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Archive for settembre 2013

The New Black by The Mavrix

The New Black by The Mavrix
words and music composed by Ayub Mayet and Jeremy Karodia
copyright 2012

Chorus:
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non devi perdonare la mia insolenza, dato che vengo descritto rozzo e persino sfrontato
Puoi pensare che io sia una persona inutile, spacciatore di falsità, disilluso.
Sono l’interruzione alle tue conversazioni a tavola, una costante irritazione e sbigottimento
al contrario di una certa nazione sovrana che ha una storia vecchia di quaranta generazioni
un’incomprensibile mano umana ha approvato violenza, brutalità e la cacciata dalla terra di appartenenza
Verso una terra senza gente per un popolo senza terra
In modo ancora più inatteso, un maledetto incontro, una lista nera di superpoteri…
Non sono una vittima, sono un terrorista!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non perdonare la mia frustrazione, il mio risentimento e la mia rabbia
perché l’umiliazione dell’occupazione è aggravata dal pericolo.
E’ un tipico giorno soleggiato e tranquillo a Gaza oppure un massacro a bordo di una flotilla di aiuti.
I ricordi di Sabra e Chatila e di un ragazzino chiamato Mohammed al Durrah sbiadiscono.
Una nazione, oppressa nella lotta, bombardata e catapultata in un’irreale età della pietra, è immersa nel dolore,
in modo ancora più inatteso, l’oppressore si atteggia a vittima ed è accettato, lodato ed applaudito,
con una tempesta di propaganda e odio!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Hai detto qualcosa? Hai sentito l’urlo dei bambini?
Quando le armi al fosforo bianco incenerivano i cieli e dissanguavano una nazione,
dov’era Obama, quando il diavolo giunse a Gaza?
Hai per caso implorato? Dateci misericordia, misericordia, vi prego.
Non perdonare il mio sarcasmo, la mia irriverenza o cinismo
perché qualsiasi antagonismo o critica al prescelto da Dio è proibita.
Visioni ed allucinazioni di pace vengono sputate dalla pancia di un M16.
Blackhawks & bulldozer, mortali ed osceni, fanno a pezzi e tradiscono la ragione.
Complotti fatti di massacri, convenzionali e chimici, convogliano un semplice messaggio:
la resistenza in azione sarà raggiunta dalla gloria della civiltà occidentale.
senza discorsi o ovazioni, io chiedo, qual è il prezzo del mio perdono, Jack?
Al diavolo, sopravviverò ad un altro attacco perché non mi fate alcuna concessione,
non c’è ritorno, sono sulla rotta della mia libertà
Perché I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Come noi anche i palestinesi hanno intrapreso, per la giustizia sociale, quel percorso di resistenza attraverso il movimento di boicottaggio internazionale (BDS) che per primo portò a mettere in ginocchio e porre fine all’Apartheid. E’ toccante e stimolante provare la solidarietà dei nostri fratelli e sorelle del Sudafrica. Il New Black è un appassionato e potente riflesso di ciò che significa mostrare solidarietà umana. E ‘un riflesso di che cosa vuol dire “mai più”.
Nella mia vita ho visto la sconfitta dell’apartheid Sud Africa e nessuno può cancellare in me la speranza che l’apartheid israeliano e il dominio coloniale veda la finire.
Questa collaborazione musicale tra Sudafrica e Palestina è una manifestazione creativa di resistenza culturale all’oppressione israeliana, una parte indispensabile della nostra lotta globale nel movimento BDS per la libertà, giustizia e uguaglianza.
Mi conforta che oggi palestinesi e sudafricani stanno lavorando insieme per creare bella musica che risveglia i nostri spiriti e aiuterà a risvegliare la coscienza del mondo.
Al Sudafrica è stata necessaria la solidarietà del mondo per guadagnare la sua libertà, e oggi la Palestina ha bisogno del Sudafrica.
C’è una urgenza immediata, in questo momento storico, dopo la guerra del 2009 di Israele a Gaza (piombo fuso),
per una campagna di solidarietà internazionale nella volontà evidenziare le somiglianze tra apartheid e il sionismo.
Questa collaborazione tra musicisti palestinesi e sudafricani e attivisti, il primo nel suo genere, è un passo importante nella giusta direzione.

I Mavrix nascono da una collaborazione musicale nel 1984 come una band di protesta. Questa band è cresciuta fino ad accogliere 6 musicisti: con violini, chitarre, tabla africani, santoor e vocalisti. Le canzoni loro parlano di diritti umani, di razzismo, povertà, abusi di droga e oppressione.
Nel 2004 i Mavrix realizzarono il loro primo album “Guantanamo Bay” e stanno, attualmente, incidendo il loro secondo album “Pura Vida” che sarà completato in giugno 2012, da questo album è stato stralciato la canzone “The new black”, che è nata dalla collaborazione tra il Sud Africa a la Palestina.
Il video musicale e la canzone sono nati dall’incontro della band sudafricana e il musicista palestinese Mohammed Omar, che assieme hanno realizzato questo video musicale chiamato The New Black, che sarà inserito nel nuovo album “Pura Vida” di prossima uscita.
Il testo composto da Jeremy Karodia e Ayub Mayet è stato scritto come reazione all’orrore del massacro di Gaza “Piombo Fuso” del 2008-2009 e successivamente ispirato al libro “Ogni mattina a Jenin” dell’autrice Susan Abulhawa. La canzone scritta nel 2009 da Mayet è stata ripresa e riscritta dopo la lettura del libro della Abulhawa e oggi ci appare nella versione nuova.
Haidar Eid, esponente del BDS di Gaza e amico della band ha ascoltato la canzone nel 2011 e ha proposto immediatamente la collaborazione con il suonatore di Oud palestinese Mohammed Omar suggerendo una collaborazione con la band per creare un video in collaborazione sulle condizioni che accomunano il popolo sudafricano con quello palestinese.
La canzone è stata registrata dai Mavrix in Sud Africa e successivamente sovrapposta la registrazione di Mohammed Omar a Gaza, senza che le due parti si siano mai incontrate. Il risultato del brano mostra l’empatia che la solidarietà tra musicisti riesce a rendere.

Prodotto dal Palestinian Solidarity Alliance (Sud Africa) e dalla Palestinian Campain for the Accademic and Cultural Boycott of Israel (PACBI) accompagnati con scritti di Aldar Eid di PACBI, Barghouti del Movimento BDS, Ali Abunimah di Electronic Intifada e Susa Abulhawa, autrice di Mornings in Jenin” la canzone rappresenta un messaggio di supporto dei sudafricani che hanno vissuto in precedenza pure loro l’oppressione e l’apartheid. In solidarietà con i palestinesi che vivono ancora sotto l’oppressione dell’apartheid di Israele.

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Juliano’s way
DAM feat Juliano’s students¹

Jul, mi ricordo sempre quando mi dicevi che l’arte è rivoluzione,
e noi da quel giorno non siamo solo resistenti, noi siamo artisti.
Jul, non dimenticherò mai la resistenza che hai piantato dentro di noi!
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Jul diceva che fare teatro ed esprimere la propria opinione è anche questa una forma di resistenza.
Noi ci siamo fermati davanti ai confini
mentre tu li hai semplicemente scavalcati.
Hai tracciato una freccia in una sola direzione:
nessuna svolta, nessun rallentamento, un unico obiettivo.
Sei morto con tutte le tue qualità amico mio,
mentre l’assassino mascherato ha paura di guardarsi in faccia.
Jul, chi è il folle tra noi?
Chi è il sano di mente? Chi ha chiaro il quadro della situazione?
Ci fosse stato tra noi un pizzico della tua follia
“libertà” non sarebbe stato solo il nome di un teatro.
Jul… Juliano è stato ucciso
lo stesso giorno in cui è stato ucciso Martin Luther King,
entrambi avevate un sogno che per noi è una speranza,
ma c’era gente disperata e armata.
Regista e attore fuori dal copione,
ci hai regalato i bambini di Arna, adesso lasciaci essere i ragazzi di Juliano.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Ci diceva sempre “non fatevi fermare dalla prima pallottola”,
e noi dopo 7 pallottole nel tuo corpo siamo ancora in piedi.
Chi incontra l’assassino gli chieda:
se Jul era su una lista nera, ditegli di mettere il mio nome dopo il suo,
a chi avete sparato?
Avete sparato al nostro uomo e alla nostra unità.
Lui, senza alcun effetto speciale è riuscito a salvare 3 ragazzi;
chiedi agli sbirri, dì agli occupanti di continuare a opprimere.
Noi non ci arrendiamo.
Jul… ci ha lasciato la sua eredità,
ma se l’assassino è uno di noi
sapete a chi abbiamo sparato?
Abbiamo sparato ad un teatro? ad una danza? ad un dipinto? Tutto questo è eresia?
Io ho aperto i libri, ma non trovo la pagina,
fammi capire, la religione combatte l’oscurità e l’arte ha lo stesso proposito,
questa è la differenza: non c’è bisogno di trasformare il bastone in un serpente per convincerci della vostra ideologia.
Basta combattere la schiavitù, e noi vi seguiamo.
Jul, se tu tornassi ai tempi dei profeti li proteggeresti con il tuo corpo:
mentre chi ti ha ucciso ha in mano i chiodi e il martello,
riposa in pace,
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
La libertà è libertà di pensiero, è libertà di espressione, e la cosa più importate è libertà di scelta.
Non capisco: perché si uccide la cultura?
Fa così paura la cultura? Jul ha risposto a questa domanda.
Ci siamo incontrati a Led, mi avevano detto che stavi girando un videoclip,
ad un certo punto iniziò una manifestazione, fu allora che capii una cosa nuova:
se l’occhio dietro la telecamera è coraggioso
allora ci si può trovare dinanzi ad una rivoluzione.
Per te una rosa e una grande tristezza; tutte le strade portano a Jenin,
e da qui che è iniziata la storia: impara dal maestro,
non avere paura dell’uomo mascherato che vuole far vivere nelle tenebre.
Sicuramente lui avrà seguaci tra i pazzi
mentre tu, in futuro, illuminerai la storia della liberazione, e nella storia della liberazione
ci sarà il poeta, lo scrittore e il combattente,
e stai sicuro che ci sarà anche il teatro.
Per chi ha ucciso e organizzato la scena nel teatro cupa, mentre quella di Jul sarà colorata, illuminata e terminerà con:
la storia continua.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Tu ci hai sempre insegnato che se nella resistenza non rimaniamo tutti uniti, l’uno accanto all’altro, finiremo tutti impiccati uno accanto all’altro.
I DAM sono il più importante gruppo rap palestinese, con sede a Lyd, Palestina, nati nell’anno 2000. Due membri del gruppo sono conosciuti per le loro canzoni di protesta che parlano di politica, sui diritti delle donne e altro. La band ha inciso due album (Dedication and Sligshot Hip Hop ST) e attualmente stanno completando l’album “Dabka on the moon”

