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Posts Tagged ‘parole’

16fd68e1cc1b848bd17297130ae08541Questo mondo banale ruota intorno a momenti e gesti banali in cui le persone si mostrano e si nascondono. Niente e diverso come nulla è normale. Tutti come intorno ad un tavolo a recitare la propria parte. Nuotando nel tentativo di non affogare nel niente. E i giornali non dicono quello che succede per non disturbare la digestione di chi ha ancora qualcosa da mangiare. E allora, se non lo dicono loro, i giornali, le televisioni, non succede niente. Non c’è nessuna guerra, nessuna epidemia, nessuna carestia. La crisi non esiste. C’è solo la stessa politica di sempre. L’uomo col sorriso che si mangia il gelato. Il prossimo film all’ennesimo festival. Il varietà del sabato. Il pomeriggio dalla parrucchiera, con la tinta e la messa in piega. Il gioco del lotto. L’ultimo sogno.
Lui non era così. Aveva risparmiato sui regali mandando un bigliettino e con quei soldi aveva provveduto ad una adozione a distanza. Lui era uno che si informava anche se l’informazione gli dava dolore. Non era tipo da nascondere la faccia sotto la sabbia. Ed era tipo da tornare sulle cose, da interrogarsi, da tenersi un dubbio e frugare in cerca di una risposta. Per lui era una consuetudine di lasciar passare almeno qualche giorno prima di tornare su di un fatto che lo avesse colpito particolarmente, anche questa volta è stato per questo. Il mondo stava esplodendo e nessuno sembrava rendersene conto. Se sfuggiva qualcosa al muto sopore allora era cosa che non riguardava solo gli altri. È stato per quel bisogno di metabolizzare le cose, di capire, anche se non sempre ci riusciva, che non ne aveva parlato prima. Sono le cose insolite quelle che ti lasciano maggiormente in preda dei dubbi, e quella, insolita, lo era per davvero.
Così lo aveva voluto un Natale diverso. Con i pacchetti ma con piccole cose dentro. Probabilmente lei non ne aveva saputo niente. Non era tra gli invitati. Non poteva dirsi era nemmeno tra gli amici. Era venuta con Bruno. Da quando si era separato l’amico arrivava sempre con una compagna nuova. A volte belle o carine come lei, a volte meno belle e persino talvolta volgari. Era convinto che rimorchiasse quello che capitava. Solitamente all’ultimo minuto. Non riusciva a tenersene una. Si stava anche un po’ lasciando andare. E lui aveva avuto bisogno di fare non poca fatica, ma in un tempo relativamente breve, per riconoscerla. Forse perché non era facile scordare una come lei, e non se l’era scordata. Anche se non era certo che il nome che credeva di ricordare fosse proprio il suo: Alberta. Così mentre tutti erano di là, e se ne sentivano le grida e il baccano, lui l’aveva ritrovata sotto l’albero: “Lui, cioè Bruno, è solo un amico, mi ha detto che lei, cioè te, si occupa di volontariato. Che è un uomo che legge e si informa. Che fa tante cose. Ho sempre avuto rispetto per le persone colte”.
Gli sembrava così giovane e solare. Intanto lei continuava a tenere il gatto sulle ginocchia e ad accarezzarlo. Solitamente quell’animale, che per la verità era femmina e sterilizzata, era un po’ scontroso, ma con lei se ne stava buono e la lasciava fare. Certo quella ragazza, che forse si chiamava Alberta, aveva gambe lunghe; e tacchi alti. E occhi che si scioglievano in quel sorriso. E tante domande e tante curiosità dipinte in viso: “Credo che sei stata informata male. Che almeno chi te l’ha detto sia stato un po’ troppo generoso. Non faccio nulla di speciale”.
Quell’anno praticamente l’estate non c’era stato, e l’inverno era arrivato pieno di interrogativi, nessuno avrebbe saputo dire se sarebbe continuato mite o rabbioso e rigido. Se i ghiacciai continuavano a sciogliersi e se il globo avrebbe continuato inesorabilmente a desertificarsi in fretta. Era passato anche l’ultimo appuntamento per avere rimorsi. Era arrivata con una pelliccia ecologica dal pelo lungo. Anche quella aveva fatto buona impressione ai suoi occhi. Ora, al caldo della casa, non faceva strano vederla con quel vestiario. A lui piaceva il suo abbigliamento informale, quella camicetta dorata senza maniche e un po’ scollata e quella gonna corta in jeans.
Non aveva bisogno certamente di molto trucco per essere bella. Le bastava sorridere: “E apprezzo ancora di più la modestia. Eppure lei potrebbe vivere bene. Non è certo quello che le manca. Ma lei… scusa posso darti del tu? con il lei finisco per inciampare e faccio spesso delle figure, dicevo, fammi capire, ma tu sei proprio tu, cioè quello che nascondeva la faccia sotto quella orribile sciarpa vinaccia? Scusa, ma te lo dovevo proprio chiedere. Un regalo? Ti sta proprio bene, cioè questa, cioè ti faceva proprio un cattivo servizio, l’altra, perché, adesso che ti posso vedere debbo dire che non sei proprio male. Era ora che te la togliessi. Quella di prima, intendo”.
Non capiva se era proprio un complimento e in parte doveva esserlo. Ricordava anche lui quella sciarpa, l’aveva portata tanto, per anni. Con quella si sentiva un po’ artista, ma non ricordava quando lei potesse averlo visto con quella addosso. Si era perso e disorientato a metà per il numero e la velocità in cui si era sentito versare addosso quel commento. Ma anche per la sua congenita mania di ragionare sopra ogni cosa, anche sulle quisquiglie. A volte avrebbe voluto essere più disinteressato, meno pignolo. Aveva molte domande che avrebbe voluto farle, ma, intanto che se le rigirava in testa, passava l’attimo e non sarebbe stato né gentile né rispettoso. C’era in quella giovane donna qualcosa di magnetico: “Di là, senti come si divertono. Sei sicura di volertene restare qui, da sola”?
Non riusciva a capire perché nella sua voce fosse entrato quel tono di rammarico: “M’è capitato tra le mani un libro bellissimo. Vetro di un tale Giuseppe Furno. L’hai letto? Dovresti. Parla di Venezia. Credo sia il primo che ha scritto. Venezia resta sempre una città incantevole. E la sua scrittura l’ho trovata affascinante e avvincente. Esattamente in vibrazione con l’ingranaggio. Forse non mi spiego bene. Perché te lo dico? Ecco, quello sarebbe stato un regalo appropriato per un tipo come te. Invece”…
Scusami Irene. Va tutto bene. Sono contento che sei venuta. Che ci siamo ritrovati”.
Agnese. Come quella che va a morire. Non fa niente. Non ti devi scusare. Un nome è solo un nome. Non potevo pretendere. Ero solo una ragazzina. Non mi hai regalato nemmeno uno sguardo. Comunque bella storia quella. Quella di quella Agnese, non la mia. Lei sì che era una donna. Una donna e importante. Credo che il babbo mi abbia chiamata così per quello. Mamma ha fatto le bizze ma lui non ha ceduto. Per lui la Resistenza era un vero valore. Loro andavano con le tette fuori, non certo mamma. Bei tempi. Io non avrei avuto molto da mostrare; a quell’età. Per quello nemmeno oggi. Non prendermi per svergognata. Basterebbe ascoltare per udire l’urlo delle bombe. Dove c’erano case non sono rimaste che rovine. Viviamo come nel ventre di una balena. Vorrei poter fare qualcosa, ma non sono brava come te. Comunque… Torniamo a noi. Non è una sciarpa che fa un artista. Non mi piaceva nemmeno molto la gente che allora frequentavi. Che ti stava intorno. Un giorno credo di averti fermato e di avertelo detto. O forse volevo farlo. Ma non credo di averlo fatto. O forse? Ma tu non hai capito. Forse per loro eri importante, ma erano una banda di sfigati. Non so cosa ci trovassi? Uno rischia di perdersi. Parla di mare e di avventure, il libro. Non lasciartelo scappare. Poi mi dici. Ora studio lingue orientali: il cinese. Ma non ti voglio annoiare. Non sono certo un tipo interessante; io. Possiamo restare qui ancora un po’? Non mi piace la confusione. Ora che ti ho ritrovato voglio conoscerti. Credevo non ti ricordassi di me. Allora stavo con Claudio e scopavo con Francesco. Non so perché ti dico queste cose. È passato così tanto tempo. È finita con uno e non mi importava abbastanza dell’altro. Sai perché te l’ho detto? Quando l’ho saputo era ormai troppo tardi. Lui non mi dice mai le cose per tempo. Ora mi sento ancora imbarazzata. È tuo il gatto? Così non ho fatto proprio a tempo. E sono arrivata senza nemmeno un regalo. Nemmeno piccolo. Spero che mi potrai scusare. Solitamente non sono così sbadata. Non è colpa mia”.
Avevo pregato tutti di non sprecare i soldi, di non buttarli. Di usarli in un modo migliore”.
Tutti vorrebbero un microfono. Anche quelli che non hanno nulla da dire. Anche i muti. E poi fanno la benzina ecologica col pane di interi popoli. Nell’altra mano aveva l’ulivo. Nell’altra mano aveva il kalashnikov; un AK-47. Non ne fanno più uomini così. Scusa. Vorrei che i miei soldi non andassero persi per strada. Che raggiungessero una di quelle scuole. Quelle fatte di sabbia, sogni e fantasia. Non sono insensibile come sembro. Non è la faccia che fa la donna. Nemmeno tu potevi essere quello che sembravi. Oppure a Emergency. Che ne pensi? Forse ti faccio anche troppe domande. E tutte assieme. È troppo facile stare dalla parte dei più forti. Troppo comodo. Non so se mi andrebbe una bibita. Non ti disturbare. Non sono sempre così loquace. È che va così. È che… lasciamo stare. Vorrei una figlia di nome Leila. Non mi fraintendere. Per favore. Ho il terrore che tu interpreti male ogni parola. Come in un esame. Ogni cosa a suo tempo. Non sono pronta. Piuttosto mi faccio monaca. Posso farti una confidenza: degli uomini mi piace il culo. Sì! glielo guardo. Tu… Scusa non mi dovevo… Il culo e gli occhi. Ti sto annoiando? Io adoro Chagall. Non chiedermi perché. E la Canterbury scene. Credo si dica così. Correggimi se sbaglio. E stendermi a prendere il sole nuda, dove nessuno mi può vedere. Ora che posso. Magari in riva al mare. Al mare trasparente. Tra gli scogli. E ascoltarne il respiro. Sai perché te l’ho detto? La storia con Claudio e Francesco. Lo so che non è importante. Cose da ragazzi. Lo sei stato anche tu. E poi, come ho detto, è finita subito. Ecco. È che mi sono ricordata di quella sciarpa. Del suo colore orribile. Per me è sempre stato un mistero. Non sapevo cosa pensare. Nemmeno se eri bello o interessante. Insomma… son cose che si pensano. Non riuscivo a farmi un’idea. Ci credi? E questo mi è rimasto in testa. Certo non pensavo di ritrovarti. È stata una sorpresa. Non ho collegato il nome quando… Dirai che sarebbe stato facile. Mi sarebbe sembrato inopportuno. Avevo trovato anche il tuo numero. Già! penserai che sono proprio una stupida. E io pensavo fosse solo un capriccio. Quasi volevo rinunciare. A venire, intendo. Però vedo che di pacchetti ne hai abbastanza. Poi ci ho pensato un po’ su. Anche se io non credo al natale e a tutte queste feste; soprattutto ai santi. Sono un po’ agnostica e un po’ atea. Qualcuno pensa che se una è carina non avrebbe bisogno di usare il cervello. Così ho pensato che proprio senza niente non potevo venire. Così ho pensato di regalarti qualcosa di personale: le… le mutandine. Certo, se non ti dispiace. Avrei voluto metterle in una carta dorata. Portarle con un bel fiocco blu. Non c’è stato tempo proprio per niente. Le ho portate addosso. Le ho messe pulite. Tanto ho i collant. È per le gonne. Non che siano troppe corte, ma preferisco sentirmi sicura. Solo che… solo che le ho messe sotto. Mi devo spogliare tutta. C’è un posto dove ti posso regalare il mio regalo”?
