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Posts Tagged ‘lavoro’

La maratoneta del prosciuttoQuanto ne aveva tagliato? Probabilmente migliaia, se non milioni, di chilometri di prosciutto. Ma come lo tagliava lei non lo tagliava nessuno. Sottile come un capello sottile, e anche di più. Glielo diceva anche il suo responsabile. Ma lei lo sapeva che non avrebbe affettato tutta la vita. Doveva arrivare il suo momento. La sfiga, prima o dopo, si sarebbe dovuta girare dall’altra parte. Per un corretto equilibrio delle cose. Per equità. Per giustizia. La sua vita sarebbe cambiata.
Infatti… Il sabato quel responsabile le aveva detto che ci sarebbero stati tagli al personale. Temeva per lei. Ne prendeva pochi, ma anche quei pochi erano una miseria benedetta. Senza sarebbe stata perduta. E quanto le erano costati quei quattro spiccioli? Miserie e umiliazione. Ne aveva dovuti ingoiare di rospi. E non solo di quelli. Non avesse avuto assoluto bisogno anche di quel poco non sarebbe mai andata in cella frigorifera, che faceva un gelo cane, o in magazzino a sollevarsi la gonna con lui. Ma sono i tempi che non permettono più l’esistenza a chi si fa troppi scrupoli, alle brave ragazze. Le gran dame, le donne dabbene, l’hanno già data avendo più fortuna. Forse si era svegliata tardi. Forse aveva sognato troppo a lungo.
Il lunedì era toccato a lei. Il venerdì a lui, al piccolo grande arrogante capetto. Si erano trovati al bar, davanti ad uno spritz triste, con le teste a penzoloni. Avrebbe voluto sfogarsi, ma lui, poveruomo, aveva anche una moglie, e due figli, figlie per la precisione, e le rate della macchina da pagare. E il mutuo e le bollette. E non essendo più giovane era ancora più difficile. E a causa dell’età nemmeno sua moglie era più tanto ragazza. Non glielo aveva ancora detto. Perché con il tempo si era fatta anche scontrosa, pretenziosa e brontolona; una vera arpia. Con il cuore a pezzi a lei non restava che ascoltare.
Poi si era fatto furbo il caro signor Domenico. Solo un paio di settimane dopo. Prima le aveva detto di amarla, poi di amarla veramente. E stavolta lei si era data credendo che fosse diverso, di potersi annullare nella passione. C’era cascata, come un tordo, come una mela matura. Convinta del vigliacco. Poi le aveva annunciato che avrebbe lasciato moglie e figlie e tutto. Sarebbe venuta a conoscenza solo dopo che era stata lei, l’arpia, a sbatterlo fuori. E che si era subito trovata un altro gonzo.
Poi ancora le aveva detto che forse si sarebbero potuti aiutare uno con l’altra. Non aveva detto: l’una per l’altro. Doveva immaginarlo perché storie del genere ne sono state scritte a bizzeffe. Ma lei non aveva mai avuto abbastanza pazienza per leggere, lo trovava solo tempo sprecato, e al cinema era da un po’ che non andava. Infine, le aveva detto che sognava di andare a vivere assieme. Certo, lei aveva pensato, come due barboni. La sua disgrazia era che restava pur sempre una ragazza romantica.
All’inizio era stato gentile. La riempiva di premure. Arrivava spesso con dei regali. Un paio di stivali oggi. Una gonna, anche troppo corta, domani. Come li pagasse non se lo immaginava. Forse aveva ancora un po’ di risparmi. Poi si era trasformato in un vero farabutto. Le aveva regalato anche la pelliccia, solo un giacchino, e per giunta finta. E di un colore non proprio fine: viola. Non aveva avuto bisogno di aggiungere troppe parole. Quello che aveva da dirle l’aveva già detto. Con poche frasi e un paio di schiaffi. Ora guadagnava per due, ma in tasca le restava meno di quando era in quel maledetto supermercato.
Ormai erano in tante, sempre di più, persino serie madri di famiglia. Persino portandosi dietro la borsa della spesa, ma ci sarà sempre la fila. Almeno su questo aveva ragione lui, quel coglione vigliacco del Domenico. Maratoneta era e maratoneta continuava a essere. Era cambiato solo il prodotto che vendeva. E comunque continuava a lavorare da dipendente. Continuava cioè a battere in cassa soldi che non erano suoi. I pericoli erano minimi. Molto spesso anche i vigili e la polizia erano disposti a girare la testa, magari in cambio di un passaggio. Ma un altro disgraziato si rischiava che si poteva trovare sempre. E anche peggio. Magari più cattivo. Ne aveva già uno. A volte si diceva che era uno di troppo. Mangiava sulle sue spalle e anche, seppure sempre più di rado, pretendeva di potersi divertire.
E pensare che lei non era quella. Non lo era mai stata. Era stata anche un’altra. E pensare che da ragazza se l’era tenuta tanto stretta. Preziosa. Come una stupida ragazzina. Non aveva mai preteso niente, tranne un briciolo di sentimento. Già! una prelibatezza ormai in disuso. Giorgino l’avrebbe dovuta odiare per quanto l’aveva fatto penare. Chissà dov’è finito? Erano solo ragazzi, ma non le aveva mai girato le spalle. Per questo non l’aveva mai voluto nemmeno lei. A quei tempi erano ancora troppo giovani. Ma è perfettamente inutile piangersi dietro. Anche se non è bello stare al freddo con le chiappe di fuori.
Si era ingegnata: faceva anche l’autostop. Di giorno. La fantasia non le era mai mancata. Di baccalà e di polli se ne pescano sempre. Tutti i posti restano buoni. Ed era diventata brava, anche grazie a lui. Ne aveva passato di tempo e di momenti in quella cella frigorifera. Freddo o caldo faceva lo stesso. Era temprata a tutto. A lui, al Domenico, non bastavano mai. Tanto la fatica la faceva lei. Era lei a salire su quelle macchine. Era lei a entrare in quelle squallide camere. Anche a portarseli a casa, mentre lui se ne stava ad aspettare al bar. Placido con la sua cicca in mano. Magari giocando a carte con gli amici. Quasi tutti disgraziati come lui. Perché la gente onesta non si mescola ai mascalzoni.
Lei continuava nella testarda certezza che il suo momento sarebbe arrivato. Lo conosceva ormai da più di due mesi. Era uno di quelli affezionati. Il dottore era lui e nonostante i tempi bui e avari tutti si possono trovare nel bisogno di star male. Persino ai dottori capita di ammalarsi. La malattia è l’unica cosa che se ne infischierà sempre delle crisi. Forse.

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Fare il fantasma per un fantasma non è ormai la cosa più semplice del mondo. I pochi castelli ormai hanno tutti il loro. Che colpa ne ho? fantasmi si nasce, cioè si diventa ma bisogna averne la predisposizione fin dalla nascita. E molti di noi, se non tutti, hanno una storia triste dietro le spalle. Mi sono anche presentato in un set di seconda categoria ma c’era la fila. La vita per noi si è fatta sempre più difficile. Non ci chiamano più nemmeno per le feste dei bambini. Dicono che siamo fuori moda. Eppure l’eternità non dovrebbe mai passare di moda. E’ un mondo che proprio non capisco. Disperato mi sono offerto ad una paninoteca, disposto a stare sulla porta ed invitare i passanti ad entrare. Al limite come buttafuori. Non che mi siano ormai rimaste molte energie. Sono due giorni che non metto nulla sotto i denti. Si sono messi a ridere. Sembra che i fantasmi non facciano più paura a nessuno. E se non facciamo più paura a nessuno allora a che serviamo, noi fantasmi, che per tutto il resto siamo innocui? Non abbiamo mai imparato a succhiare il sangue, che è anche volgare. Non ululiamo alla luna piena e non sbraniamo innocui e pacifici sprovveduti. Non c’è ne usciamo da vecchie tombe polverose per girare barcollando come ubriachi. Non ci nascondiamo nel buio o sotto i letti. Non facciamo niente di quello che fanno tutti quegli idioti e assassini che si pavoneggiano in tante trame gotiche.
