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Archive for aprile 2011

Spartito, flauto traverso e rosaAnche questo mese alla fine del mese finisce un mese e domenica è un altro mese, così come un altro giorno. E domenica, cioè domani, è anche il (primo) MAGGIO. Domani sarebbe brutto parlare di un amore privato. E’ così che anche questa settimana mi trovo ad anticipare la canzone d’amore che da tempo ti dedico per ogni domenica. E diventa nuovamente una canzone per il WeekEnd. E per oggi ho scelto, tra le canzoni di Sergio Endrigo, una canzone del lontano 1962: Io che amo solo te. Una scelta che avremmo potuto anche fare assieme perché è una di quelle canzoni. Penso non serva aggiungere altro. La dedico a te e a tutte le persone che hanno fatto quell’incontro meraviglioso che si chiama amore.
Sergio Endrigo: Io che amo solo te

C’è gente che ha avuto mille cose
Tutto il bene, tutto il male del mondo
Io ho avuto solo te
E non ti perderò, non ti lascerò
Per cercare nuove avventure
C’è gente che ama mille cose
E si perde per le strade del mondo
Io che amo solo te
Io mi fermerò e ti regalerò
Quel che resta della mia gioventù

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Foto di Samuele BersaniCara mica di penna e di vita
per quanto ci siamo detti al di fuori e al di dentro di qua aggiungo ancora una canzone di Samuele Bersani. Spero ti piaccia e di far piacere a chi passa come fa piacere a me riascoltarla, questa: Giudizi universali.

Foto di Enzo JannacciIn coda aggiungo come Post Scriptum 6 minuti all’alba di Enzo Jannacci che avevo già inserito in questo vecchio post del 7 agosto 2008 dal titolo: Guerra e miseria. Il post comprendeva anche l’altra canzone di Jannacci di cui abbiamo parlato: Soldato Nencini.

Samuele Bersani: Giudizi universali

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
complicare il pane
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l’aquilone, togli la ragione e lasciami sognare, lasciami
sognare in pace
Liberi com’eravamo ieri, dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e andare fuori come Mastroianni
anni fa,
come la voce guida la pubblicità
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già
Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
calpestare il cuore
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini
per scivolare meglio sopra l’odio
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più…
Vuoti di memoria, non c’è posto per tenere insieme tutte le
puntate di una storia
piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l’aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace
Libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi
adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
come Mastroianni anni fa, sono una nuvola, fra poco pioverà
e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più, non ci sei più, non ci sei.

P.S.


Sei minuti all’alba: el gh’è gnanca ciàr
sei minuti all’alba: il prete è pronto già;
l’è giamò mess’ura ch’el va dree a parlà…
glie l’ho detto: “Padre, debún, mi hoo giamò pregà!”
Nella cella accanto cantenn ‘na cansún…
sì, ma non è il momento! Onn pu d’educasiún!
Mi anca piangiaria, il groppo è pronto già.
Piangere. Doaccordo, perchè m’hann de fucilà:
Vott setémber sunt scapaa, ho finì de faa el suldaa.
Al paìs mi sunt turnà: “disertore” m’hann ciamaa!
De sul treno caregà, n’altra volta sunt scapaa:
in montagna sono andato, ma l’altrier
coi ribelli m’hann ciapaa!
Entra un ufficiale; m’offre da fümà…
“Grazie, ma non fumo prima di mangià”
Fa la faccia offesa… mi tocca di accettar.
Le manette ai polsi son già… e quei là vann dree a cantà!
E strascino i piedi, e mi sento mal…
sei minuti all’alba! Dio, cume l’è ciàr!
Tocca farsi forza: ci vuole un bel final!
Dai, allunga il passo, perchè ci vuole dignità!
Vott setémber sunt scapaa, ho finì de faa el suldaa.
Al paìs mi sunt turnà: “disertore” m’hann ciamaa!
De sul treno caregà, n’altra volta sunt scapaa:
in montagna sono andato, ma l’altrier
coi ribelli m’hann ciapaa!

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Foto colori di ragazza annoiataLivia era una donna come le altre, come tutte. Ogni domenica mattina, e tutte le altre feste comandate, si recava a messa perché fin da piccola alla domenica si andava alla messa. A scuola era sempre andata così, senza infamia e senza lode. Crescendo si era sentita dire che era carina, ma non aveva un’opinione propria. In verità non si piaceva completamente. Avrebbe voluto essere un po’ più alta, magari riempire un poco di più il reggiseno. Nonostante tutto aveva avuto la sua vita normale e serena.
Si era sposata con Matteo perché era un ragazzo serio e un buon partito. Anche se era più vecchio e se il cuore le batteva per un compagno di classe: Efrem. Quando parlava con Efrem, non sapeva perché, ma provava quello strano scombussolamento in tutto il corpo che chiamano così. Perfino quando ne parlava, di Efrem, ma quei tempi erano scappati in fretta. Non si vive di sogni o di ricordi e lei non aveva molti ricordi da ricordare. E poi i doveri della casa l’avevano assorbita subito.
In realtà, come ogni donna che si rispetti, Matteo era stato il suo primo uomo. E non poteva dire che fosse stato bello, ma lui aveva mostrato comprensione e forse aveva messo troppa attesa ed era troppo nervosa. S’era sposata in bianco con ottantasei invitati perché la zia Adriana aveva avuto una colica la sera prima e i parenti di Torino erano riusciti a trovare la scusa buona. Così avevano trovato un appartamentino coccolo in affitto per stare assieme, non troppo distante dai suoi. Per arredarlo aveva lasciato fare a lui. Avevano deciso di avere il loro primo bambino per far contente le nonne. Lo avevano chiamato Antonio come il nonno e Giulio come l’altro nonno. Antongiulio era stato un bambino problematico fin da subito. Era nato con il cesareo, ma lei aveva pensato che era meglio perché rendeva ancora più importante il miracolo della vita.
Quando Matteo tornava a casa correva ad accoglierlo con un piccolo bacio, povero caro, come ogni moglie che si rispetti. Lui si accomodava nella poltrona e lei gli portava le ciabatte ed il telecomando. Dopo era tranquilla e poteva dedicarsi a finire di far cena; a lui piaceva mangiare bene e anche un buon bicchiere di vino. Spesso si addormentava stanco davanti a quella televisione mentre lei finiva di lavare i piatti. Cercava di fare piano per non svegliarlo perché lui era infastidito quando lo si svegliava. Avrebbe voluto essergli più vicina, ma non sapeva nulla di calcio.
Lui era buono con lei, lo aveva visto alterarsi solo quando parlava di politica. Anche di quella lei non capiva molto. Gli succedeva davanti al telegiornale e qualche volta quando avevano compagnia. Solo quella volta si era alterato con lei ed erano stati un paio di giorni senza parlarsi. Poi tutto era naturalmente passato. Però non le piaceva quando aveva quegli occhi lì.
Ricevevano raramente delle visite ed erano quasi tutti amici o colleghi del marito. Le conosceva poco quelle persone e si trovava in imbarazzo e non sapeva cosa dire. Perdipiù erano quasi sempre uomini. E se ne stavano in sala a fare i loro discorsi da uomini. Per fortuna aveva il suo rifugio: la cucina. Ed era diventata brava, spesso le facevano i complimenti, per il mangiare.
Non capiva perché lui, Matteo, a volte diventava ombroso, non le sembrava di aver commesso nulla e se ne rimaneva col dubbio. Forse era geloso e sapeva, lei, perché sempre stato così, che non c’è amore senza almeno un po’ di gelosia. Ma cosa poteva fare se scherzavano, come anche quel Tommaso? Lei non faceva certo nulla per incoraggiarli. Anzi spesso era spettinata, col suo grembiule e odorava del cibo. Gli uomini sono fatti così.
Nonostante questi piccoli contrattempi le loro vite scorrevano felici, anche se qualche volta lei aveva desiderato che il venerdì lui se ne scordasse; non ne avesse voglia. Il sabato lo lasciava riposare fino a tardi, come piaceva a lui. Andava al mercato e i nonni l’aiutavano tenendole Antongiulio; quella piccola peste. Lo tenevano giusto il tempo del mercato ma poi lo trovava spesso accaldato, col rischio che si prendesse un accidente. Loro si lagnavano, non per farle pesare la cosa, ma perché gli anziani son fatti così, comunque a lei un po’ pesava. Ma non si potevano permettere che restasse a casa.
La domenica lui aveva la partita e così lei poteva dedicarsi a mettere in ordine e fare la lavatrice, perché lui ci teneva all’ordine ma non era proprio quello che si può dire ordinato. E c’era tutto il resto da fare e da stirare perché lui si cambiava di camicia tutti i giorni e, col caldo, anche due volte. Ed era anche un vero esperto nel macchiarsi, come se non bastasse il piccolo.
Ma da quella sera si sentiva a disagio, in colpa. All’ora di uscire aveva telefonato alla madre per sistemare Antongiulio. Le aveva detto che doveva fermarsi un’altra ora in ufficio. Invece s’era presa quell’ora tutta per sé. Matteo aveva una riunione organizzativa o qualcosa del genere. Le aveva detto di nemmeno aspettarlo. L’ora si era allungata anche di più. Era andata a bighellonare e per negozi. Aveva trovato un ombretto che era un vero amore. Poi aveva incontrato Elvira e s’erano fermate a parlare. Elvira non piaceva ai suoi e nemmeno a Matteo, ma a lei non dispiaceva. Ci si trovava bene a chiacchierare e a prendere un caffè. Il tempo era proprio volato.
Si sentiva stupida ma sapeva di aver tradito il marito e la sua fiducia. Di aver approfittato della disponibilità dei suoi. Si ripeteva che non avrebbe dovuto farlo e che non l’avrebbe rifatto. Eppure le veniva una sorta di malinconia. E a pensarci il pensiero di quell’ora le procurava vergogna ma era un pensiero piacevole. Nonostante gli sforzi non riusciva a scacciarlo. E aveva ancora impresse negli occhi le scarpe che aveva visto con quel tacco altissimo e sottilissimo. Era una vita che non andava a vedere un bel film, uno di quei bei film d’amore.

