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Archive for gennaio 2018

Segue: La crudeltà dei giorni pari
L_ultima parolaC’era una sola cosa che Ferruccio non aveva previsto: che quando una donna perde vince sempre. E sia mai detto che si possa pensare di non lasciar loro l’ultima parola. Solo gli sciocchi lo potrebbero immaginare. E comunque sempre mal gliene incoglie. Meglio usare più cautela e buonsenso. Si dovrebbe mettere un cartello con su scritto: attenzione che mozzica.
Quello che aveva agognato e aveva sognato l’aveva ottenuto; certo. Aveva avuto la sua rivincita. Quel sabato Dalia si era presentata puntuale Al Caligola, dolcissima e disponibile. Con un sorriso disarmante gli aveva mostrato il messaggio sul telefonino ancora prima di entrare. Il cornuto l’aveva invitata, anzi pregata, di fare il grande sacrifico, per l’onore della famiglia e per il patrimonio, cioè del portafoglio. Niente che possa sorprendere nessuno. In fondo non sarà che una notte, anzi qualche notte. Non può certo cambiare niente tra noi. Questa affermazione aveva già cambiato tutto, e condannato definitivamente la loro già precaria unione.
Per giunta si era spinto a digitare che una donna non è come una stoffa, non si consuma mai. E aveva aggiunto una faccina che si sganasciava, credendosi spiritoso. Era un gran bel pezzo d’imbecille e di cafone. E anche ingrato. Dalia era una donna bellissima, una vera signora, che sapeva quello che voleva. E sapeva esattamente come ottenerlo. Anche senza il suo parere. Poteva attraversare tutti i mari, senza temere gli squali: Ora non siamo più due, direi che siamo una coppia.
Dalia non aveva resistito una notte di più Al barcarolo de noantri che era un vero postaccio. Non certo all’altezza delle sue consolidate abitudini. La pulizia lasciava leggermente a desiderare e il servizio in camera era uno strazio. Il personale sembrava uscito da un vecchio film pasoliniano sulla miseria. E non aveva nemmeno posto dove parcheggiare. Era un vero inferno. Con i tubi che rumoreggiavano quando si apriva l’acqua. Gli mancava una sola stella per essere al top, ma era la stella che l’avrebbe reso vivibile. Era arrivata già con la valigia al seguito.
Il fine settimana successiva erano a Capri, con la scusa dell’inaugurazione di un nuovo punto vendita. Si erano semplicemente mescolati alla folla dei curiosi. Un impegno di una mezzora, per un weekend senza pensare minimamente al lavoro. Dalia era una vera signora. E nei pochi momenti d’intimità sapeva trasformarsi in una vera popolana scurrile al punto giusto e anche di più. Era anche una vera acrobata nel farsi desiderare per poi negarsi. Ormai Ferruccio ne sapeva qualcosa e conosceva tutto quel suo vocabolario fatto di promesse e di lusinghe.
Se il sacrificio più grande per una donna era starsene a casa, fare solo la compagna, per Dalia era durato non più di quindici giorni. Poi avevano rivisto assieme le nuove strategie per un mercato aggressivo. Era stata prodiga di consigli e di correttivi. Forse non aveva, o non lo aveva ancora, il polso della situazione, ma sapeva rendere le cifre poesia. Era il suo sorriso e la sua voce a incantare. Il modo in cui lusingava con gli occhi, e con le ciglia, e con ogni gesto. Ferruccio ne era consapevole.
Lei spopolava. Anche al ristorante richiamava su di sé l’attenzione di tutti. Era una presenza magnetica. Anche gli oratori più ciarlieri trovavano il loro momento di balbuzie. I suoi occhi magnetici toglievano le forze. Con lei al fianco si sentiva sicuro. Avrebbe potuto sfidare il mondo. Lei aveva avuto solo un momento di debolezza. Poi si era ritrovata. Era tornata la donna forte e indomita che poteva sfidare il mondo e quei pescecani portarli a guinzaglio.
Ora Dalia si sentiva cambiata, ovvero era tornata la vera se stessa. Il buio era alle spalle. Si era trattato solo di un momento. Capita. Ed era capitato anche a lei. Non era stato preventivato. Non se lo sarebbe mai immaginato. Ma stava già riprendendo in mano le redini della sua vita. Sapeva già che lui non avrebbe più potuto fare a meno del suo aiuto. Ed era qualcosa di più di una semplice collaboratrice. Era la faccia e la voce della Raeg Italia. Lei faceva parte di quella parte di mondo che non affonda mai. Avrebbe dovuto ricordarsene anche in quell’attimo di depressione. Suo padre… suo padre doveva accettare di fare il pensionato e accontentarsi. La vita proseguite. Il mondo sarebbe tornato presto ai suoi piedi.
Naturalmente a Shenyang era andati assieme. In quella città in culo al mondo. Un volo interminabile: quindici ore e mezza con scalo a Pechino. Dall’albergo aveva fatto un’intercontinentale per chiamare Marianna e avvertirla di disdire la data delle nozze. Lei aveva pianto al telefono senza capacitarsi, poi aveva tirato su col naso e interrotto la comunicazione. Ferruccio l’aveva sempre saputo che era una storia senza futuro. Daria si muoveva con assoluta disinvoltura anche lì, in Cina, e la Cina è veramente un altro mondo.
Ferruccio e Dalia avevano subito ritrovato quel grande affiatamento. Lui era la mente e lei il braccio, circa. Con quattro parole di cinese e il suo inglese perfetto Dalia stregava i presenti. Li incatenava alle sedie. Anche un’idea solo in embrione era vista con entusiasmo. La Raeg sarebbe tornata, anche grazie a quei mandarini, il colosso che era sempre stata. Non c’era più una fetta di mercato da conquistare. Si sarebbero presi tutta la torta. Avrebbero ricoperto veramente il paese di fibra. E avevano stretto un rapporto con il più grande magnate televisivo volato fino a lì solo per incontrarli.
Ferruccio era un poco geloso, per così dire, del suo successo. Cioè si sentiva in cuore un senso di strana perplessità. La ammirava e la invidiava. Dalia era il fascino d’idee che per loro natura parlavano di aridi numeri. Dava grazia anche alla più semplice e spoglia tabella riassuntiva. E poi aveva sempre una parola d’incoraggiamento. Di sprone. E aveva un sorriso per tutti. E anche qualcuno di troppo. Soprattutto con quel Dong Zhou e tutti quei Liang e Yong. Strano popolo i cinesi. Così numerosi, ora anche così capitalisti, e così parsimoniosi sui nomi. Ogni nome era un disegno e un rumore secco. Un’onomastica curata sulla grafica che non andava oltre la sillaba. Quanti milioni di Chen potevano esserci in tutta la Cina?
Fortuna che non sarebbero rimasti più di quindici giorni. Lui non riusciva ad adattarsi a troppe cose, soprattutto alla cucina. Faticava a digerirla. Trovava il tōfu assolutamente inodore e insapore. Lo Shazhucai (letteralmente “piatto del maiale ucciso”) aveva cercato di assassinarlo. Ne era seguita una giornata drammatica. Troppo piccante e troppo speziato. Avevano mangiato anche il pesce palla, lei era curiosa di farlo, lui alla fine lo aveva ordinato con un certo timore; non gli era sembrato granché. Aveva una grande voglia di una buona matriciana. Lei invece sembrava in grado di adattarsi a tutto. Lei spediva cartoline e lui lottava per digerire.
A pensarci bene Ferruccio aveva la sensazione che ormai Dalia potesse fare anche a meno di lui. Non era certo che avrebbe funzionato allo stesso modo l’ipotesi contraria. Aveva un problema, lui doveva raccogliere le idee. Farle funzionare. Convertirle in piani di battaglia, in campagne mediatiche, in strategie di mercato. A lei bastava vestirle di un sorriso. Ora che i cinesi avevano aperto definitivamente il borsellino tutto era molto più semplice. Se non riuscivi a partorirne una, di idea, trovavi il modo di rubarla. O qualcuno disposto a pensarla al posto tuo. Ferruccio aveva il sospetto di essersi infilato in un angolo. Di essere una presenza quasi superflua, e non altrettanto attraente. Forse solo un poco nel mondo delle donne cinesi.
Ma lui non si era spinto a corteggiarne nessuna. Era stato galante, quando necessario. Con qualche figlia, e anche qualche moglie. Qualche sorriso e qualche gesto un po’ più che gentile. Niente di più. Aveva il problema della lingua. Non era abbastanza affascinato da quello che portavano sotto le vesti, dalla mercanzia che offrivano. Temeva il minimo passo falso. Soprattutto Ferruccio era un uomo che cercava certezze, non avventure. L’ultima volta che aveva sognato probabilmente frequentava ancora le elementari. O forse era successo una notte, Al Caligola, con lei.
Mancavano ormai un paio di giorni al ritorno. Quel Dong Zhou era il vero direttore d’orchestra. Quello che muoveva le fila. Quello a cui era riservata l’ultima parola. Con Dalia sembrava si fosse instaurata una stretta amicizia. Ferruccio ci aveva scherzato a cena, ma senza allegria. Aveva in cuore di dare un senso compiuto alla loro unione. Dalia lo aveva trovato un umorismo di pessimo gusto. Gli aveva chiesto se era matto.
