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Archive for marzo 2014

Lo scattoMarika: Leggevo le confessioni della signora Livia in Crisi di Coppia. La sua storia, una storia? Devo dire di esserci capitata per caso. La signora affronta un fenomeno che si sta sempre più diffondendo. Un argomento dei nostri giorni. Le sofferenze sono per tutti. Nessuno escluso. La crisi è la crisi, le scelte sono personali. Io per me credo che una donna non dovrebbe mai rinunciare al propria dignità. Ci sono anche altri modi per affrontare le difficoltà. Anche lavori umili e non per questo umilianti. Io, per aiutare la mia famiglia, sarei disposta anche a lavare scale. A, che ne so? a mettermi a disposizione per stirare. Come baby-sitter o dog-sitter. Non per dare giudizi ma: insomma tutto tranne quello. Io per la strada ci vado a testa alta, cammino fiera.
Esterina: Cara Marika, e facile dire e sparare cazzate. Trovare da fare non è facile, anche con tutte le extracomunitarie che circolano. Trovi da lavare scale e te lo tieni stretto, che a migliorare non c’è più tempo. E poi bisogna provarle le cose. E io ci ho provato. Due figli e marito zero. A lavare scale ci sono andata. Ci sei andata tu? Quello esce e mi chiede quanto ti devo? Gli dico venticinque euro? Mi dice Così tanto? Io mi asciugo il sudore. Mi dice puoi entrare. La moglie non c’è. I venticinque euro me li da dopo. Nemmeno il tempo di entrare e avevo già tutte le sue mani addosso. Mica potevo perdere anche quel lavoro. Così per venticinque miseri euro ho dovuto lavare le scale e fare anche quello. Ma ho messo in chiaro le cose: le scale sono le scale e sono condominiali. Gli appartamenti sono privati. Soprattutto quello che c’è dentro i suoi pantaloni. O lavo le scale o… gli faccio compagnia. Sempre venticinque sono.
Tamara: siete solo delle volgari moraliste.
Marika: dite quello che volete ma se avessi un marito penso che non vorrebbe che io andassi con altri uomini. O poi non è proprio la stessa cosa. Non per criticare ma una cosa sono i lavori umili, un’altra è fare quelle cose. Vendersi. E per pochi spiccioli. Ma dove vanno a finire i sogni?
Angelina: Vorrei anch’io dire la mia, ma mi accorgo di non sapere cosa dire.
Luigi: Non vorrei essere nei panni di quel povero marito, ma se si può avere la casella postale della signora, se non il suo numero di cellulare, ve ne sarei enormemente grato.
Maria Grazia: Brava Esterina: nemmeno io sono una da farmi sbattere gratis. Una donna deve farsi rispettare. Certo che i venticinque per, come dici tu, fargli compagnia, sono meno faticati. Sono più facili. E poi tutte sono brave. Tutte sono capaci di lavare le scale. Di piegarsi così. Bisogna saper osare. Ci vuole il coraggio di avere coraggio. Comunque sono proprio pochi.
Barbara: sono capitata per caso e immediatamente me ne vado. Siete solo un coro di oche.
Carla: Cara Maria Grazia, ci conosciamo? Credo di sì. Non sei forse Maria Grazia la porca? Beh! il mio numero non è in tutte le latrine di tutti gli autogrill. Sanno tutti qual è il tuo coraggio. Parla per te. Non parlare a nome di tutte le donne. Io vado con chi mi va. La verità è che tu uno non lo trovi. Sei solo un povera imbecille. Togliti dalle palle. E alla signora Barbara voglio dire: vai pure che nessuno ti rimpiange.

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Piove e le gocce che rimbalzano sui vetri mi danno un senso di languida malinconia. Il silenzio del mio nuovo appartamento vuoto mi imprigiona in un bisogno di coccole. Sprofondata in divano mi prendo Dolcezza sulle ginocchia e comincio ad accarezzarle il pelo finché inizia a ronfare facendo le fusa. In fondo ho preso lei come compagnia anche per questo. Non mi capita spesso di avere del tempo per stare da sola con me. Ed è così che ho cominciato a riflettere su come è cominciato tutto. Neanche a farlo apposta anche in questa vicenda ero con Nicoletta, potrei dire che è stata lei a darmi l’idea. Se non ricordo male uscivamo dal parrucchiere. Eravamo sedute fuori della pasticceria. Noi donne siamo fatte così, amiamo bisbigliare di chi non c’è. Dice facendosi vicina: “Hai sentito di Luisella”. Dico “No!” che nemmeno ne avevo mai avuto il sospetto. “Sembra che…” e mi racconta per filo e per segno, da lasciarmi allibita. Persino con dettagliati particolari che avrebbe potuto risparmiarsi. “Non ci posso credere. Certo che da lei ci si può aspettare di tutto”. “Un sospetto ce l’avevo”. “Ad essere onesta proprio seria non mi è mai sembrata, E lui”? “Lui non sa niente. Mi raccomando: acqua in bocca. Non ti ho detto niente”. Quando prometto so essere una tomba. Ci siamo salutate divertite e tutto sembrava finito lì. Poi a casa mi sono trovata a ripensare a Luisella. La cosa non mi trovava del tutto sorpresa. Penso indignata a come può una donna maritata. Alla sua leggerezza. A cosa può dire la gente. Avrei proprio voglia di chiamarla. Tra un pensiero simile e un altro e un giudizio e una disapprovazione comincia ad insinuarsi nella mia testa la curiosità.
Ma le cose, cioè le disavventure, non vengono mai da sole. Non perdo nemmeno un minuto a parlare dei tempi che corrono perché ormai è una cosa generale. C’è questa crisi che colpisce un po’ tutti e non sembra voler finire. Inutile soffermarcisi sopra. Basta prendere qualsiasi giornale o accendere la tele. Noi non siamo da meno. Anche Renato è stato prima messo in mobilità e poi in aspettativa. In quel momento aveva quello che chiamano un lavoro socialmente utile cioè un impiego mal pagato e senza futuro. Non faceva che rammaricarsi e brontolare, povero fagottino. Intanto le spese correvano ed eravamo in ritardo anche col mutuo. Insomma pensavo a Luisella con biasimo e insieme a noi e alla nostra situazione e contemporaneamente cresceva quella mia curiosità di donna. Non che la giustificassi ma passo dopo passo la mia condanna nei suoi confronti si faceva meno inflessibile. Poi, per un po’, smisi di pensarci; che nella vita se ne sentono tante. E non c’è da sorprendersi di niente. Nei giorni seguenti scoprii che intorno c’era tutto un mondo. Un mondo che non conoscevo. Più volte dovetti darmi della stupida ma poi ci ricascavo. E poi tornavo a darmi della stupida e a non pensarci. Ero andata a visitare anche alcune pagine e avevo visto delle foto. Alcune erano anche proprio oscene, anzi quasi la totalità. C’erano anche delle ciccione, e donne avanti con l’età e donne improponibili; proprio brutte. Mi chiedevo come può un uomo desiderare donne simili. Ma gli uomini sono uomini e una donna non riuscirà mai a capirli.
