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Archive for dicembre 2008

monoscopioE’ finito un amore. Io e il mio Blog non ci amiamo più. Si sa come vanno queste cose. All’inizio è passione. Beh! vera passione non c’è mai stata. Non un innamoramento vero e proprio. Ci si trova faccia a faccia. Magari in un momento in cui avresti anche voglia di startene da solo. Zitto. Oppure magari in un momento in cui avresti voglia di dire una cosa, anche se banale. E’ in quei momenti un po’ il caso a creare il rapporto. Si stabilisce un certo minimo feeling. Ti apri un attimo. Ti lasci a parole che avresti riservato solo a te. Entri in conflitto con in tuo privato perché si vede, è palese, dove finisce la finzione. E poi è proprio lì il punto, non sei creduto nemmeno quando è proprio solo finzione. Quando sono solo le parole a fascinarti. Però il tempo passa. Il tempo è una gran brutta bestia. Non risparmia nessuno. Lui va per la sua strada senza tentennamenti. Dopo i primi tempi subentra l’abitudine. Anche in una coppia di fatto. Tutto diventa tram tram. Ma siamo una coppia di fatto?
Si è comportato proprio come una moglie. Ho cominciato a sentirlo bisbigliare dietro le mie spalle. A raccontare di me. Poi sempre a lagnarsi. Dice che mi lascio trascinare e tradire dalla fretta. Che trascuro la forma. Che per quella fretta mi lascio scappare errori imperdonabili; anzi orrori. Che solo a volte me ne accorgo, ma dopo, quando il buon senso direbbe che è tardi. Dice che lo trascuro. Che sono diventato, soprattutto ultimamente, ancora più disordinato. Il guaio è che per alcune cose nemmeno posso dargli torto. E’ geloso di Facebook. Questa è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non me ne può importare di meno di quello. E’ stato un caso, forse anche uno sbaglio. Mi ci hanno trascinato dentro. – Anche con me. – Anche questo è vero. Che bisogno c’è, però, di dire sempre le cose. Col blog è stato diverso. Almeno per un po’ mi ci sono divertito. E’ pur vero che avevo anche altre distrazioni. Lo tradivo, ma con garbo. Con altri interessi, ma quelli non contano. Con blog di un’altra classe. – I blog son tutti uguali. – Mica vero. Alcuni sono più blog. Altri… beh! debbo ammettere qualche infatuazione. Oltretutto mal riposta. Che sono andato decisamente in peggio. Aveva ragione lui: mai ascoltare quelli che sono tutto arie. Beh! è sbagliando che si impara. Certo lui non mi avrebbe mai tradito. Lasciato così nel bel mezzo della strada. Senza preavviso alcuno. Con lui la vita è, decisamente, più tranquilla. Lo sarebbe stata, almeno, non mi fossi messo in testa che non mi bastava. Non fossi il solito che si lascia affascinare dal nuovo, dall’altra erba. A proposito di erba… meglio soprassedere. Io non mi faccio più da un pezzo. Qualche velleità in vena. Senza vergogna. – Le chiami poesie. Etc. – E’ solo che mi divertiva. – E ora? – E ora meno. E’ questo il punto.
Lui dice che per me fin dall’inizio è stata solo una avventura. – Chi vuoi che passi anche di domenica? – Forse ha le sue ragioni per dirlo. Forse c’è della verità. Non che lui sia mai stato troppo tenero con me. Mai un sorriso. Mai una buona notizia. Spesso l’inverso. Un amore di breve vita, ma affollato di piccoli lutti. Insomma, per farla breve, mi son preso un momento di riflessione. Ci sto pensando. Siamo come separati in casa. Faccio il mio ma faccio il meno possibile. Lui se ne sta lì un po’ sussiegoso e un po’ come se le colpe fossero tutte solo mie. Magari è anche vero che continuo a lasciarmi distrarre da altro. Che meglio farei a starmene al calduccio della rete. Che la strada è pericolosa. E ci puoi trovare di tutto. Che potrei farmi delle brutte illusioni. Che quelle sono pericolose. Che sto diventando presuntuoso. Io nemmeno perdo tempo a dirgli di no. Non è che poi i torti siano solo miei. Qualcosa glielo concedo. E un po’ d’affetto, per il tempo passato insieme, è rimasto. Posso solo sperare in un ritorno di fiamma. E io che volevo postare qualcosa per le feste. Magari una buona notizia con cui cominciare l’anno. Ho paura che l’unica buona notizia sia avere il coraggio di starsene zitti.

