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Sabato 13 febbraio dalle ore 18:00
VENEZIA
Scoletta dei Calegheri
Campo San Tomà, S.Poloincontro con:
Nurit Peled-Elhanan (premio Sacharov 2001)
Luisa Morgantini (già Vicepresidente Parlamento Europeo)
Margot Galante Garrone, canterà Ninna Nanna per Gaza
e canzoni di pacea cura di:
Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina
Edizioni GruppoAbele
Coordinamento per il Medio-Oriente

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Nurit Peled-Elhanan,
insegna presso la facoltà di scienze dell’educazione linguistica dell’Università ebraica di Gerusalemme. Nel 2001 il Parlamento europeo le ha conferito il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e i diritti umani.

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Luisa Morgantini,
presidente di Assopace Palestina, è stata la prima donna eletta nella segreteria della FLM di Milano. Parlamentare europea nel 1999 e riconfermata nel 2004 come indipendente. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza, è inoltre nel coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace. Ha ricevuto il premio per la pace delle donne in nero israeliane e il premio Colombe d’Oro per la Pace di Archivio disarmo. E’ tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la pace.

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Margot Galante Garrone,
è stata tra gli esponenti di spicco del gruppo di Cantacronache con cui ha inciso le prime canzoni di cui è autrice, oltre a riproporre le canzoni folk e popolari. Nel 1987 fonda il Gran Teatrino La Fede delle Femmine insieme a Leda Bognolo, Paola Pilla e a Margherita Beato, con cui realizza spettacoli di marionette costruite da loro stesse.

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Quando arrivo ad Hebron, son già pronta al dolore. Da quel che ho sentito, letto, studiato, so che questa città sarà la mia tappa all’Inferno, che è in Terra e non nell’aldilà, come ci hanno insegnato a credere per alleggerirci della colpa di esserne direttamente responsabili, in vita e non in morte, con pene umane e non con contrappassi divini. I miei nervi son tesi, i muscoli contratti, nei presagi dell’incubo che mi appresto a vivere il mio respiro si prepara ad una lunga apnea. Hebron è la Palestina, è la sua storia, è l’apartheid. La città che toglie tutti i dubbi in merito a quale delle due parti sostenere, e che ti si scava dentro, diventando una cicatrice che si riaprirà tutti i giorni al tuo risveglio. Mentre salutiamo Issa e i ragazzi della sua fondazione, e un abitante del luogo che incede zoppicando sulla sua gamba di legno, regalo dei soldati israeliani, e due bambine e un bambino avvolti nelle loro grandi sciarpe palestinesi, sulle guance orgogliosamente dipinta la bandiera della loro nazione, chiedo al mio cuore di sopportare tutto quello che vedrà con calma e coraggio. Entriamo in H2, la città vecchia occupata dai coloni, che ancora gli parlo: gli dico d’esser forte e farsi carico di tutto, di non farmi piangere ma prendersi dentro tutta la sofferenza della città. Non varrà, la mia opera di convincimento, a evitarmi i crampi allo stomaco e a risparmiarmi le lacrime che la sera stessa inevitabilmente scenderanno, ma il mio cuore mi assicura due ore di resistenza. Non gli chiedo altro che di restare umano.

“Benvenuti nella città fantasma!” esclama Issa, di fronte a due soldati. I militari sono ovunque, in H2. Oltre venti check points sparsi per Hebron rendono la quotidianità dei Palestinesi un’esistenza a singhiozzo, perennemente con carta d’identità in mano, nell’ansia costante di ricevere nuove proscrizioni, inaspettate accuse, o di cadere vittime di arresti decisi a caso, arbitrariamente. E’ tutto immobile e muto, per le strade. Come una maledizione, il silenzio si è abbattuto sui vicoli dell’antica Al Khalil, questo il nome arabo, il nome vero, della città. Dove un tempo era la vita, ora è piombato un vuoto paradossale, da quando i coloni hanno preso le case dei Palestinesi, gli arabi hanno dovuto lasciare le loro strade, e le loro stesse automobili non possono circolare in questa zona. Ci sono così tanti divieti per i loro veicoli a targa verde, che persino le ambulanze palestinesi, per raggiungere i pazienti da soccorrere, son costrette ad allungare il tragitto di parecchi chilometri, mentre i parenti delle vittime le chiamano e richiamano, anche cinque o sei volte, sperando che l’attesa non si riveli vana. Un’auto a targa gialla, questa libera di muoversi ovunque, sfreccia accanto al nostro gruppo: il conducente israeliano e il passeggero accanto a lui, vedendoci, iniziano a battere i pugni contro i finestrini e urlarci insulti e minacce in ebraico. La presenza degli internazionali ad Hebron non è gradita: visitare questa città significa diventare testimoni dell’occupazione e delle violenze subite dai Palestinesi, e dei crimini internazionali che Israele, attraverso i coloni fanatici che ci abitano e i suoi soldati arroganti, ogni giorno commette, impunito, in questa terra. Gli ebrei che ci vivono lo sanno, non è bene che il mondo veda, e per questo picchiano sui vetri, e già la voce del nostro passaggio si diffonde per tutta la città.

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Mentre camminiamo per i vicoli deserti, si sentono delle esplosioni in qualche strada parallela, poi un forte odore di gas impregna l’aria. E’ polvere da sparo, i sensi abituati alla pace imparano in fretta a riconoscere la guerra e il suo tanfo. Tutti, nel gruppo, si coprono bocca e naso. Ma i Palestinesi che ci guidano non lo fanno, ci scortano come fossimo dei bambini, guardandoci le spalle, senza curarsi dell’odore. E allora io li imito: mi sembrerebbe vile coprirmi il volto per non respirare l’aria con cui loro convivono. Mi ripeto che se a loro non dà fastidio, neanche a me farà male, mentre le narici mi bruciano tanto da farmi temere che possano sanguinare e gli occhi prendono a lacrimare. Resisto, guardo Issa a naso scoperto e resisto, facendo brevi respiri e trattenendo più che posso il fiato. Usciamo finalmente in un’altra strada, dove l’odore della polvere da sparo non è arrivato: appena in tempo per salvarmi dalla vigliaccheria che stavo per compiere, tirandomi su la sciarpa.