Lo aveva preso per mano ed erano saliti nella suite a loro riservata. Dal primo momento che l’aveva vista gli occhi di Dalia lo avevano stregato. La sua glock, con matricola abrasa, lo aveva freddato. L’ultima parola l’aveva pronunciata per lei quella pistola. La mano colpevole sarebbe risultata la solita mafia cinese. E lui sarebbe stato ricordato, per poco, come l’ennesima vittima di una crisi che non si placa più. O non ricordato affatto.

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Segue: Mondi paralleli
La crudeltà dei giorni pariLe cose erano andate bene, anche molto meglio del previsto. Però, come succede sempre, non per tutti. Era successo tutto molto rapidamente. Era cominciato un sabato. Un sabato primo agosto[1], mentre l’intera Italia era in vacanza. La parte telefonia aveva subito un crollo, preventivabile. Più che compensato dall’aumento delle pubblicità nelle reti televisive e nei social.
Questo l’aveva previsto solo lui. Il suo piccolo pacchetto azionario era diventato una fortuna. Per Dalia, la figlia del grande Damiano Damiani, e per la sua famiglia, era stato un tracollo spaventoso. Si erano dovuti liberare di tutto. Non gli restava altro. Era a rischio anche la loro storica e vetusta principesca villa. Non sarebbero riusciti a mantenerla ancora per molto. C’era una proposta del comune di trasformarla in biblioteca. Con quei quattro soldi pubblici avrebbero potuto permettersi solo qualche appartamento e nemmeno in zone troppo centrali. Almeno conservavano tutti un tetto sulla testa.
Ormai erano passati un paio d’anni dal loro incontro a Roma. Ferruccio non ci aveva più pensato. Ora a Roma ci si era trasferito. Ed era quasi del tutto all’oscuro della gravità della loro situazione. Sapeva che loro avevano scommesso nella parte avvelenata del gruppo. Proprio mentre la Raeg mollava la presa sugli Smartphone e i tablet per la troppa agguerrita e insostenibile concorrenza. Anche per la difficoltà di fornire la fibra a tutti. Non potevano più competere con i colossi giapponesi e americani, e con quelli avanzanti dei maledetti sempre presenti e ingombranti cinesi.
La telefonata di Dalia lo aveva colto di sorpresa. Era stata completamente inaspettata. Gli annunciava che era giusto da quelle parti. Era per quello che aveva pensato a lui. In fondo erano stati veri colleghi. Forse anche amici. C’era stato qualcosa. Della grande simpatia. Seppure…Comunque lui non poteva dire che non fosse stata carina con lui. Gli chiedeva, con una voce neutra ma prostrata, di vedersi. Sembrava un grido di aiuto. Cercò di dare un peso al termine carina. Ci rinunciò. Aveva solo un paio di cose da sbrigare, poi le poteva concedere qualche minuto.
I loro cinesini sarebbero intervenuti e avrebbero rilanciato. Ma non subito. A tempo debito. E con un marchio e una facciata tutti nuovi. Il ramo secco sarebbe comunque stato tagliato. Di questo era l’unico a esserne a conoscenza. Non si sarebbe potuto lasciar scappare una sola parola. Intanto enormi capitali erano andati in fumo nel giro di ore. I nuovi erano solo in via di conio. Sarebbe dovuto volare a Shenyang già il mese prossimo per gli ultimi dettagli dell’operazione. Il lungo viaggio già lo spaventava. Peccato perché Dalia un paio di parole in cinese le masticava già.
Era arrivata che era fradicia. Strano, quel temporale era durato solo un paio di minuti. Non se ne era nemmeno accorto. Ora non si vedeva più una nuvola in cielo. Era entrata con i suoi capelli, sempre curati, appiccicati al volto, e anche l’abito era zuppo. Provò un leggero senso di pena e di disagio. Quella volta non si sarebbe mai concessa di presentarsi così. Secondo Ferruccio era bagnata fino al midollo, persino nelle mutandine, e ancora. Forse l’acqua era entrata anche nel borsone. Lei chiese del bagno per sistemarsi per quanto possibile. Lui aveva freddezza nel tono della voce. La fece accomodare e attese che fosse lei a parlare.
Era solo un’intromissione fastidiosa. Carina sì, ancora come allora. Ma gli era piombata tra i piedi nel momento sbagliato. E, con tutta probabilità, con le domande sbagliate. Cosa poteva farci? Allora si erano chiariti. Lui era stato onesto. E non aveva voglia di ascoltare racconti di miserie. Lo aspettavano per un galà. Aveva avvertito Marianna che sarebbe stata una cosa elegante. Che prendesse pure quel vestito. Poi sarebbe passato lui a saldare. E prima di uscire doveva ancora controllare quei conti. E fissare un paio di appuntamenti per la mattina seguente.
Naturalmente lei cominciò fingendo di interessarsi a lui. Chiedendogli come se le passava. Se Roma era stata una città accogliente. Se nel frattempo si fosse sposato. E altre amenità, ma lui non aveva grandi novità. Più che altro si limitava ad ascoltare. Allora lei lentamente e con precauzione entrò in argomento. Cominciò a parlare di quello che le stava veramente a cuore. Si tradiva dal tono della voce. Non avrebbe mai potuto imbrogliarlo. Lui la aspettava esattamente in quelle parole. E lei gli confessò che quei due anni erano stati duri.
Iniziò a parlare delle vicissitudini di tutta la famiglia. Della sconsiderata reazione del padre che sembrava aver perso la testa. I genitori, nella delusione, si erano anche separati. Suo fratello era andato in Perù. Ferruccio lo sapeva che è proprio nel momento in cui cerchi affannosamente di salvarti dai guai che ti precipiti tra le braccia delle catastrofi. Gli amici non si facevano più sentire. Le banche gli avevano girato le spalle. Telefonavano tutte le ore chiedendogli di rientrare.
Erano tutte cose ben note a Ferruccio. Era tutto talmente normale da essere persino banale. La ascoltava sentendola appena. Anche queste parole le aveva esattamente previste. Come aveva previsto la fatica di Dalia nel mostrarsi avvilita. Sopravviveva in lei un briciolo di quell’insano orgoglio a cui molti di quelli che andavano alla deriva continuavano ad aggrapparsi. Non volevano lasciare la preda. Qualcuno preferiva affogare mentendosi ancora facoltoso e sprezzante. Lei non accettava di essere diversa. Nemmeno in quel momento, davanti a lui.
Decise di concederle ancora un po’ di tempo. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma cosa? Qualsiasi intervento sarebbe stato contrario a tutti i principi. Sarebbe stato un’offesa nei confronti di ciò in cui credeva fermamente. Allo stesso modo sarebbe stato un’offesa per lei. Per tutto quello che aveva sempre voluto essere: la figlia del grande potente e prepotente Damiano Damiani. La donna a cui la vita aveva sempre sorriso. Quella che definivano: Quella che ce l’aveva d’oro. Ricordò sommariamente quanto era successo quella sera di due anni prima. Allora aveva cercato di parlare alla sua piccola arroganza perché i tempi erano proprio cambiati. Non c’erano più paracaduti per nessuno. Lei non lo aveva sentito. Ora era troppo tardi.
Infine la guardò e decise che sarebbero potuti andare a cena. Dalia non sembrava in grado di dirgli di no. Finalmente gli sembrava pronta a qualsiasi sacrificio. Non glielo chiese. Decise che non ne aveva bisogno. Pregare aveva finito di far parte del suo credo. Non lo metteva mai nemmeno in calce alle lettere. Prima si scusò e andò a telefonare dall’altra stanza. Diede disdetta all’appuntamento. Avrebbero potuto farne reciprocamente senza, lui e gli investitori. Li avrebbe convocati un’altra volta. Avvertì Marianna che si sarebbe dovuto fermare per un impegno improvviso. La pregò di scusarlo. Che si sarebbe fatto perdonare. Avvisò la segretaria e poi si rivolse a lei: Dove sei alloggiata? Come ti trovi? Vieni, ti porto a cena.
Lei lo osservò pescata completamente in contropiede. Il suo sorriso artefatto e quel cambio di umore erano stati del tutto inaspettati: Vorrei passare prima a cambiarmi, se non ti dispiace.
Lui voleva continuare a governare il gioco mentre stava vincendo. Non darle il modo per pensare alla prossima mossa. Per escogitare una qualche strategia: Non abbiamo molto tempo. E intanto mi sembra che tu ti sia già asciugata. Scusami ma vorrei sedermi subito per cena. Vorrei evitare di fare tardi.
Sarei Al barcarolo de noantri. Niente di speciale, ma… è a due passi, ma… Come vuoi tu.
Aveva deciso per un ristorante molto raffinato. Sapeva di ferirla: Non ti preoccupare. Sei mia ospite.
E l’aveva ferita ulteriormente quando l’aveva fatta salire nella sua nuova macchina. Poi aveva cercato tranquillità nella cena. Cortesia. Comprensione. Clemenza. Se ci pensava, un intero vocabolario con la C. Voleva solo mangiare tranquillo. Dimenticando tutti. Lasciando l’intero universo fuori. Ascoltare solo il suono della sua voce. Senza memorizzare le parole. E regalarle un attimo di pausa. In fondo lui non era capace di grandi crudeltà. Preferiva ferire, se doveva farlo, con un sorriso. Quando erano ormai al dolce Dalia era tornata ad invocare sommessamente clemenza: Cosa mi consigli? Sono venuta qui per questo. Non è stato facile.
