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Archive for maggio 2017

Santino Diotallevi era carabiniere semplice. Quando era entrato nella pasticceria non poteva immaginare che quello sarebbe stato uno dei giorni più complicati di tutta la sua vita. Una donna sola seduta al tavolino gli aveva fatto segno. Aveva richiamato la sua attenzione. Con cenni delle mani e anche con dei sibilanti Pss… pss
“Sono stata io. Venga, l’ho chiamata io. Ho fatto bene? Stavo dicendo… Saranno state le nove e trenta, anzi e ventotto. Sono sempre qui a quell’ora. Io sono una abitudinaria. Esco di casa e mi fermo qui. Tutte le mattine alla stessa ora. E’ un’abitudine. Un piccolo vizio di gola. Mi ricordo bene: ho guardato anche l’orologio. Ora che ci penso: nove e ventisette spaccate. Ho chiesto conferma anche a Luigi. Luigi è il proprietario. Vero signor Luigi? Non volevo essere in ritardo. Lui lo può confermare. E’ il mio alibi. Se ho bisogno di un alibi. Ne ho bisogno? Sono più di una semplice testimone. Sono anche una buona cliente. Se sono in ritardo, se non mi vede, si preoccupa. E’ così carino. E c’era anche un signore distinto, di cui non so il nome. Come dicevo stavo bevendo il mio tè. O forse era una tisana? Sì, proprio il tè, ma non ne posso essere sicura. A volte prendo una tisana. Quando voglio restare calma. Sa com’è? Non è importante. O lo è? Io prenderei una pastarella. Posso offrirle qualcosa? Volentieri. Io a quest’ora ho come un buchino allo stomaco. Non sono grossa, vero? Non faccia complimenti. Io sto attenta, ma la gola è la gola. Insomma, ero lì con gl’occhi bene aperti dietro la vetrina. Guardavo la strada. Le macchine e le persone che passavano. Non c’è mai molto traffico a quell’ora. Sono anche una buona osservatrice. Io non mi sbaglio mai. E’ stata quella donna. Si è presa su il mio gatto, Cioccolato, un soriano che è un amore. La riconoscerei tra mille. Come le dicevo si è presa il mio gatto, l’ha infilato in borsa ed è salita su un taxi. Solo per confondermi. La cosa mi è sembrata subito strana. Lei che il taxi non l’ha preso mai. Io lo so. Ha una macchina beige. Solo una macchinina. Perché dovrebbe prendere il taxi? Dico io. Come le spiegavo…
Quale gatto?
Cioccolato, il mio gatto; gliel’ho detto.
Cosa c’entra il gatto?
Ma non è venuto per la mia denuncia per il rapimento del mio gatto?
Veramente è stata uccisa una donna, qui, nel caseggiato di fronte. Barbaramente accoltellata.
Perché non l’ha detto subito. Miagolava da spezzare il cuore, il mio amore. Proprio da spezzare il cuore. Si sentiva dalla strada. Allora è stato il marito. Ne sono certa. E’ sempre il marito. In questi casi. Sicuro come la vita. Gli uomini, mi scusi, sono tutti mascalzoni. Comunque posso denunciare anche a lei il rapimento del mio amato gatto? E’ la mia unica compagnia. Un soriano di pura razza soriana.
Guardi che la povera vittima era vedova.
Sicuro che non si tratti di suicidio?
Diciassette coltellate e manca l’arma del delitto, e alcuni oggetti. E’ probabile.
Ma allora… vuole dire… morta ammazzata. Veramente. Cosa vuole che sappia io di coltelli e accoltellamenti. E mica che era così povera. Mi creda. Si toglieva più di un capriccio. La signora Sonia poi non era una che dava molta confidenza. Un buongiorno e via. Non si è mai fermata nemmeno per due chiacchiere. Stava sempre sulle sue. Come le dicevo non siamo mai diventate amiche. Non per dire, perché si dovrebbe sempre portare rispetto per una povera vittima, per i morti, ma era proprio un po’ superba. Boriosa. Come se ce l’avesse solo lei. D’oro. Mi scusi il termine. Se mi posso permettere… Non faccio per dire. ma non era poi così seria che si può credere. Né così fine. Niente di speciale. Anche se andava a messa tutte le domeniche. Si credeva la migliore. Creda a me. Tutta impettita… E poi, con tutte le sue arie… Ho visto come guardava il Thomas. Tra noi c’era solo una simpatia. Non deve pensare. Con il Thomas. Eravamo solo buoni amici. Niente di più. Si e no un paio di cene. Ma lei era una vera strega. E come si vestiva… Sembrava una principessa. O una di quelle. E sempre tutta truccata. Faceva scatti da matta. Io l’ho capita subito. Ho capito subito di che gamba andava zoppa. Creda a me: le piacevano gli uomini. E le piacevano giovani. Come il mio Thomas. Ma non è per quello. Ho visto anche come guardava il mio cioccolatino. Quella era invidiosa di tutto. Di me. Mi creda. Lo guardava con l’acquolina in bocca. Preferirei parlare d’altro. Se non le spiace. Magari di moda. Lei segue la moda? Certo che no. Mi diceva della signora Sonia Non so niente. Ero a casa. Da sola. Però posso dirle cos’ho visto alla televisione. Le può servire? Dice… Proprio qui. Se ne sentono tante. E’ proprio un mondo difficile. Fa paura uscire di sera. Poco dopo le undici. Un po’ di timore ce l’avevo. Proprio perché è lei… ma non volevo. Così… Invece niente. Non c’era traccia del mio piccolo. Lì per lì sono stata delusa. Magari è scappato. Magari dietro ad una gatta. Sa, è così birbaccione. Spero che lo troviate. Però bella casa. Anche se non è certo l’ordine la cosa a cui tiene di più. La signora. La biancheria per terra. L’intimo. Mi capisce? Non sopporto la sciatteria. Tanto profumo addosso e un asciugamano che non asciuga in bagno. E la lavatrice da fare. Le confesso una cosa. Resti tra noi. Diciassette dice. Credevo meno. Con un coltello da cucina. Non sono stata lì a contarle. Non tagliava niente. Sarebbe stato da affilare. Ma come fa certa gente? E in casa non aveva granché. Con tutte le sue arie. Quattro cose misere misere. Non le ho prese per me. Solo per dispetto. E non c’era nemmeno il gatto. Ma cosa dice: riuscirete a trovarlo il mio gattino?
Solo se mi aiuta a trovare il coltello.
Promesso?

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Me ne sto qua aspettando il verdetto. Ora sono sereno anche se rassegnato. In piena forma e in forze. Quello che deve essere sarà. Ora che so vorrei recuperare tutto il tempo perduto. Vedo Totta, cioè Carlotta, mia moglie, da lontano. E’ sottobraccio a uno che mi sembra Paride. Si guardano negli occhi e si parlano sottovoce. Preferisco non farmi vedere. Non so come nascondermi e da che parte andare e sono impicciato nei movimenti. C’è un po’ più di calma e un ordine perfetto e seguo le parsimoniose indicazioni.
