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Archive for marzo 2011

Forse non ci sono canzoni belle e canzoni brutte. Certo ci sono canzoni per tutti. E canzoni per ogni momento. Si stava lavorando. Meglio, si stava seguendo i lavori. Un po’ prigionieri del sogno e un po’ rapiti dallo stesso. Il tempo era buono. Il mare bello ma freddo. Palmarola davanti a noi. E noi , senza i bambini sperduti, nell’isola che non c’è. Intanto la musica andava. C’è molta musica nelle nostre giornate; nella nostra vita, ma mai abbastanza. Cosa saremmo senza? Certo diversi. Noi ragazzi del 68. Nati assieme al vinile. In quel momento mandarono una canzone di Samuele Bersani. Non questa. Lei non lo aveva mai sentito. Come il cantautore successivo. Dov’eri? Le ho promesso che avrei postato per Lei alcune cose carine. Se la memoria non mi tradisce cerco di mantenere le promesse. Ed eccoci qua. Con un andamento leggero, accattivante, e una storia tutt’altro. In fondo questo spazio sta assomigliando sempre più ad un dialogo. Se la ascoltiamo assieme non è più tanto privato. E l’isola prende il volo. Sembra una nave. Le vele tese e spinte da una brezza.
Samuele Bersani (Chicco e Spillo) con Emergency – Il mondo che vogliamo

Chicco ha una cicatrice sulla faccia
sta con suo fratello che si fa chiamare Spillo
e sanno già sparare come dei cowboy
Chicco prova al sole di scaldarsi l cucchiaino
Spillo sta rubando un altro motorino
il maresciallo guarda l’Italia dentro un bar
Vecchi materassi, copertoni, lavandini, cessi rotti
cazzi disegnati sul palazzo del cornuto
gli africani alla stazione, l’avvocato del barbiere
ancora un altro film di Alberto Sordi alla televisione
Chicco è a casa con la faccia sulla radio
che trasmette la rubrica dei consigli
e lui vorrebbe chiedere come si fa
a fare una rapina in una banca
e a scappare senza che si slaccino le scarpe
e andare dove non c’è mai nessuno che ti sputa contro
e ti vuol mettere nei guai
Tubi di cemento, scatoloni, pannolini
sacchi d’immondizia messi come pali dai bambini
l’ambulanza della Croce Rossa, c’è qualcuno che sta male
il prete prepara la chiesa per il funerale
Spillo ha chiuso la felicità in un fazzoletto
ma si è seccata in un secondo benedetto
“Pronto chi parla?”
“Sono Chicco, vieni qua, che questa volta è proprio quella buona,
basta un cacciavite per entrare in paradiso…”
“Un cacciavite?!? Aspettami, che arrivo…
prendo il motorino e in un minuto sono lì”
“Ma ti rendi conto quanti sono questi soldi
e come è stato facile rubarli?
Finalmente ci possiamo comperare quello che ci pare,
spiegami perché non parli…”
“Lascia stare, sta un po’ zitto, non ho voglia di parlare,
manca poco, abbiam finito e andiamo via…
Scappa, presto non fermarti, corri – cazzo – non voltarti
la sirena è quella della polizia…”
Chicco e Spillo saltano come due gatti sulla sella
e schizzano tuttamanetta
“Figli di puttana! Non ci prenderete mai!”
“Guarda che casino, guarda dove vai a finire, ho anche freddo
e ho paura di morire: STAI ATTENTO! STAI ATTENTO!
FRENA! CIAO!