Se vuoi saliamo un attimo”.
Anche due”.

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Piccoli gialli italiani18. Matilde è allegra: “Se vuoi uccido i due mocciosi così hai qualcosa da scrivere”. Non le piace vedermi così irrequieto. Annoiato. Non sarebbe male. Finalmente un vero giallo. Una scossa per la città assopita. Solo per un breve istante temo che lo possa aver fatto davvero. Stupido. Come mai è libera, e ha tutto il tempo per me? Naturalmente scherza e il suo sorriso lo denuncia apertamente. Poi mi ricordo che è sabato. Dobbiamo fare due spese. Matilde ha promesso di cucinare per me.
Siamo quasi sulla porta, prima di entrare, quando la vedo e la riconosco subito. È proprio lei. In carne ed ossa. Una delle mie eroina preferite. Anzi la preferita in assoluto. La biondina amica di Loriano Macchiavelli, cioè di Sarti Antonio, sergente. Non Cristiana Borghi, la sosia che, secondo me, nemmeno è tanto bionda, ma proprio l’originale. La blocco: “Matilde, lei è Leda”. “Scusi. Ci conosciamo”? “Ci siamo visti spesso. Bernardo. Ci siamo incontrati in tanti posti; in tante pagine”. Lei finge mirabilmente di ricordarsi. Cerco di spiegare il mio entusiasmo a lei, a Matilde: “Lei, Leda, è”… Matilde non è mai maleducata, semplicemente non è coinvolta. Taglia corto. Quando c’è un’altra donna nei miei paraggi Matilde si fa sempre un po’ scontrosa. Anche un poco taciturna. Dopo la mia non storia con Cinzia, detta anche Hollywood party, le cose sono migliorate, da questo punto di vista. La sua diffidenza va un poco meglio. Meglio non vuole dire bene. Semplicemente si fida un poco di più. Ma non è disposta a rischiare. E non è sicura di conoscermi ancora così bene.
Ma io penso alla nuova amica: “Come mai da queste parti”? “Mi hanno invitata ad una festa. In maschera. È una buona occasione per vedere là città”. “Ne ho sentito parlare. Ne avrei dovuto scrivere. Non ho trovato un biglietto”. In verità non ho trovato i soldi. Non era un costo che le mie tasche potessero sopportare. “Ma tu che fai? Il giornalista”? “Ci provo”. “Perché non venite con me. Il mio è un invito gratuito. Mi farebbe piacere. Non vado volentieri da sola”. Un tuffo al cuore. Matilde cerca di evitarlo: “Veramente avremmo da fare. E poi non possiamo presentarci così”. Un tuffo al cuore. Mi salva la Biondina che insiste. Alla fine Matilde non può più dirle di no. Si arrende. La due spese vanno a farsi benedire.
La villa è grande e bella. Gli interni mi lasciano senza fiato. Marmi. Splendidi affreschi. Molti dei presenti camuffati hanno un’aria furtiva. Compresi i padroni di casa. Sono gentili e ci accolgono fin troppo calorosamente. Lui ha raccontato alla città intera di essere conte, non si sa di cosa. La verità è che deve la sua cospicua fama alla moglie, e ai suoi fortunati inizi come venditore di carni all’ingrosso. Invece la reputazione della contessa è evidente, basta guardarla. Indossa un abito adatto, da nobildonna di Versailles, credo. La maschera le cela il viso ma la scollatura mostra tutto quello che c’è da vedere di lei. Il prosecco è un mare in tempesta. Camerieri impettiti si occupano di tenere sempre colmi calici dai gambi molto longilinei. Nemmeno le tartine non sono male.
Avverto Matilde prima di allontanarmi. Lei mi controlla a vista. Non si allontana mai. Ma non c’è un solo angolo dove uno possa stare tranquillo. “Che ci fai qui, tutto solo, bel giovanotto”? “Veramente sarebbe degli uomini”. “Lo so bene, non mi riconosci. Sono la padrona di casa. La signora contessa”. E si abbassa la maschera su un sorriso invitante. “Veramente cercavo quell’attimo di intimità”. Lei sembra divertita. Mi crede spiritoso: “La devi fare. Falla pure. Che c’è, ti vergogni? Guarda che una contessa è anche una donna”. Non vorrei sembrare un provinciale. E lei non è più una ragazzina: “Era… un falso allarme”. Probabilmente si aspettava di trovare qualcun altro. Ha trovato me. Alza le spalle. Alza spudoratamente la larga e pesante gonna fino a farmi vedere che non porta biancheria intima: “Siamo qui per divertirci. Non credo di non conoscerti. Rimediamo. Divertiamoci. Spero che tu sappia farmi divertire”. Vorrei farle ingoiare i suoi sospettosi dubbi. Vorrei… Per dire la verità lei è pronta ad incoraggiarmi. Se non fossi lesto avrebbe già allungato la mano. Giusto in tempo a sottrarmi ai suoi artigli nobili e mortali. Eppure stregato dai suoi occhi lascivi. “Mi scusi… ma… mi stanno aspettando”. Letteralmente scappo, mentre lei mi apostrofa, pugnalandomi alle spalle: “Stronzo… Finocchio”.
Definirsi giornalista spoglia qualsiasi ipocrisia, e non solo quella. Ritrovo Matilde allo stesso posto, ma un poco più impacciata di quando l’ho lasciata. Mi spiega che la Biondina si è dovuta assentare per un po’, e che si scusa. Hanno affittato una parte della villa, dove non si può andare, ad una troupe per un film. Pare che la villa si mantenga anche con quello. Le chiedo se c’è qualcun’altro di famoso. Mi tratta come uno scemo: “Uno di quei film; cretino”. Non capisco subito. Lentamente reagisco. La contessa ancora non è tornata a farsi vedere. Il marito conte continua nella sua brillante opera di anfitrione. Io mi faccio prender dalla curiosità. Magari trovo uno spunto frizzantino. Ci incamminiamo nella direzione verso cui è scomparsa la Biondina. Un lungo corridoio, una scala e poi un altro lungo corridoio. Una porta senza porta, il divisorio è fatto da due pesanti tende. Arriviamo ad una larga sala, quasi più affollata di quella da dove siamo venuti. Si capisce subito che quello è il posto giusto. Sono creduto il primo gradino per trasformare una nessuno in una qualcuno.
Una lunga fila di ragazze e donne attende per il provino. Cercano comparse. Presumo sia un’assistente quello che gira tra la fila e le palpa e le controlla. E le rimette al loro posto. Alcune le conosco: frequentano, o continuano a frequentare, la mia stessa facoltà. Solo una fa un cenno. Le altre fingono di non riconoscermi. Per la maggior parte sono giovani. Le più sfacciate, o le più temerarie, non hanno già più nulla addosso. Altre hanno solo i seni fuori, in bella evidenza. In una rastrelliera ci sono gli abiti che si sono tolte. In un’altra quelli di scena. Qualcuna mi lascia letteralmente basito e sorpreso. Non avrei mai detto che lei… Di trovarla là. Così, nuda, faccio fatica a riconoscerla. Anche lei finge di non vedermi, e distrae lo sguardo. È una visione buffa quella della signora un po’ avanti di età e di peso, e con le carni ormai rilassate. Probabilmente ha smesso di sognare, lo spero per lei. Tiene la borsetta stretta con rabbia davanti al ventre. E fatica a sollevare gli occhi. Mi sento nudo anch’io.
Si avvicina subito un bassetto con la fronte spaziosa e gli occhiali in cima. Guarda lei con occhio attento e professionale, e me con disprezzo: “Se la signorina vuole provate? Per noi sarebbe un… piacere. Mi sembrerebbe perfetta. Anche un poco di più. Le faccio saltare la fila. Ma lei, giovanotto, cosa ci fa qui? Questa è un’area privata. Non ci può stare”. Finalmente posso dire la frase che ho sempre sognato di dire e che cominciavo a temere che non avrei mai potuto fare: “Stampa”. Mi dà l’aria del regista: “Allora lei… signorina… Cosa ne pensa? Può essere la sua grande opportunità. Cinema. Rotocalchi. Magari in po’ di tv”… Lei mi guarda come dovesse chiedere permesso a me. Io la guardo e so che sa. O magari lo spero. Lei fa no con la testa e ringrazia: “Grazie”. Lui torna a guardarla come prima, da intenditore, e anche troppo a lungo. Decide di insistere: “Guardi che me ne intendo. Ne ho viste… ma… Lei avrebbe, negli occhi, lo sguardo giusto; –la talia ancora accuratamente– e anche tutto il resto, per diventare una vera star. Ci pensi. È per il suo ragazzo”? “Grazie, ma no. E non è per lui. È per me. Lui è… è… un amico”. “Peccato. Ma fate pure liberamente”.
Ci avviciniamo alla coda curiosi. La provoco scherzosamente: “Sei convinta”? Lei spia i miei occhi e mi ha già sgamato: “Certo”. Mi fingo sorpreso: “Perché”? Abbassa il tono della voce. Non vuole che altri ci sentano: “Dovresti saperlo. Non potrei mai farlo. Non mi piace che gli altri mi guardino. E poi fare quelle cose… farlo mentre mi guardano. Davanti agli altri. O sapendo che comunque mi vedranno. Per nulla al mondo. L’amore, e il sesso è lo stesso, per me dovrebbe restare una cosa privata. Mi vergognerei troppo. Ma non giudico le altre. Forse sono io l’ipocrita”. Le ragazze si spingono. Lottano per la fantasia, e la labile opportunità, di accedere al mondo del successo. Per il loro sogno, non troppo segreto. Illuse. Si sentono tutte attrici, e tutte disposte a tutto. A ognuna viene chiesto di girarsi anche di profilo e di spalle. Se ha già un po’ di esperienza. La maggior parte ammette di no, ma che “Penso di avere le capacità adatte”.
Qualcuna ha partecipato a qualche recita privata. Quella non più giovanissima alza la borsetta come una liberazione, e alla fine scappa con le lacrime agli occhi. È stata presa. Viene loro chiesto di recitare una brevissima frase, sempre la stessa. Poi di ansimare. Infine di mostrare un po’ delle loro grazie. Nessuna remora, naturalmente. Qualcuna promette faville per il registra e tutta la troupe. Qualcuna insiste per far vedere che sa anche ballare e per far sentire che sa anche cantare. Le più sanno che sarà solo porno, ma poche sarebbero disposte a dirlo. Torno a provocare Matilde: “Sei ancora sicura”? Me lo merito. Mi fulmina con gli occhi. E non gradisce il mio manifesto interesse per quelle nudità esibite.