Non poteva non tornare a pensare Al Caligola. Non gli era bruciato lo smacco allora come gli bruciava in quel momento. Cercò di usare lo stesso tono sommesso sottovoce che aveva lei quella sera. Un analogo sorriso di comprensione e compassione. Tenendo a freno le mani per non gesticolare e non richiamare così attenzioni di altri e altre curiosità: Anche se ora potessimo tornare per rimediare e mi facessi salire. Mi aprissi la porta e mi facessi entrare. Temo che sia troppo tardi.
Lei tentò di fingersi leggermente e dolcemente offesa. Pessima interpretazione: Non ti ancorerai ancora a… Guarda Ferri che non è stata cattiveria. Lasciamoci dietro quel passato. Non pensiamo Al Caligola. In fondo è stata solo una sera sbagliata. Ho sempre avuto una grande ammirazione per te, e mi sei sempre stato simpatico. Non mi eri indifferente. Credimi. Credo di avertelo sempre dimostrato. Proprio quella volta credo di aver contribuito per la mia parte. Ero solo stanca.
Cercò, in ultimo, di usarle indulgenza. Lo avrebbe rinfacciato anche a se stesso, se non l’avesse fatto: È questo il punto. In questo nostro mondo non possiamo permetterci la minima incertezza. Non possiamo essere stanchi. Ci si sciacqua il viso. Se c’è tempo ci si fa una doccia. E poi si riparte.
Sentì il piede di lei che dolcemente risaliva la gamba dei suoi calzoni. Ne fu solo indispettito. Ancora una volta sbagliava il momento. E il modo di entrare in scena. Non se la sarebbe mai immaginata così maldestra e ingenua. Le sorrise e poi con uno sguardo severo la dissuase. Non scosse la testa perché ormai non serviva. Lei si era leggermente imporporata e aveva smesso. Gli aveva persino regalato un cenno di scuse. Cercò di far ancora ricorso al suo rimanente frammento di fierezza: Tu lo sai che io sono una che se la sa cavare. Non sono qui per pregarti. Non avresti dovuto nemmeno pensarlo. Per me non va poi così male. Dalia se la sa sempre cavare. Sono preoccupata solo per la mia famiglia. Per papà. Ora che sono la signora Monteforte. Suona anche abbastanza bene.
Dovette disilluderla e lei accusò pesantemente il colpo. Ne fu costretto. Un’ombra grigia scese sulla faccia di lei e le cancellò il sorriso: Mi spiace, Dalia, hai puntato ancora una volta sul cavallo sbagliato. Ha giocato la sua carriera sull’ultimo modello. Un mare di pubblicità. Un investimento mai visto. Sconsiderato. Dev’essere un pochino distratto. Da quella mattina era solo il penultimo modello. Non troverà nessuno a cui aggrapparsi. Il consiglio ha già preparato la sua lettera di dimissioni. Entro domani la riconsegnerà firmata.
Lei gli prese la mano e la trattenne nella sua. Aveva gli occhi miti. Ferruccio le lesse in volto quanto fosse disperata. Dalia cercò di giocare l’ultima carta che pensava le restasse. In effetti cercò di rigiocarla, sperando che la prima volta lui fosse distratto. Che ci potesse aver ripensato. Convinta che non le restasse ormai che offrire se stessa. Accettando l’invito che aveva rifiutato allora: Potremmo salire per berci il bicchiere della staffa.
Dalia era bella, molto bella, ma era più bello, in quel momento, il sapore della rivalsa. Era sicuro di sé ormai. Era certo che alla fine gli avrebbe ceduto. Voleva farle bere l’amaro calice della remissività fino in fondo. Voleva ferirla. Voleva annichilirla. Fino a umiliarla. E voleva gustare anche l’ultima goccia del nettare della vittoria. Voleva permettersi anche di essere stronzo: Vedi, Dalia, non credo sarebbe una buona idea. Mi sentirei in diritto di provare a corteggiarti. Tu, probabilmente, ne saresti lusingata. Ma, fra noi, non potrebbe mai funzionare.
Lei si sentì sprofondare. La sua voce divenne solo implorante e i suoi occhi sembravano prossimi a liberare una tempesta di lacrime. Singhiozzò le parole con una esagerata fretta: Non mi puoi… almeno un piccolo aiuto…
Hai mai sentito di qualcuno che ha aiutato un altro in difficoltà? La tua mi sembra una pretesa assurda. Ma, visto che sei tu. Proprio in via eccezionale. In nome della vecchia amicizia. Forse ci sarebbe qualcosa che potresti fare per me.
Si aggrappò con tutte le sue rimanenti forze a quella speranza: Tutto quello che vuoi. Mio caro Ferri. Tutto. Dimmi
Forse ci pesava da due anni. Era arrivato il momento: Dovrai chiamarlo. Come si chiama?
Guido Monteforte.
Ecco, brava, dovrai chiamare il tuo Monteforte e dirgli che hai trovato chi lo può aiutare. Un’ancora di salvezza. Digli quello che ti pare. Basta che non fai il mio nome. Parlagli pure di un amico che però è un gran figlio di mignotta. Vedi tu. Gli spieghi che però in cambio c’è un prezzo molto alto da pagare. Per te. Scusami. Diglielo come vuoi. Magari gli puoi raccontare che… quell’amico… Che ha proprio perso la testa. Puoi essere delicata o brutale. A quell’amico dovrai concedere il sacrificio più grande che una donna può dare. Dai pure a quel tuo Monteforte il tempo per riflettere, ma dovrà darti una risposta per WhatsApp. Non che non mi fidi di te, ma un contratto è un contratto; anche se verbale.
Guarda che lui non conta.
Per me conta quello che ti dice.
Guarda che se lo facessi lo farei solo per te.
Lo so.
Cosa dovrei fare? Come restiamo d’accordo?
Se domani sera passi da me… anzi, no, scusa, dopodomani. Domani ho un appuntamento a cui non posso rinunciare. Ti prego, non passare in ufficio. Facciamo dopodomani, sabato dopo cena. Alle nove. Va bene? Se ti sento bussare e ti vedo vorrà dire che avrà accettato. Non serviranno altre parole, tra noi. Spero che ti vorrai fidare. Credo di poterti trovare un posticino nella mia equipe. Altrimenti vorrà dire che ci avrai ripensato. Tieniti libera per tutto il fine settimana.
Ferruccio non aveva dubbi sulla sua risposta di Dalia. Non l’aveva forse detto proprio lei che per sopravvivere bisogna essere sempre un po’ criminali e un po’ puttane? Come criminale non la vedeva certo bene. Come puttana era perfetta. Non ne aveva mai avuto alcun dubbio. È così che continua a girare il mondo degli affari.
[1] 2015

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Mondi paralleliÈ una banalità affermare che il mondo dell’economia è una vera giungla. Anche ieri un altro, il commendator Meneghello, s’è impiccato a una trave. Sono le vittime e i nuovi martiri di questi tempi. Gente che non ha mai conosciuto il mancare o che credeva di esserne uscita per sempre. Questi ultimi terrorizzati di poter tornare indietro, di dover rinunciare ai privilegi, alle dignità, di tornare a frequentare l’indigenza. Di ritrovarsi nel gregge. Ormai è una sorta di epidemia. È il terribile fardello di essere ricchi.
La grande imprenditoria italiana era stata spazzata via nemmeno tanto un poco alla volta. Dopo una dolorosa e breve agonia. Si potrebbe osservare che imprenditori in Italia non ce n’erano mai stati. Erano solo padroni, quando non erano veri e propri padroncini. Quasi tutte imprese a conduzione famigliare. Sostenute e gonfiate con la complicità della politica attraverso i soldi pubblici. Colpevoli o correi delle maggiori nefandezze del paese. Cercava di sopravviverne ancora una. E riusciva a mantenere anche la sua squadra di calcio.
La Reale Agretti Enterprise Group era il cuore pulsate di una vasta rete capillare di svariate realtà economiche. Fino a qualche anno fa sembrava inaffondabile. Un investimento sicuro. Ormai la gente preferisce il materasso alle azioni. Persino alle banche. Anche il mattone ha passato un momento di stasi. Inutile dire che la più piccola flessione della Raeg avrebbe come risultato enormi ripercussioni su tutto il sistema e anche sulla stessa economia del paese.
Nella selva delle innumerevoli attività della Raeg potemmo, per semplicità, dire che si occupa di trasmissioni e comunicazioni. Assi portanti ormai di qualsiasi grande impero finanziario. Un non marginale interessamento di capitali cinesi e, soprattutto, una violenta terapia aggressiva avevano favorito la ripresa dell’anno precedente. Era determinante riconfermarla per il prossimo esercizio. Diversamente gli effetti potevano rivelarsi spaventosi, se non fatali, anche nel breve periodo. Con ripercussioni planetarie. Urgevano interventi di strategie aggressive e drastiche.
