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Archive for the ‘Mai senza domenica’ Category

Presentazione prima di una storia
Avevo provato a spiegarlo a Ornella di come il nostro tempo era ormai fatto senza domeniche. C’ero tornato sopra con la forza disperata di chi non ci vuole credere, di chi non si sa accontentare e non può arrendersi. Era stato tutto inutile, lei aveva già il suo gran pensare alla casa e alla famiglia; a fare tornare i conti. I miei giorni erano diventati solo fabbrica; fabbrica e produzione, senza nemmeno che me ne accorgessi. E’ sempre così. Non potevo farci nulla. Lei ripeteva che non ci si può accontentare di così poco; vivere di questo niente. Lei non sapeva rassegnarsi.
Poi erano cominciate ad arrivare le lettere e a circolare le voci. Sono queste ultime, le voci, quelle che ti distruggono. Ne avevamo ingoiata di merda e adesso, sia quelli che si erano impegnati per lavorare bene sia quegli altri, indiscriminatamente, ci saremmo ritrovati a casa tutti. Guardavo i compagni smarriti. La crisi: a parole ero stato tra i primi a sostenere che si trattava di una crisi di struttura, epocale, che ne sarebbe uscito un mondo completamente diverso. Sono facili le parole. Poi i primi dubbi che anche se diverso non era obbligatorio che sarebbe stato proprio il nostro mondo; un futuro più giusto. Così mi sono ritrovato dopo più di vent’anni a pensare. Mi rendevo conto che mi stavano togliendo il futuro. E non riuscivo ad immaginare cosa altro avrei potuto fare. Non sapevo essere che in fabbrica. Quella era ormai la mia storia. E non c’era già più lavoro per nessuno e da nessuna parte.
Come aveva incominciato ad avvicinarsi il momento sempre più mi incalzava la sensazione che occupare fosse un gesto dell’ottocento. E che tutto fosse una situazione senza vie di uscita. Me lo tenni dentro. Avrebbero, certo, dovuto capire, starci ad ascoltare, l’impressione era che non ci potessero essere orecchie che potessero sentire. La rabbia che mi era salita non aveva nessun senso, lo sapevo. A cosa sarebbe servito restituire la tessera, prendersela con i delegati? Che colpa ne avevano loro? Nessuna, come quei nostri padri che ci avevano promesso un mondo migliore, e forse ci avevano creduto. Credo che il mio si sia lasciato morire anche un po’ per quella vergogna.
Potevamo combattere ma non avremmo mai potuto cambiare nulla. Non era possibile finché c’era questa società. Niente può cambiare finché c’è un padrone e un uomo disposto a vendersi, uomini pronti o costretti a farsi pecore. Mi sentii morire quel giorno che disse: “Sarà meglio per tutti, anche per te, soprattutto per Alvise. Lì avremmo sempre almeno un piatto di minestra”. Non mi sono nemmeno sentito tradito. Ma mi sono voluto illudere che fosse solo per rabbia, per farmi semplicemente del male. Lo capii solo quando cominciò a fare le valigie. Mi aveva spiegato che in certi momenti non basta l’amore.
Mi ricordo che pioveva, quel giorno. Stupidamente pensai solo che si sarebbe bagnato tutto. Le raccomandai di prendere l’ombrello, di fare attenzione e riparare Alvise, come fosse ancora quel bambino. Quanti anni aveva? Ormai venti, ma come poteva, anche lui, capire? Dovevo pensarci io e non ero più stato capace di pensarci. Ero solo inutile. Poi uscii per andare al lavoro e appena in strada cominciò a montarmi questa angoscia dentro.
Non riuscivo a volergliene e forse aveva ragione. Cosa avevo saputo dare alla mia moglie bambina, in tutti quegli anni? Eravamo solo invecchiati. Quei sogni cominciavamo a non riuscire nemmeno a ricordarli più. Cosa mi restava? E mi accorsi che ero completamente e definitivamente e veramente solo. Forse c’erano stati giorni migliori, o forse semplicemente diversi. L’unica cosa che riuscii a fare fu di pensare ad un vecchio disco di mio padre.

