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Archive for aprile 2011

Spartito, flauto traverso e rosaAnche questo mese alla fine del mese finisce un mese e domenica è un altro mese, così come un altro giorno. E domenica, cioè domani, è anche il (primo) MAGGIO. Domani sarebbe brutto parlare di un amore privato. E’ così che anche questa settimana mi trovo ad anticipare la canzone d’amore che da tempo ti dedico per ogni domenica. E diventa nuovamente una canzone per il WeekEnd. E per oggi ho scelto, tra le canzoni di Sergio Endrigo, una canzone del lontano 1962: Io che amo solo te. Una scelta che avremmo potuto anche fare assieme perché è una di quelle canzoni. Penso non serva aggiungere altro. La dedico a te e a tutte le persone che hanno fatto quell’incontro meraviglioso che si chiama amore.
Sergio Endrigo: Io che amo solo te

C’è gente che ha avuto mille cose
Tutto il bene, tutto il male del mondo
Io ho avuto solo te
E non ti perderò, non ti lascerò
Per cercare nuove avventure
C’è gente che ama mille cose
E si perde per le strade del mondo
Io che amo solo te
Io mi fermerò e ti regalerò
Quel che resta della mia gioventù

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Foto di Samuele BersaniCara mica di penna e di vita
per quanto ci siamo detti al di fuori e al di dentro di qua aggiungo ancora una canzone di Samuele Bersani. Spero ti piaccia e di far piacere a chi passa come fa piacere a me riascoltarla, questa: Giudizi universali.

Foto di Enzo JannacciIn coda aggiungo come Post Scriptum 6 minuti all’alba di Enzo Jannacci che avevo già inserito in questo vecchio post del 7 agosto 2008 dal titolo: Guerra e miseria. Il post comprendeva anche l’altra canzone di Jannacci di cui abbiamo parlato: Soldato Nencini.

Samuele Bersani: Giudizi universali

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
complicare il pane
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l’aquilone, togli la ragione e lasciami sognare, lasciami
sognare in pace
Liberi com’eravamo ieri, dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e andare fuori come Mastroianni
anni fa,
come la voce guida la pubblicità
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già
Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
calpestare il cuore
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini
per scivolare meglio sopra l’odio
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più…
Vuoti di memoria, non c’è posto per tenere insieme tutte le
puntate di una storia
piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l’aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace
Libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi
adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
come Mastroianni anni fa, sono una nuvola, fra poco pioverà
e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più, non ci sei più, non ci sei.

P.S.


Sei minuti all’alba: el gh’è gnanca ciàr
sei minuti all’alba: il prete è pronto già;
l’è giamò mess’ura ch’el va dree a parlà…
glie l’ho detto: “Padre, debún, mi hoo giamò pregà!”
Nella cella accanto cantenn ‘na cansún…
sì, ma non è il momento! Onn pu d’educasiún!
Mi anca piangiaria, il groppo è pronto già.
Piangere. Doaccordo, perchè m’hann de fucilà:
Vott setémber sunt scapaa, ho finì de faa el suldaa.
Al paìs mi sunt turnà: “disertore” m’hann ciamaa!
De sul treno caregà, n’altra volta sunt scapaa:
in montagna sono andato, ma l’altrier
coi ribelli m’hann ciapaa!
Entra un ufficiale; m’offre da fümà…
“Grazie, ma non fumo prima di mangià”
Fa la faccia offesa… mi tocca di accettar.
Le manette ai polsi son già… e quei là vann dree a cantà!
E strascino i piedi, e mi sento mal…
sei minuti all’alba! Dio, cume l’è ciàr!
Tocca farsi forza: ci vuole un bel final!
Dai, allunga il passo, perchè ci vuole dignità!
Vott setémber sunt scapaa, ho finì de faa el suldaa.
Al paìs mi sunt turnà: “disertore” m’hann ciamaa!
De sul treno caregà, n’altra volta sunt scapaa:
in montagna sono andato, ma l’altrier
coi ribelli m’hann ciapaa!

