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Archive for the ‘varie&eventuali’ Category

Che altro aggiungere nel mio I° maggio?

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L_amante venezianoVenezia è una città ben strana. È nata strana e strana è rimasta. Sarò anche un pazzo, ma sono un pazzo veneziano. Forse è l’odore dell’acqua dei canali. Le sue maree alte. Forse frastornati dalle troppe lingue che affollano le calli. Forse il rimorso degli abrei. Forse il gran da fare dei colombi che tubano garruli. Forse è perché non è mai cambiata e il passato qui vive ancora. Forse perché niente è uguale a qualsiasi altro posto. E a chi non ci abita è come se i suoi abitanti camminassero sull’acqua. Come tanti Gesù. Forse per il peso della storia. Baluardo della cristianità contro gli infedeli, ma mai schiava di Roma. Basta ricordare la storia che lega la città indomita e mai serva alla figura del colto veneziano Giacomo Girolamo Casanova di cui Roma esigeva la testa.
Venezia: meraviglia dell’occidente e porta dell’oriente. Sulle palafitte, dove gli altri non son riusciti a fare che capanne, i nostri vecchi hanno innalzato palazzi e chiese. Quei bei palazzi pieni di marmi bianchi e quelle chiese invidiate in tutto il mondo. Come quella della salute, innalzata a una madonna nera che ci ha salvati dalla peste, che pare agli ignoranti una moschea. Ignoranti e cafoni: chi credono che abbia insegnato a quelli che allora erano gli ottomani a fare le loro sedi di preghiera? Ma a Lepanto gli abbiamo dato una lezione che non si dimentica. Correva il giorno 7 ottobre dell’anno santo 1571[1]. E poi siamo andati anche a riprenderci il nostro San Marco.
E assieme alle chiese e ai palazzi, quei vecchi, hanno costruito una città intera. Sull’acqua e sulla melma. Hanno iniziato la nostra serenissima città da Rialto, che così si chiama perché appunto sul rio la riva era alta. Perché lì è nato, ed è sopravvissuto fino a giorni nostri, il famoso mercato. I veneziani sono sempre stati grandi commerciati e non meno furfanti, se è vero, come dice una nostra canzone dialettale, che marmi e ori sono solo prede rubate ai greci e ai mori. E a Rialto hanno costruito un ponte unico al mondo, che hanno cercato di copiare malamente i fiorentini. Un ponte, il nostro, anch’esso di marmo, che tutti allora avevano detto che non sarebbe sopravvissuto un giorno. Sopravvivrà anche al giudizio universale, questo è certo.
Come dicevo una strana citta la nostra. E… che ne so, forse lo siamo anche noi, un poco strambi. Da sempre abituati ad avere foresti tra i piedi. A dare, con quattro parole, o solo con le mani, un minimo d’indicazioni. Mentre l’amministrazione si fa covo di ladri e di rapinatori. E quella gente che viene da tutto il mondo non lo sa, e ci guarda come si guardano i tipi singolari. Non è vero che camminiamo sull’acqua e ne restano sorpresi. Non è vero che abbiamo le branchie, ma questo forse già lo sospettavano. Non c’è una lingua migliore del nostro dialetto per farci capire da tutto il mondo. La bestemmia è, ostia, che è il mondo a non voler capire.
Solo che loro credono di essere in un film dove noi siamo stati presi come comparse. È un mercoledì quattordici e il cielo è cupo. E fa anche due gocce di pioggia. Solo una rapida pisciatina. E io me ne sto tranquillo alla finestra a farmi una cicca. Passa una tipa per il viale dell’albergo. La noto appena. Cappelli raccolti in trecce sopra la testa. Vestito elastico e lucido che la fascia tutta e credo non le lasci spazio per respirare, color acqua marina, molto scollato. Tacchi alti e gambe lunghe. Trascina un borsone con disegni di carte geografiche e una valigia rossa con le rotelline.
Lei torna indietro e mi fa dei cenni. La osservo meglio. Non capisco. Poi credo di riuscire a interpretare i suoi gesti. Muove le labbra ma non la posso sentire. Da lontano, con le mani, mi chiede se mi può fotografare. Io scuoto la testa appena infastidito. Poi ci ripenso e le grido: Solo se me la fai vedere. Lei mi fa un cenno entusiasta di sì. Fruga nel trolley, getto la cicca, e lei scatta la mia finestra. Come dicevo ci prendono tutti per comparse. Naturalmente scherzavo, con l’amore per la burla di noi veneziani, ma non mi va di essere imbrogliato. Col palmo le faccio segno di aspettare. Ancora una volta con cenno entusiasta mi ripete un sì con la testa.
Mi dò una pettinata e scendo. Così come sono, ancora vestito da casa, e in ciabatte. Lei è lì che sembra aspettarmi. Cazzo! è spagnola e, ostia, il nostro dialetto non le è del tutto ostico. Provo vergogna, temo mi abbia capito. Dovevo aspettarmi una qualche sorpresa dal vestito che indossava. Si china per fotografarmi e capisco che ha capito. Prendo il cellulare e scatto anch’io. Lei sembra solo divertita. A raccontarla non mi crederà nessuno. Sicuramente è tutta matta. E pazza scatenata, certo diventa matta per quello che le mostro; il capitone in cambio della sua gentilezza. Fa un gridolino di stupore e di entusiasmo. Ha fretta e mi prende bene le misure, in quell’albergo che deve avere, ostia, almeno settantasette stelle.
Parlare si è parlato poco, ma quel poco bastava per capirci del necessario. In fondo le mani servono anche più delle parole. In fondo lo spagnolo altro non è che un dialetto dell’antico veneziano. Voleva portarmi subito con sé a Barcellona. Dove ha tutto un castello tutto suo a Disneyland. Ora sto scrivendo da Formentera. Certo il mare è più bello che da noi. Del nostro mare che non è nemmeno un vero mare. Ma non hanno il Lido. E io torno spesso a Venezia. La mia città la porto sempre nel cuore. E poi è una città dove non ti puoi mai annoiare. Se non amassi Dolores avrei un solo amore.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Lepanto

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La grande ladraNon so proprio a chi raccontarlo e allora lo racconto a te. E allora lo racconto proprio a te. Sai cosa ha fatto quella disgraziata? No! Aspetta e lo sai. Sono così incazzata da farmi confusione. Le cose stavano andando berne. Non che fossimo proprio contenti. Non siamo abituati ad avere ospiti in casa. E poi una così. Praticamente s’è invitata da sola. Lo spazio c’è.
Me la trovo davanti così. Con quel sorriso furbastro. Tutta in nero. Tutta stivali alti e tutina aderente e puttanesca in vinile. E frustino compreso. Completo Bondage… BDSM. Che ne so? Ne so niente di quelle cose lì. Io sono alla vecchia. Mi sembrava una di quelle. Ma per quello mi era sembrata fin dal primo minuto. Una maiala. Una vera porca. Quando ti trovi una tipa simile per casa devi sempre cominciare a preoccuparti. Solo che… Sembrava che Giogiò non potesse proprio dirle di no.
Si cena, quattro cose alla buona. Poi vado a dare ordine di riordinare. Torno e non lo vedo. Mi comincio a preoccupare. Non ci crederai. Ma lui non c’era. Sembrava sparito. Volatilizzato. Cavolo non lo trovo più, dove si sarà cacciato? Chi? Il mio tenero Giogiò. Chi è Giogiò? Non mi interrompere, poi te lo spiego; fammi finire. E allora sbrigati. Non mettermi fretta. Ero furibonda e lei si faceva la furba, si vedeva. So che era qui. Cosa vuoi che ne sappia? Dillo, sei stata tu? No! Sì! No! Giuralo! Dove vuoi che l’abbia messo, in tasca? Che ne so? Allora giura.
Va bene, confesso, me le sono preso io. Me lo dice con un’aria innocente. Come niente fosse. E dove lo hai messo? Fossi matta, me lo sono preso lì; naturalmente. Lì dove? Non fare la scema. Tu non fare la stupida. Vuoi dirmelo? Dove avresti voluto prendertelo tu. Non ci credo. Sì che devi credermi. Ma tutto? Tutto. Non posso crederci.
Sai cosa mi ha risposto la sfacciata? No! Così impari and invitare in casa la figlia di un gigante, e per di più ladra. Incredibile; ma chi è questo Giogiò, il gatto? No! magari. Non me la sarei tanto presa. E allora? È, cioè era, il mio nuovo amico, c’eravamo conosciuti e fidanzati solo due giorni prima. Davvero? Ti sembra giusto?
Sai cosa ha aggiunto quella grandissima figlia di… sfacciata? No! dai racconta; mi metti curiosa. Dice: non è nemmeno tanto grosso e robusto; e nemmeno abbastanza maiale, per i miei gusti. E tu? Ma come? avrei dovuto fartelo conoscere; era un pezzo d’uomo d’un metro e ottanta, quasi, e un gran pezzo pregiato da per tutto; lo giuro. E ti assicuro che anche come maiale non era proprio per niente male.
Son cose che succedono solo al castello di Valdifuori.

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Non chiamatemi JasmineStorie mediorientali come questa forse se ne son sentite fin troppe. Tanto vale non dilungarsi oltre il necessario. Era stata sverginata e s’era fatta riverginare. Era una condizione imprescindibile essere intatta per una donna araba. Era stata violentata a tredici anni da un cugino di trentatré, ma aveva taciuto. Sua sorella aveva subito la stessa sorte alla stessa età dallo stesso cugino, ma si era saputo ed era stata lapidata. Il suo silenzio l’aveva salvata, e il fatto che fosse fuggita. In Norvegia non si usano le pietre a quello scopo. In Norvegia si trova sempre un modo per farle ricucire, le donne.
Erano le disgrazie di una donna mussulmana. La sua unica colpa era di essere nata bella e di averle già grosse in tenera età. Ma in Norvegia era tutto diverso. Era un paese ricco. C’erano opportunità per tutti. Tranne, maledetti jihadisti, per gli arabi; e naturalmente le arabe. Era stata presa sotto la protezione da uno zio. Era stata cacciata dalla zia. Lui, lo zio, aveva mani che non stavano mai ferme. E non solo quelle. Non riusciva a stare dentro i pantaloni. Nemmeno se ci fosse stato lavoro anche per lei avrebbe potuto trovarlo. Non poteva lavorare di giorno e stare sveglia di notte. Ma, come detto, dopo solo tredici giorni era di nuovo per strada a cercare la sua fortuna. Forse aveva come sola colpa di essere nata dalla parte sbagliata del mondo.
