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Posts Tagged ‘Fiorella Mannoia’

Mi apre la porta e la riconosco subito. Con Alda avevamo fatto le superiori, un paio d’anni, e non è che non l’avessi notata. Era solo che l’avevano notata in parecchi. Il suo seno era il sogno di quei molti. C’ero uscito un paio di volte, mi aveva tolto la mano. Non ero mai riuscito a cogliere il momento giusto. Sempre qualcosa si era frapposto. “Saranno passati?… quindici anni”. Poi ero venuto a sapere che s’era sposata, ma non sapevo solo il suo cognome da nubile. E come potevo? Così non devo faticare a nascondere la sorpresa di ritrovarmela davanti. Riesco a guardarla negli occhi. Mi fa entrare con cortesia e cominciamo a cercare di ricordare chiedendoci vicendevolmente aggiornamenti e come va? Bella casa, tenuta pulita e in ordine. Luminosa. Segno esibito di una coppia a cui non manca nulla. Pavimenti lucidi. Mobili scelti con cura, e gusto. La porta della camera lasciata aperta. Un bicchiere sul tavolo. Immobili ad ammirarci per ricordare quelli che eravamo e quello che siamo diventati. Il viso è ancora il suo. Gli occhi gli stessi. Non è cambiata molto. Solo ha imparato a truccarsi ma non a vestirsi. I lineamenti sono restati duri, e non possono mostrare certo una grazia e una delicatezza che non ha mai avuto. Sono di uno strano verde, gli occhi. Un’ombra le taglia il viso come un rasoio accecante. Sono già deciso di tornare per parlare con lui. Ho una strana fretta. E’ a questo punto: “Beh! possiamo anche abbracciarci”.
Timidamente all’inizio per prendere poi confidenza dei nostri corpi e del gesto. Si fa più amichevole, più confidenziale, più affettuoso, più accogliente. “In ricordo di brevi vecchi tempi. A lungo dimentichi”. Ha un piccolo colpo di tosse. Il suo corpo si affievolisce e si fa più molle tra le mie braccia, quasi che cerchi un sostegno. Mi respira dietro l’orecchio. “Non sai quanto piacere mi fa rivederti, proprio”… E allora, all’improvviso, il suo abbraccio si fa disperato. Approfitta della mia spalla e scoppia in un pianto travolgente. Che non riesce a frenare. Non ho parole di conforto. Non ho mai saputo trovare nulla in momenti simili se non la voglia di fuggire. E poi c’è quella presenza così viva tra noi due. La presenza del suo seno che palpita tra i singhiozzi. Che mi accarezza il petto. Che mi si schiaccia contro. Cerco di distrarmene senza riuscirci. Cerco di pensare ad altro, inutilmente. Mi sento una carogna mentre mi spiega che “Così all’improvviso. Da quando è venuto a mancare non so farmene una ragione”.
Rifletto su quella formula. Cerca di guardarmi con gli occhi colmi di lacrime. Poi torna a rifugiarsi sulla mia spalla. A nascondervi il viso. A fremere di disperazione. Sento le lacrime bagnarmi la camicia. Temo che dovrò portarla in tintoria, quella giacca. Cerco di consolarla. Le accarezzo i capelli. La sfioro. Sopra la stoffa morbida percepisco il calore del suo corpo. I suoi singhiozzi scuotono quell’abbraccio. La mano scende appena, lungo il fianco, alla cintola, dove si arrotonda il bacino. Era larga già allora di… lì. Lei mi guarda e per un attimo si ferma. Mi immobilizzo, e il pianto ha una pausa. Quegli occhi dal trucco colato hanno una domanda inespressa, forse un rimprovero. Vedono qualcosa che non fa parte del nostro momento. Tolgo la mano e torno ad ascoltare i suoi singhiozzi. E la mia attenzione è sempre più prigioniera del suo seno. Lei torna al suo dolore. Io rimetto la mano dov’era, appena appoggiata, mentre le chiedo imbarazzato notizie della malattia del marito. Si stacca all’improvviso. Tira su col naso: “Cos’hai capito? Pietro. E’ sanissimo quel cornutone deficiente. Figurati. Quello non lo uccide nemmeno il colera. L’ho riempito di corna e se le merita tutte. E’ morto Lillo, Lillo, il gatto. Di lui non mi importa nulla”.
Doveva esserci veramente affezionata. Non ho mai avuto un animale. Non ho mai nemmeno amato la caccia. Ne la pesca. Dovessi esprimere un parere preferirei un pesce rosso. Certo che ha sempre avuto delle belle tette. E sono rimaste belle; sotto la maglia. Provo lo stesso desiderio di toccarle. Cerco di scusarmi. Mi chiede un attimo che si sta riprendendo. Mi ringrazia della mia comprensione. Le lascia, le sue tette, appoggiate a rubare tutte le mie attenzione, ma ora mi fissa negli occhi. Passa il dorso della mano sul viso per pulirli delle lacrime e del rimmel sbavato. Cerca di interpretare un’improbabile serenità. E intanto si sistema la maglia. Accomoda il seno al contatto del mio petto. Ha un appena percettibile sorriso di soddisfazione ammiccando involontariamente alle sue tette. Ne ha consapevolezza, e non potrebbe non averne. Si può dire tutto di lei ma non che sia sprovvista lì. Né che sia ignorante di sé. Non ha mai avuto molto altro di cui andare fiera; almeno credo. E non avrei mai pensato che fossero così sode e… accondiscendenti. Morbidamente attraenti e accondiscendenti al contatto. Intanto la mia mano è rimasta lì, sul suo fianco. Appena più in basso. E lei la guarda. E alla fine mi dice: “Scusami tu. Non volevo. Sta passando. Faccio la brava. Non pensare che… Non è che non lo capisca. Che non me ne sia accorta. Ne avrei anche voglia. L’avrei anche fatto, se lo meriterebbe pure. Lo farei, con te; ma oggi proprio non mi va. Con te. Spero che tu mi capisca. Magari un’altra volta. Magari ti chiamo io. Magari domani. Magari posso prepararti un caffè”.