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tazzina di caffèPortate pazienza che poi scoprirete di aver usato il vostro tempo per niente. Vi ho mai parlato di Follo? Nemmeno da noi mancano, naturalmente, personaggi singolari, fuori dal comune, veri campioni e ineguagliabili millantatori. Follo non era certo da meno. Naturalmente Follo non era il suo vero nome. Ormai nessuno se ne va più in giro senza nascondere la vergogna del proprio nome. Per raccontarne la storia ci vorrebbe non un romanzo ma un tomo ampio come tutta l’enciclopedia russa. Solo per spiegare l’origine di quel Follo avremmo bisogno di giorni e notti che non abbiamo. C’è chi sostiene che vada scritto con una elle e chi assicura che gli è stato sottratta una i. E chi ancora giura che gli hanno rubato una erre. Dobbiamo accontentarci di prenderlo così anche perché alla storia avrebbe poco da aggiungere.
Quando era nato gli avevano messo il nome di … beh! non potrete andare a dire di averlo saputo da me o da qualsiasi intercettazione. E poi tutto in lui ha odore di leggenda. Fin dall’inizio, ma non possiamo che andare per grandi linee e ricordare solo pochi tratti essenziali. Il nome era quello della madre ma durò non più di un paio d’ore. Fu tragicamente storpiato da un errore al momento dell’iscrizione all’ufficio anagrafe. Poi dalla trascrizione sullo stato famiglia. Poi cambiò perché la brava donna trovò un gonzo che riconobbe il pargolo. Fu chiamato anche figliodibuonadonna. In seguito subì un’altra serie di catastrofiche mutazioni per adattarlo al dialetto. In rapida successione fu alterato dalla tacita legge che regola i consueti diminutivi e vezzeggiativi. Di nome in nome ci fu anche un periodo in cui il nostro ebbe dei seri problemi di identità perché persino lui rischiava di firmarsi con un nome scaduto. Alla fine, non ci dilunghiamo oltre, diventò solo Follo, e poi Follo & co., ma a questo arriveremo. Fu per la conquista di una sorta di onorificenza sul campo, tanto meritata quanto improvvisa e inaspettata: la notorietà.
Ma già prima Follo era il re della testimonianza. Cardine delle difese più inattaccabili. Certezza delle assoluzioni meno probabili. Il passepartout giudiziario. Non è la celebrità a fare il vero uomo. E aveva innalzato l’arte dell’alibi a vette inarrivabili, siderali. Riusciva a dimostrare la sua presenza fino a diciassette posti diversi contemporaneamente. E sempre a beneficio dell’accusato, anche se reo confesso. E in ognuno spaccava il secondo. Questo gli aveva attirato gli strali della corporazione degli orologiai. E una lunga sequela giornaliera di denunce. Ma non si fermava a questo. Se solo non poteva dimostrare l’innocenza dell’indiziato attraverso testimonianza diretta e in loco la sua attenta analisi degli elementi trovava sempre, nelle pieghe delle cose, la verifica delle conclusioni a cui qualsiasi mente fine sarebbe arrivata e a cui era già giunta la difesa. La prova provata del vero svolgimento degli eventi quasi sempre faziosamente ignorata dall’accusa. Un suo famoso motto recitava che “bisogna seguire tutte le piste, anche le più piccole, e, se serve, anche di più. Poi è tutto là, basta volerlo vedere”. In privato sottovoce aggiungeva che “se non sono vere basta lo sappiano apparire o siano attendibili; oggi”.
A volte riusciva a sostenere tesi che potevano apparire assurde, ma in un mondo di creduloni sapeva che anche il paradosso può essere servito su d’un piatto di porcellana e sbocconcellato con un buon vino bianco fresco. Così asseriva lui anche se non s’è mai capito altro che sonava bene. E poi esiste veramente qualcosa di incredibile quando c’è la fede? E lui aveva fatto dell’arte dello scagionare la persona una vera religione. Anche se il suo officio era ben più d’un confessionale.
Le sue testimonianze non avevano prezzo, ma lui teneva a cuore la sorte, e le condizioni economiche, del cliente. Come detto non lo faceva solo per vile interesse, la sua era una questione di principio. Di giusta causa. Una lotta contro tutto e tutti, soprattutto contro la logica facile e sussiegosa. E la imperante politica del sospetto. Non si arrendeva mai proprio perché per lui non c’era ragione bastante. E una persona era comunque innocente anche quando era stata provata la sua colpevolezza. Naturalmente purché sua cliente. Insisteva che nessuno può leggere il disegno divino e non scendeva a precisare altro. Perché era ormai di pubblico dominio che le persone che si rivolgevano a lui non potevano essere colpevoli poiché c’era una verità comune e la verità di Follo, detta anche verità supplente. Ci sarebbe una intera filosofia da esporre per erudire sulla verità supplente ma le tecniche di difesa devono mantenere un loro margine residuale di segreto e di seduzione. Qui dobbiamo attenerci ai fatti nudi e crudi e per quelli nudi basta ricordare che, come accennato, Follo divenne veramente Follo solo in seguito alla notorietà, dopo il noto fatto di sangue passato alle cronache come “Il venerdì al sangue”. Certo grazie anche alle inchieste sull’atto delittuoso della tivù locale TeleMorbo702 e la Gazzetta del Pavese quale fu lo sterminio della famiglia Vani. Il marito e il suocero e i sette figli erano stati ammazzati nottetempo mediante taglio della gola con i coltelli da cucina che erano stati ritrovati insanguinati sul tavolo della stessa cucina. Dell’omicidio, definito scorrettamente sterminio, fu accusata la moglie dell’uomo, se non ricordo male di nome faceva Elena Nottetempo, che era stata trovata sulla scena, cioè in casa.
Per quel nome di donna furono fatte le più strampalate congetture. Nonostante la gentilezza e generosità della povera signora per quell’ora Follo non poteva che confermare di trovarsi all’estero per un corso del mossad come aveva dichiarato in altro processo, questo per calunnia e dalla parte del calunniatore. Non sapeva darsi pace per quello. Allora si mise di buzzo buono a studiarsi tutte le prove e i risultati dei vari Ris; e persino quelli di CSI Belvedere-Piazza Dante. Si riguardò tutta la serie del tenente Colombo e altro materiale utile a quell’indagine. Alla fine era arrivato a quella verità che nessuno aveva voluto vedere per la solita ottusa cecità. Certo sopravviveva e resisteva di quella logica ancora uno sparuto gruppo, invero di giorno in giorno meno numeroso, di fanatici. Frollo non se ne curava: erano gli ormai noti soliti comunisti. Ricordo che si era allora appena all’inizio della scoperta che il comunismo era una malattia virale che si poteva trasmettere anche solo attraverso la saliva del parlare, ovvero per via aerea. E nemmeno era iniziata la grande crisi dell’agricoltura che passò alla storia come l’estate della peronospora assassina, che colpì indifferentemente le nostre viti e patate, pertanto non si conosceva la pericolosità e l’origine delle larve comuniste. Sembra la preistoria ma non è passato che qualche anno. Diciamo che eravamo in pieno medioevo delle indagini giudiziarie; la famosa epoca di mezzo.
C’è da aggiungere che dopo le inchieste sulla situazione del nostro servizio di Opg, ovvero il degrado in cui si trovava l’intera struttura degli ospedali psichiatrici giudiziari, nessun addetto ai lavori né avvocato degno di tale nome avrebbe più potuto invocare per il proprio difeso, rischio la condanna a vita, l’infermità di mente. Che poi, sosteneva lui, l’infermità ha senso relativamente al momento e ha sempre una sua scadenza. Chi non ha, di questi tempi, momenti in cui c’è e non c’è? E’ umanamente impossibile una stabilità eterna. Anche per questioni di stress, genetiche e di consumo. La mente, come il fisico, è come una macchina e come una macchina è soggetta a bizzarre quanto imprevedibili avarie. Vi è mai capitato che all’arrivo del meccanico quella riprenda istantaneamente a funzionare? Pensate anche alla televisione. Pertanto non restavano all’avvocato vie di mezzo, o l’assoluzione o l’assoluzione; o l’espatrio. Ma Frollo era in grado di presentare un numero esponenziale all’infinito di attestazioni, comprese quelle legate alla propria esperienza diretta.