E’ nei momenti più difficile che un uomo, cioè la donna aguzza l’ingegno. Non ero certo rimasta la stessa di un tempo, quella del matrimonio, ma non ero nemmeno peggio della maggior parte di quelle. Così mi trovai a guardarmi allo specchio e più volte a bocciare l’immagine che mi restituiva. Mi ci spogliai davanti, un paio di volte, restandone insoddisfatta. Ma sempre meno insoddisfatta e più possibilista. Avevo messo su qualche etto ma facevo ancora la mia bella figura. Pensavo che un uomo vedendomi così nuda avrebbe ancora potuto eccitarsi. Veramente con Renato funzionava sempre meno ma davo la colpa alla crisi del settimo anno. Perché c’è anche quella, non solo la crisi economica. E pensavo ai soldi che non avevamo. Fu questo con lento logoramento del tempo a convincermi. Sembrava una cosa semplice e che si stava diffondendo. Non ero certo la prima a pensarci. E poi milioni di donne nella storia hanno usato il loro corpo per riempirsi lo stomaco, persino per raggiungere il bel mondo. Non ero certo una di quelle, ero una signora seria e avevo sempre avuto fin troppi pudori e un po’ sono sempre stata moralista. Non avrei mai preso in considerazione la possibilità di vendere il mio corpo ma magari la possibilità di dare un aiutino economico alla nostra gestione famigliare mi affascinava e mi eccitava. Pensavo che mi sarei sentita sicuramente meglio e più orgogliosa di me potendo contribuire alle nostre spese. Naturalmente sempre senza accettare di scendere così in basso da farmi merce dei più loschi istinti. Mi stavo convincendo che era possibile.
Nel frattempo avevo scoperto che c’erano dei veri e propri indirizzi, dei siti che offrivano compagnia femminile qualificata. Con tanto di foto e tutto il resto. Avrei voluto chiedere a Luisella qualche consiglio ma non mi parve il caso, che a pensarci non era neanche la più adatta. Avevo intanto ripreso ad andare in palestra e regolato la mia dieta. Non ero tornata indietro ma qualcosa nel mio espetto era decisamente migliorata. Qui è là ero già più snella e più soda. Un po’ alla volta mi stavo convincendo di me, ero un po’ più soddisfatta del mio aspetto. Spesi quello che avevo messo pazientemente da parte per i tempi più bui per un estetista e un abito proprio bello. Sono andata da un amico fotografo, perché da un estraneo non avrei mai trovato il coraggio, per fare le foto. Niente di sconveniente ma debbo dire che sono venuta bene e che se fossi uomo avrei il piacere di conoscermi. Ho dovuto però resistere alle sue insistenze da andare un po’ oltre, di mostrare di più. Lui s’è anche proposto di apparire ma ho declinato l’offerta spiegandogli che non era quello che volevo e che non se ne faceva nulla. A Nicoletta non ho detto niente. Nell’annuncio ho voluto essere precisa e ho scritto Escort (Accompagnatrice). Ho preteso io quella parentesi perché fosse chiaro, per porre dei confini. Non ero mica una di quelle. Offrivo un sorriso e la mia compagnia che ho anche una certa cultura e so come parlare e comportarmi in pubblico. Ho messo laureata anche se non ho mai dato quei maledetti tre ultimi esami per colpa di mio marito. Quando si è giovani si dovrebbe avere più senno e pensare al futuro, ma aveva fretta e così ci siamo sposati.
Poi mi sono messa in attesa senza tanta fiducia; senza farci troppo affidamento ma con un po’ di apprensione. Con mia sorpresa quell’attesa non è stata lunga. Invento una storia su due piedi con Renato per andare all’appuntamento. Chiamo Chiara pregandola di coprirmi, con la storia della suocera che sta male, senza dirle il perché e chiedendolo una borsa e un paio di scarpe in prestito. Non so cosa può essersi messa in testa, ho sentito un suo gridolino malizioso, ma non ero abbastanza interessata ai suoi giudizi ne alle sue pillole di saggezza. Soprattutto ne avevo assoluto bisogno proprio in quel momento. Mi controllo per l’ennesima volta e andando passo da lei per quelle due cose che indosso in macchina. A raccontare tanta emozione non mi sembra ancora vero. Si trattava dell’inaugurazione di una mostra di uno che a sentire era un noto pittore alla moda; quello che con parole appropriate si chiama vernissage. Mio marito al massimo mi aveva portato a qualche film di terza categoria che a lui piacciono quelli d’azione.
Così ero confusa e felice e orgogliosa. E’ stato carino da chiedere anche il mio parere, a me, cosa ne pensavo. Ho finto di rifletterci e gliel’ho detto: “Per me è solo un porco. Disegna solo donne nude. E in quelle pose. E’ un porco depravato, lui e chi li compra”. Li ha guardati ed è scoppiato in una sonora risata: “Hai proprio ragione”. All’artista ha detto che ricordava nel tratto deciso e a tratti nervoso il grande Lucian Freud, e nella pienezza delle forme persino Botero. Non riuscivo a trattenermi dal divertimento. Lui non era nemmeno un brutto uomo ed era molto gentile e mi ha presentato come la moglie. Io sono stata al gioco e credo di averlo lasciato soddisfatto civettando anche un po’ con altri invitati. Si è dimostrato anche un uomo generoso e molto educato, solo un po’ galante. Ha voluto accompagnarmi a casa ma mi sono fatta lasciare sotto quella di Chiara anche per ringraziarla e restituirle quello che gentilmente mi aveva prestato e le dovevo. Mi aveva proprio salvata. A letto stavo sognando su quante cose avrei potuto fare con tutti quei soldi. Ero addirittura tornata prima del previsto.