Nel circolo delle lettoni intravvedo Dar’yana. La chiamo e lei si stacca dal gruppo con un’amica e si avvicina sorridendo come dire chi si rivede; me la presenta come Kharitina la sua connazionale amica che dev’essere anche all’incirca sua coetanea. Le chiedo abbastanza impacciato se possiamo stare soli, ma è una questione di vita o di morte. L’amica si allontana e torna nel gruppo che in sua assenza ha continuato a chiacchierare lanciando di tanto in tanto occhiate furtive di valutazione stigmatizzando quell’intruso. Kharitina è una ragazza carina e mi saluta anche con gli occhi da lontano, forse ho avuto troppa fretta. Dar’yana mi racconta che adesso, cioè prima, quando ancora era laggiù, al mondo, faceva la badante. Mi confesso sorpreso e glielo dimostro perché lei ha studiato continuando a servire in una famiglia bene. Osserva con il consueto candore e una leggera vergogna: “E’ la vita”. Cerco di ricordarle i vecchi tempi; mi fa capire che sono passati e che ricordare le costa fatica e le mette tristezza. Mi dice che ha o aveva un compagno ma che nella confusione non si sono ancora ritrovati. Cerco di muoverla a pietà ricordandole compassionevole quando noi due eravamo ragazzi e come siamo stati ragazzi. Lei ha sempre avuto un gran cuore e nemmeno sotto la camicetta già da allora è mai stata messa male. Ha dei fantastici occhi azzurri ed è sempre stata un tipo perspicace; non c’è che dire, ma sempre piena di premesse e di “Se proprio”… Devo insistere un bel poco e questo me la fa apparire anche più bella finché non china gli occhi: “Se proprio ne hai bisogno, se proprio non puoi farne a meno, se proprio devo, se proprio ti accontenti di una mano”… In nome della vecchia amicizia cerchiamo un posto un po’ appartato, non è facile trovarlo in questa bolgia che a quel tempo si sarebbe definita dantesca. Mi mancano le vecchie comodità: la casa, la macchina, gli alberghi e le pensioni, la camera da letto, i letti dagli amici, il divano del salotto della bella villa dove lavorava quando i padroni erano in vacanza, persino la stalla e la paglia. Eravamo molto giovani e stupidi allora.
Alla fine un posto si trova. Un piccolo grumetto di nembi che sembra una montagnola e tanto basta. Ci nascondono alla vista e sono soffici. Le chiedo se per cortesia può tornare ad avere quei sedici anni e lei mi accontenta. “Nostalgia”? “Un poca”. Ci accomodiamo e siamo proprio come allora imbarazzati. Scopro che altri hanno avuto la nostra stessa idea; non importa. Ognuno è solo cioè ogni coppia trova la propria intimità senza badare o dare fastidio alle altre. Ogn’uno si crea il proprio ambiente e noi con lei sedicenne un posto improvvisato e raccogliticcio dettato dalle frette di quell’età non potrebbe essere la cornice adatta. Cavolo, la ricordo e riconosco quella camicetta. Mi dice solo un rassegnato: “Pazienza.” Come se lo dicesse soltanto a se stessa senza volermi ferire e io di rimando le continuo a sussurrare ripetutamente all’orecchio solo: “Daria.” sperando possa durare per tutta l’eternità e di non essere interrotti. Sono pur sempre in attesa di giudizio: “Me lo dai un bacio”? “Ma solo uno. Sai che mi piacevi veramente”? “E ora”? “Mi sento solo stupida perché ora so”. “Anch’io credevo di sapere”. “Ormai non c’è più un prima e un dopo. Possiamo essere quando vogliamo. Sappiamo tutto ma possiamo anche ricominciare. Avere vent’anni e la gioventù o farne quaranta per scoprire la maturità. Non so se mi piace o no. Ti manca ancora molto”? Non riconosco il mio corpo. Forse lei ha capito e si adattata molto più e prima di me: “Sei molto gentile e ancora carina, come allora. Credo di no. Quello che però… Non vorrei mai tornare bambino. Sto bene adulto”. “Sei contento cioè sei sereno o hai dei rimpianti? Però non farti aspettare molto”. “Credi che tra noi”… “Lui si chiama Giosuè. Credo di no. Credo di sì. Ora non siamo più quelli. Possiamo amare anche due volte. E di più. E due persone. E anche di più. Contemporaneamente. Ed essere con loro, con tutti loro, in posti diversi e nello stesso momento. Solo che io sto aspettando la mia destinazione”. “Anch’io, ce l’hai il cellulare”. “E’ rimasto nel vecchio mondo. Sciocco, non serve. Qui possiamo inviarci gli esseemmeesse telepaticamente”. “Dici? Incredibile”. Mi sono un po’ distratto ma mentre ascolto e imparo entro in contatto con Kharitina sperando che lei non se ne accorga invece lo capisce e lo sento dalla stretta delle sue dita, devo imparare ancora tutto. Qui, chiamiamolo per ora paradiso, nella nostra condizione, non sono permessi i segreti e non c’è posto per le bugie e i sotterfugi e allora perché nasconderci? Mi legge in testa: “Solo per stupida abitudine.” e mi fa scoprire l’America in quell’ultimo sospiro e solo allora torna a guardarsi la mano ed esclama: “Finalmente!” ma non c’è nessun tono di rimprovero nella sua voce che mi sembra melodiosa.
Poi ci pensa e improvvisamente scoppia a ridere: “Ti credevo… fedele, e allora lo eri”. “Io credevo all’amore e forse vorrei crederci ancora”. Mi rassicura: “Ora non importa”. “Tu che ne pensi”? “Forse è meglio senza egoismi, senza bugie, senza gelosie, senza sotterfugi e… senza doveri eppure sento già che qualcosa mi mancherà”. “Non siamo nati santi e un po’ siamo rimasti quelli che siamo sempre stati”. “Sarà una condizione passeggera”? “Spero. Ho chiesto di poter fare le valigie ma non mi è stato permesso. E poi è diverso da tutto quello che avevo immaginato”. “Anch’io”. “Me lo dai un altro bacio”? “Ma solo ancora uno”. “Me lo dici che mi ami”? “Quello non è permesso, ma se questo è amore allora… forse… un po’… non lo so… credo di sì. Non volere troppo e tutto subito. Soprattutto non mettermi fretta che ancora non mi conosco bene”. “Fai con calma”. “Posso tornare ad avere gli anni che ho”? “Certo”. “E allora ti debbo… togliere la mano. Devo ma… Posso”? Me ne ero quasi dimenticato. Mi rimetto in ordine. E devo proprio trovare una cintura da qualche parte e a malincuore dobbiamo proprio andare. Forse Giosuè la sta cercando e si sta chiedendo perché poi ricordo e mi sento gli occhi dell’uomo addosso e vedo Tota in quel preciso istante e non mi importa. E’ strano non me la ricordavo così… così! e non ricordavo nemmeno quella biancheria. Ora mi sarebbe tutto più facile ma non ho voglia di sapere e di capire per lei sicuramente avrà speso una cifra, povero Paride. Non sarà mai Elena ma altrettanto capricciosa, e dispettosa, e dispotica, lo posso garantire, e ti succhierà il sangue senza che tu abbia bisogno di altri eroi alle porte niente ti salverà da lei. Torno a occuparmi solo della cara Daria per conto mio ne ho avuto abbastanza. Non so se in questo spazio esista il divorzio o basti cercare di dimenticare? Bisognerebbe poter conoscere le persone prima o poter tornare continuamente al momento dell’innamoramento e non so a chi chiederlo.