Un tunisino emancipato e illuminato le aveva dato un impiego in cambio solo di qualche gentilezza. Il bagno turco non era certo il massimo, ma, quando la fame batte i primi colpi, anche le briciole possono dare un piccolo primo sollievo. Fatima odiava quel mondo a disegni. Non voleva tornare a far smorfie stupide nel regno di Disney. Conobbe in quelle stanze un vecchio basso e grassoccio. Lei non sapeva chi era, ma lui ne restò folgorato. Si fece ricucire per la quattordicesima volta. A quattordici anni la comprò l’emiro per farne la quattordicesima moglie. E per pagarla la pagò anche parecchio. Così si trovò bambina a vivere in un magnifico palazzo per scoprire che il sultano era nemmeno poco un tantino checca. Né aveva uno tutto d’oro, imponente, per far fronte alle necessità del ruolo, e uno piccolo da cimice dentro i calzoni modello harem.
Per dirla tutta un po’ se ne vergognava. Era sempre stata una donna riservata. Era la vita e i mascalzoni che l’avevano un poco cambiata. E quel marito che le faceva da sorella, doveva mantenere le apparenze. E nel palazzo di uomini non ce n’eran tanti. E lui, tra i pochi, aveva incontrato in un mattino che doveva uscire. E i suoi occhi l’avevano stregata. Si era innamorata di Farouk il cammelliere, anche se era un bel po’ zotico, e erano stati visti. E Farouk era diventato il 17mo eunuco. Ma lei, Fatima, era una donna giovane e piena di energia. E si sentiva disperata. In quel momento sarebbe stata curiosa anche di Genio il genio. Se solo quello sventato di Aladino, il suo figlioccio, si fosse ricordato dove cazzo si era infilata quella cazzo di lampada. Le contrarietà e quella merda di situazione la rendevano nervosa e anche un tantino volgare.
Jafar era tutto fumo e niente salsiccia. Tutti sono consapevoli come in quei paesi sia disprezzata la carne di maiale. Ma un po’ di porco, e, naturalmente, di porcate, ogni tanto sarebbe quello che ci vuole, soprattutto per certe occasioni. Invece Razoul era un sadico perverso e convinto, e un devoto molto osservante. Era disperata. E si vedeva scappare la vita come il fumo su per il camino. La delusione dà sempre la stura ai più strani pensieri. Si sarebbe abbassata a tutto. Anche a Rajah la tigre, che era un gran bel tigrotto, non fosse stato che era irascibile alquanto. Fatima era preda ai sogni più sfrenati. Non trovava pace il giorno, e nemmeno nella notte. Aveva diciott’anni, l’età più bella, e l’argento vivo addosso. Si sarebbe fatta anche tutti i settanta cammelli di quel castrato di Razoul. In segreto, con uno, di notte, l’aveva fatto. China come una cammella. Ma è una bestia stupida e senza sentimento. In compenso, per quel momento, per quello che serviva, era abbastanza. Anche se di lungo aveva solo la lingua. Certo che nemmeno quella è poca cosa, in momenti di carestia. Ma non gli aveva concesso l’entrata principale. Alla brava mansueta bestia era andata bene lo steso anche l’altra.
Ma, cazzo, in segreto, con lo stesso, aveva scoperto che anche suo caro maritino marajà era solito farlo. Proprio come lei quel dannato porco effemminato e depravato godeva a prenderlo dietro. Non c’era più decoro tra quelle stanze e in quelle stalle. La notte seguente, mentre cercava di insuperbire il suo montone di cammello, si accorse di essere spiata proprio dal becco frocio del consorte sultano. E che quel mezzo uomo godeva nel guardarla in azione proprio mentre lo faceva. L’anziano ringalluzzito andò via di testa completamente per quella donna che era già sua moglie. La sua quattordicesima moglie che, se fosse stato per lui, sarebbe stata ancora illibata da parte di maschio. La vita di Fatima si trasformò completamente. Il vecchio prese il vizio di apprezzare nel vederla farlo con gli altri, con i suoi ospiti, nascosto, senza alcun segreto, dietro una tenda. E il palazzo si animò di feste e di visite, alcune anche illustri.
Il vecchio vizioso era sempre più esigente, e li cercava anche robusti. Immaginava di essere lui al posto della sua giovane moglie. La invidiava e la amava nell’unico modo che conosceva, ricoprendola di attenzioni e gioielli. Per lei comprò uno stallone bianco come la neve. Per lei invitò un marcantonio che spaccio per l’ambasciatore del Brunei o di un altro paese simile, perso nel culo dell’Africa. Quell’uomo era enorme, una statua tutta nera scolpita nell’ebano. E aveva un vero enorme cannone dove gli altri nascondono quello che sembra il fodero di una pistola. Ma il vecchio satiro, sempre nascosto, più ancora provava piacere nel vederla accoppiarsi ai servi, propri o al seguito. Anche in incontri multipli. Il suo era ormai un segreto a conoscenza del mondo intero. E lei era diventata la sua moglie preferita, e regina e maestra di tutte le lussurie.
Alla fine, stanca di essere così angustiata, di dover essere continuamente spiata, era scappata con un giovane petroliere nel Texas. Per le nozze si era fatta ricucire per l’ennesima volta. Voleva fare al novello sposo anche quel regalo. Lui, l’americano, era uomo di gusti raffinati. Dal quel momento lei rimase vergine per sempre. Mentre il povero miliardario cedeva sotto i colpi della sua stessa passione, lei, ormai vedova, aveva imparato che tutti i maschi non disdegnano entrare per la porta di servizio. Per quella cosiddetta della servitù.
Fatima ha deciso di scrivere, assieme ad un giornalista noto, le sue memorie. Naturalmente ha scelto di farlo in modo anonimo, usando lo stesso nome, Fatima, usato in queste righe. E ha deciso di titolarle: Memorie di una vergine libertina. Il titolo l’ha suggerito quel collaboratore scribacchino, ma fa lo stesso. Un titolo vale l’altro per una storia vera.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.

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Settanta

Dal Gesso MarioOggi, nel giorno del settantesimo compleanno, mi concedo una pausa e un poca di vanità. Non una pausa vuota. Di quelle ne ho già avute parecchie. Non un silenzio perché impegnato altrove o in un confuso niente. Semplicemente qui non parlerò d’altro. Di storie vissute solo nella mia fantasia malata. Di giovani e vecchi. Di crimini e di amori. Di personaggi un poco fuori dalle righe. Di altra umanità. Di altri mondi, non so se migliori o peggiori di questo. Non ho risposte. Non do giudizi. Mi restano solo domande. E di quelle ne avrei sempre tante. A bizzeffe.
Né voglio tediarvi con le mie rare velleità d’artista. Non è nemmeno il momento dell’impegno. Anche se quello non mi lascia mai. Ma la Palestina resta un grande sogno. E il mio cuore resta rosso, perché non può che stare per chi ha meno o non ha niente. Un altro mondo è possibile, un mondo che accoglie tutti, ma non mi sembra prossimo. Cerco ancora l’uomo nuovo. Mi sembra manchi un progetto. Ma come promesso: non voglio oggi parlare di questo. Voglio parlare poco, perché le parole fanno spesso troppo rumore. Non voglio ricordare nessuno, dimenticherei i troppi. E non ci sarà nemmeno spazio per dei rimpianti. Non ne ho. Sarebbe stupido da parte mia. Credo di poter dire che ho vissuto. E sono stato fortunato.
La vita non mi ha imposto grandi sacrifici. Ho attraversato gli anni più belli ed emozionanti del secolo scorso. Quello che qualcuno chiama, erroneamente, secolo brave. Vissuto la strada e la piazza. Visto altre città e paesi. Provato splendide emozioni. Incontrato grandi libri e meravigliose musiche. Ho conosciuto l’Amore. Quello con la grande A, maiuscola. Ho una figlia meravigliosa. E anche un altro figlio, meraviglioso. Grazie! Abito a Venezia, la città più bella del mondo. In una comoda casa. Ampia. Dove posso accogliere gli amici. E di quelli, di amici, ne ho un numero giusto. Non so se son tanti o pochi, ma sono splendidi.
Alla fine non servono brindisi o candeline. Basta un abbraccio, che possa raggiungervi tutti. E chiudo con un saluto, per non annoiarvi, e una delle canzoni che ho amato di più. Spero sia un buon viatico per ogni domani. Di buon augurio per tutti: PER SEMPRE GIOVANI

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La maratoneta del prosciuttoQuanto ne aveva tagliato? Probabilmente migliaia, se non milioni, di chilometri di prosciutto. Ma come lo tagliava lei non lo tagliava nessuno. Sottile come un capello sottile, e anche di più. Glielo diceva anche il suo responsabile. Ma lei lo sapeva che non avrebbe affettato tutta la vita. Doveva arrivare il suo momento. La sfiga, prima o dopo, si sarebbe dovuta girare dall’altra parte. Per un corretto equilibrio delle cose. Per equità. Per giustizia. La sua vita sarebbe cambiata.
Infatti… Il sabato quel responsabile le aveva detto che ci sarebbero stati tagli al personale. Temeva per lei. Ne prendeva pochi, ma anche quei pochi erano una miseria benedetta. Senza sarebbe stata perduta. E quanto le erano costati quei quattro spiccioli? Miserie e umiliazione. Ne aveva dovuti ingoiare di rospi. E non solo di quelli. Non avesse avuto assoluto bisogno anche di quel poco non sarebbe mai andata in cella frigorifera, che faceva un gelo cane, o in magazzino a sollevarsi la gonna con lui. Ma sono i tempi che non permettono più l’esistenza a chi si fa troppi scrupoli, alle brave ragazze. Le gran dame, le donne dabbene, l’hanno già data avendo più fortuna. Forse si era svegliata tardi. Forse aveva sognato troppo a lungo.
Il lunedì era toccato a lei. Il venerdì a lui, al piccolo grande arrogante capetto. Si erano trovati al bar, davanti ad uno spritz triste, con le teste a penzoloni. Avrebbe voluto sfogarsi, ma lui, poveruomo, aveva anche una moglie, e due figli, figlie per la precisione, e le rate della macchina da pagare. E il mutuo e le bollette. E non essendo più giovane era ancora più difficile. E a causa dell’età nemmeno sua moglie era più tanto ragazza. Non glielo aveva ancora detto. Perché con il tempo si era fatta anche scontrosa, pretenziosa e brontolona; una vera arpia. Con il cuore a pezzi a lei non restava che ascoltare.
