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Archive for marzo 2009

neraCambiamo discorso. Proiettavo la mia testa su delle idee di post. Cercavo di chiarirmi. Niente di preciso. Poi, prima che possa leggere la notizia, mi raggiunge un commento amaro di Annuska62. Abitudinariamente svicolo dalla cronaca. Sgozzata come in olocausto. Non ad un dio qualunque; io agnostico. Al proprio egoismo. Scusate se provo vergogna a far parte di quel genere. L’ho sempre provata. Nel sentirmi animale uomo. Non mi piace commentare. Non amo giudicare. Non sono certo un moralista. Lo so che è sempre delicato leggere nei sentimenti. Carpire le colpe. Imprigionare le emozioni nello schema delle parole scritte. Le parole scritte non hanno occhi, né cuore. Non frequento la bestemmia di un dio che non credo. Ho bisogno di una parola forte, per sfogare la mia frustrazione, che non trovo. Cos’è un uomo?
Ho vissuto il dramma di Eluana in silenzio. Anche se credo talmente alla vita da non accettare di vedere l’accanimento delle torture che hanno inferto sul suo corpo, indifeso; martoriato. Dai carnefici ciechi. Di una fede ottusa. Di una religione che uccide i vivi e vuole tenere in vita i morti. Che riscopre continuamente il gusto sadico del sangue e della crociata. E poi eccola la bestia. Riappare. Con quale diritto un uomo può togliere la vita ad un essere umano? Perché la donna, la sua donna, è “sua”?
Io non posseggo nemmeno i miei libri. Nemmeno i miei dischi. Non ho mai imparato bene il senso della proprietà. Forse è per questo che sono rimasto povero. Se una cosa è bella è così gratificante condividerla con chi ti sta a cuore. E’ sicuramente per questo che alcuni titoli li ho comprati più e più volte. E’ quasi più bello perderli che tenerli sulle mensole. Che guardarli alla polvere e all’immobilità. No! decisamente no! non posso pensare di “possedere” un altro essere umano; una donna. Riesco solo a capire che si possa amare. Ne ho amate. Ne ho ricevuto amore. Sono rinato come la fenice. Ieri, oggi e, spero, domani, la mia donna mi ha dato la vita. Per amore posso morire. Uccidere per amore, se questo è amore, è un gesto che va oltre la mia comprensione. Non lo posso nemmeno commentare. Semplicemente non lo capisco. Appartiene ad un’altra dimensione.