Anche se la donna onesta, ancor bella per la sua età e quello che aveva dovuto subite, non aveva millantato nessun parentela importante di stato estero, e proprio per questo, quella era divenuta per il nostro una battaglia di civiltà in cui impegnarsi anima e corpo. Magari anima e corpo proprio no! visto che il Follo come unico difetto aveva sempre avuto quello di essere credente solo in pubblico, ma con tutte le forze questo sì. E allo stesso modo con tutto il corpo. L’uomo sembrava possedere grandi energie ed era lodato non solo per le sue capacità come legale. Dopo aver conosciuto, e come, l’accusata Follo aveva allora appena iniziato a progettare la sua famosa strategia della “testimonianza anticipata”. Fu così in grado di tranquillizzare fin da subito la signora. Si trattava di sostenere inconfutabilmente che essendo stato presente dopo e a lungo era equivalente all’essere presente prima e al momento. Solo una mente fina come la sua poteva raggiungere una vetta di tanto sottile e arguta argomentazione. E’ di poco successiva la sua conclusione che il tempo è tempo, ed inesorabile, solo se decidiamo di lasciarlo trascorrere, ma diversamente si può leggere come una sorta di fermo immagine dove tutto resta immobile come al momento del fatto. Non sono certo di aver compreso appieno una deduzione tanto raffinata, né di avere le capacità di saperla delucidare. Dobbiamo ammettere che davanti ai termini tecnici non possiamo che toglierci tanto di cappello e accettarli in quanto tali.
Ma Follo sapeva fin dal primo sguardo alle carte e dentro il reggiseno della donna di essere dinnanzi ad un vero e proprio fumus persecutionis, formula che fu coniata proprio apposta in quel caso. E portò talmente tante prove a discarico e a sostegno della sua ricostruzione che gli furono passate per buone anche le più dubbie per sfinimento. Faremo cenno solo ad alcune delle stesse. Argomentò come l’amore incondizionato dell’imputata per le persone, compreso il figlio maggiore talmente antipatico da sempre da schifare persino lo specchio, ne facessero un raro esempio di virtù. Come quella virtù, cioè il suo amore per gli altri, fosse universalmente apprezzato. E come la donna fosse sempre la prima nelle opere di carità anche se non sempre generosa durante le questue. Ma quest’ultima affermazione era tutta da dimostrare perché quando era stata la presidentessa dell’Opera Aiuto Madri Disoneste era riuscita a riempire la cassa della onlus come mai era stato. Se poi, una notte, la cassa fu trovata scassata e inaridita, cioè vuota, ci sembra fatto non rilevante e certamente non imputabile all’emerita presidentessa. Ma la forza delle argomentazioni prodotte sul caso specifico era ben altra.
Nel momento preciso delle morti, che si sospettano autoinferte, come dimostrato con estrema precisione dall’esperto di parte, proprio in quei tredici minuti che era durato il dramma, più il tempo del tragitto, l’innocente donna si era assentata per recarsi da don Giuseppe Calamità. Certo non si spiegava come chi era morto per primo avesse trovato poi la forza per sferrare l’ultimo colpo, ma nemmeno le ciambelle risultano tutte col buco uguale e c’è sempre un margine approssimativo ad ogni verità, non per questo quella verità smette di essere la verità. Lo stesso don Giuseppe Calamità non poteva negare la presenza della donna presso la sacrestia della sua piccola pieve. La faziosità del giudice provò a ipotizzare che il povero prete fosse per più ragioni ricattabile ma non riuscì a provare la sua fantasiosa tesi. Falso risultava essere che tra i due potesse verificarsi una relazione in quanto detto don Giuseppe, che risultava parroco padre confessore della stessa, mostrava particolare ed evidente debolezza per quelle più giovani, per dirla tutta anche per i chierichetti, praticava lo yoga e, a tagliare la testa al toro, si fa per dire, risultava essere l’unico uomo ad avere le sue cose. Quella di Elena era, e non poteva essere diversamente, una semplice visita di cortesia confermata dal fatto che l’uomo, che eccezionalmente le aveva ventisette giorni al mese, fosse a quell’ora indisposto. Con un gesto teatrale a sorpresa fu esibita in tribunale, da parte dell’avvocato Follo, la prova insanguinata. Questo faceva sì che venisse a mancare clamorosamente anche il benché minimo movente.
Inoltre la donna, accusata ingiustamente, non poteva avere un beneficio economico da quelle morti in quanto aveva anticipatamente provveduto, con piccoli e accurati risparmi, a prepararsi un futuro di benessere se non di più. Nel suo conto risultavano circa ventisette milioni di euro tra risparmi sulla spesa alimentare e sul vestire, detratte naturalmente le spese legali, ché si era privata di tutto il superfluo. Non possedeva nessuna indole vendicativa e aveva già perdonato ogni tradimento e maltrattamento confermato da quanto asserito in precedenza sulla natura amorevole della moglie e mamma verso tutta l’umanità vivente. Ed era anche una convinta credente, da sfiorare il bigottismo, e vera federalista e pacifista, non come quelli che ancor oggi parlano di pace e seminano l’odio. Ripetiamo come lei seminasse, e ampiamente, l’amore.
Quei coltelli li aveva toccati solo per riporli, ecco il perché delle impronte digitali riscontrate, in quanto soffriva di una grave forma di allergia, talmente sofisticata che nemmeno i più accurati esami con tutta la scienza moderna potevano riscontrare, ai lavori domestici e aveva le unghie smaltate e fragili ed aveva una forma maniacale per l’ordine. Mai avrebbe sopportato di veder lasciare quei coltelli fuori dal loro posto e addirittura addosso ai suoi cari. Se non bastasse mani e arti, nati per dare serenità e amore, non erano adatti a sforzi violenti, pertanto non poteva aver inferto tagli di cotanta decisa e criminale ferocia. Ancora i coltelli erano stati comprati da un cinese poi rimpatriato poiché si trattava di un immigrato clandestino erroneamente regolarizzato. La donna portava le lenti a contatto e i movimenti rapidi avrebbero rischiato di fargliele cadere, nel quel caso sarebbero state facilmente trovate nel luogo del crimine. Al momento portava tacchi a spillo che le avrebbero impedito di fare tutto in quel breve tempo, e ricordiamo che la scena che si era presentata ai carabinieri immediatamente accorsi sul posto appariva come quella di una vera e propria carneficina.
Ribadiamo come la sua crociata per la verità fosse scevra da qualsiasi interesse di convenienza e plebeo, ancor più in questo caso preso in esame. Inoltre quando lui presentò la parcella anche lei presentò la sua e quella della donna era molto più elevata. Non gli fu difficile però concordare con la signora Nottetempo, che nel frattempo da solo Elena era diventata zuccherino, anche se in preda alla delusione, come aveva confidato soltanto ai suoi più intimi, perché aveva pensato si trattasse solo di vera passione. Qualcuno sostiene che fu l’ultimo sentimento ed emozione che macchiò la reputazione del nostro. A farla breve alla fine, con sorpresa di tutti e degli organi di informazione, la donna fu dichiarata innocente per insufficienza di prove. E persino il giudice si complimentò con lei baciandola calorosamente. Ma questo fu solo il primo dei casi più famosi ed eclatanti che raggiunsero la gloria e la notorietà nazionale che videro come protagonista il nostro eroe. Ora scusate ma vi devo lasciare, ci sentiamo in un altro momento, ché mia moglie chiama che è pronta la cena.

