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Il richiamo della fedeSegue Quaccherando [13]
1. La nostra Virginia Betty Boop –ormai definitivamente solo Betty Boop– se pensava alle amiche, quelle lontane e quelle che non c’erano più, tutte nate a Pietralata, nessuna di loro aveva avuto un’infanzia facile. Se riassumeva tutto quello che aveva visto nella sua vita, dalla perdita dell’innocenza e dall’entrata tra gli adulti, si fa per dire, temeva che non ci fosse fede che potesse salvare l’umanità. Era stato un certo Signore Dio a sbagliare creando nell’uomo l’unico animale che viveva per sopraffare i suoi simili. Si trovò a riflettere che se qualcuno cercava la fede e il paradiso tanto valeva farselo come si vorrebbe fosse. Perciò… Se voleva trovare Dio, o una ragione qualsiasi, non poteva cercare che tra gli uomini. Perciò… Doveva rintracciare Dio, ovunque lui fosse.
Si ricordò dell’opera di un autore[1] che un amico di suo padre, ma anche della mamma, soprattutto della sua mamma, le aveva fatto conoscere, troppo presto, da ragazzina. Allora non era certa di averlo capito. Non aveva trovato una vera ragione. Era un ricordo vago ma le bastò. Per quanto ricordasse vagamente inizialmente il suo le era sembrato un Dio ragionevole, del tutto simile al mister Natural il santo –che non voleva più indossare mutande– gran predicatore che predicava bene e razzolava meglio, con la non tutta sua Ruth, proprio per questo. Forse in un universo un non poco troppo libertino, per i suoi gusti di allora, e anche per quelli che pensava di ora; le sembrava molto umano. Pieno di… quell’amore e anche di qualche bollore; forse anche immorale e un tantino dissoluto. Quanto s’era ingannata. Onestamente le parve che quel disegnatore disegnasse solo la propria lussuria e non cercasse la donna, ma una madre. Una femmina da cui farsi guidare e dominare. Onestamente voleva essere solo se stessa. Non era arrivata fin là per quello.
Aveva faticato ma alla fine lo aveva trovato, quel posto del peccato. Era un altro piccolo buco di culo di un mondo ancora rurale. Così lontano da Filadelfia. In un altro universo anche da Boston. E lei era ancora ignara. Forse solo ancora un poco ingenua. Sperava ancora di non aver fatto tutto quel viaggio invano. Il mondo è vario ma poi e sempre uguale a se stesso. Per un poco Betty era tornata Virginia, ma non in Virginia. Per l’occasione aveva indossato maglietta a righe e jeans, per mescolarsi agli usi del posto. E per integrarsi si era trovata a fare anche di peggio. Non avrebbe mai immaginato che il grande autore fosse un omino così magro e piccolo proprio come si raffigurava. Un essere insignificante, a vederlo, nascosto dietro a quegli occhiali, con la bava alla bocca. Vittima delle proprie manie e delle proprie pulsioni: “Mi scusi se la disturbo mentre lavora”.
L’aveva controllata con cura; non sembrava soddisfatto. Nemmeno lei ne aveva avuto questa grande impressione. Comunque, estrasse il suo pennello: “Cosa cerchi, piccola porca”? Scoprì prima di subito che non era tipo da andare tanto per il sottile. Non era certo l’estasi. Aveva capito l’antifona. La strada per il paradiso è sempre lastricata di sacrifici: “Cerco Dio”. Era passata da “Figliola” a “Piccola porca”. Volente o dolente, ma non gaudente, aveva cominciato a darsi da fare. Non era la prima, non sarebbe stata l’ultima. Era una vignetta ricorrente. Lui era instancabile. Per quello e per tutto i jeans erano scomodi. Le venne da vomitare, le sembrò di soffocare. Lei avrebbe rimesso i suoi vecchi panni. Per una buona occasione sarebbe stata disposta a toglierli. Dubitava già che fosse quella una buona ragione. Solo che non aveva la forza di tirarsi indietro, dopo essere giunta fin là.
Certo che le sembrava strano. Lui con i calzoni abbassati impugnando la penna. Con quella faccia da cretino gaudente. Lei lì, sotto, scomoda, che bofonchiava bestemmie tra i denti. Forse per lui non era la prima volta, anzi è certo, ma lei non l’aveva mai preso in bocca a un uomo di carta, accovacciata mentre lui si disegnava. Ancora una volta in ginocchio. E a dire il vero sapeva d’inchiostro. In un altro mondo avrebbe provato vergogna. Ma una donna, che vuole ritrovare se stessa e la propria dignità, deve pure rinunciare a qualcosa. Fare qualche sacrificio. E quel piccolo uomo, Robert, doveva tenerselo molto buono. Le poteva essere utile. Anche se non aveva mai fatto niente per interesse. E lui sembrava non averne mai abbastanza. Snicker… chuckle… hyuk… tee hee… giggle… hyuk! Un vocabolario tipico per quei posti. Sarà anche il più grande autore di fumetti underground del mondo, ma… Forse era quella sua fantasia depravata da vignettista a dargli tutta quella vigorosa energia.
Robert Crumb: A Chronicle Of Modern Times - Press & Private View2. Come riuscì a liberarsi e poter riprendere fiato e voce lo seguì, quel suo eroe, nella sua Bibbia. Ma quel posto non era diverso da tanti altri posti simili che le erano stati raccontati. Certo anche il suo Dio Jhwh, come ogni Dio che si rispetti, era poco paziente e spesso si incazzava. Faceva e disfaceva. E anche lui aveva fatto i suoi Adamo ed Eva, e li aveva messi assieme. Nello stesso Eden. Sotto lo stesso melo. E li aveva fatti fighi e robusti. Senza vestiti; che erano un gran bel vedere. A dirne un po’ sembrava prendere tutto come un gioco, per il proprio svago. A dirla tutta pareva anche un pochino dispettoso. Lui era Dio, ma un poco anche serpe. Provava invidia? Sotto la barba nascondeva la sua arroganza. E sempre lì a guardare, a spiare, come un qualsiasi guardone; a giudicare.
Senza un lavoro. Senza altro da fare, se non godersi quel posto e quello che c’era da godere. Cosa potevano fare in un universo dove non c’era nessuno nemmeno per parlare o fare una briscola? «Quindi un uomo lascia suo padre e sua madre e si aggrappa a sua moglie e diventano una sola carne. E i due erano nudi, l’uomo e la sua donna, e non si vergognavano». Loro due nemmeno ce l’avevano né un padre né una madre, essendo le due prime creature create. Comunque ci mettevano tutto il loro impegno per essere una sola carne. Che poi, se li aveva fatti a sua immagine e somiglianza, doveva avere anche lui il suo bel cosino, le sue vergogne e le sue belle voglie. Betty sospettava che anche quel Dio Jhwh non restasse indifferente, che, in mancanza della televisione, li avesse fatti così anche per proprio piacere. Per battere la noia.
In fondo chi la fa se l’aspetti. Forse si era distratto. Non l’aveva detto proprio Lui: Andate e moltiplicatevi? Il serpente poi era un gran pezzo di serpente, un vero ganzo, e sì sa che è la tentazione che fa la donna puttana e l’uomo cornuto. Era possibile incazzarsi per così poco, e portare tanto rancore per una stupida mela? Il frutto del peccato? Un pomo. E duemila anni dopo, anche Lui, era ancora fuori di sé e continuava a fare dispettucci. Qualcosa a Betty puzzava. Doveva saperlo benissimo che Eva non avrebbe resistito. Non ne aveva mai fatto mistero. Sapeva com’era fatta quella. Non si sarebbe limitata ad un semplice assaggio del frutto proibito. Avrebbe voluto mangiarselo tutto quel gran pezzo di mela. L’aveva fatta con le tette e porca anche per questo. Così quei due presero a puzzare di sudore.
Certo che quando si incazzava lo faceva proprio di brutto. In fondo chi la fa se la deve sbrigare. Chi l’ha fatto lo disfi. Bel modo di vedere le cose: “Sterminerò dalla faccia della terra l’umanità che ho creato… E con gli uomini anche i quadrupedi, i rettili e gli eccelli del cielo, perché mi sono pentito di averli fatti”. Quali fossero state, per esempio, le colpe della gallina non è mai stato dato sapere. Per dirla tutta quel Jhwh da giornalino satirico era di quelli che detto fatto. Si era già preso avanti e aveva subito cominciato da quelli fatti prima di fare l’uomo. Poi se l’era presa con il grifone, il drago, l’unicorno, il dodo, il –o la– quagga, il leone marsupiale, il milodonte, il sivatherium giganteum, il ranforinco, il diprotodon, lo scelidotherium, il chupacabras, per non parlare del povero Sid[2], che non avrebbe fatto del male ad una mosca, eccetera… che a continuare non si finirebbe mai. Non che, almeno alcuni, gli fossero venuti proprio bene, ma per tutti e nemmeno con il resto, e l’uomo stesso, le cose erano andate molto meglio. Non fosse stato per Noè avrebbe distrutto tutto, e altro ancora[3].
Non c’era mai pace neanche in quel Paradiso. Quando l’uomo si alzava dall’alcova non aveva altro per la testa che ammazzare l’uomo. E, non essendo la resistenza del maschio così duratura, oltre quel paio di minuti gli restava il giorno intero per dedicarsi al massacro, che era diventato lo sport più in voga. Molto più del calcio, che il Signore non aveva ancora inventato, né dello stesso sesso. Forse aveva scambiato il mondo reale con quello virtuale del Risiko. E non c’era una volta che si distraesse e non fosse lì tra i piedi. Non sarebbe nemmeno da raccontare certe imprese che tutti dovrebbero rammentare. Quegli uomini non li aveva ancora chiamati ingegneri e quelli già avevano l’insolenza di alzare costruzioni fino al cielo[4]. Che male c’era? O forse era solo perché amava le beffe che creò quel caos. Probabilmente quel giorno era di buon’umore; non capitava spesso.
Forse l’umore era meno buono quel giorno, chissà, certo le guerre sono sempre state le stesse e non sono mai cambiate. Lot aveva provato a parlare a quelle genti rabbiose e infoiate: «Fratelli miei, vi prego, non comportatevi da malvagi! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; ve le porterò e fate loro quel che vi pare»… Certo il suo era un enorme sacrificio, o meglio il sacrificio era quello delle figlie. Forse per loro non era nemmeno un sacrificio. Ma quegli uomini preferivano gli uomini. E anche i pretesti rimanevano uguali. Eppure, la finanza non aveva ancora fatto il suo arrivo al mondo: «La valle di Siddim era piena di pozzi di bitume; i re di Sodoma e di Gomorra[5] si diedero alla fuga e vi caddero dentro; quelli che scamparono fuggirono al monte». Certo è che neanche quel Dio, anche in quel caso, se la mise via: «Jhwh fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco»… Quel Dio le sembrava molto uomo.