Una è la contessa. Non si è tolta la maschera, ma riconosco le sue tette. Anche lei vede me. È ancora indispettita, non perché l’ho colta in flagrante. Sputa, a denti stretti, un’offesa verso la mia accompagnatrice che né io né lei possiamo sentire. Una, quella subito dopo, è proprio bella, bella e rossa. Lei sì ha un’aria veramente altezzosa. E raffinata. Per me è anche troppo bella per fare solo la comparsa. Dice la frase, poi circonda la lingua con le labbra rosse e la ritrae, in un gesto esplicito e provocante nei confronti del regista. Leda se ne sta in disparte e le guarda tutte con l’aria della competente. Il piccolo regista si prende una pausa. Viene verso di noi: “Stasera si fanno solo provini. Dovreste passare domani che giriamo i primi esterni”. “Non mancheremo”. Precisa che la villa che sarà ripresa dall’esterno sarà un’altra. Contigua: “Sa… è per la contessa. Anche se dalle finestre non si può nascondere la città”.
Se fosse per Matilde ce ne staremo per i fatti nostri, naturalmente, ma per accontentarmi, e non lasciarmi solo, decide all’ultimo momento di accompagnarmi. Mi segue ma senza entusiasmo e immusonita; non solo per essere stata costretta ad una levataccia. Cerco di spiegarle che è lavoro. Loro, col loro sogno, io col mio. Alle cinque l’aria è frizzantina e la luce ancora esangue, ma le strade sono quasi vuote. Nel cinema convenzionale si potrebbe definire una scena di massa. Tutti con tutti. Si liberano, in parte o completamente, degli abiti che abbandonano a terra, e alcuni sono già completamente nudi. Il regista spiega come il carnevale sia una festa pagana e carnale. Che libera gli istinti. I partecipanti si spogliano di tutto come in preda a un transfert o a una ipnosi. Dietro le maschere si sentino liberi di essere quello sono, ma solo in segreto.
Qualcuno, come da copione, troppo preso dalla smania non finisce di spogliarsi, e qualcuno nemmeno comincia. Il regista torna a gridare continuamente che non devono guardare in camera. Che lo dice lui quando farlo, a chi deve farlo, e dà indicazioni. “È quasi solo nei primi piani. In soggettiva”. Bestemmia alla santa Vergine. Io non so restare del tutto indifferente. Posso limitarmi a fingere di esserlo. Gli occhi di Matilde passano da un rimprovero al successivo. Le sue espressioni passano dallo schifato, allo scandalizzato, al sorpreso, all’incredulità. La Biondina si limita a sussurrare suggerimenti al regista. Lui, senza interrompere il lavoro, chiama un assistente per farsi togliere dall’imbarazzo. Non deve avere grande esperienza nemmeno lui. Invece quella segretaria di produzione con gli occhiali sembra esperta o lui troppo impaziente. La nostra consulente lo rimprovera: “Potevi chiedere”. Poi viene da noi a spiegarci che, poveretto, si è riciclato dal cinema vero.
Potrebbe essere una scena per un Giudizio universale. La rossa è proprio una gran gnocca. Qualche maschietto si è già raffreddato troppo presto a causa della temperatura. Qualche altro è entrato in panico. Poi ci sono quelli che, presi dall’entusiasmo, hanno esaurito troppo presto le energie. Mi sembra tutto una grande confusione. Arriva finalmente il momento della battuta della protagonista che canna tragicamente. Invece di esclamare: “Vengo!” sospira: “Svengo!”. Uno di quelli che trastullava le dà della vecchia baldracca. Il regista, fuori di sé, interrompe la scena. Tutto da rifare. Annuncia una pausa: “Gli ignudi si rivestano”. Una ragazzina, che se non dovesse avere almeno diciott’anni ne avrebbe tredici, continua imperterrita nonostante lo stop. O non ha sentito o vuole sempre finire quello iniziato, o vuole dimostrare la sua professionale e indefessa disponibilità al lavoro. È tutta sudata. E talmente testarda che la devono staccare a forza. Il suo lui, che è anche il suo compagno di vita, ringrazia. Ha negli occhi una preghiera disperata e, vista l’età, deve aver preso qualcosa.
Il regista ci viene incontro. Gira la testa per un attimo e grida che ognuno riprenda il proprio costume, senza fare confusione, scherzi o allontanarsi. Qualche attore ha bisogno di più di una marsalina. E non solo per scaldarsi. Anche una delle comparse profitta della pausa e viene verso di noi. Mi deve aver confuso con qualcuno di importante, forse perché il regista ha preso a chiamarmi dottore. Davanti a Matilde mi guarda puttanescamente, si umetta le labbra e mi chiede, con un sussurro ingozzato di lascivia: “Vuoi”? Mi ha quasi abbassato la lampo prima che possa rispondere. Matilde è più veloce a mandarla a cagare. L’aspirante Greta Garbo la guarda con disprezzo, andandosene le dà della povera scema e della ipocrita bigotta, e torna a mescolarsi con la compagnia.
Mi rendo conto che siamo spettatori, e forse complici, di reato. O più d’uno. Cerco di fare un elenco dei miei timori. Atti osceni in luogo pubblico. Pornografia. Turbativa. Qualche grammo di droga. Magari persino invito al libertinaggio e induzione alla prostituzione. Lenocinio. Uso di arma impropria e di oggetti atti a… dare diletto. Blasfemia. E penso anche tanto altro. Che ne so? Mica ho studiati legge. E, mentre il regista ci chiede che ce ne pare, e se Matilde ha cambiato idea, io gli manifesto i miei dubbi e le mie paure. Lui ride. Mi tranquillizza: “Non è passato nessuno e sono già le sette passate. Non ti sei chiesto perché. L’appuntato Buonadonna è un caro amico. Per un regalino ha creato una sorta di cordone sanitario. Nessuno può passare. Ho dovuto mandargli anche una delle… una delle attricette, per convincerlo dei residui eventuali dubbi. Non è un problema. Ne è rimasto soddisfatto”.
Prima di tornare a Bologna prego la Biondina di affiancarmi nella mia fatica, con la sua esperienza e le sue conoscenze. La Zia gira per le stanze a spolverare. Non si fida molto di quella donna non più giovanissima. Per quello nemmeno Matilde si fidava troppo a lasciarmi solo con lei. Mentre la Zia ci gira le spalle lei mi sussurra come un soffio di brezza: “Ne hai bisogno? Vuoi prima o dopo”? La voglia ci sarebbe da ieri. Non posso tradire la fiducia. Devo tenermi i pantaloni addosso. Non voglio mancare di rispetto né a Loriano né ad altri. Ha un sorriso diafano: “Non ci sarebbe nessun male e nessun peccato”. Cerco di chiarire che, apprezzo la sua gentilezza, ma: “Né prima, né dopo”. Lei mi spiega che non c’è problema. Che Sarti Antonio, sergente, è solo un amico. Scopano, ma da amici. E mi ricorda che so qual è il suo mestiere: lei è puttana, non per diletto né per vocazione. Lei è puttana perché la vita l’ha fatta nascere puttana. Ha negli occhi un sorriso mesto e distaccato: “Non sarebbe nemmeno lavoro”. Poi, finalmente, ci mettiamo a pensare all’articolo.
È stata una scelta giusta. Lei sa i nomi propri di ogni gesto e performance di quel sesso senza limiti. Mi sa rendere edotto della meccanica di ogn’uno di quei gesti. Di ogni oggetto di scena. Sullo scopo. È scientifica. Non sono un drago, ma mi spiega anche quello che so o ch’è facile intuire. Lei conosce bene quell’ambiente. Meglio un’informazione in più che una in meno. Dal questurino c’è andata di persona, per sicurezza. Così denuncio la nudità pubblica. La corruzione. L’oscenità dissoluta proprio nei pressi del vecchio palazzo del potere. La dissolutezza dei costumi dei concittadini consenzienti, partecipanti e di quelli tolleranti. La produzione di opere pornografiche. Il mercato della vergogna. La complicità della classe politica locale. La connivenza e il favore delle forze dell’ordine. Naturalmente ometto di fare il nome di Buonadonna, appuntato. Così come, di mia autonoma iniziativa, taccio il suo, per rispetto sia di lei che di Sarti, sergente. Mi limito a scrivere: «con la gentile e professionale consulenza di una notissima e famosa professionista del mestiere, nonché grande diva letteraria, interpretata sullo schermo da Cristiana Borghi. Con grande orgoglio firmato Bernardo Carafa e la Biondina».
Finalmente pubblicano un mio articolo nel quotidiano più importante del comune. Quello che chiamano “La servetta puttana docile”. Mi avverte Afro dandomi del soffia. Lo leggo con Matilde che smaniava di raggiungermi per assicurarsi che la Biondina fosse già ripartita. Non sono moralista. Lo lascio fare agli altri. Obietta che è solo sesso. È domenica. Naturalmente non lo pubblicano per intero. Stralciano gli attacchi alla classe politica e alle forze dell’ordine. Edulcorano un po’ tutto, ma la denuncia c’è. Si chiedono chi sia la coppia nobile ospitante tanta dissoluta depravazione? Chi la turpe massaia? Chi l’attore più resistente? Lasciano a intendere che non c’è sorpresa per le studentesse che sono tutte puttane. Spiegano –come ho dovuto fare anch’io– che non possono divulgare nessuna foto perché troppo esplicite. E soprattutto non pubblicano a mio nome. Alla fin fine è meglio così.

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Ancora una manoNon era stata una sorpresa. Certo che ne era rimasto amareggiato. Certo che poteva farlo anche in un altro momento, non a settembre. Certo che era anche una questione di solitudine, ma non solo. Ormai le cose tra loro due non andavano più bene come un tempo. Lui aveva trovato abbastanza facilmente una sistemazione. Quello che gli pesava di più, semplicemente, era che da quando si era lasciato con Fragranza si era trovato imbarazzato. Per gli amici. Loro erano tutti in coppia, lui era solo. Se non era per quello avrebbe affrontato la cosa quasi con serenità.
Sarebbe stato disposto a rinunciare anche alla loro partitina del sabato, solo pur di evitare quel disagio. Stava per chiamarli e disdire, anche se loro erano così cari e insistenti. Aveva già il cellulare in mano quando lei era entrata. Non era stata nemmeno un’idea. Si fermò un attimo e prima di pensarci veramente le vennero le parole direttamente in bocca: “Una cena e una partitina tra amici”? Amarena aveva cominciato a lavorare con loro da un paio di mesi. Non poteva dire di conoscerla. Forse si era spinto troppo oltre. Forse era stata una proposta indelicata. Avrebbe accettato qualsiasi risposta e lei sorrise in modo largo e spontaneo replicando: “Perché no? –poi aveva aggiunto– Amo il gioco”. La soppesò con attenzione, comunque fosse andata si poteva rivelare una seratina interessante. Le disse che sarebbe passato da lei alle sette e le chiese l’indirizzo.