E’ stato già al secondo appuntamento che le cose si sono complicate. Era un tale François, un francese, che dovevo accompagnare a visitare la nostra città. Un’intera giornata, una vera manna. Mi invento il funerale di uno zio in campagna. Ho dovuto rispolverare tutte le mie conoscenze di quella lingua perché lui non spiaccicava una sillaba di italiano. Lo vado a prendere all’aeroporto e non lo riconosco perché in rete ha messo la foto di un altro. L’altro era certamente più attraente che mi ero illusa. Questo era un po’ il tipo del provincialotto con pochi capelli e con un taxi cominciamo a girare. Non era certo uno da contare il franco, solo di taxi dobbiamo aver speso una fortuna. A pranzo preferisce andare in un ristorante molto elegante ma anche molto caro, anche se io avevo insistito per una posto più alla buona che conosco dove forse avremmo mangiato anche meglio. Fin dall’inizio non mi aveva fatto una grande impressione, non mi aveva convinto. Per essere un signore era un signore ma aveva un sorriso strano. E a tavola ha insistito per farmi bere, fortuna che io sono una che tiene il vino. E poi ha cominciato a esprimere il desiderio che essere condotto in certi locali, un po’ equivoci, dove non avevo mai messo piede. Quelli li conosceva meglio di me che vivo in questa città da quando sono nata.
Poi, forse un po’ brillo, ha cominciato ad essere invadente e insistente. A cercate di prendersi delle libertà. A cercare di allungare le mani. Io per un po’ l’ho lasciato fare ridendo come fosse divertente, ma appena ha cominciato a far risalire l’orlo della gonna sfiorandomi la coscia mi sono ricordata chi ero e gli ho tolto la mano. Lui si è mostrato sorpreso, quasi offeso, ed è tonato a provarci, ed io sono tornata a respingerlo. Ha anche provato di baciarmi. L’ho spinto via. Alla fine non ho proprio potuto non permettergli di malavoglia che solo di accarezzarmi un seno sopra la stoffa, per poi spiegargli chiaramente, in un francese stentoreo, che non si sarebbe potuto spingere più in là. Che quelli erano i patti e gli accordi. Si è girato a guardarci persino l’autista che avrei voluto sprofondare. Per finire si è mostrato molto maleducato e ha preferito lasciarmi in centro e prima ancora della cena. Si è spinto fino a mercanteggiare sul mio compenso. Ero indignata e sono tornata a casa col portafoglio pieno ma con un umore nero e Renato non ha nemmeno avuto il coraggio di chiedermi come mai avevo fatto così presto. Mi sono ripromessa che non mi sarei più cacciata in una situazione simile, una volta era una volta di troppo. Credevo che l’increscioso episodio fosse finito lì quanto il giorno dopo, sul mio profilo, ho notato il suo commento alla mia compagnia, ed era un commento da stroncare una carriera sul nascere; che non lasciava scampo. Anche se ricco erano le considerazioni di un farabutto perfino un po’ falso. Ne uscivo come una sciatta donnaccia.
Mi crollavano tutti i miei sogni. Mi sentivo persa e smarrita. Non me lo sarei aspettata e non lo meritavo. Solo che le persone intelligenti sanno trarre una lezione anche dal niente e sanno ricavare del buono anche dal peggio. E’ stato così, in quel momento, che sono rinsavita e ho capito che in questo mondo, con un uomo, in qualche eccezionale occasione, per avere qualcosa si deve essere disposte a dare qualcosa di più. Mi feci ribrezzo da sola. Poi tornai ad essere realista. Indietro non si torna mai. In fondo non toglievo niente a nessuno e a nessuno facevo del male. Lo avrei fatto solo se il cliente avesse insistito e insistito con determinazione. E naturalmente dietro un extra, come facevano tutte. Nessuno costringe la donna a farlo ma se va al di là lievita anche il prezzo della compagnia. Un po’ più sporca mi sentivo, sono un’inguaribile stupida, ma avevo anche le mie belle scuse. Soprattutto cominciavamo ad avere meno ansie del futuro. Avrei aggiunto al mio profilo una foto con un seno in piena mostra solo in seguito.
Come succede tutto è cominciato a correre freneticamente all’improvviso. La volta seguente è stata per una cena d’affari. Era passata quasi una settimana. Erano tutte persone importanti. Lui, Massimo, pareva distaccato e fare poco caso a me. Avevo attirato più le attenzioni di quello che pareva il socio importante in una fusione che mi era stato messo accanto. Pensavo che non era proprio più un ragazzino quando ho sentito le sue mani addosso. Gli ho sorriso e ho scosso il capo per fargli capire che ero già accompagnata. Credo avesse immaginato il mio ruolo, o che addirittura qualcuno avesse provveduto ad informarlo. Mi ha infilato in borsetta il suo bigliettino da visita. Mi sono ripromessa di ricordarmi di richiamarlo. Massimo però non ha dovuto conteggiarmi troppo, direi che mi aveva lasciato quasi delusa. Direi un bell’uomo, insomma attraente, con un suo fascino, mi ha accompagnato all’ascensore e si è limitato a chiedermi se volevo salire da lui. Mai ripetere due volte lo stesso errore. Alla fine non ho avuto di che pentirmi e ha fatto anche portare una bottiglia di champagne. Insomma proprio una persona galante.
E’ così che per me è cominciata questa nuova vita. Una vita che ho scoperto con l’esperienza essere affascinante ma anche dispendiosa. Per essere sempre sulle cose bisogna investire e c’erano i soldi per i cosmetici, quelli per gli abiti e gli accessori, quelli per la biancheria intima, che anche se è sotto non è meno importante. Tutte cose che è difficile immaginare prima, quando si è solo una annoiata ed inutile casalinga. Ma il nostro tenore di vita era totalmente cambiato e ora potevamo permetterci anche qualche capriccio. Renato ha voluto il satellite e ha portato l’auto dal meccanico e dal carrozziere. Io continuavo a mettere qualcosa da parte perché non si sa mai cosa può riservare il futuro. Certo i sacrifici li facevo io, ma lo facevo per noi. Povera stupida, facevo tutto per noi. Certo non mi restava il tempo per annoiarmi. A volte dovevo essere la donna di cui andare orgogliosi. Spesso una da mostrare. Qualche volta dovevo interpretare ruoli particolari. Se ne trovano di tipi strani. Si può incontrare chi si accontenta unicamente di guardare. Persino donne che cercano donne. Quello proprio non mi va. Enrico aveva pagato soltanto per portarmi in camera e così siamo saliti direttamente in camera. Non aveva altre fantasie. Voleva solo stare con quella della foto. Non gliene potevo certo fare una colpa.