Per gli auguri faccio fare ancora a Lei.

Betty Boops Galatea

Non lasciatevi imbrogliare da quella sua aria
ne dai pochi chili che ha perso
e che il 2009 sia quello che deve essere

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Paura coi botti

No! non è vera e proprio paura, forse solo un po’ di timore. Sono la cosa più vecchia della casa. Non vorrei, anche per distrazione, trovarmi, il primo minuto di un anno nuovo, che non possiamo sapere cosa ci porterà, ad essere io la cosa “defenestrata”. Al limite, dal secondo piano non dovrei subire troppi danni. Nell’eventualità spero che qualcuno, il mattino, mi raccolga.

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poesiaFatelo parlare
lasciatelo esibire
affidategli il palco
infondo non chiede altro
ha solo bisogno di sentire
il rumore delle sue parole

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matrioskaUn fantasma si aggira per l’EuropaE attraverso i muri / attraverso le porte / passano i fantasmi / delle persone morte / passa il desiderio / di zombie proletari / che solo nei silenzio / sanno illudersi uguali / passa un sogno perduto / di ricomposizione / ma come ricomporre / un bacio un’emozione
Certo che mica sarebbe affar mio. Eppure, a volte bene, a volte meno, ho lavorato sempre con socialisti. Poi ci sono alcune altre piccole sfumature. Come in ogni parte di questo maledetto paese anche a Spinola ci sono molti socialisti. Molti più dei voti che poi il Partito riceve in qualsiasi tornata elettorale. E ci sono un’infinità di socialisti e socialismi. La cosa desta curiosità e confusione. C’è, a piede libero, un intera folla di individui che si dichiarano socialisti. Non di esserlo Stati ma di esserlo; meglio essere precisi per non essere tacciato di faziosità. La quantità di questa folla è composta da persone che militano in altri partiti o liste, tranne qualcuno, quei pochi, che si sono ritirati a vita privata. Poi ci sono quelli che hanno una regolare tessera in tasca, regolarmente acquistata e relativa all’anno corrente; magari faticata. Loro avrebbero tutti i diritti di definirsi socialisti. Spesso devono spiegare il come e il perché.
Gli altri ultimamente fanno circolare una nuova strana teoria: “siamo socialisti ma militiamo in altri partiti perché il partito socialista non esiste più“. Non fosse grave la giustificazione sarebbe ridicola. Ieri ero seduto comodamente al bar da Clara quando sono stato raggiunto da Cristino Limitato che si è seduto di fronte a me. Cristino è ex di molte cose tra le quali assessore, e per questo lo chiamo ironicamente onorevole, ma lui sembra compiacersene. E stato a questo punto che s’è unito a noi Massimo Oscuranti noto ai più come Sir Biss, per motivi tanto ovvii che mi sembrano persino superflui da elencare. Massimo, detto ancora seicento voti per una sua disinvolta iperbole, è o è stato un sodale di Cristino, un vero fedelissimo, se nel suo caso si può usare questa espressione. Naturalmente, tra accuse reciproche, si son messi a parlare di politica. Poi di io sono socialista. No! io sono socialista. Al momento non ricordo se uno dei due abbia detto un ma io lo sono di più. Dopo un po’ che me li sentivo cercando di non infastidirmi, e anche un po’ che cercavano di provocarmi in lingua, ecco arriva quella osservazione, già sentita anche frequentemente nei giorni precedenti ad altre varie fonti, su il partito non c’è. Era forse l’unica cosa che li accomunava: il fatto che entrambi non riuscivano più a trovarlo pur frugandosi in tasca.
Ho provato a spiegare che non mi risultava. Che magari non tanti ma almeno uno c’è. Alcuni giorni prima avevo sentito il segretario, si! del Partito Socialista, che aveva anche un nome: Nencini, come quello di un vecchio corridore ciclista, parlare per televisione. Non era una controfigura che interpretava un ruolo. Una, come si dice, fiction. E poi mica lo sapevo per sentito dire. Lo sapevo proprio da una fonte attendibile, da me stesso. Gli ho fatto presente che avevo recentemente attraversato vari livelli di congressi di questo partito per averne la massima conferma. Che anche se sembrava, a loro, incredibile c’era ancora un Partito Socialista e pure un’idea socialista; che forse quella non può proprio morire. Tutto questo nonostante i grandi e infimi nomi finiti in mille altri rivoli politici.
Non credo che a Cristino interessasse ne quella ne nessun altra osservazione. Mentre me ne andavo alla cassa lui si è alzato e se n’è andato. L’ho visto allontanarsi con un altro della sua pasta, Zazà. Quest’ultimo, sempre testardamente senza tessera, orgogliosamente, pare oggi sostenere il candidato di un partito di una parte e allo stesso tempo anche il candidato di una lista dalla parte opposta. Qualcuno forse dovrebbe spiegargli che non siamo ancora in par condicio e magari anche cos’è. Non mi soffermo nemmeno sul fatto che ultimamente sembrano anche un po’ restii a passare per la cassa per pagare le loro consumazioni.
Per non crearmi troppi nemici voglio aggiungere e precisare che per quelle signore, le donne di malaffare, ogni posto è buono. Vengono da ogni dove e si accasano appena trovano un posto in cui mettersi comode.
Gianfranco Manfredi: Zombie di tutto il mondo unitevi