Uno dei principali artefici di questa miracolistica impresa era Ferruccio, ma quello è un mondo senza memoria. Anche questo sarebbe superfluo da aggiungere. Ieri potevi essere un Dio per poi tornare oggi ad essere un niente, polvere. Lui, Ferruccio Bernardelli, poteva orgogliosamente affermare che si era fatto dal niente. Suo padre era stato un semplice caporeparto. Ma sapeva bene che doveva lottare per mantenersi a galla. L’economia non dà mai sicurezze. Dà aspettative e sogni e incertezze. È nata, cresciuta e continuerà sempre ad essere così. Lui stava rileggendo la sua presentazione. Fuori un terribile acquazzone imperversava sulle strade e sembrava non volere finire mai.
Dalia Damiani, per gli intimi Dada, aveva una storia diversa dietro le spalle. In fondo ne avrebbe dovuto far parte per eredità famigliari. La sua famiglia aveva sempre fatto parte dell’élite. Dal nonno del nonno del nonno. Erano sempre stati tra quelli che comandavano. Non si erano mai dovuti adattare a ubbidire. Già prima della grande guerra. Avevano partecipato alla realizzazione del grande polo industriale. Erano stati tra gli artefici del bum. Poi avevano dovuto assumere un profilo solo di poco più marginale. Ma, in seguito, per un breve periodo, erano stati tra i periferici protagonisti del miracoloso, ma passeggero, cosiddetto del sistema del nord-est.
Tornando a Ferruccio. A Fiumicino si erano persi il suo borsone, fortuna aveva portato la valigetta come bagaglio a mano. E aveva controllato centinaia di volte in tasca di avere la pennetta contenente i suoi preziosi fogli elettronici e la presentazione in PowerPoint. Senza quella sarebbe stato un vero disastro. Per il resto intanto avrebbe potuto prendersi un ricambio da qualche parte. Senza nemmeno inserirlo nella nota spese. In albergo avrebbe riordinato le idee. Era contento che ci fosse anche Dalia. Avevano l’opportunità di incontrarsi solo in quelle occasioni. Lei era una presenza gradevole. Aveva una voce gradevole. L’intervento di una donna, soprattutto come lei, poteva distrarre, ma rendeva sempre queste cose più facili.
Bussò alla sua porta per salutarla e accordarsi sui tempi della presentazione. Le stanze erano simili, se non uguali. Più che confortevoli. Non si poteva lagnare. Si potevano permettere ancora di trattarsi bene. Mentre lei era sgusciata in bagno per truccarsi. Si affacciò alla finestra sorpreso notando come era rapidamente cambiato il tempo. Un sole, persino sfacciato, illuminava le case. Forse era la stagione, forse era Roma. Gli sembrò di buon auspicio. Dalia fece presto. Si sistemò in un attimo. In fondo non aveva bisogno di ricorrere a troppi… sotterfugi. Avevano giusto il tempo per un aperitivo.
Alla riunione tutto era filato abbastanza liscio. Uscendo Ferruccio si era reso conto che la presenza di Dalia era stata essenziale. Durante la sua presentazione sembravano tutti deconcentrati. Forse distratti dalle avversità metereologiche, che erano tornate a mettersi al pessimismo, con gocce che sembravano sassi. Poi, ancora una volta, il tempo s’era messo rapidamente al bello. E lei aveva governato l’attenzione commentando le diapositive della presentazione, che lui stesso aveva preparato, per la nuova strategia, che lui stesso aveva messo a punto. Alla fine erano tornati, ognuno nella propria stanza, per prepararsi prima di cena.
Era tonato a chiamarla per scendere assieme. Ferruccio cominciava a insospettirsi e a stizzirsi. Sembrava che il tempo facesse le bizze e si volesse accanire proprio con lui. Era uscito dalla porta che era tornato a piovere. Alla finestra di Dalia c’era nuovamente il sole. Non aveva ricordo di giornate che cambiavano così repentinamente. Erano in anticipo. Lui le propose due passi per Trastevere, e lei accettò ben volentieri. La precedette per non metterle fretta. Giunto alla hall nuovamente pioveva. Chiese per favore il prestito di un’ombrella al personale. Non voleva rinunciare a quella passeggiata. Quando Dalia lo raggiunse scoppiò a ridere nel vederlo con quell’arnese stretto in pugno come un’ancora di salvezza. Fuori era tornato il sole. La prese sottobraccio e uscì ugualmente munito del parapioggia per precauzione.
A cena c’erano proprio tutti. Loro avevano un tavolo per due. C’era una buona dose di allegria ai tavoli. E spesso qualcuno si alzava per raggiungerli e complimentarsi con loro. Lei civetta un po’ con questo e un po’ con quello, senza impegnarsi con nessuno. Riuscendo sempre alla fine a sottrarsi. Era una vera maestra nel trarsi d’impaccio. Anche davanti a certe osservazioni un poco sibilline. Nascondeva il sorriso dietro la mano e accennava divertita di aver colto il riferimento in modo spiritoso. Solo un paio di volte aveva mostrato un leggero imbarazzo e aveva affermato di essere già in compagnia. Ferruccio si sentì quasi in dovere di invitare Dalia in camera per il bicchiere della staffa.
Lei aveva rifiutato seccamente ma con grazia. Alla successiva domanda di Ferruccio aveva risposto dettagliatamente anche se sottovoce e con un sorriso di comprensione. Forse di compassione. Senza gesticolare per non richiamare altre curiosità: Perché tu ti sentiresti in dovere di corteggiarmi. Io ne sarei di certo lusingata. Sei una persona cortese e gentile. Anche carino. Dirtelo mi costa fatica, ma fra noi non potrebbe mai funzionare.
Non continuare a riempirmi di perché. Lo dovresti capire da solo. Io ci sono sempre stata e sempre ci sarò. Tu potresti essere una meteora come no. Ieri esaltato da tutti, domani anche, dopo questa splendida presentazione. Per un futuro meno prossimo potresti entrare nell’olimpo o trovarti a dover rimpiangere le scelte fatte. Questa, come sai, è una guerra aspra e dura dove solo i veri combattenti sopravvivono. Bisogna essere sempre un po’ puttane e un po’ criminali. Voglio dire semplicemente avere la zolletta di zucchero in una mano e la pistola nell’altra. Non so ancora se tu ne hai la scorza. Per me le cose andranno sempre bene perché ho l’ottimismo della ragione. Temo che tu subisca i ricatti della paura dell’errore e dei dubbi. In parole povere temo che questa tua non sia nemmeno, come potresti vedere, una primavera, ma solo una pausa dove la sfiga è sull’uscio ad aspettarti.
Come oggi tu suoni e io ballo. Solo che è come lo facessimo sulle note di canzoni diverse. I nostri sono mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai. Sono sistemi esclusivi che non possono convivere. Il mio è il mondo del sorriso. Il tuo quello dell’emicrania. Il mio è il mondo della passione. Il tuo quello del piccolo conto in tasca. Io semplicemente ce l’ho e tu no. Non ne verrebbe niente a nessuno. Comunque sei destinato a cadere, il tempo dirà se sarà un ruzzolone o un tonfo di ciclopiche dimensioni. Oggi c’ero io, domani chissà? Nelle mie giornate c’è sempre il sole. Per te ogni giorno la fine è solo rimandata. E io non voglio essere lì a guardarti in quel momento. Cerca di capirmi. Scusami.
Peccato, Dalia oltre ad essere un gran pezzo di gnocca era anche un cervello fine. La giornata non sarebbe terminata come aveva sperato. Lei era salita sull’ascensore e lui era tornato al bar in cerca di un compagno con cui bere. Fuori intanto aveva ricominciato a piovere.

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FSA/8d26000/8d262008d26229a.tifDavide e Sarah erano una coppia felice. Sposati da più di 20 lunghi anni. Quasi tutti anni buoni. Non si potevano lamentare. Nemmeno i soldi erano più un problema. Vivevano bene e la casa ormai era loro. Sarah era all’oscuro di tutto, ma Davide aveva un piccolo segreto.
Un fatto aveva lasciato a lui tracce indelebilmente nel loro idillio. Tredici anni prima il suo lavoro aveva avuto un momento di crisi. Non andava bene. Lui tornava stanco e amareggiato. Nervoso. Certo che lui aveva le sue colpe. E molte. Litigavano continuamente. Era sempre stato anche un po’ geloso. Lei aveva avuto allora una breve relazione con un altro. Insomma, aveva tradito. Erano stati tempi duri. Si sentiva esasperata. Era stata lì lì per lasciarlo. Poi lui aveva trovato quel nuovo lavoro. Tutto era tornato a filare liscio. Lei era tornata da lui dopo avergli confessato tutto. Quella storia era già finita. Gli aveva giurato che era stata l’unica volta.
Lui ne era rimasto naturalmente ferito. Forse più di quanto avrebbe voluto. Lei gli aveva chiesto mille volte scusa. Aveva fatto di tutto per farsi perdonare. Lui le credette e volle crederle. Lei gli aveva giurato che era stata solo una sbandata. Che c’era solo lui nella sua vita. Gli aveva esternato tutto il suo amore. Glielo dimostrava continuamente. Non gli negava più nulla. Nemmeno il più piccolo capriccio. Era sempre disponibile. Lo accontentava in tutto. Proprio in tutto. Ed era diventata, se possibile, una moglie ancora migliore. Teneva in ordine perfetto la casa, stirava come si deve ed era una cuoca eccezionale. Non avrebbe potuto vivere senza la sua Sarah. L’unica pecca era che doveva stare eternamente attento perché nessuno dei due voleva bambini.