La canzone Darb Juliano – Juliano Way è stata scritta nel 2012.
Nel 2004 i Dam hanno lavorato assieme al regista Juliano Mer Khamis (ucciso il 4 aprile 2011) al loro video clip del singolo Born Here e nel 2006 del loro album Dedication hanno dedicato il secondo brano (I have no freedom) al film di Juliano “Arna’s Children” tributo alla madre del regista stesso Arna, donna che ha passato la vita dedicandosi ai bambini e ragazzi di Jenin, insegnando loro di esprimere le loro paure e le loro difficoltà attraverso il teatro.
Dopo la morte di Juliano, che ha lasciato un profondo segno nelle persone che l’hanno conosciuto, hanno usato il video ed inciso la canzone per ricordare a tutti quale fosse la strada indicata da Juliano.
Il disco è uscito il giorno stesso della sua morte il 4 aprile 2012 e per la sua incisione sono state usate le immagini del funerale di Mer Khamis e delle riprese durante il suo lavoro e del suo teatro del campo profughi di Jenin dal nome significativo Freedom Teater. Il teatro stesso è stato più volte attaccato e distrutto e arrestati i collaboratori di Juliano.
L’opera del regista che si diceva essere al 100% israeliano e al 100% palestinese, non era molto gradita in quanto lui l’aveva destinata alla parte oppressa della popolazione e ai bambini e ragazzi del campo profughi che attraverso la recitazione e il teatro hanno preso coscienza della loro condizione e hanno superato paure e condizionamenti tipici di una popolazione privata dei propri diritti.
Juliano Mer Khamis, apprezzato all’estero più che a casa propria, a parte quella che si trovava nei territori palestinesi, lascia dietro di sé un grande insegnamento e delle persone che continuano la sua opera. Di questo parla il video e trasmette immagini di speranza e di volontà di emancipazione.

¹ Il video viene riproposto in quanto era già stato pubblicato con testo leggermente differente.

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tazzina di caffèNon so a voi ma a me a volte capita di introdurmi nei pensieri più strani. A volte anche profondi. Che se ne vengono dal niente. Avete mai provato a pensare a come la vita altro non è che un rosario di rinunce? Almeno per alcuni, per molti. Io, per esempio, ho una macchina. Un vecchio modello. Con più di dieci anni. Non che sia tenuta male, tutt’altro, io ne ho cura. Eppure anche il colore non mi era piaciuto del tutto nemmeno da subito. Arancio tarocco. Era già vecchia che non avevo nemmeno finito collaudo. Quella dei miei sogni l’ho già vista, naturalmente. Dovrei dire quelle. Ogni volta guardo il prezzo e poi capisco e la rimetto nel gran bazar delle rese. Certo che una macchina è una spesa grossa, e impegnativa. Ma se si pensa a volte ci si deve arrendere anche davanti a cose ben più banali.
Se potessi non mi spiacerebbe nemmeno una barchetta. Invece la vita è un vero calvario. Soprattutto quando hai superato i cinquanta. A dire il vero, nel mio caso, anche di un bel po’. E allora devi stare attento agli zuccheri. E a questo e a quello. Al goccio di vino in più. Al far tardi alla sera. A parte il fatto che si hanno sempre meno occasioni. E anche per le scuse ci vuole un bel po’ di fantasia. E allora vai a fare la spesa ed è tutto un “vorrei ma non posso”. E i prodotti e le confezioni sembravo fatti apposta. Per invitarti. Per lusingarti. Un intero scaffale di nutella. Barattoloni maxi. Te ne innamori ogni volta, e la lasci lì. A volte alla deroga sei costretti. Ma sono proprio le eccezioni che fanno la vita. Ma anche che la soffocano. Non nego che un goccetto ogni tanto non me lo nego. Che la partita con gli amici… ma a volte la partita finisce ma non la voglia di giocare. Ormai ogni persona ha gli orari dentro. “Devo andare”. Come se tutti al mondo avessimo qualcuno che ci aspetta.
Per non dire quando sei costretto a contarti i soldi in tasca e non hai quelli della puntata. E’ vero che sono i vizi che ammazzano l’uomo, in tutti i sensi, ma cos’è una vita senza vizi? Ma a parte i vizi. Ieri passo per via del corso. Mi fermo ma solo per allacciarmi una carpa. Odio i mocassini. Bisogna aver presente quando ti imbatti in una casa senza nessun motivo. Nella vetrina vedo un abito che mi avrebbe reso l’uomo più attraente del mondo. Sembra un desiderio al femminile. Era splendido e di un blu veramente elegante. Non era solo l’abito. Era di una stoffa che cadeva a pennello. Di una morbidezza da sogno. Sono anche entrato per provarlo. Sembrava confezionato su me, non aveva difetto tranne uno: il prezzo. Onestamente non sono disposto a spendere un paio di mesate per un abito ma non è che questo mi renda felice. Più avanti né ho trovato uno simile, ma ad un prezzo più consono alle mie tasche. Non era proprio uguale. La stoffa era un po’ un’altra cosa; ed era grigio. Sono uno che si accontenta, ma avrei preferito il blu. Per dirla fino in fondo ho adocchiato anche un paio di scarpe. Ma queste un paiono di settimane fa.
La tele non è male. Se si ha presente: quarantadue pollici, ultrapiatta. Anche il suono è accettabile. Ma se voglio vedere le partite debbo andare al bar. Se dico a Giovanna di prendere Sky mi chiede se sono matto. Che non ce lo possiamo permettere; tutti i mesi. A lei piacciono i film e i polizieschi all’americana. Se d’impulso, una notte, uccido Giovanna posso fare l’abbonamento e guardarmele in santa pace. Magari invitando qualche amico. Magari qualche amica a vedere qualcuno di quei filmetti. Se uccido Giovanna posso godermi al calcio. Ma se uccido Giovanna cosa faccio quelle sere che non c’è nessuna partita? E d’estate? E chi mi stira le camicie? Insomma non si può avere la moglie piena e la botte ubriaca. A volte è proprio vero che chi ha il cibo non conosce la fame. Che piove sempre sul bagnato. Luigi da quando ce l’ha, quel maledetto abbonamento, non che io sia un tipo invidioso, ma si da arie e non si vede più in giro dopo cena. C’è solo da dire che la sua, sua moglie, se n’è andata. Anche questo non mi pare giusto. Anche se è capitato ad un altro; a Luigi.
Però pare che adesso, lui, il Luigi, ne abbia una nuova. Si dice una russa. Pare sia in verità una bielorussa. Secondo me gli mangia tutti i soldi e poi si trova punto e accapo. E una nuova non ti lascia certo il tempo per gustarti la partita in santa pace. Ma restiamo con i piedi per terra. A cose ben più terrene; appunto. Meno frivole. L’altro giorno mi si è rotta una cerniera di una porta della cucina. Pendeva tutta da una parte, pericolosamente. E pareva che crollasse il mondo. Giovanna, che lei no! non più rinunciare alla ginnastica, due volte alla settimana, e al massaggio con tanto di massaggiatore, sembrava fuori di testa. “Ecco, vedi”. Pareva crollare il mondo. Ho dovuto fare un rattoppo. E’ la stessa da quando siamo sposati. La cucina, voglio dire. Anche lei comincia a mostrare i segni del tempo. Giuseppina, intendo dire; ma anche la cucina. Per quello che sa fare, mia moglie, potevano anche non inventarle; le cucine. Se la pasta non impara a chiamarla continuerà ad arrivare tardi e scotta. Certo che le ho detto di leggere la confezione e di mettere il timer ma quello, il timer, non ha mai funzionato. Allora non ci potevamo permettere niente di più Oggi non ci possiamo certo permettere di cambiarla.
Per il telefono avrei anche risolto. Perché di telefono oggi si spende quanto per la macchina. Ho pensato di fare un contratto a tariffa fissa. Non va bene nemmeno quello. Ha detto che così non imparerò mai a tenere sotto controllo le spese. Pare che lei sia d’accordo per la divisione del lavoro. Lei crede in un mondo dove io solo prendo i soldi e lei solo li spende. Il mondo dei sogni esiste purtroppo solo nei sogni. Se badasse più alla casa non avrebbe tanto tempo per spendere. E’ una regola matematica. Non è forse vero che il tempo è denaro? Stefano ha trovato la sua soluzione: ogni inizio settimina le da un tot. Lo strettissimo necessario. E se li deve fare bastare. E alla fine vuole vedere gli scontrini delle spese. E nemmeno la fa avvicinare alla carta di credito. Quella è la vera tentazione. Il supplizio di Tantalo. Dice Stefano che va meglio, da quando ha preso in mano lui la situazione, magari prima, che prima spendeva capitali in detersivi e altre stupidaggini. Loro hanno cambiato la macchina in primavera. I pantaloni in casa, dice, li mette solo lui. Forse è per questo che lei, Cristina, fa la carina con il medico di base e non solo per lui. Per arrotondare la miseria che riceve. Magari lo farebbe ugualmente. Magari anche solo perché lei è fatta così. C’è chi nasce santa, e poi ci sono le altre. Lei dice: “Non l’ho mai detto”.
In ufficio poi è un infermo. Chi è quel cretino che non ha un mattino in cui non si vorrebbe alzare? O che vorrebbe essere da un’altra parte? Il lavoro poi è sempre lo stesso. Non cambia di una virgola. Chi non sognerebbe qualche vacanza esotica’ Sono anni che andiamo in quel posto sperduto di montagna, in mezzo al niente. A Tambre. E quest’anno abbiamo anche saltato. Con la scusa della crisi. Per colpa del fatto che, come dice lei, dovrei imparare anche a risparmiare. Cosa vuol dire tenere sotto controllo le spese. Lo sono le spese ad essere troppe, sono i soldi a non bastare mai. La benzina: ci vuole la benzina altrimenti la macchina non parte. Il telefonico: non fai tempo a fare una ricarica che sembra farlo a posta e hai già i minuti contati; come se fossi un condannato al braccio della morte. La colazione al mattino, caffè e brioche: uno non può mica arrivare in ufficio a stomaco vuoto. Fa presto a dirlo lei che se ne sta in casa. Però si fa la spremuta e a meta mattinata esce per far colazione al bar; lei. Chi dovrebbe rinunciare sono sempre solo io. Lei si è presa anche un vestito aragosta. No! forse l’ha preso l’anno scorso. Non posso ricordarmi di tutto.
E io ho ancora questa camicia con il collo frusto. La cravatta su cui faccio i salti mortali per nascondere la macchia d’unto. Va bene che è mi è costata uno sproposito, me… Non ci si può affezionare alle cose. Lei di quella borsetta s’è liberata e non era costata di meno, anzi. La sua è una vita comoda. Ha pochi capricci e se li toglie. Non capisco perché una donna non più vivere lontana dal parrucchiere neanche un’intera settimana. E a cosa serva il visagista. Quando torna la riconosco subito. Mi sembra uguale. Che poi bastasse il viso per tornare a far sembrare attraente una donna. Alla minestra riscaldata è inutile aggiungere una spezia. Sempre quella del giorno prima resta. A sentire lei non ha difetti. Innanzitutto da due anni meno di me e la cosa non è di poco conto. Poi il profumo che usa costa come una bottiglia dello scotch che preferisco e le dura uguale. Quand’è al telefono con la madre non la finisce mai e finisce che per me il fisso è off limit. Stoviglie e bicchieri potrebbero denunciarci per crimini contro i più fragili. Attila al suo confronto era un dilettante. In casa nostra, per le suppellettili, è un continuo olocausto. Non è sopravvissuto un servizio intero. E ogni volta che vedo una cosa è pronta a chiedermi se sono proprio sicuro che sia necessaria. Finisce che nemmeno l’aria è necessaria. Se vogliamo vedere nemmeno le vacanze. Ma per lei è vacanza tutto l’anno. Una volta non era così. Pensava anche a me.
Nemmeno i film finiscono mai come speravi. La salute: il raffreddore che arriva quando nemmeno te lo aspetti. E quando hai finito tu: comincia lei. La neve che viene quando sei costretto in città. Mai per la settimana bianca. La piaggia? Quando hai lasciato a casa l’ombrello. I pullman: mai in orario. Mai un secondo prima quando ti servirebbe. Qualcuno lassù rema decisamente contro di noi. Mai che quel biglietto della lotteria sia il tuo. Mai che tua suocera sbagli giorno o ora. Puntuale come un orologio. Certo che, come tutti, vorrei vivere una vita diversa. E’ proprio questo il punto. Scegliere il ristorante e le portate senza dover preoccuparmi del conto. A lei piacciono i gerani alla finestre. Che ti tocca cambiare ogni anno. Io preferisco le begonie. A lei piace il rosso. A me il blu. E quando la vorrei rossa allora arriva con in testa quel castano che non è né questo né quello. Né capelli né crema di melassa. Io la vorrei dolce e lei ha mal di testa. E odio il brodo. Non ho letto in nessun libro che un brodino fa sempre bene. Invece amo la matriciana. E l’impanata. Vorrei un rolex al polso. E’ vero che fa la stessa ora, ma secondo me le ore diventano un balletto piacevole. E vorrei lavoro per tutti. O almeno che gli operai non rompessero i coglioni. Ma lo vogliono capire che sono una razza in via d’estinzione.
E vorrei che se la sbrigasse Claudio con la Brunetti & figli s.p.a. Che Aristide, una volta nella vita, portasse a casa una cosa buona; di cui andare orgogliosi. Anche per quella povera donna. E rinuncio al pane per mantenerlo in quella scuola. Mentre lui ha solo quello in bocca e in testa. Devo rinunciare ad aver fame quando ce l’ho perché bisogna aspettarlo. E lui arriva, se arriva, all’ora che gli pare. Rinuncio allo scooter perché l’ha prestato e deve sempre tornare domani. Rinuncio alla rete perché lui sta sempre a giocare in linea. Ai miei momenti di riservatezza, quei pochi, perché lui è sempre tra i piedi solo quando non dovrebbe. Potessi scegliere scioglierei una vita da singolo, ma lei aveva bisogno di essere madre. Avevo suggerito di prenderci un cane. Sempre di bastardino si sarebbe trattato. Non è forse il cane il miglior amico dell’uomo? Per la donna non ho ancora trovato la risposta. Avevo messo un annuncio per una muta. Facciamo i conti: la macchina da cambiare, la Sky: nisba, questa cipolla al polso, la cravatta macchiata, l’amante: se l’è fatta il direttore. Occhio non vede cuore non duole. Ma giocoforza poi non è solo lei per prendermi per un fallito.
La vita è proprio un rosario di rinunce? Danno la Juve e in Milan entrambi in prima serata. Una sei costretto a registrala. Con rischio che ti mettano il risultato. Devi contare il bicchierino e comunque lei percepisce l’alito già al citofono. C’è un bel dire di no. Distribuisco le buste e consegno a fatica quella di Pierpaolo. Mi si appiccica alle dita. Non sono mai andato a Berlino. Dicono sia bella. D’inverno è troppo freddo. D’estate non è il posto adatto alle vacanze e non c’è il mare. La casa: non mi dispiacerebbe una stanza in più. Per me. Per tenere le mie cose. Per andare in rete. Fumare e starmene tranquillo. Non capisco perché debbo andare in poggiolo, all’addiaccio, per fumare. Lei è riuscita a togliersi il vizio e se ne fa un vanto. Il suo non era un vero fumare. Era solo una dilettante. Avrebbe un’amica, un paio, non le invita mai. La margherita, e una birra, ma me la dovrei cucinare io. E il forno non è il massimo. Niente è il massimo nella mia vita. L’avevo sognata una vita al massimo. Stupidaggini da ragazzo. La mia ha il massimo come il mio scassone. In autostrada mi superano anche le biciclette. Persino quelle che sono ferme. E lei ha la mania dei centri commerciali. Sono tutta una trappola. Una ressa magmatica di tentazioni. I nuovi telefonini: gli smartphone. Mille diavolerie. Colori iridescenti e invitanti. La festa del vorrei ma non posso. L’albero della cuccagna. Sono sempre stato un grande sportivo ma da poltrona. Scivolo anche tra le coperte, figurarsi lungo un palo insaponato. Nemmeno ci provo.
Per non parlare delle donne. Di tutte le storie finite male. E quelle che non sono cominciate affatto. Quelle che ti accorgi che è tempo perso dopo che quel tempo l’hai già perso. Quelle che vedi e ti fanno sognare e sai già che resteranno solo un sogno. Inarrivabili. Quella del bar che il marito non gli toglie mai gli occhi di dosso. E ha le sue ragioni. Così piena di… di… di vita. E quelle tette te le sogni anche di notte. Quella che è disposta a tutto ma che puoi conoscere solo nel film. La voce al telefono. Le notti che non riesci a prender sonno. Ricordo una ragazzina, sono diventato adulto sognando lei. Eppure l’ho amata semplicemente guardandola mangiare un gelato. Era quell’anno a Portofino. Ma chi non ne ha viste fin troppe e non ha accumulato una diluvio di “No!”? Basta provare a pensarci. A tutti quei “Non ne ho voglia”. A tutti quei “con uno sposato?” o “ma per chi mia hai presa”? Questa poi è decisamente la scusa più ridicola. Comprese quelle che son le prime a provocare. Proprio loro. E quanti non hanno nemmeno trovato la prima parola? Fortuna io non sono un tipo timido.
Non ci sono più le puttane di una volta. No! non intendevo parlare di Cristina. A dire il vero non m’è nemmeno sembrato un tradimento. E’ stata solo una cosa così. Con una che incontri anche per le scale. Che hai visto praticamente nuda al mare. Che ha circa la stessa età della tua. Con cui sei andato anche in vacanza. Che ti sembra ormai come una di casa. E’ stato come farlo con mia moglie. Tranne per il regalino che le ho dovuto fare. Non che le lo avrebbe chiesto; non tra noi. E anche lei pareva quasi annoiata. E’ stato solo il capriccio di un momento. Forse di un paio. Non molti di più. In questo caso è stata anche colpa sua. Una donna non può venire ad aprire la porta e presentarsi come s’è presentata lei. Io dico: anche se sei sola in casa, e proprio perché sei sola e non si sa mai, una donna dovrebbe mantenere il suo decoro. Ma non voglio parlare di Stefano che qualche colpa, magari piccola, ce l’ha anche lui. E’ il mondo ad andare alla rovescia.
Invece la sigaretta e sempre là, in tasca, pronta ad offrirsi.