Insomma tutto sembrava filare liscio fino a quando non me lo sono trovata davanti, al tavolo di un albergo troppo caro anche per me. Mio marito mi aveva fissato un appuntamento, proprio con me, usando uno pseudonimo stupido e la foto di un bello del cinema. Ma ve la immaginate la sorpresa? Resto allibita e senza fiato. “Tu”? “Tu”? Cerco una bugia per uscirne dicendo che era tutto un equivoco, ma non può funzionare. Per un attimo ci guardiamo con gl’occhi spalancati. Farfuglia e balbetta una sorta di frammenti di rimprovero. Non sa fare altro. Alla fine scoppio in una risata in cui trascino a malavoglia anche lui. Non si era mai chiesto come arrivassero tanti soldi in casa. Forse aveva creduto nei miracoli e che io sapessi farli moltiplicare. Fa lui l’offeso. Mi dice che pensa che gli debba una spiegazione. Gli dico che intanto possiamo cenare. Poi saliamo in camera perché non ho mai voluto portare in casa nessuno. E a dire il vero è stato tutto bello come quando eravamo più giovani. Al mattino pago io la stanza e lo invito a fare i bagagli e a lasciare casa il giorno stesso. Non mi sento di dovergli nessuna spiegazione. Prego Enrico di venirmi a prendere. Mi metto compassione e sono io ad andarmene perché io ho voluto veramente bene a Renato, cioè al mio René, ma non potevo accettare che lui spendesse i miei soldi andando a puttane.

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Trovarsi davanti un merlo annegato in canale non è di buon auspicio. Solitamente i merli scelgono di morire da soli; in privato. Quel giorno è iniziato così. Non è certo un periodo buono per il Milan. Tra il disimpegno, il bilancio, la campagna acquisti e un po’ di sfiga non gliene va diritta una. Maria lo sa che sono teso tutta la settimana del derby. Che dovrebbe evitare di provocarmi. Anzi meglio di parlarmi. Perché io sono un tipo fin troppo paziente, ma a tutto c’è un limite. E poi la passione è passione. Eppure i primi tempi non era così. Ma lei sembra farlo apposta e non gliene va bene una. Se faccio la spesa c’è sempre qualcosa di sbagliato. Un barattolo scaduto. Che non ho approfittato della tale offerta. Un prodotto finito che ho dovuto sostituire con qualcosa di simile, ma non è certo la stessa cosa. Il pane con troppa crosta. O troppa mollica. Lasciamo perdere. Del brontolare è una vera professionista. E i bulloni dei rubinetti del bagno da stringere. E la lampadina che lampeggia. E… ma non dici niente a tuo figlio. Ma lui, suo figlio, ha superato i trent’anni. Ha una famiglia sua. E pure una figlia. Viene da noi solo quando ha bisogno. E sono denari. E non bastasse di calcio non ne capisce un tubo. Ma come abbiamo fatto a fare uno juventino? E io talmente bravo che non ho mai nemmeno alzato la voce. Passiamo oltre. Insomma torno a casa con la spesa e il giornale e lei mi dice bella bella, come niente fosse, che proprio quella sera viene a cena sua sorella. Provo a farle capire che è la sera del derby. Abbiamo preso la parabola proprio per questo. Come risposta mi spiega che non si può proprio rinviare. Si stanno facendo la casa e hanno bisogno di qualche consiglio. Li sentiamo tutte le mattine e poi tutte le sere. Qualche volta anche durante la giornata. Tutto per quel maledetto appartamento che è nato male fin dall’inizio. Non stavano bene in quello che avevano, preso in affitto già ammobiliato?
Ora siamo in un marasma che sembra non avere mai fine. Ci sono i pavimenti da sistemare. E i soffitti. E l’impianto della luce da mettere a norma. E i mobili da scegliere. E il budget risicato. E mille altre diavolerie. Nemmeno la posateria si erano comprati. Dove son finiti i regali del matrimonio? Che poi mica si sono sposati. E’ stata una sorta di festa tra amici. Insomma convivono e la cosa non mi convince. Se lui prende e se ne va non vorrei ritrovarmi uno dei due per casa. Quelli son capaci di tutto e di peggio. E lei è sorella di sua sorella. Sembra che il verbo tacere non sia stato scritto per lei. Ed è sempre preoccupata per qualcosa. E ha tutti i sintomi di tutte le malattie. Le prende dall’enciclopedia medica. Forse è l’unico libro che hanno preso e non si son fatti prestare. Che quando gli presti qualcosa sei certo che non saprà più ritrovare la strada del ritorno. Così le ho pensate tutte ma nessuna è stata abbastanza buona. All’ultimo mi sono offerto di guardare la partita in quella piccola che abbiamo in camera. Non c’è stato verso di farla ragionare: “Proprio tu. Ci devi proprio essere”. Sembra che senza le mie indicazioni e i miei consigli i lavori non possano procedere. Pare che quello senza la mia presenza non sia capace di tirare nemmeno un cavo. Così arrivano prima ancora che annuncino le formazioni. E Maria me la spegne, la televisione. Oltretutto sa che non sono un amante del riso. Cerco di cogliere qualche rumore dalla strada ma nulla. E io ho la testa là. Non sono certo che quello che dico abbia un senso. Per chi vince c’è il sorpasso. E se non bastasse mi arriva anche la telefonata di Guido.
Suo cognato non la finisce più e così se ne vanno che è finita anche la domenica sportiva. E la cucina è un disastro. E il lavello è colmo di piatti da lavare. Perché bisogna cambiare piatto? Non si può mangiare il primo e il secondo sullo stesso? Mi rimarrebbe solo televideo se solo sapessi con questa nuova maledetta televisione quale tasto si deve premere. Solo il giorno dopo posso prendere il giornale. Il Milan ha perso e per di più al novantunesimo per un autogoal. E’ stato così che mi sono finalmente deciso. Ora devo imparare a cucinare se voglio mangiare. E anche tenere in ordine la casa. A scoprire con pazienza dove ha riposto tutte le maledette cose. Sono obblighi che non faccio volentieri ma uno si rassegna quando non può fare diversamente ed è veramente necessario. Ho raccontato che non era rientrata dal lavoro chiedendo loro se l’avevano sentita. Sono stato talmente bravo che ci hanno creduto. Sono finalmente padrone del mio tempo, non ho guardiani. Credevo che mi avrebbe fatto un po’ di angoscia. Niente di quanto potessi immaginare. Mi sento libero. Averto Luisella che stasera posso uscire e possiamo vederci. Lei prima cerca una scusa e poi con fatica pare contenta. Forse aveva anche stasera la palestra e le ho scombinato i piani. Magari provo a chiederle se possiamo cenare da lei così dopo non mi ritrovo tra pentole e tegami e stoviglie da pulire. Che fine ha fatto Maria? Non è stato facile. Anzi è stato un lavoro lungo e certosino. Ora è sparsa a centrocampo di San Siro, o Giuseppe Meazza che dir si voglia.

