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Posts Tagged ‘diario’

Uomo sommerso dalle carteProvo quasi vergogna a parlarne. In questa Italia allo sbando, allo sfascio, parlare di un proprio diritto, mentre li stanno togliendo a tutti, provoca questo: pare quasi di muovere ad indignazione. Siamo tutti cassintegrati, siamo tutti precari, siamo tutti a rischio e appena piove siamo anche tutti alluvionati, e io aspetto la pensione. E sono in mano al dio della burocrazia. Oltre a tutto ho vissuto nella parte “fortunata” del paese e nell’epoca fortunata dove ancora si trovava lavoro senza impossibile fatica. Lo so è colpa mia. Io questo stato e le sue “carte” non lo capirò mai. Ho fatto il militare e se non glielo dico pare che lui lo ignori. Ma questo è il meno. Nemmeno vale la pena parlarne che nessuno mi dice che basta una telefonata e invece mi avrebbero mandato a Udine dopo avermi fatto cercare carte di 42 anni fa che probabilmente loro stessi mi hanno sottratto. Torniamo alla pensione. Alla mia età chi non ha lavorato per almeno quarantanni è un alieno o un figlio di un dio maggiore. Io ho imparato a lavorare nel privato ed ora me ne sto al caldino del pubblico impiego, nel mio comune. Metà del lavoro privato naturalmente risulta in nero, così andava, si sono mangiati i miei contributi. Nel 1985 chiedo la ricongiunzione all’Inps almeno di quella metà. Occhio alle date. Nel 2001 mi rispondono che mi sono stati riconosciuti i contributi, che ho pagato tutto e non mi resta altro da dare. Nel 2009 mi risollecitano la stessa cosa. Alla fine delle lettere c’era scritto che se non firmavo per accettazione mi decadeva quel diritto da me chiesto. Probabilmente non sono mai arrivato a leggere fino alla fine. Ho osservato quello ZERO e mi son sentito tranquillizzato. Pare paradossale ma ora manca la mia firma. A un mese dalla pensione manca quella maledetta firma. A tutto fatto e a conto alla rovescia iniziato si accorgono all’ultimo che manca quel dettaglio che dettaglio per loro non è. Ci si aspetterebbe che l’unica cosa che occorre sia una maledetta penna: “Datemi questo maledetto pezzo di carta che vi metto la vostra maledettissima firma e che sia finita”. “E poi andate fanculo”! No! siamo italiani. Si ricomincia da zero. Rifaccio richiesta che era stata evasa nel 1985. Richiedo la riconversione e tale richiesta sarà onerosa, ovvero pagherò per quello che ho già pagato e che mi spetterebbe se avessi messo quella firma. Tutto riparte da zero. L’Inpdap chiede verifica e conteggi all’Inps. Resta in attesa di risposta. Dopo mi scriverà per raccomandata che debbo accettare quello che gli ho chiesto. Dovrò restituire l’accettazione, sempre per raccomandata, debitamente firmata. I tempi di tutta questa titanica invenzione sono… speriamo. E io mi sento già tra i fortunati. Ragazzi… non so proprio cosa vi aspetta.