Lui si presentò puntuale alle sette sotto casa sua, anzi con qualche minuto di anticipo. Non era più tanto sicuro che non avesse potuto ripensarci. Era stato tutto così strano, informale e veloce. Era pronto ad aspettare, e anche rassegnato ad una eventuale delusione. Lei scese immediatamente, pronta e elegante. Si accomodò con un sorriso benevolo cercando di non spiegazzare la gonna: “Come va”? “Possiamo andare”? “Certo”. Le spiegò per strada che loro giocavano con regole un po’ proprie. Una piccola somma iniziale e poi rilanci liberi: “Non si preoccupi. Niente di pesante. Se non se la sente… Può anche solo guardare”. “Non mi va… mai… solo guardare”. “Meglio… come vuole”. Lui mise in moto. Sembrava disinvolta. “Andiamo”. “Possiamo darci del tu”? “Vedrai che sono tutti molto gentili”.
La presentò come un’amica. Lei si trovò subito a proprio agio, soprattutto con Cerbero, che le si era seduto immediatamente appiccicato al fianco. Meno con la moglie Corniola, la padrona di casa. Consumò la cena brandendo le posate con eleganza. Chiedendo un po’ d’acqua e un goccio di vino bianco, che Cerbero le servì prontamente. Sorseggiando, con grazia, piccoli sorsi dal calice di cristallo. Rispondendo con gentilezza, e un sorriso incantevolmente spontaneo con cui metteva in mostra i suoi bianchissimi e ordinati denti, alle domande curiose degli altri. Raccontando che ormai si conoscevano da un po’, glissò sulla lunghezza di quell’amicizia. Parlandone in modo che nessuno si interrogasse sul genere di quella amicizia. Confessando i propri studi e un enorme amore per certo cinema e certa letteratura. Mentendo sul posto dove lavorava. Si dipinse come bibliotecaria.
Lui osservava i suoi gesti. Annuiva. Conveniva. Non aveva niente da pentirsi per averla invitata. Disse di averla incontrata in quella biblioteca. Una prima volta e poi delle altre. Aggiunse che un po’ era stato incantato dalle sue parole. Non si sbilanciò ad aggiungere altro. Tutti i maschi presenti sembravano apprezzare la nuova venuta. E comunque era una novità per i loro soliti incontri. Cenarono impazienti di cominciare il gioco. Alla fine, mentre prendevano il caffè, Cerbero preparò il tavolo e Corniola si preoccupò di fornire quel tavolo delle bibite. Lui si era ripromesso di fare attenzione a non esagerare col bere, non voleva finire alticcio. Voleva gustarsi lucido per bene la serata. Era tornato a sentirsi vicini e car i suoi amici. Nessuno gli chiese di Fragranza. Apprezzò quella delicatezza.
Le carte gli cominciarono a sorridere. Avrebbe detto che poteva rivelarsi una notte magica. Avrebbe detto che sarebbe stata una partita strana; non solo perché si presentava come la sua serata fortunata. La dea bendata sembrava voler amoreggiare con lui. Forse l’aveva portata con sé. Intorno c’era silenzio perché il gioco chiede silenzio e concentrazione. Parlavano solo i suoi sorrisi. Stava sfacciatamente vincendo fin da quando avevano distribuito la prima mano. Pian piano stava ripulendo il tavolo, e uno alla volta gli altri si ritiravano e andavano a leccarsi le ferite, cercando di distrarsi, mentre gli ultimi resistevano eroicamente ma passivamente.
Alla fine si servì l’ultimo sorso per alzarsi soddisfatto dal tavolo dopo aver letteralmente sbaragliato tutti e averli lasciati, come si dice, in mutande. La serata era scivolata via velocemente. Nessuno aveva più una fiche ormai, mentre lui aveva, davanti, un gran bel gruzzoletto. Qualcuno già cominciava a commentare quanto successo e la sua sfacciata sorte. L’ultima a cedere era stata la sua compagna Amarena. Gli aveva tenuto testa tenacemente. Con un gioco giudizioso. Rischiando sempre il minimo necessario. Vincendo un paio di piatti non troppo generosi. Ma lui doveva ancora scoprire che quella ragazza non era un tipo da arrendersi facilmente. Ancora non sapeva nulla di lei.
Pensò a Fragranza, ma subito non ci pensò più. In verità si era concluso tutto fin troppo presto. Qualcuno stava già versandosi il bicchierino della staffa. Corniola gli sussurrò che era stato sfacciato e gli rammentò che erano solo da poco passate le undici. Qualcuno propose una partitina di Scarabeo per pochi, tra quelli che non avevano fretta di tornare. Per chi aveva voglia, audacia e resistenza. Lei non era paga. Lei lo scrutò negli occhi pensierosa e poi nuovamente decisa lo immobilizzò, nella sua ostinazione, sulla sedia: “Non te ne puoi andare proprio adesso. Sul più bello. Merito una rivincita”. Si era già perse un paio di mesate.
Tra loro, mentre gli altri assistevano ritrovando una curiosità rinnovata, era scoppiata una velocissima diatriba, combattuta, più che altro, con gli occhi. Lui, in un certo senso, la ammirava. Le fece notare con soddisfazione: “Orami sei rimasta al verde”. Lei ribatté sfacciata: “Potresti farmi credito”. Lui si finse scandalizzato, con aveva ancora visto niente: “Il gioco non fa credito”. “Lo dici perché hai paura che giri”? “Lo dico perché è questa la legge delle carte”. Lei sapeva che lui aveva ragione, non sembrava sufficiente per farla desistere dal suo proposito: “Cosa ne dici se mi gioco… Della collana”? Era un semplice filo d’oro con un ciondolo, quella collanina. Una cosuccia probabilmente legata a qualche affetto. Decisamente lei non era un tipo da cedere facilmente senza lottare fino all’ultima stilla di energia.
Non fosse stato per la curiosità, e per lei, avrebbe respinto sconcertato quella richiesta; avrebbe detto di no. Però quella ragazza lo incuriosiva. Non aveva potuto sottrarsi a quella sfida impertinente. Volle essere generoso: “Diciamo un… Cento”? In fondo quelli non erano che spiccioli. Lei, nel silenzio dei propri pensieri, incitò le carte: “Forza belle”. Sempre lei, scosse la testa come a schiarirsi le idee, e accettò: “Vada per un centone”. Lui si sentiva già un ladro; aveva sbagliato. A quel punto aveva voluto tornare in gioco anche Corniola. Cerbero si ammutolì. Lei si accese una sigaretta, non sapeva che fumasse. Non lo aveva ancora fatto. Le carte però sembravano non voler cambiare.
Lui continuava inesorabilmente a vincere con una fortuna sfacciata. E Amarena a perdere con serena e imperturbabile noncuranza. Almeno apparente. Le aveva spillato altri centocinquanta per l’orologio, altri cento per gli orecchini. Corniola restava testardamente in partita ma con una presenza passiva. Più che altro assisteva, gettando poi, con rabbia, le carte che non le davano speranze. A quel punto lei aveva proposto quelle scarpe rosse lucidissime e appuntite con quei lunghissimi tacchi. Lui aveva proposto venticinque. Lei aveva provato a protestare ma sapeva di essere nelle sue mani: “Come venticinque? Sono un paio di”… Era stato irremovibile: “O venticinque o lasciamo”.
Ormai la serata continuava solo per loro e rischiava di diventare stucchevole. Cerbero si era allontanato con una bibita gassata stretta in mano a vedere, sul divano, il finale di qualcosa di cui avvertivano solo il fastidioso brusio di fondo. Ma era una sfida e nessuno tra i due voleva ritirarsi e cedere. Scoppio in una breve e stridula risata nervosa: “Chi si ritira dalla lotta non è figlio di una santa donna”. Gli aveva fatto un gesto rassegnato di accettazione: “Vada per venticinque, ma sappi che sei uno strozzino”. Persa quella mano avrebbe dovuto finalmente arrendersi; e la perse.
Non era ancora doma e la serata sembrò prendere una piega diversa. Si era giocata le calze per venti e se le era sfilate. Non le restava proprio più niente. Si sarebbe semplicemente offerto di riaccompagnarla a casa. Lei guardò tutti e sorrise a tutti e cercò il sostegno di tutti. C’era ancora la forza della sfida nei suoi occhi. Gli piaceva proprio quella donna. Certo le avrebbe restituito le sue cose. Cosa poteva farsene… di quel paio di scarpe? O di un paio di calze? Non aveva un cuore abbastanza duro per non farlo. Quello che sarebbe venuto dopo non gli importava, non ci pensava. Si fidava di quella fortuna che lo aveva accompagnato per tutta la serata. Invece lei era ancora piena di fantasia e di audacia.
Amarena lo colse di sorpresa. Aveva proprio il gusto di quel frutto. Dopo una rapida riflessione si decise: “Che mi dici se mi gioco la camicetta”. Era proprio piena di risorse. Era sconcertante. Cercò di mostrarsi spavalda. Lui cercò di simulare tranquillità e sicurezza. Cerbero tornò interessato intorno a quel tavolo. Lui valutò per un po’ la provocazione: “Vanno bene cinquanta? E sotto”? “Sotto?… il reggiseno”. “Allora cinquanta”. Lei tergiversò ma poi annuì: “Cinquanta”. Anche gli altri ripresero interesse e si avvicinarono incuriositi da quella nuova piega. Lui osservò: “Ma questo è strip”. Lei rise imbarazzata: “Vada per lo strip. Troppo sfacciato”? “Non per me”. Le donne presero a guardarla con sospetto, gli uomini con curiosità. Nessuno si oppose a quella svolta del gioco; non certo il padrone di casa.
Era proprio la sua serata sfortunata. Fu costretta a togliersi quella camicetta, tra l’entusiasmo silenzioso. Per altri settanta perse anche la gonna. Ancora non le bastava. Portava una biancheria non troppo audace e candidamente bianca. Forse sfiorava la sfrontatezza. Forse esagerava. Avrebbe voluto fermarla, ma non poteva farlo. Lei non sapeva proprio limitarsi. Gli altri sembrava avessero smesso di annoiarsi. A quel punto Corniola si ritirò indispettita e andò a fare i piatti. Si era arresa con ancora addosso il suo reggiseno, abbondante, robusto, bello gonfio, prima di perdere anche quello. Aveva messo su qualche chilo ultimamente. Lui pensava che l’amica avesse fatto il tifo augurandosi lui perdesse. A quel punto lui aspettò la mossa della sua avversaria. Le lasciò la prima parola e l’ultima decisione.
Lei chiese gentilmente se le potessero portare qualcosa da bere. Era palesemente in un angolo, alle strette. I suoi occhi cercavano inutilmente attorno che qualcuno o qualcosa le venisse in soccorso. Inutilmente. Lentamente sembrò decidersi, mentre lui le lasciava tutto il tempo di cui aveva bisogno. Sbirciava in mano la sua coppia di jack. Per cento lei propose di giocarsi il reggiseno. E perse. Lo tolse senza indugiare. Gli occhi di Corniola cercavano di fulminare l’attenzione di Cerbero. E per centocinquanta perse le mutandine, erano un piccolo ma grazioso tanga, e se ne liberò. Inesorabilmente lui aveva fatto sua la mano con i due jack accompagnati da due otto.