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Mi apre la porta e la riconosco subito. Con Alda avevamo fatto le superiori, un paio d’anni, e non è che non l’avessi notata. Era solo che l’avevano notata in parecchi. Il suo seno era il sogno di quei molti. C’ero uscito un paio di volte, mi aveva tolto la mano. Non ero mai riuscito a cogliere il momento giusto. Sempre qualcosa si era frapposto. “Saranno passati?… quindici anni”. Poi ero venuto a sapere che s’era sposata, ma non sapevo solo il suo cognome da nubile. E come potevo? Così non devo faticare a nascondere la sorpresa di ritrovarmela davanti. Riesco a guardarla negli occhi. Mi fa entrare con cortesia e cominciamo a cercare di ricordare chiedendoci vicendevolmente aggiornamenti e come va? Bella casa, tenuta pulita e in ordine. Luminosa. Segno esibito di una coppia a cui non manca nulla. Pavimenti lucidi. Mobili scelti con cura, e gusto. La porta della camera lasciata aperta. Un bicchiere sul tavolo. Immobili ad ammirarci per ricordare quelli che eravamo e quello che siamo diventati. Il viso è ancora il suo. Gli occhi gli stessi. Non è cambiata molto. Solo ha imparato a truccarsi ma non a vestirsi. I lineamenti sono restati duri, e non possono mostrare certo una grazia e una delicatezza che non ha mai avuto. Sono di uno strano verde, gli occhi. Un’ombra le taglia il viso come un rasoio accecante. Sono già deciso di tornare per parlare con lui. Ho una strana fretta. E’ a questo punto: “Beh! possiamo anche abbracciarci”.
Timidamente all’inizio per prendere poi confidenza dei nostri corpi e del gesto. Si fa più amichevole, più confidenziale, più affettuoso, più accogliente. “In ricordo di brevi vecchi tempi. A lungo dimentichi”. Ha un piccolo colpo di tosse. Il suo corpo si affievolisce e si fa più molle tra le mie braccia, quasi che cerchi un sostegno. Mi respira dietro l’orecchio. “Non sai quanto piacere mi fa rivederti, proprio”… E allora, all’improvviso, il suo abbraccio si fa disperato. Approfitta della mia spalla e scoppia in un pianto travolgente. Che non riesce a frenare. Non ho parole di conforto. Non ho mai saputo trovare nulla in momenti simili se non la voglia di fuggire. E poi c’è quella presenza così viva tra noi due. La presenza del suo seno che palpita tra i singhiozzi. Che mi accarezza il petto. Che mi si schiaccia contro. Cerco di distrarmene senza riuscirci. Cerco di pensare ad altro, inutilmente. Mi sento una carogna mentre mi spiega che “Così all’improvviso. Da quando è venuto a mancare non so farmene una ragione”.
Rifletto su quella formula. Cerca di guardarmi con gli occhi colmi di lacrime. Poi torna a rifugiarsi sulla mia spalla. A nascondervi il viso. A fremere di disperazione. Sento le lacrime bagnarmi la camicia. Temo che dovrò portarla in tintoria, quella giacca. Cerco di consolarla. Le accarezzo i capelli. La sfioro. Sopra la stoffa morbida percepisco il calore del suo corpo. I suoi singhiozzi scuotono quell’abbraccio. La mano scende appena, lungo il fianco, alla cintola, dove si arrotonda il bacino. Era larga già allora di… lì. Lei mi guarda e per un attimo si ferma. Mi immobilizzo, e il pianto ha una pausa. Quegli occhi dal trucco colato hanno una domanda inespressa, forse un rimprovero. Vedono qualcosa che non fa parte del nostro momento. Tolgo la mano e torno ad ascoltare i suoi singhiozzi. E la mia attenzione è sempre più prigioniera del suo seno. Lei torna al suo dolore. Io rimetto la mano dov’era, appena appoggiata, mentre le chiedo imbarazzato notizie della malattia del marito. Si stacca all’improvviso. Tira su col naso: “Cos’hai capito? Pietro. E’ sanissimo quel cornutone deficiente. Figurati. Quello non lo uccide nemmeno il colera. L’ho riempito di corna e se le merita tutte. E’ morto Lillo, Lillo, il gatto. Di lui non mi importa nulla”.
Doveva esserci veramente affezionata. Non ho mai avuto un animale. Non ho mai nemmeno amato la caccia. Ne la pesca. Dovessi esprimere un parere preferirei un pesce rosso. Certo che ha sempre avuto delle belle tette. E sono rimaste belle; sotto la maglia. Provo lo stesso desiderio di toccarle. Cerco di scusarmi. Mi chiede un attimo che si sta riprendendo. Mi ringrazia della mia comprensione. Le lascia, le sue tette, appoggiate a rubare tutte le mie attenzione, ma ora mi fissa negli occhi. Passa il dorso della mano sul viso per pulirli delle lacrime e del rimmel sbavato. Cerca di interpretare un’improbabile serenità. E intanto si sistema la maglia. Accomoda il seno al contatto del mio petto. Ha un appena percettibile sorriso di soddisfazione ammiccando involontariamente alle sue tette. Ne ha consapevolezza, e non potrebbe non averne. Si può dire tutto di lei ma non che sia sprovvista lì. Né che sia ignorante di sé. Non ha mai avuto molto altro di cui andare fiera; almeno credo. E non avrei mai pensato che fossero così sode e… accondiscendenti. Morbidamente attraenti e accondiscendenti al contatto. Intanto la mia mano è rimasta lì, sul suo fianco. Appena più in basso. E lei la guarda. E alla fine mi dice: “Scusami tu. Non volevo. Sta passando. Faccio la brava. Non pensare che… Non è che non lo capisca. Che non me ne sia accorta. Ne avrei anche voglia. L’avrei anche fatto, se lo meriterebbe pure. Lo farei, con te; ma oggi proprio non mi va. Con te. Spero che tu mi capisca. Magari un’altra volta. Magari ti chiamo io. Magari domani. Magari posso prepararti un caffè”.

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Ernestina, poveretta, dice che ho la testa sopra il cappello. Dalle nostre parti si dice così. Forse un po’ di ragione ce l’ha. Forse sono un po’ distratto. Ora mi si è anche scaricata la batteria del cellulare e non so proprio come fare. Mi ha sempre fatto timore la complessità di questo nostro mondo. Sono certo che si starà preoccupando, poveretta. E si staranno chiedendo dove sono finito anche sul lavoro. Prendo la metropolitana e scendo alla prima fermata. Per dirla tutta l’ho presa nella direzione sbagliata. Cose che capitano. Ero di fretta e stava partendo. Scendo subito e, maledetto me, mi accorgo di avere ancora un po’ di tempo. E’ così che penso di prendermi un caffè.
