercare una qualsiasi via attraverso la quale fuggire: “Vedermela lì con tutte quelle poppe al vento, e anche la farfallina, Boh! Non ci ho visto più. M’è salito il fumo agli occhi”.
Il comportamento della più volte citata Cesira, rendeva quanto meno comprensibile qualsiasi gesto o reazione di quella povera vittima di quel povero marito: “Lui è solo un gentile imbecille. Certo un instancabile imbecille”.
Incredibile era che su quella spiaggia, inerme, non fosse stato rinvenuto in corpo decadente della irrefrenabile Taradassi, in luogo di quello della bella Greta Veronelli, che era ancora un fiore, e che fiore. In quel caso marito e figlio della Taradassi avrebbero sicuramente potuto usufruire di tutte le attenuanti.

 

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Non mi aspettavo di vederla arrivare. Invece è venuta spesso a trovarmi in ospedale; preoccupata. Inizialmente con circospezione. Mi ha portato anche i saluti di Giangi. Una scatola di biscotti secchi. Da allora non mi ha più abbandonato. Si è presa cura di me. Non mi ha lasciato mai da solo. Mi ha seguito in tutto e per tutto. Mi ha fatto da infermiera. Mi ha riempito di attenzioni. Anche e soprattutto quando mi ha riportato a casa. Un poco si sentiva anche in colpa. Un poco era preoccupata. Ho cercato di rassicurarla. Di tranquillizzarla. Consapevole dei sacrifici che faceva. La prima parola che son riuscito a dire chiaramente ancora ricoverato, senza incespicare e sputacchiare, è stata Marisa. Mette sempre poco trucco. Non è questo che la fa bella. Mette sempre una maglietta e i jeans, o quasi sempre. A volte indossa la gonna ma mai troppo corta. Dice che non si sente sicura. Che non si sente bene. Libera. Che non si piace. Che così è più pratico, anche e soprattutto per badare a me.
Non mi fa mancare niente e nemmeno io lo faccio. In realtà è una vera ghiottona, anche in fatto d’amore. In un certo senso la mia disgrazia è stata anche la mia fortuna. La nostra fortuna. Le cose vanno a meraviglia. Non potevo e non potrei chiedere di più; di meglio. Mi spinge con la carrozzina in salotto. Mi si china davanti per fissarmi negli occhi. Mi invita a indovinare. Non riesco ad immaginare cosa possa avere per la testa. Si ricorda e mi ricorda che poi non siamo mai arrivati alla casa al mare. Lo ricordo bene anch’io, con un tuffo al cuore. Non mi aspettavo certo che me lo chiedesse. Dev’essere in un disordine incredibile. In completo abbandono. Le dico che non è più stagione. Alza le spalle. Dice che non fa niente. Perché no? Che è curiosa. Che gliel’ho promesso. Che magari possiamo fare solo due passi sulla sabbia anche se il mare è cupo. Starcene lì buoni e tranquilli a goderci la pace. Con malizia: “A godercela tutta”.
Per lei non mi sento mai stanco. Stavolta prende su un po’ meno bagagli e sembra avere meno fretta. Le ricordo del telo mare. Mi ricorda che non abbiamo poi perso molto. Ci siamo semplicemente risparmiati la pioggia. E ride. Anche se era piena estate. Forse sarebbe stata la mia grande occasione. Di occasioni ce ne sono state altre. Senza che nemmeno dovessi cercarle. Mi ha riportato a casa e si è stabilita con me. Poi la frequenza, la presenza, tutto ha fatto il resto. Ricordo come ora il nostro primo bacio. È stato casto. Era ancora solo una ragazza. Si era abbassata per pulirmi le labbra col tovagliolo perché avevo un po’ sbavato. Dopo un secondo ne ho approfittato e lei ha chiuso gli occhi e spento la televisione. Avrebbe dovuto aspettarselo. Avevo resistito anche troppo avendola così vicina. Certo forse aiutato dalla malattia. L’innocente morigeratezza è durata un attimo. Mi sono accorto che ne avevo voglia e subito che quella voglia era destinata a non estinguersi mai. A non darmi tregua. A non trovare pace. Incredibile. Non posso certo lagnarmi. Il tempo è passato e con lei è volato via. Come potrei rifiutarle qualcosa. Sta sacrificando l’intera vita per me, ma quando lo dice lo dice senza rimpianti: “Ormai siamo una coppia”.