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fulmineQuesta è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso… Come il lettore attento e chi ci ha seguito  saprà –impresa pressoché impossibile– che questa non è una storia qualunque ma è la Storia. La Storia di come Dio creò il cielo e la terra. E poi creò l’uomo e lo chiamò uomo, e creo la donna e la chiamò donna –non ci voleva una gran fantasia– e creò il lacchè e lo chiamò Carogna –no! questo è un errore di ricostruzione. Poi popolò la terra degli animali e chiamò cane il cane, e porco il maiale –su questa squallida battuta ci si è soffermati fin troppo– dicevamo: e chiamò porco il maiale ma anche lo stesso lacchè e chiamò moffetta la moffetta –si da il caso oggi sia il giorno della moffetta– poi chiamò Eva ma quella fece la gnorri. Da quel fatto nacque l’Ira divina ma anche il peccato e il prete, per ora solo l’idea del prete, come confessore. Di come poi Dio scatenò sull’uomo la sua Ira, al fine di farne un uomo provo, con gli episodi ricordati di Babele, del diluvio, di Sodoma e Gomorra e tutti gli altri. Nell’istante in cui siamo arrivati il povero Abramo, ormai vecchio e solo, decide che è ora e tempo che il figlio, Isacco, prenda moglie. Ma è anche la storia di come Dio creò altre creature sue simili come gli angeli e i giganti, ancora più simili, e li chiamò angeli e giganti. E di come avesse creato dei suoi simili proprio uguali a Lui per lenire la propria solitudine e quelli si chiamarono ognuno Dio. Ma anche di come tra loro ne creò uno al femminile che si chiamò sbaglio… [scusate l’errore dovuto a certi bisbiglii] cioè si chiamò Lei. Proprio a questo proposito non solo a chi riferisce oggi e qui gli avvenimenti non sembra giusto che tutta questa Storia sia raccontata solo da voce maschile. E allora si torna a dare voce anche a Lei.
Abramo da vecchio non era certo migliorato, e sempre un po’ fissato era. Lui non aveva simpatia per i Cananei, anche se ci viveva assieme e si mescolava a loro. Forse avevano poca cura di sé stessi. Forse puzzavano, forse no. Non si poteva dire un uomo di ampie vedute e anzi era di quelli che: donne e buoi dei paesi tuoi. Passi per le donne, ma anche no. E il gusto dell’esotico? A Lui restava da capire quella cosa dei buoi. A parte piccole differenze soprattutto di corna, ma per quello anche tra gli uomini, a Lui i buoi sembravano pressappoco tutti uguali. Ed era un animale completamente mansueto. Se ne stava lì a sgobbare e a guardare anche mentre il toro faceva le cose in vece sua. E di vacche ne pascolavano per i prati, e anche per le strade, che a essere toro era una gran fortuna. Ma pure una gran fatica. E pure una gran libidine. Meglio esser toro che agnello; ma forse stava facendo confusione e stava equivocando con gli animali. Perché il toro e l’agnello non avevano nessuna parentela; o no? Lei gli spiegava sempre: c’è chi nasce toro e chi nasce agnello. E lui era Dio. E poi Lui mica era nato. C’era sempre stato. Esattamente come la sfortuna. Le lotterie, no!
Ma Lei ormai ci ha trovato gusto a raccontare le cose come le vedeva Lei. Continuerebbe a rilasciare interviste se avessero già inventato i tabloid: “Io denuncio che non sempre ho avuto la calma necessaria, ed è per ciò che tra tanta confusione capita di sovente di dover ricapitolare e magari tornare ad accadimenti già passati. Il tema è troppo importante per tralasciare o sorvolare qualcosa. Sono certa se ne parlerà ancora per anni. Senza alcuna acrimonia ma è palese che io e Dio siamo una persona diversa e con idee e sentimenti diversi, ma siamo altrettanto Dio. Guardate anche quella storia di Sodoma; scusate se mi ripeto. Io glielo avevo detto, vecchio s… Non esiste una guerra gentile. Che distingua gli empi dagli altri, dai goduriosi. Credete che mi abbia dato retta? Questa è la sua Storia, non la mia. Io avrei fatto tutto differentemente, con più amore e meno autorità e rabbia, persino violenza. Ho più e più volte provato a parlarci, niente. Nel mondo ci vuole pazienza”.
Perché è sempre la memoria che va a ritroso, mentre il mondo va avanti, perciò: RICAPITOLANDO: E’ stato ben Lui a dire, parola Dio, proprio Lui a dire:28 «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra.» –non si può dare colpa a nessun altro perché quel nessuno ancora non c’era. E l’uomo per andare non è andato molto lontano, ma per procreare ha procreato, e tanto; forse più di quanto s’era immaginato. L’uomo ha dedicato all’opera di Dio, al suo comandamento, tutte le sue energie. Forse anche più che a farsi la guerra. Almeno inizialmente. Nessuno ne ebbe a ridire, anzi. Forse solo gli animali da striscio, ma per breve. Si pensò che pensasse ai servi e per quelli… E anche ci tenne, sempre Lui, a ribadirlo, perché ha sempre avuto quel pregio, la capacità di sintesi:29 «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo.30 A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde.» E ridaiela con gli striscianti. E poi c’è la storia dell’abbondanza di erba. Meglio non dirlo. E’ sempre stato meglio tenere la storia dell’erba tra quattro mura; per sé. Diciamo che era per uso terapeutico o per consumo personale. Qualche furbo sostiene ancor oggi che né volesse fare un popolo vegetariano se non anche vegano. Ma questi non vanno d’accordo con nessuno tranne che con sé stessi. E a guardare tutto quel… Creato, sempre Lui, era stato affaticato ma soddisfatto. Tanto che fece dire che 31«era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno» E infatti dopo ciò smise di lavorare; non era ancora stata creata la settimana breve e il cosiddetto sabato fascista”.[1] Né ancora alcuna crisi aveva spinto tutti ad accettare di lavorare in nero e a condizioni capestro.