Poi si era fatto furbo il caro signor Domenico. Solo un paio di settimane dopo. Prima le aveva detto di amarla, poi di amarla veramente. E stavolta lei si era data credendo che fosse diverso, di potersi annullare nella passione. C’era cascata, come un tordo, come una mela matura. Convinta del vigliacco. Poi le aveva annunciato che avrebbe lasciato moglie e figlie e tutto. Sarebbe venuta a conoscenza solo dopo che era stata lei, l’arpia, a sbatterlo fuori. E che si era subito trovata un altro gonzo.
Poi ancora le aveva detto che forse si sarebbero potuti aiutare uno con l’altra. Non aveva detto: l’una per l’altro. Doveva immaginarlo perché storie del genere ne sono state scritte a bizzeffe. Ma lei non aveva mai avuto abbastanza pazienza per leggere, lo trovava solo tempo sprecato, e al cinema era da un po’ che non andava. Infine, le aveva detto che sognava di andare a vivere assieme. Certo, lei aveva pensato, come due barboni. La sua disgrazia era che restava pur sempre una ragazza romantica.
All’inizio era stato gentile. La riempiva di premure. Arrivava spesso con dei regali. Un paio di stivali oggi. Una gonna, anche troppo corta, domani. Come li pagasse non se lo immaginava. Forse aveva ancora un po’ di risparmi. Poi si era trasformato in un vero farabutto. Le aveva regalato anche la pelliccia, solo un giacchino, e per giunta finta. E di un colore non proprio fine: viola. Non aveva avuto bisogno di aggiungere troppe parole. Quello che aveva da dirle l’aveva già detto. Con poche frasi e un paio di schiaffi. Ora guadagnava per due, ma in tasca le restava meno di quando era in quel maledetto supermercato.
Ormai erano in tante, sempre di più, persino serie madri di famiglia. Persino portandosi dietro la borsa della spesa, ma ci sarà sempre la fila. Almeno su questo aveva ragione lui, quel coglione vigliacco del Domenico. Maratoneta era e maratoneta continuava a essere. Era cambiato solo il prodotto che vendeva. E comunque continuava a lavorare da dipendente. Continuava cioè a battere in cassa soldi che non erano suoi. I pericoli erano minimi. Molto spesso anche i vigili e la polizia erano disposti a girare la testa, magari in cambio di un passaggio. Ma un altro disgraziato si rischiava che si poteva trovare sempre. E anche peggio. Magari più cattivo. Ne aveva già uno. A volte si diceva che era uno di troppo. Mangiava sulle sue spalle e anche, seppure sempre più di rado, pretendeva di potersi divertire.
E pensare che lei non era quella. Non lo era mai stata. Era stata anche un’altra. E pensare che da ragazza se l’era tenuta tanto stretta. Preziosa. Come una stupida ragazzina. Non aveva mai preteso niente, tranne un briciolo di sentimento. Già! una prelibatezza ormai in disuso. Giorgino l’avrebbe dovuta odiare per quanto l’aveva fatto penare. Chissà dov’è finito? Erano solo ragazzi, ma non le aveva mai girato le spalle. Per questo non l’aveva mai voluto nemmeno lei. A quei tempi erano ancora troppo giovani. Ma è perfettamente inutile piangersi dietro. Anche se non è bello stare al freddo con le chiappe di fuori.
Si era ingegnata: faceva anche l’autostop. Di giorno. La fantasia non le era mai mancata. Di baccalà e di polli se ne pescano sempre. Tutti i posti restano buoni. Ed era diventata brava, anche grazie a lui. Ne aveva passato di tempo e di momenti in quella cella frigorifera. Freddo o caldo faceva lo stesso. Era temprata a tutto. A lui, al Domenico, non bastavano mai. Tanto la fatica la faceva lei. Era lei a salire su quelle macchine. Era lei a entrare in quelle squallide camere. Anche a portarseli a casa, mentre lui se ne stava ad aspettare al bar. Placido con la sua cicca in mano. Magari giocando a carte con gli amici. Quasi tutti disgraziati come lui. Perché la gente onesta non si mescola ai mascalzoni.
Lei continuava nella testarda certezza che il suo momento sarebbe arrivato. Lo conosceva ormai da più di due mesi. Era uno di quelli affezionati. Il dottore era lui e nonostante i tempi bui e avari tutti si possono trovare nel bisogno di star male. Persino ai dottori capita di ammalarsi. La malattia è l’unica cosa che se ne infischierà sempre delle crisi. Forse.

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Siamo donnesegue: Ritorno al presente [15]
Era stanca di quell’esistenza. Di quella inutile ricerca. Di quella continua fuga. Di una fuga che l’aveva portata a scappare anche da se stessa. Forse aveva sbagliato tutto, fin dall’inizio. Forse la donna non è fatta per cercare di sostituirsi all’uomo. E poi perché? Aveva sfiorato varie volte la morte, e se ne era fatta beffe per caso e per fortuna. Aveva rischiato ripetutamente la galera. Niente intorno a lei, tranne lei, le sembrava cambiato. Non si sentiva più libera di prima. L’unico risultato era stato crearsi il deserto intorno. Piangere amiche che amava. Rimpiangerne delle altre. Non aveva più nessuno. Non aveva più un luogo, una casa. Si muoveva guardinga tra sconosciuti.
Si rendeva conto che non era più la stessa Betty Boop. Non era nemmeno tornata Virginia. Era un’altra cosa. Il mondo l’aveva cambiata e lei ormai aveva un conto in sospeso con il mondo. Un sordo rancore. Non aveva trovato rifugio nemmeno in Dio. Non aveva trovato nessuna assoluzione, nessuna pace. Era un mostro. Aveva dentro di sé solo risentimento. Odio e disprezzo, per l’Uomo. Si stava trasformando in una belva assetata solo di vendetta e di sangue. Scelse la stazione. Malefica lo avrebbe fatto contemporaneamente alla Gare di Lyon, perché Parigi le appariva più chic. L’Ultimo-It Avrebbe fatto lo stesso alla stazione di London King’s Cross. Un altro paio di amiche a Milano Centrale e a Firenze Santa Maria Novella e a quella di Abbiategrasso. E la popputa Julie Corrençon avrebbe fatto il botto, naturalmente, in pieno centro di Belleville. Su lei si poteva sempre contare. Bettina si sentiva pronta, ma un poco nervosa.
Mescolata a tutta quella confusione si sentiva al sicuro. Ormai era decisa, ma le cose non vanno mai come dovrebbero. Si avvicinò uno strano tipo vestito come un agente di commercio che pareva averla riconosciuta: “Sei un vero amore… Bettina”. Lei gli fece l’occhiolino, non si nega nemmeno al condannato a morte, appunto, e lo invitò. La seguì dietro quel suo accentuato e voluttuoso scodinzolare, e frettolosamente la raggiunse ai bagni delle donne. Si privò del suo garbo e di tutta quella noiosa parlantina. Cercò di essere veloce, l’illuso, ma lei lo fu di più. Lo colse con i calzoni già abbassati. Lo strozzò con la catenella dello sciacquone per non far rumore. Era stata rapida a girargliela torno il collo. Anche se era minuta e lui abbastanza più grosso, si era appesa con tutto il peso. Lo lasciò scivolare sulle piastrelle umide e sporche.
Gente che va, gente che viene. Nessuno faceva caso a nessuno. Tutti andavano di fretta. Tutti sembravano inseguire il treno del destino, anche i mariuoli, i borseggiatori, il popolo dei miseri e quello dei senza dimora e dei perdigiorno. Forse fosse stara una valigia abbandonata, ma nessuno aveva fatto caso a lei. Nessuno poteva notare l’assenza dell’anonimo sconosciuto. Non finché qualcuno non fosse andato in quel cesso che aveva lasciato come occupato, magari qualcuno per fare le pulizie o per impazienza. In fondo quella era una stazione. Un posto che non è mai un posto. Così andava distratta come senza meta, trascinando il suo borsone.
Si era soffermata alla libreria. Aveva preso alcuni volumi in mano. Sembrava semplicemente indecisa. Di alcuni aveva letto anche la quarta di copertina. Era uscita com’era entrata, facendo un leggero cenno al cassiere, un giovane ragazzo che non era nemmeno male. Aveva fatto una colazione abbondante con cappuccino e un paio di bomboloni gonfi di crema. Era dovuta salire per ricorrere ancora al bagno perché l’attesa le faceva sempre quell’effetto; sempre con il suo borsone. Si era fermata per scambiare poche parole con un marinaio, che annegava gli occhi dentro una zuppa di lenticchie e pistacchi, e con due suore, di cui una albina. Sembravano non avere fretta. Avevano parlato delle solite cose banali e dei problemi della capitale. Non faceva che guardare l’ora e lo schermo gigante con gli orari delle partenze. Poi aveva raggiunto il centro del salone.
Siamo donne Betty BoopAveva poggiato a terra prima la sua cara Beretta 98 FS inox, poi la Glock 17 Gen 4, assieme al borsone, tra l’indifferenza generale. L’estemporaneo pubblico sembrò non farci caso. Probabilmente nessuno aveva ancora notato le due armi. A quel punto principiò a dimenare le anche e a cantare come quella sciacquetta della Minnie Minoprio, un’imitazione veramente deludente. Prima di una, poi dell’altra, cominciò ad attirare su di sé l’attenzione e la curiosità delle persone e dei viaggiatori. In breve, si stava radunando una piccola folla. La gente si gustava quello spettacolo improvvisato, insolito e gratuito. Attenta. E si faceva via via più numerosa. “Lustrateveli bene, maledetti. Scattate. Vi odio tutti”.
Non abbastanza attenta alle sue parole. Più attenta a quello che succedeva. Non che le dispiacesse come gli uomini la guardavano, quegli occhi, ma non aveva mai provato così, ad esibirsi. In tutto il suo splendore. Davanti ad una platea. A tutti. Ed era tardi per tutto. Anche per una banale lusinga. Sfilata la maglia si denudò il seno. Si coprì con le mani, poi si lasciò guardare. Ci fu un sordo boato di stupore e apprezzamento. Qualche commento. Qualcuno trattenne il fiato. Un anziano, che a spintoni era giunto in prima fila, si sentì venir meno. Poi con calma, come una vera professionista, lasciò scendere un petalo alla volta, gli short, le calze, la giarrettiera, gettò le scarpe lontano fino a rimanere nuda. Solo Betty Boop in tutto il suo splendore. Uno schianto. Un vero incanto.