Ma gli anni passano per tutti. Bettina nutrì il sospetto che forse stesse invecchiando. La vista non doveva più essere buona come un tempo, forse già non lo era quando aveva messo al mondo quella prima coppia. E il grande autore la prima vignetta. Sempre forse –ma era solo una ipotesi impertinente– avrebbe fatto meglio a mettersi sul naso due fondi di bottiglia come il suo disegnatore. Infatti, ne aveva distrutte tre di città prima di distruggere quelle due città del peccato. Se era il Signore dell’universo e aveva creato tutto il creato non poteva che aver creato anche il peccato. E dove finiva l’odio iniziava la libido. Betty le aveva viste proprio con i suoi stessi occhi le figlie di Lot, nella grotta, coricarsi col padre. Prima la maggiore, poi la più piccola[6]. Certo non gliela dava a bere nemmeno quel padre che, seppure ubriaco, sembrava non accorgersi di nulla. Può un uomo…? E con gli stessi occhi aveva visto Onan darsi da fare con la cognata vedova[7], e la punizione esagerata dell’onnisciente. Perbacco! da non crederci. Valli a capire gli uomini. Si incazzano per niente e poi, magari, alla fine si accorgono di esser stati loro. E ce ne sarebbero tante da dire che si dovrebbe avere tutto il tempo del tempo, e nemmeno basterebbe, e si dovrebbe essere eterni.
I temi erano sempre gli stessi: la guerra e l’amore. Già allora quel Signore sembrava solo intento a creare lo stato di Israele, con la forza o con la forza. Si spinse fino a Gerico[8], la città delle palme, o meglio spinse i suoi prodi. E non andò meglio delle volte precedenti: «Il Signore diede anche quella città con il suo re nelle mani d’Israele, e Giosuè la mise a fil di spada con tutte le persone che vi si trovavano; non ne lasciò scampare una, e trattò il suo re come aveva trattato il re di Gerico». Fu fin troppo difficile per la nostra signorina Boop reprime una risata e non pensare alla frustra e vecchia barzelletta sconcia. Non è dato sapere cosa suonasse Raab, la prostituta, ma Giosuè la tromba; e la meretrice Raab così si salvò da quella rabbia divina. Ma per salvare l’onore della donna senza onore il generale abolì le penne per cento anni e tagliò le mani a tutti gli scrivani; ma di questo nessuno ha mai parlato. E poi Abramo, e Sarah, e Isacco, e Rebecca, e Abimelec, e Giacobbe, e Dinah, e Giuda e Sua[9], e ancora Tamar, e tutti, ma proprio tutti, tra tradimenti e sotterfugi. Insomma, una vera odissea continua di massacri e coiti.
E lui, quel tale Jhwh, doveva nutrire una vera fobia verso torri e grattacieli. Lo dovevano fare veramente infuriare. Mica Betty poteva scordare che non era più una novità che una bella pira gli dovesse mettere allegria. «Tutti tagliarono dei rami, ognuno il suo, e seguirono Abimelec; posero i rami contro al torrione e lo incendiarono con quelli che vi erano dentro. Così perì tutta la gente della torre di Sichem, circa mille persone, fra uomini e donne[10]». Ma questa è un’altra storia. Bettina aveva già smesso di ascoltare, assistendo al ripetersi di tutte quelle dispute che aveva sentito fin da bambina, e che già allora l’avevano inorridita. Nella sua testa canticchiava sommessamente: “Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco[11]“. Ne aveva viste abbastanza. Di cotte e da cucinare. Tutto come nell’altra Storia. Anche lì un vero schifo. Quel paradiso era un vero inferno. Si mostrò indignata e espresse al suo anfitrione la voglia di andarsene, di fuggire. Quello scoppiò in una sonora risata. Era stata lei a sbagliare tutto. Lui disse –quello screanzato del Roberto– che era lui quello che lei cercava, perché Dio lo aveva fatto lui.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Crumb
[2] Personaggio della saga L’era glaciale. Film d’animazione del 2002 diretto da Carlos Saldanha e Chris Wedge, basato su un racconto di Michael J. Wilson, realizzato dai Blue Sky Studios per la 20th Century Fox.
[3] Genesi 6:7 «Perì in questo modo ogni carne che si muoveva sulla terra: uccelli, bestiame, fiera, rettili di ogni sorta striscianti sulla terra, e tutti gli uomini. Morì tutto quanto era sulla terra asciutta e aveva un alito di vita nelle narici».
[4] Genesi 11:1-9
[5] Genesi 14:10
[6] Genesi 19:35 «E la minore andò a coricarsi con lui, ma lui non se ne accorse, ne quando lei si coricò, ne quando si alzò».
[7] Genesi 38:9 «Ma Onan, sapendo che la discendenza non sarebbe stata sua, ogni volta che si univa alla moglie di suo fratello disperdeva per terra, per non procurare una discendenza a suo fratello. Quanto faceva era male agli occhi di Jhwh, che fece morire anche lui».
[8] Giosuè 6:25
[9] Genesi 38:1 “Ecco, ti prego, lasciami venire a letto con te!” “Cosa mi darai per venire a letto con me?”
[10] Giudici 9:49
[11] Fabrizio De Andrè: Cantico dei drogati. Da Tutti morimmo a stento. Bluebell Records, 1968.

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QuaccherandoSegue: La spesa [12]
1. Era stato un viaggio lungo. Non una fuga. Non si sentiva al sicuro nemmeno lì. Forse non era nemmeno quello… Usciva lo stretto necessario. Per il resto se ne stava in quella stanza che odorava di piscio e di fumo. Le mancavano le amiche. Si sentiva desolatamente sola. Un po’ le giravano. Nel mondo, per quante opere buone fai, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da dire. Pronto a criticare. Che non si fa gli affaracci suoi. Anche se quello era proprio un altro mondo. Si hanno presente i paesaggi del Far West? Le strade polverose e i rovi trascinati da un vento caldo, anch’esso polveroso? I rodei e gli abiti di Frenchy, di Bella del saloon, ma coi due meloni incredibili come quelle di Jewels Jade? Per i nostalgici di Alamo. Con la bandiera confederata. San Antonio non era niente di che, anche meno. Era andata a visitare quelle quattro pietre.
Tutto senza Il mucchio selvaggio. Le era anche rimasta la colazione sullo stomaco. La sabbia sin dentro in gola. Non c’era abituata. Quel nuovo mondo non le sembrava migliore di quello vecchio, anzi, per molti versi peggiore. Era il paese dove non avevi faccia. Dove potevi girare nuda che nessuno ti riconosceva, e allo stesso tempo quello dove c’era sempre qualcuno pronto a guardarti di traverso e ad insegnarti come vestire. Un paese per ricchi, ma affollato di poveri; e di afroamericani. La terra delle opportunità. Pfui! Il luna-park dei santi sporcaccioni. Che si mangiava anche male, e il caffè era un vero schifo. Si dovrebbe sempre diffidare immediatamente e allarmarsi quando… dove cercano di sostituire il presente con il passato presentandolo come futuro. Non spettare dopo. Eppure…
Era il paese dell’avventura. Della frontiera. Degli Oscar e di Gola profonda. Di Yellow Kid e dei Funny animals. Di Mickey Mouse ma anche quello di Hollywood babylon. La terra dei Tijuana Bibles, dove Popeye si spupazzava allegramente la sua Olive Oyl, usando spinaci come viagra prima del viagra. Dove quella Olive Oyl scatenata se la faceva impunemente alle sue spalle, disponibile per tutti, anche alle cose maggiormente turpi, anche con J. Wellington Wimpy e Bluto, persino con un Swee’ Pea che tanto Pisellino non era; mentre il Marinaio si divertiva persino con Sea Hag. Dove il Dick Tracy di Chester Gould era sempre alle prese con mille donnine e una Mozzafiato Mahoney senza mai uno straccetto addosso, nemmeno al Club Ritz. Dove un Flash Gordon impenitente era instancabile con la sua Dale Arden, ma anche con Ondina, e con qualsiasi troietta gli passasse accanto; persino con la moglie del principe Ronal, cugino di Barin, e quella di Gundar. Dove il cazzuto emigrato irlandese Jiggs, il nostro Arcibaldo, rincorreva una Maggie (Petronilla) sempre in fregola, disposta a qualunque cosa, e lo provocava dentro vesti trasparenti. Dove nessuno era immune al richiamo dei sensi e di quella cosa. Né Li’l Abner Yokum con la sua splendida e formosa Daisy Mae Scragg, né Dagwood Bumstead e la sua biondissima Blondie Boopadoop, che non disdegnava nemmeno le donne. Dove a Linda piaceva fare le capriole con quello di Robert Mitchum, in Goof Butts, che pure disegnavano enorme, tanto da diventarne pazza. Dove non si salvava dal peccato nemmeno la povera Little Orphan Annie. Di Mae West. Eccetera. Insomma, un paese con tutti subito pronti a sfilarsi le mutande. Anche solo per una particina nell’ultima produzione, o per omaggiare di un bacio il presidente. Ma lì anche i presidenti li prendevano dal cinema, e dagli stessi fumetti.
Poi, magari, correvano a confessarsi. Insomma, un mondo che c’era e non c’era più. Dove nessuno sembrava fare caso a nessuno. Non tanto diverso dal nostro, ma un altro mondo. Un giorno si era in prima pagina, quello seguente si tornava nell’anonimato. Si spariva agli occhi e all’interesse degli altri. Non si era più notizia. Dalla porta basculante le sembrava di aver visto uscire Calamity Jane, ma anche a lei nessuno aveva fatto caso. Eppure lei, Betty, era ancora l’eroina dei fumetti più famosa e sexy. La preferita degli americani. C’erano gadget da per tutto, e strisce con lei in tutte le pose, vestita in tutti i modi, che festeggiava qualsiasi evento, religioso o laico o pagano. Che ancheggiava e faceva l’occhiolino. Tazzine, accendini, portachiavi, penne, persino in cui si spogliava o era nuda.
Pensino… se ne vergognava a dirlo. Ottantacinque anni portati con disinvoltura, ed era sempre uguale. Con i suoi occhioni e quella boccuccia rossa. Già! ma quella era solo un vecchio fumetto che non stancava mai. Invece lei era uscita dalle strisce, dalla carta, era lì in carne e ossa. E tutto il resto; quella piccola grazia di Dio. Avrebbe voluto essere così disinvolta, così disponibile. Per piacere le piaceva, e anche abbastanza. Solo che… In fondo lei non era così, e se ne stava andando per la sua strada. Curiosa di tutto. Persa nei suoi pensieri. Persa in quel paese che non si premurava di voler conoscere. Non interessata, e nemmeno incuriosita. Era solo una grande bolla di plastica. Non cercava nulla. Non si aspettava di poter trovare il serpente; lì. Non lo aveva cercato. A volte è proprio chi ti dovrebbe salvare, quello che ti offre spontaneamente il suo aiuto, senza che tu glielo chieda, senza che lo cerchi, senza che ne provi il bisogno, a volte è proprio quello a spingerti sotto e a farti affogare.
Quaccherando22. Stava semplicemente bighellonando senza meta. Camminava, sicura sui tacchi, cercando di non farsi notare; guardinga. Un ultimo stupido scrupolo. Un ingiustificato timore. Forse il sopravvivere della sua ultima timidezza giovanile. Che ne potevano sapere della cronaca del nostro paese, se non ne avevano parlato nemmeno i nostri media. Per loro eravamo solo gli spaghetti, la chitarra, e la moda. Lei era vestita normale, come ci si può vestire; mica come lui. Per quelle strade potevi imbatterti, nello istesso istante, nelle astronavi come in una carrozza sgangherata trainata da cavalli. E lui era sceso da uno di quei sgangherati barrocci, lasciando la sua… compare ad aspettarlo[1].
