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Posts Tagged ‘malizia’

labbra-giovaniQuel giorno non c’era nessuno con lui. Si era avvicinata e poi si era seduta al suo tavolino. Aveva una maglietta gonfia e orgogliosa. Una maglietta con delle stelle di brillantini. Capelli corti e un volto dove non riusciva a nascondere che i suoi anni migliori erano passati. Eppure aveva ancora quell’arroganza e quella sicurezza della gioventù. Di essere donna. E due occhi penetranti. Da mettere in imbarazzo. Perché poi? Ma gli era successo più d’una volta. Lei non aveva detto nulla. Si era limitata a cercare il suo sguardo.
Provava la vaga sensazione di averla già incontrata. Poi le solite cose quasi buttate là, banali Vieni spesso? Sì… cioè… vedo che spesso lei è a quel tavolino; sola. L’hai notato. Ora che mi ci fa pensare… Lei si compiacque Non sempre. Già! forse è vero. Perché del lei. Mi viene spontaneo. Vuoi dire…? Non la volevo offendere. Sei solo? Oggi sì! Volevo dire… Quelli erano affari suoi Separato, in attesaTutti aspettano qualcosa, qualcuno. Già! Lei sorrise e lui si guardò intorno Posso offrirle qualcosa? Non riesci a togliertelo dalla bocca. Mi riesce naturale.
Sapeva che lei, in precedenza, aveva fatto caso a lui. Non s’era mai chiesto il perché. Semplicemente s’era sentito osservato. Aveva sentito parlare, anzi sparlare, di quella donna. Non sapeva chi fosse e naturalmente come si chiamava. Aveva sentito dire che aveva due figli maschi, grandi. A dare ascolto alle chiacchiere della gente, anzi di Gualtiero, pareva che lei avesse partecipato anche a dei porno, amatoriali. Cose girate per il quartiere. Che avesse la fama di essere anche una brava, specialmente in rapporti orali. Certo era che prendeva il caffè a quello stesso bar. E rimaneva lì seduta a lungo, guardandosi torno.
Lui non era un cacciatore. Piuttosto si sarebbe definito una preda. La verità era che aspettava la sua grande occasione. Si limitava ad aspettare sognando ancora l’impossibile, il grande amore. Con sempre maggiore rassegnazione. Io prenderei un prosecco. Scusi, m’ero distratto. Alzò la mano per richiamare l’attenzione del cameriere. Perché non mi guardi mai negli occhi, li sfuggi? Frugò rapidamente nella sua testa, ma trovò solo la scusa più banale. Era semplicemente così. Lo faceva senza pensarci. Forse per un qualche strano disagio, con lei Veramente m’era sembrato che stesse arrivando qualcuno. Aspetti qualcuno? Non proprio. Lei si limitò a sorridere soddisfatta.
… Com’è Parigi? Come? Parigi, come ti è sembrata? Non credo di capire. Non sei andato a Parigi? Cosa sapeva o credeva di sapere quella donna di lui. Ed erano passati ormai un paio d’anni. Forse tre. Allora era ancora con Alda. O forse avrebbe dovuto chiamarla Samantha. Non sapeva niente Ahh! Veramente era Brest, Quimper e Brest. Sa, Prevert. Le bombe. No! lasciamo stare. Sempre Francia è. Non proprio, Bretagna.
Mise i soldi sul tavolo Devo andare. Devi proprio? Devo proprio. Peccato, è divertente parlare con te. E’ stato un piacere. Chi ti aspetta? Non erano affari suoi. Non si preoccupò di apparire sgarbato. Già! non lo aspettava nessuno. Si sentiva in tensione. Ne aveva abbastanza di chiacchiere. E Gualtiero non si era nemmeno fatto vedere. Forse era di turno. Forse in qualche avventura.
In seguito, senza motivo, avrebbe riavvolto più volte il nastro di quella conversazione, di tutto quel pomeriggio breve. E certe volte, stupidamente, aveva evitato quel bar. Non voleva sentirsi in una sorta di trappola, come quello che cerca di prevenire ogni domanda e se le aspetta sempre diverse per poi non trovare mai le risposte. Ma lei non era certo il tipo da farsi scoraggiare.
Poi un pomeriggio come gli altri, con la testa vuota e niente da fare. Mentre lei sorseggiava calma un martini e si portava l’oliva alle labbra Posso chiederle una cosa? Tieni ancora le distanze. E allora…? Tutto quello che vuoi. Mi chiedevo…? Ti hanno detto. Fu così che scoprì che quello che gli era stato confidato era proprio vero. Davanti alla porta del cesso degli uomini, di fianco al telefono a muro. Anche se a lui sembrava ancora così inverosimile. Nel frattempo aveva trovato casa.
Si ricordò di non averle nemmeno mai chiesto il suo nome. Se lo ricorderà per sempre. Tutto questo dopo di Alda, che forse avrebbe dovuto chiamare Samantha. E prima di incontrare Lidia.

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darlin_maxresdefault-2-1Vi ho mai parlato di Africa, cioè di Augusta detta Africa? No! credo proprio di no; perché questa è un’altra storia. Una delle tante. Per chi non la conoscesse nel nostro complesso lei cantava e suonava il violino. Non era alta, questo si dice di chi è abbastanza piccolina. Piccolina e formosa, ma sapeva farsi apprezzare. Aveva il diavolo in corpo e nessun ritegno. Carnagione scusa, da questo quel soprannome. Lunghissime treccine e forme piene. Molto piene, abbondanti. E non cominciava mai un concerto senza averlo fatto, dopo essersi fatta un bel po’ d’erba. Lei diceva proprio come Janis. Ma così vanno le cose, o andavano allora. E noi dovevamo suonare al King’s Palace. E doveva venirci ad ascoltare un produttore.