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La pagina di aprile di un calendarioQuesta è una storia non storia. Come un calendario senza giorni. E a proposito di giorni vorrei parlare di quei giorni. Ci sono giorni in cui tenersi alla larga è questione di sopravvivenza. Ci sono giorni in cui meglio “salvasela la vita”.
Uno di questi giorni è quando Marta fa le valigie. Che io mica la capisco tanta tensione per un weekend di pasqua al mare. Che neanche per un trasloco e invece sono solo quattro giorni al mare.
Si sa come sono le donne: quando c’è un viaggio da fare, e una valigia da preparare, diventano intrattabili. E’ fisiologico; una legge naturale. E poi per le donne il tempo è un valore relativo, che non è. Quattro giorni e tutta la vita sembrano durare lo stesso.
Quando ho finito di sacramentare io, che non amo farmi massacrare, prendo la porta e taglio. Per fortuna riesco sempre a trovare una scusa. Per fortuna lei se le beve facilmente anche se un po’ borbotta e la cosa non potrà durare all’infinito.
Stavolta le ho raccontato che avevo da fare con una miss che aveva sbiellato. Allo stesso prezzo ho esagerato e le ho parlato di una carrozzeria rosso fiammante metallizzata. Come mi vengono certe idee? Fosse stata una utilitaria sarebbe valsa lo stesso, ma avrei fatto una figura meschina. Con rischio che s’inventasse che una così poteva aspettare.
Comunque non fanno più le macchine di una volta. Quelle di oggi muoiono prima ancora di ammalarsi, o le cambi perché sono anche dure a morire. Pare non abbiano più né bielle né pistoni. E quando faranno quelle elettriche chissà cosa ci metteranno dentro. Pasta di grano duro? Vogliono la morte di tutti noi meccanici. E nemmeno si capisce se la colpa è dei sindacati o delle fabbriche o della congiunzione astrale. “Che dio se li pigli”!
Sono passato prima da Dario che è di strada. Mi son fatto uno spritz e due parole, poi sono andato da me. Così mi sono chiuso dentro tranquillo. Ho buttato un occhio alle bolle e le fatture. Aspettare aiuta la creatività. Poi mi son messo tranquillo tutto per la Luana del mese. Aprile, dolce dormire, ma con lei a tutto puoi pensare tranne a quello. Se c’è una cosa che mi fa impazzire sono le donne.
Io e lei da soli; finalmente. Lei mica ha pudore se ci sono. Io lì a guardala emozionato. Lei lì a guardarmi. A sorridermi. Ad ammiccare proprio a me. Una intesa perfetta. Sono costretto persino, in qualche attimo, a pensare ad altro. Alla fine mi ci vuole la sigaretta e non sarebbe male nemmeno un caffè. Magari dopo. Tornando.
Certo che farlo con la Luana è tutta un’altra storia. Anche se lei resta lì impassibile attaccata al muro. Ché è di quelle fortunate. Quando una nasce con un nome così fa prima a diventare famosa. Se non è culo quello; beh! a proposito di quello non ne ho mai visto uno di simile; nemmeno in certi mesi di agosto. Nemmeno in quelli dell’edizione americana. Che nemmeno la Pamela dei tempi d’oro.
A me solo il nome Luana mi fa impazzire. E venire le voglie. Mi mette le bave. Che a volte ci penso alla Luana quando sono con Marta e ci riesce meglio. Ma mica glielo dico.
Insomma fatto quello che dovevo fare e letta la gazzetta metto un po’ apposto che non è ancora ora. Ho fatto una previsione di ore quattro, ma è meglio un cinino abbondare che se la trovo ancora coi preparativi è stato tutto inutile. O anche mi vada bene mi mette a stare dietro alla piccolina. E quella tutto sa fare tranne che stare ferma. Che ascoltare.
Ho fatto tutto con tanta calma che rischio di essere in ritardo. Prima di tornare mi sporco le mani d’olio perché si sa mai, comincia come un sospetto, magari un’amica che ti mette una pulce in un orecchio, e non si sa dove va a finire. Se dovessi ascoltare i pettegolezzi cosa sarei andato a immaginare a proposito di Adalberto.
Sono sulla porta e si ferma una nuova fiammante. Scende una che è sputata e … insomma uguale alla mia Luana. Gira intorno alla macchina e mi potrebbe anche girare la testata. Le ho anche chiesto: “Ma lei come Ti chiami”? E non ci volevo credere quando mi ha detto Mariarosa. Ché un nome che non lo vorrebbe nemmeno una cameriera di un autogrill. Eppure giuro che parevano la stessa cosa. Anche gli stessi minishort, o come diavolo si scrivono, che aveva il mese scorso e ci aveva anche le sue belle allegre guanciotte bene in mostra, e le stesse gambe lunghe. Ma sono stato chiaro: “Se vuole le faccio benzina, ma sto chiudendo.” ché ormai andavo di fretta.
Lei, con quello stesso sorriso di dicembre e che mi fa dare di matto, e un dito tra le labbra, mi ha chiesto “Con quale pompa”? Nessuna si è mai potuta lamentare di Romeo, ma nemmeno io sono fatto d’acciaio. E poi che me lo dicesse chiaro. L’ho mandata alla quattro. Anche avesse voluto non ne avevo proprio più, anche fosse stata veramente la Luana. Ma doveva arrivare appena ero arrivato. Prima che mi lasciassi stregare dagli occhi che la vera Luana mi faceva da aprile. Ché sono fiacco come lo straccio che passo sui parabrezza.
Così mi dico “Romeo… Romeo… ma cosa ci fai tu alle donne”? Che mi piace anche di più quando me lo dicono anche al bar. Ma magari lei voleva veramente solo che le guardassi le candele. Certo che le gambe, e poi tutto il quanto, era un più bello guardare. E poi uno è uomo perché è uomo. E se c’è da guardare io guardo. Che male faccio? E se serve pure commento. Nessuna se n’è mai avuta a male. S’è potuta lagnare.
Mi sa che anche lei sta andando al mare. Peccato che sia solo arrivata dopo, troppo tardi. Ché Romeo è come Toscanini, non concede il bis. Una volta forse, ma comunque dopo un chinotto e almeno due ore di pausa. Per ricaricare la batteria. Tranne che non sia ubriaco e non poco. Ché me ne devo bere tanto. Solo che poi, il giorno dopo, sono pieno d’acidità nello stomaco, ho un cerchio alla testa e, quel ch’è peggio, non mi ricordo un fico. Lo so perché me l’hanno detto e mi sono trovato lì tutto arrossato.
Meglio non pensarci più ché le ombre si stanno facendo lunghe. Prendo la motoretta e vado. Ci vediamo.