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Eccoci all’imbocco di Shuhada Street. Ecco il Sud Africa dell’apartheid, le riserve indiane, la via dei gulag, gli autobus per i bianchi e gli autobus per i neri nel Mississippi. In ogni ingiustizia in qualsiasi angolo della terra son condensate tutte le ingiustizie commesse nella storia dall’umanità. Shuhada Street porta sulle sue pietre, sulle sue case, sulle imposte chiuse, tutte le brutture che negano all’uomo il diritto di definirsi tale. Ci fermiamo all’inizio della strada, di fronte a un check point di tre soldati che avranno circa la mia età. Dal ’94 le auto arabe non possono percorrere questa via, che era la più importante, quella dei commerci e della vita, che congiungeva il nord col sud di Al Khalil. Dal 2000, poi, la definitiva sanzione dell’apartheid ad opera della democrazia israeliana: neppure il piede palestinese può toccare il suolo di Shuhada Street. Mi sembra assurdo, quasi uno scherzo. Qualcosa in me si aspetta che dopo questa sosta procederemo comunque tutti insieme, Italiani e Palestinesi. Oltre ai giovani dello Yas di Issa, al signore zoppicante con le sue bambine, son con noi anche due ragazzi quindicenni, Sami, che vive nel campo di At-Tuwani e a cui abbiamo dato un passaggio per venire qui, e il suo migliore amico di Hebron. Issa ci spiega che i Palestinesi di Shuhada Street son stati costretti a lasciare le proprie case, a chiudere tutti i loro negozi. Chi è rimasto nella propria abitazione, per uscire deve passare sopra i tetti o per buchi praticati nelle pareti delle case dei vicini: la legge israeliana non fa sconti, l’asfalto di Shuhada Street appartiene ai figli di Davide, i Palestinesi se ne facciano una ragione. E sul mio cuore cade un macigno quando Issa alza la voce, in modo che i soldati possano sentirlo: “Ora voi, che siete internazionali, percorrerete questa strada. Noi Palestinesi, poiché non siamo umani, non potremo accompagnarvi. Dovremo fare una deviazione attraverso il cimitero dei nostri padri, vi raggiungeremo alla fine della via, ci troviamo laggiù”. Si incamminano sull’altura mentre noi indugiamo esitanti, persi. Con un gesto automatico, solleviamo i passaporti davanti ai soldatini israeliani, affinchè ci lascino entrare in Shuhada Street. Superiamo il check point. I miei piedi si muovono sulla strada negata a chi l’ha costruita. Nessuno del gruppo osa fiatare. Il silenzio ci schiaccia, i nostri passi son lenti, avvolti in un torpore sconosciuto. Le serrande dei negozi ai nostri lati son sigillate, le antiche tende come palpebre verdi ricadono sopra alle imposte, tenendole chiuse in un lungo e tormentato sonno. Cammino, e penso intanto alle nostre guide che ora stanno attraversando il cimitero. Shuhada Street è abbastanza lunga per torturarmi col disagio di avere un diritto a loro negato, con la rabbia che l’apartheid sia praticato nel 2014, col senso di lutto che mi assale di fronte alla morte che si avverte in questa via deserta, con l’indignazione per le voci che potrei sentire, per i colori che potrei vedere, per la confusione che potrebbe esserci su questa strada, che hanno invece lasciato posto al camposanto dell’umanità, spopolato anche dei defunti.

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Finalmente, la fine di Shuhada Street. I volti dei nostri compagni palestinesi. Mi sembra d’aver guadato un fiume, le mie gambe sono stanche, pesanti della vergogna d’aver camminato dove loro non possono, dove anch’io forse mi sarei dovuta rifiutare di passare. Ho attraversato l’apartheid, mi dico. La retorica del giorno dei funerali di Mandela è un fastidioso brusio nelle mie orecchie che mi fa sentire persino  in colpa di essere definita una “internazionale”. Mi ritornano in mente le parole di Neruda: “Chiederete: perché la tua poesia Non ci parla del sogno, delle foglie, Dei grandi vulcani del tuo paese natìo? Venite a vedere il sangue per le strade,Venite a vedere Il sangue per le strade,Venite a vedere il sangue Per le strade!”.Di questa strada, venite a vedere il silenzio, venite a respirare il silenzio, venite ad affettare il silenzio, cari internazionali, cari figli del perbenismo e dei grandi discorsi celebrativi.

Finisce via Shuhada, non termina l’orrore. Nuovi vicoli fantasma, anche qui case abbandonate dagli esasperati proprietari. I portoni son tutti grigi, dipinti di recente: durante la campagna elettorale di un anno fa, le poco onorevoli stelle di Davide e le scritte “Morte agli arabi” sono state dignitosamente cancellate con una passata di vernice, una bella lavata sulla pellaccia d’asino della coscienza israeliana. Quasi nessuno abita più qui, ma alla nostra sinistra, Issa ci indica un appartamento al secondo piano, dove vive un’anziana Palestinese insieme alla figlia. “Secondo voi perché abita ancora lì? Perché è sorda, e non sente le molestie che ogni giorno i coloni e i soldati lanciano contro di lei e la sua ragazza”. Lento rimuginare su queste esistenze impossibili nella terra degli aranci tristi, tristi come gli occhi di Issa che ci sta dicendo che la casa in cui è nato si trova in Shuhada Street e non la può più vedere, quando finalmente incontriamo un po’ di vita: tre negozi di souvenirs palestinesi. I commercianti ci accolgono con gioia, hanno preparato persino del tè da offrirci al nostro arrivo, nella paralisi da incubo delle strade di Al Khalil ci sembra quasi di entrare in una bolla di normalità. Imbarazzati, ci improvvisiamo turisti, contrattiamo shekel ed euro, facciamo felici i commessi, arruffiamo oggettini di ogni genere. Quando esco, allegra, sciorinando i miei salam divertiti ai mercanti, una doccia fretta, o forse una cascata d’acqua bollente, mi cade addosso con le parole di un mio compagno: “Uscite, sbrigatevi: hanno arrestato Sami”. Hanno arrestato Sami, mi ripeto, provando a capire, a decifrare, a mettere insieme quelle tre parole che mi sembrano insensate. Sami, che camminava accanto a me due minuti fa, il quindicenne palestinese dai capelli biondi. Ci raduniamo tutti sotto a una torretta dell’esercito israeliano, che è lì di fronte ma non avevo notato. Chiedo informazioni, in preda alla confusione più nera. Mi spiegano che due soldati che si trovavano di fronte ai negozi, vedendo Sami e il suo amico di Hebron, intuendo la loro origine araba, li hanno arrogantemente richiamati con un gesto del dito, per chiedere loro un documento di identità. Né Sami né l’altro ragazzo l’avevano portato con sé: crimine inaccettabile, in odor di terrorismo. I due ragazzini son stati afferrati dai soldati e trascinati nella torretta. Il mio stomaco sembra disfarsi dalla paura, si contorce nello sconcerto provocandomi fitte atroci. E qui no, neppure le disposizioni severe date al mio cuore all’inizio della visita servono a frenare il nodo alla gola. Stringo i denti, penso ai due ragazzi chiusi lì dentro. Non ho mai assistito a un arresto, mai avrei pensato che il primo che avrei visto sarebbe avvenuto così. Due quindicenni trattenuti perché privi di documenti in Al Khalil. Fortuna che mentre noi siamo immobili a farci assalire dall’ansia e dal terrore, i Palestinesi, maestri di vita, si muovono subito. Mike, la nostra guida, sale sulla torretta per andare a difendere i due bambini che potrebbero essere suoi nipoti. Lo segue Issa, che a proteggere e salvare i Palestinesi da detenzioni ingiuste e prive di accusa è un esperto. Ogni secondo è un’eternità, i nervi son scossi come se mi avessero rapito un parente, le domande e le preghiere si confondono, le prime rassegnate lasciano presto il posto alle seconde. Poi, finalmente, Sami e il suo amico escono fuori: sono liberi. E guardateli qui, questi internazionali faciloni, che esorcizzano tutte le loro paure festeggiandoli con un applauso. E questi due quindicenni che, invece, scendono dalla scaletta senza guardarli, con la testa bassa: i loro occhi son quelli di due anziani, un velo di stanchezza e umiliazione li separa da noi e dal resto del mondo, cancellando ogni traccia della loro età. L’applauso si smorza nel gelo. Esce quindi Mike, e poi Issa, trattenendosi la sciarpa rossa sul petto, con un’espressione dura sul volto: mi accorgo solo ora della sua bellezza, o forse un po’ gliela disegno io, il suo coraggio va al di là di qualsiasi fascino.