Una donna corse a cercare un poliziotto o un carabiniere, o comunque un tutore della legge, per fermare quello scempio. “Sei la migliore”. “Ahhh!!! bella”. “Fata”! “Mignottona”! “Ce l’avresti un minuto per me”? “Sei una santa”. “Chiedimi quello che vuoi”. Un poliziotto era presente mescolato al pubblico improvvisato, ma non mostrava nessuna intenzione di voler intervenire. Lo schianto doveva ancora succedere. Betty sorrise e si chinò lentamente sulla borsa, mostrando in tutto il suo splendore, in bella vista, la perfezione delle sue natiche, e tutto il resto. Una strana sensazione la pervase: era soddisfatta di sé. Con ritrovata calma diede il via al breve timer. Si udirono ancora un paio di fischi e poi solo il grande boato. Le ultime donne davano l’addio all’ultimo spettacolo.

FINE

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Ritorno al presenteSegue: Il richiamo della fede [14]
1. Era proprio lui quello che se la suonava e cantava. Era proprio lui quello che aveva ucciso Kafka. La signorina Boop sperava che non avesse intenzione di riservare lo stesso trattamento anche a Woody Guthrie o a Lightnin’ Hopkins. O ad altri. Di veri lutti, e presunti tali, ne aveva avuto abbastanza. Quell’artista (?), cominciava a dubitarne, era un vero diavolo. Un vero assassino. Aveva ucciso anche i suoi ultimi sogni. E non aveva ancora visto tutto. Intanto lui si leggeva e se la rideva. In quel mondo non facevano fatica a riconoscerla. Anche se lei faceva fatica a farsi ascoltare perché tutti si davano un gran da fare. Tutti si mettevano il dito davanti alle labbra. Tutti sotto di sé nascondevano una donna. O più spesso erano nascosti o sovrastati da lei. O solamente la portavano attaccata ai pantaloni. La nostra Betty non si demoralizzava. Sapeva che le sue misure perfette lì non erano così perfette. Era una donna troppo normale, troppo minuta per i gusti degli abitanti del luogo. Forse non abbastanza sfacciata. Forse non abbastanza remissiva; tra quegli amanti della porta sul retro. Credeva così di salvarsi, povera illusa. Probabilmente il nostro “poeta” pensava che quando un culo parla, in modo così convincente, inutile cercare di non ascoltare o di fare l’indifferente.
Lui ripeteva che dove c’è fumo c’è ciccia. Che era di papille buone e generoso. Aveva dieci dita, spesso sporche d’inchiostro, ma sembravano mille. Sembrava un polpo, e con i polpastrelli pieni di ventose. Ne era infastidita. Sospettava che la raccontasse. Che si vantasse. Forse per lui era un complimento: “Sei piccola ma nel tuo piccolo sei soda”. Quando non cercava di trascinarla a letto o era comunque impegnato in un letto qualsiasi, o sul divano, o sul tavolo, o in qualsiasi posto capitasse, allora uscivano. Si rendeva disponibile a farle da anfitrione. Un ospite alquanto strano e informale. L’accompagnava a conoscere quei luoghi. Le parlava guardandosi attorno. Pronto a saltare addosso, letteralmente addosso, alla prima che passava: “Vedi, quella è Maggie”. Detto fatto. Mentre ancora la indicava già le era sbalzato in groppa. Nessuna donna dovrebbe sopportare un simile peso.
Questo, a dire la verità, un poco l’aiutava a sentirsi meno diversa. Con l’inglese d’America non aveva mai avuto difficoltà. Poteva dire con orgoglio che era quasi la sua prima lingua. E sapeva dove e da chi andare. O almeno lo aveva creduto. Per il resto… Continuava a sentirsi una nana. Lì un po’ spariva e non richiamava troppi entusiasmi. Non che le fosse sgradito. Anche quei pochi erano troppo. Troppo per il suo gusto. Troppo per com’era lei. Non riusciva a sfuggire a tutte quelle imboscare. S’era anche sparsa la voce che lei era stata un sex-symbol. Di male in peggio. Magari lo facevano solo per poi poter andare a raccontarlo. Come un sacrificio. Eppure, con insolito entusiasmo. Non era certo una santarellina, ma nemmeno era certo come quelle lì, tutte quelle donne dissolute, pronte a tutto. O come quelle suore sodomite, ma anche sadiche. Pronte a tagliare di netto il peccato dell’uomo. E altrettanto lussuriose e inclini a peccare. Ma non era abbastanza rapida per sfuggire a quelle attenzioni troppo veloci, a quegli approcci così impazienti, e sempre un po’ frettolosi. Mai accompagnati da un poco di sentimento. Da qualche parola carina.
Lui aveva le sue idee; nuove idee per un nuovo vivere. Poteva realizzare, con carta e penna, ogni suo sogno e ogni vizio. Il mondo se l’era disegnato così, come voleva. Con lui protagonista o interpretando un altro dei suoi scostumati personaggi. Senza freni. Ad esempio: Provare una bella combinazione di madre e figlia! «La famiglia che sta insieme resta unita!» Stanze come vignette, senza vergogna. Padre e madre sul divano, fratello e sorella sul tappeto, nonno e nonna in cucina, con la porta aperta sfornando una torta, la più piccola, vittima consapevole e contenta, col cane “Goo”; persino il quadro che ritraeva due ragazzini. A tutto c’è un limite, pensava la nostra protagonista. Non per essere una bacchettona moralista… Questo era proprio troppo. Era solo un gran porco. E lei era precipitata in quella dimensione amorale. Persino a Fritz, il gatto di casa, doveva stare attenta. Conosceva il suo dialetto. Le si strofinava sulla gamba. E se abbassava un attimo la guardia la toccava e le infilava la zampa nella scollatura. E avrebbe voluto farle vedere quanto era maschio. Era una cosa oscena, ma in quel paese sembrava tutto normale. E tutto morale. Avrebbe dovuto forse saperlo, ma non se lo aspettava; certo. Non aveva mai visto tanta impudicizia e tanto sesso. Anche se di cose non ne aveva viste poche.
Ritorno al presente2.jpg2. Lei era una buona spanna, forse due, troppo piccola per i gusti dell’universo Crumb; e aveva qualche decina di chili in meno di ciccia muscolata. Lì andava per la maggiore il tipo Nia Jax. La donna forzuta. Forse era un bene, ma, come detto, non bastava per salvarla. Certo che in mancanza di meglio né l’eroico Robertino né gli altri personaggi del fasullo paese si facevano schizzinosi e disdegnavano qualsiasi rapida variante del piacere, qualsiasi congiunzione e amplesso. Anche con lei. Cose che una donna per bene non dovrebbe nemmeno pensare. «Va dunque cercata tra un paio di cosce tutta quell’energia che rivoluzionò il fumetto d’autore negli anni ‘60 e che lo ridisegnò totalmente come forma di comunicazione[1]»?
Era sorpresa che tutto, anche quel Dio, fosse proprio uguale come nelle vignette. Così come anche il suo paradiso, e quel paradiso in terra. E tutti gli esseri che lo abitavano. Con le donne sempre gigantesse e robuste. Tits & clits. Piene di curve e prive di inibizioni. Possibilmente giovani. Con culi enormi e tette enormi; con cosce muscolose come sequoie, come corpulente morse. Con appetiti pantagruelici. Pronte a togliere qualsiasi sfizio anche allo stesso disegnatore. Con le facce colme di ingenua stupita sorpresa e di rabbia indispettita. Come se tutto fosse solo riscatto e/o vendetta. Un riscatto frustrato. Come ossessione. Come se quello dell’uomo fosse un gran regalo. E due di più. Come per tutti quei personaggi sconci da vignette. Con Pluto, Peg-Leg Pete. Con Donald Trump. Come in un blues. Con Janis Joplin e Bobby McGee.
E lui che, per quei pochi minuti, si innamorava di tutte. Lui non ne aveva mai fatto mistero. Per lui il sesso era da sempre un’ossessione. Tra sogno e realtà. Magari solo per un breve attimo di avventura, magari solo fantasticata, per poi trovarsi a interpretare se stesse in una striscia o una vignetta. Erano, come sosteneva, soprattutto ebree, che pare vadano pazze per gli artisti pazzi. E il nostro artista pazzo per loro. E si proponeva; con scarsi risultati finché non divenne Robert Crumb: «mio fratello Max un giorno mi disse: Bob, le donne ti uccideranno!Sono sicuro che ha ragione, ma non m’importa… Ne vale la pena… quei magnifici culi dei miei sogni sono stati miei, tutti miei, tante volte e sono felice e grato»…Un tormento frequentato fin da bambino. Con Sheena, l’avvenente regina della giungla, vestita discinta con pelle di tigre. Nei banchi di scuola con la compagna di scuola dai calzettoni bianchi, Jeannette Beates, che ritornava spesso a frequentare e ad abusare. E poi le altre. In una lunga processione. Qualcuna piena di sorprese e brividi imprevedibili, totalmente impenetrabile, ma così differente. Qualcuna, o un paio, era un problema. Qualcuna lunatica. Qualcuna lunatica ma adorabile. Alcune completamente fatte. Donne senza veli né inibizioni. Senza dignità. Come la cara Sally Blubberbutt. Donne alla finestra che sognano come Ruth Shwartz. Bruttina più che mai con quegli occhiali e i denti come rostri in avanscoperta. Tutte sempre pronte alla prima occasione, anche per una improvvisata gang-bang in programma. Insomma, un vero pandemonio di casino. Non si riusciva a spiaccicare una parola senza che qualcuno allungasse la mano. Provasse a frugarti sotto e dentro le mutandine.