Hollywood si è scordato da tempo di noi. Eppure il gotico l’abbiamo inventato noi. Anche se sbuco fuori all’improvviso non mi degnano nemmeno di una rissata. La nostra colpa è che non facciamo del male a nessuno. Qualche rumore, per nulla. Qualche risata sinistra. Trasciniamo qualche catena. Tutto qui. Niente di che. Niente che non si possa tranquillamente vedere in qualsiasi cinema e anche in televisione. Tutto questo mi è stato detto anche da un tizio volgare privo di qualsiasi gusto. Eppure nessuno porta il cilindro come lo porto io. Ha due cavita orbitali vuote così affascinati e sensuali. Sa rimanere anche in silenzio senza una parola e muoversi tra le ragnatele senza strapparne nessuna, nemmeno le più sottili. Ho provato anche a riciclarmi e fare il prestigiatore, per il cilindro, ma le mie dita adunche e ossute mi rendono impacciato. Non mi aiutano. Non c’è niente da fare. Eppure indosso il mantello come pochi. Ma nessun coniglio vuole entrare nel mio cappello. Forse per quell’odore stantio di passato. Forse per la polvere, ma polvere siamo e polvere siamo tutti destinati a diventare. Non mi hanno nemmeno voluto come venditore di palloncini. Anche al luna park è finito ormai quel nostro mondo in bianco e nero. Devo proprio decidermi una buona volta. Devo imparare ad ammazzare per poter vivere.

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Mi lascio cadere sulla sedia sfatto. Ho deciso: prendo un caffè e poi me ne torno a casa e mi infilo sotto le coperte. Cosa le racconto? Ho accettato questo lavoro perché non ho trovato altro: cacciatore di vampiri. Non che ci credessi molto. Non volevo farle vedere che me ne stavo semplicemente a ciondolare in casa senza cercare di reagire. Come uno scansafatiche qualsiasi. Ho girato tutta la notte. Naturalmente senza risultato. Niente che assomigliasse minimamente a quello che cercavo. Mi sono infilato in feste, in balere e discoteche, nei locali più sordidi, per le vie più buie. Mi sono spinto fimo al cimitero. Ne ho viste molte e ne avrei di storie da raccontare. In tasca non ho una lira. Non è con le storie che si mangia e ho accettato di farlo a cottimo: un tot, che non ho capito come si quantifica, ad ogni cattura. Potevo trovarmi un lavoro più assurdo? Rigiro fra le dita il mio cuneo di frassino. Lo infilo in tasca. Puzzo anche di fumo, alcool e un po’ di vomito. Ho bisogno di una doccia. Gli occhi mi bruciano. Una notte insonne per nulla.
Sono bravo a lasciarmi tutto dietro le spalle. Mi si avvicina un tizio, dice “Posso?” e s’è già seduto. “Sono Giuseppe”. Lo guardo senza attenzione: “Anch’io”. Ho scelto questa strategia per non dare confidenza ai perdigiorno. Non si lascia nemmeno sfiorare dalla sorpresa. Aspetto che arrivi il cameriere. Lui mi confida come fosse un segreto: “E’ il tuo giorno fortunato. Se cerchi lavoro hai trovato la persona giusta”. Viene il cameriere. Lui, Giuseppe, per sé lo ordina macchiato con poca schiuma. Aspetto. Arriva l’ordinazione. Esagera con lo zucchero e sembra volerlo mescolare per tutta la mattina. Cerca di destare il mio interesse. “Si tratta di raccogliere patate. La paga è buona”. Gli spiego che sono ingegnere e che non è quasi l’alba. Di rimando mi precisa che lui è uno onesto, si prende solo non venti percento; non come quelli. “Guarda, –gli dico senza degnarlo di uno sguardo– non ho chiuso occhio e questo film non so se vorrò vederlo nemmeno in seconda serata”. Resta deluso. Mi borbotta che non so cosa mi perdo e se ne va senza pagare. Abbandono al vento un sospiro di sopportazione. Si allontana verso un camion parcheggiato sopra il marciapiede. Dev’essere la mancanza di sonno e devo avere un aspetto orribile, da extra. La città non ha ancora cominciato a riprendere vita. In verità comincio ad avere il sospetto di non essere tagliato per il lavoro.
Il giorno non è ancora molto popolato. Solo i primi rumori. Uno si avvicina. Mi guarda bene. Scuote la testa e se ne va verso un altro camion. Dev’essere la camicia. Mai saputo dei giorni delle raccolte. Mi rendo conto di come la notte sia fatta di tante ore. Quel tizio mi ha versato addosso del merlot rosso. Speravo che si notasse appena. Forse questa gente ha occhi da gatto. Il caffè s’è freddato. Richiamo il cameriere per farmene portare un altro. Mi conto i soldi in tasca. Non sono così disperato. Laura mi ha lasciato quelli per passare in lavanderia. I pantaloni possono aspettare. Avrei voglia di prendere anche un cornetto. Ho lo stomaco sottosopra. E mi accorgo che un altro tizio ha sostituito al mio tavolo quello delle patate. Mi fa: “Se hai cinquecento euro in ventotto minuti li raddoppiamo”. Se li avessi non sarei seduto a questo tavolo. Gli rispondo in silenzio osservandolo in viso attentamente. “Si può fare anche con duecento ma allora ci vuole più tempo”. Gli domando se vuole vedere il tesserino. Si alza immediatamente spiegandomi che si trattava solo di uno scherzo.
La sedia non resta vuota per molto. Viene a accomodarsi una donna, anzi anche lei vi si lascia cadere. Sputa un sospiro di liberazione dalla fatica. “Notte dura… eh”? “”! “Ne offri uno anche a me”? Le avvicino la mia tazzina. “E’ stata lunga e inutile. E per te”? Ho il sospetto che mi abbia scambiato per un lavoratore della notte. Per uno che fa il suo stesso mestiere. Non mi interessa di deluderla: “Anche per me”. Cerca le parole e poi infine le trova: “Bel ragazzo, andiamo a divertirci”. Rifaccio i conti in tasca. Il risultato non cambia. “Temo di doverti dire di no”. Mi invento che sono uno studente. Mi guarda con gli occhi stanchi e arrossati, palesando un po’ di delusione. “Peccato. Credimi, mi dispiace. Fosse per me… ma lui non me lo permetterebbe”. Ha voglia di parlare. Comincia a raccontarmi la sua storia. Del figlio. Di lui, il protettore, che la picchia, ma solo qualche volta. “Ma poi è gentile”. Dei genitori anziani: “Naturalmente non sanno”. Loro, i genitori, se ne stanno in campagna. Lei non era tagliata per quella vita. Che lei lo fa proprio per bisogno. Che le piacerei molto. Prova un’ultima volta a tentarmi spiegandomi che è brava. Mi ripete che le spiace perché le piaccio veramente, ma che proprio non può. Vorrebbe continuare. Forse si accorge che l’interesse che le riservo non è il massimo. All’improvviso si interrompe. Mi ringrazia del caffè e si allontana lasciandomi un vago appuntamento: “Ci vediamo”. La sua figura è appesantita. Il passo un po’ trascinato, ma gli occhi non erano brutti. Temo che avendoli avrei rischiato di spendere i miei soldi per nulla, per deluderla. Non so se quelle signore possono provare delusione. Forse la mia è stata anche carina, non saprei valutare quanto tempo fa.
Non resto per molto da solo. Viene al mio tavolo un quarantino in cravatta. Profuma di dopobarba cosparso da poco. Anch’esso invadente. Dopo un po’ si presenta con un “Buongiorno!” e mi spiega che è la mia “Giornata fortunata”. La fortuna sembra accanirmisi contro. “Offriamo un’assicurazione che copre tutto, ma proprio tutto, al venticinque per cento meno della più economica della concorrenza. Sarebbe criminale non approfittarne”. Lo guardo e mi chiedo che idea si possa essere fatto di me. Controllo le mie scarpe e vi è rimasto del fango. Trattengo l’istinto di pulirle contro la gamba dei pantaloni. Forse ha ragione lui: sono criminale. L’istinto cerca di sopraffarmi. Avessi raggiunto subito casa non mi troverei tanta plebe tra i piedi. Possibile che non esista più un angolo di intimità? Vorrei pensare solo ai mei pensieri. Gli rispondo annoiato: “Non ho la macchina”. Dico sempre così per togliermi dai piedi questo tipo di guaritori e santoni. La città è sempre più una giungla piena di trattole. Devo avere l’aspetto della facile preda. “E’ l’occasione perfetta per farsela”. Per istinto mi verrebbe da spiegargli chi mi farei. Soprassiedo.