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2. Non certo un signore. Anzi è stato uno stronzo. Nemmeno dopo. Neanche una parola. Zero. E pensare che io… ero solo una bambina. E puoi come fai? Come puoi immaginare? Uno che ne ha più di tuo padre. Che l’hai anche visto. Che ha una macchina così. Che ha il figlio nella tua classe. Che ha una moglie. Anche bella, la moglie. Insomma. Una moglie. Paiono tutte uguali. E a quell’età sembrano tutte vecchie. Per me. Ma una signora che sembra per bene. Non di quelle. Fosse stato diverso… me ne sarei anche potuta innamorare. Un po’ ci avevo pensato. Chi non sogna la grande avventura? a quell’età? L’uomo grande? Maturo? Invece: niente. Nemmeno mi ha chiesto il nome. E non era nemmeno… come dire? maturo. Forse lo sapeva. Ma tu mi conosci. Speravo meglio. Speravo mi chiedesse qualcosa. Mi lasciasse un numero. Un recapito. Un altro appuntamento. Come una stupida. Pensavo potesse essere un inizio. Certo non è una cosa da ragazzini. Ma con quello adulto ti sembra di essere arrivata. Ti metti le cose in testa. Ti senti figa. E mi sentivo in cielo. Lui con me. Io la sua donna. Struggevo già al pensiero del segreto. Del nascondersi. Del mentire. Insomma mi ero fatta le storie. Ci avevo già visti. Un albergo. Una stanza a ore. Da un amico. A cercarsi continuamente,. A frugare nei momenti. Le bugie. Le sue. Le mie. L’invidia delle amiche. Le ore brevi. I minuti intensi. Io ad rodermi del tempo che non era mio. Che era dell’altra. Della moglie. Di quella puttana. Un mazzo di rose per farsi perdonare. Il regalino ogni tanto. E tutto il tempo ad aspettare. Anche una sola telefonata. E il sospiro perché ne valeva la pena. Perché mi avrebbe fatto capire tutto. Che tutto valeva la pana per quei momenti. Ogni sacrificio. Stupida. Niente. Ti dico: niente. Non s’è fatto più sentire. E quando gli ho telefonato è stato anche sorpreso.
Ciao sono Jessika”.
No! sei una troia”.
E tu un coglione”.
Non ci ho tempo. Che vuoi”?
Ho tredici anni”.
E’ per questo che dovresti stare più attenta”.
Sei coglione e anche troppo stronzo. Stai ad ascoltare me”.
Che c’è”?
Certo che… non ci si può fidare più di nessuno. Conosci Amos? No! non puoi. Insomma; è uno della quinta. Un po’ mi fa il filo”.
Lo racconti a me? E allora”?
Era dietro. In motorino”.
Cosa vuoi dire”?
Lo fai o ci sei? Cosa sei: rimba? Era dietro. Quella mattina. Col motorino. Manco te ne sei accorto; vero? Così a sognare la tua libido. Con la ragazzina. La polastrella”.
E allora”?
Mi hai preso proprio per una che viene dal paese? Ha fatto qualche scatto. Foto d’arte. Sei venuto bene. Se le vuoi vedere sono cinquecento. Una cosa tra amici”.
Sì! tesoro. Sono un coglione”.