Con Kharitina ho appuntamento alle sette. Giusto il tempo di riprendere fiato anche se mi sento come se non ne avessi bisogno; rimesso a nuovo, così vado a bighellonare un po’ in giro. A controllare. Se non mi trovano mi troveranno, non devo essere io a preoccuparmene. Ma se ci penso e veramente lo voglio le sette possono esser anche subito. Ho il desiderio di fumare una sigaretta e fischietto nel mentre sono anche già con Kharitina, tra le sue braccia. Lei è completamente senza abiti e io sono senza vestiti e non provo vergogna. Ci siamo trovati e conosciuti così, in un letto enorme di petali di rose, ne ha della fantasia, solo per fare l’amore e ha labbra incantevoli e morbide; due labbra enormi e piccoline, ben disegnate. Lo so che non lo dovrei chiedere: “Perché mi hai aspettato già così”? Lei non dev’essere il tipo che si offende facilmente o questo non è il posto per farlo e sorride dolcemente: “Perché non volevo che ti affaticassi. Perché eri impaziente e allora anch’io sono impaziente. Vuoi che li rimetta”? “Non fa niente, anzi, grazie”. “Di cosa”? “Di essere”. E sto mangiando un gelato con un cono enorme: pistacchio e lamponi. E due uomini si tengono per mano e non mi sembra strano. E mi siedo a giocare a carte con quell’odioso del Di Napoli, e mi sta pure simpatico, anche se so che bara; anche se si è preso delle licenze con Tota senza nemmeno chiedere, me l’ha detto lei; allora. E sono anche con Julie e la sua fantastica maglietta gonfia. E sono anche Benjamin Malaussène. Non me ne importa niente. Il giudizio degli altri è una fatica sprecata. Inutile aspettare o sprecare il tempo. Davanti all’eternità cosa può essere una singola vita?
Mi hanno dato all’entrata una piccola valigia ma dentro è enorme, infinita e può contenere tutto; il necessario e il superfluo. La mia prima biciletta a quattro ruote. Il mio completo da tennis con la polo verde veleno e anche le racchette ormai scordate. La scacchiera pronta per una nuova partita. I miei vecchi polsini d’oro a chiave di violino. Il vestito di quando ho portato papà al camposanto. Le foto delle vacanze a Parigi. Le mie bolle di sapone. La raccolta dei Queen. Il manuale: “L’amore oltre l’amore, piccola guida per giovanissimi autostoppisti e non”. Dopo il giudizio universale c’è solo l’amore universale? Il mio vecchio cilindro di cartone impolverato. La nave dei pirati con il Capitan Harlock e tutti i suoi cannoni. Il didgeridoo che mi ero autoprodotto. L’aereo in balsa con l’ala incerottata e l’aquilone che non aveva mai volato. Il costume da Zorro e il bastone da passeggio. La cinepresa. Il cornetto portafortuna di corallo. La scatola disgraziata del Monopoli con la sua fortuna in biglietti senza valore. I gessetti colorati consumati quasi solo per il gioco della campana. Il fifì della prima comunione e la giacca del mio primo festino da ballo. La mia prima sigaretta; col filtro. Tutti i biglietti di auguri dei natali, delle pasque e dei miei compleanni. Il mio primo smartphone con la batteria scarica, senza contratto e comunque senza copertura. Quella rosa secca che non speravo che lei avesse conservato. Finalmente il suo diario segreto e le prime e uniche mutandine della mia preziosa collezione e quelle dei calciatori. La muta da sub. La camicia con il colletto alla coreana che ho sempre odiato. Il piccolo carrarmato del generale Patton. Una granita al limone e un limone trafitto da una stecca di liquerizia. Il giornale con i risultati delle elezione e la Gazzetta del giorno dopo la conquista della Coppa dei campioni stampata solo per me. Il mio dopobarba preferito. La collezione dei Metal hurlant eccetera eccetera. E tutto quello che non potevo scordare. E chi più ne ha più ne metta. Ops! L’ho lasciata al mio receptionist perché mi era di ingombro. Devo ammettere di non aver avuto un’infanzia difficile. Dopo, a prendersi cura di me, c’è stata la mia zietta Sorana, sorella del papà, sempre buona e affettuosa. Anche per lei ha avuto parole di biasimo nei miei confronti lo strano giudice di settima classe aspirante cherubino stigmatizzando con fare furbetto e sarcastico come fosse fin troppo affabile e gentilissima nonostante, aveva osservato il vecchio birbone, lei non si facesse molti riguardi, anzi alcuna timidezza, anche se c’ero io e nonostante quel nome e lo zio Simeone che era proprio grullo e spesso fin troppo attento solo alle partite e molto meno, se non nulla, a lei; semplicemente la zietta era molto emancipata e molto espansiva e premurosa con me e non aveva molto da nascondere né l’indole per farlo. Al vetusto antipatico non è proprio scappato niente ma allora non ci pensavo proprio e come avrei potuto? Mai fantasticato di lei in quel modo anche se in qualche occasione le sue coccole mi avevano creato qualche imbarazzo e anche quella volta che mi aveva chiamato in bagno mentre si faceva la doccia chiedendomi la cortesia di insaponarle la schiena. C’erano solo dieci anni tra noi e ora dovrei avere l’età che lei aveva allora, dove sarà?
Nuvole, nuvole e ancora nuvole. Quando mai mi ci abituerò? Una galassia di nuvole candide in una giornata tersa. Ne sono già sazio. Quasi ingozzato. Temo che me le sognerò. Ma c’è posto qui per i sogni? E per la notte? Mi chino per inventarmi un pupazzo di neve, anzi di nuvole. Non sono mai stato bravo in queste cose, con le mani, il risultato è da rimuovere e nascondere e chiudo gli occhi e lo cancello e lo sogno nuovamente come lo vorrei e quando li riapro è proprio come lo avevo immaginato ed è magnifico, due bottoni per gli occhi e un bastone al posto del naso. Suonano un vecchio pezzo di Édith Piaf (Vive la France) ma ciascuno sente solo la musica che vuole. Una donna protesta animatamente all’indirizzo del vuoto che lei al suo gatto non può rinunciare: “A tutto tranne che a Doremi”. Sta girando cercandolo con una tazzina di caffè in mano. Ci sarà anche la pubblicità? E gli animali dove sono? Probabilmente anche per loro c’è un’attesa e la visita in un tribunale veterinario. Non ho mai avuto nemmeno un cane, l’appartamento era piccolo e non ne sento troppo la mancanza. Non sono mai veramente solo.