Sì! la gonna forse era un po’ corta, ma non si vedeva niente. La maglietta un po’ scollata, un piccolo top, faceva così caldo. Forse potevano essere le calze a rete. Forse era solo vittima di se stessa. Delle sue forme tornite. Dell’applicazione della mamma. Che poi il peccato non è nella nudità, ma negli occhi di chi guarda. La libido non è un gesto, ma una lettura. In quel momento non aveva certo voglia di malizia. Avrebbe voluto farsi trasparente. Aveva voglia di una granita, in quel momento. Era stato lui, quello, a guardarla con quegli occhi. Lei osservava semplicemente le vetrine. Un vestitino che pensava le sarebbe stato d’incanto. E lui continuava a fissarla. Che ci faceva lì, così lontano dalla Pennsylvania? Dannazione, non riusciva a capire il valore di quei prezzi. Pensava solo che la vita era proprio matrigna. E lui, cosa aveva da guardare tanto? Neanche fosse uno splendido esemplare femmineo di Milo Manara; o una Bayba, o una di quelle scostumate donnine di Roberto Baldazzini, con frusta e lingerie fetish; o una di quelle mammine sempre in calore. Che fanno figli coi figli. Lei nemmeno aveva figli. Che, se era per lei… lei andava pazza per Alack Sinner. E prima per i Peanuts. Invece erano per strada. Eppure, lo sapeva: i suoi occhi l’avevano già spogliata. La vedevano nuda. Forse solo perché si era chinata ad accarezzare quello stupido cane; che era anche scappato.
Le venne istintivo cercare di coprirsi, di nascondersi. Solo che non c’era nulla da nascondere. E lui aveva la voce roca: “Una ragazza così carina non dovrebbe mai girare in modo così scostumato. Con la testa scoperta e i capelli tagliati corti come un ragazzo. Con occhi così grandi che non riconoscono la vergogna. Che non mostrano umiltà. Curiosi. Che guardano altrove e non a terra. Mascherare il proprio volto e travisarlo con tutto quel trucco. La donna dovrebbe avere sempre la faccia e l’anima pulite. Senza pensieri impuri. Non dovrebbe mostrare le gambe. Tutte quelle gambe. Vestire in modo così… indecente, spudorato. Come… come una donna di malaffare”. Nessuno che si facesse quelli suoi. “Ma… secondo lei… sant’uomo, una ragazza d’oggi come dovrebbe essere”? “Non sono un sant’uomo ma solo un povero e umile servo del Signore”. “Smisi di essere serva quando uscii di casa e riuscii a fuggire da quel padre”. “Non bestemmiare, figlia di Belzebù. E onora il padre”.
La stava importunando e già annoiando. A lei non importava cos’era, se era santo o cosa. Sembrava più un satiro. Spalancò due occhi enormi di meraviglia da Tim Burton: “In fine, di cosa dovrei provare vergogna, Vostra Penitenza? Troppe regole possono diventare nessuna regola. Fare unicamente confusione. E non tutte hanno il padre che meritano”. Anche loro erano diventati business. Si erano spinti a vendere zuppe, e mille altre stupidaggini. Eppure, non avevano perso la voglia di pontificare e giudicare. Non abbandonavano la missione di condannare: “La strada è nella bibbia. Non c’è nessun altro posto. E nessuna confusione Dovresti stare al tuo posto”. “E quale sarebbe”? “C’è una sola strada, un solo posto, un’unica verità. Non ci si può sbagliare”. “E quale sarebbe”? “Pregare e chiedere perdono. Tornare in grazia di Dio. Piegare la testa. Prega, figliola”. “È quello che ho sempre fatto”. “Non vedi, figliola, che ti si vede il culo”? “E allora? basta non guardarlo”. “Non ti imbarazza”? “Perché dovrebbe”? “Perché sei sotto gli occhi di tutti”. “Ho le mutandine”. “Appunto”. “Non è colpa mia se la mamma me l’ha fatto”. “Ma la mamma non ti ha insegnato”? “Non è colpa mia se il vestito me l’hanno fatto corto”. “Tua è la colpa se lo porti in giro. Se lo indossi. Se è tuo. Nessuno ti ha costretta”. “Se non si guarda non si vede”. “E non esser impertinente, figliola”. “Mi hanno disegnata così”.
Betty non era la sua figliola. Lo vedeva per la prima volta. Sarebbe stata a guardarlo per ore, in posa, divertita. Curiosa. Lo avrebbe persino fotografato. Per riderne con le amiche per i tempi dei tempi. Strano personaggio quel personaggio. Come tutti quelli che sbucano dal passato. Che si sopravvivono per sopravvivere a tutto. Sarà anche stato quacchero, ma gli occhi erano molto laici. E laidi. E le sue voglie molto poco quacchere. Anzi… avrebbe detto… affrettate. Non fosse stato per quel Dio avrebbe potuto essere forse molto d’accordo con loro. Non fosse per quel radicalismo. Per il puritanesimo. Per tutto quel loro buffo modo di vestire. E di far vestire le loro donne. Per i buffi cappelli. Spuntati da Salem. Da La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne. Avrebbe fatto bene a non scordarsi quest’ultimo riferimento. A prenderne debita nota. Insomma, anche per tante altre cose.
Per essere precisa precisa cosa le avrebbe dovuto insegnare quella mamma? Lui nemmeno la conosceva. Parlava senza sapere. Anche lei era stata solo una vittima. La vita non era stata una passeggiata nemmeno per lei. Intanto il tipo non si schiodava di lì. E le mostrava sempre più interesse. Voleva salvarla, ma salvarla da cosa? Dall’inferno? Lei era già all’inferno. E quell’uomo si pavoneggiava di una santità falsa e di occhi da porco. Sbavava come un ripugnante pedofilo. “Come ti chiami, Figliola”? Voleva dirglielo che non sopportava che la indicasse come la sua figliola. Avrebbe voluto chiedergli a cosa era dovuto tanto interesse. Voleva dirglielo che aveva già avuto un padre, e anche quello era stato di troppo. “E lei… Padre”? “Beh! io sarei… sono il reverendo Dimmesdale[2]”.
Non era certa di sapere cosa fosse veramente un padre, ma lui non era sua padre. Forse non ne poteva avere solo l’età. Certo non il diritto. Forse ne aveva anche le stesse voglie. Un padre non dovrebbe averle. Un padre dovrebbe avere delle qualità, una morale. Mostrare alla figlia le strada. Avvisarla dei pericoli. Non essere i pericoli. Essere severo, non solo nell’aspetto. Ma non dovrebbe nemmeno tingersi di ridicolo ogni volta che indossa un abito al mattino. Girare con quella faccia e quei capelli lunghi e candidi legati da una ciocca. Vestito da becchino come un becchino; che persino l’odore era quello da camposanto. Per fortuna l’aveva importunata in una stradina deserta, distante da occhi indiscreti. Frequentata solo da gatti che frugavano disperati tra i rifiuti. Da qualche folata di vento e da qualche topo. Lì, aveva potuto limitare la propria vergogna.
La nostra Betty, che era di buon cuore, alzò le spalle e la gonna e fu mossa a compassione. La faccia del reverendo sembrava quella del re delle rinunce. Aveva la maschera del tormento e della tentazione. Per quanto cercasse di resistere, e di scacciare il suo satana, quei pensieri, gli occhi di quel reverendo Dimmesdale erano lo specchio della cupidigia, della libidine. E allo stesso tempo quegli occhi erano rancorosi. Ed erano accusatori. La biasimavano. Volevano negare di desiderare quello che desideravano e avrebbero voluto. Tutti profeti e fustigatori dei costumi e dei peccati degli altri. Come spesso accade l’uomo è duplice. Invoca Dio e supplica Satana. E dentro i suoi calzoni, trattenuti su da una cordicella, era evidente come quei due si stavano dando battaglia. E non era certo il Bene che stava vincendo. Anche una sciocca ragazzina se ne sarebbe accorta e avrebbe provato almeno un filo di vergogna.
Perché, figlia di satana, vuoi indurre in peccato questo misero servo del Signore”? L’uomo sembrava prendere coraggio dal suono stesso della propria voce. “Veramente, Reverendo Padre, sarebbero i suoi occhi che peccano guardando. Io non volevo proprio niente. Niente di niente. I potrei solo… perdonarla. Assolverla. Ma.. È… è la sua mano che pecca toccando”. Si era guardato intorno e, tranquillizzato, s’era fatto più intraprendente: “La mia mano non è la mia mano. Non esiste il peccato se non lo si conosce. Se non si affronta la tentazione lottando e resistendo. È la mano del signore. Che controlla e assolve dal peccato. È il segno della verità”. Intanto proseguiva imperterrito nella sua coscienziosa indagine, del peccato. “A me sembrano proprio le sue dita. E non sembrano fuggire ma frugare. Mi sembra che… la prego, non così impaziente”.
Ormai era evidente che dentro il santo c’era un uomo. “Sei tu che mi tenti. Che mi spingi al peccato. Che mi condanni. Col tuo comportamento. Con la tua arroganza. Con la tua mancanza di pudore. Sei tu il diavolo. Anch’io sono solo un povero uomo. Cosa credi? La carne è carne. Che Dio mi perdoni. Sei tu la colpa”. “Credo che si stia già perdonando. E… Lei, comunque, Reverendo, poi potrebbe assolvere anche me e il peccato dai miei occhi”. “Dio è misericordioso, ma non è così che funziona”. Era solo infastidita. E spazientita. E imbarazzata. Quelle mani la frugavano come non era mai stata frugata: “Non posso pentirmi prima”? Quel Dio era un vero rompicapo: “Non ti indurrebbe a peccare”. Gli sputò in faccia la sua rinuncia: “Fa nulla, lo farò durante. Intanto mi mostri la penitenza”. Ormai era diventata impertinente. Davanti a Satana quel maschio non riusciva a porre molta resistenza. E si sentiva nell’intimo sfidato: “Figlia di Belzebù. Con me avrai più di quello che cerchi”. Certo che lei non lo voleva, ma le parole gli uscirono dalle labbra. E poi voleva solo che la smettesse. Con quelle mani e quel sermone: “E allora muoia Sansone e tutti i filistei. Si sbrighi. Mi faccia peccare”.
Dio, Satana, il peccato, il perdono, ecc. non potevano stare tutti lì. Come ogni uomo anche il sant’uomo amava menarsi a gloria. Vantarsi, che di per sé sarebbe di già da solo un peccato. Decantarsi. Promettere più del dovuto. E di quanto potesse mai essere in grado di mantenere e dispensare: “Ti farò ingoiare tutto… tutta la tua arroganza”. A parte quel suo nome così altisonante e la superbia delle sue parole, quell’uomo di fede non aveva null’altro di cui andare fiero. Forse era stato un essere forte e robusto, con un verbo tuonante. Era solo un povero vecchio, con le carni flaccide. E flaccido da per tutto. “Anche Lui era figlio dell’uomo. Tu, figlio di Maddalena, un piccolo miracolo, no! Vero”? Per fortuna lei aveva sempre con sé la sua gentile 98-FS, pronta a dirgli una parola di conforto, ad assolverlo e a dargli l’ultimo saluto. Appena lui si abbassò le brache lei non gli diede il tempo per nessun altro peccato, solo quello di un pensiero impuro, e fu lei a salvarlo dall’inferno, e gli infilò in bocca tutta la lunga e robusta canna. Prima che si aprisse il baratro della perdizione eterna. Lui ebbe un attimo di stupore, in quell’attimo a lei sembrò simile a quelle donne di malaffare fin troppo impegnate in una delle loro imprese. Le sarebbe anche venuto da ridere, ma prima di pensarci lasciò parlare solo la sua Beretta. Amen.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Quaccherismo
[2] http://www.wuz.it/riassunto-libri/8883/lettera-scarlatta.html

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La spesaSegue: Una canzone per Betty [11]
Qui l’avventura, galante (?), si cerca di raccontarla così come la racconterebbe lei, un po’ divertita. Parola per parola. Senza ironia. Solo i fatti nudi e crudi. Dopo una eternità chiusa in casa. A frequentare solo un’ostinata e affollata solitudine. A chiacchierare e litigare solo con se stessa. Senza togliersi le mutandine che per andare al bagno.