Quella sera avevamo appuntamento nel furgone mentre gli altri continuavano con il Sound Check. Non che dovesse rimanere un segreto. Ma io la raggiunsi furtivamente. Era la mia occasione. Ero emozionato, Non solo per la serata. Ero preparato al meglio, al massimo, non a una delusione. Invece, con lei, avrei dovuto esserne pronto. Infatti lo stava già facendo con quello stronzo buono a nulla che avrebbe dovuto occuparsi solo delle luci. Mi stava su quel posto già da appena l’avevo visto. Per un attimo non si accorsero di me. Mi sentivo un imbecille. Poi lei mi guardò e mi sorrise con quel suo fare innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se si stesse lavando i denti. Scusami un attimo. Sai… è solo che lui è arrivato. Mentre stavo aspettando. Non te la sei presa, vero? Magari ci… sentiamo dopo il concerto. E me ne uscii.
Non è stato il più bel concerto della nostra brevissima tournée. Ero distratto. Lei si era scordata di rimettersi le mutandine. Ero incazzato. Moisse aveva perso il tempo. Il piano aveva troppi tasti. Ad un certo punto le luci si erano spente. Fanculo, lo avevo detto che quel figlio… Dopo non avevo più un briciolo di energia. Lei aveva cercato di rabbonirmi, di consolarmi, facendomi vedere e giocare con le sue bocce. Già! da quando avevamo cominciato erano il successo maggiore e la cosa più gettonata di tutta la provincia. Forse è in un’occasione del genere che qualcuno ha coniato il detto che il tempo è d’oro. Ero fuori di me. In fondo la canzone era la mia.

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istock_000058983098_small_1739825Pareva che Teresa, quelli giusti, li avesse trovati tutti lei. Certo che Teresa era una che si dava da fare e ci sapeva fare. Almeno da come la raccontava lei. Era piena di consigli e li elargiva a piene mani. Solo che di quei consigli non sapeva che farsene. Inutile dire dopo cosa si sarebbe potuto fare prima. E poi nemmeno a lei mancava la fantasia. Forse era la pratica a farle difetto. Le sue domande poi erano le banalità più scontate che le avessero potuto propinare. A volte anche imbarazzanti, altre solo banali. Eppure era la stessa Teresa a confermarle che a lei non mancava proprio niente. Se non ti amano vuol dire che non ti meritano.
Certo che gli aveva fatto notare come avesse le gambe lunghe, e le cosce sode. Certo che conosceva il linguaggio di un sorriso ammiccante. Certo… anche del sedere. Certo che sapeva essere provocante. E impaziente. O, se serviva, paziente. E farsi riservata. E farsi spudorata, cioè un po’ arrogante e un po’ impertinente. Ma anche, se era il caso, un po’ santa e un po’ quasi quasi non te la do. Poteva essere qualsiasi donna e tutte le donne Per me… fa lo stesso. Come vuoi. Visto che siamo qui. Non lo avrei mai immaginato. Certo che tu… Non ti credevo così… Non guardarmi con quegli occhi. Come ti sembro? Scusa, puoi abbassare la luce. Ma mi hai vista. Abbi pazienza. Per chi mi hai presa? Datti da fare. E quelle cose lì. Tutte le donne lo sanno. E’ solo che poi vai a pescare gli uomini che le capiscono. E trovare quelli giusti. E il momento giusto.
Forse era solo una questione di tempo e di tempi. Se uno non lo conosci proprio a fondo puoi fraintendere quello che si aspetta. Che tipo è. Mica poteva chiederglielo Che tipo sei? Come ti piace farlo? Non sarai mica uno di quelli? Non è che poi mi deludi? Sei un toro o un agnello? O un capone? E la prima volta è sempre fondamentale. Lui ti guarda e ti sembra impaziente. Tu lo guardi e ti pare che la pazienza non saprebbe bastarti mai. L’amore ha sempre mille sfumature. E lei non parlava di amore, si accontentava di una semplice e sana avventura. Non cercava niente di più.
Al dire di Teresa Spresiano era un vero gigante, un bronzo. Doveva essere particolarmente fortunata. Lei aveva incontrato solo normo-dotati, quando non mini-dotati. Certo che il ricordo storpia, ma quando aveva, come dire? incontrato Spresiano non le era parso nulla di che. Per dirla tutta più pelle che carne. Per Teresa le poppe erano tutto, erano il suo segreto. Ma lei, Teresa, le aveva abbondanti. E anche un po’ cadenti. E se tra loro si doveva posare uno sguardo era prima su di lei che si soffermava e si soffermava un attimo di più, con maggiore interesse. Solo che spesso si soffermava solo quello sguardo. Il proprietario non riusciva a trovare le parole, il coraggio. Si allontanava con la sua voglia silenziosa. E la coda tra le gambe.
A sentire Teresa bastava essere disinibite. Cosa vuol dire? Si ha un bel dire disinibita quando nessuno cerca nemmeno di attentare alla tua virtù. Quando uno sguardo da pesce lesso resta solo lo sguardo di un pesce lesso. E te ne stai lì ad aspettare l’occasione e mastichi aria e l’occasione continua a farsi aspettare. Non ci sono più gli uomini di una volta. Dov’è finito il maschio cacciatore? A raccontare fantasiose rodomontate. A berselo corretto. A parlare di sport e di quella che lui chiama politica. A farsi lo spritz. A distogliere lo sguardo se lo guardi. Se incrocia i tuoi occhi. Se ti si scopre un po’ di gamba. Se si accorge che te ne sei accorta. Se ha ammirato troppo a lungo, secondo il fesso, la tua maglietta. Come se potesse darti fastidio. Come se un complimento potesse essere non apprezzato.
E’ stato allora che ho detto a Teresa vai a fartelo fare da un bassotto e pelo corto. Che mi sono alzata e l’ho raggiunto al suo tavolo Posso dirti due parole trascinandolo via dagli amici. Scusa, come ti chiami? Veramente… io mi chiamo veramente… Salvatore; perché? Salvatore, ho visto come mi guardavi. Credo si stia sbagliando; io mica la guardavo. Certo che lo facevi. Mi deve credere. Ti è piaciuto quello che hai... Non vorrei essereInsomma, se ne hai voglia allora abbiamo voglia in due. Non credo di capire. Certo che capisci, intendo… sì, insomma… scopare? Dice sul serio. Certo, solo una scopata. E’ che ioFacciamo in fretta. Una sveltina. Una botta e via. E’ solo che devo prendere il pullman. E si è alzato. Soddisfatto. Soddisfatto di che?