Tutto andava per il meglio tra loro e con grande soddisfazione di entrambi, ma Davide continuava a nascondere quel suo piccolo segreto: da molte notti dormiva male e sognava peggio. Per quanto i suoi giorni fossero sereni, le sue notti erano affollate e angoscianti. Continuava a sognare che Sarah lo lasciava. Erano veri e propri incubi da cui si svegliava a volte all’improvviso, quand’era ancora buio, a volte in uno stato di panico o di enorme rabbia. A volte ne usciva anche tutto sudato. In una vera e propria ira. Allora era costretto a nascondersi e trattenersi in bagno finché non l’aveva sbollita.
Sogni che ogni volta erano uguali e diversi. In tutti però si ritrovava desolatamente solo, abbandonato. A volte dopo che lei gli aveva chiesto una pausa che sembrava non finire mai. Altre volte aveva proprio chiuso e non voleva nemmeno parlargli. A volte aveva il dubbio di averla scordata, dimenticata. A volte si dava la colpa di non averla più cercata. Di non fare abbastanza per riconquistarla. Gli amici glielo rinfacciavano. A volte era semplicemente tornata dal ragazzo che frequentava prima di lui. Nella maggior parte dei casi l’aveva abbandonato per quel ragazzo. Ma sempre il dramma era già avvenuto. Sempre soffriva ed era solo. C’erano mattine che arrivava già stanco prima di cominciare il lavoro.
Alla fine accettò la verità. Non poteva vivere con lei e, insieme, con quei sogni. Allo stesso modo non poteva rinunciare a lei. Quelle notti gli toglievano la pace. Non poteva certo fargliene una colpa. Il passato è passato. Quello lo era fin troppo. Era solo una storia vecchia. Che avrebbe dovuto aver dimenticato. Invece era tornata da mesi e da mesi lo perseguitava. Anche i tranquillanti che aveva cominciato a assumere dimostravano di non funzionare. Doveva trovare una soluzione e trovarla in fretta. Una via di uscita doveva pure esserci. E quel tradimento continuava a bruciargli dentro. Semplicemente continuava.
In un momento che lei era dal parrucchiere cominciò ad indagare tra le sue cose. Non si aspettava niente. Non c’era uno scopo preciso. Non sapeva perché. Pura curiosità. Lo doveva fare. Frugò tra le foto nel suo cassetto. In quasi tutte c’erano loro due. Poi una serie infinita di paesaggi. I posti in cui erano andati. Qualche scatto dalla sua infanzia. Qualche fototessera. Poi… Vide lei e il volto di uno sconosciuto. Li vide assieme tenersi per mano. La guardò con attenzione. Girò la foto che l’aveva convinto. C’era scritto dietro: Stefano con amore, e più sotto il posto e la data. Il periodo poteva essere quello. Era quello. Era lui. Ne era certo. Oltre ogni ragionevole dubbio. Era lui la carogna che l’aveva sedotta. Ma aveva solo quel nome. Era ancora troppo poco.
Non aveva ancora pensato a nulla, ma doveva assolutamente scoprire chi fosse quello Stefano. Alla fine, lo rintracciò non senza fatica. Il cognome l’aveva trovato in alcune mail sul portatile di Sarah. Mail che non dicevano nulla di compromettente. Probabilmente erano stati attenti. E avevano usato il cellulare. In quello non aveva trovato il modo di sbirciare. Ma certo avevano ormai cancellato i loro messaggi. Per il resto, cioè l’indirizzo, era andato a frugare di nascosto nell’archivio dell’anagrafe. Con l’informatica Davide ci sapeva fare.
S’inventò delle scuse per uscire di casa la sera. Cominciò a seguirlo. A spiarlo. L’impressione era che non fosse nemmeno il tipo. Gli pareva una persona elegante. Un po’ solitaria ma… come dire? strana. Non aveva ancora deciso cosa fare. Forse avrebbe potuto affrontarlo. Chiedergli spiegazioni. Ma a cosa poteva servire per una storia già finita. Intanto Sarah continuava a ignorare l’angoscia che lo pervadeva. Si sentiva sempre più stanco. Quella sera perse la testa. Scese dall’auto con una grossa e pesantissima pietra in mano e gli chiese l’ora. Come quello si chinò gentile, per leggere sul quadrante, lo colpì violentemente finché non restò morto sull’asfalto.
Improvvisamente si sentì liberato. Tornò a casa e tornò a fare sogni tranquilli. A svegliarsi pago e ben disposto e rilassato. Non c’era più nessuno tra lui e Sarah. Nessuno a cercare di portarla via da lui. Era una settimana che non facevano all’amore. Era uscito tutte quelle sere. Quel martedì lo fecero con molta passione. Si era finalmente buttato tutto dietro le spalle. C’era voluto un gesto così disperato. In fondo non era nemmeno stato tanto difficile come avrebbe pensato. Il giornale aveva parlato di una squallida rapina. Non aveva nemmeno nulla da temere. E comunque lei non doveva sapere nulla. E il portafoglio lo aveva gettato vuoto in un cassonetto distante.
Quel giorno avevano pagato l’ultima rata del mutuo. Anche quell’incubo era finalmente finito. Erano allegri e in vena di festeggiare. Lui aveva stappato una bottiglia di spumante. Forse ci avevano dato un po’ troppo dentro; entrambi. Si sentivano brilli e le risate scappavano da sole. Anche senza motivo. In quel momento Davide si sentì in vena di confidenze. Finalmente in grado di dirle tutto. Almeno tutto tranne quello che aveva fatto. Le confessò dei sogni e delle paure. Sarah rise e gli disse che era uno sciocco. Che gli aveva detto mille volte ch’era tutto finito. Gli assicurò che lei non lo avrebbe lasciato mai. E lui le confessò anche che sapeva chi fosse stato: Stefano.
Lei sgranò gli occhi e riprese a ridere. Lui non capiva. Quando le chiese spiegazioni per quella reazione gli spiegò che Stefano era solo un caro amico. Un amico da sempre. Che era anche gay. Stupefatto lui le mostrò la foto. Lei si sentì offesa che fosse andato a frugare tra le sue cose, ma durò solo un attimo. Lo perdonò subito: Non ti ricordi? Te l’avevo detto dove andavamo e chi era. Forse non l’ho mai chiamato per nome ma dovevi immaginarlo. No! non l’aveva immaginato e solo ora ricordava quella breve vacanza. Con quell’anonimo amico che lei aveva fin dalle elementari. Allora avrebbe voluto dirle di no, ma non aveva potuto. Cazzo! aveva sbagliato persona.
Sarah si confessò stavolta fino in fondo. Disse che era stata una stupida e quella volta si stava proprio innamorando. Aveva quasi perso la testa per quello. Lo apostrofò come: quel bel tomo. Al suo: Ma come? Sarah rispose che non avrebbe voluto ricordare, che non sapeva se fosse giusto che glielo dicesse, Ma ormai… era passato così tanto tempo. Se era tanto curioso e se poteva aiutarlo a dormire tranquillo quello, il bel misterioso fascinoso, il grandissimo stronzo tenebroso, altri non era che il suo caro amico Giorgio. Non serviva andare troppo lontano. Se ne sarebbe potuto accorgere da solo se in quei giorni fosse stato più presente con se stesso. Era lui che aveva profittato di quella loro crisi temporanea e della sua breve sbandata passeggera. Era sempre così amico e rispettoso, e intanto aveva atteso l’occasione come un avvoltoio.
Davide restò muto e interdetto. Giorgio era l’ultima persona di cui sarebbe stato capace di sospettare. E quello Stefano, poveretto, era stato solo una vittima del caso. Completamente incolpevole. Certo non poteva tornare indietro. Rimediare. Nemmeno lui… Non poteva restituirgli la vita. Ora però sapeva la verità. E la verità aveva ammazzato la festa. Non aveva più alcuna voglia di festeggiare. L’ultima risata gli si era strozzata in gola. Fanculo anche il mutuo e tutto. E fanculo anche a Giorgio. Aveva combinato un bel casino. E gli girava la testa. Ebbe un rigurgito. Si scusò all’improvviso e si ritirò.
Quando lei lo raggiunse era ancora troppo brilla anche per stuzzicarlo. Lui la sentì e finse di dormire, ma stava faticando a prendere sonno. Quella notte i sogni tornarono, e anche nelle notti seguenti. E come non bastassero quelli con lei protagonista crudele altri se ne aggiunsero. Sogni in cui uno Stefano sanguinante gli chiedeva ragione e giustizia. Che gli rimprovera la sua sbadataggine. Che continuava a dire che non sarebbe stato mai contento finché il vero colpevole continuava a farla franca. Davide non sapeva più che pesci pigliare. Ormai quello che aveva fatto era stato fatto. In quei giorni era arrivato fino al punto di pensare che la soluzione potesse essere confessare. Era una pazzia.
Tornò a convincersi che non poteva vivere con lei, meno ancora di prima, e con quei sogni. E che ugualmente non poteva rinunciare a lei. Non vedeva altre alternative. Giorgio si stava rovinando già da solo. Con le sue stesse mani. Era sempre stato un fallito. Cancellò quel nome dall’agenda. Lo avrebbe mandato sul lastrico. Andò in un’agenzia di viaggi. Comprò un biglietto aereo per le Mauritius. La firma della moglie la fece uguale. Lo regalò a Chiara assieme all’atto della casa, come nuda proprietà, mantenendo, naturalmente, l’usufrutto per sé e Sarah. Con la promessa che Chiara non sarebbe tornata prima della sua dipartita, che sperava lontana e indolore.