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Foto colori di ragazza annoiataLivia era una donna come le altre, come tutte. Ogni domenica mattina, e tutte le altre feste comandate, si recava a messa perché fin da piccola alla domenica si andava alla messa. A scuola era sempre andata così, senza infamia e senza lode. Crescendo si era sentita dire che era carina, ma non aveva un’opinione propria. In verità non si piaceva completamente. Avrebbe voluto essere un po’ più alta, magari riempire un poco di più il reggiseno. Nonostante tutto aveva avuto la sua vita normale e serena.
Si era sposata con Matteo perché era un ragazzo serio e un buon partito. Anche se era più vecchio e se il cuore le batteva per un compagno di classe: Efrem. Quando parlava con Efrem, non sapeva perché, ma provava quello strano scombussolamento in tutto il corpo che chiamano così. Perfino quando ne parlava, di Efrem, ma quei tempi erano scappati in fretta. Non si vive di sogni o di ricordi e lei non aveva molti ricordi da ricordare. E poi i doveri della casa l’avevano assorbita subito.
In realtà, come ogni donna che si rispetti, Matteo era stato il suo primo uomo. E non poteva dire che fosse stato bello, ma lui aveva mostrato comprensione e forse aveva messo troppa attesa ed era troppo nervosa. S’era sposata in bianco con ottantasei invitati perché la zia Adriana aveva avuto una colica la sera prima e i parenti di Torino erano riusciti a trovare la scusa buona. Così avevano trovato un appartamentino coccolo in affitto per stare assieme, non troppo distante dai suoi. Per arredarlo aveva lasciato fare a lui. Avevano deciso di avere il loro primo bambino per far contente le nonne. Lo avevano chiamato Antonio come il nonno e Giulio come l’altro nonno. Antongiulio era stato un bambino problematico fin da subito. Era nato con il cesareo, ma lei aveva pensato che era meglio perché rendeva ancora più importante il miracolo della vita.
Quando Matteo tornava a casa correva ad accoglierlo con un piccolo bacio, povero caro, come ogni moglie che si rispetti. Lui si accomodava nella poltrona e lei gli portava le ciabatte ed il telecomando. Dopo era tranquilla e poteva dedicarsi a finire di far cena; a lui piaceva mangiare bene e anche un buon bicchiere di vino. Spesso si addormentava stanco davanti a quella televisione mentre lei finiva di lavare i piatti. Cercava di fare piano per non svegliarlo perché lui era infastidito quando lo si svegliava. Avrebbe voluto essergli più vicina, ma non sapeva nulla di calcio.
Lui era buono con lei, lo aveva visto alterarsi solo quando parlava di politica. Anche di quella lei non capiva molto. Gli succedeva davanti al telegiornale e qualche volta quando avevano compagnia. Solo quella volta si era alterato con lei ed erano stati un paio di giorni senza parlarsi. Poi tutto era naturalmente passato. Però non le piaceva quando aveva quegli occhi lì.
Ricevevano raramente delle visite ed erano quasi tutti amici o colleghi del marito. Le conosceva poco quelle persone e si trovava in imbarazzo e non sapeva cosa dire. Perdipiù erano quasi sempre uomini. E se ne stavano in sala a fare i loro discorsi da uomini. Per fortuna aveva il suo rifugio: la cucina. Ed era diventata brava, spesso le facevano i complimenti, per il mangiare.
Non capiva perché lui, Matteo, a volte diventava ombroso, non le sembrava di aver commesso nulla e se ne rimaneva col dubbio. Forse era geloso e sapeva, lei, perché sempre stato così, che non c’è amore senza almeno un po’ di gelosia. Ma cosa poteva fare se scherzavano, come anche quel Tommaso? Lei non faceva certo nulla per incoraggiarli. Anzi spesso era spettinata, col suo grembiule e odorava del cibo. Gli uomini sono fatti così.
Nonostante questi piccoli contrattempi le loro vite scorrevano felici, anche se qualche volta lei aveva desiderato che il venerdì lui se ne scordasse; non ne avesse voglia. Il sabato lo lasciava riposare fino a tardi, come piaceva a lui. Andava al mercato e i nonni l’aiutavano tenendole Antongiulio; quella piccola peste. Lo tenevano giusto il tempo del mercato ma poi lo trovava spesso accaldato, col rischio che si prendesse un accidente. Loro si lagnavano, non per farle pesare la cosa, ma perché gli anziani son fatti così, comunque a lei un po’ pesava. Ma non si potevano permettere che restasse a casa.
La domenica lui aveva la partita e così lei poteva dedicarsi a mettere in ordine e fare la lavatrice, perché lui ci teneva all’ordine ma non era proprio quello che si può dire ordinato. E c’era tutto il resto da fare e da stirare perché lui si cambiava di camicia tutti i giorni e, col caldo, anche due volte. Ed era anche un vero esperto nel macchiarsi, come se non bastasse il piccolo.
Ma da quella sera si sentiva a disagio, in colpa. All’ora di uscire aveva telefonato alla madre per sistemare Antongiulio. Le aveva detto che doveva fermarsi un’altra ora in ufficio. Invece s’era presa quell’ora tutta per sé. Matteo aveva una riunione organizzativa o qualcosa del genere. Le aveva detto di nemmeno aspettarlo. L’ora si era allungata anche di più. Era andata a bighellonare e per negozi. Aveva trovato un ombretto che era un vero amore. Poi aveva incontrato Elvira e s’erano fermate a parlare. Elvira non piaceva ai suoi e nemmeno a Matteo, ma a lei non dispiaceva. Ci si trovava bene a chiacchierare e a prendere un caffè. Il tempo era proprio volato.
Si sentiva stupida ma sapeva di aver tradito il marito e la sua fiducia. Di aver approfittato della disponibilità dei suoi. Si ripeteva che non avrebbe dovuto farlo e che non l’avrebbe rifatto. Eppure le veniva una sorta di malinconia. E a pensarci il pensiero di quell’ora le procurava vergogna ma era un pensiero piacevole. Nonostante gli sforzi non riusciva a scacciarlo. E aveva ancora impresse negli occhi le scarpe che aveva visto con quel tacco altissimo e sottilissimo. Era una vita che non andava a vedere un bel film, uno di quei bei film d’amore.