Siamo liberi, si fa per dire, di procedere. Qualche passo, e siamo in un altro girone nell’Inferno, quello dei coloni a piedi e non in automobile. Un ebreo sulla cinquantina, corpulento, con una bella kyppah sulla testa, si insinua nel nostro gruppo e, camminandomi accanto, inizia a chiamare provocatoriamente alle spalle Mike. Mike si ferma all’angolo della strada, davanti a tre soldati che divertiti si godranno la scena. Lì il colono accende la sua telecamera, riprendendolo in primo piano, e punta il dito della sua mano sinistra sul naso di Mike: urla, lo attacca con insulti in ebraico di ogni tipo, agita il dito più violentemente per minacciare, il suo tono è inequivocabile, lo sguardo di Mike parla da solo. Vorrei tenere il suo cuore tra le mie mani, abbracciarlo, prendere le lacrime che gli offuscano la vista e piangerle io per lui, una ad una. In quegli occhi ho visto tutta la storia di un popolo, in quell’espressione di dolore rassegnato e rabbia ammansita i sessantacinque anni di oppressione patiti dagli abitanti di questa terra. Mike ci dirà, qualche metro più avanti, che il colono ha detto che siamo immondizia, morti che camminano, che dovremmo essere tutti sepolti sotto terra, ma non ci rivelerà altro, le parole più pesanti, quelle che son sicura quell’ebreo ha rivolto alla sua famiglia e ai suoi figli, le minacce che per pudore la mia guida custodirà tra i mille tormenti della sua anima, ma che io mi immagino e mi segno sulla pelle.

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Altro check point, sbarre d’acciaio da superare, al solito una volta noi, ogni giorno, in più momenti, i Palestinesi. Quindi, un altro gradino dell’Inferno. Un’antica via del mercato che, a percorrerla a capo chino, è tutta ombra e sudiciume. Alzando lo sguardo, la sorpresa. Il cielo ci arriva filtrato da una rete che copre tutta la strada. I coloni erano soliti lanciare ogni sorta di oggetto per ferire mercanti e passanti. Per proteggersi, i Palestinesi hanno realizzato questa esile difesa. Imbrigliate tra le maglie, però, son sospese uova, bustine di tè, residui di immondizia. Vilmente, ebbene sì, ancora una volta, ci ripariamo ai lati del vicolo per evitare che ci vengano lanciati addosso olio da cucina o altri liquidi meno onorevoli. Issa e gli altri restano lì, al centro della strada, perfettamente sotto alla rete. Cos’hanno le nostre teste e le nostre narici in più rispetto alle loro, da renderci così schizzinosi e paurosi? Se ci si abitua più facilmente ai diritti o alla loro negazione me lo chiedo con il cuore che inizia a cedere e a consegnarmi la resa, mentre attraverso la rete cerco di intuire un po’ d’azzurro, di invocarlo, magari, con le vane speranze di chi lo cerca tra le immondizie lanciate dagli umani su altri umani.

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Nella via della rete, ci affiancano anche dei ragazzini. Poverissimi, mi ricordano i bambini dei campi profughi. Vivono in una città, dovrebbero essere dei privilegiati, ma abbiamo ormai capito che gli infelici tra gli infelici della Palestina sono forse proprio i residenti di Hebron. Mi si avvicina un bimbo che avrà sette anni, forse otto, a decifrare le età ci ho ormai rinunciato, anche lui tradisce la sua altezza di bambino con la sua pelle dura e scavata che sembra quella di un trentenne, coi suoi occhi maturi e pieni di cose che, solo a immaginarle, mi terrorizzerebbero. Vuole vendermi dei bracciali, mi segue chiamandomi sorella, conosce parole in italiano, in inglese, in francese, si atteggia a venditore ambulante di un affollato villaggio turistico, ma al mio sorriso gli torna un po’ d’infanzia sul volto, e svela timidamente la sua identità di vittima caduta per caso nel regno dell’apartheid. Compro da lui un bracciale con la scritta Palestine per mio fratello, glielo prendo perché voglio che lo indossi sempre, anche se non bello, anche se scadente come souvenir, voglio che il mio fratello di sangue tenga al polso questo simbolo, questo ricordo del mio possibile fratello dagli occhi nerissimi che la vita ha condannato a nascere in una città fantasma. La gratitudine di questo fratellino mi rimane impressa: mi ringrazia una, due, tre volte, corre alla fine della strada per ritrovarmi e ringraziarmi ancora, mi saluterà anche quando sarò nell’autobus, facendomi ciao con la mano attraverso il finestrino, pronunciando l’ennesimo “grazie sorella” con le labbra. Il mio fratello di Hebron, il mio fratello della strada della rete.

Siamo quasi alla fine del tour, e Issa ci lascia il testimone di un discorso che mi segnerà profondamente, nei giorni a venire, e che mi ripeterò più volte, anche in Italia. Sulla mia agenda rossa la scrittura diventa quasi incomprensibile, le mani mi tremano nell’ansia di raccogliere ogni parola: “ Al motto di Vittorio Arrigoni, Stay human, finchè non mi uccideranno aggiungerò sempre un’altra parola, Stay actively human. Per il cambiamento, bisogna essere attivamente umani. Non basta provare sentimenti di umanità, occorre poi metterli in pratica, sacrificarsi in prima persona perché i diritti umani e il diritto internazionale siano rispettati in ogni parte del mondo. Siamo in un mondo che non crede più nei diritti ma nei profitti. Ma se negli anni ’50 Martin Luther King diceva “I have a dream”, oggi, nel 2014, ognuno di noi dovrebbe imitarlo e pronunciare il suo “We have a dream”. E credere nella forza dell’amore. Stay actively human”.