Non era male Salvatore. Non sarebbe stato male. Ero certa che ci stesse ripensando. Spettinandosi i capelli. Ma appena si era allontanato era giù una storia chiusa. Se si può definite una storia. E sono tornata da Teresa Sei ancora qua? Dove volevi che andassi? Non dire che non te l’avevo detto. E allora? Hai visto anche tu. Cosa? Allora nisba. Perché? Che ne so? Mica potevo dirle che aveva appuntamento con un pullman. Lei aveva riso. Gli uomini restano un mistero. Se anche trovano il coraggio solitamente non hanno neanche niente da nascondere. Puoi aspettarti che ti riempiano di parole. Sei un’illusa ad attenderti anche dei fatti. E’ una storia già scritta: gli uomini che incontri sono sempre gli uomini delle altre.

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istock_000058983098_small_1739825Ogni uomo è diverso ma alla fine sono tutti uguali. Anche se ogni uomo ama le cose che ama. Forse non la donna. Forse quello che la donna gli può dare. Forse quel momento che in quel momento sembra speciale. Unico. Forse quel finto rischio. Forse un po’ di apprensione. Ma se pensava agli uomini della sua vita, anche a quelli che l’avevano attraversata per quel breve istante, soprattutto a quelli, le prendeva una sorta di malinconia. Anche un po’ di malumore. Continuava a non capirli.
Claudio era la certezza, il porto in cui si poteva rifugiare. Non aveva certo molta fantasia e gli anni avevano cancellato anche quel briciolo di mistero. Però non dovevano chiedersi nulla. Anche se era come mangiare dalla vaschetta uscita dal microonde. A lui diceva tutto, o quasi. Ma lui era suo marito. Forse era stata solo una sua illusione pensare che per qualche motivo o con qualcuno la cosa sarebbe cambiata.
Il divano di Samuele non era stato la cosa più comoda in cui si fosse… dimenata. Avrebbe potuto enumerare le molle che l’avevano distratta. E non aveva mai capito se c’era stato quel briciolo di passione o se era solo erba buona. Ma lui era un ragazzo e nemmeno lei poteva dire di essere molto esperta in cose di… cuore; allora.
Giuseppe tutto casa e chiesa aveva creduto di incontrare una santa. Non era stato sfiorato dal dubbio che il piacere non avesse bisogno di una morale. Non ci si può lasciare andare completamente con uno che ti mostra le foto della famiglia. In silenzio gli aveva detto quello che si meritava.
No! di Matteo avrebbe potuto serbare un buon ricordo, anzi almeno un paio, se ricordava bene. Assolutamente niente di cui lagnarsi, tutt’altro. Non che lei fosse una che dava i voti, ma se lo fosse stata avrebbe meritato un ottimo. Si era veramente impegnato. Nemmeno con le parole si era limitato. Pareva veramente preso. Ed era uno da rendere orgogliosa una donna fin dal primo sguardo. Non fosse stata sposata avrebbe pensato che si potevano rivedere.
Con Corrado non era stato nemmeno sesso. Se n’era andata insoddisfatta. Lo aveva preso in mano mentre recitavano le formazioni, e le aveva sporcato il vestito prima ancora che l’arbitro fischiasse l’inizio della partita. Non le era mai capitato di destare così poco interesse. Di farlo guardando il quadro appeso al muro e pensando che il giorno seguente doveva andare dalla parrucchiera. Una cosa che nemmeno alle superiori.
Per Filippo non ci sarebbe stato niente da fare probabilmente nemmeno se ce l’avesse avuta d’oro. Per provare lei ci aveva provato, testardamente, e messo energia. Aveva messo tutta se stessa e la sua stessa dignità. Non era nemmeno un uomo. Se l’era quasi slogato il polso. Era morto che più morto non si può nemmeno dopo gli olii santi. Avrebbe voluto anticipare il ritorno a casa, ma ormai avevano affittato per tre giorni e due notti. E cosa avrebbe detto Claudio vedendola rientrare in anticipo da quel… convegno.
A Lucio concedeva l’alibi del momento e del posto, e di tutta quell’etichetta. Se non fosse stato per quello si era dimostrato uno zero assoluto. La cintura che non si slacciava. La lampo che non scendeva. La cravatta che lo soffocava. Tutte scuse. In qualsiasi altro momento ne avrebbe riso, come aveva fatto quando aveva raccontato l’accaduto ad Annalisa, ma solo a lei. Sul momento era riuscita solo che a sentirsi offesa e infuriata. Umiliata. I suoi complimenti alla sposa erano stati uno sputo di commiserazione, per quella poveretta.
Con Francesco, scossa dal treno, aveva dovuto chinarsi, davanti a lui, come fosse un dio, e fargli un lavoretto di fino di labbra. Diversamente avrebbe potuto annusare quel tanfo per tutta la tratta dalle Alpi alla Sicilia. Forse aveva bisogno del suo tempo, ma non c’era donna al mondo a poter avere tutto quel tempo. E nemmeno era questo granché. Era più chiacchere che sostanza. Non si poteva certo dire che era stata fortunata.
Con Gianluca niente di che ma nemmeno niente di cui lamentarsi. La sua parte l’aveva fatta, ma era come se lei non ci fosse. Si era sentita un oggetto. Una vera noia. Si dava da fare, con ritmo ed energia, come se fosse un obbligo, se dovesse dimostrare. Sotto c’era lei ma poteva esserci qualsiasi altra donna, uomo o anche solo il materasso. Alla fine era rimasta sorpresa che non le avesse messo in mano anche il suo biglietto da visita.
Già di Stefano nemmeno varrebbe la pena parlarne. La cosa più emozionante e eccitante che aveva fatto era stato dirle vengo subito. Come una minaccia lasciata al vento. Forse non avrebbe nemmeno dovuto citarlo in quei suoi pochi e sparsi ricordi di quello strano giorno in cui aveva voluto ricordare; per noia e per pigrizia, di quelli che chiamava i suoi amori. Al diavolo lui e tutti quelli come lui. Per fortuna che con il postino, per finire, si era stancata prima lei. Non sembrava mai soddisfatto, dio sia ringraziato. Da non crederci. E gli aveva pure dovuto dirgli di no perché lei così non lo voleva fare. Aveva insistito. Lei non avrebbe mai ceduto. Però per un attimo aveva tentennato.