Il frigo era più deserto della calotta polare e la pentola canticchiava, con gli ultimi aneliti di vita, Ricky Gianco: “Sola, son rimasta sola”. L’ultimo yogurt si era suicidato rattristato. Il ghiaccio si faceva compagnia con un ghiacciolo disperso. Doveva proprio uscire. Fare un poca di spesa. Se voleva mangiare. Non che ultimamente avesse troppo appetito. E c’era anche la storia della dieta. Ma almeno un tozzo di pane. Non poteva evitare. Meglio andare a quello più vicino. Il supermercato era a due fermate da casa. Subito dopo la curva. Non valeva la pena prendere la macchina. I biglietti li aveva. Un viaggio di un paio di minuti. Giusto il tempo di spazientirsi un po’. “Mi faccia passare”. “Sa che è un bello screanzato. E tolga quella mano”. “Crede di averlo solo lei”. “Solo che questo è il mio”. “Tutte con questo senso di proprietà”. “Certo non è quello di sua moglie.” ed era sceso; indignato. Lui. Un altro: “Hai visto quella?”, ma era poco più di un sussurro detto all’amico vicino. Neanche il tempo di sedersi ed era già scesa già pentita.
Non c’era molta gente. Dopo aver un po’ bighellonato in giro incerta aveva incontrato il tipo al banco dei formaggi e affettati. Bellicapelli. Il suo PigMalione. L’Alain Delon de borgata. Il sospetto che l’avesse già notata. Puntata. Forse quel vestitino era veramente un po’ troppo striminzito. Ma cos’hanno gli uomini? “Mi affetta un etto di crudo, per cortesia”? Lei si guardava bene da chinarsi. Non era certo in vena di civettare. Forse aveva ancora speranza. “San Daniele”? “Quello mi sembra in una posizione migliore”. Gentile: “È quello che le avrei consigliato io”. “Tagliato sottile, per cortesia”. Salumi & salamelecchi: “È un piacere servire una graziosa cliente come lei”. “Guardi che”… “È un po’ abbondante. Qui è tutto… abbondante. Va bene lo stesso, vero”? “Grazie”. “Serve altro. Sono tutto per lei”? “Un po’ di gorgonzola”. “Bellissimo. Ha la lacrima”.
A lei cominciavano già a lacrimare le palle. Per i suoi gusti si erano scambiate fin troppe parole. E poi doveva essere prudente. Diventare trasparente. Passare inosservata. Non poteva certo sentirsi tranquilla. E se l’avesse riconosciuta? Finito di servirla lei se n’era andata. Cercando di non ancheggiare troppo. Ritta come un palo. Lasciandosi quella “affettata cortesia” dietro le spalle. Almeno così si era creduta. Invece lui aveva lasciato il banco. Aveva cominciato a seguirla fingendo noncuranza. Ne era certa. Nonostante quell’aria fintamente distratta. Qua e là allineando qualche barattolo o capovolgendo qualche etichetta. Cominciava a sentirsi, non proprio impercettibilmente, un poco a disagio. Pedinata.
Si sentiva i suoi occhi addosso. Curiosi. Indagatori. Ed era sempre là. Lui, che la guardava tutta. Dalla testa ai piedi. A poca distanza. Solo un poco più distante. Un baleno di prudenza. Attraverso uno scaffale. Completamente disinteressato. Intensamente interessato. Incurante di farsi scoprire. Cercando anzi la sua attenzione. Cosa starà cercando? Cosa vorrà mai? Cosa le potrà ancora raccontare? Un predatore da alimentari. Lei prese due pacchi di pasta: spaghetti e maccheroni rigati. Poi si avviò al banco della frutta e verdura.
Le avances:
Lei stava attenta a non chinarsi. Lui si manifestò all’improvviso accanto a lei sorprendendola. Credeva di averlo seminato. O che si fosse stancato, anche per quel suo bighellonare indeciso. “Le consiglio le zucchine. Da consumarsi anche crude. Ma anche le melanzane. Le ha viste? E di là ce n’è una anche più bella grossa. Polposa. Proprio come dovrebbe piacere a una signora come lei. Gradirebbe. Ne sono certo”. Lei stava pensando piuttosto a dei peperoni. Prese alcuni kiwi e un avocado e li mise nel carello. Soppesò le banane. Si pentì subito mentre lo faceva. Ce l’aveva ancora dietro le spalle. “Ha visto quanto son lunghe e… grosse?” era per questo che era incerta. Era una presenza imbarazzante. Aveva una risata sdentata e sguaiata. Sgangherata. E quelle erano troppe per lei. Si stava annoiando. Seccando. Non riusciva a liberarsene. Orgoglio. Puntiglio. Pareva farsene una questione d’onore. Eppure, le sembrava di essere chiara anche nei gesti. Col suo testardo silenzio. Aveva ben mostrato di ignorarlo. Avrebbe voluto dirgli che doveva farsene una ragione. A becco asciutto. Rinunciare. Non era cosa per lui. Tenerlo nel nido. In gabbia. Anche evitando troppo la gentilezza. Non era così crudele. Non era nella sua natura. Natura? Quand’era in quelle situazioni non aveva mai un pensiero per volta. Era un acquazzone impazzito e impaziente.
Era furibonda. Nella confusione le era scappata una tettina. Poco importava. Niente di che. L’aveva rapidamente infilata nella sua nera saccoccia. Era bastato quel poco per incoraggiarlo ancor di più. Per dargli altra energia. Altro coraggio. Faccia-tosta. Per ingalluzzirlo ulteriormente. Per farlo sentire più vispo. “Certe primizie sono una gioia per gli occhi”. “Non era voluto, abbia pazienza”. “So che una signora come… comunque sono un incanto. Lasci che glielo dica. Guardi che me ne intendo di… meloni”. “Non sia volgare”. “Questa la metta direttamente in borsa. È un omaggio”. “Non posso…”. “Certo che può”. “Non deve…”. E ancora più rospo. Ormai niente al mondo poteva contenerlo. “Posso consigliarla”? “Vorrei?”… “Ora che siamo amici… So io di cosa avrebbe bisogno una bella signora come lei”. “Sono una frugale. Mi basta poco”. Era ormai aumentato di un paio di centimetri. “Non si dovrebbe limitare. Mai accontentarsi del poco”.
Lui era ormai scatenato e lei ormai curiosa, voleva vedere fin dove avrebbe osato cercare di spingersi: “Sentiamo”? “Mica… Qui?… Per certe cose ci vuole… un po’ di intimità. Lo saprà bene anche lei. Guardi che un buon boccone le può riempire la panzetta, e anche la… tutta. Se è buono”. Voleva stare al gioco: “Dov’è il reparto della carne. E dei surgelati”. Era diventato raggiante in viso. Era la sua grande occasione: “È proprio il mio reparto. La carne è la mia specialità. Ho un pezzo davvero straordinario”. “Lei è stato proprio gentile. Ora posso fare da me”. “Non tradirei mai una cliente come lei”. “Come vuole”. “Qui è tutto fresco. Come si dice… Dal… produttore al consumatore. Pronto per… essere consumato”. Ormai era una specie di gioco. Da giocare in due. A rimpiattino. Si stava quasi divertendo. Lo sbirciò con fare malandrino: “Mi sembra un po’ grassa”. “Non guardi troppo i prezzi. Poi ci si può sempre mettere d’accordo”. Cercò inutilmente di fingersi offesa e allibita. Lui non sapeva leggere le espressioni; questo era certo. Forse nemmeno i giornali. Probabilmente conosceva solo i numeri. Buzzurro. “Cosa”? Ed era deciso a non arrendersi fino a quella fine che ormai gli doveva sembrare vicina e ineluttabile: “Eh! Eh!”. Fece la sua migliore faccia innocente e al contempo provocatoria. Se voleva giocare lo poteva accontentare: “Credo di non capire?”… “Ha capito bene”.
Alla cassa, prima:
Stava per prenderlo di punta quando vide la sua ancora di salvezza. Finalmente la farsa sarebbe finita. Finalmente era arrivata alla cassa. Il carrello pieno anche di cose che non avrebbe mai preso. Nella fretta. Pur di uscire. Lui aveva spinto via la cassiera con un gesto maleducato. “Faccio io. La signora la servo io.” Arrogante. “Se lei dà qualcosa a me io do qualcosa a lei. Con soddisfazione di entrambi. Garantito. Noi ci teniamo a soddisfare le clienti. Contenta lei contento anche il Luigi. Il biscotto. Nel senso del prosciutto. L’ha capita”? Aveva il senso innato naturale dell’umorismo. E fin troppa sicurezza in sé. Un vero Adone, con baffi e una buffa pancetta. “Del mio anche le cassiere ne vanno matte. A ruba. Come le offerte speciali. Provare per credere. Lo sa che potrebbe risparmiare e un bel po’. Una bella pollastrella come lei”. Era ferocemente imbarazzata, altri avrebbero potuto anche sentire le sue stupidaggini. “Vorrei pagare solo quello che devo”. “Non sia scontrosa”. “Non sia… inso… insolente. Insomma, cosa vuole da me”? “Non si agiti”. Si fece inutilmente indignata. “È lei che mi fa agitare”. “Dicevo solo per lei. Nel suo interesse”.
Le suonò il cellulare, le solite offerte commerciali. Lo spense. Guardò quella cassiera avvilita che si era messa da parte, scacciata malamente dalla sua posizione. Lei era ancora aggrappata al suo carello. Forse si poteva risparmiare altre rogne. Si poteva limitare ad un brutto ricordo di un semplice dialogo con un cafone. Uno scambio di battute. La ragazza le fece pena. Pena e rabbia. Nell’altra fila: “Signora, cosa fa”? “Tocca a me”. “C’ero prima io”. “Solo due cose, faccio presto”. “Questo non è mio. Qualcuno l’avrà infilato per sbaglio”. “Siamo sicuri che sia proprio fresco”? “Pescato questa notte”. Lui, sul cartellino c’era cognome e nome, e sottocapo reparto. E le sue battute salaci e volgari. Non ne poteva proprio più. La dipendente era subito svanita. Lei ci aveva pensato un attimo e in quell’attimo la stizza si era sostituita all’impazienza. L’aveva sopraffatta.

Aveva ripreso il controllo di sé. Avrebbe smesso di tartagliare. Si era chinata un po’ e per un po’ lo aveva lasciato sbirciare. Soddisfatto. “Ci sono delle offerte speciali. In promozione. Anche una grossa sorpresa. Vuole che glielo mostri”? Aveva tracimato. Passato ogni limite. “Dove lo posso vedere? Mi ha convinta. I suoi occhi assassini. Lei sì che sa… venderlo bene anche in omaggio. Gradirei assaggiarlo. Intero. Tutto”. Lui si fa tutto soddisfatto: “Ai suoi ordini. Ogni desiderio è un odine”. “Allora dove? Dove me lo fa vedere”? Non ci pensò un istante. Non doveva essere la prima volta: “In cella frigorifero”? “Sarà freddo”. “Solo un attimo. La scaldo io”. Così lui aveva lasciato la cassa. Aveva richiamato la cassiera. E quella era tornata mogia. Figura di merda. Gran figura di merda. Così lei, non ancora del tutto sicura, lo aveva seguito. Per ripicca. Strizzando d’occhi alla giovane. Lui le faceva strada e le parlava come probabilmente dava le disposizioni alle sue sottoposte. Era passato al tu: “Il carello, puoi metterlo lì. Tranquilla. Poi lo ritrovi. –risata soddisfatta– Nessuno lo porta via”. Comunque, a lei, la situazione sembrava tragica ma non seria. “Se lo dice lei”. “Dove hai lasciato il passeggino”? Nel medesimo istante che capisce che non ha capito, si limita a seguirlo. Era uno senza speranza. Si sentiva l’imperatore del filetto: “Le vuoi, dopo, due belle costatone, tenere tenere, ma dopo”? Dentro il freddo era proprio freddo. Pungente. Il gelo le entrava da per tutto.