La cinquantenne bionda, più sui sessanta, coi capelli rigidi della messa in piega mi guarda, ha un vestito bianco a grossi palloni rossi e tanta ciccia che le abbonda da farla sembrare una trapunta con una boccuccia a cuore rosso ciliegia che abbacina gli occhi mi dice tutta giuliva: “Ciao bello”. Grido terrorizzato: “Questo no”! E’ l’orrore dell’attimo di chi ancora non sa. E’ un incubo. Subito mi riprendo perché ci vuole consapevolezza e complicità e corresponsabilità, bisogna essere in due e decidere in due di quale momento si vuole essere protagonisti, ma si è voltata e se ne sta già andando indignata: “Non sei niente di che. E non è carino. Nemmeno mi piacevi. Era per fare due chiacchiere. Sono certa che hai anche il fiato pesante. E corto. Potevi vedermi da giovane”… La guardo allontanarsi, una quarantini di chili prima ed è già l’incontro di una sera che non puoi spendere così male, molto oltre la disperazione più cupa. Un colpo allo stomaco. Gli stessi occhi piccoli come fori di proiettili pieni di cattiveria e di depravazione che guardano ghignanti e sardonici, per giunta uno a destra e uno a manca; lo stesso viso pittato pesantemente e le stesse labbruccie già rosse di quel rosso abbacinante e sembra già far parte dell’usato non garantito; lo stesso incedere cialtrone scodinzolando in modo insolente lo stesso culone basso sugli stessi tacchi con le scarpe già sformate. Non è certo fine, la signora, aggiunge: “Stronzo.” quando ormai è già lontana. L’ho scampata bella. Mai credere a tutto quello che si racconta. Penso a Marylin. Chi non ci ha mai pensato e non ha continuato a pensarci? Siamo in troppi, ci rinuncio. Certo che tra i tutti non vedrà proprio me; però… Non riesco ancora ad immaginare cosa mi riserverà il futuro in questa nuova vita. Voglio solo rivedere Star wars. Siamo circa in tre-miliardi-duecentomila-e-spiccioli stipati davanti all’enorme schermo ad aver avuto la stessa idea.
Ho una fame incredibile di sapere. Ora amo il signor maiale e anche il prosciutto, purché sia crudo. E il pesce azzurro. E il baccalà. E’ il mio corpo che cambia. E sono anche con Dar’yana, la mia Daria, e ora ha vent’anni e anche trenta. E non mi nega niente perché non ha più pudore. Sì! credo che mi ami e che me lo voglia dimostrare. E’ soffice come un sospiro di primavera. Non l’avevo mai vista nuda. Lei si mostra per farsi vedere: “E allora”? Ora la guardo e la riguardo in ogni sua età completamente soddisfatto. Mi piacciono anche le sue prime rughe: “Sei splendida”. Quel sorriso che è quasi una smorfia capricciosa. Le dico di calmarsi perché non è ancora tempo di conoscerla da vecchia. Dev’essere stato proprio così il sessant’otto ma non solo così e anche altro ma forse no. Sospetto che non ci sia mai stato niente di simile, di paragonabile. Lei ride e si diverte della mia inesperienza e di quella ignoranza come con un bambino e mi passa la mano tra i capelli.
In quel mare burrascoso di nubi che schizzano gocce di nuvole verso l’alto c’è quella bambina che si diverte sull’altalena. Comincio a pensare che in questo nuovo “Mondo?” “Corpo?” “Ruolo?” impacciato per imparare e iniziare sia meglio ripartire da capo. Ho il sospetto forse è lei: “Quanti anni hai”? “Cinque.” e mi fa segno con le dita. “Allora ne voglio cinque anch’io, oppure, al massimo sette”.

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Niente di meglio che un buon piatto di tagliatelle al ragù”. Ma doveva ancora imparare che se diceva buono intendeva ancor più abbondante. Lui era esterrefatto e la cuoca s’era messa in azione. Aveva sposato una ragazza minuta e molto discreta. Il giorno dopo delle nozze se n’era uscita chiedendo quel primo prima ancora della colazione. La nuova vita le doveva aver messo appetito. Forse era stata quella prima notte in cui nessuno dei due aveva dormito molto. Lui si sentiva a pezzi ma lei appariva fresca come una rosa. Ridente e soddisfatta. Divorò tutto con una velocità incredibile per poi chiedere del pane per fare la scarpetta. Si dissetò direttamente dalla fiasca sulla tavola sgolandosela tutta e poi scoppio in un allegro rutto rumoroso che fece ondeggiare le tende come bandiere che garrivano al vento. Come se stesse passano un uragano a gonfiare le vele di velieri in alto mare. Come un tornado. E disse soddisfatta: “Ora sì che va meglio. –ma aggiunse– Però avrei ancora un buchetto, caro, da soddisfare. Un poco di appetito”. Lui trovò la cosa alquanto sconveniente davanti agli ospiti e alla servitù e non aveva proprio più forze, ma si sentì risollevato quando capì d’avere frainteso. Eppure doveva sapere che lei era una ragazza per bene e non si sarebbe mai permessa di sbandierare certi appetiti e la loro intimità davanti ad estranei, quando era restia e si vergognava di parlarne anche quando erano soli.
Subito le fu portata una gran tazza di caffelatte e tre cornetti, e poi un’altra tazza e altri tre cornetti, e così via e questo per altre tre volte mentre lei si massaggiava la pancia che si andava ad ingrossare. Si fece portare un abito più largo che s’era portato da casa quale dote assieme a dodici paia di lenzuola ricamate e ad un enorme recipiente, una sorta di grande tinozza rotonda, che si rivelò un enorme paiolo in rame da polenta. Per la seconda volta restò esterrefatto solo perché gli occhi spiritati della sua donna non gli avevano ancora spiegato quant’era cambiata dopo quella notte di sfrenati bagordi coniugali. Ma come avrebbe potuto? Era ancora in affanno (risate da parte dei presenti). Il poveretto aveva avuto solo il tempo per essere estremamente orgoglioso di sé e delle lenzuola macchiate, poi svuotato e privo di forze come se si fosse cimentato in una battaglia campale, ma era ancora certo che si trattasse di una sorta di inconveniente temporaneo ancorché passeggero.
La sua speranza doveva essere presto se non subito smentita. Decise di sacrificarsi per non esagerare e di rinunciare agli antipasti aggiungendo però: “Per ora”. Si mise comoda. Non chiese un tris di primi ma, per precauzione e per non essere fraintesa, tre primi abbondanti e altri tre brandendo una forchetta nella destra e una forchetta con la sinistra e ammettendo che non gradiva molto il brodo che non si mangia ma si beve con l’eccezione di un gran piatto di tortellini serviti quasi asciutti. Alla fine si lasciò andare an un altro soddisfatto e roboante ruttò. Lui era incredulo. Pulì le dita sulla tovaglia bianca, bevve a garganella tenendo sollevato il fiasco e sporgendosi sotto come ad una fontana e ammise che finalmente si cominciava a ragionare: “Ora passiamo ai secondi”. Esplicitò che non avrebbe disdegnato ma anzi gradito un po’ di carne preferibilmente al sangue o almeno poco cotta magari del buon rosbif all’inglese, anche un po’ di lesso e d’arrosto, per il pesce potevano ancora aspettare e soddisfatta nella sua richiesta si mise alacremente all’opera: “Ho proprio un po’ di appetito”.