 

[1] Genesi 1

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Il profilo del pulo ullula alla luna

Senza le bugie allora impazzerebbero le paure. Senza bugie non saremmo quello che siamo. Non chiedere come sto. “Non ti preoccupare di me; tanto non lo faresti. Non dirmi nemmeno la verità perché ne ho fin troppa di verità. E di piccole cose e di miseria”. E se mi guardo non piaccio nemmeno a me. E allora dimmi bella. E allora dimmi che mi ami. Dillo per favore, tanto non credo nemmeno al tuo nome ma ho voglia di spendere la tristezza. E cerca di crederci mentre lo dici. Cerca di illudermi e di illuderti. E così facile mentirsi che ne vale la pena. Anche se sono solo bolle di sapone.
Strappò alcune pagine dal calendario ma non gli fu di utilità. Avrebbe voluto poterla amare. Ne aveva bisogno. Ciò che diceva di sé gli sembrava comunque quella bugia. Come se dovesse lusingarsi, farsi bello. Chioccia la voce e terribile il risultato. Ricerca di vecchie avventure con la paura del silenzio. Perché le parole non parlano? E ti lasciano quando servono? Anche i ricordi gli rammentavano che non era più quel ragazzo; libero; disposto ad illudersi; capace d’amare. Deve essere questa l’età, questo rimpiangere.
Nonostante le parole di lei si sentiva perso; perso e vuoto. Raccolse un sasso e caricò la fionda. Mirò alla luna perché era inutile sprecare energie per meno.

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Simbolo di EmergencyAncora a Lei. Sempre perché il mio 8 marzo non è solo un giorno e non finisce con quel giorno. Sempre per raccontarmi attraverso le canzoni che ho amato ed amo. E per raccontarci. E per raccontarLa. E allora basta chiudere gli occhi. E lasciarsi andare. A questo serve la musica, cioè anche a questo. Se deve esserci una ragione… ma non è necessario; comunque… una ode al coraggio perché spesso il coraggio è donna. E allora vorrei che questa canzone (del Vasco, qui a mio avviso interpretata magistralmente da Fiorella) “cantasse” il coraggio femminile. Anche quel coraggio che la donna deve trovare in tutti i suoi giorni. E lo vorrei cantare per non far finire l’8 marzo e soprattutto perché un giorno non ce ne sia più bisogno. E vorrei che Lei sapesse che la penso col cuore. E non serve che dica ancora una volta quanto amo questa canzone. E questa donna.
Fiorella Mannoia: Sally
Sally cammina per la strada senza nemmeno…
…guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia
…di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa…
ti può crollare addosso!
Sally è già stata punita…
per ogni sua distrazione o debolezza…
per ogni candida carezza…
data per non sentire…l’amarezza!
senti che fuori piove
senti che bel rumore…
Sally cammina per la strada sicura
senza pensare a niente!
…ormai guarda la gente
con aria indifferente…
…sono lontani quei momenti…
quando uno sguardo provocava turbamenti…
quando la vita era più facile…
e si potevano mangiare anche le fragole…
perché la vita è un brivido che vola via
è tutt’un equilibrio sopra la follia…
…sopra follia!
senti che fuori piove
senti che bel rumore…