Salgo e tutto è cambiato. Stanno finendo la nuova stazione. Una cosa immensa. Da non crederci. E non mi riesce facile trovare il primo bar. Ce ne saranno una mezza dozzina ma per ogni cosa c’è da camminare. E io cammino. Cammino senza guardarmi troppo intorno. Ho la mia solita fretta e non mi restano più di dieci minuti. Quando esco nulla mi sembra come prima. Mi guardo intorno e non trovo nessun riferimento. E’ stato allora che mi son fatto prendere dal panico. Comunque mi avvio ma ogni negozio mi sembra nuovo. Sia la filiale di quella banca che quello di telefonia non mi sembra di averli mai visti.
Scendo di un piano e mi trovo nel niente. Cerco di tornare sui miei passi e mi immergo in un alveare in piena agitazione. Tutti che corrono. Non so dove correre. Come mio solito cerco di salvarmi da solo. Di arrangiarmi. Giro a destra e poi ancora a destra, e mi ritrovo al punto di partenza. La lancetta dei minuti continua inesorabilmente a correre. Ormai sono in ritardo per tutto. I minuti si fanno uno dopo l’altro ore. E pure mi scappa. Chiedo alla rivendita di giornali e mi indica alla fine del corridoio a destra. Il corridoio sembra non finire mai. Alla fine ci sono i cartelli ma i bagni non sono ancora stati completati. Salgo al piano superiore e poi ancora a quello più sù ma lì i lavori sono quasi tutti all’inizio. Mi vergogno a dirlo ma trovo un angolo isolato per farla contro un muro di marmo. Non mi riesce facile perché io, quando ho qualcuno intorno, fatico sempre; ho bisogno della mia riservatezza. Insomma per farla quasi la faccio con disastrosi risultati. Mi porto dietro i segni di ciò e per un po’ aspetto che si asciughino i pantaloni. Poi vado perché non posso aspettare oltre. Sperando che la gente non faccia caso a me.
Per puro caso ritrovo quel giornalaio. Stanco chiedo come si possa uscire da quel labirinto. Mi dice di tornare a salire al piano superiore. Poi di andare davanti al mio naso per circa duecento metri. Infine di prendere l’ascensore e scendere di due piani. Tutto molto semplice solo che mi trovo nel deserto più assoluto. L’ascensore mi porta in uno spazio recintato abitato solo da calcinacci. Risalgo e mi trovo in uno posto nel quale non mi sembra di essere mai passato. Non mi piace sprecare troppe parole. Insomma continuando a girare passa il tempo e comincio ad avere appetito. Rinuncio a fermarmi a mangiare qualcosa per non attirarmi addosso altri guai. Guardo gli orari delle corse che scorrono. La cosa non serve a calmarmi. I cartelli sono tutti provvisori. Sembrano lasciati lì dal caso. Provo a farmi sentire da degli operai ma il rumore dei martelli pneumatici copre la mia voce. Nemmeno si avvedono della mia presenza dietro la grata. La gente va troppo di fretta e un po’ provo anche vergogna. Mi faccio coraggio e fermo prima una signora. Poi un ragazzo. Anche le loro indicazioni mi aiutano a perdermi ancora di più.
Sono ormai quasi allo sconforto quando vedo la biglietteria come l’ultima salvezza. Aspetto il mio turno e chiedo se posso chiedere una informazione. Mi dice che lei è lì per vendere biglietti. L’ufficio informazioni è avanti e poi un piano sopra. Ci rinuncio e chiedo un biglietto per la prossima stazione, e come arrivare al binario. Mi ripete l’indicazione di dov’è l’ufficio informazioni. La prego e si lascia prendere da un attimo di compassione: Per spiegarmi cerca di spiegarmi ma capisco fin dall’inizio che non troverò mai i binari. Infatti dopo tanto girovagare mi ritrovo davanti allo stesso sportello. Lei mi guarda e si ricorda infastidita di me. Rigiro in mano il mio biglietto inutilizzato. Che poi io ho anche l’abbonamento per tutte le linee. La disperazione mi fa vincere ogni mio pudore. Quando passa la ressa mi avvicino. Non so che idee si possa fare ma la imploro di poterla accompagnare alla macchina a fine turno. Mi spiega senza riuscire a nascondere completamente l’irritazione che la società le ha dato un appartamento all’interno della stazione. Come per ogni dipendente anche se a contratto. Per lei e il suo fidanzato, e sottolinea la parola fidanzato. Si avvicina un viaggiatore e mi scosto leggermente per lasciarle fare il suo lavoro. Quello, il viaggiatore, pare sicuro di sé. Leggo un trafiletto sul giornale che ho dovuto prendere che ci sono stati diversi casi inspiegabili di dispersi nelle nuove stazioni della metropolitana. Lei si libera e mi osserva attentamente. Mi fa cenno di avvicinarmi. Mi dice che il fidanzato fa parte del personale viaggiante. Che per alcuni giorni è in viaggio. Che lei stacca tra sei ore ma che ha già un impegno. Mi invita a passare l’indomani. Credo mi abbia preso in simpatia. Le faccio notare di averle parlato già la mattina chiedendole quante ore duri il suo turno. Capisco solo in quel momento, dalla sua risposta, che devo aver parlato con una collega. C’è infatti un’altra addetta alla biglietteria che un po’ le assomiglia. Lo stesso colore dei capelli. Non sono fisionomista e la sua spiegazione è ineccepibile.
Non sono certo che capisca la mia situazione. Torna a guardarmi con ancora più attenzione. Mi mostra una disponibilità filantropica. Aggiunge che non può proprio rimandare l’impegno ma che se l’aspetto, beh! ecco, può tornare proprio per me. Si scusa ma, se per me va bene, sarà comunque per il dopo cena e molto tardi. La rassicuro e cerco un posto per sedermi un po’. Ceno con una pagnottella consumando gli ultimi spiccioli, senza allontanarmi troppo. Continuando a controllare quella guardiola. Mi pulisco i denti passandoci sopra il dito. Torno accomodarmi per attenderla e mi accorgo di essermi assopito. Lei non c’è più. Quella che vedo è un’altra. Ne sono certo. Al suo posto c’è una più giovane e con gli occhiali. Fuori è notte completa. Mi appresto impaziente ad una nuova attesa. Mi scuote quando fuori si stanno dissipando le ombre cupe della notte. I suoi occhi sono ancora vivaci. I negozi sono quasi tutti chiusi. Si guarda intorno circospetta quasi temesse di essere notata. Siamo soli io e lai e alcuni barboni che penso abbiano fatto del posto la loro dimora. Mi invita divertita a seguirla.