E attraverso i muri
attraverso le porte
passano i fantasmi
delle persone morte
passa il desiderio
di zombie proletari
che solo nel silenzio
sanno illudersi uguali
passa un sogno perduto
di ricomposizione
ma come ricomporre
un bacio un’emozione
passa un sogno suicida
che dice che ha sparato
a un cuore che non c’è
al cuore dello Stato
passa un sogno che canta
l’ultima ideologia
io voglio la sua testa
la testa di Maria
Maria che non esiste
che è solo una canzone
Maria che non è bella
neanche come nome

E attraverso il rifiuto
attraverso i rifiuti
abbiamo trovato asilo
su mondi separati
e per comunicarci
il menù di domani
possiamo solamente
far segni con le mani
e fare le boccacce
d’un linguaggio inventato
che non emette suoni
emette solo fiato
con un po’ di paura
che un intellettuale
capisca anche il silenzio
e lo voglia svelare
e ci tolga la voglia
di non capire niente
vìvendo come corpo
anche la nostra mente
sapendo che comprendere
vuole dire abbracciare
ma se l’abbraccio è morsa
vuol dire strangolare
sapendo che la morte
non è così lóntana
siamo noi che l’amiamo
non è lei che ci chiama
perché siamo i fantasmi
del fantasma d’Europa
che di carne e di sangue
ne ha conservata poca
e dice con sospiro
come un basso profondo
unitevi di nuovo
zombie di tutto il mondo

Da tutte le paludi
da tutte le galere
lasciando le famiglie
lasciando le bandiere
che vogliono bendare
questi corpi straziati
noi non li nascondiamo
questi corpi spezzati
ci si vede attraverso
ci si vede lontano
trasparenza assoluta
che sí tocca con mano
trasparenza che dice
che oltre questa storia
ce n’è una più bella
e non è la memoria
e non è nostalgia
che i ritratti conserva
di noi quando da piccóli
avevamo la barba
è la storia segreta
la storia parallela
là dove íl nostro inverno
diventa primavera.

(inviata da Mohamed il Lavavetri)