Voglio guidare io la macchina. Non ho ancora smesso la carrozzina e non so se potrò mai farlo, ma posso mettermi al volante. Alla fine cede. Fa fatica a sistemarla nel bagagliaio. Infila la cyclette nel sedile dietro. Amo troppo essere coccolato. Le sue attenzioni. La sua passione. Tutto di lei. In verità col bastone potrei camminare e muovermi indipendente, almeno per casa, però sono troppo legato alla mia dipendenza. Per leggermi al mare si è portata: Il caso Malaussène-Mi hanno mentito[1] appena uscito. Ha preso anche un altro paio di libri che non ho fatto a tempo a vedere. Non so quanto si voglia fermare. Non me l’ha comunicato. Spero mi abbia portato tutte le medicine.
Come prende posto alla mia destra qualcosa cancella gli ultimi tempi, tutti i brutti momenti, la sofferenza, il ricovero, le cure, le menomazioni. Lei ridiventa la ragazzina di allora. Sembra impossibile. La stessa e con la stessa spensieratezza. Io ritrovo energie perse. Tutto il resto è semplicemente cancellato. Non è poi cambiato così tanto. Continuo a pensare che ha un sorriso fresco. Ma è anche carina. Penso meno che sia fin troppo giovane. Però non è tutto. È come se fossero passati solo quindici giorni in più. Forse nemmeno quelli. Dovrei essere prudente, e guido prudente, per il resto lei è più forte di qualsiasi mio proponimento.
Ti ricordi di quella volta? Sai, è stato buffo. A parte il finale. Non me lo sarei aspettata. Ce l’hai ancora quella fotografia nel cellulare? Hai visto, ho messo gli stessi abiti. Stessa maglietta. Stessi jeans. Credevo di averli buttati. Uguale anche tutto il resto. L’ho deciso mentre ti preparavo l’iniezione. Sai, penso di tenerle come sono. Di non farle ridurre. In fondo non mi dispiace. Ci sono abituata. Ho capito e non mi da più fastidio se non fanno altro che guardarmele; anzi. Che poi che male c’è. Non è un peccato distribuire un poca di gioia. Di fantasia. Non mi costa quasi niente. Forse è solo perché so quanto piacciono anche a te. Proprio per questo. Vorrei farle vedere solo a te. Ancora e ancora. Ora come stai? Come ti senti? Un po’ d’aria non può farti che bene. Farci bene. Ho già appetito. L’odore del mare. Vediamo. Subito. Non farmi ancora qualche scherzo. Avvertimi se… Ma il medico ha detto che ti sei ripreso del tutto. Che posso stare tranquilla. Non che gli abbia… Insomma è fiducioso”.
Stavolta non mi chiede di fermare la macchina. Se per un attimo non fosse insolitamente silenziosa rischierei di non accorgermene. I gesti sono gli stessi. Ride. Ha sempre quei due lapislazzuli. Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Tutto come la prima volta. Non alza gli occhi, anzi si guarda compiaciuta, mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta; dondolanti. Sembra anch’essa affascinata da quelle meraviglie. Forse non ha ancora vinto un ultimo residuo di imbarazzo. Certo non sono più una novità. Da allora li ho visti spesso. E mi hanno riempito le ore. Rallegrato e sostenuto. Sono stati una consolazione nei momenti bui. Comunque sono sempre un’emozione. Anche stavolta resto senza parole e senza fiato. Non ci farò mai l’abitudine alla sua disinvolta monelleria: “Però così mi fa un po’ di pancetta; non trovi”?