Per essere gentile e carina con me lo è. Non sarebbe nemmeno male come donna se non fossi così preso nel mio dramma. Non sono certo una grande compagnia. Lei non sembra farci troppo caso e non me lo rimprovera. Ho il cellulare ormai muto e solo qualche pezzo da cinquanta in tasca. Mi spiega che deve riprendere servizio di lì a poco. Mi fa un buffetto e un complimento che non mi sento di meritare. Imploro il suo aiuto. Mi mostra che comunque per contratto non può lasciare la stazione indicandomi il grande orologio. Ormai s’è fatta mattina. La rivedo quella sera. Sempre in piena notte. Passiamo qualche ora assieme per lo più parlando di noi. Imparando a conoscerci. Credo si stia affezionando a me. Non mi dice molto del suo fidanzato Sembra quasi non esserci. Ho il sospetto che la laconicità delle sue epigrafiche informazioni risenta del fatto che ormai apprezza la mia compagnia. Che le dispiaccia interrompere quella nuova amicizia. Che abbia il timore di non rivedermi se riuscissi a uscire. Ma questa è solo una mia idea.
Ed è la mattina del giorno seguente quando compio un gesto disperato dettato dallo sconforto. Approfitto un attimo del suo telefonino e chiamo il centotredici. Non so come mi sia venuta questa idea ma è da casi estremi che nascono le idee più strampalate. Mi accuso di uno scippo che non ho commesso sperando che venissero a prendermi. Mi mettono in attesa. Poi mi chiedono indicazioni precise. Chiedo a Luisella il nome di quella stazione. Mi dicono di aspettarli ma vogliono sapere in posto esatto dove li aspetto. Gli dico che non mi muovo da davanti alla biglietteria. Mi chiedono quale poiché c’è ne sono cinque in quella nuova stazione. Luisella nel frattempo è tornata ad immergersi nel suo lavoro e non mi sembra più una idea troppo buona. Così interrompo la telefonata. Le chiedo se la posso aiutare. Mi regala uno splendido sorriso e mi dice che non si potrebbe ma.
Non lontano c’era una valigia che sembrava abbandonata là. Dentro ci trovo da cambiarmi. Da lei sono riuscito a farmi una doccia. In realtà non ho bisogno di altro. Lei è gentile e approfitto una seconda volta del suo cellulare. Mi allontano per chiamare casa. Ernestina non c’è e devo parlare con la segreteria. Guardo l’ora e dovrebbe essere già rientrata dall’ufficio. Lascio detto che si è trattato solo di un inconveniente e che mi rifarò vivo presto. Ritrovo un po’ della mia tranquillità e rassegnazione. Non è poi così complicato fare i biglietti.

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Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Mi aveva detto una cena. Io avevo detto che “va bene una cena”. Non mi sembrava una grande richiesta. Non l’ho mai conosciuto come una persona di grandi pretese. In fondo l’ho sempre considerato uno con poca fantasia; per lo più abitudinario, se non noioso. Quando mi ha spiegato che dovevo essere io la cena, cioè la portata, insomma… l’ho guardato allibita. Dopo quel primo istante di sbigottimento gli ho chiesto se era fuori dal balcone. “Magari nuda”? “Certo. Quelle cose si fanno così. Non puoi farlo con i vestiti addosso”. Non riuscivo nemmeno ad immaginare quello che mi stava proponendo e che cercava di spiegarmi. Ero sconvolta, allibita e offesa. Come aveva potuto anche solo pensarlo? “Basta che stai lì, ferma. E noi mangiamo”… “Lì ferma un cavolo. E noi chi”? Insomma non ci vuole fantasia per capire che le voci si sono alzate e la discussione s’è subito accesa. Per chi mi aveva scambiata? Proprio lui? Non erano per nulla rassicuranti le sue rassicurazioni: “Nessuno nemmeno ti sfiorerà”. “Ma tutti potranno vedermi”. “Sarà solo una cena giapponese. Solo con un po’ più”… “Toglitelo dalla testa il tuo più. Non voglio essere il più di nessuno”. “Ti prego”.
Ho chiesto per chiedere, tanto per farlo smettere, se è “E dove dovrebbe essere”? solo in via ipotetica, anzi completamente recalcitrante, anche perché casa nostra non mi è mai sembrata molto adatta a romanticherie, e mi ha preso l’angoscia nel sapere che sarebbe stato in un posto pubblico. La spiegazione aveva rafforzato la mia convinzione che era impazzito. Che era una cosa semplicemente da non fare. Che mi desse pure della borghese. Anche della bigotta. Non c’era nulla da spiegare. Non poteva convincermi della sua pazzia tranne del fatto che era una pazzia. Gli ho riproposto quella che credevo all’inizio fosse la sua proposta: una cenetta intima per due. Sembrava deluso come un cucciolo di cane quando ti guarda con quegli occhi, ma deciso ad insistere.
Naturalmente la mia prima risposta è stata “No”! E anche la seconda. E la terza. Ma sembrava che lui avesse già deciso. Ormai completamente preso da quella sua insana fantasia. E mi era anche sorto un dubbio, che non la intendesse così intima. Non riuscivo a credermi. Ma come può un uomo proporre una cosa simile, e per di più alla propria donna? In realtà più che un dubbio era un sospetto nato da alcune sue parole. Volevo capire fin dove si era spinta la sua mente malata. Era così insistente. E aveva già fissato il posto, una stanza riservata in un noto ristorante di cui nessuno mi aveva mai parlato. E aveva già esteso gli inviti. “Quanti”?
Ti prego. Non molti. Saremo quattro cinque, massimo sette. I più intimi. Amici. E poi li conosci tutti”. Non volevo sapere chi sarebbe venuto. Semplicemente non volevo saperlo prima. Semplicemente non ci sarebbe stata nessuna cena. Poi mi sono detta che non sono troppo brava a dirgli di no, ma una richiesta così stravagante.… ecco! Andava oltre; non me la sarei mai aspettata. Dannazione io maledetta quando gli ho chiesto cosa avrebbe desiderato. E a dirgli “Qualsiasi cosa. Tutto quello che vuoi”. Son cose che si dicono. E lui mi ha preso alla lettera. Per farla breve alla fine come il solito ho ceduto e mi son detta che se era quello il regalo che voleva avrei cercato di accontentarlo. Avrei cercato, non ero certa di riuscirci, e speravo non se ne dovesse pentire. Ma i giorni seguenti non riuscivo a distrarmi né a pensare ad altro. Più volte me ne sono pentita. Più volte ho deciso di rinunciare. Gli ho detto che ci avevo ripensato. Ho rischiato di deluderlo quand’era troppo tardi. E tutte le volte è riuscito a convincermi e mi sono lasciata convincere. Sono tornata a cedere; anche perché lui disegnata tutto come una cosa molto semplice e che era troppo tardi per rinunciare: “Vedrai che ci divertiremo”.