Non aveva proprio più nulla. La platea era divisa nel tifare per uno dei due. Per una cosa o per l’altra. Diversamente motivata. Restò lì nuda e silenziosa senza riuscire a nascondere completamente un senso di disagio e di imbarazzo. Cercava di sorridere ma erano sorrisi palesemente forzati. Qualcuno era già rassegnato ad accettare quella fine. Si fece tradire da un attimo di incertezza. Per lei non era ancora la fine. Sorprese tutti e fece ricredere tutti e li rianimò. Lo invitò a dare le carte. Lui chiese cosa avesse in mente; intenzione di giocarsi visto com’era ridotta. Lei cercò di fingere un sorriso malizioso che non riusciva a nascondere la stizza. Era determinata e testarda come un mulo.
Ognuno era preda delle proprie ipotesi e fantasie. Lo fissò negli occhi con fare interrogativo. Incredibile: “E se fossi… carina… Disponibile. Cerca di capire… Non farmelo dire. Insomma… Potrei essere carina, con te. Dopo”. Era esterrefatto. Non poteva crederci, e nemmeno era certo di aver capito. Lo aveva anche detto mentre ascoltavano tutti, anche se il tono della sua voce era all’improvviso crollato. Lui stava gonfiando il piatto di gettoni e lei di promesse. Promesse, quelle, che avrebbe anche potuto faticare a mantenere. E i suoi occhi sembravano altrettanto sorpresi e dire un’altra verità. Lui soppesò quell’offerta: “Dopo”? Ormai era curioso di scoprire fin dove era disposta a spingersi. E poi stava giocando i soldi degli altri. Lei alzò nuovamente le spalle. Lui osservò: “Dopo”? Lei confermò: “Dopo”. Lui le ricordò che il poker non ammetteva un dopo. Lei si limitò ad un’alzata di spalle.
Il suo era ormai il gioco del gatto con il tipo, ovvero con la topolina. Gli sembrava indifesa. Non era certo che lei sapesse cosa pattuiva. Si sentì una vera carogna: “Carina quanto”? Li valeva tutti, si disse. Non avrebbe comunque potuto riportarla a casa spogliata. Lei non fece quasi nemmeno una piega: “Carina… Tanto”. Fece nuovamente per alzarsi ed affermare che ora il gioco era proprio finito, ed era ora di andare. Si informò con non velata cattiveria, così per dire: “Tanto quanto”? Lei provò a farsi gattina e gli fece osservare che la notte era ancora giovane. Ormai lui non poteva certo più ritirarsi. Tornò a sedere. Ora era lui a sentirsi costretto in un angolo.
Lei non poteva più sottrarsi alla sfida: “Tutto quello che vuoi”. Lei si era spinta ormai fino al limite del baratro. Ormai era lanciato: “Potrei dire… mille”. Non voleva più vincere ma stravincere. Si era indispettito. Voleva, non solo piegarla, ma anche umiliarla. Era la sfida. Non ne sarebbe stato certamente capace. A parole si può essere tutti bravi. Comunque stava a lei scegliere: “Mille”. “Sicura”? “Sicura”. Era intrigante quel mercanteggiare: “Come”? “Con”. “Senza”. Era realmente incredibile. Parlavano solo loro, intorno c’era il massimo silenzio. Lei fece un muto cenno di assenso. Anche Corniola si era fatta più vicina per assistere. Ora faceva il tifo per lui e invidiava lei. “E?”… “E?”… “Altri cento”. Lei deglutì e fece un altro segno rassegnato di consenso.
Benché nuda manteneva una sua grande dignità. Ora era stanco. Veramente stanco. Qualsiasi gioco è bello finché dura poco. Chiese di assentarsi un attimo per rinfrescarsi la faccia. Lei non si mosse dal suo posto. Nessuno le distolse gli occhi da addosso, e nessuno si sentì di darle un consiglio. Quando lui tornò lei tornò a controllare attentamente le carte. Pareva sicura di sé, tanto sicura che lui si sentì in dovere di provocarla rilanciando: “Qui”? Lei si lasciò sorprendere: “Come qui”? Forse qualcuno si stava domandando chi si fosse portato dietro. “Siamo tra amici”. Forse qualcuno cominciava a faticare a controllare la propria curiosità e le proprie fantasie. “Mica è per l’amicizia”. “Non siamo a casa nostra”. “A tutti”? “A loro pochi”. “Tu sei impazzito”? Lui la conosceva veramente per la prima volta e avrebbe scoperto in seguito che non era così, che era il gioco e la sfida a corromperla.
Probabilmente ormai niente avrebbe potuto fermarla. Né lui era deciso a limitarsi. Per l’ennesima volta rilanciò. O la va o la spacca. Propose: “Altri mille”. Forse era riuscito finalmente ad avere completamente la sua attenzione e a metterla in difficoltà. Ad obbligarla a rendersi conto di tutto e delle sue conseguenze. Sembrava scandalizzata. Aver esaurito le energie e le parole. Ci impiegò un po’ per riflettere e decidersi: “Fammi pensare… Sei un vero seduttore. Un ingannatore. Allora sono duemila; anzi… duemila e cento. Solo per la precisione”. Accompagnò la frase con un ennesimo cenno di rassegnazione e di accordo. “Duemila e cento”.
Lui controllò le carte, aveva due sette, raccolse tre otto. Non avrebbe insistito, nel riaccompagnarla, se non avesse voluto pagare interamente quel debito. In fondo lui restava pur sempre un galantuomo. E comunque il giorno dopo avrebbe potuto restarsene a letto e riposare. Lei sfogliò lentamente le sue, aveva trovato un’inutile regina e il quarto jack, quello di cuori. Li enumerò sul tavolo con enfasi e immensa soddisfazione. Sul piatto c’erano settemila quattrocento dodici euro e cinquanta centesimi. Raccolse tutto e chiese un sacchetto dove metterli. Tutti, uomini e donne fecero un sospiro, i maschi di delusione, le femmine di sollievo.
Lei raccolse anche i suoi stracci e salutarono tutta la compagnia. Appena salita in automobile si scusò con lui: “Non li voglio quei soldi. Sono stata orribile. Lo so, non dovrei giocare. Quando comincio a giocare non mi so più fermare”. “Riprenditi almeno i tuoi”. “Giusto non sarebbe giusto. Perso ho perso. Ma se proprio insisti”. Per farsi perdonare gli promise che, se si accontentava, lei era disponibile a farsi per lui il suo premio di consolazione. Ma per accontentarsi si doveva proprio accontentare intanto di un piccolo bacetto. Poi ognuno per conto suo nella propria cameretta, perché lei, anche se lui poteva stentare a crederlo, era sempre stata una ragazza seria, e viveva ancora con i genitori. Lui nemmeno la stava ad ascoltare. La sua era sola una riflessione a voce alta: “E se avessi vinto”? Amarena ebbe bisogno di un lungo attimo per pensarci: “Non so proprio cosa avrei fatto. Non so come. Speravo che fossi gentile. Forse… forse… avrei dovuto pagare. Un debito di gioco è come una sentenza”.
Fermò la macchina. Pensò solo al sapore dell’amarena. Pensò che era proprio una ragazzina. Pensò che era troppo ingenua per essere abbastanza spudorata. Pensò che a volte le parole escono da sole e sono più veloci del senno. Pensò a quanto si dovesse, in quel momento, vergognare di quella insolenza. Pensò che nemmeno la sua malinconica cameretta non gli faceva più paura. Pensò a come era diventato un uomo ricco. Pensò che il giorno dopo avrebbe potuto provare a chiamare Corniola; come mai non ci aveva pensato prima? ora era già troppo tardi. Pensò che niente e nessuno avrebbe potuto dargli quanto quel bacio promesso di Amarena. E allora chiuse gli occhi e assaporò le sue labbra.

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Piccoli gialli italiani17. La sua voce è concitata e frettolosa, la linea disturbata: “ Non ho molto tempo. Li senti? Quei due demonietti stanno facendo il diavolo a quattro. In salotto. Volevo solo sentirti. Dirti… Tutto bene”? Balbetto: “Sì! Sì! Sì! Certo”. Lei avverte che i miei sì non sono molto convinti. Ha quella sorta di radar. Inoltre di quella casa non so se mi posso fidare. Lo so che ci vediamo stasera. Non so se riuscirò ad aspettare. Abbasso lo stereo. Insiste. Per me un po’ di tempo lo trova: “Dimmi cosa succede. Non farmi stare in ansia”. Cedo: “Gliel’ho detto che io non mi occupo degli eventi culturali. Mi hanno risposto che, quello, si è rotto una caviglia scendendo dalla sua preziosa moto. Che erano disperati. Che doveva uscire. Che in cambio mi fornivano una traccia succosa”. Tira un sospiro di sollievo. Si tranquillizza: “E allora va tutto bene”. Ma… “E sarebbe”? “È solo che il portatile è in panne. E sai la mia vita con il modem”. Lei ha sempre una soluzione semplice, facile, per tutto: “Puoi andare da me, usare il mio. La password la sai, no? E allora”? Questa volta la soluzione non può funzionare. Non sono proprio quello che si dice uno scassinatore provetto. Lei legge il mio tentennamento e il mio: “Però”… Matilde, dovresti smettere di spiarmi in testa. “Dovrebbe esserci ancora Cencio. È il mio padrone di casa. Aveva bisogno di alcune cose che gli tengo. Lo avverto. Magari perché Cencio te lo spiego un’altra volta. Devo proprio andare. Vedrai che lui ti aspetta. Ciao. Bacini”.
Suono e viene ad aprirmi una ragazza alta, con un accappatoio bianco che a lei sta naturalmente corto, e i capelli ancora bagnati. “Scusa… non credo tu sia Cencio”. Ride e porta la mano a nascondersi i denti: “Cinzia, Puoi anche chiamarmi Hollywood party”. “Va bene solo Cinzia”. Non riesco subito a capire. Non so chi sia e perché sia venuta lei ad aprire. “Lui doveva andare. Ero passata a vedere se c’era Tilde, per farmi prestare un libro. L’ho chiamata. Mi ha avvertito. Le ho detto di stare tranquilla. Che ti avrei volentieri aspettato io. Che non era nessuna fatica. Che glielo avrei fatto un piacere. Ho approfittato per farmi una doccia. Ti spiace? Ero sotto, come puoi vedere, quando hai suonato”. L’accappatoio le sta corto, e il cordone della cinta è appena allentato. Non si vede molto più delle lunghe gambe sottili e qualche brandello di pelle ancora umida. Non che sia troppo curioso… O almeno cerco di non esserlo. O almeno di non darlo a vedere. Ho l’impressione che non si darebbe comunque più cura.
Sembra che nulla la possa preoccupare. Forse deve finire di sciacquarsi. È solo per questo… Mi spiace di essere arrivato così… subito. All’improvviso. Non sapevo… né potevo immaginare: “Fai pure, tranquilla”. Non era certo quello che intendevo. Lei slaccia il nodo e lascia cadere il chimono di spugna. “Spero che non ti dia imbarazzo”. Che alto posso fare? Non è vero, ma nego: “No!”. È sottile. La pelle ha un pallore quasi irreale. Gli occhi sono due piccoli sputi trasparenti. Ha due minuti seni da ragazzina. E sotto è depilata. Quando la mia faccia lo nota lei ride. Diversi tatuaggi le arredano il corpo qua e là. Sembra completamente a suo agio. Anche così. Nuda. “Ti dispiace”? Mento per la seconda volta. Temo non l’ultima. Lo faccio consapevole di mentire, e del peso della menzogna: “No”! Non è niente male, anzi… “Allora… saresti il nuovo ragazzo di Tilde”? “In un certo senso”. Sembra divertita. Si fa guardare e vuole che la guardi. “Lei mi ha detto che saresti passato. Che vorresti diventare giornalista. E che scrivi già in alcuni posti”. “Già”! “Vorrei raccontarti una storia. E magari viverla assieme”. “Prova”. Mi giudica per un istante, indecisa: “Non ti piaccio”. “Tutt’altro, ma”… Forse dovrei fermarmi qua. La mia immobilità la sconcerta, ma non la turba né la frena: “Non mi trovi abbastanza bella”? “Certo”.