Resta così a parlarmi mentre continuo a guidare. Si è riproposta di portarmi a visitare una mostra su Max Ernst e le avanguardie del novecento. È una minaccia? Io povero invalido. Quando torniamo. Se ne avremo tempo. Sono un sempliciotto. Amo il realismo. Vorrei vivere dentro un quadro di cui capisco quello ch’è ritratto. Ne “L’origine del mondo”. Se lo dico mi chiede se non riesco a pensare ad altro. Stavolta sta leggendo “L’amica geniale[2]”. Crede sia il primo di Elena Ferrante. Come se potessi non essere estremamente attento a tutto quello che fa. Che ha sopra il comodino. Anche questo non sa se è adatto ad un uomo. Mi parla di un film dei Coen, ma forse è un serial televisivo. Ora sa che sono della vergine. Non so che dire. Vorrei che si riempisse la bocca solo di me. Meglio che faccia attenzione solo alla strada. Mi suona il cellulare. Guardo: è Enza. Non mi va di risponderle. Le avevo detto di non chiamare. Che ero in una clinica, credo di essermi inventato Bosconuovo, se ricordo bene, per degli esami di controllo. Che sarei stato irraggiungibile. Forse le dovrei delle spiegazioni. Quasi quasi lo spengo quel maledetto telefonino. Suona anche il suo e lei risponde civettando. Poi si scatta un selfie e lo invia. Intanto un paio di macchine ci sorpassano. I guidatori non restano indifferenti quando sorpasso io. Gli altri non possono vedere e nemmeno immaginare. Me ne rendo conto.
Sempre impaziente? Avrei potuto almeno lasciarmi il tempo di toglierlo il reggiseno. Lo so. Volevo rivedere quella faccia. Coglierti di sorpresa. Ti spiace? Sei contento? Allora ha funzionato. Mi sento com’ero. Come se riavessi i miei diciott’anni. Avvertimi però subito se qualcosa non va. Non farmi stare in pena. Voglio essere tranquilla. Mi viene da ridere. Mi ero fatta una strana idea di te. Ti credevo… si insomma… Ti credevo uno a cui piace la gnocca. Ma non così… Così. Scusa. Che mi avessi invitata al mare solo per quello. Ero decisa a dirti di no. Forse. È buffo, abbiamo avuto così tanti ricordi e nessuna concretezza. Quel mare l’ho visto solo in cartolina. Posso dire che il nostro è stato un incontro molto casto. Anche se non abbiamo deciso solo noi. Se ci ha messo lo zampino il destino”.
Non vorrai farti vedere da tutti? Che tutti ci guardino”?
E perché no”?
Ride e sembra divertita dall’idea. So che è mia. Si toglie il reggiseno. Lo stesso a fiori. Senza acrobazie, le basta slacciarlo dietro. S’è ricordata proprio di tutto. Del minimo dettaglio. Rimette la maglietta. Peccato. Le sue due giganteschi montagne di delizie, quelle due meravigliose meraviglie, dondolano in libertà sotto la leggera stoffa. E dondolano dolcemente ma nervose e molto dinamicamente, con una certa energia. Sobbalzano. Sbatacchiano. I suoi gonfi sorprendenti airbag. Dovrei non pensarci ma come posso farlo? Se me li sbatte sotto il naso? Io non ne sono insensibile. Spero solo non provi freddo. Lo so che lo fa solo per me. Forse dovrei dirle che è bella. Che non si deve preoccupare. Credo sia del tutto inutile. Naturalmente viaggia senza cintura. Spero non ci fermino per quello. Diversamente non si potrebbe muovere con quella disinvoltura. Anzi starsene così ferma e così comoda. Appoggiata alla portiera e con le braccia allargate. Non sarebbe riuscita a rispondere.
Alla radio danno un bel programma di musica anni ottanta. Lei preferisce Rachmaninov. Pazienza. Mi chiedo ancora, come allora, se è soda e morbida allo stesso tempo. Allora non abbiamo avuto il tempo per niente. E forse nemmeno lo avremmo mai avuto. Sono stato lì lì per morire per cominciare a vivere. Per fortuna. Ora è tutto uguale e tutto diverso. Ora ci conosciamo. Ora conosco tutto di lei. Non conosco quei suoi diciott’anni. Quest’età come per miracolo ritrovata. Ho tutta l’intenzione di conoscerli tutti. Bene. Senza rimpianti. Senza fretta. Non capita tutti i giorni di avere una seconda occasione. I jeans sono bassi; pieni. La corda è tesa. La prego di slacciarla: “Voglio vedere”…
Se ho gli stessi slip? Ho fatto una fatica infernale per infilarli. Non so se ci riesco di nuovo. E poi non lo potresti sapere. Allora non hai fatto a tempo a vederli. Però… perciò… Non li ho messi. Se vuoi lo slaccio, però non vedi che cose che hai già visto. Però allora”…
Non c’è un allora. C’è solo un’ora. Un adesso.