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fulmineQuando ci sono di mezzo i ragazzi è certo che prima o dopo ti combinano qualche guaio. Che colpa poteva dare a madre e padre, tranne quella di non fare altro? Certo che 64, sessantaquattro, erano un bel numero. Gli sembrava una esagerazione. Cioè educarli è quasi impresa da Dio. Comunque. Alla fine erano affari loro, cioè lo sarebbero stati. Forse non avevano abbastanza polso, ma tenerli separati avevano cercato di tenerli separati. Certo che quando i guai vogliono arrivare non c’è verso di evitarli; non c’è nulla che li fermi.
Possibile che nessuno prestasse la minima attenzione agli altri. Lui, Caino, anche ci provava, ma non gli era proprio congeniale. Non gli era naturale: ad esempio lui non sempre si ricordava di lavarsi le mani prima di mangiare. Anzi quasi mai. Per un po’ era stato attento. Poi se ne scordava. Non lo capiva proprio quel fratello. E gli altri. Tutti a tesserne elogi. E quello a darsi arie, biondo com’era. Abele di qua. Abele di là. C’erto era facile star dietro alle greggi. Quelle si arrangiavano. Era lui che le cose le doveva sudare. E la terra era dura. Che poi per quanto le lavasse, proprio per quello, dopo un niente erano sporche di nuovo, le mani. E poi cos’erano tutte quelle regole. Non le sopportava. E quel bisbigliare del fratello a tavola, la sera. Non erano ancora state inventate le orazioni. Non c’era nessuno da pregare. Lui pregava solo che gli capitasse qualcosa. Non era cattivo, Caino. Si sarebbe accontentato di un po’ di mal di pancia. Un raffreddore. Invece no! sempre così bello sano. Prendi esempio da lui. Era una pizza. Mai un sabato che uscisse. Non un divertimento. Sapeva stare solo con le sue pecore. Fai presto a fare il capo se dietro hai un esercito di pecore. E qualche montone. Buoni quelli. Ma di quelli nessuno parlava.
Avere un fratello perfetto è una gran jattura. Tutti stavano a guardalo. A portarlo ad esempio. Ci tornava continuamente sopra; Caino. Perché poi nessuno si occupasse che di loro due gli restava un mistero. Che guardassero Seth, qual gran scansafatiche figlio di sua madre, buona donna. O a quell’ubriacone di Enos; si reggeva già poco in piedi fin dal mattino. E a dirla tutta a lui non dispiaceva proprio quella, ma lei non guardava che suo fratello. Forse per via del fatto che era biodo. E che se ne stava a godersela riposato su una pietra. O per chissà quale altro mistero. Ma lui aveva una vera e proprio simpatia. Per lei. Tra tutte trentadue era la più carina; ai suoi occhi. Non sembrava nemmeno sorella di quello. E’ così che succedono le disgrazie.
Poi prova a riparare i cocci. Se lo continuava a domandare. Non riusciva a capire da dove venisse tanta violenza. Quello continuava a sostenere che in fondo era stato un incidente. L’altro badava alle pecore e lui non aveva tempo che per badare alle sue cose. Non l’aveva visto arrivare. Teneva, sì, quella pietra in mano. L’altro, quel bellimbusto, era inciampato. Un terribile incidente. C’era andato a sbattere, sulla pietra. Ma in fondo era anche legittima difesa. Ci stava uscendo di senno; con quello. Comunque, in subordine si affidava alla clemenza della corte e chiedeva le attenuanti generiche. Improvvisamente, Lui, ebbe il timore di aver creato l’azzeccagarbugli. Era certo che prima o poi ne avrebbero parlato, di quel tipo, dell’azzeccagarbugli.
Enzo Jannacci: Aveva un taxi nero [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Avevauntaxinero.mp3”%5D

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mela1. Aveva cercato assonnato le ciabatte. La finestra era rimasta aperta. La luce di un lampione della notte entrava impietosamente, ma tutto era silenzio. Un silenzio nervoso, in parte apparente. Lo è sempre il silenzio, apparente; basta saper ascoltare nel suo grembo. Ha battiti diacronici. Tornò pigramente sotto le coperte. Il sonno lo raccolse inesorabile, inconsapevole; quasi come una naturale e immediata e disperata libertà. Con un sorriso soffice.

2. Il cameriere portò il menù su carta di betulla. Non disse nemmeno una sillaba. Lui fu sorpreso dai minuscoli caratteri di inchiostro simpatico e dal tremulo riverbero riflesso di candela. Per quanto poteva capire erano soli. Annastella aveva un sorriso enigmatico. A lui sembrò che Lei, la sua Fata, non fosse mai stata così bella. Si sentì spontaneamente spinto ad un gesto estremo di assoluto affetto, e la strinse tra le braccia. Trovò la risposta a quella domanda: esiste qualcosa di più intenso? Certo non avrebbe dovuto osare; gli angeli sono della stessa materia del cielo. Eppure la sentì contro sé stesso. Lei lo lasciò fare e la sentì morbida e gentile, lasciarsi abbandonare quasi ne gioisse. Forse lo faceva; consapevole. Senza alcun egoismo. Quasi in un sospiro che non gli doveva. Quando si staccò Lei gli comunicò che se ne doveva proprio andare. Nonostante tutto non se ne sentì sorpreso; come lo sapesse. Comunque il suo pensiero ebbe un suono: “Come, non finisci“?
No“!
E dove“?
Lo saprai presto se saprai pazientare e cercare“.
Subito dopo che il suono cantilenante della sua voce argentina s’era dissolto scarno e parco Lei non c’era più. Sapeva che ci sarebbe stata sempre. Al suo posto tre petali di rosa, uno giallo e due rossi, ma di tonalità diverse. Ne avvertiva ancora l’odore. Gli restava l’enigma di quelle sue parole. La delicatezza con cui gli aveva sfiorato la tempia. In contatto di quella mano minuta e leggera. E del suo frettoloso comportamento. Più ancora quel sorriso che lo aveva ammaliato e che non riusciva ad interpretare, di una lucentezza abbacinante.