In cella:
Era proprio un vero PigMaialone. Non sono ancora entrati e già si slancia ai complimenti. Ed era uno che quelli, i complimenti, li sapeva proprio fare. Non riusciva a tenerli a freno. Un raffinato. Un fine dicitore. Un vero galante: “Sei tutta filetto.” e “La mia bella manza… maiala.” e, come un’apoteosi piena di compiacimento in sollucchero: “Ho, solo per te, un vero cannone. Vedrai. Tutto per te. Mia mozzarella. Una soppressa. Ti vedo impaziente. Mia bella porcona”. Lei è fredda più della temperatura che le sta intorno: “Io solo una calibro nove millimetri”. “Ti va di scherzare”? Poi le vede la mano, e soprattutto vede il ferro: “Sei pazza”? Lei ha tutta l’ironia negli occhi e le scappa da ridere: “Siamo pari. Solo che… la tua è a canna corta”. Un serpente di ghiaccio gli scivola lungo la schiena. La sua interpretazione del panico mette ilarità. Non è credibile. È terrorizzato e buffo e ridicolo allo stesso tempo. “Gesù! Pietà!
Gli slacciò la cinta. Assieme ai pantaloni era precipitato tutto il suo mondo. La sua arroganza, il suo orgoglio era diventato immediatamente un misero niente. In un meschino tentativo di corromperla: “Ti posso dare un kilo di buoni sconto. 2 kili”. “Spero ti piaccia il sigaro”. “Non fumo”. “Spero lo gradirai lo stesso”. Lo legò ai polsi. Lo appese al gancio. Non senza fatica lo issò con la catena assieme agli altri quarti di bue. A stento si poteva notare la differenza. “Mi faccia la carità!”… Non si sentiva un ente assistenziale. Una onlus. Una benefattrice. Provava solo quella sorda rabbia. Nemmeno sentiva la sua voce. Senza piacere era costretta a fare solo quello che si doveva fare. “Cosa si prova a stare sotto”?
Lo sodomizzò con perizia e con un altro dei suoi cari costosi Habanos Montecristo. Stava diventando quasi un rito. Un vizio. A quel ritmo avrebbe dovuto ricorrere ancora dal suo tabaccaio di fiducia. Ritmo. Passione. Si intrattenne nell’operazione forse più del tempo necessario. Voleva farlo con diligenza. Con dovizia. Con perizia. Meticolosamente. Che lui capisse. Se c’era una speranza sola, era quella. Si ripeteva. “Basta, ti prego. Fallo per i miei due bambini. Pietà!”. Se lei non avesse già visto lo spavento quegli occhi erano lo spavento. Dopo. Lasciò al suo posto il suo Habanos Montecristo. Il foro in fronte sanguinava solo un poco. Una bava ghiacciata. Un rivolo subito secco. Gli occhi vuoti erano rivolti al cielo come in un’ultima preghiera blasfema. Forse un grido muto di perdono. Almeno non sarebbe andato a male. Da consumarsi entro i prossimi dieci anni. Ben frollato. A sorata. Saluti alla stupida che ti sta aspettando a casa. Sezione insaccati. Forse brodo di prima scelta. Era colpa del mondo degli uomini se si era dovuta trasformare in quello in cui si era trasformata. Senza nessun piacere.
Alla cassa, dopo:
Si era infilata un paio di occhiali da sole che aveva rubato dalla rastrelliera. Dietro la lente blu notte alla cassiera aveva nuovamente strizzato d’occhio. E le aveva sussurrato: “Per un poco almeno la lascerà in pace. Non ha avuto nulla. Solo ciò che si meritava”. Lei sogghignava. Sotto i baffi non strappati; non cerettati. “Io la voglio pagare la mia spesa. Ora”. “Ha buoni sconto”? “No! Tutto in contanti”. “Le faccio portare la borsa”. “Basta così. La mia borsa me la porto da me. Io la mia borsetta me la tengo stretta”. I gesti consueti. Di sempre. La ritrovata normalità. “Come preferisce”. Tra donne ci si capisce. “Grazie”. La ragazza pareva regalarle simpatia: “Torni presto”. “Mi saluti il signore”. “Non la usi troppo”. “Arrivederci”. La nostra Bettina stava pensando che Se non mi intrigassero gli uomini, credo che potrei preferire le donne. Gran male l’educazione.
Fermati, tu. Lì”. Era già sulla porta. Né dentro né fuori. Non si può negare che abbia avuto un attimo di panico passato immediatamente. Invece le grida inseguivano una giovane zingara che accelerò il passo. L’allarme urlava. Le sporte con le spese le erano cadute di mano. Scivolate. Un po’ di trambusto. Un “Ci faccia passare, signora!”, un “Si scosti un po’!” e una spintarella seguita da uno spazientito “Per favore!” e quella era già sparita tra la folla “Prego.”. Le cose che aveva preso si erano sparse intorno. Rassegnati l’aiutarono a raccoglierle. Tranne il vasetto di marmellata che si era frantumato sulle scarpe della guardia giurata. Pesavano, ma preferì fare la strada a piedi. Era il mondo il vero circo.

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Il prezzo del successoSegue: Una canzone per Betty [10]
Si rese conto che avrebbe dovuto trovarsi un lavoro. Cosa poteva fare così conciata? Con la sua faccia? La sua voce? Vestita in quel modo? Pensò che la cosa più semplice fosse restare nell’ambiente. Erroneamente. Ironicamente. Il cinema e la televisione sono una giungla. Un labirinto. Pieno di insidie. Ma anche, con un po’ di fortuna, pieno di opportunità. Le sarebbe bastata anche una piccola parte. In fondo il suo era un volto che doveva per forza di cose restare impresso. Drogare la retina. “Ci conosciamo”? “Non credo”. “Eppure mi sembra… mi sembri una faccia nota. Qualche réclame? Montecarlo”? Lui era già passato al tu. “Non credo”. “Io ci vado spesso”. “Io non gioco”. “Eppure”… “Siamo in parecchie a somigliarci”. Il buzzurro non conosceva nemmeno il passato. Era evidente che di cinema, della sua storia, ne sapeva quanto lei della Teoria dei quanti, e dei quali; cioè tranne la formula, Erre parentesi λ virgola T uguale 1 fratto λ alla quinta, un beato… acca. Un accidenti. Ma era una fortuna in fondo che non l’avesse proprio riconosciuta. Che non avesse nemmeno un sospetto. Era certa del contrario. Si era preparata la giustificazione da casa. Avrebbe sostenuto che quella era solo una stupida imitatrice.
Era anche un pessimo attore. “Hai delle esperienze”? “Sì! mi era stata anche offerta una parte da… in… Lasciamo stare”. “Però hai delle belle tette”. “Crede”? “Ora girati un po’”. Si sentiva una cosa. Umiliata. “Non sei male. Magari non più di primissimo pelo. Cosa sai fare”? Il tatto non era certo la più evidente delle sue virtù. “So ballare, so cantare, vuole sentire“? “Non è necessario. Forse… magari… dopo”. Non c’erano tanti dopo. Senza copione le battute andavano a rilento. Tra una frase e l’altra intercorrevano dei lunghi silenzi. Lui sogghignava con quell’aria furbetta. Si muoveva per vederla da tutte le angolazioni. “Ora fai la brava”. “Prego”? “Fammele vedere”. “Cosa”? “Mostramele”. “Prego”? “Sì, fammi vedere”. “”. Col suo vestitino… Bastava un respiro più forte e rischiavano di schizzare fuori. Da sole. Spontaneamente. Come un tappo di spumante. Forse sarebbe bastata solo un po’ di pazienza. Perseveranza. Forse non le sarebbe neanche costata troppa fatica. Solo che in quel momento era indispettita.
Si sentiva come un pezzo di carne. Un quarto di sorana. Lui sembrava non avere pazienza. Anche se se lo poteva aspettare non aveva l’obbligo di non sentirsi sorpresa. E tornare a interrogarsi su come erano gli uomini. “Hai bisogno di lavorare?”… “Veramente?”… “E allora che aspetti? Spogliati”. “Veramente… pensavo… credevo”… “Nel nostro lavoro meno si pensa meglio è. Devi solo entrare nella parte. Immedesimarti”. “Posso farlo anche così”. “Se fai la brava… non dico che… ma forse la parte potrebbe”… “Potrebbe?”… “Solo quella è sicura”. “Perché me lo chiede”? “Io ti debbo conoscere”. “Sono quella che vede”. “Se si dovesse… se dovessimo… Sì! girare delle scene di nudo; capisci”? “Scusi non capisco”. “Ma dai. Mica sei una pischella”. “Se fossi un uomo me lo chiederebbe”? “Cosa”? “Mi chiederebbe di vedere quello che nascondo sotto i pantaloni”? “Che c’entra”? “C’entra”. “È diverso”. “Diverso come”? “Beh! diverso”. “Me lo spieghi”. “Non sono mica una vecchia checca”.
Alla fine si era definitivamente indispettita. Anche lei aveva finito la pazienza: “Vuoi vederle. Vuoi vedere le mie tette. Te le faccio vedere tutte. Non qui. Magari poi mi chiedi anche… Lo so. Visto che devo… e che dovremo… C’è un posto?”… Il posto c’era, dietro, nei camerini. Da qui all’eternità. Il loro nido dell’intimità: “E allora andiamo”. Lui l’aveva fatta passare per prima indicandogli la strada: “Perché il borsone”? “Ho dentro i miei giochini. Non me ne separo mai. Forse ti piaceranno. Forse”. Aveva il volto del giulivo. E le mani veloci: “Sei sorprendente, e carina”. Lei aveva lasciato paziente che le sue dita curiose e indagatrici pascolassero tra le sue chiappe mentre raggiungevano quel posto, O meglio il posticino. “Fai il bravo”. “Non ne sono capace. E con te poi”. “Stai fermino”. “Volevo solo controllare. Eh! Eh! Sentire… tastare… provare se… sodo è sodo. Tanto poi te”… “Poi”. “Sai che mi hai”… “Chiudi la porta”. Aveva un bisogno proprio urgente. E proprio… imperioso. “Cosa aspetti”? “Per tastare hai… Per controllare pure. Abbondantemente. Fin troppo. Per i miei gusti. Non sarai solo chiacchiere? Dentro ho un regalo giusto per te”.