Messe cosi, in fila, come i grani del rosario, potevano sembrare tante. In realtà quelle esperienze sparse nel tempo erano quasi tutto il suo vissuto, la sua povera pratica. Forse non avrebbe incontrato mai il vero uomo. Quello che l’avrebbe fatta vibrare veramente. Forse avrebbe smesso di cercarlo. Gli uomini erano degli eterni bambini, guardavano golosi la parata dei dolcetti da dietro alla vetrina. Non sapevano più desiderare veramente. Si sentivano sicuri solo dietro quel vetro. E alla fine, per lo più, amavano solo se stessi e spesso anche male.
Non si dovrebbe mai dare ascolto alle chiacchiere. Soprattutto a quelle da bar. Dovrebbero aggiungere una santa al calendario, se già non l’hanno fatto: Santa Pazienza.

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istock_000058983098_small_1739825Non riusciva più a comprendere gli uomini. Cosa aveva che non andava?
Forse quella sensazione l’aveva provata per la prima volta con Samuele. Forse il sospetto le era nato fin da prima. Erano in salotto. In salotto da lui. Nella sua casa da studente. Gli altri erano fuori. Lui stava preparando una canna. Era bravo con le canne. Forse ne aveva bisogno. Forse solo con quelle. Lei intanto, nell’attesa, aveva cominciato a spogliarsi. Cosa stai facendo? Cosa ti sembra che sto facendo? Non me l’aspettavo. Era stata sincera Ora lo sai, e aspettare non è una delle mie maggiori virtù. Ma non vorraiCerto che vorrei. Voglio dire… fare… hai capito. Hai del vino rosso? Io sono astemio. Possiamo fare senza. E’ che non miNon sarai anche… spirituale? Credo nel karma. Io nella carne. Sarei vegetariano. Puoi fare una piccola eccezione, per me; se ti sfili i pantaloni. Poi veramente e finalmente non se lo era fatto ripetere due volte. Non troppo presto ma aveva capito.
Con Giuseppe stava filando tutto bene. Solo che a parlare gradevolmente da amici sembrava non stancarsi mai. Aveva guardato l’orologio e quello le aveva detto che era ora di smetterla, che anche la pazienza ha un limite. Così aveva dovuto farlo lei. Gli aveva detto andiamo da me? Avevano a loro disposizione un letto bello comodo. Non avrebbe avuto di che lagnarsi, per quello nemmeno lui, ma alla fine, con sua grande sorpresa, era scoppiato in lacrime. Io non volevo. Io amo Mirella. Io non sono Mirella, forse te ne sei accorto. Anche le bambine. Quasi lo avesse forzato. Guarda che è stata una cosa così, non è nemmeno una storia. Mi sembrava lo volessi anche tu. Solo che… non so che dire. Non serve dire. Non credi che dovremmo…? Basta che ti dai una mossa. Ti giuro… non l’avevo mai fatto. Tranquillo, finisce qui. Però è stato bello. Anzi è già finito. Ti posso chiamare? Rivederlo al lavoro non le aveva creato nessun imbarazzo.
Con Matteo avevano preso una stanza. Un posto un poco squallido e nemmeno molto pulito, ma tranquillo. E poi era vicino. Proprio quella sera non potevano andare da lei. Da lui era impossibile. La scusa era stata una pizza. Non aveva nemmeno troppa fantasia. Ancora una volta aveva dovuto prendere aspettare, temendo di mostrarsi troppo impaziente, scoprendo che non aveva nessuna fantasia. Se era per quello avrebbe continuato a guardarla, a parte qualche piccolo sfioramento che aveva cercato di far sembrare casuale. Era certa di interessargli. Poi aveva cominciato a fare lo sdolcinato. Le aveva preso la mano Quando ci possiamo rivedere? Non riusciva a crederci. Non avrebbe voluto mortificarlo. Avrebbe preferito evitare, ma era stata costretta e aveva dovuto deluderlo Guarda che… è solo una botta e via. Ma io credevoHai creduto male. Per te sono solo questo? Non ti sembra abbastanza? Forse era uno di quelli che se comincia un libro lo deve finire per forza, anche se non gli piace. Ma lei credeva di essergli piaciuta. Ne era certa.
Corrado aveva fatto tutto in fretta perché doveva vedere la partita. Con il telecomando già in mano. Poi avrebbe preteso che si fermasse a guardarla anche lei Ma è l’Italia! Chi se ne frega –avrebbe voluto rispondergli. Che la nazionale vincesse o perdesse non avrebbe cambiato la vita né a lui né a lei. Si limitò a raccontargli che doveva rientrare presto. Comunque non sarebbe potuta rimanere ancora per molto. Pazienza. Lo stronzo l’aveva lasciata andare da sola. Nemmeno aveva fatto cenno di riaccompagnarla. A quell’ora di notte. E dalla periferia. Si era vista costretta a farsi dare il costo del taxi, indispettita. Se l’avesse saputo… La sua macchina era rimasta in garage. Fortuna che con suo marito andava alla grande, anche perché lui non era tifoso di calcio. Sicuramente lo avrebbe trovato ancora sveglio. Si era già preparata la scusa pronta.
Filippo era sempre stato un signore, ma doveva essere un weekend, non un per sempre. Si era informata: il campionato era sospeso. Aveva preso due cose, lo stretto necessario. Le sembrava di essere stata chiara Ostia e poi chi s’è visto s’è visto. Dici sul serio? Ti va? Certo che mi va. Gli andava troppo o troppo poco. Così aveva fatto più volte cilecca Scusami, è la prima volta. Non mi è mai successo. Magari penseraiForse è quello che abbiamo mangiato. Bevuto. Forse non so e quelle cose lì. Non è mica la prima volta. Litanie simili ne aveva sentite molte. Faceva poca differenza. Sapeva solo che avevano sprecato due splendidi giorni di sole. Aveva alzato le spalle Fa niente; non ti preoccupare. Anche se non era del tutto vero. Forse l’impazienzaNon ci pensare. Magari la prossima voltaQuale prossima volta? Aveva chiuso anche con lui. Lo avrebbe fatto comunque.