3. Le stanze sembravano deserte; non finire mai. Gli spazi si misuravano a ore. Tutto gli era completamente estraneo eppure consueto; era come se ci fosse già stato, e più volte. Provò un brivido. Il caminetto era spento. Trovò i fiammiferi. Vi rinunciò, per quella sua sorta di pigrizia mista a cautela educata. Era emozionato. Non poteva non farlo e si domandò dov’era, ma non aveva alcuna risposta. Tra i quadri alla parete la sua attenzione fu richiamata da un Che alla maniera di Warhol. Si avvicinò. Era una stampa di Warhol. Non la ricordava. Aprì le porte senza trovare il bagno che cercava. Si accorse, allo stesso tempo, di non averne bisogno. In una delle stanze c’era un letto enorme. Sopra dormiva pigramente solo un grande orso bianco di peluche. Ne provò invidia, ma non gli rimase molto tempo. Subito fu sorpreso di trovarsela al proprio fianco senza aver avvertito alcun rumore. Non ebbe bisogno di alcun nome. L’aveva incontrata in un’altra stanza, ma non era più la stessa. Scoppiò a ridere, Lei, di una risata che colse la sua sorpresa, ma lo metteva egualmente a proprio agio. Era come se si fossero già detti tutto. Lo prese per mano e lo accompagnò prima alla finestra. Fuori un paesaggio immoto. Da una fessura tra i palazzi delicati uno spicchio di Canal Grande. Non si avvertiva nemmeno il consueto sciacquio delle piccole onde. Anche l’orologio era immobile e aveva smesso di battere. Non c’era alcun tempo e tutto era come allora. Tutto come se niente, assolutamente niente, potesse mutarlo. Lui non aveva mai sospettato che un angelo potesse anche avere, in apparenza, fattezze di carne. E che di carne fosse così generosamente audace e abbondante. Quando lo abbracciò fu completamente avvolto dalla sua morbida e confidente presenza. Gli sembrò che il silenzio esprimesse anche tutti i suoni che non aveva mai udito.

4. Si risvegliò completamente pago. Una sorta di tenue euforia lo possedeva. Cercò di ricordare tutto, ma il tutto non gli fu possibile, e non sarebbe stato abbastanza. Mancavano alcuni dettagli. Soprattutto mancava Lei. Guardò l’ora; si era fatto tardi. Doveva affrettarsi. Solo quando fu pronto e sul punto di uscire scorse il biglietto sul comodino: “Grazie per avermi insegnato a volare“. Intanto il mattino prendeva sempre più il coraggio di una giornata di sole.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Vivereunafavola.mp3”%5D