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tazzina di caffèPortate pazienza che poi scoprirete di aver usato il vostro tempo per niente. Vi ho mai parlato di Follo? Nemmeno da noi mancano, naturalmente, personaggi singolari, fuori dal comune, veri campioni e ineguagliabili millantatori. Follo non era certo da meno. Naturalmente Follo non era il suo vero nome. Ormai nessuno se ne va più in giro senza nascondere la vergogna del proprio nome. Per raccontarne la storia ci vorrebbe non un romanzo ma un tomo ampio come tutta l’enciclopedia russa. Solo per spiegare l’origine di quel Follo avremmo bisogno di giorni e notti che non abbiamo. C’è chi sostiene che vada scritto con una elle e chi assicura che gli è stato sottratta una i. E chi ancora giura che gli hanno rubato una erre. Dobbiamo accontentarci di prenderlo così anche perché alla storia avrebbe poco da aggiungere.
Quando era nato gli avevano messo il nome di … beh! non potrete andare a dire di averlo saputo da me o da qualsiasi intercettazione. E poi tutto in lui ha odore di leggenda. Fin dall’inizio, ma non possiamo che andare per grandi linee e ricordare solo pochi tratti essenziali. Il nome era quello della madre ma durò non più di un paio d’ore. Fu tragicamente storpiato da un errore al momento dell’iscrizione all’ufficio anagrafe. Poi dalla trascrizione sullo stato famiglia. Poi cambiò perché la brava donna trovò un gonzo che riconobbe il pargolo. Fu chiamato anche figliodibuonadonna. In seguito subì un’altra serie di catastrofiche mutazioni per adattarlo al dialetto. In rapida successione fu alterato dalla tacita legge che regola i consueti diminutivi e vezzeggiativi. Di nome in nome ci fu anche un periodo in cui il nostro ebbe dei seri problemi di identità perché persino lui rischiava di firmarsi con un nome scaduto. Alla fine, non ci dilunghiamo oltre, diventò solo Follo, e poi Follo & co., ma a questo arriveremo. Fu per la conquista di una sorta di onorificenza sul campo, tanto meritata quanto improvvisa e inaspettata: la notorietà.
Ma già prima Follo era il re della testimonianza. Cardine delle difese più inattaccabili. Certezza delle assoluzioni meno probabili. Il passepartout giudiziario. Non è la celebrità a fare il vero uomo. E aveva innalzato l’arte dell’alibi a vette inarrivabili, siderali. Riusciva a dimostrare la sua presenza fino a diciassette posti diversi contemporaneamente. E sempre a beneficio dell’accusato, anche se reo confesso. E in ognuno spaccava il secondo. Questo gli aveva attirato gli strali della corporazione degli orologiai. E una lunga sequela giornaliera di denunce. Ma non si fermava a questo. Se solo non poteva dimostrare l’innocenza dell’indiziato attraverso testimonianza diretta e in loco la sua attenta analisi degli elementi trovava sempre, nelle pieghe delle cose, la verifica delle conclusioni a cui qualsiasi mente fine sarebbe arrivata e a cui era già giunta la difesa. La prova provata del vero svolgimento degli eventi quasi sempre faziosamente ignorata dall’accusa. Un suo famoso motto recitava che “bisogna seguire tutte le piste, anche le più piccole, e, se serve, anche di più. Poi è tutto là, basta volerlo vedere”. In privato sottovoce aggiungeva che “se non sono vere basta lo sappiano apparire o siano attendibili; oggi”.
A volte riusciva a sostenere tesi che potevano apparire assurde, ma in un mondo di creduloni sapeva che anche il paradosso può essere servito su d’un piatto di porcellana e sbocconcellato con un buon vino bianco fresco. Così asseriva lui anche se non s’è mai capito altro che sonava bene. E poi esiste veramente qualcosa di incredibile quando c’è la fede? E lui aveva fatto dell’arte dello scagionare la persona una vera religione. Anche se il suo officio era ben più d’un confessionale.