Mi si avvicina un barbone mentre sto ancora mentalmente lasciando i miei saluti alla signora. Forse si chiede se pietire almeno il solito caffè. Non lo devo aver convinto. Inizia la sua preghiera ma si ferma subito. S’accomiata immediatamente con un: “Buona fortuna, amico” –e si allontana senza girarsi. Non ho ancora trovato la forza di alzarmi. Il letto può attendere. E’ il tragitto a spaventarmi. Non mi sento le forze. Credo di essermi anche appisolato, ma solo per poco. Sono sospeso tra il bisogno di riposo e un fanculo. Incapace di decidermi. Inoltre ho lasciato la macchina a mia moglie. Dovrei comunque farla a piedi. Non è molto ma quanto basta. Intanto i negozi si sono aperti. Una donna esce per le spese. Cerco di immaginare l’occupazione di quei passanti. Verso quale tipo di ufficio si stanno incamminando. Guardo se in qualche tavolo c’è un giornale. La stanchezza ormai è diventata torpore. Credo che faticherei a prendere sonno. Mi faccio portare il terzo caffè per me. Sferraglia il tram. Uno corre per non perderlo. C’è un senso di già visto e di quotidianità in tutto. Non so com’è andata a finire la formula uno.
Vengo distratto dal tavolino all’angolo. Indubbiamente è un bel vedere. Mi osserva per un lungo attimo poi prende il suo amaro e viene a sedersi al mio tavolo. Sembra che tutto il mondo stamattina sia curioso di me. E con me voglia scambiare due chiacchiere. Ho un gesto di disgusto: mi rendo conto di non averlo zuccherato. Le chiedo scusa. La guardo senza prestarle troppa attenzione. E’ una vera signora. Bella è bella. Elegante è dir poco. Il trucco: perfetto. Solo gli occhi leggermente arrossati ma subito li nasconde dietro un enorme paio di occhiali scuri. Ha l’aria di una attrice del cinema e ne assume anche la posa. Rigiro la tazzina. “Divertito”? “No”! “Nemmeno io, per quello… E poi… un vera noia”.
Quando accavalla le gambe lo fa con la consapevolezza che quel gesto può fare impazzire il mondo. Ha preso i miei occhi. Cerco senza riuscirci di mettermi comodo. La stanchezza ha smesso di blandirmi. Insiste: “Nemmeno tu sembri uno che s’è divertito molto”. Temo che il suo tempo non sia dedicato a me. Per un attimo fa scorrere il suo sguardo intorno: “Bella giornata”… Sembra avere altro da dire, ma non lo dice. Allunga un attimo di silenzio. Mi chiedo molti perché. Eppure c’è. Eppure è al mio tavolo. Seduta davanti a me. Attenta ancora a studiarmi. Caldo o meno bevo il caffè com’è. Mi richiama alla realtà: “Cerchi un lavoro”? “Non so”. “Sai guidare”? “Naturalmente”. Pare che oggi abbiano tutti un lavoro da offrire. Ha un sorriso complice: “Cerco giusto un autista. E’ una cosa semplice. Il mio s’è… licenziato, diciamo così, pochi minuti fa”. Desta in me un po’ di interesse ulteriore. Sicura di sé. Sembra poco interessata a qualsiasi mia risposta. Decisa. Mi dice che “Posso provare”. Il “se voglio.” che aggiunge alla fine mi sembra avere il gusto della presa in giro. Persino il tono con cui lo dice sembra porre fine al nostro dialogo. Si alza e va verso la sua lunghissima macchina argentata.
Certamente non ha la preoccupazione di passare inosservata. Io la guardo brevemente allontanarsi e poi pago le consumazioni e velocemente la seguo non distogliendo il mio interessa da lei. Mi scodinzola davanti ch’è una meraviglia. Mi sento molti altri sguardi addosso. Mi metto al posto di guida. Sistemo il sedile e lo specchietto. E’ lei ad indicarmi dove andare. Cerco di guardare solo la strada e di seguire le sue indicazioni sufficientemente precise. Imbocchiamo il corso e poi a destra. Poi rincorro solo la sua voce. Cerco di darmi un atteggiamento disinvolto, se non professionale. Penso che forse è la mia occasione. L’ho cercata tanto e poi è stata lei a trovare me: “Non che non mi spetterebbe il titolo di contessa. Non bado a queste cose. Tu puoi chiamarmi signora Elisabetta”. Un po’ mi distraggo nei miei pensieri. Cerco di respirare il suo profumo garbato. Sembra quasi non fare caso a me: “Credo tu abbia il bisogno di… darti una ripulita”. Annuso l’aria in ansia. L’aria di quell’abitacolo che sa di fumo. Per fortuna non impieghiamo molto ad arrivare.
Mi fa entrare nel suo regno magico aspettando davanti ad ogni porta perché io gliela apra. E’ tutto luce e spazio. Tutto toglie il fiato. Non ho visto nulla di simile nemmeno al cinema. Non riesco a distrarre gli occhi da lei e ho modo di ammirarla tutta con attenzione. Stanza dopo stanza mi perdo seguendola in un alveare di stanze finché raggiungiamo la nostra meta. Come entriamo una musica si diffonde nell’ambiente da sola. La camera da letto è enorme ed enorme è anche il letto che sta al centro sormontato da un soffitto di specchi: “Questa è la mia”. Mi sorride garbatamente mentre le dita affusolate scorrono ad invitare lo sguardo del visitatore, poi ridacchia di pancia. I suoi gesti sono lenti ma sicuri. Intanto è scesa dai sottilissimi tacchi sfilandosi le scarpe. Mi indica il bagno: “Fai pure”.
Non sono riuscito a trovare il suo invito offensivo, mi è anzi parso gentile. Solitamente sono tra quelli che preferiscono infilarsi nella vasca. Magari restando a poltrire immerso di schiuma. Non che abbia fretta ma cerco di fare presto. Dopo mi controllo allo specchio e mi sistemo i capelli. Annuso uno tra i tanti deodoranti che fanno bella mostra di sé sulla mensola e lo rimetto dov’era. Mi passo senza sapere perché i denti con un dito. La stanchezza si fa sentire in sottofondo. I miei pensieri sono un’unica confusione. Non so cosa sta succedendo intorno. Ho solo voglia di annullare ogni domanda. Mi concedo un attimo di tregua; una pausa. Torno dentro ad un accappatoio completamente imbarazzato. Convinto che fuori mi aspetti con una divisa. Invece è rimasta in piedi davanti alla porta e mi guarda ridendo: “Dovresti cambiarti. Dopo guardo se ho qualcosa che ti può andare bene”. Mi sento un verme. In realtà avevo solo bisogno di una ripulita. Magari ne avrebbero bisogno anche i miei abiti; Lungi da me negarlo. Anche solo di una rinfrescata. E di lavarmi i denti.
Mi dice di fare come se fossi a casa mia. Mi guardo torno cercando qualcosa che assomigli a casa mia senza trovarlo. La presenza del letto mi imbarazza. E le impalpabili mutandine di pizzo sulla poltrona. L’aria di intimità che pervade la stanza. La stessa di ogni camera da letto; penso. La musica. Tutto è una ruffianeria. Un’alcova da fiaba in una bolla di sapone. A lei non mancano gli argomenti. “Faccio anch’io una doccia. Mettiti comodo”. Fatico ad immaginarmi comodo.
Mi siedo ad aspettare sul bordo di una sedia fissando la stessa porta dietro la quale è sparita. Sento lo scrosciare nell’acqua. Mi ricordo di aver lasciato la mia biancheria per terra. Non vorrei fare nessun gesto che possa deluderla. Fatico a non immaginare lei sotto il getto. Guardo quel letto. Ho la tentazione di avvicinarmi e accostare l’occhio a quella serratura. Resisto e resisto al tempo che scorre lento. Credo che in circostanze simili molti sarebbero felici di pagare per questo lavoro. Non mi arrendo ad un attimo di panico. Sono certo che presto mi sveglierò dal sogno. La musica è una carezza. Conto mentalmente gli spiccioli che ho in tasca. Non penso sia il caso di andarmene. Torna mentre sono ancora immerso tra le mie stupidità. E’ fasciata da un velo impalpabile: “In certi momenti… capiscimi… di confidenza… va bene anche Elisabetta”.