Mentre ci muoviamo verso l’autobus, ancora commossi, mentre le emozioni fanno ressa nei nostri cuori iniziando a lasciarci addosso una grande stanchezza, all’improvviso sentiamo delle grida, davanti a noi dei ragazzi palestinesi corrono, coprendosi il volto. E’ un attimo, alziamo lo sguardo, e dall’alto vediamo dei coloni che lanciano lacrimogeni sulla nostra strada. Corriamo, mentre Issa e i suoi ci stanno dietro, coprendoci le spalle. Corriamo, nel fumo e tra gli scoppi assordanti. Un ragazzo dello Yas ci spiega che non succede ogni sera, e che forse questi lacrimogeni sono proprio contro di noi, contro questi internazionali curiosi che sono venuti a frugare nell’armadio di Israele e a scoprire i suoi tanti scheletri. Siamo in autobus, affannati e spaventati, ma salvi. Issa, questa sciarpa rossa che ci ha accompagnati nell’Inferno, ci lancia un saluto quasi ottimista, che ci brucia un po’ sulle tante ferite che questa giornata ci ha lasciato addosso e a cui, dai nostri sedili, ci stavamo già abbandonando. Ci ricorda della nostra Resistenza, ci dice che gli ha sempre dato tanto coraggio pensare alla storia italiana, e che adora la canzone “Bella ciao”. La nostra storia, dimenticata dalle scuole e dallo Stato, e riscoperta in Palestina. Ricaccio indietro il mio nodo alla gola, per la tristezza c’è sempre tempo. E mando indietro anche la mia timidezza, inizio a capire l’essenzialità di ogni istante, l’importanza di dare e offrirsi in ogni momento in cui ce ne sia offerta l’occasione. Niente Shoukran, niente grazie, niente silenzi per salutare Hebron. Dalla mia voce parte un lieve “Una mattina mi son svegliato…”. Silvia accanto a me mi segue a ruota, Mario ci guarda, sorride, e si unisce a noi: “O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”. Il sorriso di Issa, poi Hebron che si muove lentamente dal finestrino, Bella ciao che va avanti fino alla fine, mentre il cuore si svincola dal nostro patto e si scioglie. Le lacrime prendono a cadere, silenziose, lente, e finalmente posso smettere di recitare la mia parte di reporter coraggiosa e affrontare il baratro che mi si è aperto nel petto. L’incubo, l’inferno, l’apartheid. Come si resta umani a Hebron? 200.000 Palestinesi costretti alle sevizie di 600 coloni. L’illegalità che si fa legge, la sofferenza che diventa consuetudine, la resistenza che rende anziani i bambini e che indurisce i volti, la forza che diventa tradizione. Un po’ piango, un po’ trattengo. L’umanità mi fa male e l’umanità dà senso alla mia vita. Per questo, canto Bella ciao come fosse un arrivederci, come fosse una ninna nanna per cullare i miei fratelli che vivono nella città fantasma, prigionieri di un terrore che un giorno cancelleremo. O partigiano, portami via.

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MacondoExpress

Quando arrivo ad Hebron, son già pronta al dolore. Da quel che ho sentito, letto, studiato, so che questa città sarà la mia tappa all’Inferno, che è in Terra e non nell’aldilà, come ci hanno insegnato a credere per alleggerirci della colpa di esserne direttamente responsabili, in vita e non in morte, con pene umane e non con contrappassi divini. I miei nervi son tesi, i muscoli contratti, nei presagi dell’incubo che mi appresto a vivere il mio respiro si prepara ad una lunga apnea. Hebron è la Palestina, è la sua storia, è l’apartheid. La città che toglie tutti i dubbi in merito a quale delle due parti sostenere, e che ti si scava dentro, diventando una cicatrice che si riaprirà tutti i giorni al tuo risveglio. Mentre salutiamo Issa e i ragazzi della sua fondazione, e un abitante del luogo che incede zoppicando sulla sua gamba di legno…

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fulmine«Quando il profeta parlerà’ per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[1]

Ovvero “Meglio viver 100 giorni da leone e mangiarsi le pecore”.
Questa indagine cognitiva, che ficca le sue radici sul terreno che nutre il grande Credo, fin troppo si è soffermata su fatti di relativa importanza, spandendo un piccolo borgo ad universo. Chiedendo ragione al nulla. Elencando liste di perlopiù anonimi contadini e allevatori, elevandoli a condottieri e guide, quando non ad interi popoli. Anche laddove il popolo altro non era che uno sparuto gruppetto famigliare o di goduriosi bisbocciatori. Dove tutti tradiscono tutti e le donne non sono che un mero mezzo passivo della procreazione, più che oggetti solo cose. Dove il sospetto è di la da venire e il dubbio non ha mai fatto la sua omicida comparsa. A questo mondo ancora senza luce, acqua, gas e televisione. Questa indagine chiede che alla Storia siano dati i tempi della storia. Chiede fatti. E ricorda che il mondo, il creato, è molto più grande. Molto più vasto.
 25. Come abbiamo già avuto modo di dire Abramo, vecchia lenza e gran tempra di filibustiere, nonché avventuriero, a differenza del figlio, visse centosettantacinque anni e, sistemato Isacco, pensò bene di sposare «Keturà. 2Ella gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. 3Ioksan generò Saba e Dedan, e i figli di Dedan furono gli Assurìm, i Letusìm e i Leummìm. 4I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoc, Abidà ed Eldaà. Tutti questi sono i figli di Keturà». Tutti gli altri ventri invece che fecondò erano di concubine e i dintorni furono presto colmi di voci di bimbi, più o meno contenti. Gli illegittimi meno. Allora un po’ per la confusione, un po’ perché non voleva sentire lagnanze e un po’ perché non amava vederli bighellonare senza costrutto, questi li mandò 5«»verso il levante, nella regione orientale». Ma dopo tanta fatica il povero vecchio giunse stanco ma soddisfatto alla fine dei suoi giorni.
9«Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Socar, l’Ittita, di fronte a Mamre. 10E’ appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Ittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara». Di dove fosse sbucato tale Ismaele nessuno fa menzione. Forse imboscato al banchetto di nozze ed in amicizia con quello che chiamava fratello. Forse un illegittimo che furbescamente s’era guadagnato la simpatia di quel padre. Forse semplicemente un viandante. Si fanno ipotesi ma non di più. Certo è che Isacco non era tipo da badarsi da solo e perciò allora 11«dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì»; dove il servo aveva incontrato sua moglie Rebecca, prima ancora che lui la conoscesse, e dove abitava il padre di lei, nonché suo zio.
Solo in seguito si venne a sapere che Ismaele era figlio di 12«Agar l’Egiziana, schiava di Sara» e concubina del vecchio. Quello stesso figlio che era stato dal padre cacciato e costretto prima nel deserto e poi in Egitto. Spero il lettore non me ne voglia se ci risparmieremo l’elenco dei figli generati da quel figlio di illegittima di Ismaele. Quel figlio che si sospetta accelerò la dipartita di quello stinco di santo del padre. Ai fini della comprensione dei fatti vi è la nuova credenza che quella lista sia un’inutile perdita di tempo e una sfida alla pazienza. Basti sapere che vennero elencati 16«secondo i loro recinti e accampamenti»; e che «Sono i dodici prìncipi delle rispettive tribù». Perché dodici figli mise al mondo anche quella lenza di Ismaele che pare avesse preso dal padre, dal padre in età avanzata. Altrettanta poca rilevanza ha che 17«La durata della vita di Ismaele fu di centotrentasette anni», infatti lui morì giovane. Tali meticolosità possono essere utili solo agli storici che di meticolosità sono già adusi da sé e per disciplina. E possono esser sopportate solo dagli stoici.
Per una sorta di destino anche Rebecca era sterile, come prima Sara, e anche Isacco chiese aiuto al Signore; anche perché erano passati ormai vent’anni e lui non ne poteva più di sentirsi dar la colpa. Ancora una volta Quello si spazientì ma ancora una volta decise di aiutare il giovane. Però questa volta preferì non mandare né viandanti né angeli, non per sfiducia, ma per sospetti. E dopo l’intervento del Signore 21«Rebecca divenne incinta» per un parto gemellare; non di due figli ma di due popoli. Difatti 25ancor prima che il rossiccio Esaù, tutto pelo ed esuberanza, 26trascinasse alla vita il fratello Giacobbe afferrato al suo il calcagno, era chiaro che tra i due non ci sarebbe stata che discordia. Infatti Dio, o chi per Lui, aveva detto alla mamma: «Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo». Il primo fu cacciatore e prediletto dal padre –più che quel figlio il padre in verità adorava la fettina– il secondo fannullone scioperato, sempre sotto la tenda, e perciò prediletto dalla madre. Mai che i due andassero d’accordo; come in ogni famiglia che si rispetti. Ma Giacobbe era un furbo di tre cotte e 29buon cuoco, mentre Esaù era tipo da vendersi anche l’anima 30.34per una minestra di lenticchie. Non c’era pace tra gli ulivi, cioè non era destinata quella terra, e quelle genti, a trovare pace.