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MascheraLo so che questo post probabilmente non interesserà nessuno, ma spero che i pochi che leggono questo blog porteranno pazienza o aspetteranno giorni migliori. Lo so che messo qui ha poco senso e che sarà difficile seguire il flusso logico dei ragionamenti; flusso, per dirla alla Sua maniera, teorico-pratico. Me ne scuso, ma nella rete si dice che i blogger diano il meglio di sé. Si dice. In qualche caso ho più che il sospetto che qualcuno non dia il meglio e qualcuno dia anche il peggio; almeno, in questo caso specifico, lo spero.
mariangela-iconaHo un’amica, una carissima amica, ormai lo sanno anche i sassi, che ha un magnifico blog ironico. Un blog che ha una sua notevole visibilità e molti contatti (questo è il punto). Questo mio modesto blog invece si accontenta di ciarlare cercando di farlo, per quanto mi riesce, e quando l’argomento lo permette, in modo leggero. Infondo la sua unica ragione, ancorché nato in modo casuale, è che mi diverto a scrivere. E io qui mi accontenterei di essere comprensibile.
In questi giorni, già resi ardui dalle festività, questa mia amica si è trovata, provocata a forza, maldestramente, pervicacemente, testardamente, coinvolta in un sorta di discussione, polemica, dibattito (non saprei come definirlo) che ha del surreale, sulla crisi della politica. Vi è stata gratuitamente trascinata da un comune amico che imperversa come un comunissimo troll¹. – Non voglio alimentare ulteriore polemica né cerco altrove visibilità, da questo momento chiamerò la persona l’interlocutore². – A parte il non domo, e pervicace (non perspicace) interlocutore (che si crede depositario dell’unica e inconfutabile verità in materia), al limite della demenza, del borderline, dovevo all’amica una risposta giacché sostenevo d’essere sostanzialmente d’accordo con Lei quasi su tutto e su quel “quasi” avevo promesso di tornare.
Anch’io, nel mio piccolo, credo che siamo davanti ad una crisi “brutta brutta“, come la definisce Lei facendo il verso a Aldo, Giovanni & Giacomo, o “organica“, come la definisce dottamente l’interlocutore. Il fatto mi sembra, personalmente, banale perché basta aprire le finestre per rendersene conto. Solo su questo mi trovo in accordo con l’interlocutore. Su tutto il resto della provocazione mi mantengo allibito, basito, non solo per la datata ricostruzione e per la mancanza di ipotesi di soluzione, ma soprattutto per la confusione sui vari piani di lettura della realtà attuale; realtà attuale in continua evoluzione.
Un intervento intelligente viene proprio dal vecchio coautore dell’interlocutore, Luis Razeto, in un commento che riporto per non contribuire ulteriormente nel lavoro di ricerca di visibilità:
«La attuale civiltá moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri o fondamenti che la sostengono (a livello politico, lo Stato nazionale ed i partiti; a livello economico, l’industrialismo e il capitalismo; a livello culturale, le ideologie e lo scientismo positivista). Questa crisi, poiché organica, non può risolversi che mediante una nuova organicitá, e come ogni organismo cui fondamenti vitali entrano in grande crisi, la civiltà moderna e suoi pilastri sono destinati a deperire. Questo deperimento però, è lentissimo, e il processo può estendersi ancora per alcuni decenni.
In questo nostro tempo, abbiamo due possibilitá (se vogliamo fare qualcosa di socialmente utile): l’una, è di tentare di sostenere e rafforzare e migliorare i pilastri della civiltà in crisi dimodoché il crollo sia posposto un po’, riducendosi in questo modo le sofferenze che comporta la crisi e che comporterá il crollo stesso. L’altra possibilità è di avviare la costruzione dei fondamenti di una nuova superiore civiltà.
La questione della riforma dei partiti, della creazioni di nuovi e migliori partiti, ecc. si pone nella prima prospettiva.
Se invece ci poniamo nella seconda prospettiva, le questioni essenziali sono: la creazione di una nuova politica (non partitica, non statale), di una nuova economia (non capitalista, non industrialista), e di nuove strutture della conoscenze (non ideologiche, non positivistiche).
»