Le sue testimonianze non avevano prezzo, ma lui teneva a cuore la sorte, e le condizioni economiche, del cliente. Come detto non lo faceva solo per vile interesse, la sua era una questione di principio. Di giusta causa. Una lotta contro tutto e tutti, soprattutto contro la logica facile e sussiegosa. E la imperante politica del sospetto. Non si arrendeva mai proprio perché per lui non c’era ragione bastante. E una persona era comunque innocente anche quando era stata provata la sua colpevolezza. Naturalmente purché sua cliente. Insisteva che nessuno può leggere il disegno divino e non scendeva a precisare altro. Perché era ormai di pubblico dominio che le persone che si rivolgevano a lui non potevano essere colpevoli poiché c’era una verità comune e la verità di Follo, detta anche verità supplente. Ci sarebbe una intera filosofia da esporre per erudire sulla verità supplente ma le tecniche di difesa devono mantenere un loro margine residuale di segreto e di seduzione. Qui dobbiamo attenerci ai fatti nudi e crudi e per quelli nudi basta ricordare che, come accennato, Follo divenne veramente Follo solo in seguito alla notorietà, dopo il noto fatto di sangue passato alle cronache come “Il venerdì al sangue”. Certo grazie anche alle inchieste sull’atto delittuoso della tivù locale TeleMorbo702 e la Gazzetta del Pavese quale fu lo sterminio della famiglia Vani. Il marito e il suocero e i sette figli erano stati ammazzati nottetempo mediante taglio della gola con i coltelli da cucina che erano stati ritrovati insanguinati sul tavolo della stessa cucina. Dell’omicidio, definito scorrettamente sterminio, fu accusata la moglie dell’uomo, se non ricordo male di nome faceva Elena Nottetempo, che era stata trovata sulla scena, cioè in casa.
Per quel nome di donna furono fatte le più strampalate congetture. Nonostante la gentilezza e generosità della povera signora per quell’ora Follo non poteva che confermare di trovarsi all’estero per un corso del mossad come aveva dichiarato in altro processo, questo per calunnia e dalla parte del calunniatore. Non sapeva darsi pace per quello. Allora si mise di buzzo buono a studiarsi tutte le prove e i risultati dei vari Ris; e persino quelli di CSI Belvedere-Piazza Dante. Si riguardò tutta la serie del tenente Colombo e altro materiale utile a quell’indagine. Alla fine era arrivato a quella verità che nessuno aveva voluto vedere per la solita ottusa cecità. Certo sopravviveva e resisteva di quella logica ancora uno sparuto gruppo, invero di giorno in giorno meno numeroso, di fanatici. Frollo non se ne curava: erano gli ormai noti soliti comunisti. Ricordo che si era allora appena all’inizio della scoperta che il comunismo era una malattia virale che si poteva trasmettere anche solo attraverso la saliva del parlare, ovvero per via aerea. E nemmeno era iniziata la grande crisi dell’agricoltura che passò alla storia come l’estate della peronospora assassina, che colpì indifferentemente le nostre viti e patate, pertanto non si conosceva la pericolosità e l’origine delle larve comuniste. Sembra la preistoria ma non è passato che qualche anno. Diciamo che eravamo in pieno medioevo delle indagini giudiziarie; la famosa epoca di mezzo.
C’è da aggiungere che dopo le inchieste sulla situazione del nostro servizio di Opg, ovvero il degrado in cui si trovava l’intera struttura degli ospedali psichiatrici giudiziari, nessun addetto ai lavori né avvocato degno di tale nome avrebbe più potuto invocare per il proprio difeso, rischio la condanna a vita, l’infermità di mente. Che poi, sosteneva lui, l’infermità ha senso relativamente al momento e ha sempre una sua scadenza. Chi non ha, di questi tempi, momenti in cui c’è e non c’è? E’ umanamente impossibile una stabilità eterna. Anche per questioni di stress, genetiche e di consumo. La mente, come il fisico, è come una macchina e come una macchina è soggetta a bizzarre quanto imprevedibili avarie. Vi è mai capitato che all’arrivo del meccanico quella riprenda istantaneamente a funzionare? Pensate anche alla televisione. Pertanto non restavano all’avvocato vie di mezzo, o l’assoluzione o l’assoluzione; o l’espatrio. Ma Frollo era in grado di presentare un numero esponenziale all’infinito di attestazioni, comprese quelle legate alla propria esperienza diretta.