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Non c’è certo da farsi meraviglia se mi sono svegliato leggermente di cattivo umore. Quando mi sono coricato, lo ricordo bene, era dopo l’ultimo telegiornale, ed era solo sabato e mi ritrovo, in questo stupido mattino grigio, ch’è già lunedì. E non mi sento certo come se avessi dormito più che a sufficienza; invero mi bruciano gli occhi e ho in bocca quel leggero amarognolo gusto delle troppe sigarette e del sonno arretrato. La notte, se è stata notte, non è stata certamente tranquilla ma non ricordo di cosa ho sognato; c’era un che di passato e qualcosa di non attribuibile a niente di una stretta realtà; questo lo ricordo, o più che un ricordo è una sorta di percezione cava. Per il resto niente, solo il gusto troppo forte del dentifricio e le luci dello specchio abbaglianti. Non mi sorprende che radendomi coli lungo la guancia un sottilissimo rivolo di sangue annacquato che cerco inutilmente di tamponare. Le mattine così sono destinate a regalarti violentemente la domanda se non è meglio tornare sotto le coperte, ma si sta già facendo tardi. E la domenica? Questo è il vero interrogativo che mi resta e che mi perseguiterà senza trovare risposta. E non è la prima volta. Credo ormai che duri da mesi. Forse tre, forse addirittura quattro; non saprei essere più preciso. Non me lo chiedo da ora, questo è certo. Ci ho fatto caso fin da subito, ma è nel tempo che il fastidio cresce. All’inizio pensavo di potermi sbagliare. Poi ne ho parlato anche con Ornella. Abbiamo sperato insieme in una serie di circostanze temporanee e imprevedibili. Non pretendo di trovare sempre tutte le spiegazioni. Poi la cosa è continuata. Il fastidio s’è fatto sempre più ingombrante. E poi, nel proseguo, le cose si sono ulteriormente complicate. Mi sveglio e lei non c’è. La chiamo, cerco in tutta la casa, niente; solo silenzio. So che è pazzesco ma ho elaborato una mia teoria solo perché non ho trovato altre spiegazioni meno sgangherate, e me ne sono fatto una ragione. Mica di buon grado anche se ho pensato che alla fine quello non era nemmeno il peggio. Insomma il giorno in cui mi sono reso conto della sua scomparsa sono giunto alla conclusione che lei stava godendosi il suo giorno di festa. Non l’ho più rivista ma questo è meno sorprendente, ogni settimana mi manca un giorno, sempre quello. Ormai, secondo i miei conti, le nostre vite dovrebbero essere sfalsate di nove giornate. Per lei è circa il ventuno mentre per me è già finito il mese. A conferma di ciò, per quanto pazzesco possa apparire, è che sento la sua presenza in casa. I suoi profumi. Quello che lei si mette addosso in modo anche troppo abbondante, da chi debba farsi annusare non so, e quelli del cibo, che è solita cucinare, pregno di spezie. Non sono mai stato troppo geloso, di lei; ci mancherebbe altro. Per cosa, per rovinarmi la vita? Se una donna vuole tanto te li fa. Credo che in questo momento si stia facendo il caffè. Mi chiedo perché a quest’ora quando potrebbe starsene un altro po’ a letto visto che non lo deve fare per me. Ma perché porsi troppe domande? E poi regna nelle cose il suo ordine maniacale anche se si manifesta con ritardo. Ad esempio ieri sera, cioè sabato, avevo lasciato i calzini per terra e gli indumenti che mi sono tolto sulla sedia. Non mi serve nemmeno ricordarlo perché lascio sempre le cose così quando mi spoglio per mettermi a letto che non avevo nemmeno voglia di fare la doccia. Al loro posto c’è il vuoto del suo silenzioso passaggio, e mi sono persino potuto risparmiare i suoi rimproveri per la mia pigrizia. In certi momenti mi sembra persino di sentire un leggero frusciare della sua voce. Non so la ragione ma all’improvviso mi torna alla mente il suo ricorrente rimbrotto sulla mia presunta mancanza di orgoglio. Sono rimasto quello che ero quando ci siamo conosciuti, ma non tutto è colpa mia. E poi corrono tutti e io non ho mai trovato una vera ragione per farlo. Chissà come avrà presa la mia mancanza; tutta e basta. Questa mia scomparsa. Cosa ci avrà trovato da rimproverarmi? Che risposte si sarà data. E poi posso fumarmi una cicca in santa pace in casa senza obbiezioni che mi pare persino più buona. Ma in fondo non è stata una cattiva compagna. Ho lentamente imparato a non ascoltarla troppo e le cose sono più che impercettibilmente migliorate. So di uomini che sono stati meno fortunati. Nella vita ci si deve accontentare e io credo di averlo fatto. O come diceva sempre lei “anche troppo”. Suona strano parlarne al passato, come se parlassi di una persona che non c’è più. Quando ho esposto la mia teoria