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Vorrei lasciare una firma: La vita è una bella avventura che vale sempre la pena di essere vissuta. Perché parlare di me? Per edonismo? Per presunzione? Niente di tutto questo. Perché è come parlare di un uomo comune. No! non ho una storia da raccontare ma tante piccole storie. Nessuna storia con la ESSE maiuscola. In un mondo, quello della rete, in cui esistono tante persone virtuali io sono entrato con il mio nome e con la mia faccia. Qualcuno ha creduto di conoscermi. Si conosce mai veramente una persona? Io sono questo e altro, come tutti. Difficile raccontarmi in poche parole. Cercherò di farlo cercando di essere il più possibile neutrale e onesto. Non ho nulla di cui andare fiero. Forse la mia prossima avventura: la mostra sui bambini di Gaza di cui ho più volte accennato, alla quale do, con entusiasmo, il mio piccolo contributo. Sono veneziano e provengo da una famiglia di sinistra, o per meglio dire Comunista. Anni pieni di entusiasmi quelli della mia infanzia. Non ho avuto altra scelta che essere a mia volta Comunista. Lascio presto la scuola, forse troppo presto. Essendo tra quelli che hanno compiuto i vent’anni nel 68, cosa potevo divenire se non un sessantottino e vivere la piazza e tutti quegli slogan e le occupazioni? Nei primi anni ’70 entro nel P.C.I. e vivo la segreteria Berlinguer, curo la FGCI; come sempre la mia attenzione è rivolta ai giovani. Dipingo un po’, scrivo un po’ di più; leggo abbastanza. Per molti motivi mi allontano dal Partito ma la ragione principale è che non voglio in nessun modo che i miei ideali diventino un mestiere. Mi piace dare idee e sudore e starmene nell’ombra. A farla breve a poco più di 40anni mi invento un Centro Sociale che presto diventa occupato: Marcos. Io 45anni circa e loro tutti 20enni. Grande spazio, grandi progetti. Naturalmente ci sgombrano. Allora con parte degli stessi ragazzi apriamo un circolo culturale in una struttura pubblica, una scuola: Icaro. Mi allontano perché considerato dall’amministrazione di centro sinistra un pericoloso sovversivo; per non creare problemi al gruppo. Torno a lavorare con quei ragazzi dopo un po’ di decantazione ad un progetto ambizioso, il recupero di un forte della prima guerra mondiale (Forte Sirtori), aprendo un Centro Sociale enorme non occupato cioè vincendo la gara d’appalto: Baracca e burattini. Dopo sei anni, sempre circa, una giunta di centro destra ci chiude quello che era per noi un grande sogno con tanti giovani. Cerco di difendermi durante i seguenti 5 anni di mobbing duro e di lottare. A 59 anni mia moglie, dopo 33 di matrimonio, chiede la separazione, poi otterrò il divorzio. Forse sono troppo sovversivo anche per lei. Mi invento per la quarta volta una lista elettorale e mando a casa quei politici di destra dai comportamenti un po’ fascistoidi: la lista ottiene il 6%, seconda della coalizione e torno a ritirarmi nel mio angolino. A 61, del tutto casualmente, ritrovo la mia ragazza del 68. E’ un incontro che non può non lasciare il segno, era stata una storia breve ma intensa e io avevo continuato a portarla nel cuore. Non può che tornare a divampare l’amore. Lei è la mia Compagna (in tutti i sensi). Il nostro rapporto ha un solo momento di crisi quando lei mi dice che economicamente sta abbastanza bene. Stupidamente temo che questo possa cambiarmi o averla cambiata. Con Lei ritrovo la mia città perché Lei ha una casa bellissima a Venezia. Veramente ne ha anche una per le vacanze a Ponza. Lo so: sono l’unico uomo che ha vinto alla lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. E ora questa avventura della Mostra. Spero di non aver annoiato. Certamente non è tutto ma è una parte di quel tutto. Non si può mettere tutta una vita in un post. Che dire? non amo parlare di quello che ho fatto. Spero di aver sempre qualcosa da dire su quello che vorrei fare. Stare vicino a Lei è attraversare le cose con entusiasmo e serenità. Spero solo che Lei sia felice per tutto quello che merita e per quello che ha sofferto. Anche nel nostro rapporto cerco e cercherò di mettere tutto il mio entusiasmo e il mio impegno. Speriamo di mandarvi presto una cartolina dalla Palestina.