Anche se la donna onesta, ancor bella per la sua età e quello che aveva dovuto subite, non aveva millantato nessun parentela importante di stato estero, e proprio per questo, quella era divenuta per il nostro una battaglia di civiltà in cui impegnarsi anima e corpo. Magari anima e corpo proprio no! visto che il Follo come unico difetto aveva sempre avuto quello di essere credente solo in pubblico, ma con tutte le forze questo sì. E allo stesso modo con tutto il corpo. L’uomo sembrava possedere grandi energie ed era lodato non solo per le sue capacità come legale. Dopo aver conosciuto, e come, l’accusata Follo aveva allora appena iniziato a progettare la sua famosa strategia della “testimonianza anticipata”. Fu così in grado di tranquillizzare fin da subito la signora. Si trattava di sostenere inconfutabilmente che essendo stato presente dopo e a lungo era equivalente all’essere presente prima e al momento. Solo una mente fina come la sua poteva raggiungere una vetta di tanto sottile e arguta argomentazione. E’ di poco successiva la sua conclusione che il tempo è tempo, ed inesorabile, solo se decidiamo di lasciarlo trascorrere, ma diversamente si può leggere come una sorta di fermo immagine dove tutto resta immobile come al momento del fatto. Non sono certo di aver compreso appieno una deduzione tanto raffinata, né di avere le capacità di saperla delucidare. Dobbiamo ammettere che davanti ai termini tecnici non possiamo che toglierci tanto di cappello e accettarli in quanto tali.
Ma Follo sapeva fin dal primo sguardo alle carte e dentro il reggiseno della donna di essere dinnanzi ad un vero e proprio fumus persecutionis, formula che fu coniata proprio apposta in quel caso. E portò talmente tante prove a discarico e a sostegno della sua ricostruzione che gli furono passate per buone anche le più dubbie per sfinimento. Faremo cenno solo ad alcune delle stesse. Argomentò come l’amore incondizionato dell’imputata per le persone, compreso il figlio maggiore talmente antipatico da sempre da schifare persino lo specchio, ne facessero un raro esempio di virtù. Come quella virtù, cioè il suo amore per gli altri, fosse universalmente apprezzato. E come la donna fosse sempre la prima nelle opere di carità anche se non sempre generosa durante le questue. Ma quest’ultima affermazione era tutta da dimostrare perché quando era stata la presidentessa dell’Opera Aiuto Madri Disoneste era riuscita a riempire la cassa della onlus come mai era stato. Se poi, una notte, la cassa fu trovata scassata e inaridita, cioè vuota, ci sembra fatto non rilevante e certamente non imputabile all’emerita presidentessa. Ma la forza delle argomentazioni prodotte sul caso specifico era ben altra.
Nel momento preciso delle morti, che si sospettano autoinferte, come dimostrato con estrema precisione dall’esperto di parte, proprio in quei tredici minuti che era durato il dramma, più il tempo del tragitto, l’innocente donna si era assentata per recarsi da don Giuseppe Calamità. Certo non si spiegava come chi era morto per primo avesse trovato poi la forza per sferrare l’ultimo colpo, ma nemmeno le ciambelle risultano tutte col buco uguale e c’è sempre un margine approssimativo ad ogni verità, non per questo quella verità smette di essere la verità. Lo stesso don Giuseppe Calamità non poteva negare la presenza della donna presso la sacrestia della sua piccola pieve. La faziosità del giudice provò a ipotizzare che il povero prete fosse per più ragioni ricattabile ma non riuscì a provare la sua fantasiosa tesi. Falso risultava essere che tra i due potesse