Naturalmente pretese che le portate fossero accompagnate da insalatina fresca, un po’ di peperoni e pomodori, magari ripieni, cavolfiori gratinati e per l’arrosto patate anch’esse arrosto. Con l’ampio vestito ormai unto fino a non avere un lembo di stoffa del colore originale e che le saliva sopra le ginocchia lei batteva le mani, faceva svolazzare le dita e le unghie, si puliva le labbra col dorso della destra e subito accorrevano con altri piatti colmi di pietanze: “Mi sento come se non mangiassi da anni”. Lui si sentiva sazio e satollo al solo vedere quello che mangiava lei e il gusto con cui lo faceva. Le gote le si erano fatte rubizze, il ventre prominente, i seni pieni anzi abbondanti anzi straripanti come due enormi mousse o due meloni ma molto più che maturi. Ormai lui aveva perso il conto e non riusciva più a seguire la velocità con cui richiamava l’attenzione degli alacri servitori che accorrevano subito e con cui ingurgitava tutto quel ben di Dio che le veniva portato. Si preoccupò solo per la frazione di un attimo per quei poveri cuochi sudati ed in affanno in cucina e poi per le sue stesse finanze che anche se non meschine né irrisorie erano state messe alla prova dal banchetto nuziale ed ora dovevano fronteggiare quello di banchetto.
Pregò che gli fossero portate un pochine di salse per aggiungere ulteriore gusto ai piatti e non lesinava nell’aggiunta di condimenti grassi. Concesse che per andare bene andava bene ancora del rosso anche col pesce e volle provare il paiolo che aveva portato: una cernia, tre orate, degli sgombri e un nasello e una vera montagna di polenta gialla e un’altra di polenta bianca. Qualcuno corse in tutta fretta fino alla pescheria e in panificio; naturalmente tutto doveva essere accompagnato dal pane. Prima ancora di finire espresse il desiderio –ogni volta questa parola lo faceva inutilmente sobbalzare– per qualche polipo lesso e qualche calamaro ai ferri e perché no un generoso soutè di cozze e vongole e per quest’ultima, ma non ultima, portata succhiò avidamente e con soddisfazione anche il sugo di cottura inzuppandoci due sfilatini. Si frugo nel naso, sollevò l’urlo per liberare un silenzioso peto, si stropicciò gli occhi acquosi e implorò ancora una porzione abbondante di un salmone intero affumicato, anzi tre. Alla fine di quella mangiata senza fine espresse il desiderio di una breve paura– “Solo un attimo.” –che non durò che pochi secondi. Si soffiò il naso, sembrava felice e contenta e quasi soddisfatta. Ci pensò su e scacciò un ciuffo indispettita e ordinò che gli fossero portati e serviti un bel po’ di formaggi e salumi dalla dispensa che cominciava a mostrarsi desolatamente svuotata e ancora qualche bel fiasco vino buono.
Afferrò qua e là fette e fette e fette, ora gruviera, ora crudo, ora mozzarella di bufala, ora mortadella, ora dell’ottimo parmigiano e grana padano, per non tacere del salame, e le divorò senza tregua e distrattamente ingollò anche il servitore. Poi, non ancora del tutto soddisfatta chiese se era rimasta almeno una fettina di torta dal giorno prima e che gli fosse cambiato il vino con del frizzantino bianco dolce; andava bene anche quello che c’era in cantina ma meglio sarebbe stato se si fosse trattato di un prosecco di annata o anche dello spumantino. Poi chiese datteri e fichi secchi e noccioline americane ma oltre alla frutta secca pretese anche della frutta fresca e che non mancassero delle banane e un ananas che lei amava la frutta esotica. Per finire –proprio così disse– un buon caffettino, e per un po’ si assopì mentre tutti la guardavano e rumoreggiavano cercando di farlo sottovoce mentre lui cercava di non sentire i commenti e se ne stava muto a guardare quella che era stata per una sola notte la sua mogliettina, quel che rimaneva di quella giovane graziosa che era quasi una ragazzina, e inorridito l’enorme donnone in cui si era trasformata.
Quando si era ormai fatto il far della sera la giovane e innocente e casta sposina, con una mano a nascondere le labbra, gli sussurrò ad un orecchio brandendo una coscia di tacchino come fosse una spada che roteava sul capo degli instancabili ultimi invitati: “Avrei un po’ di appetito, caro”. Orai niente più lo poteva sorprendere e il tono della sua voce cercò solo di fingere lo stupore: “Ancora”? La giovane donna, che sembrava aumentata notevolmente in volume, in peso e persino in altezza, scoppiò in una sonora risata grassa: “No, stupidino. Cos’hai capito? Ho voglia di soddisfare quel appetito che viene ad una sposa quando è finalmente giunta l’ora di andare a letto”. Capito aveva capito arrossendosi in viso e non gli riusciva di inventare una scusa buona per trattenersi almeno un po’ se non per rinviare ad altra data quella nuova sfida in singolare tenzone quando la notte era ancora giovane. Si sentì sprofondare, ma il suo orgoglio di maschio la ebbe quasi presto vinta sulla sua completa mancanza di energie e, sistemandosi nelle brache, si alzò annunciando che allora potevano andare tentando così di accomiatarsi rendendosi il più invisibile possibile dai presenti; nelle estreme difficoltà ci sono sempre degli intrusi a rendere le cose ancora più complesse. Fece solo un’enorme fatica a sollevarsi da quello scranno.
Giunti nel talamo coniugale lui guardò il grande baldacchino e l’enorme letto ed ebbe un rigurgito soffocato di sazietà e di nausea che lo costrinse a correre al bagno dove si trattenne anche giusto il tempo di pensare per un bel po’ e cercare il coraggio che non riusciva a trovare. L’enorme donnone non era più la dolce mogliettina che aveva chiesto e a cui si era poi unito convolando rapidamente a più che fastose nozze. Tornato in grande imbarazzo lei lo squadrò, poi gli tirò giù i calzoni poi lo squadrò –non era al meglio ma sicuramente pensava di essere abbastanza all’altezza del compito– e non riuscì a fingere mostrando esplicitamente e apertamente in viso di rimanere estremamente delusa. Si sfilò la veste e si stese nel letto completamente nuda mostrando senza alcun podure quell’enorme ammasso di cicce e invitò in modo esplicito l’amante a prendere posto, a darsi da fare e, davanti agli occhi allibiti di quel che rimaneva del povero marito, ne ordinò altri tre.