Avrei dovuto ricordarmi di quello che si dice dei Bátorai quando ho letto quel nome alla targhetta della porta dell’immensa villa? E poi sono proprio io a spiegare a mia figlia perché non ci si dovrebbe mai fidare degli sconosciuti. Cerco di distrarmi un attimo di lei. Gli chiedo titubante delle origini di quel nome. Mi sembra non le vada molto di parlarne. E mi risponde anche leggermente infastidita. Mi conferma che lontanamente, ma molto lontanamente, affondano in Ungheria. “Sai… preferisco che sia tu a togliermelo”. Non avrei bisogno di quell’invito. Sono disposto a perdermi in quell’universo. Non accosta nemmeno le tende: “Magari dopo ti faccio vedere la piscina”. In pieno giorno mi butta sul letto. Le parole le sospira: “Ora non c’è tempo per queste cose”. Capisco che non uscirò più dalle sue braccia. I suoi occhi luccicano di una luce sinistra; colma di lussuria. Ingoia un prolungato sospiro osceno: “Sei proprio un diavolo”. Ha unghie iridescenti lunghe e affilate, e le affonda nella mia carne con voluttà. Mi squarciano la pelle facendola sanguinare. Le sue labbra rosse raggiungono subito quelle ferite e prendono a succhiare avidamente il sangue che cola.

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In agosto, sdraiato con le palle al sole, lo scrittore ha la sua crisi narrativa. Non una vera e propria mancanza di ispirazione ma un mancanza di ispirazione. O una extra ventilazione. Sarà per quel poco che dicono i giornali, e per il tanto che tacciono. Perché anche i cervelli più prolifici sono in vacanza o comunque a riposo, almeno più del solito e del dovuto. Saranno le bibite ghiacciate e la vivacità che da il sole ai colori. Sarà per la fatica che ha fatto per conquistarsi un posto e poi arredarlo per sopravvivere alla calura fino a sera. Al pensiero di poi dover smontare tutto per poi il giorno dopo ricominciare. Sarà perché ha scordato di portarsi il costume di ricambio e perché ogni giorno scorda qualcosa. Saranno le copertine delle riviste da donne che gli uomini spiano con una attenta noncuranza simmetricamente omogenea all’interesse. Oppure che quei commenti sulle stesse, stupidi e lapidari, che credono salaci non riuscendo a trattenerli all’ultimo, e per la sorpresa spaventata che provano per averli detti e per essere stati sentiti.
Sarà perché tutti quegli uomini restano a scarso di commenti, dato che il campionato non c’è, quando non possono parlare di donne, per esaurimento o per una vicinanza femminile più o meno famigliare. Sarà perché le parole e i giudizi cominciano ad essere sempre gli stessi e a lungo andare si annoiano da soli e le leggende rischiamo di morire per mancanza di linfa e di fiducia. Sarà perché molti hanno fatto i bravi la notte e fino alla prime ore ed ora agonizzano boccheggiati come pesci appena esposti sul banco.
Sarà per la cialtrona, più o meno spudorata, esibizione di tutte quelle carni nude con più o meno o differenti attrattive.
Sarà il fracasso che circola intorno, e per i vicini di ombrellone, o per la bruna nella sdraio che legge il giornale attraverso gli occhiali da sole, ma di sbieco alle lenti oscuranti spia e controlla il bagnino, ma si accontenterebbe anche di uno scrittore non proprio in forma, persino di un giornalista, pur di avere qualcosa da raccontare al ritorno. Magari solo qualcosa da raccontarsi e su cui aggiungere brani dalla propria fantasia. Sarà perché se la compagna dello scrittore si accorge e fa lo stesso percorso mentale a quella donna bruna gli strappa gli occhi. Sarà perché al mare è impossibile restare solo, e c’è pure il fracasso della musica da balneazione. Sarà perché dopo la decima sigaretta che infila e affonda nella sabbia non sa più dove mettere i piedi e accartoccia il pacchetto ormai vuoto, ma non sa dove buttarlo senza doversi alzare. E la sabbia intanto s’è fatta incandescente e fuma anche lei ma non per le cicche che le ha cacciato in pancia. Sarà perché lei, la sua compagna, si alza con la scusa del bagno e di un caffè, e se ne va sculettando e pretendendo che lui glielo guardi e quella pretesa la estende a tutti i presenti. Sarà perché non c’è niente di più banale della spiaggia in estate e di viziare e impigrire il proprio corpo all’ombra di un ombrellone.
Sarà perché all’improvviso, e con grande sorpresa, viene un’idea e poi sparisce com’è venuta, alla stessa velocità. Forse era solo il desiderio di una birra ghiacciata. Chissà? Sarà perché appena rimasto solo la stessa donna bruna all’improvviso si risveglia dal suo torpore e poggia il libro per quell’estate: “Ma lei.. per caso… non è… no! scusi, mi sbagliavo. E’ che gli assomiglia proprio”. Sarà perché per parlargli si è appoggiata sul gomito, la sdraio ha cigolato paurosamente e il reggiseno ha faticato a vincere la forza di gravità, e allo stesso tempo si è allungata, confondendosi a quella dell’ombrellone, l’ombra inquietante della compagna dello scrittore che proprio allora è tornata. Sarà perché, per una volta, lo scrittore ha la sensazione che no! non assomigliava a quello ma era proprio lui e ingoia una imprecazione assieme alla propria saliva. Sarà per quelli che giocano schiamazzando finché non cedono alla fatica grondanti di sudore, o per quelli che passano e ripassano e ripassano ancora senza interruzione in cerca di preda. Oppure perché la signora mora era un po’ oltre una ragionevole tentazione, e lo scrittore si accorge che mentre lui si controllava intorno, intorno controllavano la sua compagna, e con fin troppa attenzione. Sarà perché a quell’ora la spiaggia è fatta solo di carne, e altra carne ammassata.
Sarà perché i romani sono tutti un po’ ciacioni e piacioni e allo stesso modo cafoni e non si distinguono più dagli altri che chiamano rumorosamente burini ma semplicemente tra romanisti e laziali. E’ perché non si rende conto della ragione per cui, lui che è lombardo, deve finire in una spiaggia di Romani come quella che non è per nulla dissimile da tutte le altre. Sarà perché molto più stupidamente e banalmente quando ha la sabbia sulla pelle si sente come pronto per l’impanatura, e perché teme che arriva da un momento all’altro il momento in cui dovrà ricospargere di crema la sua compagna. Perché lo prende il panico mentre cerca di ricordare il nome di quella gentile e avvenente compagna che lo ha accompagnato in quel girone dantesco.
Sarà perché già comincia a spandersi l’odore di matriciana e va a mescolarsi al caffè colpendo direttamente gli stomaci più deboli ancora pieni della cena del giorno prima. E perché quando cerca di assentarsi, magari invocando la scusa un attimo di riposo, c’è sempre qualcuno che arriva per vendergli uno stormo di cose assurde ed improbabili che mai vorrebbe possedere. Sarà per la ragazzina che s’è slacciata il reggiseno per prendere il sole sulla schiena senza quegli orribili segni, e poi si è assopita sotto il sole, e poi s’è rigirata senza ricordarsi del reggiseno e senza smettere di dormire. Sarà per quelle tette ancora acerbe e perché tra tutte quelle volontariamente palesate queste sono intensamente quanto involontariamente confessate. O forse per l’atroce dubbio che la giovane non stia affatto dormendo e non ne sia affatto inconsapevole ma semplicemente nasconda gli occhi chiusi e una sorta di furbo e soddisfatto sorriso, anche lei dietro occhiali dalle lenti riflettenti. Sarà perché si chiede come mai non ha mai scritto un romanzo sulle tette, e perché si trova a confrontare quelle orgogliose e compiaciute della pischella con quelle rassegnate della signora i cui capezzoli, nonostante la fatica immane del costume, rivolgono lo sguardo decisamente a terra. Sarà per una ragione molto più semplice: che non ha mai sopportato il mare.

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Torno a casa e la trovo in taverna. Non toglie gli occhi dalla televisione. Lei sa che non mi piace che si fumi in casa, soprattutto dove dopo dobbiamo mangiare. Se ne frega. Lei. Come se non glielo avessi mai detto. Lo fa apposta. Me lo sono giurato. Non le darò la soddisfazione. Ci ho pensato tutta la strada. Ci ho anche sperato. Niente. Lo sapevo.
Tutto bene”?
Mi risponde annoiata facendomi il verso: “Tutto bene”?