Sin qui l’argomento (che sembra chiamarsi “scienza della politica“), e le relative analisi, le capisce anche la mia crassa ignoranza. Nemmeno mi ci soffermo. E’ sul resto. E’ sull’interlocutore che si erge a verità e sul suo “verbo“. Ora, provocato e visto il contesto, mi esibirò anch’io in una citazione, nonostante non abbia letto abbastanza libri e soprattutto non quelli giusti (trascuriamo qui che i libri, oltre a leggerli, bisognerebbe capirli), nonostante odi farlo e preferisca “ragionare”. L’autore è il dimenticato (nelle discettazioni) Marcuse: «La borghesia e il proletariato, nel mondo capitalista, sono ancora le classi fondamentali, tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi rendendole inefficaci come agenti di trasformazione storica. Un interesse prepotente per la conservazione ed il miglioramento dello status quo istituzionale unisce gli antagonisti d’un tempo nelle aree più avanzate della società contemporanea…» Dalla crisi del ’29, o grande depressione, si poté uscire anche grazie ad una economia di guerra e non solo. Ora il tardo-capitalismo, non più basato sull’equilibrio tra produzione e mercato, ma sulla finanza, mostra di essere arrivato al capolinea e da questo ne uscirà un riassetto globale, una scomposizione e ricomposizione della società. Gli strumenti di lettura-interpretazione “torneranno” ad essere superati ed inefficaci. Già utilizzare un concetto di classe legato ad una lettura della economia e della macro-economia che conta almeno mezzo secolo mi appare fuorviante. Per questo lo stesso Marcuse parla di società unidimensionale. Sugli elementi detonatori della crisi economica si potrebbero spendere parole utili, non è questo il posto ne lo spazio. Che la crisi politica, ovvero della gestione del consenso e/o potere, sia figliazione di una riscrittura globale dell’economia mi sembra superfluo soffermarvisi, le cose non sono scindibili (se può sembrare strano è marxiano). Continuo a sostenere come forse l’ultimo tentativo serio di una “risposta diversa” sia stato massacrato per le strade di Genova, ma questa mia testarda osservazione ha già trovato spazio in queste pagine. Probabilmente i tempi non erano maturi. Il “movimento” non era preparato a contrapporsi efficacemente alla provocazione e alla sfida violenta che gli è stata lanciata.
C’è poi un piano del tutto italiano. Quello della nostra “piccola” politica nazionale. Un tema, diciamo così, “quotidiano”. Quello sul quale le persone di “buona volontà” cercano di spendersi. Quello che assorbe parte delle mie energie. Quello sul quale l’interlocutore solo a volte indulge, (e scivola malamente) perché non fa abbastanza colto, lanciandosi finanche in affermazioni azzardate. Cambiare si può cambiare e si può provare da ora. E’ per questo che lascio le dotte discettazioni ad altri o meglio il loro soffermarsi solo a quelle. Oltre a tutto mi sembra che su quel cambiare lo stesso Luis Razeto si stia impiegando (a differenza dell’interlocutore).
Su questo, con la mia amica, non ho molto da dire; ci troviamo abbastanza in sintonia. Su alcuni aspetti di questo piano tutto nostro e italico, con un ottica a quella che potremmo chiamare “sinistra“, avevo provato a cercare di dire delle misere idee. Ad aprire una piccola discussione. Lo stesso colto interlocutore, a suo tempo, censurò un mio post sull’argomento poiché non all’altezza delle vette del suo sito, perché confuso e, a suo esclusivo dire, pieno di errori ortografici. Questo per completezza perché sono spesso molto poco tolleranti e democratici coloro che chiedono tolleranza e libertà per sé, al di là delle definizioni che danno del loro pensare.
Spero, a questo punto, che nessuno vorrà ascrivere colpe a uno dei due cioè al coautore delle opere più volte citate, Luis Razeto, e all’ispiratore, Antonio Gramsci. Mica è sempre vero che ognuno ha gli amici e i discepoli che merita. Ce lo insegna persino la storia. Vorrei inoltre fare una ultima osservazione: credo che anche il parlare di massa sia ormai un termine obsoleto (spero che all’interlocutore piaccia questa parola) ricordandogli che massa, nel mio dialetto che possiede anche l’amica, significa anche troppo; un troppo che stroppia.