Ma forse Sally è proprio questo il senso… il senso…
del tuo vagare…
forse davvero ci si deve sentire…
alla fine… un po’ male!…
Forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa…
e cancellarli da questo viaggio…
per vivere davvero ogni momento….
con ogni suo turbamento!…
e come se fosse l’ultimo!

Sally cammina per la strada… leggera…
ormai è sera…
si accendono le luci dei lampioni…
tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni…
ed un pensiero le passa per la testa
forse la vita non è stata tutta persa…
forse qualcosa s’è salvato!…
forse davvero!… non è stato poi tutto sbagliato!
forse era giusto così!?!…
…eheheheh!…
forse ma forse ma si…
cosa vuoi che ti dica io
senti che bel rumore

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franca1Michele. La vita è proprio solo frammenti. Michele! ma lui è un uomo. Perché dovrebbe accorgersi di me? Di una ragazza come me? Hai visto come lo guarda Enrica? E come lui la guarda? Ma lui le guarda tutte. E tutte lo guardano. Ma io sono solo una ragazza. Non ho conosciuto che ragazzi. Chissà come mi giudicherà? Sarei una pazza a chiederlo. Eppure ha pazienza. Ed è bello parlarci. In fondo mi sembra quasi di capirlo. E poi non è nulla. Sono solo io che mi invento le cose. Siamo solo colleghi. Amici. Niente di diverso. Mi fa sentire donna. Importante. Ha attenzioni per me. Quando parlo pare ascoltarmi. E lui è un uomo; non come me. Forse vorrei non esserci. In fondo non è la prima volta. Ma perché ci vengo? E perché con me? E’ che… Come facevo a dirgli di no? E poi perché? Sono solo fisime. Una volta come le altre. Semplicemente una volta ancora. In più. E’ in me se c’è qualcosa che non va. Forse è perché non so nemmeno io ancora cosa sono. Cosa voglio. Eppure cos’ho che va? E cos’ho che non va? Dai che lo sai. Un poco, lui, ti incuriosisce. Perché è di quel mondo che vorresti diventasse il tuo mondo. Degli altri infondo, non mi importa. Dei commenti. Certo che la cosa mi imbarazza. Vorrei che non fosse. Ma forse anche lui mi vede bella. Casa vuol dire essere bella? Cresci ragazzina. Le cose non vanno mai come vorresti. E’ tempo di lasciare i sogni. Prima che siano loro a lasciarti. Infondo hai lasciato tante cose. E prima di lasciarle non te lo sei chiesto. Sono solo cose. Dopo non sono che passato. Cosa rimane? E poi quali sogni? Cosa t’hanno dato; i sogni? Come bolle. Si son dissolti al mattino. Non ero pronta ad essere grande, allora; con lui. Non lo sono ancora. Quella paura. Non era quello che volevo. O forse non con lui. Certo che io la volevo, quella libertà. Era un prezzo troppo alto. Sentirsi soffocare e nemmeno sapere di cosa. Cosa dice?
Posso darti un bacio”?
Continua a guidare. Perché? Ti sembrano domande? Vorrei non l’avesse fatta. Sei proprio una stupida. Cosa ti aspetti? Rispondigli. Non serve. Lo capisce da solo. Perché dovrebbe fare differenza. Parla già il mio silenzio. Miodio, gl’occhi. Vorrei non glielo dicessero, gli occhi. Che non capisse che ormai lo voglio anch’io. In fondo che cos’è? Solo mostrarsi una stupida ragazzina? Che sarà mai? E poi sono di quelle domande. Lui la sa già la risposta. Forse le donne rispondono. Forse lui si aspetta… Non ha bisogno. Non aspetta. Gli anni passano anche per te, bella mia. Però sa un buon odore. Vorrei sentirmi le sue mani addosso. Devi esserti impazzita. Non può essere così; senza nemmeno una promessa. Quasi solo curiosità. Spero finisca subito. E ha quel distacco. Quasi una indifferenza. Se non fosse lui me ne sentirei colpita, offesa. Che senso ha un bacio che non è un bacio. Un bacio come questo. E’ solo cercarsi le labbra. Frugare distrattamente nell’altro, pensando ad altro. Vorrei fuggire. Essere adulti è essere uguali. Non può essere imbarazzato. Sono io, quella. Scusami, conosco solo un ragazzo. Ma non era diverso. E non lo conosco più, quel ragazzo. Non so nemmeno se lo conoscevo. Non lo voglio ricordare. Nemmeno ha più un nome. Era tutto sbagliato. E’ stato meglio così. Non mi va di pensarci. Hai ragione, Michele: era tronfio con la sua divisa. E con quella sua aria. La sua arroganza. Un piccolo padreterno. Ad aspettare fuori. Eppure non lo dovresti dire. Non tu. Forse tu non puoi sapere cos’è essere ragazzi; giovani. Tu sei di un’altra generazione. Forse gli uomini sono uomini così. E che il mondo gli aspetti; gli uomini. Eppure mi sono sentita distaccata. Come se non mi appartenesse. Come fosse un’altra. Ti prego, metti in moto. Torniamo. Mi sento confusa. Non sono nemmeno riuscita ad abbandonarmi, tra le sue braccia. Che si sia accorto che ero imbarazzata? In fondo non lo può sapere che per me è importante. Ma è importante; veramente? Non è stato diverso dalle altre volte.
Per te cosa vuol dire”?
Gli devo essere sembrata proprio una sciocca. Ti sembrano domande da fare? Eppure vorrei che mi rispondesse. Mi imbarazza questo silenzio. E questa strada che sembra non finire mai. E vorrei essere già a casa. Che senso ha tutto questo? Ma domani è un altro giorno. Ci si ritrova come sempre. Ci si ritrova in ufficio. Sarà un giorno come un altro. In fondo che cos’è un bacio? Un semplice bacio? Le cose le complico io. Cosa può essere per uno come lui? Non molto più di nulla. Certo che era una domanda proprio stupida. Tanto per farsi riconoscere. E lui è un uomo, e un uomo sposato. Meglio così. Almeno resta niente. E mi sento più libera. Non ho nemmeno il dubbio per sognare. Pare così sicuro di sé. Dovrei sentirmi in colpa? Però avrei creduto fosse più bello. In fondo non è stato che un bacio. Uno stupido bacio. Anche distratto. Frettoloso. Senza trasporto. Forse curiosità di sapere se sapevo baciare. Ma cos’è un bacio? Io non so se so baciare. L’ho mai imparato veramente a fare? In fondo non mi ha dato niente. Eppure lo avrei pensato migliore. Credo ci possa essere di più. E questa strada non è che una stupida strada. Ma non si può continuare a baciare cercando di trovare il bacio. Quello che ti fa sognare. E forse le cose sono solo così. E un bacio non è nient’altro che un bacio. Ma dev’essere bello fidarsi della sua fiducia. Sentirsi sicure. Perché lui è sicuro. Eppure, in quel momento, non lo sembrava. Sembrava anche lui come lui. Quasi come me. E’ solo un attimo. Quasi senza sapore. Eppure tutto questo silenzio. Il frastuono di questo silenzio. Non sono certa di capire i suoi gusti. Forse è solo che non sono il suo tipo. Lui è così maturo. Io non lo sarò mai. Io con le mie stupide letture. Il mondo è reale. E’ quello che ti trovi davanti. E’ quello che ti mettono di fronte. Non so se sono mai stata quella ragazzina. Non ci voglio pensare. E non mi posso legare, come non lo potevo fare. Niente torna indietro. Ho bisogno ancora di vita. Però vorrei che mi dicesse una cosa carina. Anche solo almeno: ci vediamo domani? Certo che ci si vede. Ci si vede tutti i giorni; stupida.