2. Ancora una volta mi trovo a continuare io, ma stavolta nessuna tragedia. Per fortuna nell’occasione non è stato il male a togliere la parola a Niero. Era meglio che si limitasse a fare solo quello che stava facendo. Che non si distraesse troppo. Ero in ansia. Stavolta semplicemente perché era meglio che pensasse solo a guidare. E poi è di là finalmente che dorme il giusto riposo del guerriero dopo l’aspra battaglia. Perché, testardo, ha voluto guidare lui. Non che mi fidi troppo. Preferisco avere in mano pienamente il governo delle cose, come per la casa. È stato irremovibile. O guido io o mi riporti in camera. È stata una scelta difficile, dolorosa, ma poi ho scelto il mare. Ma andiamo con ordine, perché è certo che chi legge vorrebbe anche sapere. Ma non so se il pudore mi consente di ammettere che averlo sempre lì così… entusiasta è una cosa entusiasmante. Che non avrei mai creduto possibile. E forse avevo ragione. Ma lui non è come gli altri. Ero curiosa. Mi ha spiegato che lo è stato, come gli altri. Fin prima di restare invalido. Ma gliel’ho chiesto con il dovuto tatto. Con quel minimo di pudica delicatezza che si addice ad una ragazza, ad una donna.
Eravamo rimasti in viaggio. Voleva che li togliessi. Ho fatto una fatica di Sisifo, il figlio di Eolo e di Enarete, per infilarmi in quei jeans come un’anguilla. Sarei dovuta sbroccare per farlo, in piena autostrada. Che poi è solo una semplice provinciale. Col rischio di dover scendere e raggiungere casa svestita. Ma un uomo come lui avrà anche dei limiti ma ha anche dei pregi, e molti. In più a una donna da sicurezza: lei sa che comunque lui è lì, sempre lì per lei. Non può scappare. Se ne sta buono in casa anche davanti alla televisione. Oppure dietro ad un giornale. Mentre io fatico. Se gli serve chiama. A mia completa disposizione. Però questa cosa straordinaria di essere tornata quella di un tempo non so ancora come la saprò gestire. Gli dico che dovrà avere pazienza. Che se mi vuole così ragazzina dovremmo ricominciare tutto da capo e mi dovrà insegnare nuovamente tutto: “Scorda tutto. Sarà la nostra vera prima volta”.
Orami lo conosco bene. A volte fatico ma non mi sta ad ascoltare. Anche quando parlo solo per il suo bene. O con la “p” che sostituisce la “b”. So bene che avrebbe voluto che mi riempissi la bocca solo di lui. Che lo riempissi di cose gentili. Che lo lusingassi. A volte non mi va proprio di farlo. Anch’io ho i miei momenti no. Non sono una macchina. Posso avere dei pensieri e dei grattacapi. Delle preoccupazioni. Già lui me ne ha date, fin dal nostro inizio, sempre tante. Anche senza volerlo e non per colpa sua. Debbo stare sempre all’erta. So anche com’è lui quando si annoia ed è nervoso. Quando è irrequieto e impaziente. Non sta più sulla pelle. Come al chilometro ventisette.
Riesco a trattenerlo fino all’autogrill, dovrò pure fare la spesa se vogliamo metterci qualcosa nello stomaco quando arriviamo, e per riassettare un po’. Ingerire. Potevo usare quella invece di mettere. Ingurgitare. Mi mette in testa una buffa idea. Perché no? Spero non gli faccia male. Faccio gli acquisti in fretta per tornare da lui che aspetta. La sa bene che non mi piace il turpiloquio, le sconcezze. Devo rimproverarlo spesso. Qualcuna gliela perdono. So che non lo fa per cattiveria, che non le pensa veramente, gli vengono dal cuore; spontaneamente. A volte persino come veri complimenti.