A volte le donne sono fin troppo curiose. Quasi sempre le donne restano quel mistero. I capelli prendono luce dal sole che filtra dalla finestra, ma non riescono a dare colore al suo viso. Credo che le tende non siano nemmeno accostate. Le labbra non hanno quasi rossetto. Nemmeno gli occhi. Bella è bella. Almeno carina. Ha dita lunghe e nervose. Il naso sottile. Forse la fronte lunga. Ha un che di… androgino. “Perché non mi scatti una foto”? “Non saprei cosa aggiungere”. “Guarda che puoi respirare. Guarda che siamo amiche. E per te? Perché non scrivi… parole di fuoco sulla mia pelle? Potresti provarci, almeno. O sono così male”? Mi suona fasulla. studiata: “Io scrivo vera”… Ride e mi sbeffeggia: “Un romanzo minuzioso con lettere di saliva su tutto in mio corpo. Ora”. Balbetto come un cretino. “Non credo di”… Vorrei vedere un altro. Davanti ad una proposta simile. Esplicita. Al mio posto. “Guarda che… solitamente… Invece con gli ex di Tilde, povera sciocca, con tutti. Mai avuto… nessun problema. Mai un no. Come vedi… proibito dire no”. Vorrei sottarmi al fascino di quello che mostra e reclamizza. Basterebbe un semplice no, ma… Non riesco a dire quel no. In questo momento nulla è semplice. E il semplice non lo so dire. Il mio è un atto di assoluto coraggio. Di abnegazione: “C’è sempre una p”… “Da buoni amici. Pensa quello che vuoi. Guarda che ci so fare. E non ho alcun imbarazzo. Non vuoi essere amico mio? Non ho proprio nessuna ritrosia. Nessuna”. “Ti credo, ma”… Si sfiora delicatamente, quasi oscenamente: “Non l’ho mai fatto con uno che scrive”. Per quello nemmeno io: “Nemmeno io”. Non coglie il solito mio umorismo involontario e cretino.
Credo che non si sia mai sentita dire quel no: “Cosa c’è, non ne hai voglia”? Per andarmi anche mi andrebbe, ma… Spero non se ne accorga. Mi ruba anche gli occhi, però… Non vorrei offenderla. Non sarò certo io quello capace di dirglielo. “Non è che”… La sua faccia non esprime né sensualità né lascivia. Non riesce a mostrare nemmeno troppo interesse. Sembra del tutto indifferente. “E allora”? “Forse io dovrei”… “Se è per quello… guarda che sono brava. Te la faccio venire la voglia. Fai fare a me”. Certa di regalarmi una specie di sorriso, ma anche quello sembra incolore nel suo viso. Si avvicina e mi passa le mani sul petto. Lentamente. Mi graffia delicatamente con le unghie viola. Un brivido percorre tutta la mia pelle. In sogno. Fatico a tenere ferme le mani. “Perché non cominci col toglierla. Poi passiamo al resto. Lasciami fare. Ti faccio sognare”. “Ti prego… Cinzia”… “Cos’è, non ti piaccio”? Forse avevo già cercato di rispondere a questa domanda: “Non è quello”. “E allora”? “Forse è meglio che prendo il portatile e vado”. Le giro le spalle deciso, col portatile sottobraccio, e prendo la porta. Mi puta dietro: “Fanculo, coglione”. Non paga la sento rincarare la dose dopo che sono già uscito: “E anche finocchio. Fanculo”.
Non mi sono ancora rilassato. È stato faticoso. Non so cosa scrivere sul «cinema emergente, con particolare attenzione a quello tzigano, del basso volga e… andino o albino?». Per provare ci provo. La cosa succosa si rivela la solita storia inutile. Me la cavo in due righe. Dandomi solo un po’ di arie. Ha preso fuoco un magazzino. Sono morti il solito branco di topi, un paio di scalmi con i relativi remi, il copertone di una vecchia bicicletta, alcuni annuari scolastici, e sette, dico sette, romanzi d’appendice. Sembra che l’episodio sia doloso. Ma sono ancora alla tastiera quando lei richiama. E sono giù le nove passate. “Sei ancora da me. Potrei raggiungerti”. “No! sono da me. E qui non staremmo bene”. Perché ha fatto così tardi? “È successo qualcosa”? “Assolutamente no”. “Sei sicuro”? “È solo che qui sto più tranquillo”. Lei è la solita sospettosa. E la solita che legge anche i silenzi tra una sillaba e l’altra: “Non me la racconti giusta”. “Ti racconto tutto domani”. “Non ci vediamo stasera”? Dirle no mi costa sacrificio, e… Ho già avuto tutte la mia dose di avventura per oggi. Voglio cancellare Cinzia dalla mia testa. Da davanti gli occhi. “Vorrei finire quello che sto facendo”. “Come vuoi. Se non hai altro da dirmi… A domani. Bacini”. “Ti… ma… Baci”.
Domani è sempre il giorno dopo di oggi, cioè di ieri. “Ciao amore”. Non mi ha mai chiamato così… Mi bacia sulla porta e mi fa entrare. Mi chiede di scusarla un attimo. Va a sistemarsi i capelli. Quando torna si informa del lavoro. Dice che lo vuole leggere, ma dopo. Mi fissa negli occhi. Sorride: “Ho sentito Cinzia”. Cosa può averle raccontato? Mi sento sprofondare: “Allora”? “Mi ha detto che sei stato stronzo”. “E?”… “Non ha aggiunto altro”. “Bene”. “Cosa c’è? ti conosco. Non è da te”. “Non era il momento opportuno”. “In che senso”? “Era sotto la doccia”. “Come”? “È venuta ad aprire in accappatoio”. “Il mio”? “Il tuo”. “Le sarà stato corto” “Le era un poco corto”. “Dimmi anche il resto”. Vorrei avere una storia migliore da raccontare. “Preferirei di no”. “Preferirei di sì. Non fare il bambino. La conosco bene quella. È capace che… Ci ha provato”? “Si è messa a parlare e”… “Falla breve. E dopo”? Forse ce l’avrebbe lei una storia migliore da raccontarmi. Non mi sembra il caso di essere troppo curioso e indagare. In fondo non ho fatto nulla di male; credo. “Si… cioè… Se l’è tolto”. “Davanti a te”? “”. “E tu”? “Io… niente, ho preso il portatile e sono andato a lavorare a casa”. “Lo potevo immaginare”.
Le viene da ridere: “Sei venuto via e l’hai lasciata lì”. “In poche parole… sì”. “Lo so che Cinzia è… lei”. Improvvisamente ho il sospetto assurdo che non me venga raccontata giusta. Né da lei né dall’amica: “E io sono io”. “Sono orgogliosa. Non sai il piacere a sentirtelo dire. Ecco perché ha detto così. Ti bacerei da qui all’aldilà”. La metto alla prova: “E se avessi capitolato”? “Non avrei potuto prendermela con te. So com’è. Ma mi sarebbe un pochino dispiaciuto. Comunque non ti ho dato nessun permesso”. “Sei gelosa”? “No. Ma se guardi un’altra ti ammazzo”. E ride di nuovo. Forse non parla sul serio. Spero. Forse non del tutto. Però poteva avvisarmi del cambio di programma. Con una telefonata, un messaggino. Dirmi che ad aspettarmi non c’era più Cencio. “Perché non mi hai avvisato”. “Una donna dovrebbe sempre voler sapere”. “Ho superato la prova”? “A pieni voti”. “E”… Lei si sta già sfilando la maglietta: “Andiamo a letto e te lo spiego”.
Mi permetto, nell’articolo, di indicare un mio sospetto: «C’è già un piano di recupero e riqualificazione depositato in municipio? Firmato Bernardo Carafa, responsabile per la cronaca nera».

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Game overAvevo suonato sperando di non trovarci nessuno. Sapevo che era una speranza vana. Era durata meno di un minuto. Poi si era presentata alla porta la signora; sua madre. Sono rimasto forse troppo a lungo a guardarla, in silenzio. Alla fine, dall’alto della sua altezza, la donna mi aveva chiesto gentilmente: “Prego? Posso fare qualcosa per te”? Era una bella signora. Con un leggero trucco e i capelli in ordine. Con una vestaglia a piccoli rombi e le ciabatte di panno a fiorellini. Non si aspettava visite. E continuava ad attendere la mia voce. “Veramente… mia ha detto la professoressa… Sono venuto a portarle la lezione”. Lei rise del mio imbarazzo e, senza volersi prendere gioco di me, mi fece segno di entrare: “A me? O vuoi dire alla mia cara piccolina. A Psiche”? Avrei voluto sprofondare: “Sì! A sua figlia”. È stata la madre a accompagnarmi, attraverso il corridoio, fino alla sua tana. Al suo rifugio. Alla sua stanza. Ero così confuso che non sono sicuro che sia stata proprio lei. “Guarda chi c’è. È tanto gentile. Ti ha portato i compiti”. Non era così contenta di vedermi. Neanche un po’ di gratitudine. Se fosse stato per l’espressione della sua faccia avrei detto che le stavo recando un fastidio.
Psiche si è tolta sbuffando gli auricolari dalle orecchie e ha spento l’iPod nano. Una stanzina piccola a bene illuminata. Mi sono ricordato solo in quel momento che mi ero scordato di presentarmi. La cameretta aveva dentro le sue cose. Era personalizzata principalmente dai suoi amori nei post alle pareti che si sovrapponevano. Due manifesti di serie televisive che non conosco. Una famelica Kristin Bauer da cui avrei voluto farmi succhiare e vampirizzare anch’io. Una riproduzione gigante di una copertina di Super teen. Un sacco di facce che ci sorridevano di attori giovanissimi, e tra loro un giovanissimo Brad Pitt. Uno dei vecchi Metallica e un altro di un complesso metallaro probabilmente nuovo che non poteva suonare una musica tanto violenta quanto l’immagine che li propagandava. Il biglietto di un concerto. Non c’era un angolo di parete libero.
Una libreria con qualche libro, soprattutto di testi scolastici. E poi riviste di vario tipo e una combriccola di barbie. Un paio in sedute e le altre ritte in piedi. Come lei ha visto che le avevo notate si è precipitata a spiegarmi che sono lì da sempre, ma non ci gioca più da una vita. Un paio erano rimaste senza più vestiti. Su un altro ripiano una tigre di peluche. Un piccolo armadio basso, ai piedi di un piccolo letto, una piccola scrivania, un magnifico computer completavano l’arredamento della stanza. Mi ha lasciato che guardassi con calma, aspettandomi. Non restava molto pavimento libero. E a fianco al letto c’erano le sue scarpe da ginnastica. Sopra una sua tuta di pile. Un consueto disordine da stanza da ragazzi. Però lei aveva quella stanza tutta per sé.