Tutte le donne del principe sporcaccione. Chissà quanto c’era di vero? Tranne quello che poteva vedere con i suoi occhi. Era un mondo parallelo. Con la dolce Maggie. Con femmine sempre disponibili e a disposizione: “È carina… siamo solo due grandi animali sudati che ci danno… come una vacca e… un maiale…”. Misure smisurate. Curiosi impenitenti coscienziosi sfacciati che allungano le dita e vogliono controllare anche per strada. Con tutti i diavoli in corpo e senza nessuna pazienza, anche rischiando di perdere l’autobus.: “Excuse me!”. Con la donna forzuta e quella famelica vorace. La nostra si sente confusa. È un sesso violento o la violenza del sesso? L’amazzone con le trecce disposta a fargli anche da baby-sitter, quella ragazza della porta accanto, quella piena d’amore per i suoi gattini, le donne pelose che ai passanti mettevano orrore, la ragazza con gli hot-pants pieni da scoppiare, le ballerine corpulente regine della spaccata, la centuriona che suonava meglio di Miles Davis, l’ambasciatrice serena del Fitness, le sorridenti giocatrici di calcio, la Jewish cowgirl pronta a impugnare la pistola, la snodata Beverly, la biondissima Eden Brower, il culo generoso di Mary che ha perso la testa, Dale la ciclista folle, Winona “la sceriffa”, la poliziotta pronta a corrompere e farsi corrompere, l’infermiera premurosa con tutti i pazienti, le donne avvoltoio come maiali con le ali, la giunonica Li’l Cute con la sua faccia da ragazzina e il nastro rosa in testa, ma anche lei con quel corpo gigantesco vestito solo di mutandine e calze nere a rete con reggicalze.
Una Li’l Cute che era così giovane e già l’immagine della depravazione. E ancora Wendy la golosa, e la ciclopica Rebecca, Mildred l’intrattenitrice dei fratelli Ellington, Connie la diga e la piccola Lulù, la signorina Martha Wanwright, Margaret con il suo Harold, la sofisticata e masochista Marie, Cerisette Desbois che c’era rimasta, Geraldine Gardner, Tonja Buford, Janette “Janin”, Sylvia “Roba etnica”, Barby “Big Baby”, Susan, Jean, Shialeys, Barbara, Nancy, Eloise, Naomi, Dolly, Brigitte, Jaded, Monica, Miss Updyke, Irene, e tutto il magnifico harem di Hugh M. Hefner, senza scordare quel piccolo dolcissimo favo di miele della vorace Aline Kominsky, e soprattutto Duda, sua moglie. Alla fine la nostra Bettina Boop aveva perso il conto. E le girava vorticosamente la testa. Tutte pronte a sacrificarsi e sacrificare tutto per un uomo, anche il primo che passava.
E c’era quella ragazza di colore, che non si era lasciata né incantare né comprare, ma il suo forse era veramente amore: “Sono appiccicata al mio bello come una lettera al francobollo ~ come una cravatta intorno al collo”. Lei, una cosa più unica che rara. Per il resto… Lì era tutto pace e amore. Le donne non disprezzavano i maiali se avevano un buon manganello. Insomma, disdegnare non era ben visto. Era stato tolto dal vocabolario. Con Dicknose: “Mamma! Ti prego”… Con due, con tre, con cento. Così la ninfomane Harriet incontra il suo Gesù, e si sposa, mentre il testimone le rovista sotto la gonna. Come detto, e ripetuto, a tutti piacevano le forme abbondanti. E più ce n’erano e più erano contenti. Nell’altro mondo Betty poteva essere e sentirsi quasi il massimo. Lì un po’ meno. Aveva conosciuto una ragazzina, Candy. Era bionda ma non troppo attraente. Anche lei aveva intorno la sua bella ciccia. E gonne scozzesi corte sulle gambone come querce. Poi Betty aveva conosciuto anche la famiglia; da non credere. La ragazza aveva fatto molta esperienza con papi, che la chiamava Popsy, cioè Bambolina. Joe Blow aveva sorpreso la giovane Figlia: “Che stai facendo, ragazzina?” “Uh… ehm… ehm…” Sì! certo, il sesso è più bello almeno in due. “Tesoro, vieni qui, davanti a me, subito.” “Che cosa c’è paparino??” “Non giocare con me, Figliola!” “È tutto! Fai finta che sia Candy!”…(silenzio) “Pat pat (golosamente!)” “Piccola, sei una dolce ragazza! Non è una bugia!” “Oh Dio… mmm… pant (ansimando)… grunt (grugnendo)… nnh … baby… tu…”. E Lois, la mamma, aveva pronta una risposta per la sorpresa del giovane Junior: si fa fetish per lui. Tutto è bene quel che finisce bene; o quasi. Una vera famiglia modello.
Nemmeno lì farlo era solo allegria e sempre, o quasi, una gran festa. Come cani e cagne in calore, anzi veri cani. Qualche volta a loro piaceva anche un tantino violento. Lei non aveva tante curve come quelle già ritratte, un culo così abbondante, anche se nessuno fino ad allora aveva potuto lagnarsene, ma i frequentatori di quel regno dei cieli e della terra non andavano troppo per il sottile. Erano sempre pronti. Si aspettavano che fosse lei per prima, ma non abbondavano in pazienza. Erano tutti una proposta, un invito. Sarebbe potuta passare per un’educanda. C’erano… signore per cui uno alla volta sembrava poco. Sprecare tempo. Poveri maschi. Insomma, era una pentola sempre in ebollizione. Era un inferno di paradiso. E tutto il resto. E nemmeno quella fede spiegava tutto. Tutta la rabbia che aveva dentro. Una bella scopata non la disdegnava. Ma non viveva solo per quello. Non era nata per aprire le gambe, a comando. Quella rivoluzione non aveva cambiato una virgola. Anche in quel mondo la donna doveva essere solo pronta ad essere sempre usata.
Per quanto si ritraesse e disdegnasse non aveva mai fatto tanta ginnastica in tutta la sua vita come in quei pochi giorni, con o senza la cara biancheria. Non era per nulla soddisfatta. Non era quello che credeva. Sua madre ci aveva creduto. Lei sì! Forse. Altri tempi. Aveva avuto tutto il tempo per pentirsene. La cosa era libera solo per lui. Il resto era tutto a pagamento. E non restava un centesimo in tasca a lei. Già! il divorzio era alle porte, ma lei, sua madre, era donna all’antica. E lui se li beveva e poi era anche cattivo. E di notte cercava lei. Era sempre ubriaco e ripugnante. Chissà se sua madre sapeva? Forse era quello. Niente le era stato facile, ma nemmeno in quel mondo si sentiva più libera. Non era il suo posto. Tra tutte quelle corazziere lei era come una tazzina di porcellana. Finì che le aveva mandato in frantumi il cuore l’affascinante mister Whiteman, con la sua aria da intellettuale hippie, ma lui le aveva preferito una ciurma di marinai giamaicani, così poteva avere anche della roba buona.
Andate tutti al diavolo. Decise di riprendersi la sua vita. Impugnò in una mano la sua cara amica, la sua Beretta 9×21 mm IMI mod. 98 FS inox a 15 colpi, 945 grammi, e nell’altra mano l’affidabile compagna, la Glock 17 Gen 4 calibro 9×21, 17 colpi, e fece secco Robert, il vero responsabile di tutta quella tregenda, e anche quel grande trasformista di mister Natural, con la sua aria di pazzo vecchio saggio, e anche lo scabroso Papi, e anche quel Jhwh, e tutto quel puttanaio. Preferiva fare rapine che passare tutto il tempo in un letto, o a esser sbattuta dove capitava, magari anche in un posto scomodo. Da tipi che appena conosceva. Che subito ti si aggrappavano alla gonna e ti saltava addosso. Tipi che nemmeno sanguinavano. Gli restava addosso solo un grande buco con i bordi bruciacchiati. Già ma erano solo tutti personaggi di carta.

[1] http://maniphestovecchiato.blogspot.it/2012/09/testosterone-crumb.html

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Il richiamo della fedeSegue Quaccherando [13]
1. La nostra Virginia Betty Boop –ormai definitivamente solo Betty Boop– se pensava alle amiche, quelle lontane e quelle che non c’erano più, tutte nate a Pietralata, nessuna di loro aveva avuto un’infanzia facile. Se riassumeva tutto quello che aveva visto nella sua vita, dalla perdita dell’innocenza e dall’entrata tra gli adulti, si fa per dire, temeva che non ci fosse fede che potesse salvare l’umanità. Era stato un certo Signore Dio a sbagliare creando nell’uomo l’unico animale che viveva per sopraffare i suoi simili. Si trovò a riflettere che se qualcuno cercava la fede e il paradiso tanto valeva farselo come si vorrebbe fosse. Perciò… Se voleva trovare Dio, o una ragione qualsiasi, non poteva cercare che tra gli uomini. Perciò… Doveva rintracciare Dio, ovunque lui fosse.
Si ricordò dell’opera di un autore[1] che un amico di suo padre, ma anche della mamma, soprattutto della sua mamma, le aveva fatto conoscere, troppo presto, da ragazzina. Allora non era certa di averlo capito. Non aveva trovato una vera ragione. Era un ricordo vago ma le bastò. Per quanto ricordasse vagamente inizialmente il suo le era sembrato un Dio ragionevole, del tutto simile al mister Natural il santo –che non voleva più indossare mutande– gran predicatore che predicava bene e razzolava meglio, con la non tutta sua Ruth, proprio per questo. Forse in un universo un non poco troppo libertino, per i suoi gusti di allora, e anche per quelli che pensava di ora; le sembrava molto umano. Pieno di… quell’amore e anche di qualche bollore; forse anche immorale e un tantino dissoluto. Quanto s’era ingannata. Onestamente le parve che quel disegnatore disegnasse solo la propria lussuria e non cercasse la donna, ma una madre. Una femmina da cui farsi guidare e dominare. Onestamente voleva essere solo se stessa. Non era arrivata fin là per quello.
Aveva faticato ma alla fine lo aveva trovato, quel posto del peccato. Era un altro piccolo buco di culo di un mondo ancora rurale. Così lontano da Filadelfia. In un altro universo anche da Boston. E lei era ancora ignara. Forse solo ancora un poco ingenua. Sperava ancora di non aver fatto tutto quel viaggio invano. Il mondo è vario ma poi e sempre uguale a se stesso. Per un poco Betty era tornata Virginia, ma non in Virginia. Per l’occasione aveva indossato maglietta a righe e jeans, per mescolarsi agli usi del posto. E per integrarsi si era trovata a fare anche di peggio. Non avrebbe mai immaginato che il grande autore fosse un omino così magro e piccolo proprio come si raffigurava. Un essere insignificante, a vederlo, nascosto dietro a quegli occhiali, con la bava alla bocca. Vittima delle proprie manie e delle proprie pulsioni: “Mi scusi se la disturbo mentre lavora”.