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politica3

Esco. Per essere mattino è mattino. La luce è diversa. Tutto è diverso. Sfilo gli occhiali. Mi stropiccio gli occhi. Il sole è abbacinante come da tempo non lo era. Qualcosa di questo e di quello pare irreale. Non è il mio paesaggio. Guardo l’ora ed è la stessa ora. Mi specchio in una vetrina e nel vestito ci sono io. Dovevo immaginarlo, da ieri sera. Impulso notturno. La città non è la stessa. Non è la mia. Difficile spiegare, straordinario, non è la mia e lo è, o meglio lo era. Sono uscito in strada quarant’anni prima di oggi, e, tutto, è ancora esattamente come allora. Frugo con lo sguardo. Cosa cerco? Nemmeno io lo so. Forse non cerco ed è il ricordo a cercarmi. Qualcosa mi spinge verso quei percorsi, vissuti. Una violenta nostalgia si trascina nell’aria impalpabile. Riconosco ogni angolo. Ricordo ogni angolo. E in ogni angolo si aggrappano pensieri struggenti. Può sembrare impossibile ma sono nato a Venezia e veneziano sono rimasto. A Venezia tutto può succedere. O forse è solo perché allora era tutto bello. Forse perché avevo vent’anni e l’Italia il sessantotto. O forse è perché oggi è tutto così desolatamente banale e vigliacco.

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/ValleGiulia.mp3”%5D

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raccontiSulla carta era tutto semplice, lineare. Aveva cercato di descrivere tutto minuziosamente, il più fedelmente che gli era stato possibile. Scegliendo i termini più precisi, più corrispondenti. Anche per descriverlo per sé. Inseguendo l’arroganza di capire. Guardando fuori invece si rendeva conto che era impossibile non accorgersi: fuori era diverso, era vita. Sulla carta era un’altra cosa. Le parole restavano sulla pagina come rondini a riposare, in ordine, su un filo della tensione. Tensione… Erano immobili e insapori. Non avevano odori. Non avevano suoni che quelli che gli ripetevano nella sua mente. Per quanto limasse, cercasse di emendarle, quello era l’unico, misero, risultato che riusciva ad ottenere. E lui era un uomo preciso, di quelli che cominciano ad alzarsi presto una settimana prima della fine dell’estate per riadattarsi ai tempi e ai ritmi dei giorni del lavoro. Se ne era quasi dimenticato.
Cercò una sigaretta senza trovarla, aveva smesso da sei mesi, ma in quel momento ne subì un desiderio quasi impossibile da non ascoltare. Nella casa vuota non aleggiava che il silenzio di quel racconto di parole silenziose. E lui cercava di non parlare di sé, di tacere quello che lo riguardava, ma ogni sillaba andava a ricordargli qualcosa, sembrava solo un riferirsi a; già da prima che prendesse forma scritta. Non riusciva ad uscire dai suoi abiti. Ma dove prendeva corpo il suo disagio? Nel fatto che non voleva accettarsi per quello che era diventato? Anche. Ma il problema vero consisteva nel fatto che si rendeva conto che, tra le parole scritte da lui e quelle lette nella logorrea altrui, strava diventando sempre più aderente ad uno di quei personaggi; e quei personaggi erano lineari, squadrati, semplificati; o generosi o reticenti, o nobili o peccatori, o signorili o cafoni. Anche loro non potevano che essere non veri e così lui. Era diventato un uomo di carta. Con quella cravatta di carta, sempre la stessa, sempre al collo; anche d’estate. Con delle idee di carta e, quel che era peggio, dei desideri di carta. Eppure avrebbe dovuto ormai essere assuefatto al quel silenzio, a quella solitudine. Non era forse vero che, infondo, l’aveva voluta e cercata? Non ne era più tanto sicuro. Non voleva ammetterlo ma era anche a causa di una sua fragilità sempre repressa. Dell’incapacità di sostenere realmente gli sguardi e i giudizi degli altri. Se aveva fatto del male non era voluto, era stato solo per difendersi dalle cose, per innocente egoismo. Chi non lo è, infondo, un poco, egoista? Ma non gli era rimasto che quel vuoto cavo e, in quel istante, non sapeva se aveva fatto proprio la scelta giusta. Escludere gli aveva comportato anche chiudere le imposte sul resto. Ora non aveva più una vera realtà se non quella finta realtà che traeva dai libri e dalle notizie o che si inventava. Il suo volto era come costruito con fogli di quotidiani. Gli pareva quasi di sentirsi addosso quell’odore inconfondibile. Non aveva più obblighi ma nemmeno scuse. Alla fine le sue parole non potevano trovare vita. Forse avrebbe voluto avere ancora Ernestina lì accanto. Era la prima volta che ne soffriva l’assenza. Veramente quasi una prima volta.
Strana donna Ernestina sempre così invadente e allo stesso modo assente. Non le sembrava lavoro il suo. Per lei lavoro e solo quando provoca sudore che bagna la fronte, che si vede, che si porta a nudo in quelle piccole gocce. Maniaca dell’ordine. Della pulizia. Delle cose al loro posto. E di ogni posto per ogni cosa. E delle puntualità. E, naturalmente, della casa. Delle serata davanti alla televisione. Ma alla televisione dei programmi che amava lei. Si! aveva fatto bene, la loro storia era già finita prima. Ancora una volta era stata mancanza di coraggio. L’aveva trascinata a sopravvivere, quella storia, quando ormai non avevano più nulla da dirsi. Odiava anche come si vestiva. Persino, ormai, il profumo della sua pelle. E le sue pretese. E il desiderio che era diventato, ma forse era sempre stato, dovere. I morti della catastrofe erano solo nomi di un casellario senza senso. Non soffrivano certo più, come chiunque è morto, ma non erano nemmeno carne, e sangue; non facevano parte di un vero dramma. Cosa voleva dire veramente: poveri resti? Forse avrebbe dovuto andare sul posto per tornare a sentirsi vero. Ma lui era semplicemente inadeguato. Eppure in redazione aspettavano il pezzo.
Solo alcuni anni prima avrebbe raccontato di aver preso il foglio, di averlo appallottolato e gettato nel cestino. Semplicemente aveva cancellato il file e, per non avere un secondo ripensamento, lo aveva fatto anche dal cestino; un cestino che non c’era, che era solo una memoria virtuale. Lo aveva cancellato definitivamente. Era stanco. Erano giorni che evitava di chiedersene la ragione perché semplicemente una ragione non c’era. Non c’era una ragione per nulla.
Aveva preso il suo passato, lo aveva appallottolato e poi gettato dalla finestra. Solo per un attimo si era sentito come liberato, leggero. Un attimo. Poi, tardivamente, aveva capito che il passato era tutto ciò che gli rimaneva. Era sceso in strada ma del suo gesto, forse frettoloso, non era rimasto nulla. Nel frattempo era giù passata la macchina dell’azienda comunale che raccoglie le immondizie.