Per l’immagine ringraziamo Enrico Mazzucato dal cui profilo Facebook l’abbiamo rubata. Come possiamo vedere tutta questa storia, e gli eventi narrati, e la terra promessa (da chi a chi?), e il popolo eletto stanno sotto il dito mignolo della mano destra del mondo.


[1] Da Wu Ming : Altai – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino. Pag. 265

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Fortuna vuole che non solo di guerra e morte si parli in questa Storia; nella Storia. Qualche volta c’è anche qualche bella notizia. Come quella di Isacco e Rebecca. Come sappiamo il deserto è un grande mare ma di sabbia, senza acqua. Come il mare è pieno di onde. Per quella sabbia scorrono fiumi di sangue. Per una donna ne potrebbero scorrere altrettanti, come raccontano bene quelli che credono agli dei. Noi, che non ci crediamo, per ora parliamo solo dell’amore e della gioia degli sposi. E fortuna che son finiti i tempi in cui anche a parlarne era pronto il patibolo.

fulmine24. Qui le cose vengono raccontate così come si sono state tramandate, per filo e per segno. Parola del Signore, cioè parole al posto di quelle del Signore: 61«Il servo prese con sé Rebecca e partì. 62Intanto Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb». Non c’è verso di scoprire un minimo di arte della sintesi. Va ben bene la precisione ma Isacco non s’era mai mosso ed era sempre lì. Lì dove ancora tutto è deserto. Bighellonando senza costrutto 63«Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli». Proprio in quel mentre, manco farlo apposta, 64«Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello». 65«E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». E alzarono gli occhi anche i cammelli volgendoli al cielo. «Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. 66Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. 67Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre».
Ora perché tra tanta compagnia il Servo avesse preso con sé Rebecca è argomento di lungo contendere. E di maldicenze. Ai quali noi non daremo seguito. E perché non avesse preso con sé altri, ad esempio le ancelle, o quella vecchia arpia della nutrice, non è certo. Ciò che successe durante quel viaggio non è mai stato preso in considerazione dalla grande cronachistica della voce delle indiscrezioni. Ciò che conta è che la fortuna arrise loro e arrivarono tutti sani e salvi. Isacco vide quella donna dal volto coperto, ma tanta era la sua brama che non aspettò nemmeno se lo togliesse. Più che portarla la trascinò nella sua tenda, ed è comprensibile visto che il giovane aveva ormai raggiunto l’età di quarant’anni e anche la sua curiosità sulle donne aveva avuto modo di diventare matura. Lui recava in fondo al cuore ancora la perdita della mamma; povero cocco. E non si venga qui a paragonarlo a quella leggenda di Edipo. Quello era greco e si sa com’erano i greci; dei gran sporcaccioni. E poi quella era leggenda e questa è Storia, e per di più Sacra Storia. Così Isacco prese in moglie Rebecca e solo dopo i piccioncini pensarono al matrimonio. Non si sa se Rebecca avesse conservato quel Dono di Dio: la verginità. Maligni sostengono che ci troveremmo davanti ad un altro dei tanti misteri. Il primo ma non l’ultimo del genere.
Soprattutto con questi narratori, meticolosi, puntigliosi, minuziosi, pignoli, pedanti, parolai, sarebbe inutile parlare delle nozze. Le nozze sono nozze. Vista una viste tutte. Non ci sono nozze sacre e nozze profane. Anzi c’è il rischio che anche la prima notte si divertano più gli altri degli sposi. Si sperpera un capitale per dar da mangiare ad una ciurma di affamati. Si soppesano i regali e si accatastano in attesa di farne l’inventario e di trovar loro un posto. Si corre su e giù ad accogliere gli ospiti, che solo all’ora ci si rende conto: paiono un mare. In burrasca. Con le famiglie numerose e feconde è sempre così. Sai quanti parenti hai solo quando te li vedi piombare in casa, cioè in tenda, tutti assieme. Quando devi dar loro da mangiare. Allora si gira intorno a vigilare per evitare il più possibile gli infiltrati. Gli uomini ridono e le donne piangono; chi dei due sia più realista è il più grande e inviolato degli enigmi. Qualcuno fa sulla sposa pensieri immondi. Qualcuna e qualcuno li fa sullo sposo, ma pare pochi e con poca fortuna. Tutti la baciano, la sposa, e qualcuno prova a baciarla di più. Qualcuno si prova a cantare, ed allora si capisce che sarebbe l’ora di dar fine alla festa. Il solito stupido cialtrone grida “Bacio! bacio!” incitando al coro. Chi finisce sotto il tavolo in preda all’effetto vigliacco dell’uva fermentata. Gli sposi allora scappano giusto in tempo per la loro ora di gloria. Stanchi da far pietà. Al lumicino delle loro forze. E le testimonianze del dopo sono sempre soggette all’ombra del dubbio. Inoltre Dio non ne vuole sapere di quelle cose.

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fulmineIn questa ricostruzione puntigliosa, seppur parziale, personale ed ironica, della Storia delle storie, della Storia con la “S” maiuscola, della Bibbia, sembra di trovarsi ad affrontare una iperbole assurda. Pare che il libro più letto sia anche il libro meno letto. Ad un certo punto anche Dio, nella sua infinita saggezza, ebbe un attimo di smarrimento; di dubbio: temette che con l’uomo non ci fosse proprio niente da fare. Qualcosa non era andato che sarebbe dovuto. Qualcosa non funzionava. Il resto del creato era una meraviglia divina. L’uomo era la belva, anzi la bestia, che non trovava pace; che stonava come un forestiero. L’uomo uccideva per il gusto di uccidere, per i motivi più banali. E aveva trasformato gli istinti in vizi, in degradazione.