verificarsi una relazione in quanto detto don Giuseppe, che risultava parroco padre confessore della stessa, mostrava particolare ed evidente debolezza per quelle più giovani, per dirla tutta anche per i chierichetti, praticava lo yoga e, a tagliare la testa al toro, si fa per dire, risultava essere l’unico uomo ad avere le sue cose. Quella di Elena era, e non poteva essere diversamente, una semplice visita di cortesia confermata dal fatto che l’uomo, che eccezionalmente le aveva ventisette giorni al mese, fosse a quell’ora indisposto. Con un gesto teatrale a sorpresa fu esibita in tribunale, da parte dell’avvocato Follo, la prova insanguinata. Questo faceva sì che venisse a mancare clamorosamente anche il benché minimo movente.
Inoltre la donna, accusata ingiustamente, non poteva avere un beneficio economico da quelle morti in quanto aveva anticipatamente provveduto, con piccoli e accurati risparmi, a prepararsi un futuro di benessere se non di più. Nel suo conto risultavano circa ventisette milioni di euro tra risparmi sulla spesa alimentare e sul vestire, detratte naturalmente le spese legali, ché si era privata di tutto il superfluo. Non possedeva nessuna indole vendicativa e aveva già perdonato ogni tradimento e maltrattamento confermato da quanto asserito in precedenza sulla natura amorevole della moglie e mamma verso tutta l’umanità vivente. Ed era anche una convinta credente, da sfiorare il bigottismo, e vera federalista e pacifista, non come quelli che ancor oggi parlano di pace e seminano l’odio. Ripetiamo come lei seminasse, e ampiamente, l’amore.
Quei coltelli li aveva toccati solo per riporli, ecco il perché delle impronte digitali riscontrate, in quanto soffriva di una grave forma di allergia, talmente sofisticata che nemmeno i più accurati esami con tutta la scienza moderna potevano riscontrare, ai lavori domestici e aveva le unghie smaltate e fragili ed aveva una forma maniacale per l’ordine. Mai avrebbe sopportato di veder lasciare quei coltelli fuori dal loro posto e addirittura addosso ai suoi cari. Se non bastasse mani e arti, nati per dare serenità e amore, non erano adatti a sforzi violenti, pertanto non poteva aver inferto tagli di cotanta decisa e criminale ferocia. Ancora i coltelli erano stati comprati da un cinese poi rimpatriato poiché si trattava di un immigrato clandestino erroneamente regolarizzato. La donna portava le lenti a contatto e i movimenti rapidi avrebbero rischiato di fargliele cadere, nel quel caso sarebbero state facilmente trovate nel luogo del crimine. Al momento portava tacchi a spillo che le avrebbero impedito di fare tutto in quel breve tempo, e ricordiamo che la scena che si era presentata ai carabinieri immediatamente accorsi sul posto appariva come quella di una vera e propria carneficina.
Ribadiamo come la sua crociata per la verità fosse scevra da qualsiasi interesse di convenienza e plebeo, ancor più in questo caso preso in esame. Inoltre quando lui presentò la parcella anche lei presentò la sua e quella della donna era molto più elevata. Non gli fu difficile però concordare con la signora Nottetempo, che nel frattempo da solo Elena era diventata zuccherino, anche se in preda alla delusione, come aveva confidato soltanto ai suoi più intimi, perché aveva pensato si trattasse solo di vera passione. Qualcuno sostiene che fu l’ultimo sentimento ed emozione che macchiò la reputazione del nostro. A farla breve alla fine, con sorpresa di tutti e degli organi di informazione, la donna fu dichiarata innocente per insufficienza di prove. E persino il giudice si complimentò con lei baciandola calorosamente. Ma questo fu solo il primo dei casi più famosi ed eclatanti che raggiunsero la gloria e la notorietà nazionale che videro come protagonista il nostro eroe. Ora scusate ma vi devo lasciare, ci sentiamo in un altro momento, ché mia moglie chiama che è pronta la cena.