Chiara non era nulla, per lui, solo una. Lui aveva ormai capito che non gli restava nessun’altra possibilità che uccidere Sarah e continuare a vivere con lei accanto, magari in ghiacciaia, perché no? Tutto il mondo avrebbe continuato e credere che se ne fosse andata.

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tumblr_n8ho25ryaz1sm20ico1_1280Avevo dieci anni allora. Poco più; circa quattromila e spiccioli giorni. E una pistola di legno; con la molletta e i cartoncini. Me l’aveva fabbricata papà. È l’unica cosa di lui che mi rimane. Frequentavo ancora la quinta, perché l’anno prima non ero passato. Mamma se n’era andata e papà era diventato ancora più taciturno. A volte s’immusoniva e continuava a bere. Poi era arrivata la signora Marina, come donna a servizio, di cognome faceva Maccatrozzo. Io la chiamavo semplicemente signora o signora Marina. Allora ero solo un moccioso. Non mi sono mai chiesto come papà facesse a pagarla. Lei era gentile con me. Si era affezionata subito a quel tozzo di cacio che ero. Insomma, è stato un periodo breve ma felice. Lei faceva le pulizie ed era brava. Andava sempre a letto per ultima, dopo me e papà, per finire le faccende. Non dimenticava mai di rimboccarmi le coperte e darmi il bacio della buona notte. Forse mi voleva anche bene. Però non mi ha mai letto nulla.
Mi mancava ancora la mamma. Certo non bagnavo più già da un po’ il letto. Ero grande per quelle cose. Capitava, a volte, qualche notte, che mi prendesse timore per un temporale o qualche brutto sogno. Allora le chiedevo il permesso di farmi dormire con lei. Qualche volta non mi faceva proprio entrare. Mi diceva che in quel momento non poteva. Più spesso me ne dava il permesso e lasciava che mi accomodassi vicino a lei. Sollevava le coperte e io scivolavo sotto. Trovavo sempre un bel calduccio. Aveva una veste bianca di cotone, sempre linda e stirata; sembrava la stessa, sempre profumata. Ricordo ancora il suo odore. Ho sempre un poco tardato a prendere sonno.
Un giorno, cioè una notte, mi chiese se stessi dormendo. Le dissi di no. Mi domandò se avessi dei pensieri. Non so se i miei fossero veri pensieri, comunque le risposi di sì. Ridacchiò sotto le lenzuola. Mi chiese se per caso non stavo crescendo. Non ero certo che l’avesse chiesto a me o se se lo fosse chiesto da sola. Poco importa. Disse qualcosa sulla pazienza e sulla tolleranza. Quello che successe dopo fu che mi prese il mio cosettino in mano, sempre ridendo, in un bisbiglio quasi silenzioso. Non ne fui completamente sorpreso. Poi con le dita cominciò a giocarci. Non ne fui completamente sorpreso, semplicemente solo non potevo capire cosa stesse facendo, e cosa volesse fare? Lo avrei capito circa tre anni dopo, quasi quattro. E me lo avrebbe spiegato proprio lei. Allora quel pisellino restò molle e inerte; naturalmente. A pensarci devo ammettere che però la cosa mi piaceva.
Quella prima volta, dopo un po’ bisbigliò, non smettendo quel suo risolino divertito, qualcosa su quello che gli uomini vorrebbero e quello che possono. Poi decise, delusa e rassegnata, che ero troppo bambino. Divertita affettuosamente mi bisbigliò: Stupido moccioso. Mi diede un bacino. Mi ordinò di dormire, abbracciandomi e lasciandomi posare il capo sul suo morbido e abbondante seno. Lì avrei trovato sempre la mia serenità. Da quella sera la cosa si sarebbe ripetuta per molte notti. Ogni volta uguale; per ogni notte passata con lei, prima che trovassi di acchiappare il sonno. E con gli stessi risultati; nonostante il suo testardo affaccendarsi. Quello era un segreto. Tra noi. Non lo confidai mai ad anima viva. Lei stessa allora mi spiegò che col tempo avrei capito. Quando sarei diventato un bel giovanotto. Ricordi lontani che tendono a farsi sempre più vaghi.
Poi un giorno papà mi annunciò che da quel momento potevo chiamarla mamma Marina. Non si sposarono mai. Papà non divorziò mai. Da quel momento non mi infilai mai più nel letto di quella che era diventata mamma Marina. Avevamo da poco cambiato casa. Eravamo passati in una più piccola. Avevamo anche cambiato paese. Inseguendo quel fantastico posto sognato dove papà potesse trovare lavoro. La notte non temevo più così tanto il buio, e ai temporali mi tappavo le orecchie. Ed ero cresciuto quel tanto da capire che mi avrebbe detto sempre che in quel momento non poteva. Lo capii da solo, perché nel letto, in quello che era stato il mio posto, c’era papà. Non nascondo che lo invidiavo e che provai a spiarli un paio di volte. A origliare dietro quella porta chiusa.
Il tempo passò. Già! Il tempo non aspetta mai. Un brutto giorno mi prese da parte per confessarmi che se ne sarebbe andata anche lei. Le chiesi se non mi amava più. Mi domandò perché dicessi così. Le ricordai che non mi aveva più invitato nel suo letto. Si spiegò col fatto che ero stato io che non avevo più bussato al suo uscio. Perciò credeva di avermi deluso e non piacermi più. Le chiarii che lo sapevo che ci avrei trovato papà. Rise. Mi rammentò che lui spesso, troppo spesso, era ad affogare la sua tristezza nell’osteria. Mi confessò che sarei stato sempre il suo piccolino; il suo bambino. Poi si slacciò la veste e con la mano mi strofinò il viso, ridendo, nelle sue abbondanti e morbide tette. Fu l’unica volta che la vidi. Si divertì così per un po’. Beffandosi di me. Mi chiamò piccolo e sciocco. Io ero cresciuto. Non ero più tanto piccolo. Mi slacciò e, sogghignando, cominciò. come allora, a giocare con me, col mio coso. Si accorse lei stessa, con molta soddisfazione, di quanto fossi cresciuto. Si divertì un bel po’ prima che tornasse mio padre. Con l’orecchio teso alla porta. Con soddisfazione di entrambi. Quella, potrei dire che, fu la mia prima volta. Imparai da lei. In seguito non l’avrei rivista più.
Un mattino triste anche papà se ne andò. Stavolta non era uscito dalla porta. Era rimasto in quel letto vuoto. Mi hanno detto che è stato un male improvviso. Non ci ho mai creduto. Ma nemmeno sono mai stato così curioso da cercare la vera verità. In fondo era tardi per qualsiasi cosa. Dovevo fare la valigia e mettermi in viaggio ancora per cercare un lavoro. Rassegnarmi ad abbandonare quella città e gli studi. Non sono più certo quelli a dare all’uomo da mangiare. Chissà se l’hanno mai fatto. Chissà? forse non lo faranno mai. Andai a salutare Crucifissa, la mia ragazza, costretto a malincuore a quel doloroso addio. Lei non avrebbe voluto, ma se lo aspettava. Eppure era disperata. Sono anni che tutti sono costretti a vivere con la valigia pronta. A sperare di campare.
Eravamo sull’altalena del suo giardino. Quella cigolava piano, al nostro più piccolo movimento, come se piangesse. Mi confidò che avrebbe voluto salutarmi per bene: come due veri fidanzati. La baciai e, per la prima volta, lasciò che la toccassi. Io provavo piacere e vergona ed eccitazione. Non ho mai saputo cosa stesse provando lei, in quel momento. Non avevo il tempo di pensare a cosa volesse e cosa poteva succedere. Poi si chinò e mi prese in bocca, lasciandomi esterrefatto. Mi disse che sperava che mi sarei ricordato sempre di lei. Del suo grande sacrificio. Mi tenne un po’ per mano e mi invitò a pensarla dandomi la sua buona-fortuna. Non ho rivisto più nemmeno lei.
Questi sono tempi in cui ci si incontra frettolosamente e ci si perde rapidamente. Oggi ho trovato un posto in una cartiera e ho un monolocale in affitto e una donna tutta per me. In due riusciamo a cavarcela. Lei fa le pulizie. Spesso ci amiamo con rabbia. Non so quanto durerà ma spero per un po’ di poter essere tranquillo. La strada resta là, pronta, fuori della porta. Alceste mi ha scritto dall’Argentina. C’è sempre chi sta peggio di noi.

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La bruttinaSi occupa delle pratiche in sospeso. È arrivata da un paio di mesi. Ci incontriamo raramente per il corridoio. Se non sbaglio nemmeno un caffè. Mai in garage. Non ho sentito grandi giudizi nei suoi confronti, ma nemmeno significative critiche. Neanche pettegolezzi. Non passa inosservata, ma nemmeno la si nota troppo. Fa il suo lavoro e non si lascia distrarre. Non è bella. So a stento il suo nome. Cerco di ricordarlo ora. Potrei leggerlo sul cartellino. Preferisco di no.