Ho appoggiato lo zaino per terra, davanti all’armadio. Non proprio a mio agio. Non ci eravamo nemmeno mai parlati. Avevo sempre parlato poco con le ragazze della mia classe. Lo stretto necessario. Con lei nemmeno quello. E non ce n’era stato bisogno. Mi chiedevo ancora perché quel compito ingrato era toccato proprio a me. Appena soli abbiamo provato a studiare. Mi sono subito reso conto che quell’impegno non aveva futuro. Cioè non riuscivamo ad impegnarci abbastanza. Anzi nemmeno un poco. Lei era distratta. Per me era semplicemente una palla. Ne avevo sentito parlare fin troppo già quel mattino. Ero stato meno che attento. Poi lei accese il computer. Senza alcun motivo. Si limitò a lasciare scorrere uno screen-saver dove passeggiavano dinosauri tanto reali che sembrava di poterli toccare. Ne ero naturalmente affascinato, da quei bestioni.
Mi chiese distrattamente che ne pensavo dei suoi capelli viola. Della sua amica Giorella. Del tatuaggio che aveva sotto l’ombelico e del piercing. Non mi chiese di tutti gli orecchini che le massacravano l’orecchio dentro. Il tatuaggio non l’avevo ancora visto. Era una rosa con il gambo che finiva dentro i jeans. Dove non si poteva vedere. In verità non mi sembrava particolarmente interessata alle mie opinioni. Poi mi domandò cosa sapevo di computer. Temeva di aver preso un virus. La cosa sembrava interessarla di più, ma la delusi. A fatica cominciammo a parlare, e a poco a poco le parole divennero più facili. “Ci sei in Twitter”? Non ne capivo molto: “Ci vado poco”. “Allora sei uno stronzo”. Cosa avevo fatto? “Perché”? “Non mi hai messo tra i tuoi followers”. “Ho solo pochi amici”. “Provvedo io. Nick”? “Come”? “Ci fai? Che username usi. Stupido” “Il mio”. “Vuoi dire nome e cognome”? “”! “Ma sei fuori”? “Preferisco Facebook”. “Io sono SuperChicca. Forse è per quello… se mi avessi cercata, probabilmente non mi avresti trovata. L’hai fatto”? Intanto traffica sul cellulare. Alza gli occhi soddisfatta. A quel punto fa uno squillo anche il mio. Lei dice: “Fatto!” ma non so cosa.
Mi sorride compiaciuta: “Quanti ne hai”? “Di cosa”? “Di followers. E di cosa, sciocco”? “Pochi”. “Anch’io. Solo gli stretti amici. Credo quattrocento e settantatré. Ora, scusa, e settantaquattro”. “Io lo uso soprattutto per giocare. Ma mia madre mi controlla. Non vuole che stia troppo davanti. Troppo in rete. Si preoccupa per i miei occhi. E non vuole che mi rubi troppo tempo allo studio”. “Le madri sono tutte uguali. Non sanno far altre che fare le madri. E rompere. E a cosa giochi”? “Mah!!! Soprattutto con sparatutto. Non so se sai”. “Mi fai vedere”? Faccio partire Doom in modalità Arcade. Il gioco fila sciolto che è una meraviglia, per andare su pc. Deve possedere una super scheda. Vorrei chiederglielo, preferisco non essere curioso. E preferisco giocare. Lei mi si appiccica addosso alla spalla per vedere. Resterei a giocare sul suo finché non mi cacciano. Invece… forse non sono abbastanza attento. Distratto da lei e dai suoi commenti. Il primo incontro è brutto, cattivo e… armato fino ai denti. Una sorta di diavolo torreggiante con un ghigno malefico, una cassa toracica più larga dell’armadio di mamma a quattro ante, e una sputasentenze con cinque bocche da fuoco che non tacciono mai. Ci lascio subito la pelle. Game over.
Suona un’orazione funebre. La guardo, mi guarda. La guardo disingannato. Mi guarda e attacca a ridere. “Sei proprio imbranato”. Ci è scoppiata una grande, irrefrenabile, ridarella. “Sei proprio una ragazzina. Sfacciata. Sfacciata e smorfiosa. È tutta colpa tua”. “E tu un pisciasotto”. “E tu una puttanella”. “Ripetilo se hai coraggio”. Ci siamo messi a lottare. “Puttanella”. “Stupido”. Siamo precipitati sul letto. Credo che abbia cominciato lei. A spingermi per prima. Ma forse sono stato a farlo. Non ha nessuna importanza. Lei soffriva il solletico. Mi diceva “Stupido.” E “Smettila stupido”. E io che le solleticavo i fianchi. E lei che rideva come una pazza. E sgusciava come un’anguilla. Cercando di sottrarsi ai miei attacchi. E io non sono da meno, il solletico lo soffro anch’io. E non riuscivo a stare fermo. Provavo stoicamente a resistere. Con l’unico risultato che mi dimenavo come un forsennato. Ma non dicevo niente. Mi sembrava bello. Si era insinuato tra noi una sorta di cameratismo. La rovesciavo e poi me la ritrovavo sopra.
Sghignazzavo e nessuno era n grado di fermarsi, o almeno controllarsi. Credo che abbia cominciato lei. “Siamo amici”? “Amici”. E io ho cominciato a toccarla da per tutto. Le ho scompigliato i capelli. “Cretino”. Mentre lei mi ricambiava con lo stesso trattamento mi redarguiva: “Cretino. Mi spettini tutta”. Non riuscivo a fermarmi. Non riuscivamo più a fermarci. Era una risata dietro l’altra. Senza interruzione. Non credo di aver riso tanto in vita mia. Senza riuscire a ricordarsi il timore di non farci sentire. E nessuno dei due ne aveva intenzione. “Cretino. Mi spettini tutta. Poi cosa le racconto a quella”? Non la stavo ad ascoltare. “Mica posso farmi uscire tutta spettinata”. Le ho tirato le orecchie. “Stupido”. “Puttanella”. “Non dirlo”. “Dico quello che voglio”. Tutto ci sembrava così divertente. Ho ripreso ad attaccarla sui fianchi. “Fai il bravo”. Lei mi ha dato un piccolo morso sul collo. Mi ha infilato la punta del dito nel naso. Ha cercato di infilarmene un altro in un occhio. “Stupido”.
Lei aveva le mani rapidissime. Eravamo più che euforici. L’ho sculacciata con un rumore secco. “Stupido”. Si è vendicata cercando di graffiarmi. Poi ho sentito una scia umida sul collo. Nella confusione non ero certo di quello che stava accadendo. Non sono certo di nulla. La lotta era frenetica. Senza esclusione di colpi. Le ho dato un pizzicotto. “Stupido”. Lei non era più lei. Ci mettevo lo stesso impegno della strada. Non avrei mai voluto soccombere. Arrendermi. Impiegavo la stessa forza che avrei usato contro qualsiasi avversario. Forse non la stessa rabbia. Era una battaglia, e restava un gioco. Ci stavamo proprio divertendo. L’avevo provocata e stuzzicata, e le avevo solleticato l’ombelico. Non cedeva. “Arrenditi”. Non si arrendeva. Aveva cercato di restituirmi l’offesa. Avevo tutta la maglietta fiori dei pantaloni. “Stupido”. La pancia scoperta. La cinta slacciata. Cercavo di tenerle ferme le braccia. E lei scivolava come una saponetta. E intanto rideva con sguaiatezza.
Certe cose le ho guardate solo dopo. Mi sono trovato una tettina in mano. L’ho stretta. Era ancora proprio una ragazzina. Praticamente non ne aveva proprio. “Stupido”. Stavo stringendo solo un pugno di lana del suo maglione. Per un attimo mi è passata nella testa quella mia conquista. Un pensiero monello. Mi ha spinto via con un riflesso che è arrivato tardi, solo di pochi secondi. Per quell’attimo è tornata ragazza. Immediatamente e ridiventata compagnia di classe. Una stupida ragazzina. Un compagno. Il nostro… un semplice gioco. Solo una lotta. Solo che il suono del suo riso era cambiato. E i suoi occhi si erano chiusi. In quel momento hanno bussato alla porta. L’esuberante allegria ci si è soffocata in gola. Io son balzato sulla sedia cercando di infilarmi la maglietta.
Lei ha chiesto un attimo mentre si ravvivava con le dita i capelli. “Sì? Che c’è”? La voce della madre da dietro la porta fece fermare il mio cuore per la seconda volta: “Posso”? Lei era indispettita: “Certo! Entra pure”. Ci eravamo comportati come se in casa fossimo soli. Senza badare a niente. Ero pieno di vergogna. Speravo che potesse non aver udito le nostre risate. I nostri schiamazzi. “Stavate studiando”? Io prontamente ho cercato di reagire: “”! Credo di essere diventato rosso come la bandiera della Repubblica della Cina. Spero che la signora non l’abbia notato. Lei sembrava già più padrona di sé: “Stavamo finendo. Ci siamo presi solo un attimo di pausa”. Quella madre fin troppo premurosa: “Non hai offerto niente al tuo amico che è stato tanto gentile”? “Ha detto con non vuole niente”. Il suo fastidio era palese. Non mi sembrava l’atteggiamento giusto. “C’è qualcosa che non va, tesoro”? “Sai che non mi piace essere disturbata mentre sto studiando”. Nella mia profonda vergogna non trovai di meglio che dire che dovevo proprio andare. E scappare.
Quando fui per strada mi sembrava di essere fuggito ad un agguato. Di essermi salvato da un incubo. Di essermi trovato in bilico sul confine con un baratro. Ero terrorizzato. Pensavo a quella signora madre. Avevo una enorme confusione in testa. Andai a sbattere contro un cartello della segnalazione stradale. Con la testa per aria. Poi mi ritrovai a pensare a lei, alla mia compagna di classe. Ci ero andato di malavoglia. Non era niente di che. Non era ancora una ragazza. Ma aveva un sorriso simpatico. Era veramente una compagnona. Complice. In aula l’avevo sempre vista tutta seria. Sempre sopra i libri. Non l’avevo mai guardata. Invece… Quando sorrideva aveva un sorriso simpatico. Il suo viso diventava una smorfia gentile. Ed era stato divertente. E… Le avevo toccato un seno. L’avevo palpata. Non me ne ero nemmeno reso conto. Non ne ero più nemmeno sicuro. Anzi penso di poter dire che non aveva seno dentro quel reggiseno. Ma… acqua in bocca.

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Nel silenzio della notteSegue: Nel silenzio della notte
Non è certo il migliore dei lavori il mio. Cominciare poco dopo l’alba. Quando, a volte, non è ancora chiaro, il mattino. In compagnia solo del raschiare della saggina. Scacciando i gabbiani, brutte bestie, che squartano i sacchetti e distribuisco le immondizie inzozzando le strade. Che sparpagliano tutto razzolando disordinatamente. E cercare di cancellare le orme e i ricordi della vita della città di notte. Raccogliendo quei sacchetti. Pesanti o lacerati che siano. Bicchieri vuoti. Lattine vuote. Siringhe vuote. Preservativi vuoti. E il vomito degli ubriachi. I bisogni dei cani e degli umani. Le pisciate sui muri. Contro le porte. Maledetta città.