Tranquilli, qui, in queste pagine, non si aprirà nulla di simile, non comincerà nessuna “discussione”. Perché non sono all’altezza. Perché non è un proscenio abbastanza prestigioso. Perché provvederei a farla finire prima che cominci.


1] Dicesi Troll di individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi. Per una più precisa definizione vedesi la voce in wikipedia.

2] In realtà mi sento un poco responsabile, e colpevole, per essere stato io l’artefice di questa relazione cioè per averLe presentato l’interlocutore.

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raccontiVedeva quello che avveniva alle sue spalle, attraverso la vetrina, nell’immagine riflessa, speculare. Come amava quella parola. Il manichino era impeccabile, pronto per una notte di festa. Non era proprio il suo genere. Di soldi non gliene restavano molti. Era distratto. Pensò succedono tutte a me. Una piccola folla si era radunata. Sentiva quella voce incerta. Ancora non capiva cosa stesse succedendo. Aveva voglia solo di andarsene e nessun posto in particolare dove andare.

Avevano fatto tutti i loro conti, alla fine gli avevano dato lo stesso quel nome, anche se non era nato quel giorno. Gente pratica, contadini, non usi a perdersi in futili chiacchiere. Ormai avevano deciso e perché tornarci? Vorrà dire che sarà augurale. E a prenderci ci avevano preso. Però forse li avevano sbagliati quei conti.
Si sa com’è quel giorno, la Domenica è quasi sempre così, gran brutta bestia cioè giornata, la Domenica. Si presenta dal mattino. Spocchiosa, solitamente promette senza sapere se può mantenere. Il più delle volte delude. Irritante; quasi come se fosse un giorno diverso dagli altri. Solo perché l’ha deciso da sé. Si gonfia tronfia facendosi annunciare; irritano tutte le sue campane, la Domenica. Quelle campane e quelle non richieste. Mica ti puoi distrarre. Magari c’hai anche da fare, la Domenica. Ha deciso ch’è festa. Magari vorresti non fare. Startene lì qualche attimo di più. Persino quel dio s’è dovuto adattare. Forse è per quello che, che che se ne dica, e insista il sacro pontefice, deve aver fatto un gran casino quel giorno; il giorno che ha diviso i sessi ops… i generi. Continuava a contarli: uno, due, due, due. Insomma a fermarsi a quel due il conto non gli tornava. Uomo (Adamo pare), donna (Eva naturalmente), e poi… Beh! Vedrò il da farsi. Poi gli deve essere passato di mente, causa la Domenica; la Domenica di mezzo. Sì! me ne sono convinto: s’era dovuto mettere fretta per quella causa della festa, della Domenica, appunto.
La Domenica Domenico era un tantinello indisponente, ma non è che per gli altri giorni fosse meglio. Fin da bambino si sentiva predestinato. Si ergeva a giudice. Per precisione di cronista ad unico giudice. Le parole faticavano a srotolarsi nella sua bocca, ma questo non lo faceva desistere; almeno così dicono. Le accumulava. Le addossava le une alle altre. Le sceglieva con la massima cura. Certo che a volerle cercare ce n’erano di parole. Persino in una sola lingua… da perderci il conto. Alcune poi lo facevano proprio andare in solluchero. Amava, ad esempio, in modo particolare il termine concettuale. Avrebbe voluto essere lui stesso l’Essere che lo aveva coniato. Invidiava con tutto il suo disprezzo quell’uomo. Ma farse lo aveva fatto e al momento non se ne ricordava. Più erano tronfie, le parole, più gli sembravano opportune. Se ne, sempre si narra, pasceva. Infondo non era che uno di alcuni per i quali la forma vale ben più della sostanza. Eppure era nato da gente che conosceva la terra; ma di questo s’è detto. Solitamente quella gente bada al sodo; ma anche di questo s’è detto. Forse non proprio modesta, ma almeno pratica. Vagamente però sembra che ci fosse uno zio.
Non era, Domenico, per le banalità. Dato per assodato che erano tutti gli altri che sbagliavano lo annunciava con grande spreco di misericordiosa pazienza. Qualche volta pure con misericordiosa impazienza. E qualche volta anche perdendo un po’ le staffe, ecchediamine! e maledicendo il padre e anche lo spirito santo; quasi come se anche lui fosse umano. Non sopportava gli errori altrui. Anche quando non era vero. Se non lo avevano fatto, di errare, certamente lo avrebbero fatto, o prima o poi. E poi perché cavillizzare o andare per il sottile, le grandi verità, le annunciazioni, mica hanno bisogno di certi umani riscontri. E soprattutto non tollerava l’ignoranza. Certo che ad essere pedanti qualche volta sbagliava pure lui; non l’avrebbe mai ammesso. Magari succedeva proprio con le parole più semplici, quelle d’uso comune. Le usava così di rado. Forse era per quello. Sono quelle le più carognose, dove ci si incespica, le parole semplici. Forse perché si da per scontato. Forse perché si usano da sempre. Non ci si sta tanto a pensare.