Gli puntò la Spara Sentenze davanti: “Ti piacerebbe con due. Ti piace la mia amica”? Lui sbiancò: “Non fare scherzi. Era solo per scherzare. Guarda che se vuoi… te ne puoi anche andare. Una parte, per te, si prova. Giuro”. Ogni curiosità gli era immantinentemente passata. Aveva alzato le mani: “Vuoi dei soldi? Coca? Ero? Un posto davanti alla prima fila? È tuo. Qualsiasi cosa. Per te. Ci provo”. Non era il momento di essere venali. Magari… dopo. Cercando di uscirne aveva peggiorato la cosa. Il coglione: “Ti ho mentito, sono solo l’addetto alle luci. Una burlonata. Scusa. Però mi piaci veramente. Potrei”… Pam! La Glock 17 Gen 4 fa asole un pochino troppo grandi. E da quella distanza vicina, forse non avrebbe trovato un bottone di quelle dimensioni. Adatto allo scopo. Sulla patta non era il massimo, più che un’asola era un vero cratere, e cominciò subito a sanguinare: “Dio santo santiddio! Sei pazza”? Poi s’era accasciato. Afflosciato per terra.
Lei aveva rimesso le cose a posto, le due sorelline dentro il mini-vestitino, si era tirata su la sua giarrettiera col cuoricino, preso la miseria che aveva e poi era uscita. Non le interessava vedere la fine di quello spettacolo. Non trovò il bagno e la fece sul tappeto. Era stato il mondo degli uomini a farla diventare così. Intanto il silenzio della stampa e delle televisioni proseguiva compatto, senza interruzioni. Gli ammiratori venivano tacitati, a volte brutalmente. I testimoni sparivano ad ogni scoccare di dita. Dall’alto tutti volevano dimenticare, e far dimenticare in fretta, quegli ultimi mesi. L’errore di indirizzo. L’inutile carneficina. Loro certo non si dannavano. Non l’avrebbero cercata. Non si sarebbero dati pena per trovarla. Questo la faceva sentire quasi tranquilla. Solo quello stronzo cocciuto di Simon Brimmer[1] continuava a frugare cercando di dare un nome al suo volto. Quello non avrebbe visto un elefante in una giungla di vetro. Non aveva altri nomi tranne il suo: Betty Boop.
Quello che non si sarebbe aspettata era una loro visita in casa. Che avessero incaricato e mandato proprio loro. Il tipo grande e grosso, naturalmente con una grossa cicatrice in faccia, un classico, la spinse da parte ed entrò risoluto. “Noi, uomini d’onore, solitamente non lo facciamo con le donne. Ma, un contratto è un contratto. Ordini dal Paradiso. Spero che lei capisca”. Per capire lei capiva. Fin troppo bene. Erano troppo pavidi per farselo da soli, quel lavoretto. E così avrebbero avuto le mani pulite. Dei veri Ponzio Pilato. Dei grandi strateghi del Io non c’ero; e se c’eroFanculo! Era nei guai. Lei cercò di mostrare che non aveva perso il suo sangue freddo. Che non si era scordata dei suoi doveri di ospite: “Gradisce un caffè”? Quello si accomodò mettendo i piedi sul tavolo: “A quello non si può mai dire di no. Il lavoro può attendere”. Si sedette anche lei, davanti al bel tomo. A quell’avanzo di galera. L’uomo da mazzo. Non era neanche un locale. Si erano dati la briga e la fatica di farlo venire da fuori.
Fu in quel momento, proprio in quel preciso istante, che le scivolò fuori, quasi inavvertitamente, una delle sue care sorelline. Arrogante e soda. Lui: “Me sa… Il lavoro può proprio attendere”. Ci pensò su: “Me piacerebbe de più che me dicessi de no”. Prima ancora che il bel tomo, ma si fa per dire, finisse la risata lei sfilò la sua cara Sputazza Amen da sotto il tavolo e cancellò lo stupore dal suo viso prepotente. Bum! Tre Bum! Si asciugò il sudore dalla fronte: “Me sa che… Ora dovrò anche pulire tutta la stanza”. Glielo rimandò in pacchetti assicurati da un kilo e mezzo cadauno, a carico del destinatario. Naturalmente sempre da un ufficio postale diverso. Naturalmente con lo pseudonimo di Lilith Mesopotamia, via del Neolitico da Jarmo, come mittente. Un lavoro immane. Ottantadue pacchetti di colosso sigillato. Era certa che non l’avrebbero più cercata. Per tranquillità cambiò comunque di nuovo indirizzo.
Non aveva voglia per la casa. Si stava immalinconendo. Non riusciva a stare dentro le pagine di quel romanzo per più di un paio di minuti. Aveva ragione lei? Avevano ragione loro? Non si può fermare il mondo con la sola forza delle braccia. Come può uno scoglio arginare il mare[2]? Non si può riscrivere la storia a colpi di pistola, neanche di due. Era solo per testardaggine? Forse avrebbe fatto bene a seguire il loro esempio. Non ne era capace. Forse avrebbe dovuto pensarci prima. Prima di mettersi contro tutto l’universo. Non c’era verso: nessuno avrebbe mai accettato una donna che smettesse di essere solo donna. Non voleva comunque darsi per vinta. Forse avrebbe fatto meglio ad accettare quella serie, Drawn Together. Non aveva notizie di Ultimo-It. Dalla sua strega preferita aveva ricevuto un paio di cartoline. Vinta da un po’ di nostalgia l’aveva chiamata, Malefica. Senza scordare quel minimo di precauzioni.
La voce le giunse come dall’altro capo del mondo, da un altro universo. “Com’è Sumatra”? “Non so. È sempre dietro il selfie”. “E tu come stai”? Ci fu un lungo attimo di silenzio per riflettere. Era stato fin troppo lungo: “Beh! lui è molto carino. Non mi fa mancare niente”. Sembrava indecisa e non avere argomenti. Non era da lei, per come la ricordava. “Ma”? “Mi mancano un po’ le mie cose. Le vecchie abitudini”. La maga nera aveva una voce spenta. Lei che incantava gli uomini con la sola imposizione dei suoi occhi. O almeno questo a lei sembrava? E non aveva percepito la sua solita ironia. Forse era solo stanca. Il paradiso non era nemmeno a Sumatra. Betty non aveva mai abbassato la testa. Qualche volte le mutandine. Poche volte con piacere. Certe volte costretta o per necessità. Poche volte e basta. La vita è quella che è. Il suo romanzo doveva averlo scritto un novello Victor Hugo. Era infarcito di miserie. Di sfortune. Di disastri. Di lacrime. Di rinunce. Il suo mondo era sempre stato una fuga. Era nel suo periodo cupo. Tutto le appariva nero. Testardamente cercava di non pensare alle amiche perdute. Si sentiva in colpa.
Nel frattempo, in mezzo allo stesso silenzio, era cominciato il processo di It Pennywise. Lei avrebbe voluto poter essere presente. Comunque, qualcosa girava nei forum. Grazie al suo avocato era intervenuto in aula accompagnato da una foca e un pallone a spicchi colorati dal diametro di un metro e mezzo. E tra il pubblico aveva trovato una cinquantina di clown It. La foca continuava a far ballonzolare il pallone sulla cima del naso, lo lanciava in aria e lo riprendeva, lo faceva roteare, e si batteva le pinne come a dirsi da sola quanto era brava. L’accusa protestò: “Non possiamo trasformare l’aula in un circo”. La difesa infervorata replicò: “Vostro onore, per disegnare la personalità del mio cliente, dobbiamo vederlo completamente nei suoi panni e anche nel suo ambiente”. Il giudice alzò le spalle con aria di sopportazione mostrandosi paziente. In nessuno dei documenti presentati dall’accusa appariva il nome di Severina. Era come se Severina non fosse mai vissuta.
Prese la parola l’imputato in una lunga allocuzione, davanti ai pochi volti impiccioni ammutoliti: “Se fate venire qui i vostri figli si libererebbero subito di me da questa stanza. O scapperebbero di tutta fretta. Non è colpa mia se gli avete insegnato a temere il buio. A controllare sotto il letto prima di coprirsi con le lenzuola. A dormire con la luce accesa. Se non gli avete consigliato di non guardare certi film. Di non ascoltare la maggior parte delle favole. Ma vi state sbagliando. Non sono io quello. Mai fatta una serenata. Il bello che mi ha preso ha arrestato un abbaglio. Forse devo ringraziare un boja, qualche soffia ubriaco in vena di smarcerie. Ce ne sono a milioni di maschere come questa. Solo che io sono la maschera. Mai stata in un baito, i miei belli, pochi per la verità, i cavalcanti se li tolgono a casa. Sono ancora pivella. Non avete uno straccio di prova. Mai preso in mano una cacafoco, manco un cerino. Nisba. Mi hanno sempre fatto strizza. Manco nemmeno cuccato, mai improsato. Fossi matto. La conosco la nota della spesa. Sono un pagliaccio dabbene. Una santa. Le carte chiacchierano; Vostra Eccellenza. Quello era solo un imitatore. Io ero… io ero… io sono quasi sempre via Da qui me devo sboccare come una rondine[3]“.
Non c’erano carte. In nessuna anagrafe nazionale appariva un Pennywise. Forse quel mare di parole li aveva ancor più confusi. Eppure, forse, avrebbero potuto riconoscerla dal linguaggio. O almeno allevare qualche dubbio. Alla fine l’avevano assolto. Quasi. Ne erano stati costretti. Senza prove. Senza un nome. Senza chiasso. Lasciando fuori la stampa. Solo trent’anni di domicilio obbligatorio presso il Circo a Tre Piste. Lui e la foca. Ero felice per entrambi. Tanto rumore per nulla.

[1] In Ellery Queen: https://it.wikipedia.org/wiki/Ellery_Queen_(serie_televisiva)
[2] Lucio Battisti: Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…
[3] Vedi per una eventuale traduzione: http://www.gerghitalici.altervista.org/malavita/malavita-romana.pdf

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Una canzone per BettySegue: Al peggio non c’è fine [9]
Bidibi-bodibi-bum. Aveva un sacco di tempo per sé. Anche troppo. Si trovava sempre più spesso a pensarsi addosso. Più si guardava e più ne aveva conferma. Gli specchi sono dei pessimi mentitori. Non che… Betty. Forse era un po’ tondetta, così si sentiva. Doveva starci attenta. Cosa trovassero in lei gli uomini le sembrava un piccolo enorme mistero. Non che le dispiacesse. Non che fosse l’ultima. Non era certo da scartare o buttare. Solo che… si vedeva né bella né brutta. Si vedeva com’era. Gli occhi erano indubbiamente inquietantemente enormi e belli. Affascinanti e sognanti. La boccuccia rossa piccolina era un piccolo cuore in amore. Se la sarebbe baciata da sola. La sua aria innocente… Non le mancava nulla. Certo. Forse il viso era un po’ paffutello, ma non era questo il peggio. Le gambe erano ben scolpite; non era nemmeno questo il punto. Non bastava… Cosa spingeva gli uomini a guardarla in quel modo. A spogliarla del poco che aveva addosso con gli occhi. A desiderarla così… subito e per poco. Immediatamente. Non si vedeva certo un’icona sexy. Si vedeva solo una donna. I maschi erano un vero mistero. Un disastro. Provò a vedersi Marylin, si vide solo Betty.