Ogni controversia lasciava un’unica scelta: “fuggi o combatti”. Fin dall’inizio se nasceva una discussione su dove far pascolare le pecore la risposta era: “fuggi o combatti. Una lite su un paio d’acri di terreno: “fuggi o combatti. Una polemica su cioè che è giusto e su ciò ch’è etico, sul come dire le cose, sul sapere e capire: “fuggi o combatti. Una disputa sui gusti e sulle abitudini: “fuggi o combatti. Per un uomo o per una donna: “fuggi o combatti. E sarebbe continuato sempre così: “fuggi o combatti”. La dicotomia tra ingegno e politica si è sempre sviluppata in modo conflittuale.
A noi, lettori di oggi, sembra, forse sbagliando, che la guerra non porti nulla di buono. Che nella guerra ci siano solo vittime. Che non vinca veramente mai nessuno. A quei noi sembra che la guerra più che inutile sia estremamente dannosa. Già uccidere gli altri e uno sterile spreco di tempo, di energie e di risorse. Il problema è che, magari casualmente o di morte amica, a morire possono essere anche i “nostri”. E i morti pesano. Soprattutto quando tornano giovani a casa, dai loro famigliari, vestiti di una bara e una bandiera. Sarebbe forse illuminante chiederci perché Dio dovrebbe spendere quattro righe per distruggere cinque città e pagine intere per trovare una moglie ad Isacco; ma così sono i destini dell’uomo. E poi bisogna avere eternamente fede. Ed è qui che sorgono dubbi sull’attendibilità di quegli uomini che si facevano chiamare profeti. Magari mentre parlavano, più o meno a vanvera, anche un po’ così: tanto per ciarlare, erano inconsapevoli che qualcuno li stava ascoltando. E che poi avrebbe deciso che sarebbero stati loro e non altri i profeti. E che erano loro e non altri a parlare per conto Di. E nel frattempo, in ansia, Abramo, e ancor più Isacco, continuavano ad aspettare.
Rebecca, ma ancora Servo non ne conosceva il nome e la chiamò solo giovinetta o donna, a parte il nome da film americano, era 24figlia di Betuèl, uno dei figli che la prolifica Milca aveva partorito a Nacor. E’ Bene ricordare che Nacor era fratello di Abramo e che fin troppo spesso gli affari d’amore si risolvevano in famiglia. La cosa sembrava non essere di nessun nocumento anche perché la ragazza era di bell’aspetto e, soprattutto, vergine. Dio aveva creato le donne vergini e aveva chiamo anche loro donne. Si sarebbero poi distinte per l’uso che avrebbero fatto di quel dono di Dio. Lei, Rebecca, era vergine poiché 16nessun uomo si era unito a lei. Dissetato prima lui e poi i cammelli Servo si inginocchiò con quelli, i cammelli, 22prese un pendente d’oro del peso di mezzo siclo e glielo mise alle narici, e alle sue braccia mise due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro 23e chiese il nome della giovinetta. Sentito quel nome ebbe solo un secondo di esitazione, ma Rebecca era corsa subito a dare la notizia a casa.
Rebecca aveva un 28fratello chiamato Làbano e Làbano che come vide il pendente al naso della sorella gli saltò una mosca al naso, ma poi pensò che era felice che finalmente avrebbero sistemato quella sorella a cui nessun uomo aveva voluto unirsi. E pensò anche che doveva aver accalappiato un buon partito; quando ancora non sapeva dei dieci cammelli. Ancora si chiedeva come avesse fatto. E ancor più se lo chiese quando Servo, senza aver toccato cibo, si presentò annunciandogli: 35«Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini»; precisando che a quel figlio aveva 36«dato tutti i suoi beni». Magari anche esagerò un po’ al fine di vender meglio l’inetto, ma la cosa, il grano, fece la sua impressione. Così padre e fratello sentenziarono: 51«prendila, va e sia la moglie del figlio del tuo padrone» sfregandosi l’un l’altra le mani. Per una forma di cortesia chiesero anche alla stessa Rebecca cosa ne pensasse e anche lei ne era contenta pur di scappare da quella famiglia. Così finalmente, mentre l’attesa dall’altra parte era ormai spasmodica da rasentare la rassegnazione, lo sparuto gruppo partì con 59Rebecca con la nutrice, insieme con il servo di Abramo e i suoi uomini; ma anche con le ancelle e riportandosi i cammelli. Non si soffermarono ad aspettare l’angelo, non avevano idea di dove si fosse cacciato. E la giovane donna fu salutata dalla benedizione dei famigliari: 60«Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti le città dei suoi nemici!». Nel cielo, finalmente tutti concordi pensarono che almeno questa se la sarebbero potuta risparmiare; sarebbe bastato un: “Auguri e figli maschi”. E la parola di Dio rimase in silenzio.

Ringraziamo Enrico Mazzucato per la foto rubata dal suo profilo FB

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Tutto ciò che prima non era mai stato detto [dagli altri profeti. n.d.a.] è che nel creare il creato Dio all’improvviso si sentì solo. Non bastavano gli uomini, né i giganti, né gli angeli a lenire quella immensa solitudine. Fu per quello che creò delle creature in tutto è per tutto più simili a lui; più simili delle altre, e tutte si chiamarono Dio. Tranne per quella di sesso femminile che non gli assomigliava punto e che si chiamò da sola: Lei. Poi gli avvenimenti si susseguirono. Nessuno più parlò dei grandi erbivori. Anche quello è uno dei tanti misteri della fede.