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Tricolore

sessantaseiesimo


Foto del quadro di Pizzinato sulla resistenza a Venezia del1952 (Olio su tela cm. 147,5×197)

La mia Resistenza è PARTIGIANA

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Foto di Franca giovane figlia dei fioriUn po’ mi sembrava bello e romantico dedicartela, amore mio, ora che ho finito di raccontarti le quattro storie di Don Backy e ho ricominciato. Un po’ te la sei scelta da te quando ce l’hanno ricordata per televisione. E Te la meriti per avermi innamorato allora e poi di nuovo ancora e per continuare a farlo ogni giorno. Gino Paoli è sempre un ottimo testimonial per qualsiasi coppia innamorata. Sicuramente mi offrirà altre occasioni per mettere musica da ascoltare assieme e con gli amici. Nonostante tutto il mondo è un posto migliore con la musica.

Gino Paoli: E mi innamorerai

Per avere un sorriso da te
Io non lo so cosa farei
Un sorriso per far compagnia
A questa mia malinconia
Un sorriso appena accennato
Come di un bimbo ch’è appena nato
Un sorriso ch’è sempre lo stesso
Da quando sei nata ad adesso
E m’innamorerai e t’innamorerò
Tu con la tua allegria
Io con la mia malinconia
E m’innamorerai e t’innamorerò
Ci sono malattie inevitabili
Per avere un sorriso da te
Io non lo so cosa farei
Per vedere un mondo che sia
Vestito con la tua allegria
So che dentro il tuo amore
Io entro come un naufrago
In punta di piedi
Per sentire quello che tu senti
Per vedere quel che tu vedi
E m’innamorerai
E t’innamorerò
Tu con la tua allegria
Io con la mia malinconia
E m’innamorerai
E t’innamorerò
Ci sono malattie inevitabili
E m’innamorerai e t’innamorerò
Ci sono malattie inevitabili
E m’innamorerai e t’innamorerò
Ci sono storie inevitabili
Per avere un sorriso da te
Io non lo so cosa farei

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Commento giunto da CRISTINA alla poesia Perdono Hiroshima
Foto BN del grande poeta Eugen JebeleanuIl 24 aprile ricorre il centenario della nascita del grande poeta romeno Eugen Jebeleanu. Questa è una sua poesia che ho letto infinite volte!

“Vorrei dirti delle cose che non conosci
e cose che già conosci,
cose che conosci
come un braccialetto che avvolge la tua mano e la mia mano.
E vorrei
dirti delle cose che non sai,
dai giorni che nasceranno argentei.
Le cose che conosci
sono come i viadotti
coi polpacci ben fissati in terra
e le altre sono come frutta mai vista
con misteriose foglie di vento.
Se rimanessi immobile
saresti una statua dal sorriso divino.
Muovi, ti prego, le saette degli occhi un poco.”