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1. La prima volta non è stata neanche granché. Nemmeno so se si può chiamare una prima. Non so se dirtelo. E’ stato in macchina. Scomodi che non si può. Lui era molto più grande di me. Mi piaceva perché aveva quella macchina. E mi ha dato un passaggio per tornare da scuola. Pareva mio zio. Invece era il padre di un compagno. Non fa molta differenza. Avrei potuto comunque chiamarlo zio. Il suo era ripetente. Uno che stava nel banco dietro a me. Lo dovevo capire. Lui non c’era quella mattina. Voglio dire il figlio. Il padre invece era ad aspettarlo. Alla porta della scuola. Che ne potevo sapere. Pensi possa essere chiamata una prima? In realtà non è che l’ho voluto. Non ci ho pensato proprio. Giuro. Però mi stava bene il passaggio. Non potevo credere guardasse proprio me. Mi aveva detto che era di strada. Non ho mai molto legato col figlio. Non so. Solo non mi andava. Un cretino. Non capiva nemmeno se gliela sbattevi sotto il naso. Una nullità; ti dico. Uno di quelli che se le cercano. Comunque abitava nel mio stesso quartiere. Insomma son salita. Proprio io. Forse avrà sentito qualche stronzata da qualche cretino. Avevo un po’ di scaga. Non ridere. Mi son anche detta: non è cheMagari m’ha presa per una troia. Ero proprio una bambina. Un paio d’anni fa. Ma un paio è un sacco di tempo. Mica ero come ora. Dico: Zero! Non c’è stato molto. Non posso dire sia stato pazzesco. Fantasia zero. Affettività meno uno. Gentilezza, non pervenuta. Il tempo: nuvoloso ma non troppo. Nemmeno una cosa carina. Neanche dopo. A pensarci: come una partita di calcio di cui sai già il risultato. Indifferente. Insomma, mi è successo. Non è mai come lo raccontano. Come lo sogni. Comunque la macchina era proprio bella. Gliel’ho anche detto: “Figa ‘sta macchina”. Lui ha chiuso la porta ed è partito. Faceva caso solo alla strada. Manco mi cagava. Scusa se te lo dico: anche la musica era pessima. Hai presente? Poi ha accostato. Nemmeno tanto fuori. Mi chiedevo “Che vuole; questo”? Ti dico, io niente. Cose sentite. Non ero certa di sapere come funzionava. Un po’ ce ne avevo. Temevo ci vedessero. Ti dico: il traffico mi faceva perdere la concentrazione. La macchina tremava. Per quello ho fatto più in fretta. Non ci siamo detti molto. E durante anche fumava. Dentro. Proprio nessuna gentilezza. Solo quattro parole. Le ricordo ancora come ora. E lo sento dire: “Vieni qui”!
Perché”?
Abbassati”!
Che vuoi”?
Un pompino”.
Attimo di silenzio.
Bastava dirlo”.
L’ho detto”.
Silenzio.
Mi vuoi nuda”?
Non importa”.
Niente, ti dico. Nemmeno mi è piaciuto; molto. Certo che non ci si può fidare più proprio di nessuno.

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ResistenzeParole frettolose. La notizia arriva veloce: il prefetto ha dato l’assenso alla fiamma di sfilare per il centro storico di Venezia. Di quella Venezia resistente e cosmopolita. Di quella Venezia che forse è solo ormai dentro di noi. La cosa è inaccettabile. Si sperava nel sindaco; niente. Venezia è ancora “rossa”?
Non bastasse come provocazione “quelli” vogliono passare per il ghetto. Si sperava nel sindacato. Nell’orgoglio. Nell’amor proprio. Si sperava. In consiglio protesta la solita minoranza della maggioranza.
Siamo lì e non siamo soli, anche se non conto le defezioni, e sono troppe.
Ci sono quelli dei centri sociali. Hanno preparato il campo come una festa. C’è la musica, la nostra musica. E quella etnica. Invidio la maglietta di uno, dice: “scudo umano”. Anche quella è rossa. La nostra rabbia è indignazione.
Sono quelli stessi che bruciano i barboni. Che vorrebbero farlo anche con i locali dove si trovano i compagni. Che vorrebbero cacciare i migranti, meglio non farli entrare. Uccidere, appunto, gli ebrei.
Arrivano dei ragazzi. Sono quelli dell’onda. Hanno i caschi come se fossero arrivati in moto. Fisici esili e quel viso da adolescenti. Si passano le birre senza gettare i vuoti. Ho l’impressione che parlino in più. Si accendono lo spino. Sono caldi; troppo. Sembrano fragili come sbadigli.
Tirano sul viso le Kefiah.
Le tute bianche in borghese.
Osservo la disposizione dei banchi di frutta e verdura. Bastiamo in quattro per farli barricate, servisse. Di qui non passa nemmeno fosse l’esercito.
In fondo mi spiace che non li abbiano fatti passare.
Mi metto a sinistra. Lei mi chiama. Non posso stare al centro, nel ventre molle. Se c’è da menare non servirei.
La città è con noi.
E’ con noi?

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fulmine«Quando il profeta parlerà’ per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[1]

Ovvero “Meglio viver 100 giorni da leone e mangiarsi le pecore”.
Questa indagine cognitiva, che ficca le sue radici sul terreno che nutre il grande Credo, fin troppo si è soffermata su fatti di relativa importanza, spandendo un piccolo borgo ad universo. Chiedendo ragione al nulla. Elencando liste di perlopiù anonimi contadini e allevatori, elevandoli a condottieri e guide, quando non ad interi popoli. Anche laddove il popolo altro non era che uno sparuto gruppetto famigliare o di goduriosi bisbocciatori. Dove tutti tradiscono tutti e le donne non sono che un mero mezzo passivo della procreazione, più che oggetti solo cose. Dove il sospetto è di la da venire e il dubbio non ha mai fatto la sua omicida comparsa. A questo mondo ancora senza luce, acqua, gas e televisione. Questa indagine chiede che alla Storia siano dati i tempi della storia. Chiede fatti. E ricorda che il mondo, il creato, è molto più grande. Molto più vasto.
 25. Come abbiamo già avuto modo di dire Abramo, vecchia lenza e gran tempra di filibustiere, nonché avventuriero, a differenza del figlio, visse centosettantacinque anni e, sistemato Isacco, pensò bene di sposare «Keturà. 2Ella gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. 3Ioksan generò Saba e Dedan, e i figli di Dedan furono gli Assurìm, i Letusìm e i Leummìm. 4I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoc, Abidà ed Eldaà. Tutti questi sono i figli di Keturà». Tutti gli altri ventri invece che fecondò erano di concubine e i dintorni furono presto colmi di voci di bimbi, più o meno contenti. Gli illegittimi meno. Allora un po’ per la confusione, un po’ perché non voleva sentire lagnanze e un po’ perché non amava vederli bighellonare senza costrutto, questi li mandò 5«»verso il levante, nella regione orientale». Ma dopo tanta fatica il povero vecchio giunse stanco ma soddisfatto alla fine dei suoi giorni.
9«Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Socar, l’Ittita, di fronte a Mamre. 10E’ appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Ittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara». Di dove fosse sbucato tale Ismaele nessuno fa menzione. Forse imboscato al banchetto di nozze ed in amicizia con quello che chiamava fratello. Forse un illegittimo che furbescamente s’era guadagnato la simpatia di quel padre. Forse semplicemente un viandante. Si fanno ipotesi ma non di più. Certo è che Isacco non era tipo da badarsi da solo e perciò allora 11«dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì»; dove il servo aveva incontrato sua moglie Rebecca, prima ancora che lui la conoscesse, e dove abitava il padre di lei, nonché suo zio.
Solo in seguito si venne a sapere che Ismaele era figlio di 12«Agar l’Egiziana, schiava di Sara» e concubina del vecchio. Quello stesso figlio che era stato dal padre cacciato e costretto prima nel deserto e poi in Egitto. Spero il lettore non me ne voglia se ci risparmieremo l’elenco dei figli generati da quel figlio di illegittima di Ismaele. Quel figlio che si sospetta accelerò la dipartita di quello stinco di santo del padre. Ai fini della comprensione dei fatti vi è la nuova credenza che quella lista sia un’inutile perdita di tempo e una sfida alla pazienza. Basti sapere che vennero elencati 16«secondo i loro recinti e accampamenti»; e che «Sono i dodici prìncipi delle rispettive tribù». Perché dodici figli mise al mondo anche quella lenza di Ismaele che pare avesse preso dal padre, dal padre in età avanzata. Altrettanta poca rilevanza ha che 17«La durata della vita di Ismaele fu di centotrentasette anni», infatti lui morì giovane. Tali meticolosità possono essere utili solo agli storici che di meticolosità sono già adusi da sé e per disciplina. E possono esser sopportate solo dagli stoici.
Per una sorta di destino anche Rebecca era sterile, come prima Sara, e anche Isacco chiese aiuto al Signore; anche perché erano passati ormai vent’anni e lui non ne poteva più di sentirsi dar la colpa. Ancora una volta Quello si spazientì ma ancora una volta decise di aiutare il giovane. Però questa volta preferì non mandare né viandanti né angeli, non per sfiducia, ma per sospetti. E dopo l’intervento del Signore 21«Rebecca divenne incinta» per un parto gemellare; non di due figli ma di due popoli. Difatti 25ancor prima che il rossiccio Esaù, tutto pelo ed esuberanza, 26trascinasse alla vita il fratello Giacobbe afferrato al suo il calcagno, era chiaro che tra i due non ci sarebbe stata che discordia. Infatti Dio, o chi per Lui, aveva detto alla mamma: «Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo». Il primo fu cacciatore e prediletto dal padre –più che quel figlio il padre in verità adorava la fettina– il secondo fannullone scioperato, sempre sotto la tenda, e perciò prediletto dalla madre. Mai che i due andassero d’accordo; come in ogni famiglia che si rispetti. Ma Giacobbe era un furbo di tre cotte e 29buon cuoco, mentre Esaù era tipo da vendersi anche l’anima 30.34per una minestra di lenticchie. Non c’era pace tra gli ulivi, cioè non era destinata quella terra, e quelle genti, a trovare pace.