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Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Ponza: veduta del mare
Oggi il mare è tranquillo. Di un blu cobalto. Attorno agli scogli non c’è un minimo di colletto bianco. Quelle che chiamano ochette. Solo poche vele sfruttano il poco vento. L’aria è calda. Un urlo d’estate. Estate: stagione di voglia di leggerezza. Lì in fondo il mare diventa cielo senza soluzione di continuità. E’ un unico sfondo. Tutto fa frivolo, allegro. Non ti aspetti di vedere le navi dei pirati. Si stanno radunando. Ormai manca poco. Sono pronte a dirigersi verso Gaza. Solo chiudendo gli occhi sembra di vederle. E sulla prua lui, il pirata che chiami per nome. Strani pirati pronti ad affrontare la flotta dei tiranni. I cannoni, se serve, il piombo e il fuoco. Armati solo del loro coraggio. E davanti a loro arroganza e disprezzo. Davanti a loro il potere della forza e della violenza. I fuorilegge del potere che seminano terra e mare di odio. Il pensiero va agli amici coraggiosi. Alla loro traversata, all’impresa. Ed è allora che ricorda quella vecchia storia di pirati; altri pirati. Un pensiero leggero va anche a loro, e un po’ d’invidia. Un pensiero dice che in quel mare c’è spazio per tutto e per tutti. Loro solcano un altro mare. Lui sale sull’albero, non c’è un orizzonte più lontano che possa vedere. E gli occhi si bagnano di mare. Ha una leggera vertigine, una piccola paura di vuoto. Gli sembra di poter sfidare il mondo. Ha un sogno folle che gli bagna le ciglia. E si sente libero.
Non prova più nessuna stanchezza. Non c’è altro rumore che quello impercettibile delle foglie. Il raro grido lontano di qualche gabbiano. Alcuni cinguettii. Due piccoli gattini nati da poco nascosti in un cartone, tra i rovi, chiamano mamma e pigolano sommessamente. Alvise ha aperto loro gli occhi. Con acqua, cotone e delicatezza. E’ quasi silenzio. Il grande gelso si allunga per due terrazzamenti ma non si alza mai troppo verso il cielo. Si lascia stuzzicare dalle ginestre. Le sue membra sembrano rattrappite come in un grido muto. Sembra incerto e volersi tenere sul sicuro, vicino a terra. E’ robusto e frondoso e pieno di frutti maturi e saporiti. Poi all’improvviso più in basso scorge due ragazzi. Come sono giovani. Golosi cercano i frutti più lontani. Quelli che sembrano inarrivabili. Sono sempre quelli a sembrare più gonfi e più buoni. E’ lui il più ardito. E li raccoglie con gioia per l‘amica. E glieli porge. Hanno solo i costumi, come corressero verso quel mare che continua a stare distante. E ha parole piene di risa. E qui sorrisi abbagliano come il sole. Non potrebbero vestire diversamente. Lei ha ancora forma da ragazzina. Lui si finge uomo e coraggioso. I frutti li sporcano di gioia e d’un rosso acceso. Ne hanno le mani impiastricciate, e i capelli, e il viso, e tutto il corpo. E si guardano e tornano a ridere. Lui ha paura di farsi scorgere, si raggomitola e sale più su. Non sa staccare gli occhi da quella loro allegria. Gli sembra un altro mondo il loro. Crede di ricordare qualcosa. E’ passato tanto tempo. Poi lo riconosce, quel ragazzo è lui. Quella ragazza è lei. Loro sono tornati. Sì! è passato veramente molto tempo, ma non troppo. Vorrebbe ma non può parlare, chiamarli. Si sente il cuore leggero. Non si tenesse aggrappato al ramo quei sogni d’estate potrebbero farlo impazzire. Chiude gli occhi e in quel cielo assolutamente sereno e luminoso si lascia volare. E tutto il mono è fuori. Ed è bello essere nuvola ed essere leggero. La ragazza chiede al ragazzo un bacio. Non bisognerebbe andare a Ponza se non si è disposti a credere ai sogni.

P.S. l’immagine del gelso è ancora dentro la macchina fotografica. Ci sarà bisogno di tempo perché possa essere postata.

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Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

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Donna allo specchio1. Io ho un amico di penna. Un amico immaginario, a cui confido le mie pene. Come una quattordicenne. Lo so, non avrei più l’età; appunto. Vivo serenamente. Non aspetto niente e nessuno. Può sembrare ridicolo. E’ solo che anch’io, nel silenzio, ho bisogno di qualcuno con cui parlare.