L’aveva controllata con cura; non sembrava soddisfatto. Nemmeno lei ne aveva avuto questa grande impressione. Comunque, estrasse il suo pennello: “Cosa cerchi, piccola porca”? Scoprì prima di subito che non era tipo da andare tanto per il sottile. Non era certo l’estasi. Aveva capito l’antifona. La strada per il paradiso è sempre lastricata di sacrifici: “Cerco Dio”. Era passata da “Figliola” a “Piccola porca”. Volente o dolente, ma non gaudente, aveva cominciato a darsi da fare. Non era la prima, non sarebbe stata l’ultima. Era una vignetta ricorrente. Lui era instancabile. Per quello e per tutto i jeans erano scomodi. Le venne da vomitare, le sembrò di soffocare. Lei avrebbe rimesso i suoi vecchi panni. Per una buona occasione sarebbe stata disposta a toglierli. Dubitava già che fosse quella una buona ragione. Solo che non aveva la forza di tirarsi indietro, dopo essere giunta fin là.
Certo che le sembrava strano. Lui con i calzoni abbassati impugnando la penna. Con quella faccia da cretino gaudente. Lei lì, sotto, scomoda, che bofonchiava bestemmie tra i denti. Forse per lui non era la prima volta, anzi è certo, ma lei non l’aveva mai preso in bocca a un uomo di carta, accovacciata mentre lui si disegnava. Ancora una volta in ginocchio. E a dire il vero sapeva d’inchiostro. In un altro mondo avrebbe provato vergogna. Ma una donna, che vuole ritrovare se stessa e la propria dignità, deve pure rinunciare a qualcosa. Fare qualche sacrificio. E quel piccolo uomo, Robert, doveva tenerselo molto buono. Le poteva essere utile. Anche se non aveva mai fatto niente per interesse. E lui sembrava non averne mai abbastanza. Snicker… chuckle… hyuk… tee hee… giggle… hyuk! Un vocabolario tipico per quei posti. Sarà anche il più grande autore di fumetti underground del mondo, ma… Forse era quella sua fantasia depravata da vignettista a dargli tutta quella vigorosa energia.
Robert Crumb: A Chronicle Of Modern Times - Press & Private View2. Come riuscì a liberarsi e poter riprendere fiato e voce lo seguì, quel suo eroe, nella sua Bibbia. Ma quel posto non era diverso da tanti altri posti simili che le erano stati raccontati. Certo anche il suo Dio Jhwh, come ogni Dio che si rispetti, era poco paziente e spesso si incazzava. Faceva e disfaceva. E anche lui aveva fatto i suoi Adamo ed Eva, e li aveva messi assieme. Nello stesso Eden. Sotto lo stesso melo. E li aveva fatti fighi e robusti. Senza vestiti; che erano un gran bel vedere. A dirne un po’ sembrava prendere tutto come un gioco, per il proprio svago. A dirla tutta pareva anche un pochino dispettoso. Lui era Dio, ma un poco anche serpe. Provava invidia? Sotto la barba nascondeva la sua arroganza. E sempre lì a guardare, a spiare, come un qualsiasi guardone; a giudicare.
Senza un lavoro. Senza altro da fare, se non godersi quel posto e quello che c’era da godere. Cosa potevano fare in un universo dove non c’era nessuno nemmeno per parlare o fare una briscola? «Quindi un uomo lascia suo padre e sua madre e si aggrappa a sua moglie e diventano una sola carne. E i due erano nudi, l’uomo e la sua donna, e non si vergognavano». Loro due nemmeno ce l’avevano né un padre né una madre, essendo le due prime creature create. Comunque ci mettevano tutto il loro impegno per essere una sola carne. Che poi, se li aveva fatti a sua immagine e somiglianza, doveva avere anche lui il suo bel cosino, le sue vergogne e le sue belle voglie. Betty sospettava che anche quel Dio Jhwh non restasse indifferente, che, in mancanza della televisione, li avesse fatti così anche per proprio piacere. Per battere la noia.
In fondo chi la fa se l’aspetti. Forse si era distratto. Non l’aveva detto proprio Lui: Andate e moltiplicatevi? Il serpente poi era un gran pezzo di serpente, un vero ganzo, e sì sa che è la tentazione che fa la donna puttana e l’uomo cornuto. Era possibile incazzarsi per così poco, e portare tanto rancore per una stupida mela? Il frutto del peccato? Un pomo. E duemila anni dopo, anche Lui, era ancora fuori di sé e continuava a fare dispettucci. Qualcosa a Betty puzzava. Doveva saperlo benissimo che Eva non avrebbe resistito. Non ne aveva mai fatto mistero. Sapeva com’era fatta quella. Non si sarebbe limitata ad un semplice assaggio del frutto proibito. Avrebbe voluto mangiarselo tutto quel gran pezzo di mela. L’aveva fatta con le tette e porca anche per questo. Così quei due presero a puzzare di sudore.
Certo che quando si incazzava lo faceva proprio di brutto. In fondo chi la fa se la deve sbrigare. Chi l’ha fatto lo disfi. Bel modo di vedere le cose: “Sterminerò dalla faccia della terra l’umanità che ho creato… E con gli uomini anche i quadrupedi, i rettili e gli eccelli del cielo, perché mi sono pentito di averli fatti”. Quali fossero state, per esempio, le colpe della gallina non è mai stato dato sapere. Per dirla tutta quel Jhwh da giornalino satirico era di quelli che detto fatto. Si era già preso avanti e aveva subito cominciato da quelli fatti prima di fare l’uomo. Poi se l’era presa con il grifone, il drago, l’unicorno, il dodo, il –o la– quagga, il leone marsupiale, il milodonte, il sivatherium giganteum, il ranforinco, il diprotodon, lo scelidotherium, il chupacabras, per non parlare del povero Sid[2], che non avrebbe fatto del male ad una mosca, eccetera… che a continuare non si finirebbe mai. Non che, almeno alcuni, gli fossero venuti proprio bene, ma per tutti e nemmeno con il resto, e l’uomo stesso, le cose erano andate molto meglio. Non fosse stato per Noè avrebbe distrutto tutto, e altro ancora[3].
Non c’era mai pace neanche in quel Paradiso. Quando l’uomo si alzava dall’alcova non aveva altro per la testa che ammazzare l’uomo. E, non essendo la resistenza del maschio così duratura, oltre quel paio di minuti gli restava il giorno intero per dedicarsi al massacro, che era diventato lo sport più in voga. Molto più del calcio, che il Signore non aveva ancora inventato, né dello stesso sesso. Forse aveva scambiato il mondo reale con quello virtuale del Risiko. E non c’era una volta che si distraesse e non fosse lì tra i piedi. Non sarebbe nemmeno da raccontare certe imprese che tutti dovrebbero rammentare. Quegli uomini non li aveva ancora chiamati ingegneri e quelli già avevano l’insolenza di alzare costruzioni fino al cielo[4]. Che male c’era? O forse era solo perché amava le beffe che creò quel caos. Probabilmente quel giorno era di buon’umore; non capitava spesso.
Forse l’umore era meno buono quel giorno, chissà, certo le guerre sono sempre state le stesse e non sono mai cambiate. Lot aveva provato a parlare a quelle genti rabbiose e infoiate: «Fratelli miei, vi prego, non comportatevi da malvagi! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; ve le porterò e fate loro quel che vi pare»… Certo il suo era un enorme sacrificio, o meglio il sacrificio era quello delle figlie. Forse per loro non era nemmeno un sacrificio. Ma quegli uomini preferivano gli uomini. E anche i pretesti rimanevano uguali. Eppure, la finanza non aveva ancora fatto il suo arrivo al mondo: «La valle di Siddim era piena di pozzi di bitume; i re di Sodoma e di Gomorra[5] si diedero alla fuga e vi caddero dentro; quelli che scamparono fuggirono al monte». Certo è che neanche quel Dio, anche in quel caso, se la mise via: «Jhwh fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco»… Quel Dio le sembrava molto uomo.
Ma gli anni passano per tutti. Bettina nutrì il sospetto che forse stesse invecchiando. La vista non doveva più essere buona come un tempo, forse già non lo era quando aveva messo al mondo quella prima coppia. E il grande autore la prima vignetta. Sempre forse –ma era solo una ipotesi impertinente– avrebbe fatto meglio a mettersi sul naso due fondi di bottiglia come il suo disegnatore. Infatti, ne aveva distrutte tre di città prima di distruggere quelle due città del peccato. Se era il Signore dell’universo e aveva creato tutto il creato non poteva che aver creato anche il peccato. E dove finiva l’odio iniziava la libido. Betty le aveva viste proprio con i suoi stessi occhi le figlie di Lot, nella grotta, coricarsi col padre. Prima la maggiore, poi la più piccola[6]. Certo non gliela dava a bere nemmeno quel padre che, seppure ubriaco, sembrava non accorgersi di nulla. Può un uomo…? E con gli stessi occhi aveva visto Onan darsi da fare con la cognata vedova[7], e la punizione esagerata dell’onnisciente. Perbacco! da non crederci. Valli a capire gli uomini. Si incazzano per niente e poi, magari, alla fine si accorgono di esser stati loro. E ce ne sarebbero tante da dire che si dovrebbe avere tutto il tempo del tempo, e nemmeno basterebbe, e si dovrebbe essere eterni.
I temi erano sempre gli stessi: la guerra e l’amore. Già allora quel Signore sembrava solo intento a creare lo stato di Israele, con la forza o con la forza. Si spinse fino a Gerico[8], la città delle palme, o meglio spinse i suoi prodi. E non andò meglio delle volte precedenti: «Il Signore diede anche quella città con il suo re nelle mani d’Israele, e Giosuè la mise a fil di spada con tutte le persone che vi si trovavano; non ne lasciò scampare una, e trattò il suo re come aveva trattato il re di Gerico». Fu fin troppo difficile per la nostra signorina Boop reprime una risata e non pensare alla frustra e vecchia barzelletta sconcia. Non è dato sapere cosa suonasse Raab, la prostituta, ma Giosuè la tromba; e la meretrice Raab così si salvò da quella rabbia divina. Ma per salvare l’onore della donna senza onore il generale abolì le penne per cento anni e tagliò le mani a tutti gli scrivani; ma di questo nessuno ha mai parlato. E poi Abramo, e Sarah, e Isacco, e Rebecca, e Abimelec, e Giacobbe, e Dinah, e Giuda e Sua[9], e ancora Tamar, e tutti, ma proprio tutti, tra tradimenti e sotterfugi. Insomma, una vera odissea continua di massacri e coiti.