Per l’immagine ringraziamo Enrico Mazzucato dal cui profilo Facebook l’abbiamo rubata. Come possiamo vedere tutta questa storia, e gli eventi narrati, e la terra promessa (da chi a chi?), e il popolo eletto stanno sotto il dito mignolo della mano destra del mondo.


[1] Da Wu Ming : Altai – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino. Pag. 265

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GialliLavoravo per Arberesh allora, un italo-qualcosa. Me ne sono andata una mattina senza dire niente. In silenzio. Con le mie cose e tutta la lira. Erano soldi che mi ero guadagnata io. E mi sono lasciata tutto dietro le spalle. Aria nuova, vita nuova; come si dice. Dev’essere molto stupido uno che crede di domare una donna a suon di legnate. Non ha capito niente sul nostro conto. Ho cambiato vita. E dopo allora che mi son data alla professione. Ora sono gli uomini che dovrebbero starmi alla larga.
In fondo un’esistenza tranquilla. Ma quella calma è finita. Scendo da un treno e salgo su un treno. La mia vita è diventata una corsa frenetica. Sono braccata. Qualcuno ha puntato sulla mia testa. Vuole togliermi di mezzo. Forse ho visto qualcosa. Forse ho fatto qualcosa. Uno dei miei cliente? Forse uno dei contratti. Qualche parente. Qualche amico. I morti non parlano, ma a volte fanno un chiasso bestiale. Vogliono mettermi a tacere. L’ho annusato nell’aria. E qualcuno ha pensato bene di mettermi la pulce all’orecchio: Guarda che vogliono proprio te. Anch’io ho i miei amici. E le mie informazioni. E’ da allora che sto ancora di più in campana.
Nel mio lavoro non ci si può distrarre. Non è nemmeno molto bravo. Deve aver visto troppi film americani. Un vero dilettante. Un deficiente. Nasconde la faccia dietro il giornale. L’ho scoperto subito. Sono almeno tre giorni che ho i suoi occhi addosso. Mi sta troppo appiccicato. E me lo sta cagando. L’avrebbe sgamato anche un cieco. Passare da predatrice a preda non è il massimo della promozione sociale. Torno a chiedermi chi lo manda. Non penso possa essere stato Resh. Troppo pigro per provare rancore per più del tempo di una passata di botte. Per coltivare odio e voglia di vendetta. E allora chi? Ma non è il problema più importante, al momento. Devo tirarmene fuori e in fretta. Al resto penserò.
Come hanno fatto a trovarmi? Mi ripeto che devo aver pestato i piedi a qualcuno di importante. Non c’è altra spiegazione. Lui, un ragazzotto dalla pelle abbronzata. Un po’ sul volgare. Vestito malamente. E’ chiaro che aspetta il momento. Intanto mi studia. Non sono una dilettante. Non so fare la preda. Don Salvo dice che quello che frega è la mia faccia da angelo. Di me lui apprezza anche il resto. Tutta la carrozzeria. Apprezzerebbe; non mescolo mai la professione con il piacere. Ad ogni modo ogn’uno al suo posto. Per lui ho fatto un paio di lavoretti. Puliti. Nient’altro. Era rimasto soddisfatto. Non puoi mai entrare nella loro testa. Dei mammasantissima. Credono che stiamo ancora nel medioevo. Loro hanno ancora l’onore. E la famiglia.
Il locale è carino. E’ lui un pesce fuor d’acqua. Si sta mangiando tutta la diaria. Solitamente tendo ad essere sobria. A cercare di passare inosservata. Mi sono messa tutta in tiro proprio per lui. Soffre per non poter fumare. E’ chiaro. Le dita sono gialle da nicotina. Si alza per andare al bagno; il piccolino. Aspetto che scompaia in fondo la sala. Mi alzo e passo vicino al suo tavolo. Se non mi ritrovasse resterebbe deluso. Ma sa dove sono alloggiata. Con fare indifferente butto l’occhio sul giornale. Un foglio locale, forse per farsi notare meno. A bordo pagina ha annotato qualcosa con una grafia illeggibile. Anche se i numeri sono stati scritti invertiti riconosco sotto quello del mio cellulare. Mi sono tolta l’ultimo dubbio. Torno al mio posto e aspetto tranquilla.
Suda. Lo guardo con insistenza. Proprio per farmi notare. Nasconde nuovamente la faccia dietro il quotidiano. Sottovalutarmi così è anche un’offesa. Ha pure gli occhiali da sole. Un classico. Io di mio preferisco prendere l’iniziativa che aspettare. Fare la mia mossa. Trovo sia sempre un vantaggio. Mi alzo e vado al suo tavolo. “Posso”? Certo che posso. Mi guarda sorpreso e stranito. Mi verso del suo vino. Un bianco dozzinale. E mi siedo. Non posso certo aspettarmi una qualche raffinatezza.
Son finiti, da un pezzo, i tempi dei Bogart. Oggi sono i tempi delle Mary Kathleen Turner. Le donne sono più precise e meno prevedibili. Non se ne dev’essere accorto; il pervertito. Accavallo le gambe. Se ne accorge. Apprezza e cerca di resistere. Basta fargli vedere un po’ di pelle a questi uomini.
Ciao pupo”.
Nella realtà faccio tutto da sola. “Non si sta bene da soli. Un po’ di compagnia”?
Non è di molte parole. “Certo che c’è un po’ di chiasso”.
Né di grande iniziativa. “Ci sono posti più… più… dove si può parlare”.
“…”.
E’ uno nato solo per eseguire. “Oltre tutto fa anche un po’ caldo. Non trovi”?
Banalità. Decido. Gli faccio vedere un po’ di Gilda. Gli mostro un antipasto. Con la scusa di allungarmi per il sale organizzo il mio spettacolino “tutto per il mio maialino”. Gliele sbatto sotto gli occhi. Ad un palmo dal naso. Che apprezzi la merce che gli viene offerta. Ed è in offerta gratuita. O quasi. Solitamente a questo punto non ho mai trovato nessuno capace di fingere di non capire. Si convince di essere irresistibile. Di avermi conquistata col suo fascino. Infatti si limita a dire: “Andiamo”?
Giriamo l’angolo ed entriamo in una stradina buia dove si affaccia la porta della cucina. Mi ferma. Lo guardo aspettando. Mi spinge contro un muro. Cerca di baciarmi. Giro la testa. Mi sbava sul collo. Mi lecca dietro l’orecchio. E comincia a brancicarmi tutta. Le sue mani mi cercano, mi palpano, me le trovo da per tutto. Mi alza la gonna, Cerca di infilarle nelle mutandine. Mi riempie di complimenti o di insolenze nella sua lingua, che non conosco. Gli suggerisco che ci sono posti più comodi. E che ci potrebbero vedere. Gli spiego che sono una signora. Ha fretta. Mi tolgo la mano da in mezzo alle gambe. Mi guarda un attimo attonito. Forse infuriato. Gli sorrido amicante. Un sorriso che tranquillizza. Capisce. Mi trascina con sé, in albergo, tenendomi per il polso. Come se temesse che me ne scappi. Forse gli piace violento.
Anche in ascensore lo devo calmare. Non capisce che non mi vanno i baci. Quelli sono un’altra cosa. Lascio che assaggi e lo fermo un paio di volte all’ultimo. Quando sta per andare oltre. Quando non regge la sua eccitazione. Sembra che non si arrivi mai al piano. Gli faccio i miei complimenti con un sorriso. Insomma allungo le mani. So dire le bugie con molta naturalezza. Ho dovuto impararlo fin da bambina. E’ una cosa che una donna apprende facilmente. E quando entriamo torno a prendere in mano nuovamente la parte della protagonista.
Gli chiedo scusa per il bagno. Mi risistemo un po’. Gli lascio il tempo per nascondere il suo gioiello. So come son fatti i tipi come lui. Poi qualche minuto perché ritrovi un po’ di calma. E un po’ di tempo per spazientirlo e aspettarmi con ansia. Rientro ed è ancora in piedi. Sicuramente l’avrà riposta nel cassetto del comodino. Mi ci giocherei… tutto. Lo sbatto nel letto. Lo spoglio di fretta. Mi limito ad abbassargli i pantaloni. E i boxer. Non gli do un attimo per riflettere. Lo lascio lì scomodo. Fingo un istante di pudore. Quanto basta. Persino porto la mano alla bocca. Come un complimento. Mi metto a mio agio, quasi vestita completamente: glielo dico. Lui ha gli occhi fuori dalla testa. Si crede il più grande dei fortunati. E degli amatori. E il più sveglio. Me lo lavoro.
Inizio il pompino. Meccanicamente. Senza trasporto. A lui basta e avanza. Anche troppo. Intanto si distrae e abbassa la guardia. Mi basta un attimo. Allungo la mano. La trovò lì, dove me l’ero aspettata: nel cassettino. Prendo la pistola e gliela infilo nel culo. Forse lo crede un nuovo gioco. Gli tolgo l’attimo delle domande. Quando premo il grilletto lui sta per venire. Nemmeno capisce quello che succede. Non avrà più il tempo di intuire. Passa da essere un figo ad essere un ex in un battito di ciglia. Non era male. Dopo è un pallone bucato da cui usciva un eccesso di sangue e liquidi. Scopro che è un’iniezione incredibile di adrenalina sparare nel culo a uno. Ad un pezzo di merda. Togliergli la vita proprio mentre lui tocca il paradiso.
Un pezzo di merda di meno. Un dilettante. Non avrà il tempo di imparare il mestiere. Fortuna che ho qualcosa da parte e me ne posso stare tranquilla per un po’. Meglio che Francesca sparisca. Bisogna sempre essere previdenti.