Non ho cercato di raffigurarmelo, il mio amico immaginario. E’ solo come un diario. Potrebbe essere bello o brutto, biondo o castano, alto o tarchiatello, non ha nessuna importanza. Uno che mi sa ascoltare. E nella mia fantasia l’ho inventato uomo. Certo una figura improbabile: un uomo che ascolta in silenzio. Che risponde quand’è il suo turno. Che non ti spiega lui le cose. Potrebbe anche avere una leggera pancetta.
Non ho molto in comune con Elisa. E’ stato lui, il mio amico, che mi ha fatto conoscere Elisa. Elisa la bella. Lui dice che la bellezza è una fortuna. A sentir lui è persino una virtù. E poi, che diamine, appaga l’occhio. Onestamente non so se è diversa la bellezza di un uomo e quella nella donna. Onestamente molte sono le cose su cui non ho riflettuto abbastanza. E per le quali non ho trovato risposta. Magari nemmeno l’ho cercato con la necessaria caparbietà. E poi è fin dall’inizio che non concordo completamente con lui. In realtà è tutto relativo. Lui dice che sono bella. Io più mi guardo e meno gli credo. Quella mia bellezza non l’ho mai vista. Sarà lo specchio a raccontarmi una realtà diversa. Penso che il suo sia affetto. Affetto che gli ho regalato per mia comodità di scrittura. Affetto maturato in tutto questo tempo che siamo complici e in fondo anche un po’ amanti. Questa è una delle nostre dispute più aspre.
Vorrei sapermi spiegare. Spiegargli. Farmi capire. Se non lo fa lui, che mi è sempre stato così vicino, chi può farlo? Eppure sembra non volermi dar retta. Quando si mette in testa le sue idee è così testardo. E’ testardo come ogni altro uomo; come un uomo vero. Cioè, voglio dire, reale. Io invece ho avuto bisogno di tutto questo tempo per capire le cose. Per maturare questa mia convinzione. L’ho saputo da sempre ma mai come ora. Mai con questa certezza. E’ la mia stessa storia che parla. Oggi lo posso dire. Oggi che sono una donna… matura. Arrivata. Soddisfatta. Che non ho bisogno di un uomo. Di un compagno. Di un amante. Di nessuno. Oggi che la mia più grande passione è il mio portatile. Oggi che vivo serena. E sola. La bellezza è una grande scocciatura. Anzi è un vero difetto. Una vera iattura.
So già che non lo convincerò mai. Ch’è tutto inutile. Ci provo ugualmente. Il mondo è pieno di cose inutili. Persino la mia vita; a ben guardare. Non ho nulla da rimpiangere. Non un granché da rimproverarmi. Ho fatto semplicemente i miei errori come tutti. Forse di più, forse di meno. Chi può dirlo? Chi può misurarli? Chi può giudicare? E non sarà quel tempo perso a farmi più disperata. Tanto vale che cominciamo dalla fine. Da stamattina. Chi mi conosce sa che so prendermi le mie responsabilità. Se serve anche l’iniziativa. Che non mi perdo in un bicchier d’acqua. Così prendo il pullman per andare al lavoro. Lo prendo come ogni mattina. Solitamente siamo sempre le solite persone. Solite facce. Si può dire che ormai ci conosciamo. Ma c’è una faccia nuova. C’è uno, in piedi, che non ho visto mai. Un non habitué.
Dopo un po’, circa a piazzale della Concordia, mi fa scorrere gli occhi addosso. Il suo sguardo sembra soppesarmi. Valutarmi. Giudicarmi. Poi si apre in un sorriso compiaciuto, sembra soddisfatto. Ha fatto la sua cernita. Siamo in tante ma ha scelto me. Lo intuisco da subito; immediatamente. C’è una bionda che da donna non mi sembra male. E’ alta e slanciata ed ha due occhi azzurri che sembrano perdersi nel nulla e farsi trasparente. C’è una ragazzetta, vicino alla porta, forse un po’ troppo giovane per la sua età, che non si ferma mai di parlare con le amiche. Lei, quella ragazzetta, cerca di richiamare con impertinenza attenzione su di se. C’è Liliana che lavora al catasto e che è una donna sempre molto elegante. C’è n’è un’altra grassottella, veramente solo un pelo sovrappeso, che ha occhi veramente sensuali. Profondi e scuri. Forse un po’ abbondante di seno. Certo che a criticare siamo brave noi donne. A criticarci. Forse un po’ troppo truccata. Naaah!