E lui, quel tale Jhwh, doveva nutrire una vera fobia verso torri e grattacieli. Lo dovevano fare veramente infuriare. Mica Betty poteva scordare che non era più una novità che una bella pira gli dovesse mettere allegria. «Tutti tagliarono dei rami, ognuno il suo, e seguirono Abimelec; posero i rami contro al torrione e lo incendiarono con quelli che vi erano dentro. Così perì tutta la gente della torre di Sichem, circa mille persone, fra uomini e donne[10]». Ma questa è un’altra storia. Bettina aveva già smesso di ascoltare, assistendo al ripetersi di tutte quelle dispute che aveva sentito fin da bambina, e che già allora l’avevano inorridita. Nella sua testa canticchiava sommessamente: “Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco[11]“. Ne aveva viste abbastanza. Di cotte e da cucinare. Tutto come nell’altra Storia. Anche lì un vero schifo. Quel paradiso era un vero inferno. Si mostrò indignata e espresse al suo anfitrione la voglia di andarsene, di fuggire. Quello scoppiò in una sonora risata. Era stata lei a sbagliare tutto. Lui disse –quello screanzato del Roberto– che era lui quello che lei cercava, perché Dio lo aveva fatto lui.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Crumb
[2] Personaggio della saga L’era glaciale. Film d’animazione del 2002 diretto da Carlos Saldanha e Chris Wedge, basato su un racconto di Michael J. Wilson, realizzato dai Blue Sky Studios per la 20th Century Fox.
[3] Genesi 6:7 «Perì in questo modo ogni carne che si muoveva sulla terra: uccelli, bestiame, fiera, rettili di ogni sorta striscianti sulla terra, e tutti gli uomini. Morì tutto quanto era sulla terra asciutta e aveva un alito di vita nelle narici».
[4] Genesi 11:1-9
[5] Genesi 14:10
[6] Genesi 19:35 «E la minore andò a coricarsi con lui, ma lui non se ne accorse, ne quando lei si coricò, ne quando si alzò».
[7] Genesi 38:9 «Ma Onan, sapendo che la discendenza non sarebbe stata sua, ogni volta che si univa alla moglie di suo fratello disperdeva per terra, per non procurare una discendenza a suo fratello. Quanto faceva era male agli occhi di Jhwh, che fece morire anche lui».
[8] Giosuè 6:25
[9] Genesi 38:1 “Ecco, ti prego, lasciami venire a letto con te!” “Cosa mi darai per venire a letto con me?”
[10] Giudici 9:49
[11] Fabrizio De Andrè: Cantico dei drogati. Da Tutti morimmo a stento. Bluebell Records, 1968.

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QuaccherandoSegue: La spesa [12]
1. Era stato un viaggio lungo. Non una fuga. Non si sentiva al sicuro nemmeno lì. Forse non era nemmeno quello… Usciva lo stretto necessario. Per il resto se ne stava in quella stanza che odorava di piscio e di fumo. Le mancavano le amiche. Si sentiva desolatamente sola. Un po’ le giravano. Nel mondo, per quante opere buone fai, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da dire. Pronto a criticare. Che non si fa gli affaracci suoi. Anche se quello era proprio un altro mondo. Si hanno presente i paesaggi del Far West? Le strade polverose e i rovi trascinati da un vento caldo, anch’esso polveroso? I rodei e gli abiti di Frenchy, di Bella del saloon, ma coi due meloni incredibili come quelle di Jewels Jade? Per i nostalgici di Alamo. Con la bandiera confederata. San Antonio non era niente di che, anche meno. Era andata a visitare quelle quattro pietre.
Tutto senza Il mucchio selvaggio. Le era anche rimasta la colazione sullo stomaco. La sabbia sin dentro in gola. Non c’era abituata. Quel nuovo mondo non le sembrava migliore di quello vecchio, anzi, per molti versi peggiore. Era il paese dove non avevi faccia. Dove potevi girare nuda che nessuno ti riconosceva, e allo stesso tempo quello dove c’era sempre qualcuno pronto a guardarti di traverso e ad insegnarti come vestire. Un paese per ricchi, ma affollato di poveri; e di afroamericani. La terra delle opportunità. Pfui! Il luna-park dei santi sporcaccioni. Che si mangiava anche male, e il caffè era un vero schifo. Si dovrebbe sempre diffidare immediatamente e allarmarsi quando… dove cercano di sostituire il presente con il passato presentandolo come futuro. Non spettare dopo. Eppure…
Era il paese dell’avventura. Della frontiera. Degli Oscar e di Gola profonda. Di Yellow Kid e dei Funny animals. Di Mickey Mouse ma anche quello di Hollywood babylon. La terra dei Tijuana Bibles, dove Popeye si spupazzava allegramente la sua Olive Oyl, usando spinaci come viagra prima del viagra. Dove quella Olive Oyl scatenata se la faceva impunemente alle sue spalle, disponibile per tutti, anche alle cose maggiormente turpi, anche con J. Wellington Wimpy e Bluto, persino con un Swee’ Pea che tanto Pisellino non era; mentre il Marinaio si divertiva persino con Sea Hag. Dove il Dick Tracy di Chester Gould era sempre alle prese con mille donnine e una Mozzafiato Mahoney senza mai uno straccetto addosso, nemmeno al Club Ritz. Dove un Flash Gordon impenitente era instancabile con la sua Dale Arden, ma anche con Ondina, e con qualsiasi troietta gli passasse accanto; persino con la moglie del principe Ronal, cugino di Barin, e quella di Gundar. Dove il cazzuto emigrato irlandese Jiggs, il nostro Arcibaldo, rincorreva una Maggie (Petronilla) sempre in fregola, disposta a qualunque cosa, e lo provocava dentro vesti trasparenti. Dove nessuno era immune al richiamo dei sensi e di quella cosa. Né Li’l Abner Yokum con la sua splendida e formosa Daisy Mae Scragg, né Dagwood Bumstead e la sua biondissima Blondie Boopadoop, che non disdegnava nemmeno le donne. Dove a Linda piaceva fare le capriole con quello di Robert Mitchum, in Goof Butts, che pure disegnavano enorme, tanto da diventarne pazza. Dove non si salvava dal peccato nemmeno la povera Little Orphan Annie. Di Mae West. Eccetera. Insomma, un paese con tutti subito pronti a sfilarsi le mutande. Anche solo per una particina nell’ultima produzione, o per omaggiare di un bacio il presidente. Ma lì anche i presidenti li prendevano dal cinema, e dagli stessi fumetti.
Poi, magari, correvano a confessarsi. Insomma, un mondo che c’era e non c’era più. Dove nessuno sembrava fare caso a nessuno. Non tanto diverso dal nostro, ma un altro mondo. Un giorno si era in prima pagina, quello seguente si tornava nell’anonimato. Si spariva agli occhi e all’interesse degli altri. Non si era più notizia. Dalla porta basculante le sembrava di aver visto uscire Calamity Jane, ma anche a lei nessuno aveva fatto caso. Eppure lei, Betty, era ancora l’eroina dei fumetti più famosa e sexy. La preferita degli americani. C’erano gadget da per tutto, e strisce con lei in tutte le pose, vestita in tutti i modi, che festeggiava qualsiasi evento, religioso o laico o pagano. Che ancheggiava e faceva l’occhiolino. Tazzine, accendini, portachiavi, penne, persino in cui si spogliava o era nuda.
Pensino… se ne vergognava a dirlo. Ottantacinque anni portati con disinvoltura, ed era sempre uguale. Con i suoi occhioni e quella boccuccia rossa. Già! ma quella era solo un vecchio fumetto che non stancava mai. Invece lei era uscita dalle strisce, dalla carta, era lì in carne e ossa. E tutto il resto; quella piccola grazia di Dio. Avrebbe voluto essere così disinvolta, così disponibile. Per piacere le piaceva, e anche abbastanza. Solo che… In fondo lei non era così, e se ne stava andando per la sua strada. Curiosa di tutto. Persa nei suoi pensieri. Persa in quel paese che non si premurava di voler conoscere. Non interessata, e nemmeno incuriosita. Era solo una grande bolla di plastica. Non cercava nulla. Non si aspettava di poter trovare il serpente; lì. Non lo aveva cercato. A volte è proprio chi ti dovrebbe salvare, quello che ti offre spontaneamente il suo aiuto, senza che tu glielo chieda, senza che lo cerchi, senza che ne provi il bisogno, a volte è proprio quello a spingerti sotto e a farti affogare.
Quaccherando22. Stava semplicemente bighellonando senza meta. Camminava, sicura sui tacchi, cercando di non farsi notare; guardinga. Un ultimo stupido scrupolo. Un ingiustificato timore. Forse il sopravvivere della sua ultima timidezza giovanile. Che ne potevano sapere della cronaca del nostro paese, se non ne avevano parlato nemmeno i nostri media. Per loro eravamo solo gli spaghetti, la chitarra, e la moda. Lei era vestita normale, come ci si può vestire; mica come lui. Per quelle strade potevi imbatterti, nello istesso istante, nelle astronavi come in una carrozza sgangherata trainata da cavalli. E lui era sceso da uno di quei sgangherati barrocci, lasciando la sua… compare ad aspettarlo[1].
Sì! la gonna forse era un po’ corta, ma non si vedeva niente. La maglietta un po’ scollata, un piccolo top, faceva così caldo. Forse potevano essere le calze a rete. Forse era solo vittima di se stessa. Delle sue forme tornite. Dell’applicazione della mamma. Che poi il peccato non è nella nudità, ma negli occhi di chi guarda. La libido non è un gesto, ma una lettura. In quel momento non aveva certo voglia di malizia. Avrebbe voluto farsi trasparente. Aveva voglia di una granita, in quel momento. Era stato lui, quello, a guardarla con quegli occhi. Lei osservava semplicemente le vetrine. Un vestitino che pensava le sarebbe stato d’incanto. E lui continuava a fissarla. Che ci faceva lì, così lontano dalla Pennsylvania? Dannazione, non riusciva a capire il valore di quei prezzi. Pensava solo che la vita era proprio matrigna. E lui, cosa aveva da guardare tanto? Neanche fosse uno splendido esemplare femmineo di Milo Manara; o una Bayba, o una di quelle scostumate donnine di Roberto Baldazzini, con frusta e lingerie fetish; o una di quelle mammine sempre in calore. Che fanno figli coi figli. Lei nemmeno aveva figli. Che, se era per lei… lei andava pazza per Alack Sinner. E prima per i Peanuts. Invece erano per strada. Eppure, lo sapeva: i suoi occhi l’avevano già spogliata. La vedevano nuda. Forse solo perché si era chinata ad accarezzare quello stupido cane; che era anche scappato.