fulmineSi ha qui l’impressione che ci si soffermi troppo in piccoli e irrilevanti particolari? Ci si ricordi che si sta parlando, in un qualche modo, di… come dire? due universi paralleli. Il tempo sulla terra scorre lento, si conta a minuti. Ma abbiamo parlato anche dell’infinito, del luogo dov’è cominciato tutto, dove si è dato inizio al creato. Lì tutto è diverso. E’ meno caotico. C’è meno affollamento. E soprattutto il tempo passa in modo diverso. Abbiamo visto scorrere i secoli in un baleno. Alcuni sono passati prima ancora che noi ce n’è accorgessimo. Si deve inoltre considerare che c’era un certo fermento, stava nascendo l’umanità, tutto ribolliva come nella tazza di un vulcano. Almeno alcuni degli eventi narrati avrebbero dato lavoro per anni e anni.
Ai più quei sei giorni sarebbero potuti sembrare secoli. Non a lui. Certo non si potevano ascoltare solo gli… storici e gli antropologhi; che poi ancora non erano stati creati. Era vero che c’era stato un periodo che l’aria s’era fatta un po’ più frizzantina, ma da questo parlare addirittura di glaciazione. Qualcuno aveva bisbigliato lontano da orecchie indiscrete che sarebbe stato per tenere fresca la birra. Ma se la birra non era stata ancora creata? E poi, fosse vero, si sarebbe completamente ghiacciata. La verità è molto più banale, ma nemmeno vale la pena parlarne. Non era troppo chiaro chi si doveva occupare di cosa. E nella confusione… non ti puoi mai fidare. C’erano stati alcuni mal funzionamenti nella distribuzione di energia. Piccoli disguidi. Già risolti. Non si sarebbe verificato più. Parola di Dio.
Nemmeno se ne sarebbe più parlato se… Il problema era che tutto era già successo all’inizio dell’inizio. Adamo amava fare due passi prima della frutta; e anche dopo per farsi una sigaretta. A quei tempi erano due sposini soli; senza figli tra i piedi. In quel suo curioso girovagare senza meta aveva trovato alcuni oggetti, siano essi di selce o di ossidiana, non era mica un geologo, che anche una mente semplice come la sua se ne sarebbe accorta. Si sarebbe interrogata. Decisamente erano reperti che la mano di qualcuno aveva levigato. Si era anche imbattuto in certe strane pitture. Ma di questo non ne aveva mai parlato. Perché si era spinto più lontano E li aveva visti in una grotta. E in quella grotta non era solo. Certo non era proibito, era solo una capra. Ma Eva era così gelosa. In seguito si era anche imbattuto in un enorme… sembrava proprio un osso. Era proprio un osso. Pensò potesse appartenere a qualche gigante scomparso. Troppo grande. Pensò al mammut ma il mammut, come sappiamo, non era ancora esistito e comunque era estinto. Poi era una bestia di altre latitudini. Quell’uomo di fede, e non troppo acuto, trovò nuovamente risposta nei misteri della fede.
A proposito, viene colta l’occasione per una riflessione filosofica che poco ha a che fare con i fatti. Contiamo ancora una volta nella pazienza e nella clemenza dei pochissimi che leggono; se non si sono già annoiati nelle poche righe precedenti. All’amico che continua a sostenere la teoria secondo la quale l’uomo è stato creato vegetariano vorrei chiedere se le punte di freccia o lancia, trovate tra quei reperti, indicano che l’uomo di allora, il primo se non il primissimo, ha lavorato quelle pietre per cacciare delle rape. Sicuramente l’uomo ha dovuto assaggiare tutte le schifezze che trovava, in natura. Erbe e sterpi, pietre e radici, tuberi, magari resti di animali e financo i loro escrementi, fino alla frutta. Ma qui torniamo ad andare fuori dal seminato. Comunque la fame era tanta e l’ignoranza era di più. Ma se i disegni dimostrano che cacciava gli animali già prima di essere creato, non possiamo che concludere che era un animale vegetariano con una dieta varia ed alcune eccezioni, tra cui la carne e il pesce. Ma ora è bene che torniamo ad interessarci puramente ai fatti. E a interrogarci solo su di essi.
Lei, nella sua a volte anche inopportuna petulanza, insisteva nel dire che non poteva continuare all’infinito a chiedere all’uomo di liberarsi di ogni curiosità. Che la curiosità sarebbe sopravvissuta a tutto. Che l’uomo aveva bisogno anche di risposte. Soprattutto le donne. Ma lui la trovava una questione di lana caprina. Caprina? boh! Lui amava le cose spicce. Se credi non hai bisogno d’altro. Ci vuole fiducia nelle cose. Lui amava quelli che erano sempre pronti. Amava i sì; mica i forse. S’era convinto che il mondo sarebbe andato meglio, molto meglio, se tutti avessero fatto il loro dovere senza star lì, ogni momento, a rompere… le uova nel paniere. C’era bisogno di ordine in quell’Ordine infinito. Se uno si mette a dubitare di ogni piccola cosa, anche sulla forma della terra, finisce che si trova a dubitare anche di Dio. E chi avrebbe fatto tutta quella grande cosa, il creato, se non Dio? Questa era l’unica domanda che gli sembrava saggia. E per quella la risposta era là, davanti agli occhi di tutti. Era una sola. Nemmeno serviva tanto ripeterla. Una risposta di tre sillabe. Il suo divino Nome.
Magari non subito ma col tempo Lui riusciva a trovare una risposta a tutto; non per nulla era Dio. Giustificò queste divagazioni col fatto che i giorni dell’uomo e quelli di Dio non hanno le stesse dimensioni. E che l’uomo e la sua discendenza non sono l’uomo ma quello tra loro che lui aveva scelto. Che a suo dire quelli altri gli erano riusciti anche peggio. Cioè che la Storia era quella di quel piccolo territorio che potremmo chiamare Galilea. Non perché il resto avesse meno importanza. Anzi. Solo perché chi ne aveva parlato era nato in quella piccolissima fetta di terra. Non conosceva altro. E non era colpa sua se gli uomini cosiddetti d’oltreconfine non sapevano leggere, scrivere e far di conto. Magari sapevano costruirsi gli attrezzi, ma solo rudimentali. Magari avevano provato con l’arte, con la pittura. Potevano definirsi pitture quelle? E a che pro? Al massimo erano scarabocchi, e rupestri. Persino loro li nascondevano agli occhi dentro delle caverne. Non erano che prove. Restavano degli ignoranti buzzurri; se gli era permesso esprimersi così.
Dio [nota a margine] non ricordava di aver creato uomini che poi aveva chiamato profeti. Lui aveva creato l’uomo e poi l’aveva chiamato uomo; più semplice da capire di così. Naturalmente anche Dio disse: “nemmeno Io”; e così via, che non staremo a ripeterci. Naturalmente ci sembra vacuo soffermarci sulla Genesi del nome. Loro parlavano in nome di… e anche questo Dio non ricordava di averlo detto. Ora non capiva perché non potessero avere un idea loro. Fossero sempre lì a pendere dalle sue labbra. Ma per pendere pendevano poco. Ma a chiamarli questo uomo e l’altro uomo e quella donna e quell’altro uomo e anche quella donna non ci si raccapezzava molto. Una volta si voltavano tutti. Un’altra non rispondeva nessuno. In quella che sostituiva l’anagrafe allora ci si era poi impegnati per distinguerli uno dall’altro. Avevano da prima provato con i numeri. Ma ben presto si resero conto che i numeri rischiavano di restare insufficienti. Allora erano ricorsi alla loro fantasia, anche quella piuttosto scarsa. Senza una regola, senza un piano né erano uscite le cose più bizzarre; ridicole. Persino uomini col nome da donna e uomini e soprattutto donne senza nemmeno il nome. Lacune di un esercizio ancora in fase progettuale.
Allora Lui alzò gli occhi al cielo. E ne fu entusiasta. Si sentì orgoglioso. Almeno di quello. Era una notte nera. Proprio nel bel mezzo splendeva un’enorme luna piena. Pensò che forse gli uomini avrebbe dovuto sistemarli lì. Però avrebbero dovuto scavare e scavare per trovare un pozzo dove dissetare i cammelli. E che forse si sarebbero messi in testa anche loro di volare. Già il cielo più in basso era pieno di uccelli, anche di notte c’erano quelli notturni, e di tanto in tanto si incrociavano anche gli angeli. Poi pensò che in poco avrebbero rovinato anche quella. E poi poteva benissimo servire per sognare. E per cantare. Pensò che avrebbero continuato a fantasticare di abitare anche quella. E con quella esplosione demografica tutto era possibile. Che piantata lassù li avrebbe lasciati parlare per anni e anni. Intanto li avrebbe tenuti occupati e non avrebbero fatto tanti altri malanni. Un modo l’avrebbero trovato, ma intanto non era male distrarli. Ma fu costretto a tornare con i piedi per terra.
Come si è provato di accennare, a parte gli improbabili, e spesso ridicoli, nomi propri, i profeti erano pur sempre uomini, e capivano quello che capivano. E associavano. E scordavano. E infiorettavano. Fantasticavano e ciarlavano. Inoltre nel riportare, è umano, si aggiunge o toglie sempre qualcosa. Lui stesso non avrebbe dato Fede a tutto quello che dicevano. Anche se la Fede è necessaria. Due parole qui, quattro di là. Non c’era da stupirsi se poi si generava confusione e i posteri non ci avrebbero capito granché. Che poi ognuno cercava di portare anche l’acqua al suo mulino. Dovevano essere tutti dei mugnai, ma non ne aveva conferma. Certamente erano anche dei gran burloni e un po’ giullari. E non tutti poi si presentavano proprio per bene. Prendi quello… e poi quello con quella voce blesa… beh! lasciamo andare. Era ben anche per quello che aveva creato la Fede. Ce n’erano che amavano le feste e non facevano che raccontare di party e di divertimenti vari, e anche non certo decorosi. E altri che amavano l’avventura e l’azione, spesso truculenta. Non c’era un equilibrio; Divina pazienza, o come diceva Lui: “Divina polenta”.