Perpetuum mobileEugen Jebeleanu

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Disegno di due mani che si disegnanoPorta il caffè e si siede sul divano accanto a me e, con voce mesta, comincia a raccontarmi delle sue cose. E delle disgrazie di Simone che sono anche le sue. Le scivolano le ciabatte dai piedi; le rimette. Fuma pigramente. “Quanti”? Fuori la giornata non è delle migliori, pioviggina. Non ci sono mai stati problemi tra noi. Nel mentre sorseggia la bevanda calda mi spiega che va di male in peggio. “A volte vorrei mollare tutto. Forse dovremmo”. Mi chiede di Marta e di Luca. Di come va con il lavoro e di come sta mia madre: “Quanti anni ha”? Passa da una cosa all’altra senza interrompersi; non lasciandomi tempo per risponderle. Spiaccica nervosamente la cicca sul posacenere. Si passa la mano sulla testa per invitarmi ad ammirare il colore che ha rifatto. Ha un vestito leggero con dei fiorellini orribili. Con la sua voce roca dice che c’è il rischio che le portino via casa; e anche il resto. “A volte vorrei poterlo fare”. Al piano di sotto il marito ha un negozio di souvenir, vecchi 45 in vinile e foto d’epoca; ci lavorano entrambi. Solo una scala divide il negozio dall’appartamento che non ha una entrata autonoma. “Si è mangiato tutto con i gratta e vinci e anche di più”. I creditori sono in fila famelici in ressa fuori dalla porta. Non ha mai avuto testa per gli affari, ma questo lo tengo per me.
Sai com’è lui”.
Un clacson che passa mi distrae dalla sua voce. Sono immerso in una sorta di assenza. Simone è un uomo dalla voce sottile ma penetrante, sempre rapido nel commento malizioso. Bello non lo è mai stato, per questo nemmeno lei, ma con le donne non ha mai mostrato di avere problemi. Parrebbe spaccare il mondo. Alto e secco, è sempre stato fatto così. Vive la vita in fretta. E sempre oltre le sue possibilità. Ci siamo conosciuti prima ancora che loro due si incontrassero. Non ho mai capito il perché ma siamo diventati amici subito. E da allora abbiamo continuato a vederci dividendo tutto o quasi tra una bisboccia e l’altra. Mi ricordo di quella volta della francese. Solo che lui non ha mai messo la testa a posto. Mi avrebbe anche chiesto di fargli da testimone, ma il quel periodo ero fuori dall’Italia per lavoro. Mi sono fregato le mani. Lei invece è sempre stata una donnetta, l’immagine della casalinga. Quelle che non hanno una loro vera opinione. Che la pensano come gli viene chiesto di pensare. Fatta apposta per stare a casa e aspettare e soffrire in silenzio. Avrei giurato che non sarebbe durata e invece sono ancora assieme.
Sai com’è lui; è così orgoglioso”.
Li conosco tanto bene che quello che non sapevo lo avevo potuto immaginare. E non è la prima volta che mi accennano, separatamente, alle loro disgrazie. Forse l’ho guardata con una sorta di compassione o forse avevo una faccia fin troppo comprensiva. So che non posso certo fare molto: quando c’è una falla inutile svuotare acqua, o si chiude il buco o la nave affonda. E’ una legge fisica, sempre valida; e loro affonderanno. Non posso più aiutarli, e nemmeno voglio farlo. Mi limito a metterle una mano amichevole e pietosa sulla spalla, a consolarla, e di sottecchi guardo annoiato l’orologio rendendomi conto che si sta facendo tardi. Forse nemmeno tardi, ma è il momento di levare le tende. Mi fa capire che si tratta di una buona sommetta, circa cinquantamila euro; o che almeno con quelli potrebbero affrontare i primi problemi; forse uscirne. Non mi pare abbastanza convinta. “Non per… questo no”… La stringo a me senza entusiasmo e senza affetto convincendomi che da questa storia non torneranno mai i cinquemila che già le ho dato quando sembrava l’unica emergenza calmare quel fornitore. Forse sapevo già prima di darglieli che li avrei persi. Per queste cose lui non trova il coraggio di parlarmi. Lui è un vincente. Avrei voglia di fumare. Il rumore del traffico scivola sulla strada ed entra dalla finestra.
No, scusa ma… mi è scivolata la mano. Non volevo”.
La guardo e la guardo per la prima volta. Guardo la mano. Come fosse cosa d’altri. Non è mai stata bella e l’età non l’ha certo aiutata. Ha intorno e da per tutto almeno una buona ventina di chili di troppo, e la pelle grassa. Occhi di un colore a cui è impossibile dare un nome. Dita che cerca di curare ma che hanno lavato troppi piatti in una vita piatta. Dita che vivono una vita propria anche quando non accompagnano i discorsi. Potrei inventarmi di crederle senza offenderla, anche per il rispetto che mi lega all’amico Simone. Le guance le sono scese ulteriormente e le si sono ingrossati i polpacci. Non assomiglia nemmeno minimamente alla donna che ho sempre sognano nonostante quegli occhi abbassati in un cenno di vergogna: “Scusa”. Avrei anche una domanda che mi prude in gola ma che riesco, anche se faticosamente, a trattenere. E’ solo noia. Una noia che ottunde in una sorta di assopimento leggero. Mi sistemo seduto. Aspetto. Non riesco proprio ad essere più presente. Ho un perché? Ha sempre avuto quegli occhi che piangono anche quando cerca di mimare una risata. E divento immobile. Ascolto. Sento il vento ed ogni più piccolo rumore. Il brusio della sua voce che lentamente smette di parlarmi. Il silenzio che entra ingombrante. Potrei persino inventare una scusa. Se solo togliesse la mano traendomi da quest’impaccio. Ormai è già troppo tardi. Andarmene sarebbe solo la questione d’un attimo; non avrei bisogno di fare nemmeno tanta fatica. Lei ormai vuole giocare a fare l’innamorata imbarazzata o la sposina recalcitrante. Non posso certo toglierle io la mano se non la toglie lei. Mi limito a stringerla un po’ di più distrattamente, senza alcun interesse. Un abbraccio di cui non mi importa d’altro. So che la cosa finirà presto. Lei si abbandona come se si svuotasse.
Alza gli occhi: “Cosa stiamo facendo”?
Mi viene di sputarle in faccia la realtà. E lo sta facendo lei. Ci sono donne che sono proprio pazze. Completamente. Pazze. Mi chiedo se ci credono. O se pensano proprio che gli si possa credere. O se non gliene frega affatto. Forse credono di doverlo fare. Che faccia parte del copione. Solo che lei è lei. Lei è Enrica. Enrica; la moglie di Simone. Proprio Enrica. L’Enrica che è sempre sembrata rispondere a tutto con un’alzata di spalle. Che sembrava vivere la sua storia d’amore. Quella che era la stessa vita che la rassegnava. E ne aveva dovute ingoiare tante con Simone. Con il suo Simone. Spesso mi ha detto “Tu non sai”. Ed è invecchiata più degli altri e prima. Credevo fosse l’ultima a potersi mettere in testa fantasie simili. Strane idee. Non ha mai avuto nulla di fatale. La trovo noiosa anche quando non parla. Non imparerò mai a conoscerle. Non conoscerò mai abbastanza le donne. Non la sto molto ad ascoltare in quella sua misera interpretazione. Lo sa benissimo cosa sta facendo eppure riesce ad arrossire anche se le si imporporano solo le orecchie. Ed è goffa. Abbassa gli occhi sulla mano e li distrae subito, ma i suoi movimenti diventano inesorabili ed io sono trascinato sotto il palmo di quella mano. Forse crede di lusingarmi. Che le dovrei essere grato. E lo fa mentre guarda un altrove che non vede.
Ma io… ma tu… ma tu… ma tu”…
Si lascia scappare delle sillabe balbettate. Dovrei fermarla? Fa per baciarmi dimenticandosi per un istante chi siamo. Inseguendo un tempo che non può trovare più. Un suo sogno. La pazzia non ha mai confini. Né l’idiozia. Quasi lo implora quel bacio. Poi lo chiede una seconda volta col doppio mento. E una terza col terzo. E una quarta con il gozzo. Ci manca altro che mi sporchi del suo rossetto. Che lasci traccia del suo capriccio. Poi, subito, allontana le labbra. Vive disperatamente il suo pentimento. Una vergogna tardiva. Sono stanco di crearmi paranoie. La sua mano che mi cammina dentro la rende solo donna. Anzi fa di lei una cosa. E nemmeno troppo allettante. Mi dice, come se le costasse una immane fatica: “No! proprio non posso. Questo no. Mi sembrerebbe troppo brutto. Di fargli… male. Scusami”. Mi sento un coglione se non fosse che la sua mano non sa star ferma e sta diventando curiosa e frenetica. Parrebbe non sapere quello che sta facendo e cosa succederà, ma lo sa anche troppo bene. A cinquantacinque anni non sono queste le cose che si possono fingere di ignorare. Non so mentire. E’ una mattana.
Cosa fai”?