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1. Altai[1] è il capro espiatorio
Chi è Emanuele. E’ il capo espiatorio in mezzo ad una storia più grande di lui. Di noi. Di tutti. Come il più famoso di tutti, il primo che ricordo, Benni, il buon Benjamin Malaussène, che ne ha fatto una scelta, un’arte. Che ne ha fatto il gesto di campare. Lui, quest’ultimo, l’ultimo, così sapientemente disegnato da Daniel Pennac. Calato nel suo mondo di una Parigi dei sobborghi. Eroe di quella Belleville così simile a tante periferie urbane. Così’ incredibilmente contaminata tra realtà e sogno. Adoro quel ciclo e lo scrittore francese. Ma questa è un’altra storia in mezzo ad altre storie. Assolutamente non coincidenti.
Andiamo con ordine e torniamo al romanzo. Venezia: 13 settembre 1569. L’Arsenale va a fuoco. La Repubblica, per mano del suo Consigliere Bartolomeo Nordio, ha bisogno di un capro espiatorio e lo sceglie in Emanuele de Zante (alias Manuel Cardoso). Ha tre colpe gravi: essere un servitore fedele, essersi innalzato ad un posto di prestigio, ma soprattutto, essere nel corpo un giudeo. Davanti ai suoi fedeli amici, Gualberto Rizzi e Marco Tavosanis, ne ha anche una quarta: essere stato il loro benefattore. E’ questo a condannarlo e quegli amici diventano nemici. Bisognerebbe appuntarsi la data.
Non senza peripezie, come sempre in questo genere di avventure, Manuel scappa dalla repubblica Serenissima e ripara a Costantinopoli accolto e protetto da quello che era il suo acerrimo nemico nonché quello della stessa Venezia: Yossef Nasi (Giuseppe Nasi alias Joao Miquez). Sa fare una cosa sola: la spia, e quello continua a fare; semplicemente cambiando padrone. In realtà il romanzo lo costringe a fare al meglio tutt’altro, cioè il cronista, la voce, l’occhio di una grande storia. Di una leggenda di quel tempo sospeso nel tempo, di quando inizia un altro viaggio e altri viaggi ancora. Di quando Venezia era il cuore dell’umanità e le strade del commercio cercavano una lingua comune per abbattere il mito di Babele e del volere di dio.
E’ lo stesso Nasi a dirlo in un mirabile incontro: «Voi conoscerete senz’altro l’episodio biblico della Torre di Babele. Ebbene, molti credono che il Signore disperse le lingue degli uomini per punirli, ma e l’esatto contrario. Egli vide che l’uniformità li rendeva superbi, dediti a imprese tanto eccessive quanto inutili. Allora si rese conto che l’umanità aveva bisogno di un correttivo e ci fece dono delle differenze. Cosi i muratori, di costumi e fedi diversi, devono trovare un modus vivendi che consenta di portare a termine l’edificio. E per questo non serve una tolleranza concessa, ostentata, com’e quella che viene dal potente, bensì una tolleranza esperita, vissuta ogni giorno, con la consapevolezza che se essa venisse meno, la casa crollerebbe e si rimarrebbe senza riparo. Tahammul, signori.»[2]
2. L’Isola di Sion
Di questo mirabile affresco, fatto di luoghi, di emozioni e di uomini con le loro storie, è fin troppo facile rintracciare la storia. Invitando a leggerlo mi voglio limitare a soffermarmi sul fondo della storia dove Yossef Nasi, ebreo anch’egli, insegue il grande sogno della popolazione della diaspora: una terra per il popolo di Israele. La sua “Isola di Sion” doveva essere Cipro. Quella Cipro ancora oggi divisa a metà e contesa come un baluardo tra oriente e occidente. Così nelle pagine esprime la sua rabbia verso quel popolo l’Abercassi: «–Vermi, topi, questo siete! Avete passato la vita a fuggire, a nascondervi, a blandire i potenti. Vi siete comprati la fuga a peso d’oro. Avete finto e mentito, tutti quanti. Per voi ho solo disgusto.»[3]
Per me che mi interesso della sorte di quel popolo a cui è stata rubata, da coloro che sono stati spesso i perseguitati, la terra e ogni diritto, cioè del popolo della Palestina, mi sembra che quel dio abbia sempre più fattezze umane; da una grande agenzia immobiliare. Dove finisce la storia e inizia la credenza è un problema secondario; almeno per me. Il richiamo alla data è stato fatto dopo aver sentito per troppe volte collocare il sogno del sionismo, come parte del più vasto fenomeno del nazionalismo moderno, a fine ottocento col primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Poi al 2 novembre 1917 con la dichiarazione Balfour. E infine, il fatto storico più mentito, come conseguenza della catastrofica e non dimenticabile shoah cioè della persecuzione degli ebrei da parte delle dittature nazi-fasciste con le deportazioni di massa, i famigerati campi di concentramento e lo sterminio pianificato. Di questo dramma tutto l’occidente conserva ancora il senso di colpa. E allora trovo bello inserire questo passaggio sui richiami alla fede: «Quando il profeta parlerà per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[4]
Già da allora il sogno era fatto del ferro dei cannoni: «– A cose fatte continueremo a mantenerci in buoni rapporti con il Sultano. Pagheremo il tributo annuale e gli riempiremo la cantina di ottimo vino, ma ci difenderemo da soli e ci manterremo indipendenti. Cipro diventerà la base commerciale degli scambi tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. E quando il progetto di Sokollu di tagliare l’istmo di Suez verrà realizzato, il nostro regno sarà il crocevia degli scambi di tre continenti –. Mi appoggio le mani sulle spalle. – Ricchezza, forza, libertà. Dovrebbero campeggiare sui nostri stendardi.
Abbassai lo sguardo sul cannone, lo sfiorai con le dita. Yossef Nasi mi aveva appena dimostrato che i suoi progetti non erano plasmati con la materia dei sogni. Erano forgiati nel ferro inglese. »[5]
E il sogno si vende ad un infido alleato troppo potente; allora. Niente mi sembra più attuale di quel passato. Ma quel popolo, che non è mai stato un popolo, la popolazione come detto della diaspora, pronto a vestire tutti i panni cercando di scordare i propri, prono, era come quelle anatre, era: «Molti autunni prima dell’Egira, durante la migrazione verso le terre calde, una famiglia di anatre fece sosta nelle acque di un fiume al confine con l’Absurdistan. Gli animali del luogo avevano ognuno un proprio territorio, e le anatre non facevano in tempo a posarsi che subito arrivava un serpente o un ranocchio a reclamare il posto e a cacciarle via. I poveri uccelli stavano per riprendere il viaggio senza riposare, quando videro un grosso tronco galleggiare sull’acqua. Era verde di alghe e muschio, e poiché nessuno lo reclamava, le anatre lo elessero a dimora, starnazzando contente, e subito iniziarono a litigare su chi avrebbe occupato le posizioni più comode. Erano talmente impegnate a discutere, che soltanto una di loro vide il tronco spalancare la bocca, ma non riuscì a fuggire. Un attimo dopo raggiungeva le sue simili nella pancia del coccodrillo.»[6]
3. La battaglia di Lepanto e la fine di Utopia
Un grande cantore di venezianità la racconta così: “In Adriatico che lote, le navi torna a casa rote, spense rabiosi i infedeli, che vol robarne i monopoli[7]. Ma allora, allora, il sogno di infranse sulle acque delle isole Echinadi, in quella che viene ricordata come la battaglia di Lepanto, e lì persero anche la vita gli eroi omerici di quella grande carneficina: «– Animo, amico –. Stese la mano verso il mare aperto. – Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.
Puntai lo strumento di Takiyuddin sulle navi cristiane. Le galeazze avanzavano per prime. Vennero lasciate sole, molto più avanti del resto della flotta. Sei grasse esche per eccitare la sete di vittoria di Muezzinzade Ali.»[8]
Cosa voglio dire? in fondo nulla. La storia parla solo a chi la vuole e sa ascoltare. E a volte la trovi persino in un romanzo. Anche mentre cerchi altro. Lascio, come sempre, ad ognuno trarre le proprie opinioni. E poi parlo solo di una storia che fa da sottofondo alla storia; o forse no? Cinquecento e oltre anni dopo i destini di quel popolo, che non è mai stato popolo, si fondano ancora sul ferro (e sul fuoco) inglese, anzi americano. Sulla culatta dei cannoni. Ora le vittime si sono trasformati in carnefici, e se ne sentono autorizzati. Ma questa è solo una mia riflessione di chiusura. E io non sono imparziale: amo spassionatamente il collettivo Wu Ming.