Poggio la giacca su una sedia. Mi fa cenno di toglierla. Fingo di non accorgermene. Mi abbasso per baciarla. La sua mano mi allontana come si spinge via il fumo. Alza le spalle. Dialoga muta con la sua noia. Mi allento la cravatta e mi rimbocco le maniche. Temo che quel gesto possa sembrare una dichiarazione di battaglia. Nei suoi occhi passa quella nebbia. Il fumo che spinge fuori con un respiro stretto. Da quando son diventati così vuoti? Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Sono rimasti priva di qualsiasi riflesso. Restiamo un attimo in silenzio. In quell’attimo ci diciamo tutto. E i rancori covati per lungo tempo. Ormai sono i nostri attimi di intimità. Aggrovigliati. Vigili. Guardinghi. Pronti per il prossimo attacco. Svogliatamente prende il telecomando. Alza il volume. Di là dal muro battono sul muro. Mi sento stanco. Svogliato. La mia voce dice parole affaticate. Le mie parole escono senza bisogno di una ragione: “Aspettavi qualcuno”?
Chi vuoi che aspettassi. Il principe azzurro”?
I piatti sono nel lavello. Mi metto a lavarli. Metto una pentola d’acqua sul fuoco. Perché non ce lo siamo detti allora? Apro qua e là gli armadietti per vedere cosa c’è. Decido per gli spaghetti. Nel frigo trovo un barattolo di sugo pronto già aperto. Un leggero colletto di muffa ma non e niente. Suona il telefono e lo lascio suonare finché non gli risponde la segreteria. Butto un piatto sulla tavola. Ho avuto una giornata faticosa.
Guarda che io non ho appetito”.
Nemmeno si da pena di rivolgermi lo sguardo. E’ sempre così. Di cattivo umore. Ha ancora belle gambe. Non è cambiata molto. Siamo diversi dentro. Forse cambiati. Forse no. Come consumati. Corrosi dentro. Com’è successo? Quale acido? Che ne so. E tutto ti torna alla mente. E’ la sera. E’ quello che ti porti dal lavoro. Il niente che sta intorno. Questa umidità, che ti entra nelle ossa. Un’umanità che precipita. La crisi economica. Il conto del dentista. Essere padri solo di sé stessi. Quel buco dentro. Il lavoro che non c’è. La perdita della madre. Il tempo che passa, senza fermarsi mai. E’ così. Tutto assieme. Non in modo confuso; no. Tutto assieme. Mescolato. Le cose vengono. Si accavallano. Ognuna cerca di farsi spazio sull’altra. E si accapigliano. Anche loro.
S’è stancato anche il compromesso. Non si accetta più. La pazienza gocciola le ultime energie. E ti chiedi, solo perché non è possibile farne a meno, quand’è cominciata? quand’è stato l’inizio della fine? Fuori il cielo si fa buio. Niente di eclatante. Per quanto lo cerchi non lo trovi, un perché. Ti accorgi dopo; quando tutto ti è scivolato via. Sfuggito di mano. Perché la fine si costruisce di momenti impalpabili, poco tangibili, segni nell’aria, è fatta di tanti piccoli niente. Non è possibile accorgersene. E’ fatta di silenzi. E’ fatta di pazienza. Di un’emozione mancata. Di piccoli tozzi di bocconi amari. Di un ritardo. Di una pasta scotta. Di attese. Persino di impazienze. E’ fatta solo di sé e di quel niente. All’improvviso la capisci e la scopri. E non ci vuoi credere. Non è possibile. Perché nei suoi gesti è stupida. E non hai mai sopportato quando l’altro dice: “Te l’avevo detto”.
E ti rimproveri di non aver saputo accorgetene. Di non averci provato. Di non averci pensato. Di non aver partecipato. Di aver partecipato troppo. E ti rimproveri e nemmeno sai perché. E’ la colonna sonora è quella di sempre. Questi sono i nostri giorni assieme. Lei che mi dice: “Puoi almeno togliere il piatto quando hai finito”.
Io che le dico: “Ti avevo detto di portar giù la spazzatura” –e invece era il giorno sbagliato.
Lei che mi dice: “Puoi essere più delicato e non fare quel tanto fracasso a quest’ora”.
Io che le dico: “Ma se te ne ho dati ieri”.
Lei che mi dice: “Ti sembra bello seminare così tutto”?
Io che le dico: “Possibile che un uomo torna a casa stanco, la sera?”…
Lei che mi dice: “Ma cosa credi? non bastano mai. Non fanno che il calcio a quest’ora”?
Io che le dico: “E’ immangiabile. Completamente senza”.
Le sue sono quasi sempre domande. Lei che mi dice: “Ti serve la macchina anche stasera”?
Io che le dico: “Faresti anche bene ad esserlo, gelosa. Ne avrei motivo”.
Lei che mi dice: “Guarda che il rubinetto perde ancora”.
Io che le dico: “Non puoi lasciarli lì almeno una volta”?
Lei che mi dice: “Ce l’hai sempre in mano come se tenessi in mano il tuo coso”.
Io che le dico: “Non sei certo ordinata tu. Guarda la casa”.
Lei che mi dice: “Hanno telefonato per il mutuo”.
Io che le dico: “Manca solo che fai la gelosa”.
Lei che mi dice: “Pare che ci viva solo io”.
Io che le dico: “E non parlare del mio coso. Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Va via troppo vino in questa casa”.
Io che le dico: “Mi chiedo come fai a passare il tempo.” –questa proprio me la potevo evitare. Me ne sono pentito subito.
Lei che mi dice: “Sempre pronto a criticare, tu. Sono forse una stupida”?
Io che le dico: “Guarda che ci stanno aspettando. Sai che a me non piace”.
Lei che mi dice: “Guarda che ho incontrato la Jole, oggi, al mercato”.
Lei che le dice: “Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Pensi solo a cambiare la macchina. Non ha altri pensieri lui, in signorino”. –quando vuole sa come ferirmi veramente; come farmi incazzare.
Io che le dico: “Ma se è una vita che vivo con una che si alza col muso. Possibile che sei sempre di cattivo umore”?
Lei che mi dice: “Perché non te ne trovi una che te li attacchi i bottoni”.
Lei che le dice: “Sei solo un cafone”.
Lei che mi dice: “Non sono la tua serva.” –solitamente tra noi finisce così.
Lei che mi dice: “L’hai lavata la tua dannata macchina”?
Lei che mi dice: “Uno di questi giorni te lo faccio vedere io. Credi non sia capace”?
Lei che le dice: “Io non sono mai di cattivo umore. Me lo fai venire tu. Quando ti vedo”.
Lei che mi dice: “Vorrei andare al mare”.
Lei che mi dice: “Una volta te la facevi tutti i giorni”.
Lei che mi dice: “Fosse per te, perché… lascia che te lo dica: hai proprio dei gusti di merda. Quale avresti scelto”?
Io che le dico: “Ora calmati”.
Lei che mi dice: “Cosa vuoi fare ora, Picchiarmi”?
Io che le dico: “Dov’è finita anche questa? Era nuova di zecca.” –gli ombrelli, a casa nostra, non bastano mai. Mi precisa che non l’ha preso. Nemmeno toccato. L’avrà lasciato in autobus.
Lei che mi dice: “Guarda che ho studiato anch’io. Per niente. Non pensare di mettermi in bocca le tue idee”.
Lei che mi dice: “Cosa credi che passi il giorno a grattarmela”?
Io che le dico: “Ecco, se c’è una cosa che mi piace è quando diventi volgare.” –questo solitamente la fa infuriare. A lei non piace la mia ironia. Soprattutto quando stiamo litigando. E ci rinfacciamo tutto.
Lei che mi dice come una lunga tiritera: “Ho pazientato fin troppo. Se vuoi, quella è la porta. Ma cosa ho fatto di male? Me l’avevano detto i miei genitori. Ma cosa ho fatto quella volta? Che peccato debbo espiare? Eppure… Dovevo ascoltarli. La voce della saggezza. Un uomo che è come essere sole. Ma le cose si capiscono tutte dopo. Purtroppo. Quand’è tardi”.
E quando ormai la misura è colma, nessuno è disposto a tornare indietro. E allora mi son detto “Vai Pino prima che fai una pazzia”.
Lei mi dice dietro mentre sto uscendo: “Non sono più la tua puttana. Per chi m’hai presa? Per qualcuna delle tue amichette”?