Faccio quello che mi ha chiesto. Che vuole. Che mi implora. Ma non ho trovato nessuna collaborazione per quel bacio. Nessun senso di colpa. Certo nessun rimpianto. Troverei offensivo fingere l’amore. Non ne ho bisogno. Penso si possa fare senza. E sembra pensarci e pentirsi e riflettere e ripensarci. Con gli occhi e col viso fa la timida e l’impacciata e l’esitante, ma la sua mano ormai mi stringe con forza ed è decisa e disinvolta a depravata. Inesorabile. Marcia verso il burrone. Sembra importarle solo di me. E’ rigida come di legno e poi molle come di sacco. Tira fuori un seno cadente e remissivo pensando forse di spronarmi. Come ne fosse obbligata. Con lo stesso entusiasmo. Forse dovrei toccarlo e mostrarmi interessato. Forse lo vuole e se lo aspetta. Non capisco se il suo sguardo vuole essere provocante. Mi sento un verme. I suoi occhi si fanno ancora lucidi come se gonfi stessero trattenendo un pianto. Un disperato lamento. Un’implorazione. Troppe cose per un momento tanto inutile. Certo un bacio avrebbe aiutato a far diventare tutto meno squallido. Forse il mio disinteresse rende la cosa quasi irreale, e ancora più imbarazzante. Vorrei solo andarmene. Lo faccio. La strattono invitandola a girarsi perché non è un gran bel vedere, ma ho una eccitazione stupida e cieca e pigra. Resiste un po’ come se dovesse, poi mi lascia fare e anzi è lei a scivolarmi di schiena. Stancamente. Non vuole pensare e vuole smettere di fare. Vuole lasciare fare a me. La sua mano scivola vuota sulla stoffa del divano. La mia l’agguanta.
Fallo… fallo… da dietro. Mi sembrerà… forse… meno. Senza vederti”.
Non ho bisogno di incoraggiamenti, né tanto meno di suggerimenti. Lo sto già facendo. Anche per me così è meno Enrica. Occhio non vede, cuore non duole; o qualcosa del genere. Così scivolo sulla sua schiena e le faccio abbassare la testa. Non ho né la voglia né mi sembra opportuno ritrovarmi davanti quei suoi occhi vuoti. Non voglio guardarla. Né che mi guardi. Né tanto meno vederla nuda. Non mi sembrerebbe carino che lui salendo ci trovasse in quella posizione. E la trovasse nuda. Anche se sono certo che non crederebbe nemmeno ai suoi occhi. Mi limito ad alzarle il vestito. Lei s’è già messa in posizione. Mi riprometto di fare presto. Le alzo la veste e le abbasso quelle sue gigantesche mutande. E’ un indumento che sembra non finire mai, e mi sta dissuadendo. Sono nuovamente tentato di rinunciare, e desistere, ma è veramente ormai troppo tardi anche per lei. Mi deve aiutare per facilitarmi nell’operazione. Solo con la sua collaborazione riesco a sfilargliele. Sembravano non volersi arrendere; testardamente per oppormi resistenza. E’ vedere il suo enorme culo flaccido denudato che mi fa venire l’idea, né ho il capriccio ormai da un bel po’ di tempo. Non so se pensa a lui. Se ha ritegno. Paura. L’ultimo pudore. Onestamente me ne frego. Improvvisamente abbiamo fretta. E’ troppo presa nella sua lotta. Sembra un’anguilla e sputa parole singole a scatti. Si fanno ancora più brevi e faticose e sincopate. Le stacca isteriche le une dalle altre. Quando inizia a capire cerca di divincolarsi.
Non così. Cosa fai? Non voglio. Io… io… Fa male. Non così”!
Ma non cerca veramente di togliersi. Di scappare. Cerca di tirasi verso l’alto e farmi scivolare più giù, di guidarmi, di decidere. Insisto incurante. Ormai sono deciso. Sospira il mio nome. Forse anche la sua testarda resistenza mi eccita ancora un po’. Forse perché ha estratto dalla scollatura anche l’altra tetta. E penzolano tristi e flosce come due tasche vuote. La similitudine mi sembra sconveniente e poco rispettosa. Lei mi sembra ancor più sconveniente. Non trovo nient’altro a suscitare il mio interesse e che mi possa attrarre nemmeno quel poco, ma l’immagine di lei è… oscena. Forse anche perché lei continua a dimenarsi nel tentativo di sgusciare da sotto ma non vuole perdere il contatto. Così i movimenti del suo culone, che trattengo per i fianchi, fanno sì che me lo strusci addosso. Dovessi definirla la definirei una posizione, e una visione, laida. Sono deciso a non arrendermi e intestardito e mi sto leggermente irritando, quasi incazzando. Ha i capelli corti, irti come spini, biondissimi; d’un biondo che non ha pudore di denunciare quanto è falso. Il collo largo e un odore di vaniglia. Forse si rende conto che non c’è nulla da fare. Che non mi può ormai sfuggire. E in quella lotta comincia a sudare; lo vuole fare anche lei. Forse è per il bacio che per compassionevole comprensione le ho appoggiato sul collo, appena sotto all’orecchio. Forse semplicemente ha deciso che è finito il momento di fingere resistenza. Smette di lottare. Perde energia. E lo fa lentamente. Certo il colore dei suoi capelli sopporta di più il passare del tempo. Nasconde più facilmente il bianco che li incanutisce. Sono distratto e assente. Non me ne frega niente. Ogni suo movimento non fa che motivarmi di più. Rendermi più deciso. Più sicuro. Lei sussurra un ultimo fiacco e disperato “Non così.” che si trasforma in un sospiro lungo e interminabile. Che si stempera e le ritorna in gola. Si rassegna. Si arrende alle proprie fantasie.
Sì, così”!
C’è sempre la possibilità di una scelta. Simone, da giù, la chiama e le grida di chiedermi se voglio fermarmi a cena. Guardo verso la porta come aspettandomi di vederlo entrare. Le do un colpo più deciso. Lei risponde !, gridandolo verso le scale. Ha una sorta di piccolo balzo. Il divano non è stato pensato per i nostri giochi e rischia di cedere, e lei di cadere. La trattengo e le sferro una gran pacca. Lei si aggrappa ancora di più al bracciolo. Le molle cigolano addolorate. Mi esorta ad essere delicato e attento. E’ come se la cosa non mi riguardasse, non mi coinvolgesse. La vedo senza riconoscerla. Le rispondo cagna! Le sento stringere i denti con un agghiacciante scricchiolio. Temo frantumi la dentiera. E’ ancora incerta. E’ curiosa. Cerca di tenermi testa. Ormai è disposta a tutto. Non avanza né indietreggia. Squittisce: “Sì, così”! E’ solo carne. Siamo completi estranei. Cerca di rilassarsi con rassegnazione: “Non mi è… mai”. Mi sorprendo di esserne sorpreso. Certo che le donne sono strane. La sua voce si fa un soffio flebile e sempre meno preoccupata: “Non mi è capitato mai; ma”… Ha fianchi larghi multistrato. Le mie dita affondano nella carne cedevole. Devo ammettere però che lì è soda. E tenace.
Sì, così”!
Rincula. La sua voce va assumendo entusiasmo. E speranza. E sfida. E una nuova curiosità. Cerca di rilassarsi. Non vuole scoprirsi delusa. Le ha preso gusto. Solo il pensiero da gusto anche a me. Me lo ripeto per mantenere entusiasmo. Chiudo gli occhi per non guardarla e mi impegno. Solo gli animali lo fanno come animali. Non mi ci vuole molto per capire che non sarà una cosa così breve e che non sarà tanto facile ritirarmi. Penso con rabbia e poi gliele dico proprio tutte le cose che penso di lei. Non ha nessuna importanza. Non ha tempo per offendersi e nemmeno la voglia. Forse per lei fanno parte del gioco o del prezzo. Forse nemmeno mi sente o non le interessa. O non vuol fare caso a me o ad altro. Forse. Forse è ancora convinta che è destino della donna. Ubbidire. Assecondare, Sacrificarsi. E diventa sempre più difficile tenerla ferma, restare aggrappato a lei. Potrebbero salire anche tutti i figuranti della processione per il sabato santo e tutti gli interpreti della festa di ogni santi. Grida che da sotto non la possono non sentire e poi s’acqueta e aspetta paziente. Non ci impiego ancora molto.
Scusa”.
Guardo fuori e ha smesso di piovere. Lei mi attende ancora un attimo immobile. Così è ancora più sconcia. Dopo mi pulisco con le sue mutande e le lascio cadere dov’erano e tiro su la lampo. Senza aspettare accendo la sigaretta. Sudata è sudata. Cheta l’affanno. Si alza per ricomporsi il vestito. Lo stira col palmo inutilmente e poi si arrende. Mi da le spalle. Spinge quelle mutande sotto il divano con un calcetto. Cerca di non guardarmi e si rassetta i capelli. Si deterge il sudore dalla fronte. Sono al capolinea. Non ho più alcuna energia. Dentro di me la ringrazio di risparmiarmi almeno le solite stronzate: Che è stato bello. Che no… abbastanza. Se io… Che lei… che io… che noi… che c’è un noi. Che non avrebbe… che non credeva… che non crede ancora… Che è stata una pazzia. Che no… che però… che sono stato… Che le dispiace. Che ne so. Devo togliermi di lì subito. Ogni minuto è di troppo. Indosso il giaccone e le dico che spiegherò io a Simone che non posso fermarmi: mi dispiace ma che me ne devo proprio scappare. Che non si preoccupi per i soldi: me li darete quando potete. Anche lei sembra contenta che finisca lì; senza altre parole, né spiegazioni. Quando sono in strada mi guardo indietro e stento a credere che sia successo.