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La pagina di aprile di un calendarioQuesta è una storia non storia. Come un calendario senza giorni. E a proposito di giorni vorrei parlare di quei giorni. Ci sono giorni in cui tenersi alla larga è questione di sopravvivenza. Ci sono giorni in cui meglio “salvasela la vita”.
Uno di questi giorni è quando Marta fa le valigie. Che io mica la capisco tanta tensione per un weekend di pasqua al mare. Che neanche per un trasloco e invece sono solo quattro giorni al mare.
Si sa come sono le donne: quando c’è un viaggio da fare, e una valigia da preparare, diventano intrattabili. E’ fisiologico; una legge naturale. E poi per le donne il tempo è un valore relativo, che non è. Quattro giorni e tutta la vita sembrano durare lo stesso.
Quando ho finito di sacramentare io, che non amo farmi massacrare, prendo la porta e taglio. Per fortuna riesco sempre a trovare una scusa. Per fortuna lei se le beve facilmente anche se un po’ borbotta e la cosa non potrà durare all’infinito.
Stavolta le ho raccontato che avevo da fare con una miss che aveva sbiellato. Allo stesso prezzo ho esagerato e le ho parlato di una carrozzeria rosso fiammante metallizzata. Come mi vengono certe idee? Fosse stata una utilitaria sarebbe valsa lo stesso, ma avrei fatto una figura meschina. Con rischio che s’inventasse che una così poteva aspettare.
Comunque non fanno più le macchine di una volta. Quelle di oggi muoiono prima ancora di ammalarsi, o le cambi perché sono anche dure a morire. Pare non abbiano più né bielle né pistoni. E quando faranno quelle elettriche chissà cosa ci metteranno dentro. Pasta di grano duro? Vogliono la morte di tutti noi meccanici. E nemmeno si capisce se la colpa è dei sindacati o delle fabbriche o della congiunzione astrale. “Che dio se li pigli”!
Sono passato prima da Dario che è di strada. Mi son fatto uno spritz e due parole, poi sono andato da me. Così mi sono chiuso dentro tranquillo. Ho buttato un occhio alle bolle e le fatture. Aspettare aiuta la creatività. Poi mi son messo tranquillo tutto per la Luana del mese. Aprile, dolce dormire, ma con lei a tutto puoi pensare tranne a quello. Se c’è una cosa che mi fa impazzire sono le donne.
Io e lei da soli; finalmente. Lei mica ha pudore se ci sono. Io lì a guardala emozionato. Lei lì a guardarmi. A sorridermi. Ad ammiccare proprio a me. Una intesa perfetta. Sono costretto persino, in qualche attimo, a pensare ad altro. Alla fine mi ci vuole la sigaretta e non sarebbe male nemmeno un caffè. Magari dopo. Tornando.
Certo che farlo con la Luana è tutta un’altra storia. Anche se lei resta lì impassibile attaccata al muro. Ché è di quelle fortunate. Quando una nasce con un nome così fa prima a diventare famosa. Se non è culo quello; beh! a proposito di quello non ne ho mai visto uno di simile; nemmeno in certi mesi di agosto. Nemmeno in quelli dell’edizione americana. Che nemmeno la Pamela dei tempi d’oro.
A me solo il nome Luana mi fa impazzire. E venire le voglie. Mi mette le bave. Che a volte ci penso alla Luana quando sono con Marta e ci riesce meglio. Ma mica glielo dico.
Insomma fatto quello che dovevo fare e letta la gazzetta metto un po’ apposto che non è ancora ora. Ho fatto una previsione di ore quattro, ma è meglio un cinino abbondare che se la trovo ancora coi preparativi è stato tutto inutile. O anche mi vada bene mi mette a stare dietro alla piccolina. E quella tutto sa fare tranne che stare ferma. Che ascoltare.
Ho fatto tutto con tanta calma che rischio di essere in ritardo. Prima di tornare mi sporco le mani d’olio perché si sa mai, comincia come un sospetto, magari un’amica che ti mette una pulce in un orecchio, e non si sa dove va a finire. Se dovessi ascoltare i pettegolezzi cosa sarei andato a immaginare a proposito di Adalberto.
Sono sulla porta e si ferma una nuova fiammante. Scende una che è sputata e … insomma uguale alla mia Luana. Gira intorno alla macchina e mi potrebbe anche girare la testata. Le ho anche chiesto: “Ma lei come Ti chiami”? E non ci volevo credere quando mi ha detto Mariarosa. Ché un nome che non lo vorrebbe nemmeno una cameriera di un autogrill. Eppure giuro che parevano la stessa cosa. Anche gli stessi minishort, o come diavolo si scrivono, che aveva il mese scorso e ci aveva anche le sue belle allegre guanciotte bene in mostra, e le stesse gambe lunghe. Ma sono stato chiaro: “Se vuole le faccio benzina, ma sto chiudendo.” ché ormai andavo di fretta.
Lei, con quello stesso sorriso di dicembre e che mi fa dare di matto, e un dito tra le labbra, mi ha chiesto “Con quale pompa”? Nessuna si è mai potuta lamentare di Romeo, ma nemmeno io sono fatto d’acciaio. E poi che me lo dicesse chiaro. L’ho mandata alla quattro. Anche avesse voluto non ne avevo proprio più, anche fosse stata veramente la Luana. Ma doveva arrivare appena ero arrivato. Prima che mi lasciassi stregare dagli occhi che la vera Luana mi faceva da aprile. Ché sono fiacco come lo straccio che passo sui parabrezza.
Così mi dico “Romeo… Romeo… ma cosa ci fai tu alle donne”? Che mi piace anche di più quando me lo dicono anche al bar. Ma magari lei voleva veramente solo che le guardassi le candele. Certo che le gambe, e poi tutto il quanto, era un più bello guardare. E poi uno è uomo perché è uomo. E se c’è da guardare io guardo. Che male faccio? E se serve pure commento. Nessuna se n’è mai avuta a male. S’è potuta lagnare.
Mi sa che anche lei sta andando al mare. Peccato che sia solo arrivata dopo, troppo tardi. Ché Romeo è come Toscanini, non concede il bis. Una volta forse, ma comunque dopo un chinotto e almeno due ore di pausa. Per ricaricare la batteria. Tranne che non sia ubriaco e non poco. Ché me ne devo bere tanto. Solo che poi, il giorno dopo, sono pieno d’acidità nello stomaco, ho un cerchio alla testa e, quel ch’è peggio, non mi ricordo un fico. Lo so perché me l’hanno detto e mi sono trovato lì tutto arrossato.
Meglio non pensarci più ché le ombre si stanno facendo lunghe. Prendo la motoretta e vado. Ci vediamo.