Il tempo passava, come si dice… a tempo di giava. Cominciava ad essere in apnea. I giorni trascorrevano e le spese galoppavano. Imbizzarrite. Non le restava che andare a fare visita al buon Baldassare. Preferì farlo a notte fonda e bussare piano, un paio di volte, per farsi sentire. “Non mi aspettavo questa visita”. “Già”! Nessuna sorpresa evidente. Non un gesto di benvenuto. Da quella fredda accoglienza Betty aveva capito subito che il dialogo sarebbe stato difficile, e sarebbe proseguito in sussurri. La stava lasciando sulla porta. “Potevi telefonare”. “Non mi fai entrare”? “Non possiamo?”… “”! “Facciamo presto”. “Quello che serve”. “e fai piano che loro sono di là che dormono”. “Non mi ci vorrà”… “Se si sveglia gli diciamo che sei una cliente; intesi”. La accompagnò cauto fino in cucina. Aveva il pigiama e le ciabatte ai piedi. Era spettinato. Forse stava dormendo. Forse l’aveva svegliato. Oppure chissà cosa stava guardando? “In fondo lo sono”. “Niente di me e di te, e delle altre”. “Come vuoi”. Provò a fare il finto tonto. “Allora cosa c’è”? “Non lo immagini”? “No! dovrei”? “Come vanno i nostri investimenti”? “Male”. “Quanto”? “Male male”. “Vedi Baldino… fidata mi sono fidata. Non possono andare così male. Il tuo è il tuo, ma il mio reta il mio. Ora ne avrei proprio di bisogno”. “Solo che non è rimasta una cippa. Un bel niente”. Lei sapeva che lui mentiva. Doveva esserci un vero tesoro. E comunque non erano affari suoi.
Cercò di stare calma. “Non vorrai farmi”… “Ma poi, in fondo, il colpo era il mio. Te l’ho suggerito e organizzato io. Io ho fatto tutto”. “Con questo cosa vuoi dire”? “Non dovevi aspettarti troppo. È andata così”. Se mai le era restata un po’ di fiducia negli uomini anche quella era svanita. Proprio in quell’attimo. “Ti spiacerebbe darmi almeno un ultimo addio, Balduccio”? E gli aveva strizzato l’occhio. “Sei pazza, ora e qui”? “Non ora, subito e qui”. Lui aveva visto la sua perfetta interpretazione della faccia da porca. La giarrettiera. Ne era rimasto colpito e si era fatto convincere con facilità. Pensava a quella che si ricordava. “Però nella stanzetta degli ospiti”. “Anche… dovunque. Ti desidero. Sbrighiamoci”. Era stata convincente. La camera non era piccola come si sarebbe aspettata. Il letto era matrimoniale, con la testiera in ottone. La luce anche troppo accesa. “Stenditi!” e lui si stese. “Voltati!” e lui eseguì ubbidiente. “Ora ti ammanetto al letto” e lui la lasciò fare. Curioso. “Ora toglili… anzi… lascia faccio io. Via questi pantaloni.” e gli mise a nudo il culo. “Sei sempre stata stramba tu. Come vuoi”. Una cosa bianca e molle, informe. Un’apparizione orrenda. L’avrebbe ricordata per molte notti. Non salvata nemmeno in parte dal sentimento. Aspettò un momento soffermandosi a guardare lo spettacolo disgustoso. Lui aspettava ansioso. Lei frugò e prese dalla borsa un suo Habanos Montecristo originale, e lo infilò al centro della faccia visibile di quella specie di arida e orrenda luna, come la bandiera. “Ti piace il mio giochino? Ma ricardati, caro Balduccio, che tornerò”. Il cretino non aveva capito bene la situazione: “Non vorrai lasciarmi così fino a domattina? Cosa gli dico? A mia Moglie? A mia figlia”? Lei uscì lasciandogli solo un: “Torno”.
Si nascose nella solitudine di un libro. Non sapeva come trarsi d’impaccio. Era alle strette. Per un po’ di mesi ancora ce l’avrebbe fatta. Poteva reggere. E dopo? Il mattino seguente avrebbe liberato le bollette. Meglio evitare multe o, peggio, sopraluoghi. Non si sentiva braccata, ma viveva come lo fosse. Come una reclusa. Si sentiva come quelle donnette apprensive. Preoccupate di tutto. Per i figli. Per il marito. Birbone. Per il suo lavoro. Per lo stress di lui. Per la cena. Per le unghie. Per la lavatrice. Per tutte le scadenze, appunto. E per le ricorrenze. Per i regali di Natale. Anche se era aprile. Perché lui non si accorgesse dei piccoli furti per quella borsetta irresistibile. Per i voti del maschio. Per il mestruo della figlia. Perché tornava a casa sempre più tardi. Della dignità. Dell’integrità. Dell’innocenza. Dell’illibatezza. Dell’anoressia. Dell’odore nella sua camera. Del frastuono della musica. Dei vicini. Delle chiacchiere. Per la visita al veterinario. Dell’avvilimento di Fido. Per la linea. Per l’amore. Per il tempo. E per il tempo. Di non perdere la puntata della sua Soap. Doveva reagire. Quante volte se l’era detto? Alla fine decise: una donna senza un uomo è una donna libera.

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Al peggio non c_è fineSegue: Un caffè, prego [8]
Il peggio doveva ancora venire. Nello stesso tempo, nella sala del sequestro. Era l’inizio della fine. Era quello che dicevano i suoi sguardi lampeggianti, e il suo corpo, e tutto il resto. La nostra Malefica aveva preso una sbandata. Un vero colpo di fulmine. Se lo mangiava con gli occhi. Si era innamorata proprio di quel Michele che avrebbe dovuto solo tenere sotto tiro. A cui avrebbe dovuto mettere soggezione, financo paura. Pazienza. Cosa si poteva fare? Auguri e figli maschi. In men che non si dica avevano fissato la data delle nozze. Persino la chiesa della cerimonia e il ristorante del rinfresco. Solo una cosa intima, aveva detto quello. Massimo, ma proprio massimo, un duecento invitati. Più i parenti, aveva aggiunto lei che di parenti ne aveva a bizzeffe. Naturali e acquisiti. Non servirebbe dirlo, aveva sempre avuto un cuore grande. E non solo quello. E ogni incontro aveva aumentato quella famiglia, la parentela. Con lei diventavano tutti come fratelli, cognati o fratellastri; al massimo ex. Il ruolo poco contava. L’intimità un po’ di più. Ma aveva deciso di cambiar vita. Intanto dentro la testa aveva un pandemonio e si chiedeva come suonasse Malefica Miscela. Col dubbio che fosse meglio mantenere il solo nome da nubile. Andranno a vivere a Sumatra, in un palazzo, dove nessuno la cercherà.
Quello che da qui in poi si potrebbe più semplicemente chiamare l’Ultimo-It aveva già deciso di tornare nel recinto della scuderia di Stephen King. Disposto a rigirare all’infinito la stessa scena: «Recuperare la barchetta di carta al piccolo George Denbrough, dal tombino, e poi ucciderlo brutalmente strappandogli il braccio sinistro.» e quello lo sapeva ormai fare magistralmente. Al meglio. Come il suo solito. Godendo veramente e leccandosi le dita. Nella nuova serie in programma ogni episodio inizierà allo stesso modo, dal sacrificio del povero piccolo Denbrough. L’attore verrà sostituito ogni volta e vestito degli stessi panni. Né la salute, né tantomeno la sopravvivenza della giovane comparsa, potevano essere garantite. Sarebbe stato, ne erano certi, un successo universale. Da questo punto in poi la trama si dipanerà in modo diverso. Ultimo-It aveva già firmato, via smartphone, un lauto contratto. Sarebbe andato a vivere a Hollywood dove nessuno si sarebbe dati il disturbo di pensare alle sue Vacanze romane.
Betty Boop invece non riusciva ad essere che se stessa. Lo sapeva da sempre. Da quando era nata. Da molto prima di mettersi in affari, di entrare in quell’avventura. Non avrebbe mai deposto le armi. Abbassato la testa. Sempre irresistibile e sovversiva. Come in quella breve comparsata, quel cammeo in Who Framed Roger Rabbit[1]? Una cosa da nulla, non fosse stato che quel coniglio stava perdendo la testa. Aveva anche lei una proposta interessante: entrare in Drawn Together, “Fossi matta”. Non se ne sarebbe fatto niente. Lei era una combattente. Si sistemò la giarrettiera che continuava a scenderle. Si ricompose. Cercò inutilmente di tirare giù lo striminzito abituncolo rosso. Era come quel lenzuolo, sempre troppo corto. Non si sarebbe mai tirata indietro. Piuttosto il suo un vero Habanos Montecristo, già diventato famoso, glielo avrebbe infilato in quel posto. Così uscì com’era entrata, senza dare nell’occhio, dalla porta sul retro. Tra gli applausi. Fingendo di essere solo la Betty Boop dei fumetti. Era tanto tempo. Le sarebbe voluto un uomo. Un bel maschio. Ne aveva bisogno. Le avrebbe fatto bene. Per dire pane al pane e pene al pene: “semplicemente una buona scopata”. Unico problema: lei aveva chiuso con gli uomini. Magari avrebbe potuto prendersi un gatto. Magari avrebbe potuto chiamarlo Xandir P. Wifflebottom; coccolandolo Wiffle.

[1] https://www.youtube.com/watch?v=_C_ExFcCyWo

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Un caffè, pregoSegue: Sono solo quella che sono [7]
«Dai pensieri dello stesso Napoleone: I cinesi: Loro sì sono stati bravi. Nella grande inondazione. Hanno tirato su la testa e hanno respirato sopra il livello dell’acqua dei Globali Piagnistei. Loro sì che adesso c’hanno il grano[1]. Non tutti, certo. Neanche da dire. Anche in Cina ci sarà chi ha riso, tonnellate di riso e risate, una scacchiera di riso e altrettante risate, e chi ha le padelle con le ragnatele. Però a Pechino girano con la mascherina, ma girano in taxi. Ce l’hanno raccontato le Olimpiadi. Non come i nostri, nemmeno a comandare agli schiavi. Padroni di breve corso. Hanno un solo difetto: sono cinesi. Se non avessero la pelle gialla… se non avessero gli occhi come fagiolini rinsecchiti… se non fossero tutti così piccoli, e col torace incassato, e se non fossero, insomma, così cinesi, allora sì che sarebbero perfetti. È la misura dei tempi che cambiano. Prima o dopo diventeremo tutti cinesi. È inevitabile. È la storia. Però… quando c’era lui i treni mica arrivavano in ritardo.»
Unica novità e sorpresa è stata che i soliti noti (più il gruppo spontaneo di Ninja), per una banale inversione di numeri, 69 al posto di 96, hanno fatto irruzione nel posto sbagliato. Nella confusione nemmeno hanno fatto caso al nome del grande albergo. Sono piombati sparando come pazzi, e appioppando multe, etc., nel salone per congressi di un lussuoso albergo a cinquanta metri di distanza dal vero obiettivo, anche se dalla stessa parte sinistra della via. Catapultati nel bel mezzo della festa di maturità proprio del figlio, di nobili origini, del Questore. Giovane, al secolo Marcantonio Augusto Caetani, riconosciuto dal padre naturale dopo un’avventura notturna frivola con la consorte del suddetto Questore. Lo stesso Questore è risultato assente, in cabina di regia, durante la crisi, proprio perché presente in sala per essersi intrufolato senza invito. Non ci hanno capito più nulla, né questi né quelli. Nemmanco quelli delle reti private. Né le truppe d’assalto né gli stupiti teppistelli, tutti di ottima discendenza. Immersi in quella spessa nube di Bob Marley e di Gangia hanno continuato a sparare e a gridare e ad aspirare come asmatici.