Alcune hanno fatto gruppo, assieme anche a colleghi maschi, e fanno il viaggio come in un salotto. Se la chiacchierano e se la ridono, come fossero tutti loro soli. Solo tra di loro. Senza badare a nessun altro. E commentano i fatti del giorno. E di politica. Poi c’è quella sempre con quell’aria imbronciata. Sembra continuamente appena uscita da una delusione. E una robusta di colore, probabile badante. E ce ne sono altre. Compresa la piccoletta che non è niente male. A quell’ora è sempre un tragitto molto carico. Frequentato. Insomma ce ne sono tante, ovvero diverse. Insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una vera riserva di caccia. Invece il tizio ha puntato pesantemente me.
Noi donne guardiamo le donne con occhi diversi, anche questo è vero. Siamo pronte alla critica. A cercare anche il più piccolo difetto. Siamo donne. Ma non le vediamo come gli uomini. Non le guardiamo con lo stesso sguardo degli uomini. Non subiamo lo stesso fascino. La stessa attrazione. E’ naturale. Quello ch’è bello per loro non lo è per noi. In verità non sono certa che per noi l’aspetto sia importante. Non lo è per me. Non so cosa mi attrae. Oggi, probabilmente, nulla. Ma ormai sono una signora. Senza più alcun fascino. Forse mi crede una facile preda? Cosa glielo fa credere? Forse mi pensa alla disperazione? Forse è nella sua politica quella di accontentarsi. So già che mi ci vorrà una seduta davanti allo specchio. Non serviva ad un boia. Forse mi ci vorrebbe un psicoanalista. Ma lui, lo sconosciuto, tra tutte preferisce me. Sembra impossibile ma è così. E’ proprio vero. Continua a guardarmi. Poi prende a farmi dei cenni. Un sorriso, tra l’ebete e il rapito.
Le sue attenzioni non mi lusingano. Non so se in un caso come questo si può parlare di molestie. Certo la cosa mi infastidisce. E non poco. Mica per ridere. Eppure non sono più, e ne sono cosciente, una ragazzina. Mi chiedo perché proprio me. Non ho una risposta. Continua col fissarmi. Poi prende a fare mosse con la bocca, con la lingua e di nuovo cenni. Con un che di… di lascivia. Mi sembra stupido. Impertinente. Io volto la testa dall’altra parte. Cerco di ignorarlo. Ma lui, il cialtrone, è sempre là. Sbircio e lo ritrovo. Pronto. E ritrovo il suo sguardo. Se appena mi volto lo ritrovo a farmi qualche gesto. Cerco il soccorso di altri occhi. E’ una cosa veloce. Possibile che nessuno si accorga di nulla. Forse nessuno vuole vedere. Forse sono anch’io. Basterebbe che facessi un cenno al vicino. Un piccolo vezzo d’intesa. Non posso credere che tutti gli uomini siano così uomini. Così distratti. Sono sicura che ne potrei trovare qualcuno pronto a soccorrermi. Ma io sono la testona che sono. E che sono sempre stata. Preferisco affrontare la vita da me. Di petto. A proposito di petto… Preferirei che alzasse gli occhi; ora.
Vado diretta verso di lui: “Forse ci conosciamo”?
Nella mia voce c’è stizza, e rimprovero, e indignazione. Glielo sputo contro in un tono che non lascia dubbi; né replica. Che possano sentire anche quelli che sono vicini. Lui non fa una piega: “Purtroppo temo di no. Spiacente. Possiamo rimediare subito”?
Il suo sorriso non mi piace. Vorrei cancellarglielo. Insultarlo. Persino sputarlo. Sono fuori di me. Non riesco a rientrarci. Lo guardo e cerco uno sguardo di disprezzo. E scendo due fermate prima della mia. Ho tutto il tempo di darmi della stupida.

CONTINUERÀ?

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