E non incontri mai nessuno. Quel nessuno che a volte preferiresti non incontrare. E i ragazzi mi dicono: “Almeno tu un lavoro ce l’hai”. Ma molti di loro non sanno cos’è la fatica. E il sacrificio. Sempre curvo. E per quattro lire maledette. Io mica ho potuto studiare. Subito a lavorare. E un lavoro brutto dopo l’altro. Prima del lavoro sicuro. Di questo maledetto lavoro sicuro. Perché non facciamo fare anche questo a loro. Certo prima o dopo ci ruberanno anche questo. Questo mondo non è più fatto per noi. Se non c’è lavoro non c’è decoro. Cazzate. A pulire la loro merda perché non ci pensano loro? Il mio contributo l’ho dato. Possono versare la loro misera carità clemente direttamente sulla mia carta di credito. Me ne starei volentieri a godermela in panciolle. Se devo continuare a fare il pezzente preferirei farlo stando comodo.
Sì! È proprio un lavoro di merda il mio. Un lavoro che non augurerei nemmeno a un delinquente. Al mio peggior amico. Già è brutto di suo. Magari fosse solo quello che si è perso. Che non trova più il suo albergo. Ma non sono mica l’ufficio informazioni, io. Invece… Peggio diventa quando incontri quello che non vorresti incontrare. Quello che ti chiede la sigaretta con fare minaccioso. Il barbone che ti chiede la carità e puzza. Come se a me i soldi crescessero in tasca. Come il prezzemolo. Sono stato minacciato anche da una siringa. Mi hanno rapinato dell’orologio. La città sta diventando una vera giungla. Non puoi sentirti mai al sicuro. E quelli si chiedono perché. Il perché è davanti agli occhi di tutti. Basta non voltare la faccia. E stamattina si presenta peggio delle altre. Anche se ha smesso di piovere. Quella che cade è solo pioggerellina. Non dà nemmeno fastidio lasciarsi bagnare.
La vedo là su quei gradini. Sembra aver restituito l’anima al Creatore. Il suo incontro non dev’essere stato migliore dei miei. Vorrei non essere qua. Mica posso scappare. Non so che fare. È tutta sporca di sangue. I vestiti in disordine. Sembra proprio morta. È una sporca faccenda. Per senso civico mi avvicino. Vorrei non farlo, ma sono costretto a farlo. È nel mio giro. Sono comunque guai. Un muto lamento le esce dalle labbra. Quasi non si sente. È più morta che viva. La devono aver picchiata ben bene. Con impegno. Con ferocia. Magari anche con qualche oggetto contundente. Ma il peggio è che pare le abbiano sbattuto ripetutamente la testa sullo spigolo di marmo. Mica sono un medico, però. Magari è anche troppo tardi, ma qualcosa devo fare. Forse farei meglio a chiamare subito la guardia medica, la polizia o il pronto intervento. Che cazzo ne so?
Non mi è mai capitato di trovarmi in un casino simile. Sudo e balbetto. E balbetto e sudo. Brutto mestiere il mio. Brutto mestiere il suo. Non molto meglio del mio. Pieno di insidie e di pericoli. Dovrebbero conoscere i rischi che corrono. Ma magari è stato il suo magnaccia. Magari solo un marito incazzato. E mi guardo intorno. Troppo presto per trovare anima viva. Per contare in un incauto soccorso. E cosa gli dico a quelli? C’è ancora la borsetta. Non gliel’hanno presa. E allora la raccolgo. Ci guardo dentro. Non sono curioso. È solo per avere un minimo di informazioni per chiedere aiuto. Quando chiami fanno sempre un gran casino di domande. Ha pochi spiccioli. Dalla carta d’identità risulta fare l’infermiera. Se non fosse in quelle condizioni saprebbe meglio di me venire fuori da questo pasticcio. Non posso sperare in lei, per togliermi dalle rogne. Ha anche l’ordine di servizio.
Doveva fare il turno di notte. Non è come in uno di quei cazzo di film gialli. Sta capitando proprio a me. Però, a guardarla meglio, è una bella signora. Non fosse per le sue attuali provvisorie malaugurate condizioni. Se non avessi letto avrei giurato che fosse una donna a cui piace divertirsi. A cui piace farci divertire. Una che la vive intensamente la notte. Se non fosse… Però ha delle belle gambe. Veramente belle. E nella scollatura non riescono a nascondersi due seni che, seppur colati di sangue, non sembrano per niente male. No! per niente. Ma cosa vado a pensare? Beh! Pensare non è peccato. E lei è una donna. Non è colpa mia se andava in giro così. Per andare al lavoro. E io sono pur sempre un uomo. Un maschio. Nessuna si è mai lagnata di me.
I suoi occhi sbarrati non sembrano più in grado di vedere. E… la bocca è già aperta. Che c’è di male? Forse domani sicuramente non è in grado di ricordare. Magari nemmeno le dispiacerebbe. Forse per lei non ci sarà nessun domani. E forse è una che sa essere carina. Non le ho certo alzato io le vesti. Ci ho dato solo una sbirciatina, questo sì, ma erano già sollevate. E poi si sa quante ne succedono tra quelle corsie. Non sarà certo lei l’ultima santarellina. E in quella la sua posa è invitante. Seducente. Affascinante. Non le potrà fare più male di quello che ha già sofferto. Basta fare in fretta. In fondo è solo uno capriccio. Non mi è mai successo con una che non protesta. Che lo fa così assente. Che c’è di male nel togliersi un ultimo sfizio? E alla fine prendo anche quei pochi spiccioli. Non per avidità. Tanto li ruberebbero gli infermieri o i portantini. Magari lei non potrebbe più spenderli. Poi telefono e la lascio senza aspettare. Tanto ormai il mio turno è finito.

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Un cacciatore da luna-parkSiamo stati tutti cacciatori. Dalle nostre parti, quando nasce un figlio, si controlla il sesso e ci si rattrista se è femmina o si gongola diversamente: “Un cacciatore”! In questo caso le donne sonno soddisfatte pensando ad un cacciatore di gonne. Gli uomini di più pensando ad una nuova doppietta. Prima lo era stato mio padre, e prima ancora in padre di mio padre, e così per generazioni. Era una tradizione di famiglia che risaliva a prima che fosse inventata la stampa.
Mi piaceva essere un cacciatore, e mi sentivo fiero con il petto in avanti. Mi faceva sentire importante, il padrone del mondo. Mi piaceva perché si andava a boschi e prati. Si incontravano gli amici di papà. Si faceva due chiacchiere. Tra adulti ci si dava una pacca sulle spalle. Per me… mi strizzavano energicamente una guancia. Se era il caso si fumava una cicca e si trincava un goccio. Poi si procedeva, ognuno nella propria direzione. E mi piaceva soprattutto per come si vestivano; vestirmi da vero cacciatore.
Fin da ragazzino avevo una buona mira al luna-park, e la stanza piena di peluche. Allora non avevo ancora la ragazza. E fin da piccolo lui mi ha portato con sé. Però, a quel tempo, mi lasciava solo portare lo schioppo, diceva che rischiavo di sprecare il colpo o peggio di sparare sul culo a King Red. E se la rideva per la battuta. A me andava bene anche così; anzi meglio. La selvaggina poteva stare tranquilla, non ho mai sparato a qualcosa che si muoveva. Lo ammetto: avevo ferito un leccio, e ammazzato qualche mela.
Mio padre è morto di fabbrica. Prima di dirci addio per andare in gita con la cassa della mutua –così ha detto– mi ha regalato il suo sciopo. Era un bell’arma, guardarla mi lasciava affascinato. Da allora ho cominciato ad andarci da solo. Da solo e senza fretta. Mi piaceva anche il silenzio intenso. Il frusciare del vento tra le foglie. L’odore. Quell’odore. Quegli sporadici cinguettii. Riempire la borraccia al ruscello. Quell’acqua limpida che gorgogliava nervosa tra le calma circostante. Poter entrare nell’orto di Elsa senza che nessuno potesse dirmi niente. E salutarla mentre lei mi sorrideva dalla finestra. Non era l’unica a cui facevo la corte. Non era l’unica che con gli occhi, qualche cenno o più apertamente mi invitava a corteggiarla. Nemmeno la più disponibile. Solo che fu lei a vincere la lotteria, e lei che alla fine sposai.
Continuai ogni domenica da uscire per andare per caccia, sempre senza sparare un colpo. Lei se ne andava a messa e poi mi aspettava preparando il pranzo. Non ho mai capito, né ho mai indagato, perché mia moglie non abbia mai sospettato nulla e non mi abbia mai chiesto come mai uscivo ogni festa e tornavo sempre a mani vuote. Non portavo mai una preda. Solo una volta pagai molto caro uno che avevo conosciuto quella mattina stessa e tornai con una lepre. La porsi ad Elsa tenendola tra l’indice e il pollice. Lei fece lo stesso con una smorfia di ribrezzo: “Ma è morta? Povera bestia”. Fummo costretti a regalarla al vicino. Non eravamo in grado di scuoiarla. Non sapevamo da dove cominciare per cucinarla. Credo che fu da allora che diventammo quasi vegetariani.
Era il mio unico vero svago e mi accompagnò per gran parte della mia vita. Credo che con mia moglie fosse subentrato una sorta di tacito accordo, non mi chiedeva mai com’era andata. Non parlavamo mai delle mie battute infruttuose. Semplicemente mangiavamo in silenzio e poi andavo a riposare mentre lei lavava i piatti. Ma niente dura per sempre. Col tempo diradai le mie uscite fino a smettere completamente di uscire la domenica, mi limitavo ad accompagnarla a messa. In verità cominciavo a faticare, mi stavano un poco tradendo le gambe. Le dissi che il tempo passa e con il tempo passano anche le passioni. Scherzai che solo tra noi sembravano non passare mai. Non era del tutto vero, ma nemmeno farlo.
Mi chiese perché non lo vendessi. Cercai di buttarla in burla: “Se arrivasse un ciurlo impazzito, o uno stormo di beccacce assassine”. Lei si mise a ridere. Non avevo cuore di liberarmene, era una storia di famiglia e di affetto. Mi ricordava papà. Ed era bello il luccichio della canna quando rifletteva un raggio di sole che le sbatteva contro. Alla fine, com’è d’uso, lo passai a mio figlio. Proprio come aveva fatto mio padre con me, eccetera. Glielo consegnai con un poco di timore, avevo paura che si ferisse da solo. Che si sparasse ad un piede. Quel nostro mondo stava ormai finendo. Lui chiese cosa se ne doveva fare, studiava da agronomo. Le sue parole mi tranquillizzarono. Lo appese sopra il caminetto con l’intenzione di non staccarlo mai da lì.
Un giorno non lo vidi più al suo posto. Gliene chiesi ragione. Mi mentì che l’aveva prestato per una mostra. Scoprii che lo aveva messo in soffitta a farlo soffocare di polvere. Per un attimo mi sentii tradito, percepii che tutto stava precipitando e che niente sarebbe più stato come prima. Lo pulii, lo ingrassai, lo lucidai e lo avvolsi in un panno morbido. Tutto senza essere visto. Mentre lui andava al lavoro. Lui sicuramente se avesse sparato per terra avrebbe mancato il bersaglio. Io insolitamente uscii. Elsa non mi chiese niente. Tornai nel bosco a passare le dita sulla ferita di quel vecchio leccio. Sulla corteccia qualcuno aveva scritto, dentro un cuore: Marta ama Pierino.

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