Lo stesso Imperatore dei Vasta era strafatto come un lampione e aveva per occhi due oblò stroboscopici. Gridava di essere figlio di seconde nozze della celebre Salomè e di Ringo Star, e perciò intoccabile, invisibile e immortale. Prima di cadere sotto il primo fuoco amico aveva declamato la sua frase più celebre: “Chi la rizza, l’appizza e l’ammazza[2]“. Il figlio del figlio del re dei salumi aveva prontamente reagito. Aveva tentato di contrattaccare brandendo un Salame di puro Felino. Per la correttezza trattasi di un puro Salame di Felino. Nessun gatto si è immolato a quella giusta causa. Felino, con Sala Baganza e Langhirano, è semplicemente uno dei luoghi noti di produzione di quel tipo di salume, come il bravo giovane virgulto avrebbe dovuto sapere. La sua indignazione è stata tempestivamente tragicamente sopita da una granata di Armato Ariete. In un vero carnaio, Pump! Splash! Patapum! Bang e Bang! Pfui! Sir Lancillotto, arrivato all’ultimo, inaspettato e a sorpresa, ha fatto giusto in tempo a farsene otto prima di cadere eroicamente salamato.
Il portiere è accorso per verificare a cos’era dovuto quell’enorme trambusto. In atrio una coppia decise di non saliere in camera. Due rinunciarono all’aperitivo. Tre chiesero la restituzione delle valigie. Dalla sala adiacente arrivò anche il coro dei napoletani[3]. Quattrocento intrepidi sfondarono le porte: autoriduzione sì! Fino alla morte[4]! Era un inferno. Un leviatano. Fiamme e piombo volavano come botti di Piedigrotta o, più semplicemente, di Capodanno. Qualcuno credeva ancora che facesse parte della festa: “Viva viva quella di Olivia”. Non è dato sapere l’identità completa della bella così osannata con entusiasmo dai molti. Pare trattasi di studentessa ferrarese, si dice bona come il pane.
Un paracadutista si era paracadutato eroicamente su un paio di mutandine senza padrona. Aveva stentato a riconoscerle e nel dubbio le aveva annusate e poi aveva chiesto l’intervento dei cani da tartufo e di quelli antidroga per la ricerca. Questi ultimi sembravano impazziti e uno guaiva sulle note di Crazy boy, versione Fiorella Mannoia. Un tizio, con i jeans pieni di buchi, subitamente nascostosi sotto la tavola, stava facendo rapidamente il conto dei propri averi arrovellandosi su dove avrebbe potuto metterli in salvo, infilandosi l’accendino d’oro massiccio in posto innominabile. Un altro sbandierava le chiavi della sua spider, facendole tintinnare, come una bandiera bianca, come un segno inequivocabile di buona volontà, di disponibilità e di resa. In un fumo denso, che avrebbe confuso anche le menti dei cronisti, Erasmo da Rotterdam, pseudonimo di Desiderius Erasmus Roterodamus, confortava e convertiva i feriti e benediceva i caduti. Nessuno era in grado di capire cosa quel pazzo diceva.
Uno gridava No! la mamma no. mentre il pianto della donna le scioglieva il trucco e così la maschera, denunciando la sua clandestinità. Uno era uscito esterrefatto dal bagno, con i calzoni ancora a mezza gamba, giusto in tempo per scoprire quel pandemonio e prendersi un sonoro ceffone in faccia. In realtà il manrovescio non era suo ma destinato ad uno screanzato che aveva occhieggiato per il buco della serratura. Il sangue scorreva già più del vino, e della birra. Una pischella[5] era ancora attaccata implorante alla corta miccia del suo ganzo, le sottili labbra fameliche, ma il rampollo ben paffuto era ormai intenzionato, gli occhi strabuzzati, a farla attendere per l’eternità; pace all’animaccia sua. I resistenti, con le carte di credito d’oro strette in saccoccia, finalmente tentarono un’ultima strenua scaramuccia: rovesciarono il tavolo dei rinfreschi a mo’ di barricata. Uno addomesticò un pulotto con una bottigliata di champagne. Un collega del milite redense subito il mariuolo, in un amen, impartendogli una benedizione calibro 9 Parabellum.
La bonazza sbandierava le tette rifatte rimpinzate denudandole. Il sottoposto del sottoposto di Napoleone, in qualità di sergente semplice, la stuprò di passaggio, come giusta ritorsione verso una preda di guerra. Entrò in quel mentre il solito ritardatario spingendo una carriola di pasticche. Un Urbano, per la propria goduria, in estasi, si era munito, di propria iniziativa e illegalmente, di una mazza chiodata. E giù a spaccar sguaiatamente brocche. Qualcuno tra i ragazzi, ancora inebetito, se la rideva della grande: “Ganzo!”. La santarellina scandalizzata continuava a ripetere “Ora basta, giù le mani.” E si continuava a dimenare con l’inferno dentro le cosce. Il suo “No!” e il suo “Non posso crederci.” avevano il sapore di tutti i !!! dell’universo. E le mani che non riusciva proprio a frenare erano le sue. Finalmente il caramba le aveva spiegato che poteva toglierselo quell’abito virtuoso e quello stupore. Almeno per quel pomeriggio. Si era fatta convincere fingendo una labile estrema resistenza.
Un Urbano era troppo intento a far passeggiare le dita dentro le saccocce altrui da potersi permettere di scorgere qualcosa di quello che stava succedendo intorno. La racchia, secchiona nonché riconosciuta nerd di tutta la scuola, bernardoni come fondi di Fojette, si dava alacre con due fanatici in tandem, in una ciriola impazzita, mentre quelli si scompisciavano: “Anvedi ‘sta smandrappona brutta più degl’inferi come ce stà. Magari pure ce crede”. Uno aveva spasimato “Vengo!” mentre l’altro sospirava “Vado!”; lei aveva solo borbottato cercandosi spiritosa “De chi sarà er pupo?”, o forse credendoci o sperandoci, e poi gridato inorridita “Papà!”. Un cameriere, riparandosi dietro un vassoio, accorse al disperato richiamo d’aiuto andando in soccorso di uno dei due bravi giovani. Era quello un mondo che aveva sempre sognato, ma che aveva sempre solo servito. Lui e il ragazzo si guardarono negli occhi e scoprirono di piacersi, sebbene il generoso in giacca bianca avesse una moglie moldava rimasta in Moldavia.
Un congolese di passaggio aveva pensato di profittare della confusione. Tre erano accorse esaltate che lo avrebbero proprio gradito un… caffettino, anche lungo. La scena aveva scatenato il massimo orrore: Questo è troppo. Il Maggiore dei RoboCop, come bottino, si era impadronito delle vesti di una certa Innocenza Santopadre che poi aveva lasciata nuda alle sue truppe. Lui aveva indossato gli abiti della giovine ed era stato subitamente scambiato per una delle terroriste e trucidato sul posto. Il ritratto di Francesco Giuseppe, il Primo, fu strappato dal muro. Un bracconiere, fintosi della Forestale per curiosità e ambizione, cadde gloriosamente sotto una raffica di tartine di caviale. Un ninja aveva trovato la sua ninjetta, una ceramica Shino. L’Ambasciatore Sionista, con il suo solito entusiasmo, era accorso, non invitato, per rendersi utile. Si era fatto spazio nella zuffa, ma la regazzina lo respinse via, divertita e defraudata allo stesso tempo, “Manca un pezzo”. Poi erano intervenute le Tute Ignifughe “Aspettateci, ci siamo anche noi.” E giù di estintore, democraticamente indifferentemente sui primi che gli capitavano a tiro. E accorsero anche le Tute Bianche, ad aggiungere confusione alla confusione, le quali, guardandosi torno allibite, cominciarono a prendersela con questi e anche con quelli, e a prenderle da questi e anche da quelli.
Un caporale stava riempendo un sacco con tramezzini e salatini per portarlo alla famiglia, mentre infuriava la battaglia, sprezzante del pericolo. Era comprensibile il fatto, visti gli stipendi nelle nostre forze armate. Comunque nessuno se lo cagava, nemmeno di striscio. La fresca sposina Ivona, che tutti ricorderanno, aveva lasciato Faliero in casa e si stava gongolando con quella di sua sorella. Per lei fu un lampo, un attimo, passar da Ivona a Porcona. Un metronotte aveva rubato lo spino dalle labbra di un carota ingozzato di lentiggini, poi gli aveva spento la cicca sulla capoccia chiamandolo Maria e aumentando la confusione. Grida di Sì! ancora. si spalmavano nel pane del baccano generale. Grida di maschio è bello. venivano per lo più ignorate. Qualche arto dei proprietari di quell’enfatica supplica veniva calpestato. La quarta B si mescolava alla quinta C.
Una certa Lucrezia aveva cercato un armistizio, almeno una tregua, offrendosi e facendosi impalare dal forzuto Icaro Scavafossi che l’aveva gradita in un volteggio pindarico librandosi per la sala fin quasi al soffitto. Aveva sbattuto la capoccia sull’enorme lampadario di cristallo per poi dichiararla prigioniera. Tornati con i piedi per terra erano annegati in una mareggiata di Champagne. La confusione era all’apice. Uno, sputato il Pupone, vista l’età si doveva essere anche lui infilato, ne aveva uno stuolo attorno come la piazza di San Pietro la domenica, ma nessuno gli aveva torto nemmeno un capello. Una, gridava cercando di liberarsi da abbracci multipli e troppo insistenti, “Sono una professionista, io”. Giurava di non essersi mai trovata in una situazione simile, nel bel mezzo di un’orgia così sgangherata, cercando di dare il suo profilo migliore in favore di una camera che c’era solo nella sua testa. Le chiappone in fiamme non avevano ancora realizzato che erano vittime di un candelotto fumogeno.
Il cameriere gridava terrorizzato “Io non c’entro. Sono un senegalese di Gallarate Brianza. E manco m’hanno pagato.”, la cameriera non gridava affatto, aveva la bocca occupata. L’altra, con la crestina in testa, le chiappe. Poi si lasciò sfuggire, la villana, un enorme fragoroso peto. L’ultimo della lista, l’apprendista, non aveva fatto a tempo a decidersi di chiedere alla sua bella, la compagna di banco, di ballare. Era spirato, soffocato dal miasma, e continuava ad essere indeciso. Di lei s’era preso proprio una tranvata. Quella, invece, era l’autrice de Le memorie delle mie mutandine. Libercolo di grande successo e diffusione nei bagni scolastici. Il sorcio, ragano e pure scaraffone, la servetta abissina se l’era portata da casa perché: “Lei ce stava de brutto. Anzi le da gusto fare le zozzerie par due svanziche”, si ammutolì e ammosciò mentre lei gli stava a dì con voce allisciante “Ma poi me ce porti all’altare?”. Era l’unica animala di colore presente alla fantastica festa. Non senza qualche altro commento. Uno se la riccontava da solo e un paio avevano altri gusti. A quell’uno una gli chiedeva, con filantropia, se servisse aiuto. Tutti troppo presi per rendersi conto. Una scena dantesca si sarebbe presentata alla fine dell’orgia. Alla fine dell’aspra battaglia si contarono incalcolabili morti e diciassette contusi fra le Forze dell’Ordine.

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/denaro_%28Sinonimi-e-Contrari%29/
[2] Ovvero chi la rolla (la rizza), l’accende (l’appizza) e la spegne alla fine (l’ammazza).
https://www.icmag.com/ic/showthread.php?t=156609
[3] Gianfranco Manfredi: Un Tranquillo Festival Pop Di Paura.
[4] Gianfranco Manfredi: Precipitoooo.
[5] Per i termini che possono sembrare inusuali agli stranieri: http://www.trattoria-romana.it/romanesco/parole/

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