Con Lucio non era andata meglio. Certo che al suo matrimonio non era il massimo. Né lo era così fra i cappotti degli invitati. Ma la sua novella mogliettina era tutta presa a farsi baciare e farsi dare gli auguri dagli ospiti. A ridere stridula e sguaiata dei loro complimenti, anche pesanti. Che poi nemmeno lei era una santarellina. La sentiva persino dove avevano trovato riparo Qui ci sono io; non pesare a lei. Non è semplice. Cerca di renderlo semplice. E se ci cercano? Hanno altro da fare, e qui non ci trova nessuno. Che dici, devo esserci per il brindisi? Nemmeno per lei era facile, si sentiva gonfia, forse aveva mangiato troppo, come in ogni matrimonio Allora sbrigati. Mi si è incastrata la lampo. Fanculo anche la lampo. Non so seHai deciso di fare il marito o la moglie? A volte la pazienza è un bene troppo prezioso per essere sprecato con troppa facilità. Aveva le tette fuori e a lui veniva da vomitare. Era rientrata furiosa senza aspettarlo, sistemandosi il vestito che le era costato un occhio.
Francesco l’aveva fatta sentire sporca. Non perché l’avevano fatto contro la parete nel bagno del treno che li portava a Latina. In un odore fetido e penetrante. Con la colonna sonora di uno sferragliare pigro e monotono. E la vista delle campagne che scivolavano tutte uguali. Da ragazza lo aveva fatto anche in una cinquecento. Glielo aveva detto. Cosa si credeva? Ne avevano avuto fretta, entrambi. Avevano rinunciato ad aspettare. Ma proprio in quel momento lui aveva rovinato tutto Credo di amarti. Non essere cretino. Sei bella. Nemmeno tu sei male. Dove siamo? Non fermarti. Ma io credevo. Non so tu ma io scendo una stazione prima. Tu vuoi dire…? Tesoro, prendo la pillola. Allora non provi proprio niente? No! Cioè sì! è semplice, mi piace solo farlo. Così semplice da sembrare persino banale. Aveva due occhi come se non gli riuscisse di capire. Eppure era stato lui ad invitarla.
Gianluca era fin troppo gentile e rispettoso. Aveva sistemato i pantaloni facendo attenzione alla piega. Parlava un italiano perfetto. Lui era davvero un professore che insegnava. Aveva cominciato con Posso permettermi una domanda? Poi con Ti spiace se prima avverto casa che ritardo? Poi ancora Solitamente preferisci a destra o a sinistra. Stava per continuare con Solitamente preferisci sopra o sotto. Non lo avrebbe sopportato. Non l’aveva lasciato finire. Vorrei solo fare una semplice e soddisfacente scopata. L’aveva guardata allibito. E per un secondo si era intimidito. Poi l’aveva lasciata fare. Lei aveva finto passione, ma la magia era già svanita. Il piacere le si era soffocato in gola. Sembrava uscito da un dizionario di bon ton. Attento persino a non sudare. E odorava di dopobarba come una di quelle. Per un attimo aveva temuto che fosse uno di quelli. Pensò che forse sarebbe stato più emozionante farlo con Claudio, suo marito.
Se era per Stefano lo avrebbero fatto solo al telefono. La tratteneva per ore. Forse era quello ad eccitarlo. Solo la sua voce. La distanza. Quel mezzo tra loro. Non aveva mai amato stare per ore ed ore a parlare con uno stupido apparecchio. Che dici: da me o da te? Vogliamo concludere? Vorrei ma c’è lei. Lei cosa? Lei! Voglio dire Lei. Ma siamo tra adulti. Ma gli adultiMa gli adulti lo fanno. Non vorreiNon può che farti bene. Allora come restiamo d’accordo? Ti aspetto. D’accordo. Bel tipo quel tipo. Era rimasta ad aspettare e nemmeno si era fatto vedere. E pensare che si era preparata già pronta. Che pensava che sarebbe stata una cosa speciale. Ma forse era lui che aveva suonato. Aveva aspettato fin troppo, per i suoi gusti. E aveva suonato prima il postino. Quello delle raccomandate. Lui non si era fatto tanto pregare. Il fatto era stato che, come detto, lei era già pronta. E stuzzicata.
Era probabile che il postino lo sapesse. Non si dovrebbe mai fare aspettare una donna. Proprio per dispetto lo aveva fatto richiamandolo e parlando con lui al cellulare ti ho aspettato. Ma io sonoOra è tardi, scusami. Possiamo vederci un’altra volta? Ora non ho tempo. Lasciami almeno spiegare. Non è il momento. Ma io credevo che tra noiTra noi un corno. Cosa vuoi dire? Lui ha suonato e quando ho aperto credevo fossi tu. E allora? Mi hai fatto fare una figura di merda. Cos’ho fatto? Sono venuta ad aprirti ed ero già tutta nuda, per te; riesci a capire? Non ne sono sicuro. Scusami, io sto venendo, tu vai pure dove vuoi. Restiamo amici? Gli amici non si fanno aspettare. Aveva finito, lui, quello stronzo, per darle della zoccola. Gli uomini sono tutti così, tutti uguali. Ma come si permetteva?
Proprio gli uomini non li capiva più. Non avrebbe saputo decidersi se era la decadenza del maschio o una crisi di civiltà.

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Gaetano il macellaio era un tipo alto e robusto, con la pancia prominente, abbondanti riccioli rossi sulla testa e un gran paio di baffoni. L’immagine esatta dell’uomo che una donna si aspetterebbe di vedere dietro il bancone di una macelleria. E quella era una buona macelleria. Lui si allontanava solo per farsi un bicchiere.
Palmira era una donna che aveva messo addosso qualche chiletto, ma si poteva definire ancora una massaia appetitosa e non ancora in disarmo. Aveva gli occhi da furetto, il sorriso sempre a fior di labbra e non restava mai senza una parola. Si serviva sempre in quella macelleria e non aveva mai avuto modo di lagnarsi. Quella mattina si stringeva in un cappottino blu che aveva fatto il suo tempo.