Naturalmente ho curato tutto nel minimo aspetto. Il mio corpo. Il trucco. E ho messo quel mio splendido vestito rosso, un po’ provocante. Ho provato una fitta allo stomaco nel toglierlo quando sono stata lì. E sono sentita stupida perché avevo comprato anche della biancheria intima nuova. Senza pensare che avrei dovuto toglierla. Che nessuno l’avrebbe vista. Tutto come se fosse un primo appuntamento. Ed era veramente bella e molto provocante, era come non averla, come non ci fosse. E quando mi sono stesa sul tavolo mi è tornato il panico. Ma il fatto che a preparare quel “piatto” fosse una donna è riuscito a darmi un minimo di tranquillità. E lei mi ha ricoperta di sushi che per un attimo sono tornata padrona di me perché in fondo ero come vestita. Poco vestita, certo, come non mi era mai capitato, come non mi sarei presentata mai a nessuno, ma non nuda. Solo piena di nudità accennate, quasi fossero maliziose trasparenze. E avrei voluto finisse tutto lì, ma hanno scostato la tenda e gli uomini sono entrati. Si sono seduti intorno a me bisbigliando. Mi sono imposta di non sentire i loro commenti. Mi sono completamente assentata aspettando col fiato sospeso. Era meno difficile e meno peggio di quanto mi sarei aspettata. Cioè non sono scappata. Per il resto mi sentivo in testa l’enorme brusio di un enorme reattore. Avevo sete. Avevo paura che mi scappasse. Mi sembrava di sentire freddo. Avevo l’angoscia di un formicolio improvviso. Ed ero paralizzata in ogni parte del mio corpo.
Era tutto come avevo immaginato e anche di più. Più forte. Più asfissiante. Più intenso. Più agitante. Solo più. E loro tutti intorno. Tutti da farmi confusione. Provavo piacere nel guardarli negli occhi con aria di sfida. Per poi guardare altrove per non farmi leggere dentro. Per non lasciarmi coinvolgere. E allora non potevo fare altre che fare vagare lo sguardo per non confessare nemmeno a me stessa che sì! mi piaceva. Ed ero presa da una strana e intensa smania. Ed era un piacere lancinante. Ero già appagata dopo che tutti avevano portato poco più del primo boccone alla bocca. E il piacere continuava e fluire incalzante. Inaspettato. Denso. Ed era così sorprendente quel ripetersi intenso e così violento, quel godimento completamente silenzioso che non volevo tradire; che ingoiavo con grande fatica. Certo sono certa che fosse più che evidente, che riuscivo a mentire solo a me stessa, stringendo i denti. Loro, gli uomini, i commensali, se la ridevano. Non mi interessava più cosa potessero pensare di me. Mi sentivo solleticare. Aspettavo portassero alla bocca il boccone successivo. Aspettavo di diventare completamente nuda boccone dopo boccone. Aspettavo con ansia. Aspettavo solo che succedesse.
Ce l’avevo solo con lui. Ancora. Non volevo guardarlo. Aveva l’aria soddisfatta. Non riuscivo a capirlo completamente, ma scoprivo che era bello essere ammirata. E godere di quel solletico e di quello di tanti occhi. Averli tutti addosso. Cogliere la loro impazienza. La fretta. Improvvisamente completamente libera di tutti i miei pudori. Con quel grido che tornava continuamente a salirmi alla gola; soffocato. Per il dovere di nasconderlo. Per la mia ferma volontà di non liberarlo. Perché, nonostante tutto, mi sarebbe sembrato sconveniente. Non avevo mai provato nulla di simile, di così aggressivamente e rabbiosamente coinvolgente. Se vogliamo anche compromettente, ma non mi interessava più nulla. Se mi ero lasciata recalcitrante convincere a farlo ne avrei pagato le conseguenze, e avevo rifiutato di indossare la mascherina. Se dovevo mostrarmi nuda avevo preteso di essere completamente nuda. Ero contenta per aver fatto la scelta giusta. Avevo deciso che li avrei guardati e che loro se mi dovevano guardare che mi guardassero. Nessun compromesso. Dovevano poter frugare in ogni angolo di me; ma solo con quei bastoncini. Qualcuno non era molto esperto nel loro uso. A qualcuno, ghiottoneria dopo ghiottoneria, cominciava a tremare la mano. Qualcuno tratteneva il respiro. Quello di qualche altro diversamente si faceva affannoso. Sentivo la loro fatica, il loro impegno e l’odore del loro sudore. Sentivo tutta la loro attenzione su di me. Mi sentivo bella e che in quel momento l’ammirazione mi era dovuta. La pretendevo. La pretendevo anche per quel mio grande atto di coraggio. Per essere lì.
Alla fine sono scesa subito dal tavolo e sono uscita mentre gli sguardi di tutti seguivano ogni mio passo, accompagnata da quel chiasso di commenti confusi. Ho raggiunto la stanzetta appartata e mi sono passata un asciugamano sul corpo per togliermi le briciole della cena, senza indugiare ne indulgere perché la mia pelle vibrava anche a quel minimo contatto. Si era fatta così sensibile che anche un sospiro la faceva sussultare. Ho atteso un attimo per riprendermi e cercare di annullare i ricordi. Mi sono rivestita lentamente e con cura, e poi me ne sono andata facendomi venire a prendere da un taxi. Ho preso una stanza. Non avevo voglia di rivedere nessuno. Sicura che non l’avrei mai più rifatto. Ho ripensato a tutti i loro volti, uno ad uno. Ai loro occhi. Alle loro espressioni. Alle loro smorfie. Un po’ m’ha messo allegria. M’ha fatto ridere. Un po’ m’ha messo tristezza. Non so perché. Mi sono ripetuta i loro nomi, in rassegna. A pensarci nessuno di loro era male. Ognuno aveva qualcosa da renderlo interessante, qualcuno persino affascinante. Non riuscivo più a vederli tutti assieme, solo uno alla volta. E con uno alla volta riuscivo, in quel momento, ad immaginarmi una storia. Mi sembrarono fantasie da sedicenne. Avrei voluto metterli al posto che mi avevano riservato quella sera. Non nego di aver provato ad immaginarli stesi su quel tavolo. Mi son fatta portare una tisana in camera. Il cameriere non era male. E poi ho ordinato un bicchierino. Ho guardato un po’ di tele. Ho trovato un amaro nel frigo bar. Ho spento la luce finalmente quando era anche troppo tardi, ma ho faticato a prendere sonno. Non solo perché il letto non era mio. Mi sono ricordata che non avevo cenato. Ho richiamato il servizio in camera.

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