[1] © 2009 by Wu Ming – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino [www.wumingfoundation.com e www.einaudi.it]
Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara. Si consentono la riproduzione parziale o totale del racconto e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
Per sostenere con una donazione la nostra politica di copyleft: qui. L’intero romanzo è scaricabile in formato PDF all’indirizzo: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai_def.pdf
[2] Pag. 122
[3] Pag. 55
[4] pag. 265
[5] pag. 285
[6] Pag. 367
[7] Alberto D’Amico: Venessia patria mia dileta (seguito di una storia iniziata con: Ariva i barbari); parole nel mio dialetto che spero nonb abbiano bisogno di traduzione.
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II. Come si fa a dirlo a Claudio. Son cose che non si fanno, figuriamoci dirle. Naturalmente non ne ho parlato neppure con Irene; non capirebbe. E anche se sono cose che succedono. Magari mica sempre. Così all’improvviso. Non perché le cerchi. Assolutamente. Solo che ti ci trovi in mezzo. E sei un uomo. Nessuno nasce santo. E un uomo e sempre un uomo. Non dovrebbero succedere. E ancora mi rombano in testa quelle parole: “Abbiamo tutto il tempo che vogliamo”. E suonavano, quelle parole, come una derisione nei miei confronti. E nei confronti di tutto. E di tutto l’ordine. Erano disordine. E sono disordine. E suonavano minacciose. E imperative. Nella confusione dei miei “non so” ruotavano a velocità folle. Potrei persino dire che non è successo. E’ stato tutto così incredibile. Se ci provo ci riesco.
Stavolta chiamo prima di muovermi da casa. Per accertarmi che ci sia. Mi dice di stare tranquillo. Aggiunge che da lui posso passare tutte le volte che voglio. E’ quasi sempre in casa fuori orario di ufficio. E che anzi gli fa piacere. E anche a Rachele. Mi riferisce i suoi saluti. “Salutala”. E il pensiero torna a quel venerdì. Rivedo tutto come in un film. Provo nuovamente le stesse emozioni. Con la mente del dopo mi sembra una donna soddisfatta di sé. Che sa quello che vuole. A tratti i suoi occhi hanno quell’espressioni quasi assente. In altri momenti sono come… incantati, increduli. Altre volte ti guardano dentro. E’ strano come il suo viso spigoloso e un po’ duro si trasformi e si addolcisca illuminato del suo sorriso. E le sue mani… Ma oggi è un’altra storia.
Mi limito per non pensare al dopo. Per non tornare a vederla in quel vestito. E a tutto il resto. La strada è ancora deserta. Mi ha detto che stava uscendo. Schivo una bicicletta. Spero di trovarlo solo. Non so come mi sentirei con tutt’e due. Non che… ma è pur sempre Claudio. Un po’ mi sento uno… uno stronzo. Anche se non ha mai lesinato i complimenti a Irene ogni volta che ci ha incontrati assieme. La cosa mi ha sempre infastidito. Lui è così. Non è cattivo. Magari nemmeno se ne rende conto. Bisogna prenderlo come viene. Mi faccio il mio film in testa. Sono fatto così. Ricco di immaginazione. Lei che entra in scena. Spalanca la porta. Il pubblico che la vede e rumoreggia. Il boato in sala. Qualche commento salace. Mi do del cretino. Da solo. Suono una seconda volta. Viene ad aprirmi con lo stesso vestito. I capelli che le orbano un occhio. Me lo conferma e io bestemmio tra me e me: “Cazzo, una cosa improvvisa, ancora”. E’ proprio un deficiente. Non son passati che un pugno di minuti. Non voglio nemmeno sapere cos’è successo stavolta. Penso che qualcuno ci può vedere in strada. Tentenno. Dubito. Preferisco entrare.
Non sono certo che anche la collana sia la stessa. Così evidente e così d’oro. Noto che non porta la fede. Non ci avevo fatto caso. A pensarci mi pare che nemmeno lui. Io non l’ho più tolta. La seguo lungo il corridoio. Ho un brivido di terrore. Stavolta mi fa accomodare in cucina. Cerco e non trovo qualcosa, anche stupida. Tira la tendina. C’è una sola finestra. Il frigo è grande, spazioso, e non ad incasso. Io sono in imbarazzo e si accorge del mio imbarazzo. E’ una fatica tremenda cercare di non ricordare. Guardo l’orologio e ho voglia di fumare. Guardo l’orologio ma non serve per far arrivare Claudio: “Allora vado. Anzi… quasi… no! resto. Mi sa che potrei anche andare. Magari aspetto un po’. Cosa dici: cinque minuti? Dieci? Magari gli dici che ripasso. Un’altra volta. Però… magari un caffè. Ce l’hai deca? Sarebbe già il terzo”.
Ormai ci sei. –Si guarda intorno per cercarne la colpa– Se è il vestito… E’ il vestito? Se è per il vestito… se vuoi… Vado a cambiarmi. Così magari eviti… Stiamo tranquilli”.
Forse è anche per sé stessa. Come se non sapesse. E non mi aspettasse. Ricordo che aveva detto che lo metteva per uscire. Decisa si allontana per lasciarmi solo. La sorveglio andare e non è una buona idea. Ritrovo quel silenzio. Intanto mi guardo intorno. Quella penombra mi rilassa. Mi invita a riprendere il sonno lasciato. A un certo sopore. A frugare nelle fantasie. Anche i mobili in legno, le sedie comode, il leggero odore rimasto dai cibi, e del legno, il senso di casa, e di taverna, tutto aiuta a sentirsi in uno stato tranquillo. Cerco di raccontami tutto questo; o sta avvenendo? Forse cerco di convincermene. Forse non è vero relax. Forse non combatterei tanto nei miei pensieri. Sono tentato di alzarmi per farlo da me, quel caffè. Resto seduto ad aspettare. La sedia, nonostante la forma, non è poi così comoda come sembrava. Guardo l’orologio. Il tempo lo ha fermato. Non so perché ma per un attimo mi sento in trappola. E Claudio non si vede.
Torna; tranquilla: “Non ci pensare. Non me lo dire. Però non ti facevo così. Così… sensibile. Spero che ora veda… scusa…vada meglio. Mettiti pure comodo. Facciamo due chiacchiere, intanto. Per dirla tutta… mi sta più comodo. Questo. Forse avevi ragione. Potevi dirlo. Ma non è stato male. Ora… Mi sento anch’io più libera. E tu? Ti senti più a tuo agio? Una di queste volte dovresti fermarti a cena. C’è sempre quella cena. Credo che anche lui sarebbe contento. Voi vi raccontate le vostre cose. Noi spettegoliamo delle nostre. Se c’è qualcosa che non puoi basta che me lo dici. E ci beviamo un bicchiere di quello buono. Lo tiene per queste occasioni”.
Mi sembra di aver sentito già le sue parole. Una luce morbida illumina la stanza. E illumina lei da destra. Mi pare vada meglio. A riguardarla non è cambiato molto. E’ lei che è troppa. Non li mette mai? Non credo usi reggiseni. Penso sia difficile trovarne della sua misura. E poi con le scollature che ama esibire. Come si dice? Per un attimo mi viene da farle un complimento. Riesco a trattenerlo. Apparirei volgare. Sotto quella stoffa quel seno è disegnato alla perfezione. I soliti pensieri stupidi. Dai quali cerco inutilmente di fuggire. Troppo per non essere pesante. “Perché no”?
Il vestito è… credo si dica salmone. Lungo abbastanza da non lasciar vedere molto. Leggero abbastanza per disegnare tutto. Aperto abbastanza da rischiare di far vedere troppo. Alzo gli occhi: la scollatura è vertiginosa. Accosta i lati e i lembi l’ascoltano per un solo attimo. Come se ci potesse essere posto per un cenno di pudore. Poi, spinti, tornano ad aprirsi. Il suo profilo non è meno incauto che a guardarla di fronte. Quella esse che scorre dal seno al sedere. Forse l’ha stretto troppo. La collana scende fino a sfiorare l’attaccatura del petto. Dove accenna ad aprirsi quella sua voragine che fatico a cacciare dai miei ricordi. Né dai miei occhi. Anche se temo che sarà per poco. Forse non se ne rende conto. Forse per lei vestire così è normale. Si muove a suo agio. E’ ancora in piedi. Sembra indecisa su cosa fare. Avrei un’idea che scaccio immediatamente. E’ solo una replica. Nitida. Un dejà vu. Già visto. Infilo le mani in tasca. Vorrei assicurarla che non sono cieco. E quell’idea ritorna.
L’avventura: “Che sbadata. Devo essere imperdonabile. L’altra volta… meglio non ripetere. Come si dice…? Vado a prenderti… Un caffè, vero? Sono tornata presto perché aspettavo l’idraulico. Tutto di corsa. E quello telefona che non viene. E poi se ne deve scappare anche lui. Devo essere io. Li faccio scappare tutti. –e ride– Gli uomini non amano starmi vicino. La mia compagnia. Naturalmente scherzo. Dice che sono una buona compagnia, ma solo quando taccio. Forse vuole dire… meglio che mi taccia. A volte è proprio uno zotico. Ti sembra che parlo troppo? E oggi lo faccio anche per farti compagnia. Mentre aspettiamo. Proprio come l’altra volta. Scusa. Per dovere. Per rompere il ghiaccio. Che io di cose da dire ne avrei, e anche tante. E’ che non si sa mai da dove cominciare. E poi… ho sempre la paura di annoiare. Ti annoio? Sai che di secondo nome faccio Catalina? Ma io ne ho tanti. Però non devi pensare… Dicevamo… un caffè”.
La osservo, nuovamente, di spalle armeggiare con la moka. Mette la polvere normale. Preferisco non farglielo notare. Non mi sfugge nessuno dei suoi gesti. Lo versa nella tazzina. Fuma dalla tazzina. Pettegolo. L’abito è morbido, non stringe, ma le si appoggia sui fianchi. Larghi. Le disegna il… didietro. Per conto mio non avrei fretta. Una ciocca si stacca e le cade sugl’occhi. Toglie il fermacapelli e scuote la testa per sistemarli. Si asciuga le mani. Mi credevo più paziente. Se penso all’ultima volta all’ora tutto si fa penoso. E quella ora sembra un sogno. Lontano. Il frutto della mia pura immaginazione. Ma tutto sembra cospirare.
Torna a sedersi davanti a me. Il caffè è già zuccherato. La sedia è scomoda. Io sono ancora più scomodo. I suoi occhi sono insostenibili. Decisamente l’abito è più lungo dell’altro. Non ha bisogno di darsi pena se le sale sulle gambe. Sale. Sorride. Tutta colpa dello spacco a sinistra. Si allaccia in cintura ma è aperto a sinistra. Si sovrappone ma tende ad aprirsi. Lei si arrende prima ancora di combattere. Mi sorride tenuamente. Sembra però soddisfatta. S’è versata un bicchiere di vino rosso. E’ truccata perfetta. Non ho nulla per dubitare che lo sia sempre. Almeno quando arrivano ospiti. Non so se sono veramente un ospite. Arrivo sempre quando non se l’aspetta. Devo trovare il modo di fargliela pagare a Claudio. Per un attimo ha uno sguardo attonito. Non so violare l’impermeabilità dei suoi pensieri. Gli occhi sembrano non vedermi. Eppure pare compiaciuta dei miei sguardi. Dei miei occhi che le si appiccicano addosso. Che non sanno staccarsene. Che cercano intorno. Che si abbassano. Strano gioco i nostri sguardi. Noto solo ora il braccialetto che porta al polso. Argento? Oro bianco? Un’altra diavoleria metallica? Comunque lo stesso materiale della collana. Il rossetto ha un colore garbato. Disegna le labbra quasi come fosse il loro colore naturale. E le fa lucide: “E allora… eccoci qui”.