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raccontiRaccattandolo, nel soffiar la polvere, ritrovò quella Rosellina secca tra le pagine 40 e 41. L’aveva raccolta lei: “Ti ricorderà di me”. Non ci aveva più pensato. Né l’aveva più rivista. Chissà dov’era? E com’era? La ricordò come allora, con tenerezza, Carla. Era stata una storia durata pochi mesi. Troppo poco -pensò. Erano ragazzi allora. Si trovò un poco ad immalinconirsi. Era tenera Carla. Forse era tenera la loro età. Improvvisamente divenne presente. Molte cose che aveva perso tornarono presenti. Come se venissero a bussare al porta di quella sera. Come se rivolessero il loro spazio; con decisione. Ma soprattutto lei. Il suo odore. Le dita sottili di Carla. Il suo modo di ridere. Quel suono acerbo. I piccoli seni. Quel preciso mattino senza scuola. Quel sentiero e il silenzio e le cicale che lo moltiplicavano, quel silenzio. Le cose che avrebbe voluto dire. L’imbarazzo. I suoi ritardi. Avrebbe voluto vederla. Alcuni rimpianti divennero lancinanti. Si ricordò che aveva cercato di dedicargli alcuni versi. Ora li ricordava ed erano goffi. Ne provò una tarda vergogna. Non era mai stato molto bravo con le rime. L’aveva capito da solo. In seguito aveva smesso di provarci. Sentì affacciarsi una lacrima. Accettò quel pianto per quello che non era stato e non era più.