Per farlo stare buono gli prometto la più meravigliosa irrumazione della sua vita. Dalla buffa faccia che fa capisco al volo che non ha capito. Gli dico che sarò la sua Linda Susan Boreman, ovvero la sua Linda Lovelace e che gli interpreterò tutte le scene del film fino al nostro arrivo. Sono praticamente certa che non sa nemmeno chi sia. Eppure dovrebbe essere una pellicola dei suo tempi. Si è fatta fotografare anche con i Kiss. Eppure lui è appassionato di quel cinema e quella musica. Anche lei ne aveva tante, se ben ricordo, ma non così tante. Non so se sono brava come lei ma ho tanta voglia di imparare. E ho proprio tutto quello che aveva lei; come lei. Lo metto buono. Sono una che mantiene le premesse e le promesse. Forse di questo sarei più assennata a non parlarne. Spero non gli faccia male. Continuo il resto del viaggio accovacciata senza vedere la strada. Sto scomoda, con una pazienza penelopea, da madre di Poliporte eccetera. Non sono una che se la tira e si da arie: “Però stai tranquillo”.
Smetto solo quando lui frena. Spero che stia bene e non sia troppo stanco. Lo sistemo nella sua carrozzina e un po’ un po’ alla volta porto lui e poi tutto il resto fin dentro casa; cyclette compresa. Sono proprio affaticata e avrei bisogno di una bella doccia e dal tanto parlare ho le mascelle indolenzite. La casa è un vero macello. Lo so che potrebbe tranquillamente deambulare, magari aiutandosi a un bastone. Gliel’ho preso. Gli ho preparato il regalo per il nostro ritorno. Ormai ha ritrovato quasi completamente anche la sua forza nella muscolatura dei suoi organi inferiori. Me l’ha confermato anche il suo medico e la fisioterapista che lo segue. A quella certe volte vorrei strapparle gli occhi. Per lui ho lasciato gli studi e tutto il resto. Studi e studenti. Anche se l’anatomia è sempre stata la mia passione. L’eterno immortale turgore del suo organo erettile, come dire? quella fantastica tumescenza, che in primis mi ha lasciata senza fiato, mi ha ripagata di tutto. È la conclusione dei miei studi. Mi rende felice. Non mi lascia spazio per nessun rimpianto. Anche se a volte sono quasi stoltamente tentata di pensare ad una pausa, di prendere fiato.
Lui non s’è ancora acquetato, non trova pace. Lui non trova mai pace. Vado su e giù a fare un minimo d’ordine e di pulizia e devo fare attenzione quando sono costretta a passargli vicino perché debbo continuamente scansare le sue mani rapide ad afferrarmi e trascinarmi a distrarmi dalle mie incombenze. Cerca di muovermi a pietà. Mi ricordo che debbo aver dimenticato il reggiseno in macchina. Mi implora ricordandomi che sono stata io a tirarle fuori. I miei maestosi airbag tornati come nuovi. Lo sa che li esibisco così solo per lui. Sarei una scimunita se lo facessi per altro. Spero non gli faccia male. Non lo volevo provocare. Non era nelle mie più recondite intenzioni. Non ne ha sicuramente bisogno. Mettono allegria ad entrambi. L’ho fatto per quello. In modo puramente innocente. Senza alcuna malizia. Volevo rendere leggero e allegro il viaggio. E rivedere quella faccia. La faccia di quella sua maschera. Ma appena entrati li vuole provare. Tolgo la maglietta perché ormai è tutta sudata. Pazienza, finirò più tardi.
Non c’è più molto da spiegare. Tutti sanno come funzione. Si accoccola e immerge nel mio abbraccio cercando di non soffocare, subito estasiato e sognante. Bofonchia alcune parole dai suoni gutturali e le ingoia subito per non farmi adirare. Mi incita come se ne avessi bisogno. Sono quella ragazzina ma certe cose vengono naturali anche a diciott’anni. Una donna le sa da sempre. Le sue dimensioni non sono proprio del tutto trascurabili, tutt’altro, ma in questo caso e in ogni caso non sono proprio un problema. Sono una risorsa. Sono una grazia. Spero che si metta finalmente tranquillo per un po’. Spero che mi chiederà finalmente di sposarlo. So che lo vuole. Forse si fa riguardo. Forse non ha trovato ancora il coraggio. Forse pensa alla sua condizione e crede che non potrei sopportare il sacrificio ancora per molto, in eterno. Ma lui mi da tutto quello che una donna può desiderare.

[1] Il caso Malaussène di Daniel Pennac. Narratori Feltrinelli, Milano – 2017
[2] L’amica geniale di Elena Ferrante. Edizioni e/o, Roma – 2011

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