Il sabato finiamo alle due. Ho un po’ di appetito. Un languorino leggero. Succede, qualche volta, che non abbia né la voglia né la pazienza di aspettare di arrivare a casa. Là non mi aspetta nessuno. Allora mi faccio portare su un panino dal negozio all’angolo. Una birra. Poi vado tranquillo a consumarlo al parco. In mezzo al verde. Comodo; su una panchina. Soprattutto quando sospetto che poi mi può venire lo sfizio di evadere un po’ di arretrati. Come oggi. Sono un tipo abitudinario. Sedentario. Non mi piacciono le sorprese.
Ci incontriamo davanti all’ascensore. Mentre scendiamo mi chiede come va. Mi augura buon fine settimana. Si informa come ho intenzione di passarlo. Sono solo. Si sorprende. Dice che le dispiace. Si scusa. Mi dice, con quella che mi sembra amarezza, che anche lei… Mi chiede se vado proprio diritto a casa. La strada che debbo fare. Prima che possa risponderle. Poi nota il panino. Mi sento quasi costretto a confessarle i miei piani a breve termine. Mi dice che pensava proprio di fare lo stesso. Se si può accompagnare. Se non disturba. Che glielo dica pure. Non so come dirle di no. Aspetto che ne prenda uno anche lei, di panino. Se lo fa preparare al prosciutto con tanta maionese.
Al parco mangiamo in silenzio. Non amo tanto parlare. Praticamente non posso dire di conoscerla. Non saprei che dire. Poi lei pian piano prende confidenza e si sbottona. Mi racconta di sé. Della sua famiglia. Delle aspettative nel lavoro. Dice che ci mette tutto il suo impegno. Mi chiede se sono soddisfatto. È contenta perché è stata accettata subito e bene. Poi il cinguettare dei passerotti sovrasta la sua voce. Uno viene a becchettare le briciole vicino, tra le nostre scarpe. Uno più ardito. In verità ho smesso di ascoltarla. La sua voce mi invita all’assopimento.
Improvvisamente il paesaggio cambia e perde colore. Velocemente si sta svuotando. Le mamme cominciano a richiamare i bambini. La gente prende ad andarsene. Lei alza gli occhi al cielo. È diventato tutto grigio. Mi controlla per un po’ e infine decide di proporlo. Stavo scordando di dire che nel frattempo si è presa la confidenza di passare al tu. “Cosa mi dici del tempo. Forse faremmo meglio a rincasare. Credi che lo possiamo fare? Se ci sbrighiamo evitiamo di prenderla. Possiamo andare da me. Luciano è via. Ci facciamo qualcosa per mangiare. Magari poi guardiamo un po’ di tele. Se vuoi possiamo anche… scopare. Cosa dici? Ti va”?
La guardo: la bellezza in fondo non è tutto. Quel Luciano dev’essere il suo ragazzo. Non so se ho sentito proprio tutto bene. L’ha detto con talmente tanto candore, ma di fretta, da farlo sembrare la cosa più naturale del mondo. Forse lo è. Solo che per me è insolito trovarlo tra le labbra di una donna. È inaspettato. Non so se ho sentito proprio bene. Solitamente me lo fanno capire, ma si aspettano da me almeno la prima mossa. Mi lasciano fare. Non è propriamente bella. Mi alletta poco bagnarmi di pioggia. Tanto vale… Mi sembra una proposta ragionevole… e alettante. Per quanto incredibile. Perché no? Non ho niente di meglio. Niente da perdere. Male che vada aspetto che il tempo si rimetta.
Dobbiamo prendere la mia macchina. Lei viene con i mezzi pubblici. Facciamo il viaggio senza che lei aggiunga niente. Sembra pensare. Sembra riflettere. Sembra dubbiosa. Sembra pentita. Sembra distratta. È una sconosciuta. Non glielo chiedo. Per me non è importante saperlo. Accendo la radio. Per fortuna non abita distante. In un appartamento piccolo ma ordinato. La risparmiamo per poco. Appena dentro scoppia un vero nubifragio. La guardiamo scendere dietro le finestre. Per un lungo attimo la restiamo ad ammirare. Rinuncio di passarle il braccio dietro le spalle. Non so cosa si aspetta. Come mi dovrei comportare. Guardiamo le persone per le strade bagnarsi correndo frettolose. Le auto alzare scie di schizzi.
Poi mi ritrovo in quella cucina sconosciuta. In piedi. Imbarazzato. Senza parole. Vedo che vorrebbe mettermi a mio agio. Che anche lei non sa come fare. Da dove iniziare. Ha perso il filo. Probabilmente anche quella schiettezza e sicurezza. Non è mai facile per nessuno. Sta scomoda dentro i suoi panni. Mi indica qual è la porta del bagno. Se mai dovesse servirmi. Mi invita a sedermi. Mi spiega che sono in affitto da poco. Che non hanno ancora preso tutti i mobili. Che ha dovuto aspettare di finire gli studi. E poi anche aspettare per il lavoro. Che il quartiere non è poi male come dicono. E che è anche abbastanza silenzioso. Dice tutto tornando a rivolgersi a me con un formale lei. Poi, dopo una breve pausa, torna al tu: “Sono contenta che hai accettato di venire. Vuoi che intanto preparo un caffè? Hai già appetito? Non ti ho mica costretto, vero”?
La guardo e le sorrido. Decido di essere onesto. Forse più che onesto galante: “A due tette come le tue non si può dire di no”.
Sospetto aspettasse solo questo. Scopro che lei è una che le cose le capisce facile. Al volo. Non se le fa ripetere. Non la conosco ancora fino a questo punto. È tutta una novità. Ma intuisco subito che è così. Non ho dubbi. Ne sono certo. Ha capito. Ma come tutte è golosa di sentirselo chiedere e dire e magari anche ripetere: “Dovrei offendermi? Andarne fiera? Cosa stavi pensando”?
Alla tua proposta”.
Quale? –sorride maliziosa; certo che lo sa– Da dove vuoi cominciare”?
Io proporrei di iniziare dalla fine”.
Dimmelo”!
Vorrei scopare”.
Ecco la donna che è il lei: “Cosa”?
Vorrei scoparti”.
Lei scoppia a ridere. Non siamo venuti forse per quello? Lascia stare tutte le altre cose per stare solo con me. Si toglie il golf dalle spalle. “Forse è meglio che andiamo di là”. Mi fa strada, scodinzolando nei jeans. Tutta civetta. E come tutte finge di parlare d’altro. Ma come poche riesce a non farlo. Ad essere onesta con me e con se stessa. E sono fondamentali anche le pause. Quelle pause ancora più malandrine e impudenti del tono sudante della sua voce ammiccante: “Avevo una cosa da… farti vedere. Volevo proprio… proprio… mostrartela”.
Fanculo il caffè. A proposito… ha proprio un gran culo. Non le manca niente. Forse un pizzico di riservatezza. Non è necessaria. Così non guasta. La cena può anche aspettare. Per la televisione possiamo guardarla anche dopo. Se ci passa la voglia. Tanto fanno sempre le stesse cose. Se ne abbiamo voglia. Vuoi sapere cosa sto pensando? Cara Agata, ho tutto il tempo che vuoi.

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article-2225093-15c07f25000005dc-590_634x903Tutto è cominciato con quella foto ricordo. Anzi quelle maledette foto. È stato lui a fare il primo scatto. Anzi i primi scatti. Poi mio marito, il solito cretino, dice che vuole farla a noi. Che senso ha? Va dietro alla macchina. Nemmeno la conosce. Chiede aiuto. Guarda nell’obiettivo. Dice: “Sono pronto”. Dice: “Fate un sorriso”. Ci mettiamo in posa. Ne approfitta subito, impertinente. Mi passa la mano dietro la schiena. Per farlo mi sfiora con disinvolta attenzione le chiappe.
Io… cosa potevo dire? Nemmeno ci avrei fatto caso. È sempre stato come se non ce l’avessi, io, quel culo. Certo che qualche apprezzamento … Non dico nemmeno che mi dispiaccia. Ma una donna… Si guarda in faccia. Si guarda allo specchio. Insomma… sono come sono. Tu mi conosci. Un po’ vanitosa; come tutte. Ma non ho gli occhi dietro. Non me lo dire. Forse… Anche senza tanti forse. E senza preamboli. Certo, me la sarei dovuto aspettare. Perché lui una mano al culo non la nega a nessuna. È fatto così. L’hai conosciuto anche tu. Ma… con mio marito là. Lo stupido. Sono anche amici. Bell’amico. E che cavolo. Col rischio che mi debba vergognare per tuta la vita. Mi è rimasta nel gozzo.
Lo guardo. Fa cenno a Claudio. Mi lascio ad un sorriso. A denti stretti. Interpreto perfettamente la parte di quella che non sa cosa succede. Di quella che ha il cervello da un’altra parte. E la coda a casa. E mio marito, sempre lui, a darci le indicazioni: “Più vicini”. Un vero idiota. Mi avvicino a lui. Mi fa anche un po’ di tenerezza. Ma molta rabbia. Gli sussurro se hai bisogno di questi mezzucci. Mi sussurra che ho un gran bel culo. Piacere farà anche piacere, sentirselo dire, non così, non in un momento simile. In effetti… chissà? Forse. Per quello che so mi fa un po’ di essere un tantino ossuto. Claudio scatta le foto. Il posto non è un granché bello, anche se nelle foto non si vede. Gli scatti non serviranno a ricordarlo. Troppo primi piani. È il parcheggio del ristorante. Avevamo appena pranzato. Avevo ancora l’amatriciana sullo stomaco. Forse si vede un po’ di pancetta.