Me ne vado in giro, senza meta. Solo per farla sbollire. Solo per fare quel niente. Per pensare, mi dico. E invece cerco di non farlo. Di non pensarci. Di lasciare che i minuti trascorrano. Ma quelli sembrano immobili. E’ solo che non mi va di tornare. A quest’ora già i bar cominciano a chiudere. La vita muore presto nella città. Le saracinesche sono impiastricciate. Che gusto ci trovano? Tutti scrivono tutto da per tutto. Una scritta imbratta per testimoniare di un grande amore. I ragazzi sono così: gridano sempre a voce alta. Amano le enormità. Grossolanamente. Rifuggono le sfaccettature. O amano, e di un amore immenso, o odiano. Senza via di mezzo. E con poca memoria. Mi fermo in un autogrill per pisciare. Le pareti del bagno sono piene di scritte oscene. Promesse sconce. Numeri di telefono. Un: Eliana è una puttana. Particolari scabrosi sulle varie generosità. Su cosa fa questa e quella, con tanto di nomi. Come un ronzio assordante. Sono tentato di provare un numero. Curiosità. Per vedere se è vero. Provo una leggera emozione per quell’avventura. E’ già finita. E’ tutto così squallido. Sputo. Esco e lascio al banco il caffè.
Se trovo una che ancora mi dice che le piacciono gli uomini con l’auto sportiva giuro che l’ammazzo.

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tazzina di caffèCaterina detta Tina entra ed esce dalla mia vita. A volte passano lunghi periodi senza che si faccia sentire. Magari presa nei suoi viaggi. Imprigionata nelle sue letture. Oppure chiusa nei suoi mutismi. O solo perché così le va. Poi per altri momenti, solitamente brevi, si fa sentire spesso. Entra tra le mie ore quasi invadente. Mi chiama al cellulare o ci lascia un messaggio. Magari per un film. Per una cena. Una inaugurazione. Solo per un po’ di semplice compagnia. Per due chiacchiere senza peso. Come se le mancassi. Oppure con una scusa qualsiasi pur di trovare quel po’ di compagnia per poi finire a letto. Succede.
Solitamente Caterina detta Tina quando chiama non dice mai il perché. Fissa solo l’ora e il posto. Non chiede mai niente. Nemmeno se posso. Mi è successo di mancare ad un appuntamento. E’ bastato un sms, anche all’ultimo momento. A volte mi parla di altri amici. Distrattamente. Non ha bisogno di certezze. Le trova e le smarrisce da sola. E’ completamente padrona del suo tempo. Fissa l’ora e il posto ed io ci vado. Senza aspettarmi nulla perché non c’è nessuna certezza. Lascio tutto a lei. A quello che al momento le va. Credo che solitamente nemmeno lei, quando chiama, sa cosa cerca veramente. Magari il film o la mostra vengono dopo. Al momento. Quando mi vede arrivare. Quando ci si vede. O perché vede una locandina. O si ricorda di qualcosa che credeva scordato. Di un invito. Non gliel’ho mai chiesto. Come potrei?
Con Tina preferisco così. Preferisco non chiedere. E’ sempre stato così. Fin dal nostro primo incontro. E così mi va. Non mi chiede di mia moglie. Non mi chiede dei bambini. Non le va di sentirmi parlare di lavoro. Non mi chiede nemmeno come va. O cosa mi va. Non mi chiedo cosa farò domani. Non mi dice cosa vorrebbe farne lei, di quel domani. Non sono nemmeno certo di sapere bene cosa fa. Credo lavori per una casa editrice. E nel volontariato. Lei è libera. E crede nella libertà. Anche in quella degli altri. Non so nemmeno dove sta. Se ha bisogno di un po’ di intimità solitamente cerchiamo una stanza d’albergo. O da un amico. O facciamo una corsa fino alla nostra casa al mare. Anche se questa sistemazione non la gradisce molto; e sempre me lo da a vedere. Un paio di volte che aveva fretta ci siamo dovuti accontentare della macchina.
Tina preferisce ambienti neutri. Posti senza storia. Senza legami. Luoghi dove non ci sono tracce di una vita nostra. Né mia né sua. Dove non ci sono foto. Né quadri. Né presenze nelle assenze. Abitudini. Spazzolini nel bicchiere. Capelli nei pettini. Vuole ambienti anonimi. Dove siamo solo io e lei. In quelle occasioni non abbiamo mai passato la notte assieme. Alla fine ce ne dobbiamo andare. E io, così, non ho mai avuto bisogno di una scusa. Ma lei è solo Tina. Niente di più e niente di meno. Non posso definire il nostro rapporto. E’ un non rapporto. Due persone che si incontrano. Una serie di incontri. Quasi come sempre una prima volta. Due estranei. Come due persone annoiate che si avvicinano per quella noia. Al bar. In un caffè. Durante una pausa. Disarmati. Anche se la cosa, nel tempo, mi ha dato attimi di vertigine. Perché io non sono così. Anzi non ero così. E stata lei a trascinarmi. Io, per me, sono metodico. Ho bisogno di cose chiare. Di sapere il prima e il dopo. Di dare un nome alle cose. Lei è solo Tina.
Non ho una foto di lei. Non ho una foto con lei. Una cosa è certa: non porta la fede. Né credo ce l’abbia, una fede. Non le da fastidio la mia. Mi prega solo di toglierla in quei momenti. Non è mai banale. Non è mai di cattivo umore. Se ne libera, nel caso, prima di arrivare. Non mostra mai nessun eccesso. Né entusiasmi né delusioni. Fuori di camera si comporta come una perfetta amica. In camera, cosa che avviene solo di rado, con disinvolta noncuranza. Come fosse pattuito. Come forse compreso in quell’amicizia. Forse per lei lo è. Non fosse ipocrita e poco veritiero dire come una moglie. Come mia moglie. O quasi. Magari prima chiede di vedere un po’ di televisione. O dopo. Magari ci portiamo su da bere. Qualcosa da mangiare, mai una vera cena. Mette il necessario in bagno ed è pronta.
Ho l’impressione che Tina lo tenga in macchina, il beauty-case. Insomma sempre a portata di mano. Ma non mi ha mai dato l’impressione che lo usi spesso. Non senza di me. Dico non spesso, evito di dire mai, perché mai è parola impegnativa e non corrisponderebbe al vero. Ripeto: lei non ne fa mistero. Non lo farebbe, comunque. Non ho diritti. Lei è libera. Non sono geloso del suo tempo senza di me. Non potrei. E’ solo che credo non le capiti spesso. Sono arrivato alla conclusione che preferisca le pagine di un buon romanzo. Che non le piacciono troppo gli uomini. Che la compagnia maschile un po’ l’annoi. Che per lei l’uomo sia un vago bisogno. Un raro istinto alla sopravvivenza. Un incidente. Una distrazione. In tutto questo non so classificarmi. Non so cosa sono. Dove mettermi. Non posso illudermi: forse sono anch’io solo un fragile svago. Una interruzione. Una pausa. Una voglia sfuggente e immotivata di cambiamento; per un istante. Per un niente.
Chiedo venia se mi dilungo su Tina. Credevo di non aver molto da dire. Niente. Se lo faccio è perché è successa una cosa strana. Che mi sembra strana. Strana per me. Forse non per lei. Ma strana. Cioè differente. Insomma strana. Che mi ha confuso. Insolita. Lei ha chiamato mentre ero al mare. Con Carla. Sono uscito in veranda. Non che Carla… ma per sentirmi più libero. Carla non mi ha mai chiesto nulla. Non c’è niente che potrei dirle. Non c’è niente per cui potrebbe dubitare. E’ solo che non so mai come ragiona una donna. Preferisco non dover dare spiegazioni. Tina è solo un’amica, ma in quel momento preferivo parlare lontano da orecchie. Forse anche per allontanarmi dal frastuono dei bambini. E poi Tina è Tina. Non saprei spiegare altro. Niente di diverso. Ma Tina al telefono non ha la solita voce. Pare agitata. E’ un’altra Tina. Mi dice solo: “Ho bisogno di vederti. Subito”. Sento che qualcosa non va. Non glielo chiedo. Non mi sono mai preso la libertà di chiederle nulla. Di frugare tra le sue cose. Nella sua anima. Mi son sempre limitato ad ascoltare. Ad aspettare.