Ifigenio il garzone era un tipetto smilzo che aveva abbandonato troppo presto la scuola. Capelli corti a spazzola e la testa sempre da un’altra parte. Era perennemente intento a tener lustra e pulita la batteria delle lame e non si era mai sentito dire una parola. In quel momento stava sistemando il banco perché si avvicinava l’ora di chiusura.
Palmira entrò e salì in punta di piedi per vedere bene di là del banco: “Non c’è la signora”?
No signora, la signora stamattina non viene”.
Signor Gaetano, pensavo di fare dello spezzatino. Cosa mi dà”?
Il Gaetano le dà tutto quello che le fa piacere. Ho giusto quello che fa per lei, ma ce l’ho di là nella cella frigorifera”.
A pensarci bene… Signor Gaetano, per cortesia, avete un bel pezzo di scamone o di noce che vorrei fare del buon roast-beef all’inglese”.
Quando lei non c’era a lui piaceva sempre scherzare: “Avrei… avrei proprio un bel pezzo di carne rossa che fa al caso suo”.
A Palmira era sembrato che l’uomo le avesse fatto un po’ di occhiolino: “Cosa mi darebbe? Me lo fa vedere”?
Glielo faccio vedere volentieri, ma di là, nella cella frigorifero”.
Allungando il collo Palmira indicò nel banco: “Quello mi sembra bello”…
Ascolti me, signora Palmira, quello non fa per lei. Quel filo che vede non è grasso, è nervoso. Sono o non sono io il macellaio. La carne ha bisogno di tempo per essere frollata. Non posso tenere tutto in banco. Ora è pronta. Se andiamo di là, nella cella frigorifera, troverà il pezzo che le fa più piacere”.
La Palmira un po’ si stava spazientendo: “E del fegato di vitello che vorrei farlo alla veneziana”?
Certamente, che aspetta solo di essere abbracciato dalle cipolle”.
Me ne fa un mezzo chilo”?
Subito, ma lo tengo anche quello di là, nella cella frigorifero”.
Palmira ci pensò un lungo attimo e poi si decise rassegnata: “Va bene. Vediamo cosa ha di buono”.
Il buon Gaetano le fece strada e apri la pesante porta di acciaio che la donna pensò doveva essere somigliante a quella di un enorme forziere. Immaginava che le banche tenessero i loro tesori dietro porte simili. Un alito di vento freddo si sparse per tutto il negozio. Lui, il macellaio, fece una sorta di inchino soddisfatto e fece il gesto di far passere ma massaia per prima: “Prego, si accomodi, Vedrà che il Gaetano, ha quello che le serve e anche di più”.
Palmira si sollevò il bavero del cappotto e se lo strinse al petto prima di cercare di farsi coraggio. Si ricordò che non aveva chiesto i prezzi. Contò mentalmente i soldi che le restavano in portafoglio. Stava per finire il mese e quelli erano già finiti. Alzò le spalle pensando che le dovevano bastare, ma in fondo poteva anche dire che glieli avrebbe portati perché aveva lasciato il portafoglio sul comodino. Si serviva da loro da così tanto tempo che non avrebbero potuto non fidarsi. Si trattenne solo un secondo dubbiosa davanti alla pesante porta: “Mi fido di lei… ma non sarà troppo freddo”?
Gaetano con un incoraggiamento leggero la spinse dentro prima di chiudere il portone dietro di loro. La sua voce si perse nel vuoto di quella ampia stanza glaciale: “Non si preoccupi, ci pensa il suo Gaetano. Non farà a tempo a sentirlo, il freddo, che tornerà il tepore”.

Quando Gaetano il macellaio e la cliente Palmira uscirono lei si stava ancora sistemando e ravvivando i capelli. Lui sorrideva e lei un po’ meno, ma lui portava un paio di tagli scelti e ancora un po’ di più di quella sua sorta di arroganza bonaria ma sicura: “Ecco fatto”.
Palmira si guardò intorno e non c’era nessuno. Ifigenio stava sistemando le confezioni di uova e fischiettava un motivetto senza senso. Guardava il soffitto. Lei guardava il pavimento e sembrava non aver nessuna intenzione di mollare la borsetta. Si sistemò gli occhiali sulla punta del naso e concluse con un pacato: “Già fatto”!
Gaetano il macellaio soddisfatto gettò i pezzi di carne sul marmo e ordinò al suo garzone: “Fai anche pezzi piccoli che la signora Palmira deve fare del buon spezzatino per suo marito. Vero, signora”?
Tagliò con le sue mani il fegato a liste e poi lo ridusse in ritagli quadrati. Lo avvolse nella carta e con orgoglio mise il pacchetto sopra il banco: “Ha visto che ha fatto bene a fidarsi del suo Gaetano? Sempre per servirla. Si ricordi di me e torni quando vuole. Questo glielo dò sopra con gli omaggi della casa. Ha visto che non ha avuto nemmeno il tempo per sentire il freddo”.
La paziente Palmira ringraziò pacatamente, chiese quanto doveva, infilò i pacchetti nella borsa, pagò, aspettò il resto e alla fine sorrise: “La ringrazio ma… Spero che sia altrettanto tenera. Aveva ragione, signor Gaetano, nemmeno il tempo di passare dal caldo al freddo, di sentire un po’ di tepore”.
Ifigenio il garzone aveva riso sotto i baffi con gli occhi furbi, anche se lui non aveva i baffi e aveva il mento ancora imberbe.

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Dice: “Io sono Franco. Ah! sì. Scusa, Lei invece è Tina”.
Sono una coppia in età. Cristiana li ha conosciuti ad una conferenza su ambiente e benessere. Non so perché li abbia invitati. Non ne aveva mai parlato fino all’altro ieri. Poi mi ha detto che le hanno telefonato. E che sono una coppia gentile e carina. Non ha potuto dire di no. Certo la nostra casa al mare sarebbe una lusinga per tutti. Le hanno detto che non avevano mai visitato queste parti. Così mi trovo ad averli tra i piedi. Un paio di giorni. Poi mi ha lasciato solo ad aspettarli. Aveva da fare. Ha sempre da fare. Maledetto ufficio. Come se io non avessi le mie cose da fare. E poi io non so che dire, con persone che non conosco. Dovevo insistere.