È vero che avevo quel vestitino che è un amore. Che mi piace tanto. Lo sai. Lo vedi. È una tutina, arancio. Cos’ha che non va? È solo un po’ corta. Cioè mi lascia le gambe scoperte. Forse mi disegna un poco. Ma ero tutta accollata. Col caldo di quei giorni. Non credo sia stato per quello. Insomma… Una non più pensare… Mi sembrava potesse andare. E poi, insomma, una non può mettersi sempre un abito antiscippo. Per un boccone tra noi. Non so come mi vengono queste idee. Nemmeno so come è fatto. E il fotografo disgraziato sembrava farlo apposta. Troppi sorrisi fin troppo consigliati. Poteva starsene almeno zitto. Non avevo certo voglia di sorridere. Ma lo dovevo fare. Non volevo uno scandalo lì davanti. E io così imbarazzata. Poteva arrivare qualcuno. Trovarci a non essere soli. Altri che venivano a prendere la macchina. Per farsi una sigaretta. Per il caldo. Che ne so? Troppe mani troppo curiose. Non ci resta che avviarci verso casa.
Io non sono abituata a dare confidenza. A nessuno. Nemmeno agli estranei. Tanto meno a un amico. A quell’amico. È stata una liberazione. Voglio dire… Quando siamo saliti in macchina. Non dico che non mi sia sentita lusingata. Forse un pochino. Forse… Se non fossimo stati là. In quella situazione. E davanti all’occhio di mio marito, e della macchina fotografica. Forse poteva essere diverso. Non dico che ci sarei stata. Questo no. Ma gli avrei detto io quello che si meritava. E gliel’avrei tolta, quella mano, stupita, stronza e sfrontata. Cosa? il linguaggio? ma ho ancora un diavolo per capello. Per farla breve torniamo a casa. Claudio si accomoda dietro; comodo. Guida lui. Gli sussurro all’orecchio: “Soddisfatto”? Mi risponde, che debbo leggergli la risposta sulle labbra: “Mi sono dovuto accontentare”. Gli sibilo: “Sei una merda”! E tutto spero finisca lì.
A quale donna non è mai successo. Magari per strada. Salendo in autobus. Che ne so? Un idiota lo trovi sempre. Anche in ufficio. Quelli trovano sempre l’occasione. Perché sono idioti e perché la cercano. Invece non è finito un bel niente. A sera stiamo per metterci a cena. Claudio ha fretta perché c’è la partita. Giuro, non ci pensavo più. Io sono una buona di carattere. Avevo scordato tutto. Non sono cose da portarsi dietro tutta la vita. Succedono e poi ti scivolano dietro, cioè addosso. Qual è quella… Sembrava preoccupato solo per quei tipi che in mutande corrono dietro a quella stronza di palla. Non me ne sarei ricordata se non mi avesse affrontata: “Guarda che ho visto”.
Proprio non mi passava più per la testa: “Cosa avresti visto”?
Che ti toccava”.
Penso che è una cosa stupida. Che Vittorio è stato uno stupido. Lui. Con me. E penso che sarà mai? Si è preso una libertà che non doveva. Che non gli ho dato. L’ultima cosa che penso e di dovermi anche scusare: per il suo amico. Ma poi… non è che una palpatina. Quasi nemmeno quella. Non so che gli abbia preso. Non sono stata certo io a provocare. Inutile farne un dramma. Non sarà quello… È stato villano e imprudente. Certo. Cosa dovevo fare? Uno scandalo?
Solo che Claudio è sempre stato così geloso: “Sei tu che sei toccato. Il solito. Spiritoso. Se fosse? È un amico. Mica un estraneo. Lui almeno apprezza. Sei tu che nemmeno mi guardi. Sei un cafone. Sempre il solito. Lì a pensare quello che non c’è. È amico tuo. Mi ha messo una mano sul fianco. E glielo hai dato tu il permesso. Anzi, l’hai invitato a farlo. Se era per me… Non so dove trovi tutta quella malizia”.
Mi ha chiesto subito scusa. Sai che io so come raccontarle. Comunque non ne avevo la minima colpa. E non c’era stato niente. Solo quello. Non che ci sia rimpianto. Lo senti anche dalla mia voce. Solo rabbia. E Claudio me l’aveva fatta tornare. Non ne avessimo parlato era tutto bell’è che finito: “Ecco. Ora sì che sei ragionevole. Come hai potuto pensare che io possa dare tanta confidenza proprio a lui”.
No! non è finita, ancora. È l’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Almeno credo. Mi suona il cellulare. Vado in cucina. Quando lo sento al telefono gli dico subito che è un cafone. Gli spiego che Claudio ha avuto dei sospetti. Che ci ha visti, ma che son riuscita a raccontargliela. Intanto lui ride. E che non è il modo di comportarsi. Che non me lo sarei mai aspettata da lui; da un amico. Non si scusa. Dice solo che non ci aveva mai fatto caso. Che non ha saputo resistere. Lo conosco anche troppo bene. Dovrei sentirmene offesa. Un poco lo sono. Non riesco a essere del tutto adirata. Mi era già passata.
Gli domando un paio di cose. Le prime che mi vengono in testa. Ormai siamo al telefono. Tanto vale… Sono una stupida. Sai come sono fatta. Non riuscirei a dormire senza chiederglielo. Con quel dubbio: “Cosa ti è sembrato”?
Lo sento ridere, il coglione: “Dovrei controllare ancora. Troppa fretta. Direi non male. Proprio non male. Direi che… Grazia, hai proprio un gran bel culo”.
Questo lo sapevo, ma non è male sentirselo dire. Il cretino ormai ha dimenticato ogni galanteria. Non ha mai una parola gentile. Sembra nemmeno accorgersi di me. Come fossi diventata invisibile. Una cosa dell’arredamento. Poi però protesta se qualcuno mi guarda. Se si azzarda a dire quello che dovrebbe uscire dalla sua bocca. Se cerca di fare quello che dovrebbe fare lui e che non fa più. Temo che Vittorio mi abbia capita: “Dì la verità. T’è piaciuto”?
Sono stanca. Non ho voglia di restare al telefono. Non ci penso e glielo dico. Anzi non so se l’ha proposto lui oppure io: “Che ne dici se torniamo domani e finiamo il servizio? Però senza il marito”.
Torno in salotto e non ci penso più. Devo essere onesta: la cosa mi ha un po’ stuzzicata. Non so se le foto o la telefonata. Insomma… Sono eccitata. Mi sbottono e ma la sfilo, la tutina. Lì, sul divano. Sotto ho quasi solo tutta Grazia. Tutta questa Grazia di Dio. Tu non ci crederesti. Claudio non stacca gli occhi dallo schermo. Ma ci credi? L’avrei ammazzato. Con le mie stesse mani. Seduta stante. Non l’ho fatto. Naturalmente. Per farla breve ho dovuto aspettare che l’arbitro fischiasse. Con il rischio che volesse vedere anche i risultati delle altre partite. Anche la mia pazienza ha un limite. Poi… a te lo posso anche confidare. E poi è mio marito. Cazzo! Me lo sono trascinata a letto. Dopo che gli avevo dato un primo assaggino sul divano. Ed è stato una favola.
Non essere stupida. Non pensavo a Vittorio. Pensavo solo a noi due. Pensavo solo… Ne avevo solo voglia. Non me ne vergogno affatto. E ho passato una notte tranquilla. Insomma… Quelle poche ore. Cosa dici? Sì, ormai… Ti racconto anche il resto. Certo. Tu non lo conosci il vero Vittorio. Il mattino dopo mi ero già scordata di tutto. Ma lui no. C’è stato bisogno me lo ricordasse Vittorio. Lo sai come sono fatta. Io sono una di parola. Ormai lo avevo promesso. E lui s’era preso un permesso. Il fannullone. Lo screanzato. È sempre stato troppo sicuro di sé.
Per fartela breve… Siamo tornati allo stesso posto. Ma se n’è ricordato quando siamo stati lì. Se ne era del tutto dimenticato. E non aveva nemmeno l’autoscatto. Ha dovuto chiedere la cortesia a uno seduto ad un altro tavolo. Ad un perfetto sconosciuto. Gli ha raccontato la favola che eravamo marito e moglie. Non so se gli ha creduto. E che dovevamo fare uno scherzo. Insomma… quello è stato gentile. E Vittorio gli ha messo quella maledetta macchina fotografica in mano. Il risultato si può anche vedere, ma non ditelo in giro.
Mi chiedi E dopo? Cosa vai a pensare? Non sono mica una di quelle. Dopo niente. Vittorio è tutto solo lì. È solo quella mano. Gli basta farsi bello. Si accontenta di toccare. Quel grandissimo figlio di buona donna. Anzi proprio di puttana. Avevamo tutto il pomeriggio davanti. Ma io non glielo avrei lasciato fare. Non c’è stato nessun dopo. Mi ha accompagnata a casa e mi ha lasciata davanti alla porta. Sono ancora tutta indignata. Quello che m’incazza ancor di più è che Claudio non si accorgerebbe di nulla nemmeno se lo facessi sotto il suo naso.

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