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La solita frase: “Pareva tanto un brav’uomo ma”… Con quel ma lasciato sospeso per far sospettare altro. Poi una processione di volti che sono i volti delle nostre periferie. In qualche modo uguali. E poi, con pazienza, l’altro usciva tra silenzi imbarazzati e omissioni. Ed era un altro fatto di frammenti. Frammenti che assieme andavano a completare un disegno complesso. Una vera e propria storia. Ne ho fin troppo di queste storie. E’ sempre così. Ci sono volte che le cose le sai già prima. E’ sempre così. Non potevo comunque esimermi di fare i soliti rilievi e quel minimo di indagine. Eppure tutte quelle carte mi sembravano inutili. In fondo era già successo. Naturalmente siamo stati chiamati dalla solita vicina di casa: «Come botti di carnevale». Come si potessero sentire, tra tanto fracasso, mica lo so. E i vicini a curiosare. Abbiamo dovuto sfondare la porta in un frastuono irreale. E lui era là, senza badare a noi né a quello che gli succedeva intorno, sprofondato nella poltrona, ciabatte ai piedi, cicca che aveva finito di consumarsi nelle labbra, la cenere caduta sulla canottiera; lì con la tele accesa.
Era un marito fedele e premuroso, gran lavoratore, tollerante, anche troppo, ma”… La moglie mostrava meno dei suoi quasi quarant’anni ed era ancora piacente, molto; almeno così appariva, per quel poco. Difficile essere certi o più precisi. Non si è mai così attenti davanti ad una scena simile, sfuggono certi dettagli che non servono strettamente al nostro lavoro, ovvero si guarda tutto con quel distacco che ci regala l’abitudine. Bionda; certamente non naturale. L’avevamo trovata in sottoveste, e senza calze, cioè a gambe nude. Si raccontavano talmente tante storie su di lei che si sarebbe potuto farne un libro, e anche voluminoso. Comunque tutti confermavano la bellezza della donna anche se con toni diversi. Gli uomini ne parlavano per via della sua prosperosità o di quel qualcosa o della sua gentilezza e lo facevano tutti con entusiasmo. Le donne… ne parlavano meno volentieri. Alcune la trovavano un po’ volgare, altre un po’ sopra le righe, altre ancora leggermente altezzosa, un po’, ma solo un po’, sovrappeso, troppo truccata, fino a dirla sfrontata e via di questo passo. La critica maggiore però era che il povero marito fin troppo spesso era costretto a farsi da sé da mangiare. E che lei passava più tempo dal parrucchiere che a casa. Tutto il resto veniva più che altro suggerito. Con quel “mi capisce, commissario?” … tipico di quelle donnette. Mi sono stancato a ripetere che non sono commissario e che non stiamo in un film.
Si conoscevano da una vita ed erano come fratelli, avrebbe dato la vista per quell’amico, ma”… Il suo migliore amico aveva una concessionaria di auto. Mingherlino e, si sarebbe detto, non molto alto. Avevano fatto le scuole assieme e assieme avevano militato nella locale squadra dilettantistica di calcio. Solo il militare era riuscito a separarli per un poco. Lui aveva fatto il servizio civile. Gli aveva fatto anche da testimone alle nozze, e di battesimo della piccola. La coppia aveva solo quella figlia. In quell’attimo aveva i pantaloni allacciati approssimativamente ed era a torso nudo. A quanto venimmo a sapere la relazione durava da alcuni mesi, sotto gli occhi del marito che pareva non farci caso. «Non che fosse contento, quello no. Forse solo rassegnato». Così mi era stato riferito da tale Caterino Ognisanti al bar da Guido. Niente di più preciso. A dire il vero non era nemmeno il primo e la donna da molto aveva preso a portarseli a casa, quegli amici per così dire intimi. Persino il parroco alzava gli occhi al cielo se si accennava a quella moglie: Una famiglia distrutta. Ma si sa come sono i parroci: dove entra il peccato lì finisce la vita. E don Albino è un vero e proprio terrorista. Le sue pecorelle si toccano al solo vederlo.