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Ne ho accennato con un certo pudore; fin dall’inizio. Poteva sembrare uno scherzo ma non lo è mai stato. Ci sono cose e valori in cui credo. La politica può essere passione. Può ancora essere l’arte nobile di governare un territorio; di pensare agli altri, ai meno protetti, ai più deboli. Magari un giorno la racconteremo tutta questa nostra avventura. E le storie che mi piacciono sono quelle che hanno un buon fine.

pd

idv

ps

spineacon

una donna, giovane, carina, colta e intelligente

(quattro novità per una candidato Sindaco)

Mariangela Vaglio

candidata alle primarie della coalizione di CentroSinistra

per il comune di Spinea (VE)

Fiorella Mannoia: La storia

[Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”]

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Non ricordo chi. Qualcuno in rete mi ha chiesto di riparlare delle baracche. Sono in ritardo? Tempo permettendo provo a introdurre questa storia. Credetemi: a volte è solo che mi manca proprio il tempo. Abbiate pazienza.

spinolaAltri tempi allora. Li possono ricordare solo i nostri vecchi. Quelli più vecchi tra i nostri vecchi. Altra Italia quella. Un paese certo più povero. Un paese, forse proprio perché più povero, che aveva ancora un cuore. Popolo di contadini. Paesaggio ancora di campagna, come si suole dire: rurale. In realtà campi fin dove si spingeva l’occhio. Un paese ancora solidale. Intanto intorno cominciava a sorgere la città. Ci si aiutava ancora uno con l’altro. Gente magari ignorante ma tutt’altro che stupida. Ignorante perché ignorava. Ignorava l’italiano. Ignorava le cose “alte”. Da gente che ha studiato. Roba da signori. Ignorava il superfluo. Magari mica sapeva scrivere. Figuriamoci se aveva il tempo per leggere; per menare il can per l’aia. Non ignorava la propria terra. Non ignorava le stagioni. Non ignorava la fatica.
Un quartiere ai confini del comune. Quello che ci separa ancora da Venezia. Oltre la vecchia linea ferroviaria. Ora la stanno recuperando, quella linea ferroviaria per molto tempo dismessa. Ci passerà la cosiddetta metropolitana di superficie. Dicono che ci passerà anche l’alta velocità. Per anni ci son cresciuti solo rovi. Quelli del quartiere l’avevano fatta attraversare da un viottolo interrato per restare collegati al resto del comune. Sono stati i primi, lì, i paesani. La loro sagra era diventata famosa in tutti i dintorni. Vi si teneva una mostra degli uccelli. Ci andava tanta gente. E loro, quelli del quartiere, la gente, avevano creato momenti e punti di incontro. Le donne, anche quelle non mamme, si erano organizzate. Tenevano i bambini. Avevano fatto una specie di nido. I servizi se li inventavano. Gestivano al meglio il loro territorio. Quello di cui avevano bisogno lo sapevano e se lo facevano. Con le loro mani. Solidali. Senza bisogno di aiuto. Non c’era sindaco ne prete che tenga. Magari nemmeno conoscevano il nome del sindaco. Magari avevano anche poca confidenza del parroco. La chiesa era ed è al di là delle rotaie e del cavalcavia. Il palazzo anche. Adesso hanno una bassa costruzione che fa da chiesa.
Quella sera tutti hanno avuto paura. Tutti ricordano quella data. Era il 6 maggio 1976. Erano da poco passate le nove. Per la precisione erano le 21.06. Un brivido ha percorso l’erba. Una vampa alta da lontano, da Marghera, poi un buio profondo. Era il terremoto del Friuli. Ma succede. Succede che un popolo si alzi anche dopo le disgrazie. Io ero proprio a Marghera. L’ho avvertita a Marghera. Non mi ha tolto nemmeno la calma. Ciò che ha fatto più impressione è stata proprio quella vivida vampa. E poi quel buio assoluto e totale. Ma qui era stata una scossettina, quella di quella sera. Lì, invece, in Friuli, gente caparbia, hanno pianto i loro morti e poi li hanno seppelliti. I “furlani” sono gente così. Abituati a camminare su una terra aspra; avara. Nelle baracche non ci sono voluti restare che lo stretto tempo necessario. Poi hanno ritirato su le loro case. Hanno ricominciati a vivere.
Chissà se c’è stato un primo? Si sa che quei vecchi l’hanno pensato: perché non usare quelle baracche che non vuole più nessuno. Che hanno finito il loro servizio. Hanno chiesto al Comune il permesso su un pezzettino di terra. Si sono organizzati. Sono andati a prendersele le baracche. Coi camions. Come dicevo, per primi quelli di quel quartiere. Si sono fatti spazio. Hanno fatto una gettata di cemento. Ci hanno lavorato dopo il lavoro; sodo. In ogni momento libero. Le hanno montate, le baracche. Davanti ci hanno fatto le piste di bocce. Dentro l’osteria. La loro osteria. Il loro posto dove incontrarsi e invecchiare.
Dopo le ha scoperte la politica. E’ arrivato il parroco a benedirle. Sono arrivati i politici. I piccoli politici locali. I consigli di quartiere e, purtroppo, anche i consiglieri. Quella politica miope. Quella che crede il cittadino al suo servizio. Ogn’uno pronto a mettere il cappello. A dire sono arrivato prima io. A cercare consenso. Un voto. Tutti colpevoli senza distinzione di colore. A spiegare a chi aveva fatto cosa doveva fare. Sono arrivati loro, raccontano i vecchi, con le loro camicie bianche. Le mani senza calli. Quella lingua difficile. Loro che non avevano mai saputo sudare. Chiacchieravano solo. Quanto chiacchieravano. Valli a capire. Se non erano mai stati contadini non avevano nemmeno imparato la fabbrica. Certo che anche i vecchi avevano le loro idee, spesso anche ci litigavano per quelle idee, ma quando c’era da fare si faceva. Mica si parlava. Era per il loro quartiere. Così, piano piano, è finito tutto. Finita la scuola. Finita la voglia di lavorare perché lavorare per tutti era un orgoglio; lavorare per loro era solo stupidità.