Le venne istintivo cercare di coprirsi, di nascondersi. Solo che non c’era nulla da nascondere. E lui aveva la voce roca: “Una ragazza così carina non dovrebbe mai girare in modo così scostumato. Con la testa scoperta e i capelli tagliati corti come un ragazzo. Con occhi così grandi che non riconoscono la vergogna. Che non mostrano umiltà. Curiosi. Che guardano altrove e non a terra. Mascherare il proprio volto e travisarlo con tutto quel trucco. La donna dovrebbe avere sempre la faccia e l’anima pulite. Senza pensieri impuri. Non dovrebbe mostrare le gambe. Tutte quelle gambe. Vestire in modo così… indecente, spudorato. Come… come una donna di malaffare”. Nessuno che si facesse quelli suoi. “Ma… secondo lei… sant’uomo, una ragazza d’oggi come dovrebbe essere”? “Non sono un sant’uomo ma solo un povero e umile servo del Signore”. “Smisi di essere serva quando uscii di casa e riuscii a fuggire da quel padre”. “Non bestemmiare, figlia di Belzebù. E onora il padre”.
La stava importunando e già annoiando. A lei non importava cos’era, se era santo o cosa. Sembrava più un satiro. Spalancò due occhi enormi di meraviglia da Tim Burton: “In fine, di cosa dovrei provare vergogna, Vostra Penitenza? Troppe regole possono diventare nessuna regola. Fare unicamente confusione. E non tutte hanno il padre che meritano”. Anche loro erano diventati business. Si erano spinti a vendere zuppe, e mille altre stupidaggini. Eppure, non avevano perso la voglia di pontificare e giudicare. Non abbandonavano la missione di condannare: “La strada è nella bibbia. Non c’è nessun altro posto. E nessuna confusione Dovresti stare al tuo posto”. “E quale sarebbe”? “C’è una sola strada, un solo posto, un’unica verità. Non ci si può sbagliare”. “E quale sarebbe”? “Pregare e chiedere perdono. Tornare in grazia di Dio. Piegare la testa. Prega, figliola”. “È quello che ho sempre fatto”. “Non vedi, figliola, che ti si vede il culo”? “E allora? basta non guardarlo”. “Non ti imbarazza”? “Perché dovrebbe”? “Perché sei sotto gli occhi di tutti”. “Ho le mutandine”. “Appunto”. “Non è colpa mia se la mamma me l’ha fatto”. “Ma la mamma non ti ha insegnato”? “Non è colpa mia se il vestito me l’hanno fatto corto”. “Tua è la colpa se lo porti in giro. Se lo indossi. Se è tuo. Nessuno ti ha costretta”. “Se non si guarda non si vede”. “E non esser impertinente, figliola”. “Mi hanno disegnata così”.
Betty non era la sua figliola. Lo vedeva per la prima volta. Sarebbe stata a guardarlo per ore, in posa, divertita. Curiosa. Lo avrebbe persino fotografato. Per riderne con le amiche per i tempi dei tempi. Strano personaggio quel personaggio. Come tutti quelli che sbucano dal passato. Che si sopravvivono per sopravvivere a tutto. Sarà anche stato quacchero, ma gli occhi erano molto laici. E laidi. E le sue voglie molto poco quacchere. Anzi… avrebbe detto… affrettate. Non fosse stato per quel Dio avrebbe potuto essere forse molto d’accordo con loro. Non fosse per quel radicalismo. Per il puritanesimo. Per tutto quel loro buffo modo di vestire. E di far vestire le loro donne. Per i buffi cappelli. Spuntati da Salem. Da La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne. Avrebbe fatto bene a non scordarsi quest’ultimo riferimento. A prenderne debita nota. Insomma, anche per tante altre cose.
Per essere precisa precisa cosa le avrebbe dovuto insegnare quella mamma? Lui nemmeno la conosceva. Parlava senza sapere. Anche lei era stata solo una vittima. La vita non era stata una passeggiata nemmeno per lei. Intanto il tipo non si schiodava di lì. E le mostrava sempre più interesse. Voleva salvarla, ma salvarla da cosa? Dall’inferno? Lei era già all’inferno. E quell’uomo si pavoneggiava di una santità falsa e di occhi da porco. Sbavava come un ripugnante pedofilo. “Come ti chiami, Figliola”? Voleva dirglielo che non sopportava che la indicasse come la sua figliola. Avrebbe voluto chiedergli a cosa era dovuto tanto interesse. Voleva dirglielo che aveva già avuto un padre, e anche quello era stato di troppo. “E lei… Padre”? “Beh! io sarei… sono il reverendo Dimmesdale[2]”.
Non era certa di sapere cosa fosse veramente un padre, ma lui non era sua padre. Forse non ne poteva avere solo l’età. Certo non il diritto. Forse ne aveva anche le stesse voglie. Un padre non dovrebbe averle. Un padre dovrebbe avere delle qualità, una morale. Mostrare alla figlia le strada. Avvisarla dei pericoli. Non essere i pericoli. Essere severo, non solo nell’aspetto. Ma non dovrebbe nemmeno tingersi di ridicolo ogni volta che indossa un abito al mattino. Girare con quella faccia e quei capelli lunghi e candidi legati da una ciocca. Vestito da becchino come un becchino; che persino l’odore era quello da camposanto. Per fortuna l’aveva importunata in una stradina deserta, distante da occhi indiscreti. Frequentata solo da gatti che frugavano disperati tra i rifiuti. Da qualche folata di vento e da qualche topo. Lì, aveva potuto limitare la propria vergogna.
La nostra Betty, che era di buon cuore, alzò le spalle e la gonna e fu mossa a compassione. La faccia del reverendo sembrava quella del re delle rinunce. Aveva la maschera del tormento e della tentazione. Per quanto cercasse di resistere, e di scacciare il suo satana, quei pensieri, gli occhi di quel reverendo Dimmesdale erano lo specchio della cupidigia, della libidine. E allo stesso tempo quegli occhi erano rancorosi. Ed erano accusatori. La biasimavano. Volevano negare di desiderare quello che desideravano e avrebbero voluto. Tutti profeti e fustigatori dei costumi e dei peccati degli altri. Come spesso accade l’uomo è duplice. Invoca Dio e supplica Satana. E dentro i suoi calzoni, trattenuti su da una cordicella, era evidente come quei due si stavano dando battaglia. E non era certo il Bene che stava vincendo. Anche una sciocca ragazzina se ne sarebbe accorta e avrebbe provato almeno un filo di vergogna.
Perché, figlia di satana, vuoi indurre in peccato questo misero servo del Signore”? L’uomo sembrava prendere coraggio dal suono stesso della propria voce. “Veramente, Reverendo Padre, sarebbero i suoi occhi che peccano guardando. Io non volevo proprio niente. Niente di niente. I potrei solo… perdonarla. Assolverla. Ma.. È… è la sua mano che pecca toccando”. Si era guardato intorno e, tranquillizzato, s’era fatto più intraprendente: “La mia mano non è la mia mano. Non esiste il peccato se non lo si conosce. Se non si affronta la tentazione lottando e resistendo. È la mano del signore. Che controlla e assolve dal peccato. È il segno della verità”. Intanto proseguiva imperterrito nella sua coscienziosa indagine, del peccato. “A me sembrano proprio le sue dita. E non sembrano fuggire ma frugare. Mi sembra che… la prego, non così impaziente”.
Ormai era evidente che dentro il santo c’era un uomo. “Sei tu che mi tenti. Che mi spingi al peccato. Che mi condanni. Col tuo comportamento. Con la tua arroganza. Con la tua mancanza di pudore. Sei tu il diavolo. Anch’io sono solo un povero uomo. Cosa credi? La carne è carne. Che Dio mi perdoni. Sei tu la colpa”. “Credo che si stia già perdonando. E… Lei, comunque, Reverendo, poi potrebbe assolvere anche me e il peccato dai miei occhi”. “Dio è misericordioso, ma non è così che funziona”. Era solo infastidita. E spazientita. E imbarazzata. Quelle mani la frugavano come non era mai stata frugata: “Non posso pentirmi prima”? Quel Dio era un vero rompicapo: “Non ti indurrebbe a peccare”. Gli sputò in faccia la sua rinuncia: “Fa nulla, lo farò durante. Intanto mi mostri la penitenza”. Ormai era diventata impertinente. Davanti a Satana quel maschio non riusciva a porre molta resistenza. E si sentiva nell’intimo sfidato: “Figlia di Belzebù. Con me avrai più di quello che cerchi”. Certo che lei non lo voleva, ma le parole gli uscirono dalle labbra. E poi voleva solo che la smettesse. Con quelle mani e quel sermone: “E allora muoia Sansone e tutti i filistei. Si sbrighi. Mi faccia peccare”.
Dio, Satana, il peccato, il perdono, ecc. non potevano stare tutti lì. Come ogni uomo anche il sant’uomo amava menarsi a gloria. Vantarsi, che di per sé sarebbe di già da solo un peccato. Decantarsi. Promettere più del dovuto. E di quanto potesse mai essere in grado di mantenere e dispensare: “Ti farò ingoiare tutto… tutta la tua arroganza”. A parte quel suo nome così altisonante e la superbia delle sue parole, quell’uomo di fede non aveva null’altro di cui andare fiero. Forse era stato un essere forte e robusto, con un verbo tuonante. Era solo un povero vecchio, con le carni flaccide. E flaccido da per tutto. “Anche Lui era figlio dell’uomo. Tu, figlio di Maddalena, un piccolo miracolo, no! Vero”? Per fortuna lei aveva sempre con sé la sua gentile 98-FS, pronta a dirgli una parola di conforto, ad assolverlo e a dargli l’ultimo saluto. Appena lui si abbassò le brache lei non gli diede il tempo per nessun altro peccato, solo quello di un pensiero impuro, e fu lei a salvarlo dall’inferno, e gli infilò in bocca tutta la lunga e robusta canna. Prima che si aprisse il baratro della perdizione eterna. Lui ebbe un attimo di stupore, in quell’attimo a lei sembrò simile a quelle donne di malaffare fin troppo impegnate in una delle loro imprese. Le sarebbe anche venuto da ridere, ma prima di pensarci lasciò parlare solo la sua Beretta. Amen.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Quaccherismo
[2] http://www.wuz.it/riassunto-libri/8883/lettera-scarlatta.html

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