Quella frase sospesa; interlocutoria. A lei, per un attimo, strano, mancano le parole. Quel mutismo è ancora peggio. Il suo sorriso che non so interpretare. E poi altri sorrisi. Uno diverso dall’altro. Intervallati. In una grande espressione di variazioni. Pur di tacere. Alcuni di pura cortesia. Alcuni insicuri e altri sconcertati. Alcuni ambigui. Un paio come turbati. Altri completamente gratuiti; quasi estranei; indifferenti. Parla solo con quelle poche espressioni. Quando dice il mio nome quel nome sembra un sospiro. Sembra appartenere ad un altro. Lo esprime con un suono caldo: “Eccoci qui”. Niente è peggio di quelle frasi tronche o lapidarie che denunciano il disagio del silenzio. Niente è più snervante di un intermezzo. Di un’attesa inattesa e senza certezze.
Io non la aiuto certo. Non lo posso fare. “Tra noi ormai non dovrebbero esserci più segreti. Certo che sei strano tu. Ormai ci conosciamo. Bene. Non sarà mica per Claudio. In fondo… non è colpa mia se ha sempre da fare. E quando c’è qualcosa di importante non c’è mai. Pare che se le cerchi. Non sei d’accordo? Anche se non vorrei… Non mi era mai successo. Mai; giuro. Non ci voglio pensare. Non mi va di parlarne. Non è per te. Scusami. E’ solo che con te…. Ho perso la testa. E’ stato solo un attimo. E una donna dopo non può che provare… che pentirsi. Spero che tu mi capisca. E’ stato come se avessi bevuto. Scusa se te n’ho parlato subito. Mica sono come quelle… Meglio che scegliamo un altro argomento. Tu leggi? Certo, si vede subito che tu sei uno di quelli che leggono. A cui piace leggere. L’ultimo l’ho letto al mare. Uno di quelli… l’ho trovato dal giornalaio. Era bello. Piace anche a me leggere, quando sono tranquilla. Come al mare. Ma leggo molte riviste. Anche quando sono dalla parrucchiera. Di moda e di attualità. Quelle sulle dive. A me quel mondo pare finto. Tante cose credo ce le raccontino, ma che non siano così. Claudio… ma quello ha sempre qualcosa da ridire su quello che faccio”.
Parliamone invece, dell’altra volta. Vorrei e non vorrei. Allora è successo? Quella sorta di scuse… mica le so interpretare. E’ a me che non era mai successo. Vorrei non ci fosse Claudio, tra noi. Per un momento. Almeno nei nostri dialoghi. Un attimo senza colpa. Non credo di chiedere troppo. Sto per dirlo quando me ne pento. Spero che non ci metta in mezzo anche mia moglie. Il troppo è troppo. E’ anche una questione di buon gusto. Mentre stiamo… No! son cose che si mette in testa la mia testa malata. Mentre non stiamo niente. E’ solo che preferisco non sentir parlare di lui. E preferisco non ricordarmi di lei. Che non venga immischiata. Solo per quello che è stato. Per un senso di colpa. Per pudore. Per decoro. Per un momento. Per una volta. Sono un tipo veramente stupido. Pieno di fisime. E di principi. Cioè… per me è acqua passata. Deve. Un colpo di spugna e via. Voglio farlo capire anche a lei. Poi possiamo parlare di tutto. Resta solo quel poco da chiarire. Che poi a me i segreti pesano. Fanno fatica a non scapparmi di bocca. Non ne sono abituato. Fin da quand’ero bambino. Mi tradivo sempre. Per me il nome Rachele vuole dire guai.
Mentre penso mi scappano le sue parole. Sono un vuoto a rendere. Sono un bisbiglio che si perde. “Sai cosa ho pensato? La chiamo io, dopo, Irene. –ecco, appunto– Ché se aspettiamo voi uomini. Magari nemmeno gliene hai parlato. Neanche accennato, vero? Ti ho detto che avrei il piacere di conoscerla. Ma tu gliel’hai detto? Scommetto di no. A proposito hai visto ieri Un amore oltre. Lo guardi. Proprio non me l’aspettavo… Temo che tu non sia tanto interessato a queste cose; vero? Dicono che sono solo cose da donne. Io non ci credo. Mica le donne sono… Certo che io mi commuovo con facilità. Sono anche storie semplici ma non è così la vita? Non siamo persone semplici anche noi? Mica siamo di quelli che si son montati la testa. Io penso spesso agli altri. Anche se a volte penso che dovrebbero starsene nel loro paese. Succede solo quando sono fuori di me. E’ che stanno diventando troppi. E sono invadenti. Vogliono venderti di tutto. Tutte cose che non servono a nulla. Ti vengono a suonare alla porta. Quando hai suonato, anche se ti aspettavo, avevo paura che fosse uno di loro. Non sai mai. Magari trovi quello sbagliato. Chissà che idee hanno in testa. Non che abbia paura, ma una donna non può stare tranquilla. A dire il vero, poverini, sono lontani da casa. Credo si debbano sentire soli. Normalmente mi fanno pena. Ma ne dicono tante su di loro. Come quella… Meglio di no; me ne vergogno troppo. Non mi piacciono le volgarità. Magari… insomma… Non sono abituata ad usarle. Le volgarità. Non è nel mio modo di parlare normale. Non è nel mio stile. A lui invece qualcuna scappa. E più di qualche volta. Ma come avete fatto a diventare amici? Siete così diversi. Scusa se te lo dico ma tu… sei molto più signore. In certi momenti anche troppo. Una donna si sente sicura vicino a te. E lusingata. Ma anche un po’ delusa. Ferita. Nel senso”…
Forse è un po’ larga di bacino. Ho dei pensieri veramente stupidi. Bassi. Lei è larga in tutto, cioè è veramente tanta. Ha un corpo, se così si può dire, pieno di forme. Non parlo del viso. Mancherei di rispetto a lei e anche a Claudio. Non voglio ricordarmi chi è. Non voglio pensare a Claudio. In realtà ha un volto mutevole. A tratti fisso, questo è vero. Poi ha una piccola varietà di espressioni. Poche. Nessuna priva di fascino. Direi nessuna priva di provocazione. Più precisamente. Ma forse sono solo io. Direi che è stata creata per quello. E che ce l’ha scritto in faccia. Direi che sono uno stronzo. E che è ora che me ne vada. Che scappi. Non mi è mai stato facile fare un torto a Irene. Non fosse per lei, per Irene, non… Mi credevo un lettore passivo della vita. Un contemplativo. Anche perché sono uno cauto. Cerco di evitarmi di cadere in trappola. Lo trovo troppo complicato. Le distrazioni mi creano rimorsi, strane angosce, confusione. E io sono pigro. Irene è tutto per me. In questo momento mi fa bene ricordarmelo. Sono gli occhi a tradire ogni proposito. Credo comunque di doverle una risposta. Gliela do distrattamente: “Bisognerebbe chiederlo a lei”?
E la sua voce monocorde: “Non fare il ragazzino. A lei, cosa? Non devi nemmeno pensare… di saper già tutto di me. Ci sono molte cose… Sai che profilo ho in Facebook? Anzi quali? Quanti ne ho? Non sono solo due. No! non te li posso dire. Non insistere. Mi vergogno troppo. E poi non so cosa puoi pensare. E magari li trovi volgari. O peggio: ordinari. E’ solo un gioco. Non ci crederai ma mi piace provocare. Magari più avanti. Non ti conosco ancora abbastanza. Claudio mi ha parlato tanto di te. Ma non posso dire di conoscerti. Come dire? non si è ancora instaurata una certa confidenza. Cioè una certa conoscenza. Magari li trovi sciocchi, o peggio da perbenisti. O li interpreti, peggio ancora, come un invito. Però… Scusa. Proprio non posso. Lui fa tanto il compagno ma in fondo è molto borghese. Non sai le raccomandazioni che mi ha fatto prima di uscire. Fosse per lui questo lo avrei già buttato. Nemmeno dovrei mai uscire. A volte toglie il fiato. Lui non lo sa o fa finta. Io non credo. Ma non li ho messi io. E’ una storia lunga. Troppo lunga da raccontare”.
E’ a me che lei toglie il fiato. Persino quel tono monotono delle sue parole sembra nascondere una provocazione. E’ come se a lei non importasse niente di niente. E è proprio quel niente che pare contenere il bisogno di tutto. Una promessa. Una sfida. A me, ma prima al mondo. Un fanculo gridato ma rimasto in gola. Sembra dire: quel che ci resta è nel fare. Nel gesto. Comunque. Anche qualunque cosa. Non nel pensare. Non c’è tempo per tornare indietro. Per ricordare. Per riandare. Quello che non è il presente è assenza. Accavalla le gambe. Come un destino. Stavolta non ho avuto il tempo di alcun dubbio di sorta: non le porta. Forse lei non le usa. Forse le ha tolte quando è andata a cambiarsi d’abito. Forse nel cambio ha solo dimenticato di metterle. E’ possibile che ci abbia pensato. Che l’abbia fatto per me. Non oso pensarlo. Non credo abbia impiegato tanto per quello. Basta un attimo. Mi piace pensare che abbia dovuto decidere.
Torno dal mio girovagare. Lei è sempre lì, presente. “Scusa se te lo dico. Se mi permetto. Se sfioro l’argomento. Se ti ricordo. Ma non sono così. Quello che si vede non è quello che una ha sotto. Dentro. Non fraintendere. Ora so che ne saresti capace. Non ho mai tradito mio marito. Cioè… Insomma quello che è successo. Intendo tra noi. Non è nemmeno un vero tradimento. Anche senza contare quello… io… mai… Mi credi? Comunque. Solo cose senza importanza. Non ho avuto altre storie. Non penserai che… ma hai sempre quello in testa, tu? Per fortuna che io non sono maliziosa. Non ci metto cattiveria. Siete tutti uguali voi uomini. Sempre pronti a un pensiero… Sconvenienti. Lo leggo nei tuoi occhi. Speravo… Credevo di potermi fidare. Di te. Una volta è una volta. Un attimo di smarrimento. Se è quello che vuoi ti chiedo scusa. Ora pensiamo ad altro. A noi. Ad un nuovo incontro. Come fosse un inizio. Me ne vergogno ancora. Toglitelo dalla testa. Ricominciamo da qui”.
Comincio a sciogliere il nodo. E’ il suo gioco. Ne sono quasi certo ormai. Lo fa apposta. E’ il gioco della mia fantasia. Vedo l’abito cadere. Non è solo la mia fantasia. Tenta di far capolino un capezzolo. E’ troppo per qualsiasi. Qualcosa mi trattiene alla sedia. Una forza strana. Non riesco ad alzarmi. Sono senza alcuna energia. E sono ridicolo. Così impacciato nei pantaloni. Così visibilmente in preda a lei. Alla sua provocazione. Alla sfida. All’eccitazione. Vorrei vedere fino alla fine il suo gioco. Il fascino perverso di questo prendere e dare. Di questo parlarmi e parlarsi addosso. Di questo non nascondere più nulla, e fingere noncuranza. Di non sapere. Di non avvedersene. Questo suo condannarmi e liberarsi. E assolversi. Il mistero di quei centimetri di pelle. Del suo racconto. Di quel racconto che mi racconta e si racconta. E nasconde le nudità tra le parole e il niente. In fondo, lei dice, non è nuda. E’ molto più che nuda. E naviga nel mistero della sua partita. Quella titubanza. Quella sfrontatezza. La presenza di Claudio tra noi. Residuo. Forse proprio per quello. Claudio come un pudore. Come una sfida. Come un incentivo. E il frastuono della nostra conoscenza. Di tante avventure, che si possono più o meno raccontare, attraversate assieme. Le sue dimenticanze. I suoi alibi.
Però… E’ stato solo un attimo… ma… visto che sei qua. Sarebbe un vero peccato, non credi”?
Telefono a casa per avvertire Irene che ritardo. Sento una voce maschile. Riattacco. Per un attimo ci penso confuso. Mi ha risposto Claudio. Strano. Controllo il numero. E’ proprio quello di casa mia. Che ci fa lui da me? Vuoi vedere che quel cretino ha capito fischi per fiaschi. Avevamo detto qui, non da me. Con lui, per quanto uno possa essere preciso, si corre sempre il rischio di essere fraintesi.
Se solo mi lasciavi il tempo di dirtelo, invece di avere tanta fretta, te l’avrei detto. Che non ti devi preoccupare. Irene sa che avresti tardato. Non te l’ha detto? E poi quando vieni… vieni da Claudio, dovresti saperlo che la puntualità non è il suo forte. Se vuoi dopo la chiamo io; per tranquillizzarla”.
Le dico: “Faccio da solo”.

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