Torna a suonare la nostra canzone [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”] Fiorella Mannoia: La storia

N.B. questa è solo la premessa perché nella baracca di quel quartiere, rimasta ingovernata per la crisi di entusiasmo, ci ho vissuto cinque, forse sei, degli anni più belli della mia vita. Quella baracca confinava con un vecchio forte della prima guerra mondiale. Un forte con un enorme appezzamento di terreno intorno. Quella è stata la nostra baracca. Quella che è diventata “Baracca & Burattini“. Ma questa è un’altra storia.

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Dovesse finire anche domani, ma non finirà, non avrei creduto potesse essere così.
politicaMi ferma Martino al Bar da Clara. Passavo di fretta. Era aprile, era maggio; proprio come nella canzone. Mi invita. Lo faceva spesso, allora. Forse c’è una simpatia spontanea, naturale, nei miei confronti. Mi ricorda, con una banda di giovani di ottime speranze, tutti a sudare per condurre una campagna elettorale faticosa e sorprendente, ma sfortunata. Immersi nella folla, ma a quella folla, alla fine, sono mancati un pugno di voti. Prendiamo un caffè tranquilli. Mi chiede: “Cosa pensi di fare“?
Lo guardo: “Un bel niente tondo. Passare di passaggio. Finire il caffè. Prendere il pane e tornare. Cosa intendi“?
Lui è sempre così tranquillo, o quasi: “Perché non mi aiuti? Almeno… pensaci“.
Non c’è niente da pensare. Sono stanco. Ho dato, pagato. Perché“?
Perché non puoi mollare“.
Perché dovrei farlo“?
Infondo nemmeno mi conosce – “Sono socialista“.
Questa è bella. Torno a guardarlo; è proprio socialista, debbo quasi nascondere la sorpresa. Lo strano è che non provo sorpresa alle sue parole. Nemmeno mi viene da scherzare. Esistono ancora, e lo fanno oltre le chiacchiere.
Io no! cosa vuoi fare“?
Politica. Provare. Cambiare“.
Che ti servo? Sono uno. Nessuno. Vorrei guardare“.
Lui crede in me ben oltre a quello che potrei crederci io anche in un momento di euforia alcolica. Crede in sé quanto io in me, cioè come allo stesso niente. Non ha ancora pensato a come si può fare. Non conosce molto il territorio, è sempre stato impegnato lontano. Ci è sempre venuto solo per dormire. Poi si è trovato a governare un partito all’ultima partita. Io ho un improvviso sospetto di poter credere in lui e che, volendolo, qualcosa si possa provare. Poi, mai rifiutato aiuto ad alcuno. Gaetano ci guarda entrambi. E’ un’amicizia che sta prendendo corpo la nostra, recente. Forse è l’unico, Gaetano, a credere in qualcosa: nei suoi due pazzi nuovi amici.
Anche se cerco di non pensarci quel breve colloquio mi ha messo la pulce. Tanto lo so da solo che tenere le mani in mano non ci riesco proprio. Mai stato bravo a farlo. Nessuno mi crederebbe. Manca poco più di un anno alle elezioni amministrative. Il tarlo mi tarla. Le sfide mi stuzzicano. Vediamo. Sono uno di parte. Diciamo un comunista. Un comunista a modo mio, anzi sono gli altri a fare i comunisti a modo loro. Non c’è scritto da nessuna parte che per essere di sinistra bisogna limitarsi a gridare e non fare; sia necessario sempre soffrire e perdere. Sono uno abituato ad esporsi fin troppo. Uno che si schiera anche davanti ad una partita a calcio balilla. Mi ripeto questo mio profilo in testa. Gli ingranaggi non si sono del tutto arrugginiti. Il cervello sembra poter ancora funzionare. Ha ragione lui, forse non valgo niente e non gli servo, ma magari mi ci cresce, come per miracolo, un’idea e su quella, l’idea, posso cominciare a lavorare¹.
Sembra impossibile ma a volte l’impossibile diventa possibile. Sembra impossibile e invece succede. Mi rendo conto che qualcosa si può tentare. Quando dico a Martino che possiamo anche vincere, che anzi è più difficile perdere, la crede una beffa. Non è più solo. Non è più solo un sognatore. Mi ritrovo. Mica sono riuscito a cambiare. Sono sempre lo stesso. Forse lui si sarebbe solo accontentato di una piccola apparizione alla recita.