Mi preoccupo, ma le spiego dove sono. Lei mi dice solo: “assolutamente”. Come se non mi stesse ad ascoltare. Come se non esistesse alternativa. Se non avessi mai avuto scelta. Come se possedesse quello stesso dovere. Se avessi un impegno. Ma lei è certo: ha bisogno di me. Arrischio di cercare di spiegarle le mie difficoltà. Una quasi impossibilità. Quasi le chiedo una ragione. Mi spiega: “Sono disperata. Ti aspetto da me. Fai presto.. Voglio farlo con te. Subito. Non mi va… non posso… Non con uno che non conosco. Con il primo per strada. Con uno qualsiasi. Non te l’ho mai chiesto. Non te lo chiederò più. Ho bisogno ora Ho bisogno di scopare”.
Quando salgo in macchina mi accorgo che non conosco nemmeno il suo indirizzo. Mi fermo. Rifletto. Non l’ho mai sentita così. Non mi ha mai parlato così. Scorro le sue parole. Ad una ad una. Non è nel suo linguaggio. E non mi ha mai invitato; da lei. Non sembrava neanche lei. Prendo il cellulare. La cerco tra le telefonate ricevute. Non risponde. Lascio un messaggio in segreteria: “richiamami”. Mi chiedo cosa fare. Resto lì come un cretino con il volante in mano. Cerco in internet il suo nome. Trovo un profilo. E nel profilo un indirizzo. Imposto il tomtom e metto in moto. Vado verso l’ignoto. So che non sarà più come prima. Che niente sarà come prima. Alla radio mandano un pezzo che non ho mai sentito. Una voce stridula di donna che grida.

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tazzina di caffèIl martedì per lei era un giorno normale. Un caffè di corsa. In silenzio, tutto al buio per non disturbarli, raccoglieva le cose che si erano messi il giorno prima e che trovava sparse per il pavimento nelle camere. Le metteva nel cestino della biancheria da lavare. Preparava la moka per Pino e i bambini e la lasciava sopra il gas. Preparava la tavola: tazze, zucchero, biscotti, marmellate; solite cose. Controllava che tutto fosse in ordine prima di uscire; finestre comprese. Non si sa mai cosa può fare il tempo quando si è fuori casa. Le restava giusto quel poco per controllare di essere in odine anche lei. Una lavatina, quel minimo di trucco, una pettinata, telefonino, borsetta, si infilava le scarpe e via; dopo aver dato un’ultima controllatina che tutto fosse in a posto. Le restavano giusti sette minuti per raggiungere la fermata dell’autobus e poi al lavoro.
Durante il viaggio aveva giusto il tempo per pensare se non si era scordata niente. Non era un lungo tragitto. Solitamente lo doveva fare in piedi. Sballottata. Sbirciava qualche titolo dai giornali che qualcuno leggeva. Se ne accorgeva spesso quando qualcuno la sbirciava. E allora aveva la tentazione di controllare se era in ordine. Il viaggio non era mai uguale. Spesso doveva fare attenzione. Si scostava per evitare contatti. Con qualcuno ormai si conosceva, solo come compagni di percorso. Magari qualche cenno di saluto. Appena accennato. Raramente c’erano volti che non aveva mai visto. O che credeva di non aver mai visto. A quell’ora si è sempre gli stessi. Poteva capitare che qualche volta, nella confusione, si sentisse qualche mano addosso. Ormai da qualcuno era abituata ad aspettarselo. Chi ha quel vizio tende a ripetersi. E lo vedeva avvicinarsi. Prendere posto con la scusa di mettersi comodo. Crearsi spazio. Mani più o meno leggere.
Qualche volta si sentiva in colpa, in colpa verso Pino, e se ne rammaricava. La città non è sempre gentile. Solitamente ne restava infastidita. Qualche volta lusingata. Come quella volta con… ma era così giovane. Ancora un ragazzo. Avrebbe potuto essere quasi suo figlio. Come l’aveva guardato lui se n’era vergognato. Era diventato un po’ rosso abbassando gli occhi. E l’aveva ritirata. A lei era dispiaciuto. Per lui. Ma poi la curva, uno scossone e lui era tornato ad allungare la mano. Forse il movimento del pullman aveva sbattuto lei addosso a lui. E lei, a quel punto, si era guardata bene dal rivolgergli ancora lo sguardo. Le sarebbe sembrato scortese e crudele, ed era così giovane. Le pareva un gesto di generosa benevolenza. Aveva lasciato che facesse finché non era dovuta scendere. Aveva avuto quasi l’istinto di chiedergli scusa. Ma era successo solo quella volta. Non l’aveva più visto. Certo che il viaggio le dava modo di pensare a ben strane cose. E il viaggio era sempre vario.
Ma non tutti i martedì sono uguali. Quel martedì, sarà stato perché il calendario diceva che era un martedì trenta, sarà stato perché le cose poi vanno come vogliono andare, ma quel martedì non voleva accettare di essere uguale. Nel trambusto aveva perso un bottone della camicetta; la gonna era tutta sgualcita, l’aria attraverso il finestrino l’aveva spettinata, era proprio un orrore. Però non erano queste le grosse novità, il fatto era che aveva scordato di mettere il pettine nella borsetta e, peggio, la calza si era smagliata. Per il bottone se ne diede un po’ la colpa, quella camicetta le stringeva un po’. Senza grande fatica si perdonò, anche perché non aveva troppo tempo per pensarci: doveva chiamare subito Pino altrimenti avrebbe fatto tardi. Lo svegli e lui era così irascibile quando veniva svegliato. Diventava proprio di cattivo umore, ma se non lo faceva, ogni santa mattina, lui non avrebbe sentito la sveglia e sarebbe arrivato in ritardo. Pensò al più grande che doveva fare compito di latino. Poi si sentì come se avesse contato lentamente tutti gli anni che aveva. Cominciavano a diventare grandi; quei figli. E lei i suoi anni li aveva anche se non li dimostrava, e li portava bene. Almeno a sentire gli altri. Certo che coi tacchi… si sfilò le scarpe sotto la scrivania.
Prese in mano la fattura della Edilcoop. Arianna arrivò solo allora. Se la sarebbe vista brutta quella ragazza se avesse continuato così. Anche la puntualità ha il suo valore. Soprattutto in un ufficio. Stava per prendere in mano il modulo precompilato per la riscossione di credito che le suonò il telefono. Era Marcello che la voleva vedere subito, e quando chiama il capoufficio bisogna correre. Non era una novità se non fosse stato martedì. Quell’uomo non era certo tra i più pazienti. Appoggiò lo stampato sulla scrivania, percorse il corridoio e bussò prima di entrare. A lei non dispiaceva quell’uomo sempre sicuro di sé e sempre elegante. Anche quella mattina ebbe modo di apprezzare quella grisaglia. Grigio antracite. E la cravatta. “Ti dispiacerebbe portarmi un caffè”? –anche questa non era una novità. Non che alla macchinetta fosse tra i più buoni. E ormai sapeva anche quanto lo volesse zuccherato. Ah! gli uomini; sono così… prevedibili. Essere gentile non le costava fatica. E poi ammirava quell’uomo ed era il suo capoufficio. Ma le sembrò subito che la sua bella voce, calda, avesse un tono diverso. Ci fece appena caso. Il bicchierino di plastica scottava.
Quando rientrò nell’ufficio lui la fece gentilmente accomodare. Si sistemò la gonna prima di sedersi. Sprofondò nella poltrona di pelle. Le capitava spesso che le volesse parlare, ma non che la facesse sedere per farlo. Solitamente aveva così tanto lavoro ed era sempre preso di fretta. Era imbarazzata per le calze. Se ne ricordò: aveva messo il reggiseno a balconcino. Lui aveva un sorriso diverso, più… cortese. Si prese il suo caffè e poi cominciò guardandola negli occhi: “Scusami. Inutile girarci attorno. Tra noi… sarò franco.” –non le piacque nulla quell’esordio; si mise in apprensione– “Sai i tempi che corrono. Voglio dire: come vanno le cose. La crisi e poi tutto il resto. Lo sai anche tu. Il lavoro è diminuito. I clienti si allontanano. Sempre meno. Nessuno vuole più spendere. Chi ce li ha se li tiene. Insomma è sempre più difficile”. Sì! lo sapeva. E in quel momento sapeva che non sarebbe stata una mattina come tutte le altre. Non avesse iniziato ad essere preoccupata sarebbe stata inquieta di vederlo così: titubante e insicuro. Con le parole che parevano costargli fatica. Così non lo conosceva; anche se lo conosceva ormai bene. Poteva anzi dire che tra loro ci fosse anche della confidenza. Sapeva che lui la apprezzava per il suo lavoro, ne era certa, e anche come donna. Era capitato che le chiedesse un parere. Se avesse potuto avrebbe provato a rendergli le cose più semplici, anche se anche quello faceva parte dei suoi compiti di manager.