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Sfondo per PC per Il mio nemico di Daniele SilvestriNel riproporre alcuni pezzi di Daniele Silvestri, per chi li avesse persi e per chi avesse il piacere di ricordare, dopo L’uomo con il megafono, oggi voglio postare Il mio nemico. Lo faccio anche per mantenere una promessa fatta a Lei e per il mio piacere. Ringraziamo Youtube che non permette più di inserire nei post molte delle canzoni presenti nel sito a causa della politica miope di alcune case discografiche. Allo stesso modo ringraziamo WordPress (che mi ospita) per avere inibito il lettore musicale facendolo scomparire anche per i vecchi post. Si è costretti perciò a seguire il link sul titolo del brano, poco male, l’importante e riascoltare la canzone, anche per la sua mai perduta attualità, e che bel pro gli faccia. Credo che anche così si possa rendere memoria all’amico Vittorio  “Utopia”Arrigoni anche se la cosa è nata involontariamente cioè quando ho scelto il brano, e ne ho parlato con Ross, l’amico Vik era ancora in vita e godevamo delle sue testimonianze da quel mondo martoriato che è la Palestina. Vi ho mai parlato della mia pigrizia? Per saperne di più su questo cantautore vi rimando a quando contenuto in Wikipedia o al suo sito ufficiale.

Foto colori del cantautore Daniele Silvestri in concertoDaniele Silvestri: Il mio nemico
serve una testa che cada e poi chissenefrega
la prima testa di cazzo trovata per strada
se vuoi tirare tira
ma non sbagliare mira
probabilmente il bersaglio che vedi
è solo l’abbaglio di chi da dietro giura
che ha la coscienza pura
ma sotto quella vernice ci sono squallide mura
la dittatura c’è ma non si sa dove sta
non si vede da qua, non si vede da qua
la dittatura c’è ma non si sa dove sta
non si vede da qua, non si vede da qua

il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa
il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa

e se non hai morale
e se non hai passione
se nessun dubbio ti assale
perché la sola ragione che ti interessa avere
è una ragione sociale
soprattutto se hai qualche dannata guerra da fare
non farla nel mio nome
non farla nel mio nome
che non hai mai domandato la mia autorizzazione
se ti difenderai non farlo nel mio nome
che non hai mai domandato la mia opinione
finché sei in tempo tira
e non sbagliare mira
(sparagli Piero, sparagli ora)
finché sei in tempo tira
e non sbagliare mira
(sparagli Piero, sparagli ora)

il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa
il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa
il mio nemico non ha nome
non ha nemmeno religione
e il potere non lo logora
il potere non lo logora
il mio nemico mi somiglia
è come me
lui ama la famiglia
e per questo piglia più di ciò che da
e non sbaglierà
ma se sbaglia un altro pagherà
e il potere non lo logora
il potere non lo logora

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