Rispondimi Martino: “Perché mettersi il vestito da festa e poi accontentarsi di mettere appena fuori il naso? Io, a questi, mica voglio mettergli paura. Voglio rimandarli a casa“. I socialisti da soli sono quattro gatti. Faccio più voti io da solo. Con un giro di telefonate. Tanto vale essere ambiziosi. Tanto faccio e tanto dico finché si apre, finalmente, un tavolo con quella sinistra che alle politiche si sarebbe presentata come arcobaleno. La sbattiamo in un angolo. E’ subito chiaro che quelli vogliono gridare il loro orgoglio ma di fare mica ne hanno nessuna intenzione. Dalla loro hanno solo i numeri, cioè li avevano. Loro chiudono quel tavolo, dicono: “Ne potremo parlare più avanti, dopo le politiche“.
Sanno tutti come sono andate le loro “politiche”. Per me la politica ha le sue regole e quello è un gesto politico. Quando parlo di politica ho una sola filosofia: chi vuole farmi la guerra sa di farsi del male. Quando penso alla politica la penso come una cosa seria, fatta di progetti, ideali, impegno, fatica, scevra da interessi personali. Meglio senza zavorra inutile. Magari in giro ci saranno anche rifondaroli che sono compagni, magari anche tra quelli del fantomatico Partito Comunista, qui a Spinola no. Massimo si possono sopportare in quanto pensionati. Pensionati dal lavoro, se mai l’hanno conosciuto, e dalla ragione.
Sì! tanto vale, con un po’ di arroganza, provare a vincere. Anzi evitare di perdere. Lo propongo a Lei. Lei la prende per burla. Poi sospetta. Poi nicchia. Infine, forse per sfinimento, dice sì. Poi si lascia contagiare, si fa prendere dal mio stesso entusiasmo. Si lancia. E’ da Lei. Lei è una che se le cose le fa le fa fino in fondo. Un po’ ci somigliamo. Certo non fisicamente. Anche perché lei è donna, è minuta, piccolina, è soprattutto carina. Siamo come dei “gemelli diversi”.
L’avevo detto sin dall’inizio. Cerchiamo un accordo per il governo della città con il PD. Martino presuppone della superbia, da parte loro; sono il partito decisamente più pesante dell’intero panorama politico locale (38 e rotti% a quelle stesse politiche). Noi siamo di sinistra. Loro, quelli del PD, mi conoscono. Sanno che se dico che mi muovo mi muovo. I numeri li ho sempre portati. Tre volte mi sono mosso e tre volte ho messo insieme buoni numeri. La prima quelli che bastavano a vincere. Tre esperienze ognuna diversa. Ci accolgono con tutto il rispetto che si deve a un tuo pari. Siamo ancora quattro amici del bar e nemmeno ci siamo dati un nome. In compenso abbiamo le idee chiare e la voglia di fare. Spiego a quell’elefante che è il PD che noi abbiamo un candidato che migliore non si può e che se vogliono fare le primarie allora ci costringeranno a vincere le primarie. La nostra ambizione è riunire tutta la sinistra mandando a fare in culo chi crede che la sinistra sia solo una sigla e una tessera. Compreso chi spaccia per rivoluzionario promettere chimere.
Ho polemica e parole infinite e appassionate per tutti, soprattutto per chi le cerca. Meglio gli intelligenti al governo e gli stupidi all’opposizione. Non mi credo ma non mi faccio problema se sono gli altri a credere in me. E questi mesi, intensi, sono stati una grande esperienza umana.

Torna a suonare la nostra canzone [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”] Fiorella Mannoia: La storia


mariangela-icona1] Quella che in questi giorni racconta la storia, spacciandolo per Enrico, è Lei; sarebbe un ottimo candidato sindaco. Lui, Martino, il segretario dei socialisti, sarebbe un ottimo capolista. Dovevo già farli incontrare da prima, comunque. Due amici che valgono più di qualsiasi vincita alla lotteria (e con Gaetano siamo a tre). Detto: fatto! Beh, forse non proprio così semplice. Il tempo di convincerli, soprattutto la Lei. Ora Lei è la mia proposta di candidato e lui, Martino, di capolista.

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