Gli faccio vedere la loro stanza. I letti sono ancora da fare. Loro depositano le loro valigie e poi mi seguono a vedere le altre stanze. Mi fanno i complimenti; per la casa. Gli chiedo se vogliono un caffè; è il minimo. Mi rispondono che non vogliono disturbare. Che lo hanno già preso. Che si scusano, non sapevano, e che aspettano mia moglie. Gli spiego che dovranno pazientare perché ne avrà fino a sera. Si sorridono carini. Gli dico che magari tra un po’ ci prepariamo e andiamo a pranzo. Ripetono che non mi devo preoccupare. In cucina sono peggio di una frana. E’ lei soprattutto a parlare. Lui per lo più tace e sembra osservarmi. Le da sempre ragione e conferma quello che dice lei. Mi dice che se non mi spiace poi, magari dopo, può fare lei qualcosa da mangiare; mentre aspettiamo. La guardo come la mia salvatrice, ma non le dico nulla; né sì né no. Mi sorride. Insisto almeno per un caffè. E’ l’unica cosa che so fare. Loro mi dicono che se proprio insisto, che lo prenderebbero volentieri per cortesia. Lui aggiunge se magari dopo ci possiamo fare anche una grappa ma dopo. Apro la dispensa e non abbiamo nemmeno un biscottino. Devo ricordarmi di dire a Cristiana di ricordarsi di comprarli tornando a casa.
Lei ride e le ballonzolano, le sussultano i seni pesanti e un po’ rilassati, perché sotto non porta reggiseno. Non manderei mai mia moglie in giro conciata così. L’abito controluce mostra anche qualche trasparenza, al primo momento non ci avevo fatto caso, e lei non ha molte cose belle da mostrare. Non che… è solo che dovrebbe ricordarsi dell’età che ha. Però siamo al mare e sono venuti per andare al mane. Al mare tutti ci fanno meno caso. Spero sia una che il costume se lo tiene addosso. Qui tutti ci conoscono. Nessuna lo toglie. Quando lo fa qualche turista, intendo il pezzo sopra, già la guardano male con occhi che la vorrebbero incenerire. In fondo è una piccola isola e gli isolani sono una comunità ancora un poco chiusa. Per dire la verità anche noi che siamo nati in città e abbiamo sempre abitato in città non è che amiamo molto farci vedere. Cristiana lo toglie solo quando è sicura che siamo soli e lontani da occhi indiscreti. E si fa ancora più riguardi da quando abbiamo scoperto quello che ci spiava nascosto dietro una duna, cioè la spiava. In fondo lei è ancora una cosa bella da guardare e anche lo capisco. Dovevamo noi essere più prudenti. Quella volta si è rivestita subito e normalmente si accontenta malvolentieri anche se le resta il segno sulla tintarella. Che poi quest’anno l’estate non è mai arrivata. Il venti dovrebbe essere piena stagione. E’ arrivato l’autunno prima che il sole, e non se n’è mai andato.
Mi vede che la guardo e alza le spalle e non se ne cura. Si alza dalla sedia. Va un po’ qua e un po’ là per la cucina come si sentisse in gabbia. La seguo con lo sguardo. Si prende da sola un bicchiere d’acqua. Si inumidisce le labbra e lo poggia sul lavello. Davanti alla finestra, con quello straccio addosso, è proprio quasi nuda. Un paio di tacchi salverebbero un po’ dell’apparenza. In fondo sotto il vestito… il vestito mente. Non le fa un cattivo servizio. Non fosse perché nei fianchi le stringono quel po’ di ciccia sembrerebbe non portarle. Nemmeno Cristiana ne metterebbe di così sottili. Mia moglie è una persona molto attenta. Ci tiene molto all’eleganza e al buon gusto. Loro sono un po’ più alla buona. Genuini. Spontanei. Almeno sembra. Eppure mi sembra che mi abbia detto che lui è un funzionario di banca.
Mi chiede all’improvviso: “Dove hai il pc. Possono andare a vedere se mi sono arrivate mails”?
Dico: “E’ di là. Fai pure”.
Se ne scappa dalla cucina come avesse un bisogno urgente. Nemmeno il tempo di avvertirla che se le serve l’altra porta nella stanza conduce al bagno. Glielo dico dietro e mi ringrazia. Lo chiedo anche a lui che mi risponde che non gli serve, grazie. Gli spiego che nel caso ce n’è un altro al piano di sopra. Torna a ringraziarmi e a spiegarmi che si sono fermati per strada. Solo con lui trovo ancora meno argomenti. Lui mi guarda e si guarda intorno come spaurito. Arrotola la salvietta di carta che ha davanti. Gioca con quella tra le dita. Al polso porta un orologio pacchiano. Forse ha bisogno di dimostrare che lui è un uomo arrivato. Torna a farmi i complimenti per la casa. Torna a chiedermi a che ora penso che tornerà Fabiana. Gli preciso che si chiama Cristiana. Non aggiunge nulla, pare che la cosa non abbia importanza. Guarda verso la caffettiera. Mi accorgo che mi ero scordato di accendere la fiamma. Mi alzo per farlo e porto anche tre tazze sulla tavola, poi lo zucchero e i cucchiaini. La sento chiamarmi: “Qual è la password di rete”?
Non mi ha mai dato problemi. Sto per risponderle, poi decido di raggiungerla, mi sembra più gentile. Mi scuso con lui se lo lascio per un attimo da solo. Lo prego di far attenzione al caffè. Sorride gentile. Mi rassicura di non preoccuparmi mentre vado da lei. Entro e resto attonito, immobilizzato sulla porta. Lei è china sul computer. Prima che si accorga della mia presenza scatto una foto col telefonino. Cerco di cambiare discorso: “Novità? La connessione dovrebbe”…
Solo dopo un po’ si gira ridendo e il vestito ricade al suo posto: “Non riuscivo proprio ad aprire la mia casella. Che stupida. Comunque nessuna nuova buona nuova. Niente di… importante. E poi non era importante la posta. Forse potevo aspettare anche più tardi. Non mi andava di star lì a parlare cercando qualcosa da dire. E poi… Scusa, non so… cosa hai visto”?