Era un padre affettuoso, anche troppo buono, ma”… La ragazza era senz’altro carina, molto carina. Non gli somigliava affatto. Mostrava molto più dei suoi quasi quindici anni. Era una donna fatta. Però non aveva molta testa. Aveva lasciato presto gli studi. Non pareva avere nemmeno molta voglia di lavorare. La si vedeva tutto il giorno in giro per i bar frequentati dai giovani, e sempre in compagnia. Sì! sembrava non possedere nemmeno molta… come dire? moralità. Era parlata e lei sembrava non farci caso; alzava le spalle. Con pazienza si vengono a sapere parecchie cose. E il chiacchiericcio sospettava che fosse rimasta, come il medico aveva poi confermato: la giovane era incinta. Capelli lunghi e top cortissimo. E non indossava in quel momento le mutandine; se ne avvide per primo l’appuntato Rotella. In compenso portava una quarta piena di reggiseno. Eppure nel nostro mestiere non dovremmo dare molto peso alle voci. Baratella, che dice di averla conosciuta, dice che sì non parlava molto ma non c’era molto da dire con lei. Diversamente dal resto la testa sembrava rimasta ai sei anni. Poi sembrò ripensarci e quasi voler ritirare quello che ormai aveva detto come gli fosse sfuggito di bocca.
Nemmeno ai giornali interessano più storie come questa. La miseria resta appiccicata ai posti in maniera ereditaria. Tutto era chiaro fin dall’inizio. Avrei potuto risparmiare a me e a de Martinis e a tutti tanto lavoro. Il fucile, un browning da caccia modello phoenix, era appoggiato al pavimento ancora caldo. Vicino la bottiglia di birra vuota. Un posacenere pieno fino a scoppiare. Una busta di affettato scaduto. Lui era sulla poltrona davanti alla televisione accesa, il volume altissimo. Girava continuamente i canali e variava il volume, in modo ossessivo e maniacale. La barba mal rasata. E una cicatrice sottile lungo il viso come una sorta di sorriso. Più che altro un ghigno. Gli occhi fissi sullo schermo con fare schizofrenico. Due grandi e rossi occhi che parevano sul punto di schizzare come tappi di spumante tepido una volta tolta la gabbietta. Era irrealizzabile parlargli ed era stato difficile strascinarlo via e impossibile distoglierlo da quello stato.
L’appartamento era in disordine. Tutto aveva un aspetto vecchio, trasandato, di cose prese in economia. La nostra è gente che trasforma anche il centesimo in risparmio. Strideva solo l’enorme schermo panoramico e stereofonico. La scena che si presentava inizialmente era raccapricciante. Il frigo tremava ma nessuno poteva ascoltarlo. Sul gas c’era un fuoco acceso. Al momento dell’irruzione i tre corpi giacevano immersi in enormi pozze di sangue. L’altro, l’amico, ci dava le spalle; il volto non si vedeva. Era stato colpito alla schiena. Come stesse scappando, verso la camera. E’ probabile che avesse cercato proprio di mettersi in salvo. Gli altri due corpi avevano il braccio teso allo stesso modo verso l’uomo, l’indiziato. La ragazza era stata colpita al ventre; la madre in pieno volto. Con la mano sinistra la donna sembrava avesse cercato di proteggersi la faccia, inutilmente. Lei, la faccia, non ce l’aveva più. Il sospettato continuava a ripetere morbosamente: “E’ mio, è mio, è mio!” stringendo il telecomando energicamente con entrambe le mani.