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2b2026f889d259acea8ef7fe04f568ffI non morti non muoiono mai. Un forte odore di aglio li può tenere distanti. Però non li scaccia. Li allontana solo. Ma sono là fuori. Lo so. Gironzolano intorno. In cerca di sangue fresco. E uno era stato avvistato nei dintorni del paese. Proprio qui. E un paio di ragazze erano sparite. Non se ne sapeva più nulla. Scomparse nel niente. Zero. Nonostante le ricerche. La paura cominciava a serpeggiare. Ma io non sono una di quelle dell’est. E ho messo un profumo con un forte odore di agrumi. Fresco. Mi ci sono proprio immersa. Ci ho fatto il bagno, letteralmente. Farei resuscitare persino i morti. Si fa per dire. E mi sono vestita per non passare inosservata. Ma senza collane né orecchini. Solo una piccola croce per precauzione.
Le cose le so. I non morti prediligono le donne giovani e belle. Fresche. Mi sono agghindata per questo. Le scelgono bene e con cura le loro vittime. Si aggirano ombre tra le ombre. Silenziosi. E poi le aggrediscono. Rapidi. Lo so. Il loro morso le rende succubi. Mai però veri non morti. Loro succhiano il sangue agli uomini. Ma questa sembra essere un’altra storia. Una storia diversa. Io mi limito ai fatti. I fatti sono che preferiscono di gran lunga il buio. La notte. Non che il giorno sia letale per loro. Il sole. Non credo. Semplicemente lo evitano. Non so dove riposano. Non l’ho ancora scoperto. E allora li scovo io. E allora che notte sia. Come Dio vuole.
Volevo incontralo in un posto neutro. Il mio demone. Loro amano i vecchi castelli, so anche questo. Sarei svantaggiata. Ne sono cosciente. Il bosco va meglio. Non sono certa che sia l’opzione migliore. Non ne vedo altre. C’è un silenzio pieno di rumori. E una luna gonfia come una donna all’ultimo mese. Un leggero vento freddo fischia. Le ombre sembrano allungarsi rapaci. I rami sono come artigli protesi. Si allungano nelle tenebre ostili. Frignano. Naturalmente si ode il tipico grido di un gufo. Gli alberi scossi gemono. L’erba alta è fradicia di lacrime. Da lontano l’ululare di un lupo. Sono decisa. Sono una cacciatrice. Stranamente i miei denti battono. Stringo le labbra. Non riesco a trattenermi. Sembrano una pioggia fitta sui lucernai. Forse è quest’aria. Forse non mi sono coperta abbastanza. Forse è la tensione. Non lo so. Non è paura, credo. Se devono muoversi in fretta si trasformano in pipistrelli. Lo sento arrivare. Vedo l’ombra del suo volo bizzarro e frenetico.
Rivedo tutto. Si era nascosto goffamente dietro ad un cespuglio. In silenzio. In agguato. Ma percepisco subito la sua presenza. L’ho notato immediatamente. Lo invito. Esce e si fa vedere, malaccortamente. Non incute all’apparenza nessun timore. Non è né alto, né bello. Né magro. Tanto meno giovane, naturalmente. Non veste di nero. Sembra più un contabile. Un noioso scribacchino. Un impiegato del comune. Con gli occhiali spessi e pochi capelli in testa. Sono confusa. Mi bacia con foga. Ma me ne chiede prima il permesso. Lo prego di pazientare. Lo prendo per mano. Lo accompagno. Lo incoraggio. Lo trascino. E’ come uno zombie. E se fosse solo uno stupido zombie? Lo faccio salire nella roulotte: Staremo più comodi. Nello radura. Dentro c’è un bel calduccio. Il fuoco scoppiettante ci illumina con singhiozzi. A tratti lo vedo. A tratti è un contorno impalpabile. Mai inquietante. Noto di meno quelle discordanze dal ruolo. Forse era solo frutto della mia fervida immaginazioni. E delle chiacchiere di romanzieri fantasiosi quanto inattendibili.
Mi è subito addosso, come una sanguisuga. Esaltato. Gli occhi spiritati. Fuori della testa. Lo prego ancora di pazientare. Un attimo. Mi sistemo. Mi aggiusto e lo lascio guardare. I suoi occhi sprigionano cupidigia. Avidità. Libidine. Sete. I suoi occhi sprigionano odio e rancore. E ancora sete. Di me. Non sembra nemmeno malvagio. Mi abbraccia. Mi abbranca tutta. Mi ringrazia. Sento le sue mani sul mio corpo. Curiose. Avide. Inesperte. Irresolute. Da per tutto. Ha le unghie curate. Niente, o non molto, corrisponde alle leggende. E’ sempre così. Forse mi ripeto. I pensieri corrono veloci. Il tempo non lascia tempo. Non per riflettere. Quando sento il suo fiato caldo sul collo ho la conferma: non temono la croce. Prendo il cuneo di pino marino. Ero di fretta. Non c’era tempo per cercarlo di frassino. Andrà bene ugualmente. Afferro decisa e sicura il paletto e glielo conficco in mezzo al petto. Diritto al cuore. In profondità. E lo rigiro un paio di volte. Con foga. Per sicurezza.
Lo maledico. Recito la formula di rito. Lo rimando al diavolo. Strabuzza quegli occhi da maiale. Sembrano sorpresi. Sconcertati. Attoniti. Imploranti. Apre la bocca senza trovare le parole. Non ha ancora sfoderato i canini. Le sue zanne. Il suo sguardo chiede misericordia. Quasi mi impietosisce. E si riempie di lacrime che non scendono. Si scuote convulso. Mi imbratta tutto il vestito nuovo di rosso. E finalmente spira gemendo tra le mie braccia. E rimango allibita. Solitamente i non morti diventano cenere. Si sfaldano in polvere. Di loro non resta che un piccolo e povero nulla. Lui invece resta lì, coperto del suo stesso sangue. Semplicemente morto. Un corpo senza vita. Vuoto. Ma un corpo. Forse non era un vampiro. Chi lo sa? Ho un dubbio improvviso. Non sarà stato mica solo uno stronzo di guardone? Sbagliando si impara. Era comunque un povero cretino. Uno sfigato. Uno stronzo. E un porco. Cosa ci faceva nel bosco, di notte?
Scemo e imbecille. Magari si è fatto ammazzare per niente. I dubbi portano sempre altri dubbi, con loro. Stupida! stupida! stupida; me. Una vera imbecille. Ma non mi avrà preso per una puttana? Penso a quelle povere ragazze. Lui sarebbe stato la mia prima preda. Non mi si può rimproverare di negligenza. Forse solo di inesperienza. E’ anche l’esperienza che fa il cacciatore. La pratica. Non è mai sufficiente la sola competenza. La prossima volta sicuramente andrà meglio. Nel mentre mi domando come fare a liberarmi di quel cadavere inutile.