C’è una solo parola per dirlo ma non vorrei doverla pronunciare. In fondo è una situazione imbarazzante. Nemmeno ci conosciamo. E non è certo il mio tipo. A me piacciono più giovani; della nostra età. Meglio qualche anno in meno che in più. E… insomma… mi piace mia moglie. Non sono mai stato un tipo… Una scappatella può succedere… E’ una situazione complicata, ingarbugliata. Lui è di là. Lei si comporta come se non ci fosse. Col suo vestitino leopardato. Come fosse una ragazzina, o una fatalona. Cosa si è messa in testa? E’ la prima volta che mi vede. Non sono uomo da fare questo effetto. Non me la dà a bere. Mi sento preso in giro. Non so come uscirne. Non so che dire e allora parlo del niente: “Mi sembrava strano. Dovrebbe connettersi sempre”…
Non cambiare discorso. Cosa credi di aver visto”?
Mi ha messo in un angolo. Insiste. Non so cosa vuole farmi dire. Si sta divertendo. Ride alle mie spalle. Col solo gusto di mettermi in imbarazzo. E le righe di espressione sotto gli occhi. E quella bocca rossa di rossetto. Forse vuole far ingelosire il vecchio marito. Forse vuole illudersi di avere ancora quell’età. Abbasso la voce. Ho paura che lui entri o ci senta. Anche se ora si è… ricomposta: “Veramente non è che volessi… E’ solo che mi hai… Mi sembrava. Forse sono stato anche fin troppo veloce. Non ti preoccupare. Fai come se non fossi entrato. Resta tra noi. E poi”…
Guarda che hai visto quello che io ho voluto farti vedere. Non sei più un bambino. Nemmeno tu. E poi siamo al mare. E’ così caldo, qui. O devo fartelo rivedere? Devo farti un disegnino per farti capire”?
Grazie non è necessario”.
Non vuoi”?
Se ci tieni. Temo stia borbottando la caffettiera”.
Lascia fare a lui”.
Non è che”…
Conosci il linguaggio del corpo? Siamo una coppia… aperta. Quello era un culo. E’ un culo. E lui è un gran cornuto. Sa di esserlo. E gli piace esserlo”.
E tu seri una gran… una gran puttana”.
Me lo chiedeva e io ho cercato ma mi è uscito spontaneo. Non fa una piega; anzi sembra se ne senta soddisfatta: “Nemmeno questa è una grande novità. Volevo fartelo vedere fin da quando siamo arrivati. Da prima di partire. Puoi toccarlo, se vuoi. Non sarà… è sempre un culo. E allora, cosa aspetti”?
E Cristiana”?
Mica glielo dobbiamo per forza dire. Ma se vuoi, chiamala. Non mi dispiacerebbe vedere anche il suo. Sarebbe anche più divertente. Ma non hai mai visto tua moglie con un altro”?
Non credo si possa liberare”.
Sono brava anche con una donna”.
Non ne dubito”.
Se la ride di gusto: “Non fare lo schizzinoso, ho visto che ti interessa… –e con la mano indiscreta, sfrontata, controlla sopra i miei pantaloni– …la merce. Visto? D’altronde hai una bella signora”.
Faccio salire lentamente la mano e le riscopro le natiche. Me l’ha chiesto lei esplicitamente e sarebbe da cialtrone maleducato non farlo. Sarebbe un’offesa troppo grande per qualsiasi donna. Non che mi senta ancora sicuro; per nulla. Lei si gira leggermente per facilitare il mio gesto ed è divertita. Credo esclami anche un finalmente. Io nel gesto la spingo un po’ verso il tavolinetto. Voglio rivederla come l’ho sorpresa; cioè come ha voluto farsi sorprendere. Vorrei accontentarla in quella posizione. E in fondo nel preciso momento darebbe piacere anche a me. Intanto quella mano che mi ha conosciuto torna a cercarmi. Passa sicura tra i bottoni slacciandoli con maestria come fosse la cosa più semplice del mondo. Cerco di ricordare il suo nome e glielo sospiro sul collo: “Antonia”…
Ormai ha finito di trafficare con l’abbottonatura dei mie calzoni. Sbircia e pare soddisfatta. ! Mi precisa: “Solo Tina. Vedo che ti piace fare il padrone. Cioè sento. Lo immaginavo. Sei uno che prende l’iniziativa; deciso”.
Le afferro quelle minuscole mutandine ma torno a trattenere il vestito raggrumandolo sui suoi fianchi. Ormai non penso più ad altro. Con l’altra mano cerco di trascinarla verso me; di stringerla. Con mia grande sorpresa mi ferma afferrandomi per il polso, e con quel gesto mi impedisce di accostarmi ancora di più a lei: “Non avere fretta. Se vuoi entrare per quella porta… E’ solo che a me piace farmi fotografare. E a lui piace fotografare. Deciditi. Sbrigati”.
Non è quella che si può definire una bellezza. Il suo corpo non è certo statuario, e mostra la sua età. In ogni centimetro della sua pelle. Mi domando in che tempi sto vivendo. Il mondo sta andando proprio a rotoli. Non sono certo io l’unica persona adatta a salvarlo. E poi è un po’ tardi per tornare indietro. Intanto mi abbasso i calzoni e le dico che può chiamare anche lui. Non è che mi piaccia ma… E vada per le foto. Almeno sarà un’esperienza nuova. E’ lei quella che ha tutto da rimetterci. Purché non arrivino a Cristiana; non sono certo che apprezzerebbe. Nemmeno a lei piacciano le foto, in generale. Di foto simili nemmeno ne abbiamo mai parlato. Mentre me ne sto lì a pensare lei alza il tono della voce e le parole in gola le si fanno più concitate: “Sbrigati. Sbrigati a togliermi le mutandine. Ugo!!! Ora puoi venire. Sbrigati anche tu”.

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