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Tricolore

sessantaseiesimo


Foto del quadro di Pizzinato sulla resistenza a Venezia del1952 (Olio su tela cm. 147,5×197)

La mia Resistenza è PARTIGIANA

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Foto di Franca giovane figlia dei fioriUn po’ mi sembrava bello e romantico dedicartela, amore mio, ora che ho finito di raccontarti le quattro storie di Don Backy e ho ricominciato. Un po’ te la sei scelta da te quando ce l’hanno ricordata per televisione. E Te la meriti per avermi innamorato allora e poi di nuovo ancora e per continuare a farlo ogni giorno. Gino Paoli è sempre un ottimo testimonial per qualsiasi coppia innamorata. Sicuramente mi offrirà altre occasioni per mettere musica da ascoltare assieme e con gli amici. Nonostante tutto il mondo è un posto migliore con la musica.

Gino Paoli: E mi innamorerai

Per avere un sorriso da te
Io non lo so cosa farei
Un sorriso per far compagnia
A questa mia malinconia
Un sorriso appena accennato
Come di un bimbo ch’è appena nato
Un sorriso ch’è sempre lo stesso
Da quando sei nata ad adesso
E m’innamorerai e t’innamorerò
Tu con la tua allegria
Io con la mia malinconia
E m’innamorerai e t’innamorerò
Ci sono malattie inevitabili
Per avere un sorriso da te
Io non lo so cosa farei
Per vedere un mondo che sia
Vestito con la tua allegria
So che dentro il tuo amore
Io entro come un naufrago
In punta di piedi
Per sentire quello che tu senti
Per vedere quel che tu vedi
E m’innamorerai
E t’innamorerò
Tu con la tua allegria
Io con la mia malinconia
E m’innamorerai
E t’innamorerò
Ci sono malattie inevitabili
E m’innamorerai e t’innamorerò
Ci sono malattie inevitabili
E m’innamorerai e t’innamorerò
Ci sono storie inevitabili
Per avere un sorriso da te
Io non lo so cosa farei

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