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news_50690_donna-morta-spiaggia«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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hg_raindance-select-300-overhead-shower-woman-showering_730x411Non lo voglio chiedere. Non mi vorrei trovato subissare di colpe che non ho. Che non ho fatto a tempo ad avere. Non so cosa si sono raccontate quelle due. Come si possa essere giustificata Erika. Con il solo asciugamano addosso. So solo che Ortensia è qui con me che si prodiga al mio capezzale. Premurosa. Come la migliore delle mogli. E ha rinunciato al resto della vacanza. Solo per me. Per accudirmi. Tra qualche giorno dovrei anche uscire da questo maledetto ospedale. Ma di mare non se ne parla proprio. La casa l’ha già chiusa lei. Dovrò mettermi a dieta e smettere di fumare. Tutto è bene quello che finisce bene. Naturalmente Erika non l’ho più sentita. Non ricevevo altre visite. Non ho chiesto di lei. Come avrei potuto? Non ne sapevo niente. Nemmeno se era ancora viva o se era morta. Se non per il fatto che è stata proprio mia moglie a dirmi che mi mandava i suoi saluti.
Anche se non piace a entrambi ricordare, con delicatezza, Ortensia mi ricorda cosa è successo, senza farmi pesare troppo il suo malumore: “Sei uno stupido. Dovresti ormai saperlo quello che puoi e quello che non devi fare”.
Non ho fatto niente. E’ stata solo una giornata in spiaggia. Come potevo immaginare?”…
Lo so. Sai che non puoi stare troppo al sole. E poi non devi metterti in testa certe strane idee; caro mio. Non sono più cose per te. Ti credi ancora un ragazzino”?
Quando se ne va ripenso a quello che mi ha detto. In fondo non sono poi così vecchio. E quello che mi è capitato può capitare a chiunque a qualsiasi età. Tutti vanno al mare, d’estate, ma non tutti poi finiscono dentro uno squallido ospedale. Perché proprio a me? Mi son fatto portare qualcosa per cambiarmi. Non posso essere dimesso in bermuda. Intanto il vicino di letto russa come un’intera segheria. Ho sete. Mi ricordo che la prima cosa che ho provato è stata proprio la sete, prima ancora di provare quell’orribile e dolorosa pressione sul petto. Quella fitta. L’ho riconosciuto subito. Voglio dire l’infarto. Mi chiedo se ne valeva la pena per un po’ di sole.
Ripenso a Erika e cerco di riprendere il libro da dove l’ho lasciato. Un tentativo vano. Non mi sento tranquillo. Sarà lo spavento che ho provato. Sarà che l’ospedale mi fa ansia. Sarà il rumore del vicino. Allora accendo il portatile. Vado un poco in giro senza una metà precisa. Il mondo è ancora lì fuori. Mi sento un nomade. Mi sento vivo. Mi sento prigioniero. Mi sento un guardone. Senza sapere cosa mi spinga a farlo sono entrato curioso nel profilo di Ortensia. Ci sono le solite cose. Ha condiviso i soliti post delle solite associazioni di volontariato. Poi mi accorgo, per puro caso, che la sua chat è rimasta aperta. Vado a spiare. C’è un dialogo di mia moglie. Proprio con Erika. Di qualche giorno prima di andare al mare. Prima di quel giorno maledetto. Dell’ultimo giorno al mare. Di pochi giorni prima. Forse è stato questo che mi ha incuriosito. E’ una strana coincidenza. Leggo e ne sono sorpreso. Faccio copia e incolla in una pagina word che salvo in una mia cartella con la password. Leggo e rileggo senza dover stare collegato alla rete che qui c’è poco campo e non è stabile.
Il primo messaggio è di Ortensia: Probabilmente ha cancellato i precedenti. Lei è sempre uguale. Probabilmente, per distrazione, s’è scodata di cancellare anche questi. Avrebbe fatto meglio. Oppure si erano parlate a voce. Senza bisogno di una intermediazione informatica: “Fai come ti dico. Se ti vede fa un infarto. Sicuro. Con me è tanto… Sicuro com’è vero che sono qui a scrivertelo. Credimi”.
E se non lo fa”?
Lo fa. Lo fa. Non c’è uomo… Tranquilla”.
Ma se non?”…
Allora lo dovrai fare. Non mi dirai che tu”…
Non è quello. La vita mi ha regalato anche di peggio, anzi. Solo che non c’è la certezza che poi”…
Non ti chiedo poi chissà quale sacrificio. Basta stare un pochino attente. Tenere il becco chiuso. Una notte di buon sesso, selvaggio, come dico io. Come sai. Lui non lo può reggere. Ne sono sicura. Poi saremo libere”.
E se non… non cede”?
Hai troppi dubbi. Se sopravvive vuol dire che non sei più la Erika che conosco. Che mi sono sbagliata su di te. Che ti sei sbagliata sulle tue capacità. E allora dovrai inventarti qualcosa. Arrangiarti. Non posso venire ad aiutarti. Ricordi che io dormirò nell’altra stanza? Sarò sveglia a dormire nella nostra camera. Non sarò presente. Quando succede. Forse potrà essere solo imbarazzante. Ma ho pensato… ti puoi rivestire. Non c’è fretta, in questi casi. Puoi prendertela con comodo. Io dirò quello che devo dire. Se alla fine… Dovrai arrangiarti con il cuscino”.
Forse non sono mai state nemmeno colleghe. Questo chiarirebbe perché certe cose non se le sono dette a voce. In ufficio. Perché hanno avuto bisogno di scriversele. Certo che Ortensia è sempre un poco poco prudente. Da questo punto di vista Erika la conosco meno. Direi niente. Però quella frase in cui dice che la vita le ha regalato di peggio, anzi. Proprio quel anzi dopo la virgola. Quello mi fa pensare. Forse non le sono stato del tutto indifferente. Ma forse scherzavano tra loro. E non sono mica sicuro di essere io quello di cui parlano. Non ne posso certo avere la certezza.
Ma cosa vado a pensare? Forse è un altro dei loro scherzi. Ma io, comunque, sono duro a morire. Ho ancora qualche giorno di riposo e di ricovero. E poi tutta la convalescenza e la riabilitazione, per la continuità assistenziale. Spengo il computer. Vorrei riposare un poco. Certo che Erika è proprio carina. Quando si è rinchiusi in un ospedale si ha tutto il tempo per civettare con la propria fantasia. Potrei chiamarla quando esco. Tanto per sentire almeno la sua voce per telefono. Mi è rimasta impressa. Se poi… Magari senza farmi accorgere da mia moglie. Non so se posso addebitare il male al mare o se essergliene grato.

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cappella-sistina_650x447Siamo poi andati a Norcia? Certo che sì. Lì e anche in tanti altri posti, tutti bellissimi. Abbiamo solo avuto bisogno dei nostri tempi per accettare la verità. E il viaggiare non è stato il più bel regalo del nostro nuovo rapporto. Lui, quello che qui chiamo Alberto, mi ha cambiato la vita. Mi ha trasformata in una donna vera. Consapevole di sé. Non lesina consigli su come vestirmi. Come abbinare gli accessori e i colori. Mi aiuta a truccarmi e in mille altre cose. Persino in cucina. Ha un gran bel gusto. Mi ha reso più disinvolta. E spesso insiste per pagare lui. E ora ho un guardaroba che mi invidia anche Ornella.