A fare il saggio aveva imparato perfettamente le mosse e i vezzi. Certo che continuare a dare poesie alle rape non doveva dare grandi soddisfazioni. Forse era quello. Forse le rape hanno bisogno di acqua, quando la terra è troppo secca. Per la poesia sono poco portate. Le sue rape non erano certo un bel vedere. Non erano nemmeno da portare in tavola. Meglio lasciare la terra. E poi il suo habitat naturale era la città. La grande città, mica quelle piccole cittadine di provincia. Quella proprio grande, dove passano per strada le persone, e le opportunità. Dove puoi sempre trovare qualcuno che è disposto a starti ad ascoltare. Meglio se eterna. Piena di storia e di cultura. Quella statua, Marco Aurelio, gli dava grande soddisfazione. Lo stava paziente ad ascoltare. Era un gran bel pontificare, lì, nei pressi dell’altro pontefice, quello col cupolone, in testa e sopra la testa. Così gli piaceva: non essere interrotto per stupide stupidità.
Solitamente si invitava alle feste a fare l’ospite d’onore, naturalmente. Un giorno è uscito distratto. Mica s’era vestito quel giorno. Era proprio nudo (ma guai a cercare di farglielo notare, di dirglielo) cercando di mettere le mani in tasca per darsi il contegno. Nudo anche di una nudità un po’ passatista. Gli occhi pieni di luce che suggerivano intelletto. Si fermò come a riflettere. Qualcuno lo vide fermo e si fermò. Raccontò a quei passanti la venuta di un altro cristo. Stavolta di quello vero. Perché non credergli se lui ne era tanto convinto. Perché disilluderlo. Ma si sa come son fatti i bimbi. In quel caso una bambina. Non proprio una bambina. Nemmeno una ragazzetta. Nessuno riuscì a trascinarla oltre. Curiosa era curiosa. Birichina come sanno esserlo solo loro. Non che non ci fossero stati precedenti. E’ quella mattina che interessa. Nemmeno quella volta era Domenica. Certo si preparava una festa. A voler ricordare era un lunedì. Un inutile e tedioso lunedì. Di quei giorni che sono come se la gente non avesse nulla da voler fare. Forse era anche per quello che si era fermata. Forse era anche per quello che gli aveva fatto, la ragazza, l’improvvida domandina: “Perché te ne stai lì tutto nudo ad arringare e con così piccoli argomenti“. Che non fosse troppo rispettosa di suo lo era sempre stata, la ragazza. Lui cercò di convincerla che proprio piccoli non erano. Lo so che il racconto sta scadendo nel licenzioso. Lui cercò di dar colpa alla vista. Certo quella giovane donna doveva, a suo dire, aver bisogno di buoni occhiali. E buone e pazienti orecchie, si vuole aggiungere. Altri si unirono ad ascoltare. Tra questi qualcuno volle anche dire la sua. Per tutti nudo era nudo. Pare stia lì ancora a spiegare come la sua nudità sia nudità di esteta, di dio. Sia parvenza di nudità. Sia vestita di mille cose che l’occhio non allenato non sa cogliere. Anche al cronista parve nudo. Si adattò alla propria ignoranza. A tanta eloquenza non poteva corrispondere una così povera verità. Decise che si sarebbe limitato semplicemente ai fatti, ma a lui sembrava proprio come quel re; nudo.
Che poi va bene il verbo, ma si dovrebbe pure declinarlo. E a dire le cose o ad ascoltarle è una cosa, ma a capirle e ben altra cosa. Ma io, blasfemo, non mi posso lagnare. Io che per giunta mai sono stato nemmeno simoniaco (qui il termine, per essere pedante, è usato per adoratore di immagini sacre; frega niente se deriva da Simon Mago). Che poi le citazioni danno quell’aroma di dotto, erudito, e sono gratuite “e a un dio fatti il culo non credere mai“. Si dice che Domenico sia ancora lì a parlare, ma che man mano la folla s’è diradata. Si dice stia riflettendo se incamminarsi verso piazza del Campidoglio. Se ne dicono tante.
Naturalmente questa è solo letteratura. Ogni persona o fatto o cosa è frutto di pura fantasia.