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Non so se dietro le nubi robuste che il nero compatto della notte nasconde ci sono ancora tutte le stelle di ieri. Il capitano senza bussola non si rende conto che non è lui a condurre la barca ma la barca a condurre lui. La ciurma cerca di fronteggiare gli umori del tempo e del comandante; è un eterogeneo gruppo che si prodiga senza controllo. Ognuno ha una lingua diversa e la mette a disposizione per fare baccano. Qualcuno fa senza sapere perché lo fa. Qualcuno è capitato lì e ancora si chiede timidamente come e cerca una ragione. Qualcuno tollera quel tono di voce e ormai nel tempo ha imparato a non sentirla. I più provano a fare consapevoli che poi dovranno rifare o fare esattamente il contrario. Le vele sono fin troppo tese a quel vento ma sembra che nessuno sia veramente gente di mare. Chi lo sa fare alza le spalle e resta se stesso. Il regista di tutto questo sembra essere il fato o il caso. Il resto è solo un pretesto e il giovane mozzo cade in mare e sparisce rapidamente. Prima di avventurarsi in simili avventure sarebbe bene imparare a nuotare.

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Siamo tornati

porto di ponza

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Foto di Franca alla biennalePer dirti che è sempre il tuo 8 marzo per quattro domeniche voglio dedicarti quattro canzoni di Don Backy. Senza pudore anche se forse è una musica un po’ mielosa. Tanto vale dirlo senza vergogna: sono un inguaribile romantico. E non è che tu mi aiuti a guarire. Questa è la seconda. Magari queste canzoni sono già state dimenticate. Ciò che qui mi interessa è che tutte, e ognuna, dicono cose che avrei voluto dirti. Con una piccola precisazione che sai: oltre ad un problema certamente “politico” la donna è la complessità di un essere umano e anche vive individualmente all’interno di una serie di relazioni, a volte la più importante delle quali è la relazione di coppia.

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I grandi amori non si scordano mai, almeno è così per me. Ed è bello ritrovarli. Allora torno a pubblicare grande poesia. La metto qui e da Lei. Qui semplicemente come poesia, da Lei come Materiale Resistente a testimoniare la Sofferenza e appunto la Resistenza; anche nella poesia.

Non gridate più – Giuseppe Ungaretti

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

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Foto della manifestazione in campo santa Margherita a VeneziaTorniamo a parlare di donne. Donne con la loro diversità. Cosa c’è di meglio per introdurre l’argomento che questa canzone del grande Faber.

Cento voci. Le donne hanno deciso il giorno 13 di febbraio di ricavarsi un giorno per loro, una spazio, di tornare a far sentire la loro voce. In piazza c’erano donne di sinistra (molte), di destra (invero pochine), e senza bandiera. Certo non tutte. Una parte delle donne era contro quella manifestazione. Per vari motivi. E anche perché la ritenevano partigiana, manipolatrice. Del dibattito tutti sono al corrente. Ma non erano contrarie solo quelle di una parte. Anche in questo caso la scelta è stata trasversale. E’ però singolare che alcube di quelle contrarie continuino ancor oggi a ripetere che “non hanno bisogno di andare a gridare la loro dignità. Il coraggio delle donne, e le madri coraggio, sono un fatto notorio nella storia e non ha colore politico, né nazionalità”. Si può anche essere d’accordo e lo sono, certo. Ciò che mi riesce più difficile capire è il motivo per continuare a ribadirlo. In quella Piazza le donne ci sono andate liberamente. Per far sentire la loro voce. Non contro qualcuno e senza alcuna condanna. Non c’era coercizione. Io credo che chi ha fatto una scelta diversa resta donna ed è altrettanto rispettabile. Mi sembra però di trovare, in quel continuò ricordare la loro scelta “diversa” una sorta di disapprovazione delle ragioni della manifestazione. Ognuno è certamente libero di pensarla come crede. La piazza è uno dei luoghi dove far sentire la propria voce. In fondo la piazza è anche un simbolo di libertà (come mostra la cronaca più recente). Io ho accompagnato la mia Compagna, come più volte detto, in quella Piazza. Potrei stupidamente dire che io sono d’accordo con i metalmeccanici, ma a volte gli stessi metalmeccanici hanno bisogno di sentirsi manifestare quel sostegno. Mi limiterò a dire che condividevo le ragioni che spingevano e spingono la mia Compagna. E che quella “riprovazione”, quella sì, mi sembra un tentativo, assieme a tanti e troppi distinguo, di manipolazione. Ma forse seno stati proprio i commenti negativi che i giorni seguenti hanno percorso giornali e televisione a mostrare quanto fosse giusto e coraggioso scegliere la Piazza. Mostrare la faccia. Non ho niente contro chi ha ritenuto inutile andarci ma qualcosa contro chi continua, in vari modi, a sostenere che non ci si doveva andare. Il sabato precedente avevo avuto la prova di chi era l’intollerante mentre raccoglievo le firme per “invitare” il nostro premier ad andarsene. Mi è stato gridato che dovevo vergognarmi. Credo di non essere io ad avere qualcosa di cui vergognarmi. Ma questo è un altro argomento. Quello del post resta… W LE DONNE, e ancor più quelle donne.
Le passanti
Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

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