Ha sempre un pensiero gentile. Mi dice che sono la sua dea. Mi spiega come fare ad essere più civetta. Più maliziosa. Più enigmatica. A rendermi preziosa. Come mostrare e cosa non mostrare. Come usare le posate e quando usare le mani. In compenso io l’ho introdotto in quei locali dove si mangia veramente bene, le cose genuine, e in abbondanza. E si beve un buon gotto di vino. Anche se non è imbottigliato con la sua bella etichetta. In caraffa. Anche se si infastidisce ancora se il cameriere esagera e si prende confidenza con una pacca sulle spalle.
Per quanto detto e non detto in quel mio vecchio post ora so che fa l’assicuratore. In verità l’agenzia è sua. E so che in quel ristorante non avrei potuto permettermi di pagare. E so anche che quel Caravaggio era un pittore del seicento. E mi piacciono anche le sue opere. Mi ha portato a vederne alcune che sembrano veramente magnifiche. Incredibili. Nella Basilica di Santa Maria del Popolo e alla Galleria Borghese. Persino alla National Gallery. Mi ha fatto notare l’uso della luce e delle ombre, come se tutti i personaggi si muovessero di vita propria in un fantastico paesaggio teatrale. Sembrano proprio veri. E sono incredibili tutte le cose che sa. Ha sempre pazienza con me.
Quella che però mi ha impressionato di più è stata la Cappella Sistina. Sono rimasta proprio senza fiato. Per la grandiosità dell’opera. E sapeva i nomi di tutti i personaggi e le loro storie. Sarei rimasta, col naso all’insù, a guardare e ad ascoltarlo, per giornate intere. Ma ad un certo punto ero così stanca che non mi reggevo sui tacchi e siamo finiti ad ingozzarci a Trastevere. Questa è stata un’idea mia e lui ha apprezzato abbondantemente, anche se è molto attento alla linea, di entrambi. Non vuole che mi riduca a diventare come la povera Ornella.
Anche Ornella è stata fortunata. Contenta lei? Ha trovato il suo principe azzurro; Ercole. Un nome e un programma. Non l’ho visto che un paio di volte. Non si può dire che sia una persona colta. Lei dice che è sempre fuori. Che lui ama andare in balera, la sera del sabato. Anche qualche altra sera. Credo faccia il muratore. Quante cose possono cambiare in due anni. Ora lei porta due taglie più di me e ha due gemelli. Tutt’e due maschi. Uno non sta mai fermo, l’altro è una vera peste. Ha il suo da fare, poveretta. Ci vediamo meno, qualche volta ci si sente per telefono. Anche l’ultima volta aveva il labbro spaccato e il trucco non nascondeva un occhio tumefatto. Dice che è felice e che si amano moltissimo. Follemente. Sospetto che il suo Ercole beva. Non vorrei che finisse per farlo anche lei. Sospetto che non mi dica tutto.
Alberto invece non lesina certo i complimenti. Mi dice quando, dove e perché non debbo esagerare, ma anche che una bella scollatura, profonda quanto basta, quando ci vuole ci vuole, mi dona. Anche se ha riso tanto quando, a Fabriano, nel bel mezzo di una degustazione di vini, me n’è inavvertitamente uscita una. Lui divertito ed io a lottare col mio imbarazzo tentando di passare inosservata. E poi inorgoglita della sua allegria. E poi divertita anch’io dei suoi commenti per il mio gesto maldestro di rimetterla velocemente al suo posto subito. Reggendo con l’altra mano tremante il calice mezzo pieno. E degli occhi strabuzzati degli altri. Dei pochi che se ne sono accorti. Come dice lui: dei fortunati. E cosa mettermi al collo per renderla ancora più irresistibile. Dice che molte donne, quasi tutte, dovrebbero essere invidiose di un seno come il mio. Secondo me lui ha una vera passione per il mio seno, una venerazione. Io gli invidio mille altre cose.
Per la prima volta mi ha fatto assaggiare le ostriche e, incredibile, sono squisite e funzionano veramente. Non ci avrei mai creduto. Ne sono diventata ghiotta. Ostriche e champagne. In un letto di ghiaccio. O anche con del buon prosecco. Forse mi sto facendo confusione, salto di qua e di là, ma è l’entusiasmo. Tutto per dire che con lui sono felice. E pensare quanto son stata stupida. A volte la fortuna è proprio dietro l’angolo. Magari davanti al banco degli affettati, come nel caso nostro. Basta saperla riconoscere. Basta saperla cogliere.
Però ora il prosciutto lo pigliamo intero. Sì! sto da lui. Una casa magnifica che basterebbe per due coppie più una nidiata di bambini. Ai bambini non ci penso quasi mai, ma mai porre limiti alla provvidenza. E tuttora mi chiedo come fa ad affettarlo col coltello; il prosciutto. Ma per i lavori di casa fa quasi tutto lui. Io ho ancora tutto da imparare. Non mi ci proverei più a stirarmi una camicetta. E non ha mai sbagliato una lavatrice. Ora tutti i capi sono del loro colore originale. Ora tutto, nella mia vita, mi sembra perfetto.
Per quanto riguarda la nostra intimità preferisco non parlarne. E’ stato imbarazzante solo all’inizio. Forse un po’ stupido. Com’è sempre davanti alle cose nuove. Dirò solo che a lui piace stare a destra e io ho sempre preferito dormire dalla parte sinistra; e poco altro. Lui legge molto, anche la sera prima di spegnere la luce. Io preferirei passare più tempo davanti alla televisione, quando stiamo in casa e non abbiamo ospiti. Brandendo il nostro grosso telecomando. Accoccolata come un gatto. Sì! mi manca il mio gatto.
Ho del pudore a raccontarlo, ma quello che ha richiesto più tempo è stato il nostro primo bacio. Poi pian piano ha cominciato ad andare tutto a meraviglia. Certo che la nostra unione è una vita piena. Io lo amo come uomo e anche come donna. E non siamo gelosi del nostro rapporto. Mi capita di incontrare tipi interessanti. Insomma ho le mie scappatelle, con uomini, come tutte le donne. I miei flirt. Anche lui ha raramente degli incontri con uomini, ma sono la sua unica donna. Quando mi capita un’avventura galante poi vuole che gli racconti tutto per filo e per segno. E mi sta attento ad ascoltare. Non ci sono segreti tra noi.
Gli altri uomini? Quando ci sono, e capita sempre di meno, cerco di non fare mai tardi. Solitamente so già dall’inizio come finirà e che finirà quasi subito. Sono sempre storie brevissime e comunque mi vengono presto a noia. Non ci si può credere, ma dopo un attimo ho già solo voglia di tornare da lui. Tra le sue braccia. Dentro il nido delle sue carezze. A piangere per farmi consolare. Persino per farmi perdonare; senza colpe. Per farmi dissetare di baci. Ce ne fossero di più di uomini come lui.

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