a Ulisse mi ha guardato come un pazzo. Eppure lui sta vivendo una situazione del tutto analoga alla mia. Ma lui si accontenta di viverla senza chiedersi nulla. Certo gli è appena più semplice, non ha notato l’assenza di Daniela. Gran bella donna Daniela, ma lei se n’è andata ormai da due anni. Da quando l’ha scoperta. Eppure lui non ha mai fatto veramente l’abitudine alla sua assenza. La casa è in condizioni pietose, aspetta ancora il suo ritorno, povero illuso. Quando l’ha trovata a letto con Gigi, certo che farsi scoprire così, a letto, e in casa propria, non è il massimo della delicatezza e del buon gusto. Mica poteva immaginarlo lei che lui sospettasse e che proprio quella mattina si inventasse la puerile scusa della digestione. Quando l’ha trovata a letto con l’altro ha fatto una scenata vergognosa. Dopo l’avrebbe anche perdonata ma era ormai troppo tardi, si parlano solo attraverso gli avvocati come al solito. E forse avrebbe sbagliato perché lei poteva dirsi pentita quanto voleva e anche persino giurarglielo ma è certo che ci sarebbe ricaduta. Quando una ce l’ha ha il vizio e lei ce l’aveva e come. Comunque come si dice: becco e bastonato; gli deve passare anche gli alimenti e dice sempre “alla zoccola”. E anche non Gigi non si parlano più. E pensare che poteva trovarci me. Non che sarebbe stato chissà quale dramma, non è poi chissà quale tesoro avere la sua amicizia che è sempre difficile conservarla con quel suo carattere, ma mi sarei trovato in imbarazzo. Certo che in quei casi l’amicizia non conta proprio. E poi magari sarebbe venuta a saperlo anche Ornella. Cosa avrei potuto dirle che sono sempre state amiche? E’ che Ornella non ha mai voluto capirlo com’è fatta Daniela che per essere fatta è fatta bene. Certo che a una così le occasioni non mancano e sono le occasioni che fanno l’uomo ladro, cioè la donna puttana. Insomma se non è proprio così cioè una regola almeno aiuta. Uno, cioè una si trova per forza a pensarci. Ulisse di suo non è che sia proprio il massimo, nemmeno allora. Non certo un adone né uno che non sappia far sentire la propria assenza. Sembra anzi uno che per esserci c’è veramente poco. E lei per pensarci ci pensava e anche troppo. Forse una donna ci nasce, ce l’ha scritto in faccia e nella pelle. Forse una ci nasce che le piace, cioè che le piace troppo. Se te la sposi, una così, la sfortuna è solo tua. Ti ha trovato. E semplicemente sei uno predestinato. A mio avviso ce l’aveva scritto in faccia fin da ragazzina. Solo che allora io non ero ancora in grado di capirlo e non avrei trovato il coraggio, se non era, appunto, per lei. Certo che me la son rischiata di brutto. Certo che allora quasi non ci potevo credere. Ma cosa vado a pensare, oggi? Ormai è solo acqua passata. Certo che ci ripasserei volentieri per quell’acqua. Ma ora sto ancora solo come la testa là e non riesco a distrarmene: dov’è finita la domenica? Non è tanto per quel giorno. In fondo un giorno stupido, non ho mai fatto niente di particolare tranne per le partite, cioè la domenicasportiva. Veramente anche non fosse stato per lei che lui di partite non se ne perde una, nemmeno quelle in trasferta. Chissà come va il Milan? Adesso che abbiamo un presidente che è anche il nostro presidente. Credo non sia mai successo. E’ che una vita senza la domenica è una vita solo di lavoro. E’ questo che mi scoccia. Che mi fa sentire come mi avessero sottratto una cosa importante. Stacco da una giornata di lavoro e mi ritrovo a tornare al lavoro. Una volta mi sarebbe pesato meno ma anche per l’età comincio a sentire il bisogno di una pausa, di prendere il respiro. Altrimenti mica è più vita. Farò bene ad accelerare. Dove avrà messo la tuta? Certo che per lei non è il mattino del lunedì. Secondo il mio personale conteggio per lei dovrebbe essere venerdì se non addirittura giovedì. A causa di ciò niente tuta lavata e stirata. Sono costretto a recuperare quella sporca dal cestino, ma tanto la devo comunque sporcare. E pensare a quante volte abbiamo sognato assieme una vita fatta solo di domeniche, ma una vita così è la vita di quelli che si possono permettere di farsi chiamare pensionati. Chissà se ci arriverò mai, io, alla pensione. Una vita così, che mica son convinto sia solo bella, se la possono permettere appunto solo loro, i pensionati, e quelli che li hanno, gli spiccioli. Quella sì ch’è vita. Mi ci saprei abituare più in fretta che subito. Non mi ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho potuto alzarmi il mattino a fare solo quello che mi andava di fare in quel momento.

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