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fulmineNon si può sempre ritornare a ritroso. Dopo tanti fatti narrati Abramo aveva già imbandito il tavolo per lo sposalizio e tutti gli addobbi e, povero vecchio, si avviava lentamente a finire di vivere i suoi centosettantacinque anni, era in attesa di buone notizie dal suo servo. Isacco, il suo unico figlio, era in attesa forse anche più ansiosa. Nessuno dava ascolto a quel figlio legittimo e lui non molto aveva da dire. Silenzioso era quasi sempre stato silenzioso e nemmeno troppo acuto. A questo proposito è bene, anche se superfluo ricordare, il fatto del monte, quando ignaro si era prostrato per il sacrificio senza capire, fino all’ultimo e oltre, che era destinato a lui e non all’agnello il coltello brandito dalla mano virile del genitore.

Sorge legittimo un dubbio che ci giunge da lontano: ma se l’uomo è discendente diretto della stirpe creata da Dio (e da Adamo), chi ha creato tutti i popoli ostili che quel “popolo eletto” incontrava continuamente nella sua strada? Cioè se discendevano tutti dalla stessa famiglia e dalle stesse donne, su ciò meglio stendere un pietoso velo, ovvero: se erano tutti fratelli, e fratellastri, e anche cugini, chi aveva creato i nemici?
A sentire ancora Lei le storie di quegli uomini che diventavano padri senza nemmeno accorgersene dovevano finire, ma aveva il sospetto che non avrebbe vista quella fine. E a dirla tutta, se ci troviamo spesso a ricapitolare, invocando la clemenza del lettore, è anche per merito di Lei, non Lei ma Lei, l’altra; quella contemporanea. In carne e ossa. Dicevamo che anche la sua parola, di Lei, è parola di Dio e allora disse: “Certo che poco si parla dei suoi simili fatti ancora più suoi simili, cioè dei giganti. Per non dire degli angeli, mica si saranno fatti da soli. Che Lui li manda a portare un messaggio e quelli si prendono le loro libertà e vogliono mettere opinione. E nulla si dice dei suoi simili fatti proprio sputati a sua immagine e somiglianza, uguali uguali a Lui, tanto da essere anche Loro Lui. A parte Lei, cioè io, che una qualche differenza c’è ed è anche evidente, ma sempre a sua immagine e somiglianza. E non sorVolo nemmeno su quel sputati perché questo vizio di sputare ce lo dovremmo togliere tutti. Non è per niente bello che, con la scusa di dare la vita, a uno gli si sputi in faccia. E’ tanto meglio farlo nel modo tradizionale. E anche più divertente. A parte casi particolari; e se ne vedon già molti. Al limite si potrebbe infilargli un biglietto in bocca. Soprattutto a quelli che poi debbono strisciare tutta una vita. Una sorta di post-it con quattro o cinque informazione d’uso. Come un manualetto: vai e fai; che non è nemmeno una brutta idea”.
24. La storia, la nostra Storia, non si può certo fermare su un bisticcio di genere. Mentre se ne discute, e senza soffermarci sulle modalità del giuramento che gli erano state richieste, e che nemmeno a Dio eran piaciute, nel frattempo il servo fedele di Abramo s’era recato in Aram Naharàim, alla città di Nacor. Per i geografi dobbiamo digredire per precisare che si era recato in un posto imprecisato tra due confini, non essendo ancora stati creati i cartografi –spesso pare che tutto questo sia di frequente raccontato con la logica del dopo. Ora il servo fedele –Dio aveva chiamo il servo solo Servo, ma a volte anche schiavo e altre, raramente, oppresso– 10aveva recato con sé ogni sorta di cose preziose e dieci cammelli –si sa come in quei paesi di lingua araba vi sia la consuetudine di barattare le cose con cammelli, qualche volta anche in modo improprio. E il povero signor Servo fece fatica immane per 11far inginocchiare le dieci bestie fuori la città nei pressi del pozzo. Le bestie non volevano piegare le ginocchia e lui voleva esser certo di ritrovarli al ritorno; non è che si fidasse proprio molto. Ma lui, scaltro, aveva scelto quel posto perché vi si recavano le donne e lui non le disprezzava certo, le donne, anche se doveva sceglierne una per il suo padrone, cioè per il figlio del padrone. Diede un paio d’ore libere all’angelo e poi il Servo, che non era certo un servo sciocco, anche per togliersi dagli impicci scaricò parte di quella responsabilità invocando Dio con queste parole: “14la ragazza alla quale dirò «Abbassa l’anfora e lasciami bere», e che risponderà: «Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere», sia quella che tu hai destinato al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato bontà verso il mio padrone»”.
Dio invocò la clemenza celeste perché ce le aveva piene, nel senso di tasche, di essere messo in mezzo anche per simili sciocchezze, pure per fare il mezzano, perché era stanco di sentirsi chiamare continuamente di qua e di là, e anche sopra e sotto, e perché avrebbe avuto ben altro da fare. Comunque, come si sa, Dio vede e provvede, e anche un po’ di fortuna non guasta, e così Servo 15«non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era figlia di Betuèl, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, ‘che’ usciva con l’anfora sulla spalla».

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