Posò il bicchierino e lentamente tornò ad essere il lui che aveva imparato ad apprezzare: “Dov’eravamo rimasti? Ah sì! scusa. Ti dicevo. Anche se mi dispiace, proprio a te, ma non posso esimermi di… Insomma ci vediamo costretti a fare dei tagli al personale. Non vorrei ma… non c’è più lavoro per tutti. E… anche per i nuovi azionisti. Non subito, certo. Ma da fine mese dobbiamo rinunciare a te. Fai pure con comodo. Se hai delle ferie. Non so. Se ti posso in qualche modo aiutare. Chiedi pure. Cerca di capire la situazione. Anche la mia. Prova a metterti nei miei panni”. Si sentì morire. Come avrebbero fatto? Cosa avrebbe detto a Pino? Lui era così ansioso. Persino timoroso. E poi l’ufficio era diventato un po’ la sua vita. Si trovava bene lì. E con loro. E anche con lui andava d’accordo. Si rese conto che tutta la sua vita sarebbe cambiata. Si rese conto di non essere il tipo che ama le novità; i cambiamenti. Stupidamente pensò che doveva ricordarsi di prendere le cipolle per il sugo tornando a casa. Non sapeva se doveva rimanere o alzarsi. Sapeva di non potersene andare così, ma non era come le altre volte. Tornò a ricordarsi delle calze. E poi a chiedersi se aveva qualcosa che non andava.
In fondo la sua età comunque ce l’aveva. E aveva anche fatto due figli. Eppure molti sembravano non accorgersene. E anche lui. E lui aveva gusti raffinati. Anche se qualche volta strani, o almeno così sembravano a lei, e ripetitivi. Lui era un vero signore. E aveva quella bella macchina, che era anche comoda. E la villa al mare. Il successo guarda chi se lo merita. Lei si era ormai abituata a lui e lui aveva sempre la barba appena rasata. E quel buon odore di dopobarba. Che sapeva un po’ di cioccolata. Si accese una sigaretta, non capitava spesso che lo vedesse fumare: “Scusa se sono franco. Se sono diretto. Da quant’è che lavoriamo assieme? Noi due? Lo so che non sarà, che non potrà essere più lo stesso. Mi dispiacerebbe… Lo sai. Ti ho sempre apprezzata. Magari noi due, qualche volta, se ti va, possiamo anche continuare a vederci. E non è per questo che viene meno la mia stima nei tuoi confronti. Voglio dire: se ti va; naturalmente. Tu resti sempre una bella donna. E hai sempre un gran bel paio di tette”. –e si alzò in piedi. Per la prima volta ebbe un pensiero volgare di cui vergognarsi “Fanculo anche le cipolle”. Si inginocchiò davanti a lui perché sapeva come sarebbe andata a finire.

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tazzina di caffèL’avevano seppellito nella sua bandiera. Lo sapeva che non avrebbe avuto modo di esserne orgoglioso (avrebbe avuto di che esserlo) ma si dovrebbe rispettare sempre la volontà dei morti. Invece spesso non si fa e lui l’aveva detto “Non me ne frega un cazzo della fine delle ideologie. Che anche lui è un uomo. I miei polmoni sono quelli di uno che ha fumato da quando è nato. E povera Matilde…” –e non aveva voluto sentire ragione– “La ragione è per chi ha ancora tempo”. La sorella aveva sperato e cercato di dissuaderli fino all’ultimo ed oltre “Chissà dove finirà adesso? A tribolare come quando era qui.” –e si era segnata per sé e per lui una dozzina di volte; lei che non cedeva mai e finiva sempre quello che cominciava, ma lui il nero non lo voleva nemmeno da morto (nessun colore di nero). Dopo una vita di lavoro a suo figlio non aveva lasciato molto: i suoi libri, i suoi dischi e quelle parole “L’uomo non è nato servo.” –e a Oreste, quel figlio, ogni santo mese scadeva la rata del mutuo. Oreste ora era veramente solo e stanco come mai prima. Annamaria non poteva capire perché Annamaria era, come quasi tutte, una donna pratica. Lei non se ne faceva nulla delle parole quando si trattava di contare gli spiccioli. Non se ne voleva dar pace che lui non volesse liberarsi di tutte quelle vecchie carabattole per di più polverose.

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Le donne sono sempre state affascinate dagli artisti, soprattutto dai pittori. I loro occhi restano incatenati alla mano che sta tracciando il disegno, come se fosse una sorta di magia. Trattengono persino il respiro. Aveva detto di essere di fretta, tutta trafelata, e di chiamarsi Veronica. Nemmeno il tempo di reagire e lei era già dentro a guardarsi intorno. Ho provato a spiegarle che non sono quel genere di pittore, ma lei si era già spogliata nuda a chiedermi dove e come si doveva mettere. Gran bella donna e son rimasto senza parole. Non ho potuto che munirmi di carte e penna e scarabocchiare il foglio cercando di assumere un aria credibile. Le ho fatto anche un centinaio di foto digitali, precisamente centosettantatre, giustificandole col fatto che volevo fare degli altri “Bozzetti”. Proprio così le dissi perché quello mi venne e non è che fossi proprio completamente padrone delle mie facoltà. Mi sentivo confuso ed ero molto incantato. Alla fine cercai di giustificare quel mio immenso pressappochismo, alla fine sarebbe venuto bene; non si può giudicare un opera dai primi tratti preparatori. Avrei dovuto aspettarmelo, dopo lei volle mostrarmi tutta la sua riconoscenza. Non dovette troppo insistere ma penso che voleva dimostrarmi anche tutta la sua vanità. Devo dire che avere da ridere sarebbe uno sproposito. Certo è stato un fastidio tutt’altro che meno ingombrante e sicuramente minore di quello di tale Alvisia che mi è venuta a trovare con il suo gatto per fargli fare da me un ritratto. Anche lei, alla sua bella età, dopo voleva darmi tangibile testimonianza della sua riconoscenza. In quel caso pietoso riuscii a inventarmi una scusa plausibile senza troppo deluderla. Poveretta, sta ancora aspettando una mia telefonata. Con Veronica invece sarebbe andato tutto liscio, ma prima che uscisse temo d’essermi tradito perché mi sono offerto di rinfrescarle la cucina. Spero non se la sia presa e che richiami, quando il marito è fuori. Non posso nemmeno darmi la colpa di aver approfittato di un equivoco, ha fatto tutto lei e tutto così in fretta che non ho nemmeno avuto il tempo di parlare. Comunque mi son rimaste le sue foto che rigiro tra le dita: proprio una gran bella donna.

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tazzina di caffèCome dice un amico (si può parlare di amicizia scrivendo le stesse lettere? Io dico di si) il popolo delle formiche è una comunità laboriosa. Tutte a correre dietro le altre frenetiche e sempre in silenzio. Per dire la verità anche industrioso: avevano scavato delle lunghe gallerie così da non essere costrette ad uscire e correre pericoli di un qualche genere come quello d’essere calpestate da incurante distrazione o di fare incontri come la signora Carla (donna pettegola e appiccicosa come poche). E’ pure vero che quelle piccole creature non pensano agli altri troppo prese da quel che inseguono; ma cosa inseguono per correre tanto e non avere nemmeno il tempo di farlo? Nella loro città suona in continuo una musica che scaricava ogni possibile tensione e così ogni pulsione. L’aveva ordinata la regina ed era sopravissuta anche a lei. Vivevano di una pace complessa e completa. Loro eseguivano gli ordini anche se non c’era più nessuno a impartirli. Anche se al posto della sovrana si era insediato in ragno impaziente. Avevano finto di non notare il cambiamento dopo avere invocato un nuovo inquilino per quell’incarico. Lavoravano per lui ma in fondo lavoravano perché era giusto lavorare. E se qualcuna spariva erano tante e appena ci si poteva accorgere solo a causa di certi affetti che sopravvivevano. D’altronde il ragno era per natura ragno e le scomparse erano solo tra quelle che avevano dovuto spingersi troppo vicine al cuore del loro sistema, alle stanze del potere. Si sa che il potere si giustifica solo con se stesso.

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