Dopo, ma solo dopo, venne l’uomo. Quell’uomo venne da lontano. Venne dal tempo e dallo spazio. Inconsapevole, come ogni nuovo giunto. Dispose le sue cose con ordine, ma questa è un’altra storia o almeno è la stessa storia ma vista da altri occhi o la stessa storia solo che scritta sui bordi delle pagine.

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Cari concittadini e lettori. Non succede più nulla a Spinola. Se mai c’è stata è come non esistesse più; si fosse dissolta. Invece tutto succede, molto, e non solo sotto traccia. La verità è che non succede nulla che il buon senso non inviti a tacere. Succedono cose tutti i giorni, ma cose di cui un minimo di autotutela porta a non guardare, a non mostrare. Cose che entrano nel merito, nella carne dei problemi, che creerebbero troppo rumore, che inciderebbero carni deboli e suscettibili. E per delicatezza sono cose che evitano le parole. Cose tanto affollate che mi costringono a trascurare questo piccolo bimbo che è diventato questo blog.
Intanto vicino, a non più di un paio di chilometri, e sembra già un altro mondo, sono arrivati i barbari, con le loro carovane, la loro superbia e arroganza, a farci rima, la loro ignoranza. Barbari che vogliono alzare steccati e non far entrare il futuro; la storia che è stata e quella che si fa. Ma alla fine solo barbari. E come sempre sono, i barbari, dentro le mura, asserragliati, al riparo. Solitamente finiscono per mangiarsi tra loro, gli assediati. Questo ci racconta la memoria. Il tutto per un pugno di stupidità. E proprio loro che si credono il centro. E’ troppo facile oggi giocare a rimpallarsi le colpe.
Qui invece tutto va a puttane e noi ascoltiamo la musica. Abbiamo una radio nuova; tutta nostra. Una radio di rete. Nessuno decide e niente si decide. Come direbbe il Guccini: città non città. La gente comincia a capire che è meglio partire, fuggire, che venire. Nemmeno scende per strada, quasi non avesse piacere, avesse timore di incontrare qualcuno. Anche qui è Italia ma la crisi pare ancora più crudele che altrove. Gli avvisi di vendita o affitto si stanno ingiallendo anche in assenza di sole. Ci si dà da fare per far scordare quello che non si è fatto. Mica si può dire. Allora parliamo di banalità. Però lavorare, per chi ce l’ha, un lavoro, con la musica è molto meglio e quella suona e spota. Certo che come fortuna abbiamo proprio culo. Hanno messo le luminarie ed è saltata la luce nelle case. Anche questo deve essere argomento su cui tacere. Stanno allestendo i banchetti per i regali. Finalmente chi ne è sprovvisto potrà recarsi ad acquistare le palle. I negozi sono tutti in svendita; fanno prezzi più bassi dei cinesi. Ho cercato di chiuderlo fuori della porta, il Natale, ma quello non accetta rifiuti. Forse siamo passati ai regali intelligenti, nei carrelli degli ipermercati non vedo che pane, acqua e affettati. Dobbiamo risparmiare su tutto, ma perché farlo anche sul cervello? E per Cervello non intendo la non troppo nota band napoletana dei primi anni settanta, ma proprio quello del candidato sindaco dell’altra riva. Meglio cambiare. Io credo che Spinola, e i suoi abitanti, si meritino, quale sindaco, un cervello intero.

mariangela-iconaRipeto che io una soluzione ce l’avrei, anche in questo momento di crisi (cliccate sull’icona per vederla, in un altra finestra, a tutto schermo). E non ditemi che non sono buono nemmeno a Natale, che per altro somiglia sempre più a Halloween. Chi lo conosce, il candidato destro, sa che l’ho trattato bene. Se non sono riuscito a tirarvi un po’ su di morale almeno ci ho provato.

Auguri a tutti.

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