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Archive for aprile 2008

Il post è datato (7 aprile); soprattutto prima delle tornate elettorali. Credo ancora che per tornare a parlare, in modo serio, della politica si debbano definire alcuni punti fermi e mettere ordine sugli oggetti di analisi.

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Io penso che spesso prima di tante grandi teorizzazioni vi siano delle domande semplici che si possono dire (dire, non enunciare) con poche parole usando parole semplici. Credo, allo stesso modo, che non dando risposta a tali domande non si possa andare da nessuna parte.
Nel testo si usa la parola “Politica”, o ci si riferisce ad essa, con due significati diversi ma spero che il lettore saprà distinguere da caso a caso e capire quando si parla solo della politica dei partiti.

Il 17 febbraio 1992 (cioè sedici anni fa), con l’arresto di Mario Chiesa, si apre quella fase di “crisi delle istituzione” che verrà conosciuta come tangentopoli. E’ il “crollo del sistema politico” italiano che spazzerà il vecchio assetto e si concluderà, diciamo, solo nel 1997, tanto per darci una data (cioè undici anni fa) anche se in realtà non finisce mai e non è questione di date.
In piena tangentopoli gli italiani optano per un sistema elettorale maggioritario attraverso il referendum nel 1993, cioè quindici anni fa. Se ricordo bene vota il 77% degli aventi diritto e vince il maggioritario 82,70% a 17,30% (nel calcio si direbbe: con punteggio tennistico).
Logica (e buon senso) avrebbe voluto che l’Italia si dividesse in due tra i sostenitori di un sistema in cui si confrontino due partiti (improbabile e improponibile all’epoca) e uno in cui si confrontano due posizioni all’interno delle quali si coalizzino (attraverso in processo federativo) le varie anime ideologiche presenti (magari cercando un complesso di valori distintivi per le due posizioni). Per ottenere un simile risultato c’è, a mio avviso, solo un percorso di rifondazione strutturale della politica.
L’Italia si divide in due:
Sostenitori del maggioritario (i “grandi partiti”) che producono (anche per compiacenza) una serie di leggi elettorali che mantengono (di fatto) in vita il proporzionale.
Dall’altra parte i “nostalgici” del proporzionale (i partiti numericamente meno importanti), intenti a tenerlo in vita e impegnati a “rifondarlo” negando di fatto che senza tornare a sottoporre la questione al giudizio di un voto referendario sarebbe politicamente scorretto oltre che poco democratico.
Su questo secondo punto vorrei aggiungere che non troverei nemmeno giusto chiamare a raccolta continuamente i votanti, attraverso referendum, cercando di far presa sulla stanchezza.
Il prodotto di tutto questo è l’esatto opposto di quanto era stato ed è chiesto dalla maggior parte della popolazione con risultati che se non fossero tragici sarebbero risibili e ridicoli. L’esempio emblematico di tutto ciò è rappresentato dal maggior partito del centro-sinistra (senza fare nomi ne cognomi; con ogn’uno libero di porre il trattino distintivo o di non porlo) che aderisce all’Internazionale Socialista ma non riesce a contenere al suo interno i Socialisti Italiani.
In politica non sempre le scorciatoie permettono buoni risultati. Non vi è stata, da nessuna parte, nessuna rifondazione. Nessun confronto sulle idee. Semplicemente la riproposizione di vecchie logiche e di vecchie nomenclature. La grande novità della scena politica è un presunto e goffo passaggio pseudo/democratico fatto dallo stesso maggior partito del centro-sinistra o centro&sinistra che almeno ha avuto il coraggio di ridisegnare la superficie del suo organigramma e il simbolo.
E’ possibile, su queste premesse, fondare e/o rintracciare un progetto politico o sono io che non lo vedo?
Vi è stata, a questo punto, una lettura (obbligatoria) della società (intesa come Paese) e dei suoi mutamenti (sia in essere che in prospettiva)? Un che fare?

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Improvvisamente dalla rete sparisce Galatea. Si diffonde il panico. Si incrociano mails. I commiati sono struggenti. Il popolo della rete si dispera. Stenta a crederci. Ha ragione. Naturalmente Galatea ricompare. Se non è “Il mondo di Galatea” è “Il nuovo mondo di Galatea“. Fa nulla. E’ sempre lei. Con tutto il nostro affetto.

Ha subito un sopruso. Una intimidazione. Bentornata Galatea. Ci mancavano solo i tuoi occhioni colti dal bravo Marino.

Baciotti

Bentornata

Frank Sinatra: You do something to me
[Audio http://galatea.vaglio.googlepages.com/02-YouDoSomethingToMeSinatra.mp3%5D

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Forse sembrerà incredibile, come è sembrato a me, ma è un americano (Alan Lomax) ad insegnarci a fare ricerca musicale ed, in un certo senso, a dare rispetto anche alla musica cosiddetta leggera e popolare e alla tradizione orale.

Mario DG

Nel nostro paese non si è ancora sopito completamente l’impulso nato dalla liberazione e dalle sue aspettative di una società altra e di una cultura altra o di una rifondazione della cultura. E’ ancora intenso il dibattito sul rapporto tra politica o potere e, appunto, cultura e intellettuale. C’è anche un mercato alternativo e un modo diverso di fruizione rappresentato da I dischi del sole, dalle Edizioni del gallo, dai Giornali murali, dai circuiti politici che ruotano intorno ai partiti della sinistra, etc.
In quegli anni c’è anche una musica solamente italiana e dialettale (ma in molti casi si guarda ancora alla Francia) che darà anche corpo a quella canzone che verrà definita politica. I primi nomi che vengono in mente sono certamente quelli di Jannacci e di Gaber, che ruotano attorno a Milano e sui quali è criminale non soffermarsi.
Dovremmo doverosamente spendere fiumi di inchiostro per inquadrare almeno un minimo i fermenti che animano quella Italia eppure ricordare Maria Monti e tanti altri nomi come quelli del gruppo di giovani musicisti torinesi, tra i quali Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Emilio Jona e Michele Straniero, che partecipa al rinnovamento della “canzonetta” e che si riconoscono nel gruppo nominatosi I Cantacronache. Ci troveremmo costretti a spingerci ben in là del mondo musicale in se stesso e valutare l’importanza di Franco Fortini e di Giorgio Strehler e di Dario Fo e di Roberto Leydi e di Gianni Bosio con il suo Istituto Ernesto De Martino, etc. (e ci scusiamo per gli esclusi). Sono anni di semina e di recupero.
Torno a ripetere che non c’è spazio sufficiente e poi finiremmo per parlare troppo e non ascoltare nulla. Inoltre non amo certo fare il saccente e così invece abbiamo scelto proprio un Toscano di Lucca trapiantatosi a Milano che scrive, negli anni presi in esame, alcune delle pagine più significative di quella musica politica (con Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, i fratelli Ciarchi, i veneziani Gualtiero Bertelli e Alberto D’amico ovvero Il nuovo canzoniere italiano e Il nuovo canzoniere veneto, etc.) che accompagnerà la stagione del ‘68 oggi tanto tornata di moda non solo da noi.
La scelta non è caduta su una canzone politica tra le tante adottate a bandiera di quei giorni intensi ma su quel Ivan Della Mea dialettale che con El me gatt (Omicron-Della Mea) del 1963 riesce a tracciare un bel ritratto di un’Italia che non ha ancora conosciuto la ricchezza e il riscatto eppure è fiera. Mirabili restano dell’autore, a nostro modesto parere, alcune ballate che vanno al di là dello stesso impegno politico e attraverso le quali ripercorre le tappe della nostra terra e del suo dopoguerra.

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