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musicaOggi voglio postare semplicemente una canzone. Lo faccio per rendere omaggio ad un grande cantautore sempre presente vicino a me. Lo faccio perché tira una brutta aria in questo paese. Io forse non sono più il ragazzo del sessantotto. Forse non sono più il giovane uomo di allora. Il tempo è passato ma la rabbia è la stessa.
E dedico questo pezzo alla compagna ritrovata. Lei mi legge e lo sa. Il sogno di un mondo migliore, più giusto, non è mai venuto meno. Percorrere la strada assieme è uno splendido viaggio.
Pierangelo Bertoli: Non vincono
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/NonVincono.mp3”%5D

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Ah! Prévert. Prévert.
Dei ragazzi che si amano tutti si curano
e nessuno lo fa, ma
i ragazzi che si amano non temono nulla
guardano il sole diritto negli occhi
e di sole se li riempiono, quegli occhi
e i ragazzi che si amano
non hanno bisogno di poesia
(certo non di questa povera poesia)
perché hanno la poesia nel cuore e
poesia è ogni loro gesto.
Corrono le strade del giorno
perché ogni strada è loro
e non hanno tempo per gli altri
né per l’invidia né per i commenti.
I ragazzi che si amano
cercano il loro portone e
temono solo la notte
perché non ha abbastanza ore per loro,
perché dura troppo poco,
perché non ha abbastanza pazienza.
Ma chi ama
resta sempre ragazzo.

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